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venerdì 29 agosto 2025

Una lucertola con la pelle di donna – Lucio Fulci

una sempre bravissima Florinda Bolkan ha una vicina hippie che le piace molto.

con l'aiuto di uno psicoanalista (ridicolo) riesce a non essere imprigionata per un omicidio, ma l'ispettore (Stanley Baker, che ha una certa somiglianza con Sean Connery) non ci crede molto.

un film da non perdere, come capita spesso a Lucio Fulci, non privatevene, non vi deluderà.

buona (swinging) visione - Ismaele


 

 

QUI o QUI si può vedere il film completo in italiano

 


 

Questo è uno dei film più celebrati di Fulci (a ragione secondo il mio modesto parere) in cui oltre alla furbizia da parte dei produttori per inserirsi nel genere inaugurato dal giovane Argento con i suoi primi film dal titolo zoologico baciati da grande successo commerciale c'è da riconoscere l'indubbio talento visionario di Fulci,vero e proprio valore aggiunto di questa pellicola.In più abbiamo le musiche di Morricone che ben si abbinano alle molte sequenze psichedeliche del film e una swinging London coloratissima,irrazionale,irrefrenabile nella sua vitalità.Il film è un continuo disseminare piste false,un susseguirsi di atrocità assortite chiaramente mostrate e di orrori più subliminali che si insinuano sottopelle.Fulci è bravo soprattutto dal punto di vista visivo scatenandosi in una regia al limite del barocchismo formale.Il titolo zoologico è una di quelle furbate che si devono ai produttori(la leggenda narra che Fulci aveva l'intenzione di intitolarlo La gabbia),il finale affatto consolatorio non colpisce per logica ma è lo stesso una discreta sorpresa.Dal giallo nella parte centrale il film vira all'horror(la parte nel manicomio)con tutta una serie di colpi di scena abbastanza artificiosi.Ma contano poco:il film vale soprattutto per la sua tavolozza cromatica impazzita,per il mescolarsi di simbologie psicanalitiche e deliri lisergici inseriti in un atmosfera da incubo,vale per alcune sequenze girate veramente con grande maestria.La verità è servita a frammenti,viene quasi rubata,origliando.E in questo la soluzione del giallo,poco verosimile finchè si vuole,viene data allo spettatore in maniera decisamente originale.Non consolandolo affatto ma facendogli sorgere nuovi interrogativi....

da qui

 

Se è vero che esistono film che meritano di essere studiati e ricordati anche solo per l’idea, la scintilla creativa che fece mettere in moto il sistema produttivo, con quale decenza si può pensare di negare un posto nella storia del cinema italiano ed europeo a Una lucertola con la pelle di donna? Basterebbe la poesia maldororiana del titolo, forse. Ma se così non fosse bisognerebbe inchinarsi di fronte ai primi cinque minuti, che rappresentano la liberazione definitiva di Lucio Fulci, e di tutto il cinema giallo e thriller, dalle pastoie della logica, del buon senso, della prassi. Ma sull’incipit e sulla sua folgorante forza si tornerà tra poco. Il punto ovviamente è che all’epoca dell’uscita in sala il film venne visto con un malcelato disprezzo, e il dito accusatorio puntava in direzione di una sceneggiatura rabberciata, poco sensata, un po’ buttata via. Anche il critico quotidianista più famoso d’Italia, Paolo Mereghetti, mostra una prosa a dir poco sprezzante nelle brevi righe che dedica al film suo suo “Dizionario”: «Fulci (sceneggiatore con Roberto Gianviti) avrebbe fatto meglio a seguire fino in fondo la pista onirico-psichedelica, e invece arranca cercando una logica in un intreccio che non ne ha. Lampi di talento visivo, baracconate ed echi della Swinging London: se non altro ci sono le ottime musiche di Ennio Morricone (in vena sperimentale) e la fotografia di Luigi Kuveiller. Gli effetti speciali (inutili e brutti) sono di Carlo Rambaldi». L’insistenza su sostantivi come “baracconata” e aggettivi quali “inutile” o “brutto” denota la voglia di tenersi a debita distanza da questo film, e forse dall’intera esperienza autoriale di Fulci. Un regista troppo estremo, nella sua messa in scena dell’orrore, per assecondare le voglie di logica di una nazione normata nel benestare borghese…

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…Generalmente messo in secondo piano rispetto ai successivi gialli fulciani (in particolare ai celebratissimi Non si sevizia un paperino e Sette note in neroUna lucertola con la pelle di donna in realtà, per moltissimi versi non ha niente da invidiare a questi ultimi; almeno sul piano squisitamente visivo, e in un’atmosfera che dall’iperrealismo iniziale scivola lentamente verso un lucido delirio, il film di Fulci fa una cavalcata sulle ali dell’inconscio e delle più basiche pulsioni umane, non avendo paura a “sporcare” il genere – e il discorso psicanalitico che abbozza – con generose dosi di effetti gore. Effetti, questi ultimi, che tuttavia non risultano mai gratuiti, ma contribuiscono al contrario a quell’onirismo privo di compromessi, a quella voglia di destabilizzare le certezze di chi guarda – ivi compreso chi pensi di mettersi davanti a un giallo con dentro un po’ di erotismo – di cui il regista farà un po’ il suo marchio di fabbrica. Non a caso, molti anni più tardi, lui stesso si definirà un “terrorista dei generi”; quello stesso “terrorismo”, quella voglia di rovesciare il genere, contaminandolo e rivoltandolo da dentro, è già evidentissimo in questo suo secondo thriller.

