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sabato 24 dicembre 2022

Taraneh Alidoosti in prigione

 


…Il regista Asghar Farhadi si è esposto sui social lanciando un appello per la liberazione dell'attrice iraniana Taraneh Alidoosti, arrestata qualche giorno fa a causa del suo sostegno alle proteste nel Paese contro il regime guidato dall'Āyatollāh Ali Khamenei. Farhadi ha scritto un lungo messaggio con una foto dell'attrice.

"Ho lavorato con Taraneh in quattro film, ora lei è in prigione per il giusto sostegno che ha dato ai suoi connazionali e per l'opposizione alle ingiuste sentenze. Se sostenere chi protesta è un crimine, allora decine di milioni di iraniani sono criminali" ha scritto Farhadi. Taraneh Alidoosti è stata arrestata lo scorso 17 dicembre…

Alidoosti boicottò la cerimonia di premiazione per protesta contro le politiche di immigrazione sancite all'epoca dal presidente americano Donald Trump nei confronti delle persone provenienti dai Paesi a maggioranza islamica.

da qui

 


domenica 11 novembre 2018

Tutti lo sanno - Asghar Farhadi

ispirandosi a una novella inedita di Grazia Deledda, Asghar Farhadi gira il suo film a Torrelaguna, ambientandola in Spagna.
non si sfugge al passato, che non se ne vuole andare.
Paco (Javier Bardem), figlio di contadini, aveva comprato un grande lotto di terreno, insieme a un socio, venduto da Laura, la figlia del padrone.
in occasione di un matrimonio, dove tutti sono felici e contenti arriva un colpo di scena, Irene, la nipote della sposa, è stata rapita.
rapimento anomalo, sembra fatto in casa, e, come sempre accade, qualcuno sa.
interpreti bravissimi, nelle mani di un regista di serie A.
da non perdere - Ismaele  






Asghar Farhadi vuelve a mostrar su saber hacer con una historia que ahonda en una trama capaz de dinamitar relaciones y vidas. Con un guión cargado de detalles, el cineasta iraní invita al espectador a participar en esta gran película de suspense y a atar cabos con la esperanza de encontrar el culpable antes de que lo hagan los protagonistas. Difícilmente lo conseguirá, pero intentarlo habrá merecido la pena.

donde Todos lo saben no funciona es en su trama criminal. Una cosa es que a Farhadi no le interese centrarse en ella y otra que la resuelva de forma tan simple y torpe. Simple porque acaba recurriendo a un personaje cuya única función parece ser analizar la situación y explicar las siguiente líneas de actuación, tanto a los personajes, como a los espectadores. Y torpe, por la forzada integración de la resolución de la trama criminal en el resto de la película. En ocasiones anteriores como en A propósito de Elly fue capaz de resolverlo de forma mucho más brillante.

Il gioiello drammaturgico di Farhadi, infatti, ha il difetto di essere quasi perfetto e soprattutto perfettamente incalzante: il gusto per un succedere senza pause dell’azione narrativa va tutto a discapito della creazione di momenti cinematograficamente forti, che restino impressi. Le più di due ore al cinema sono così godibili che potrebbero continuare senza problemi; ma cosa ci resterà se non l’effervescenza della festa di matrimonio in apertura, riuscita grazie a una straordinaria cura dei dettagli? Forse è più facile e conveniente lodare Todos lo saben per essere una raffinatissima opera di intrattenimento che protestare per un lavoro cinematografico tecnicamente impeccabile ma senza una vera personalità.

le scénario n’est pas exempt de maladresses, à l’image de ce personnage d’ancien policier, ami de la famille, qui vient apporter son aide face à la nécessité de ne pas alerter la gendarmerie. Et si Asghar Farhadi reste un conteur talentueux, il semble se mouler ici dans les conventions d’un certain cinéma international « de qualité », qui gagne en efficacité et en maîtrise technique ce qu’il perd en singularité. Les acteurs en revanche sont impeccables, et Javier Bardem tout comme Penélope Cruz sont de sérieux prétendants au prix d’interprétation cannois, bien qu’ils l’aient déjà obtenu, lui avec Biutiful et elle avec Volver. Des partenaires talentueux comme Ricardo Darín ou Bárbara Lennie complètent un casting impeccable. Ne serait-ce que pour les comédiens, et une facture d’ensemble qui reste honorable, Everybody Knows mérite l’attention.

lunedì 9 gennaio 2017

Il cliente – Asghar Fahradi

Asghar Fahradi è uno che fa capolavori o film bellissimi, e quindi si perde molto chi fa le classifiche e guarda i film facendo confronti.
la storia parte lenta e poi diventa un gioco a incastri senza possibilità di fuga, per chi vede il film.
qualcuno penserà che la storia sia irreale, si ricordi che siamo a Teheran, e non a Parigi.
ma anche a Teheran il motore della vendetta è sempre in moto, come dappertutto, solo che qui gli esiti sono imprevedibili.
e cosa succederà, dopo, a Emad e Rana, nel grande teatro della vita, non lo sapremo mai.
da non perdere - Ismaele