Oltre il giallo

Sarebbe sbagliato valutare Una lucertola con la pelle di donna (che originariamente doveva intitolarsi La gabbia, e fu in seguito rinominato per adeguarsi alla “moda” dei titoli con gli animali) con le lenti della pura coerenza narrativa, o soffermandosi semplicemente sui dettagli del suo intreccio giallo. Se preso squisitamente come thriller, il film di Lucio Fulci mostra più di una forzatura narrativa e diversi buchi logici, segno di una sceneggiatura su cui – com’era d’uopo all’epoca – misero le mani in molti. Lo script costruisce un meccanismo giallo più cervellotico di quello dei contemporanei film di Argento, ma a tratti sembra faticare a venirne fuori; ma quello che conta, qui – e questa risulta una novità nel panorama del thriller all’italiana – è la costruzione della singola sequenza più che il legame logico tra le stesse. Anzi, quanto più il regista sembra osare nell’impatto visivo (con un’abbondanza di zoom, panoramiche a schiaffo, dettagli di occhi e particolari truculenti) tanto più la trama pare distaccarsi dalle regole del genere, quasi irridendone le basi…

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venerdì 1 agosto 2025

Sette note in nero – Lucio Fulci

il film è ambientato a Siena (quella città ideale secondo Luigi Lo Cascio), ed è un mix di thriller, paranormale e visioni (del passato o del futuro, si vedrà).

il film non annoia un attimo, bravi gli attori, eccezionale la protagonista Jennifer O'Neill, un meccanismo a orologeria perfetto.

non perdetevelo, non ve ne pentirete.

buona (straordinaria) visione - Ismaele


 

QUI si può vedere il film

 

 

Forte di un ottimo gruppo di comprimari e di una sceneggiatura particolarmente ispirata, Fulci tenta qui di lasciare il giallo puro per avventurarsi (con successo) nei meandri della "parapsicologia". Il film, ambientato a Siena, si dipana su quello che appare come il flashback di un delitto avvenuto. Il regista ha classe da vendere e compone un perfetto meccanismo ad "incastro", anticipando di trent'anni la moda dello sviluppo a-temporale, tipico dei prodotti orientali.

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Un puzzle psichico che esprime con le immagini il marcio che si annida dietro il perbenismo borghese. Film pregevole in molti dettagli: la sinfonia musicale che prende vita come un vero e proprio personaggio, il capogiro di indizi che si affacciano attraverso visioni sulfuree, il volto austero e malinconico di Jennifer O'Neill. Mentre la regia di Fulci, che si destreggia tra le tappe di un viaggio extrasensoriale e femmineo, regala sequenze ancora oggi indimenticabili.

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Un Fulci del periodo migliore, capace di far quadrare senza sbavature l'aspetto paranormale - rappresentato dalle capacità di preveggenza della protagonista - e la soluzione razionale del caso. Nonostante qualche lentezza e un vero colpevole che, col senno dello spettatore di oggi, non è così difficile prevedere, il film mantiene viva l'attenzione per tutta la durata senza mai cedere a effettacci sanguinolenti o a parentesi erotiche, cosa piuttosto rara per un film di quegli anni. Discreta la prova del comparto maschile ma a troneggiare è la raffinata e sensuale eleganza della O'Neill.

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Uno dei migliori thrillers mai realizzati in Italia. Mette paura e ti tiene inchiodato alla sedia fino all'ultimo, senza troppo spargimento di sangue. Bello sotto tutti i punti di vista. IMPERDIBILE per chi ama il genere

Uno di quei films che ti tengono inchiodato alla sedia fino alla fine e che contengono immagini e melodie che, dopo averlo visto, non riuscirai più a toglierti dalla testa. Un film che mette davvero paura pur senza troppo spargimento di sangue. La tensione psicologica è agghiacciante, l'ambientazione toscana è perfetta, gli attori azzecatissimi, il ritmo calzante nella sua lentezza. Uno dei migliori e più paurosi gialli all'italiana della storia..secondo solo a Profondo Rosso sotto alcuni punti di vista. Decisamente imperdibile per chi ama il genere. Grandissimo Fulci.

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Lo reputo il migliore tra tutti i films di Fulci. Si colloca a  metà tra un Dario Argento prima maniera e il Pupi Avanti  della "Casa dalle finestre che ridono" : esistono infatti degli omicidi che scaturiscono da un segreto celato in una casa ( se vi ricorda  Dario Argento in Profondo Rosso avete indovinato) e una borghesia di provincia descritta nella  sua apparentemente tranquilla e annoiata esistenza ma che sotto la  superficie nasconde, invece, un mondo "disturbato" e inquietante ( e qui il riferimento è senz'altro all'opera di Pupi Avati). Sarebbe tuttavia un errore pensare ad un semplice rimando ad altri autori poiché il sottovalutato regista ha sempre avuto una sua personalissima tecnica descrittiva e di analisi, in particolare nelle scene  di sangue, prediligendo mostrare omicidi e delitti , ma direi la Morte più in generale, nella sua cruda e brutale pienezza,  metaforicamente sotto la lente di ingrandimento evidenziandone quasi i dettagli e, dal punto di vista tecnico,  senza stacchi di camera o allusioni e illusioni visive.  La trama scorre fluida e avvincente, la fotografia sempre colorata e brillante,  le inquadrature agghiaccianti  e stridenti. Il regista, del resto, già aveva dato prova della sua maestrìa in altre eccellenti pellicole del medesimo filone come "Una sull'altra"   e "Non si sevizia un paperino". Il finale (che rivela anche il significato del titolo) è talmente magistrale  che dimostra come l'approdo  di Fulci al giallo/thriller e successivamente all'horror  (dopo avere esplorato praticamente tutti i generi,  dal western al comico alla commedia) sia una sorta di traguardo finale, frutto di un percorso registico che vede in  questi generi (e non in altri) la migliore modalità possibile di esaltare la propria cifra stilistica. Da vedere.

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Fulci ritorna al giallo con un'altra pellicola originale e riuscita, fuori dagli schemi precostruiti del genere, creando allo stesso tempo uno dei migliori prodotti del suddetto. L'onirismo è di nuovo presente. Lo svolgimento per quanto complesso è originale e calcolato fin nel più piccolo dettaglio concludendosi con un colpo di scena shockante impossibile da prevedere che rimette in dubbio quanto visto prima. Memorabile.

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Visivamente elegantissimo – lo storico direttore della fotografia di Fulci, Sergio Salvati, raggiunge qui uno dei suoi risultati migliori – ma anche insolitamente felice in un cast ottimamente assemblato (che vede coinvolti i nomi di Gianni Garko, Marc Porel e Gabriele Ferzetti), Sette note in nero sta a ricordarci come la (a volte troppo) generica rivalutazione degli anni ‘70 italiani, la spesso interessata e poco consapevole rincorsa odierna a tutto ciò che è genere e cinema popolare, trovino a volte, nei prodotti dell’epoca, una giustificazione solida. Il film di Lucio Fulci è a tutti gli effetti opera d’autore, girata con una consapevolezza del mezzo, e delle sue potenzialità, sconosciuta a gran parte dei registi d’epoca e odierni. Riconoscerne, ancora una vota, il valore, significa anche fare chiarezza e saper discernere, in un panorama complesso e vario (anche qualitativamente) come quello dell’italico cinema di genere del periodo.

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La riscoperta della serie B italiana è stata un vezzo degli ultimi vent’anni di critica. Talvolta si è rivalutato solo sotto il profilo del costume, talvolta per il gusto dell’eccentrico, talvolta totalmente fuori luogo, talvolta si è riscoperto davvero qualche bel film. Qualche volta capita anche di riscoprire un film enorme, che di serie B non ha davvero quasi nulla. E’ il caso di Sette note in nero (1977) di Lucio Fulci, ripubblicato adesso da Sinister Film e CG Home Video; in realtà il film non è un totale sconosciuto, e più o meno era considerato un classico del thriller all’italiana già prima dell’ondata di rivalutazione compiuta sul genere lungo tutti gli anni Novanta. A suo tempo era già stato indicato come un prodotto più elegante della media dei film di genere realizzati da Lucio Fulci, sorretto da una vera sceneggiatura e da un gran lavoro di sottrazione sulla messinscena. Ma rivederlo oggi ci dà una scossa ulteriore.
Il film di Fulci non è solo un dignitoso thriller industriale; è una vera lezione di cinema, che della serie B conserva solo qualche incrinatura di servizio, ovvero qualche residuo di sbadataggine narrativa che evidentemente, nel grande sforzo di rendersi adulti, non si è stati comunque capaci di evitare, forse perché l’intreccio è intricatissimo ed enormemente più elaborato (pure troppo) della media fulciana…

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Le visioni, frammentate e sovrapposte, provocano incomprensioni temporali tra quello che è accaduto e quello che dovrà accadere (antesignane, ad esempio, de La zona morta di Stephen King, messa su pellicola da David Cronenberg nel 1982), portando a costanti capovolgimenti delle certezze attraverso una costruzione esemplare della tensione filmica. Ultima grande fermata prima dello sbarco nell’orrore puro, Fulci limita al massimo gli eccessi estetici in Sette note in nero, anche se non mancano i soliti movimenti fulminei della macchina da presa, con una ricerca spasmodica di primi e primissimi piani e dei dettagli delle precognizioni di Virginia….

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mercoledì 16 ottobre 2024

I quattro dell'apocalisse - Lucio Fulci

un film sorprendente, sembra un film a episodi, in realtà è una storia unica, con i quattro disperati e un'ultima parte sorprendente e commovente.

appare anche Tomas Milian, nel ruolo di un cattivissimo.

non perdetevi questo film, sceneggiato anche da Ennio De Concini, se mai capitasse, per sbaglio. in qualche canale tv.

buona (maschile) visione - Ismaele


 

 

Fulci segue le orme di Sam Peckinpah e dei suoi western rivoluzionari ed anarchici: addio antiche faide tipicamente a stelle e strisce tra indiani e cowboy; basta duelli frontali a mezzogiorno in punto, baciati dal sole a picco e coperti dalla polvere e dal sudore; basta lotte di liberazione in favore del popolo messicano e alla loro causa rivoluzionaria; addio trielli e piani messicani tesi, adesso si dà voce agli emarginati, alle figure che da sempre popolano il sottobosco western ma che non hanno mai avuto ruoli alla ribalta. Il protagonista, Stubby, è l’antieroe guascone e romantico, che da perfetto baro bugiardo compie, attraverso l’arco narrativo del film, il suo viaggio interiore fino a trasformarsi in un eroe atipico, un “cavaliere pallido”, un giustiziere solitario dalla morale ambigua che prende il sopravvento sull’antagonista effettivo della pellicola, Chaco, caratterizzato da Milian come una sorta di rockstar maledetta dotata di un fascino perverso e magnetico tanto da rubare la scena al personaggio di Stubby/ Testi, almeno finché i due compaiono insieme.

La sceneggiatura fu scritta da Ennio De Concini, che si ispirò ad una serie di racconti del 1868 pubblicati da Francis Brett Harte con il titolo di The luck of roaring camp.

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…La scena per me più bella non è però legata a torture, spari o morte, ma al loro opposto. La nascita di Lucky, che la prostituta Bunny porta in grembo, è un momento emozionante, il momento che rende il film morte e vita insieme. Il villaggio di montagna, abitato solo da uomini in cerca d'oro con più di un problema con la giustizia alle spalle, si stringe attorno al parto, i freddi e disillusi minatori ritrovano la loro umanità e un sincero affetto verso il neonato che li porterà ad adottarlo. 
Un western che fonde così bene tanti aspetti, sfumature e contorni non può passare inosservato, né essere bollato come prodotto di scarso valore. Anzi, è un film da scoprire e custodire. Non a caso inserito nella retrospettiva sul western all'italiana tenutasi a Venezia.

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Imperfetto, erratico, indeciso; eppure il film possiede una sua indubbia malia. A causa, forse, di quelle languide melodie folk? Per la simpatia che ispirano i personaggi, tutti emarginati o diseredati o freak? Oppure per i temi del viaggio e della perdita che soffondono la storia d'una tenera malinconia? Fulci non risparmia scene forti, ma tutto è ammorbidito, come se lo si osservasse dalla lontananza del ricordo. Adeguati tutti gli attori; un plauso alle presunte seconde linee dei Lastretti e Corazzari, volti degni del western maggiore.

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Un giocatore d'azzardo, una prostituta, un alcolista, un nero medium sono in prigione e sfuggono allo sterminio dell'intera cittadina. Inizia poi il viaggio dei quattro, lungo il quale incontrano Chaco (Milian), un messicano apparentemente amico. Il film è uno spaghetti western brutale e psichedelico (musiche simil-primi Pink Floyd) e deve molto al carismatico Milian (non doppiato), che interpreta un messicano sadico fatto di pejote. Nella versione censurata sono tagliati lo stupro e lo sceriffo scuoiato vivo. Un piccolo diamante grezzo.

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Il West di Lucio Fulci è un west malinconico ma sognante, delirante quanto dolce. Allo stesso tempo sa essere incantevole come un sogno, come un altrove che tutti vorremmo, ma sa anche essere spietato e triste come un’inferno dal quale scappare. Anche la colonna sonora e le sue canzoni anacronistiche, incidono sul film come in poche altre occasioni, e sanno creargli quel lirismo difficile da raggiungere, senza però scadere nella retorica di una grammatica ricattatrice. Come in “Pat Garret and Billy the Kid” del Maestro Peckinpah, omaggiato da Fulci nella iperrealistica sparatoria iniziale a Salt Flat, anche ne “I Quattro dell’Apocalisse” ci troviamo in un west malinconico, e come in tutte le malinconie c’è un qualcosa di sensuale che richiama l’abbandono dei sensi, i piaceri dell’alcova più intima e segreta. Quei sogni ad occhi aperti, dell’adolescenza più sognatrice, dove le passioni e le pulsioni sessuali sono irrefrenabili e ci si sente sempre come ubriachi buttati sotto il sole di luglio. C’è un piacere, un orgasmo silenzioso e lento, che pervade tutte le scene, tutte le inquadrature, grazie alla sapiente fotografia e alle intuizioni registiche di Fulci stesso.
“I Quattro dell’Apocalisse” è un sogno che vira nell’incubo più volte, ma preserva sempre lo status di altrove onirico in cui tutto e possibile, e in cui ogni sensazione è provabile.

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Molto buono: Lucio Fulci realizza un western in cui il Mito dell'West (classico o post-leoniano che sia) viene smitizzato, a partire dai personaggi.

I/la quattro dell'Apocalisse indicati/a dal titolo, infatti, non possono essere considerati eroi/na, e l'omissione del termine "cavalieri" sembra quasi evidenziare tale aspetto: infatti i/la protagonisti/a di questa opera sono un ubriacone, un nero mezzo pazzo, una prostituta incinta e un baro appena scarcerati/a. 

 

A loro si oppone, per carisma e ferocia, il personaggio di Chaco, un personaggio tanto carismatico quanto sadico: in alcuni momenti sembra quasi una sorta di figura messianica (la scena in cui droga i/la protagonisti/a ricorda, almeno al sottoscritto, una sorta di "eucarestia" blasfema, accentuata dai movimenti 'manuali' della macchina), in altri rivela una spietatezza quasi inumana (la scena in cui si mostra il risultato della strage della carovana cristiana incontrata precedentemente dal quartetto è spiazzante, specialmente per la presenza di vittime infantili), ma alla fine, di fronte all'approssimarsi della Morte, è la codardia e la bassezza che prendono il sopravvento, ridimensionando notevolmente quello che può essere considerato l'unico personaggio davvero "mitico" (in quanto è l'unico che segue davvero i codici dettati dal Genere) del film.

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giovedì 5 settembre 2024

Gli imbroglioni – Lucio Fulci

il film si apre con una bellissima canzone di Giorgio Gaber, e poi inizia il film a episodi. 

José Luis López Vázquez è il giudice che tiene insieme gli episodi del film.

il film è discontinuo, Franco e Ciccio appaiono tre volte,per la disperazione del giudice.

l'episodio con Walter Chiari, l'ultimo, è un capolavoro.

film divertente.

buona (funerea) visione - Ismaele


 

QUI si può vedere il film completo


 

Uno dei pochi film ad episodi dell'epoca non datati.

In un aula di tribunale, si intrecciano varie storie...

Uno dei pochi film comici ad episodi del periodo non datati e ancora oggi divertenti. Tra i tanti attori famosi dell'epoca che vi partecipano, i migliori e i più divertenti sono Franchi e Ingrassia, ma anche Chiari strappa molte risate. Fulci dirige con una certa diligenza.

da qui

 

Fulci è regista che ha sempre un suo perché. Anche in una commedia come questa, non delle migliori, riesce a farsi guardare, proprio per l'originalità di alcune trovate: Franco e Ciccio con tripla identità ad esempio, o lo spassoso episodio con Walter Chiari. Curioso notare, in una scena, come il regista anche nelle sue commedie faccia riferimento a elementi che richiamano alla morte.

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mercoledì 16 agosto 2023

I maniaci – Lucio Fulci

film a episodi (comici), come si usava in quegli anni.

alcuni episodi sono molto divertenti, Walter Chiari, Raimondo Vianello, Enrico Maria Salerno, Franco e Ciccio, fra gli altri, fanno la loro parte, come sempre.

un'ora e mezza di leggerezza.

buona (con le scommesse) visione - Ismaele



 

Una decina di episodi in b/n connaturati da un umorismo very english (non a caso Vianello è impiegato spesso, mentre la Mondaini appare una sola volta insieme al marito). Da notare come i riferimenti alla vita sociale e politica riproducano frasi e situazioni perfettamente adattabili all’odierna attualità. Appare anche qualche elemento soft erotico, come la doccia nell’episodio della cambiale, tra i migliori. Solo l’episodio finale è meramente comico e affidato a due specialisti del genere. In sostanza il risultato è buono ma non eccezionale.

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La classe non è acqua e, pur con alcuni smottamenti verso il cattivo gusto, questo piccolo film a episodi conferma indiscutibilmente tutte le qualità registiche di Fulci: l’acutezza dell’osservazione quasi da entomologo delle manie, dei vizi e tic degli italiani all'epoca del boom economico, la perizia tecnica nel saper variare il taglio delle inquadrature e il tempo delle sequenze a secondo dello stile narrativo dell’episodio, il cinismo nero e crudo con il quale il regista disegna i personaggi. Film dal sapore aspro e conservato sotto aceto. Buono.

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Discreto film satirico, anche se chiaramente derivativo, che prende di mira vizi, manie e meschinità del benessere e di una quotidianità mediocre. Alcuni episodi-barzelletta sono superflui e banalotti, ma altri riscattano la visione (come L'autostop, con W. Chiari e U. D'Orsi, Il pezzo antico, con F. Valeri e V. Caprioli, e qualche altro). Regia dignitosa e attori eccellenti. 

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giovedì 5 agosto 2021

Non si sevizia un paperino - Lucio Fulci

chissà se lo hanno proiettato in parrocchia o in seminario, un prete non pedofilo ma assassino è troppo.

naturalmente il film ha avuto qualche problema con la censura, sopratutto per la scena dove Barbara Bouchet nuda attira la curiosità di un bambino, che non è un bambino. 

Florinda Bolkan, Tomas Milian e Irene Papas sono gli altri attori famosi, come sempre bravissimi.

il ruolo più difficile è quello di Florinda Bolkan, non sex symbol, come Barbara Bouchet, ma strega e maga del paese lucano dove è ambientato il film, nell'Italia del miracolo economico, dei costumi che cambiano, dell'arretratezza che arriva dal passato e non passa ancora, della ricchezza (per i ricchi, naturalmente) e della miseria (per i poveri).

non perdetevi questo gioiellino - Ismaele

 

 

 

 

QUI il film completo, senza tagli

 

 

Nel paesino disperso nel nulla di Accendura si celebra lo scontro fra pregiudizio e razionalità, fra fede e sessualità e fra morte e nascita, sullo sfondo di una modernità che attraverso la nascita di un’autostrada cerca timidamente di fare breccia nell’arretratezza tecnologica, culturale e morale di una nazione. Uno sconvolgente quanto inevitabile finale cala il sipario su una delle pagine più memorabili e atipiche del giallo all’italiana, capace di intrattenere, avvincere e inquietare, ma anche di fare riflettere su chi siamo e sui rischi connessi a una cieca e inflessibile applicazione dei nostri preconcetti.

da qui

 

… La morbosità e la cupezza delle quali la pellicola fu accusata al tempo della sua uscita sono elementi innegabili ed imprescindibili, che concorrono tuttavia proprio ad elevare il valore intrinseco della pellicola stessa, e non di sminuirlo. Non si sevizia un paperino è uno dei thriller dell’epoca in cui la violenza è meno gratuita, ma è anzi da considerare come filtrata non solo attraverso la mente malata del killer ma soprattutto attraverso una mentalità retrograda, sottosviluppata ed immobile nella sua cieca superstizione. Così i paesani del villaggio sono portati a credere che l’assassino possa essere innanzitutto un povero demente che – secondo le parole del commissario – “non ha mai fatto del male ad una mosca”, poi una “maciara”, ovvero una fattucchiera locale, anche lei non del tutto a posto a causa della morte prematura del figlio, e quindi una prostituta, per di più originaria da Milano e quindi considerata come un elemento di disturbo e dannazione per la quiete del paesino…

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è considerato ormai il capolavoro assoluto di quel maestro dell’horror malato e perturbante. Rimosso, censurato, tagliato, massacrato: tanto che non si sa più esattamente quale sia la versione originale di Non si sevizia un paperino. Ma ci pensate? Nel 1972 Fulci si inventa questo strepitoso, morboso film che, ambientato in una arcaica Lucania (che ricorda quella del bellissimo Il demonio di Brunello Rondi), mette in scena stregonerie mediterranee, preti non così innocente, bambini seviziati, passioni inconfessabili, perdofilie comprese. Da brivido. Cast immenso: Irene Papas, Tomas Milian, Florinda Bolkan, Georges Wilson, Barbara Bouchet, Marc Porel.

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Curiosità (Wikipedia):

§  Il titolo di lavorazione era Non si sevizia paperino. Questo doveva essere il titolo definitivo del film, ma la Disney si oppose a questo titolo e impose l’articolo. I produttori del film aggirarono questo ostacolo inserendo sui manifesti pubblicitari del film l’articolo “un” con un carattere scuro o velato, che si confonde con lo sfondo nero.

§  Durante la sequenza della lotta tra Tomas Milian e Marc Porel, i due attori si azzuffarono realmente, finendo sulle pagine dei quotidiani del tempo.

§  Il film fu vietato ai minori di 18 anni (Visto censura n. 61046 del 22 settembre 1972), a causa delle scene di violenza e la sessualità morbosa mostrata nel film. Patrizia si mostra nuda a Michele, nella sequenza che costò una denuncia a Lucio Fulci. I problemi maggiori con la censura riguardarono la sequenza in cui Barbara Bouchet si mostra nuda davanti a un bambino.[1] Per questa sequenza vi furono molte denunce, poiché la legge proibiva l’impiego di minorenni in sequenze scabrose. Nel gennaio del 1973, Lucio Fulci, Edmondo Amati e la Bouchet, dopo una lettera anonima, furono chiamati in tribunale. Lì, Fulci spiegò come era stata girata la sequenza: alla presenza di un notaio, che mise il tutto a verbale, la Bouchet era distesa nuda su un divano, mentre il bambino era ripreso sempre senza l’attrice. I controcampi di spalle del bambino furono invece girati da Domenico Semeraro, un nano amico dei produttori. Mentre Fulci usciva dal tribunale, il giudice domandò al regista cosa avesse visto, in fase di doppiaggio, l’attore (ovviamente un bambino) che doppiava il bambino. Fulci rispose che aveva visto delle code nere, al posto della Bouchet. Dopo aver detto questo, il verbalizzante della polizia disse a Fulci: «L’ha fregato, dottò…». Fulci dichiarò inoltre che la sequenza era una delle più morbose da lui realizzate.

§  Il titolo del film sarà omaggiato da Fulci, nel suo Lo squartatore di New York, diretto nel 1982, dove è presente un serial killer che parla con la voce di Paperino.

§  La sequenza finale del film, in cui don Alberto cade nel vuoto e si sfracella il volto, sarà ripresa da Lucio Fulci nell’incipit di Sette note in nero, diretto nel 1977, in cui una bambina assiste al suicidio della madre che si getta nel vuoto.

§  Alcuni particolari della sequenza del linciaggio della maciara (i primi piani dei tagli inflitti alle braccia e al volto dalle catene) saranno ripresi da Fulci nell’incipit di …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà, diretto nel 1981.

§  In una sequenza, la maciara doveva essere assalita da un gruppo di pipistrelli. La sequenza fu girata, ma non montata, poiché data la serietà del film Fulci non ritenne opportuno inserirla.

§  Il nome del paese in cui si svolge la vicenda, Accendura, fu adattato da Accettura, paese in provincia di Matera.

§  Per il personaggio della maciara, la Bolkan richiese esplicitamente un trucco che non ne facesse una “poveraccia”, bensì una donna povera ma con un suo fascino. Inoltre la Bolkan girò l’intero film senza mai vedere gli altri attori. Le sue scene furono infatti girate con la presenza della sola attrice.

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Il film più stracult della serata mi sembra il fondamentale thriller di Lucio Fulci, ispirato a una storia vera accaduta poco prima nel Salento, “Non si sevizia così un paperino” con Florinda Bolkan come una conturbante majara, Barbara Bouchet peccatrice nordica che adescca i ragazzini, Tomas Milian giornalista, Irene Papas, Marc Porel prete con non poche turbe. Ancora oggi bellissimo. 

Celebre la scena del bambino che vede Barbara Bouchet nuda, che non era poi un bambino, ma il celebre “nano di Termini” Domenico Semeraro che fece una brutta fine nella vita, ucciso dall’amante, e la sua storia venne poi immortalata da Matteo Garrone in “L’imbalsamatore”. Ma celebre anche la morte atroce di un bambino girato con un pupazzo di Carlo Rambaldi.

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martedì 29 giugno 2021

Una sull'altra - Lucio Fulci

grande musica di Riz Ortolani, per un film sorprendente, erotismo, giallo, autopsia della pena di morte, attori che fanno bene la loro parte, anche il doppio, e un Lucio Fulci che dirige un grande concerto, con tante anime, sempre in movimento.

una sorpresa, un film che non delude, promesso - Ismaele


 

 


E’ da ricordare anche la presenza nel film di Riccardo Cucciolla, apprezzato attore italiano maggiormente ricordato per aver interpretato Nicola Sacco in Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo, attivo inoltre anche nel doppiaggio (sua la voce di John Cazale nei primi due film de Il padrino nei panni di Fredo Corleone e di Bruno Ganz ne Il cielo sopra Berlino), che con il suo breve ma incisivo ruolo dona al comparto recitativo del film un prezioso contributo.

Le musiche sono composte dal Maestro Riz Ortolani in vena di jazz.

Il quale svolge un lavoro egregio in grado di spaziare dallo scanzonato nelle scene di transizione, al malizioso nelle scene di sesso, al macabro nelle scene ambientate nella camera a gas, fino a richiamare in alcuni momenti delle musicalità tipicamente morriconiane.

Un film dalla fattura visibilmente grezza, a causa delle ristrettezze economiche che funestarono le produzioni di Fulci attraverso tutta la sua carriera, ma che non gli impedirono mai di girare con caparbietà film il cui valore artistico negli anni a seguire sarebbe stato riconosciuto in tutta la sua grandezza. Il suo giallo d’esordio non fa eccezione: trattasi di un’opera rivoluzionaria sotto molteplici aspetti, invecchiata benissimo e in grado di offrire una massiccia dose di suspense anche allo spettatore odierno. Come già accennato, non è disponibile in tutte le videoteche ed entrarne in possesso richiede uno sforzo leggermente maggiore, ma se siete fan di Fulci questo è un titolo che non può assolutamente mancare alla vostra collezione.

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Una sull’altra” è infatti molto più che un giallo piuttosto spinto: è un film studiatissimo e sui generis, con un’incredibile rivelazione al suo interno ed almeno un paio di azzardi a livello di messa in scena. C’è addirittura qualche richiamo all’horror, con il gusto della narrazione macabra firmata Fulci, oltre ad un’ulteriore idea geniale – ed inaspettata – nel finale: quest’ultima riesce a catturare lo spettatore, tenendolo inchiodato alla poltrona durante tutti gli interminabili minuti conclusivi. Un film che lascerà spiazzati in positivo i fan del regista, uno di quelli che ne esalta forse maggiormente lo spirito “terroristico” di genere. Guardare per credere.

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…L’introduzione di un elemento macabro e inquietante come la sedia elettrica (senza nulla togliere al finale del film!) per Fulci rappresentava il suo modo di criticare il sistema capitalistico americano, quella stessa patria delle libertà individuali che condannò a morte i coniugi Rosenberg solo perché accusati di essere comunisti. E anche con la prima inquadratura dall’alto, remota, sullo sfondo dei titoli di testa, Fulci si fa beffe dell’America e del suo mito incrollabile.

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Lucio Fulci, dopo aver realizzato numerose commedie, con “Una sull’altra” firma il suo primo thriller al quale seguiranno, come sua massima espressione, le personalissime pellicole gore che lo hanno reso un’icona tra gli appassionati di genere.

Regista virtuoso delle inquadrature, colma la pellicola con primi piani sugli occhi, a lui tanto cari, con qualche campo lungo,  con sequenze dall’alto (vedi panoramiche città), dal basso ponendosi sotto le lenzuola generando un effetto a luci rosse od anche al di sotto della rampa delle scale, dall’interno (armadietto dei medicinali, cassetta di sicurezza).

Due le scene cult del film: lo spogliarello hot a bordo di una Custom dell’attrice Marisa Mell nelle “vesti” di Monica Weston, e gli ammiccamenti e le carezze dal carattere lesbo tra la stessa attrice e la Martinelli, momento per il quale la pellicola subì la censura…

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Fulci, in una delle sue poche concessioni al giallo, e pur non lesinando sui morti a lui tanto cari (le scene all'obitorio), trova una fantastica soluzione visiva negli split screen che accompagnano qua e là il prosieguo della pellicola; è solo uno dei tanti leitmotiv ricorrenti (prettamente visivi). L'altro, il più evidente, è quello degli specchi e dei riflessi rubati, a testimoniare una ricerca espressiva che possa supportare una vicenda ingarbugliata e interamente basata sulla questione dell'identità, dell'essere, del fingere. Grande colonna sonora di Riz Ortolani, tra le altre cose, ma soprattutto non si può che sottolineare nuovamente la compiutezza della trama, compatta, coerente, inflessibile, infallibile; unica concessione al giallo vero, al disastroso giallo vero (e lo dico con il massimo rispetto possibile), il finalone, compiaciuto, compiacente, e incredibilmente complicato, al limite dell'impossibile.

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Cette profusion d'effets tend cependant à trop surcharger le film et la mise en scène, continuellement convoquée pour créer du surplus de sens, échoue à engendrer de véritables climax. Mais l'ensemble demeure toutefois de très bonne tenue, Fulci s'avérant inventif et précis malgré le trop-plein. L'interprétation est également un atout. Elsa Martinelli et Marisa Mell sont toutes deux inquiétantes à souhait, la première jouant sur un côté feutré tandis que la seconde se fait sulfureuse. Deux interprétations qui se complètent parfaitement et qui ceinturent un Jean Sorel opaque comme il faut, son manque d'expressivité servant parfaitement son rôle de bourgeois vaniteux et vide, prisonnier des conventions. Les rôles secondaires sont soignés et l'on est particulièrement heureux de retrouver l'habitué du film noir John Ireland. Il faut également souligner la qualité de la composition très Hollywood Classic de Riz Ortolani, une partition qui se fait plus jazz et psychédélique lorsque le film nous conduit dans l'underground, la musique nous faisant passer des vues d'un San Francisco de carte postale aux peep-show et au monde de la nuit. Sans être un chef-d'oeuvre du genre, ce Perversion Story dégage un charme indéniable et le soin qu'apporte Fulci à sa mise en scène annonce ses grandes réussites à venir.

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martedì 29 ottobre 2019

Un gatto nel cervello - Lucio Fulci

il film sembra un gioco, un regista di film horror (Lucio Fulci in persona) comincia a essere ossessionato dalle storie terribili che filma, e incrocia uno psicopatico a cui si affida, è un incrocio e una lotta fra finzione e realtà.
la storia è chiara e semplice, e però ha una sua dignità e profondità, e, sembra dirci, la realtà è molto peggio e più pericolosa della finzione.
merita la visione, se uno può sopportare teste e braccia tagliate con la sega elettrica (nella finzione, naturalmente) - Ismaele





L'idea di base è buona, ardita, intelligente: Fulci butta in campo tutto il suo coraggio, ci mette la faccia in tutti i sensi, pone parzialmente in discussione il suo ruolo di autore splatter negli ultimi anni di carriera ipotizzando e poi smentendo nettamente un'ipotetica nocività a livello nervoso di questo genere cinematografico, girando con molta autoironia, seppur in modo autoreferenziale e grezzo, e tratteggiando un'inquietante figura di psichiatra (categoria da lui mai troppo amata) completamente folle.
Un gatto nel ce
rvello 
è stato uno degli ultimi film da lui diretti, ormai malato e ancora sottovalutato, se non proprio stroncato, in Italia dalla critica (mentre ad esempio in Francia era già apprezzato), alle prese ormai da anni con produzioni e budget miseri, i quali hanno inficiato non di poco le sue ultime opere. Qui, invece, abbiamo a che fare con un film sperimentale e simpatico quanto si vuole e, a maggior ragione, ho voluto rimarcare i pregi che questa "chicca" per appassionati dell'innovativo "regista-artigiano" porta con sé, anche se non tanto a livello realizzativo ma a livello concettuale. Volendo essere obiettivo e sincero, però, è veramente un brutto film. E mi dispiace. A volte è proprio vero che "chi ha pane non ha i denti e chi ha i denti non ha pane".

Il regista Lucio Fulci (nella parte di se stesso!) è ossessionato dalle immagini crude contenute nei suoi lavori. Dopo l'ennesimo incubo si reca dallo psicologo che lo convince di essere l'autore di una serie di delitti. In realtà...Ispirandosi (probabilmente!) in parte al romanzo di Clive Barker "Cabal" (del quale nello stesso anno verrà girata la trasposizione cinematografica!) e (ri)utilizzando sequenze dei suoi ultimi film (e qualche insert dai backstage!) Fulci tenta la via sperimentale per raccontare quali potrebbero essere le ossessioni di un intellettuale che ha spesso a che fare con immagini di violenza che finiscono per ossessionarlo. Girato cucendo assieme maestria e rozzezza infila anche scene ironiche ma banali (il finale sulla barca con motivetto comico) per creare un interessante HELZAPOPPIN della follia artistica. Eccellente gioco intellettuale!!!

Serie Z pura, film estremamente brutto esteticamente e rozzo tecnicamente, ma a differenza degli analoghi americani (vedi gran parte della produzione Troma) assolutamente intelligente, sopra le righe, non gratuito e con numerose intuizioni geniali.
Lucio Fulci protagonista (dimostrandosi un discreto attore, purtroppo l’unico nel film) mette in gioco la sua persona, le sue ossessioni, la sua malattia (nella realtà colpito da un’epatite virale) ed il suo cinema (tutti gli spezzoni di scene horror mostrati provengono realmente da suoi lavori minori, all’epoca inediti) con grande abilità ed autoironia, riuscendo a fare di un film all’apparenza bruttissimo un lavoro capace di una riflessione profonda e abbastanza complessa sul ruolo del regista, i gusti del pubblico e i percorsi del cinema di genere (horror nel caso specifico).

Se siete deboli di stomaco, Un gatto nel cervello non è certo il film che fa per voi. La pellicola è infatti un campionario splatter, un concentrato di scene truculente che non risparmiano alcun orrore: corpi fatti a pezzi con la motosega, bambini decapitati, cadaveri in putrefazione con tanto di vermi, arti che saltano via a suon di accettate; e ancora: orge depravate, sesso e sadismo, necrofilia. Insomma, Un gatto nel cervello è un film perverso e morboso, oltreché un gioiellino gore tutto italiano. Si può dire infatti che sia uno dei pochi film italiani (e non) in cui le sequenze splatter non rappresentano un di più, ma costituiscono l’ossatura della pellicola: non si tratta di un thriller, né di un horror in senso stretto, ma di una pellicola “gustosamente” gore.
Un gatto nel cervello è certamente un film innovativo, e ciò si vede innanzitutto da come Fulci ne imposta la trama. E’ egli stesso, infatti, il protagonista del film, un regista ossessionato da visioni orripilanti e spaventose, preso di mira da uno psicopatico assassino. E’grazie a quest’impronta (già di per sé originale) che Fulci può inserire nella pellicola un elemento pressoché estraneo al cinema horror-splatter: l’autoironia. Il regista romano non solo sceglie se stesso come preda di turbe psichiche, non solo fa di sé la vittima ideale per un crudele assassino, ma infarcisce il film di momenti risibili, faceti, che controbilanciano la violenza efferata presente nella gran parte delle sequenze. Inoltre, le visioni terrificanti a cui è soggetto il regista non sono altro che scene di altri suoi film (Il fantasma di Sodoma, Quando Alice ruppe lo specchio) o di pellicole da lui presentate (Bloody Psycho – Lo specchio, Non aver paura della zia Marta): tutto ciò però non vuol essere assolutamente un’autocelebrazione; al contrario, Fulci ironizza sulla sua opera, facendo dei suoi film, che lo hanno reso immortale, il suo incubo peggiore: più autoironico di così si muore!...