Siamo a Teheran. Un uomo, che non è suo marito, è entrato nella casa di Rana e l’ha vista nuda mentre si faceva la doccia. Magari è successa anche qualche altra cosa, ma non lo sappiamo perché lei è svenuta e non ricorda. Il marito, Emad, è disperato e indaga su chi possa essere stato. Rana perde qualsiasi allegria che aveva dimostrato fino a lì. E ci si prepara alla vendetta…

La narrazione di Farhadi ha fascino e sentimento; riesce a trattare questioni profondamente umane con una sobrietà formale e con un’intelligenza lucidissima che lascia senza fiato.
Interpretato con un senso di straziante autenticità, questo gioiello di Farhadi è un congegno impeccabile, che mantiene lo spettatore sul filo tagliente della suspense, dove in gioco ci sono la vendetta contro la morale e l’orgoglio contro l’amore.
Come nei film precedenti di Farhadi, la casa e la città occupano un posto fondamentale all’interno delle storie che racconta.
Il Cliente è una tragedia dentro la tragedia…

Come sempre in Farhadi, un fatto innesca un effetto valanga, per cui niente e nessuno sarà più come prima, tutti son costretti a nascondere qualcosa di sé, e tutto rischia di crollare. Come il palazzo dell’inizio. Si resta ammirati, esattamente come in Una separazione, di fronte all’escalation delle rivelazioni e dei colpi di scena, e di come la realtà e le stesse persone cambino velocissimamente sotto ai nostri occhi mostrando ambiguità insospettabili. Il solito gioco à la Farhadi della dissimulazione, della doppiezza, dell’inganno, del depistaggio. Gioco condotto ancora una volta con maestria assoluta…

Appena da spettatori si entra all’interno del meccanismo generale della rivalsa, dell’indagine, della cura, l’empatia con i personaggi si fa assoluta, ma non tutto è prevedibile. Le linee di sceneggiatura creano infatti almeno due grandi fazioni ed è assolutamente soggettivo parteggiare per una o per l’altra alla fine della rappresentazione. Chi si sente dalla parte di Emad, sente crescere per tutto il film un senso di rabbia, di violenza, di rivalsa, chi è più vicino alla sensibilità di Rana è invece più propenso a perdonare, a restaurare una situazione già drammatica di suo, senza renderla ancor più dolorosa. L’unica certezza è che la ritorsione, il regolamento di conti, è un automatismo animalesco, un procedimento che annega nella colpa anche chi è sempre stato dalla parte della ragione, generando nuovi colpevoli. Per rinascere davvero e andare incontro alla redenzione, sia a livello umano che politico, tocca guardare oltre, diventare esseri umani e porgere l’altra guancia. Anche se questa è già martoriata.

Il cliente riesce miracolosamente a parlarci sia della possibile ambiguità di chi ha il compito di mettere in scena un mondo, sia di quello stesso mondo, di una società come quella iraniana in rapido mutamento dove non vi è più spazio per i ‘salesman’, per chi prova a vivere alla giornata, per le incarnazioni del neorealismo italiano e iraniano. E in un accesso di odio di classe, Amed guarda con disprezzo i miseri palazzi che ha di fronte e impreca: “Bisognerebbe buttare giù tutto e ricostruire”. “L’hanno già fatto e guarda cosa ne è venuto fuori”, gli risponde saggiamente un amico. Ecco, siamo sempre al discorso dello sviluppo senza progresso, dei paraventi e degli ostacoli che una società avanzata ci mette davanti agli occhi per nascondere il suo potere e il suo falso benessere. Farhadi ha trovato il modo per raccontare tutto ciò e questa sua condizione lo pone in una rosa ristrettissima di cineasti contemporanei, tra cui va annoverato senz’altro anche Jia Zhangke, capaci di raccontare il presente e le sue mistificanti contraddizioni.

domenica 24 novembre 2013

Il passato – Asgar Farhadi

anche qui una separazione, anzi, più d'una.
Asgar Farhadi è un regista dei rapporti umani, e raccontare unioni felici sarebbe davvero noioso, per lui e per noi.
così ci caliamo in una storia con una scrittura che ti cattura nella sua ragnatela, aggiungendo sempre più elementi fino all'ultimo minuto.
bravi tutti, e molto, ancora di più Tahar Rahim (già protagonista ne "Il profeta", di Audiard), che all'inizio sembra il meno "affidabile", ma, come negli altri film di Asgar Farhadi, nessuno ha la verità, tutti hanno la loro, nessuno è perfetto, tutti sono imperfetti, nessuno è bianco o nero, tutti hanno qualcosa da nascondere, o meglio, nessuno può dire tutto, di sicuro non subito, è un processo laborioso quello di far uscire il nascosto, almeno di una parte di quello che ci portiamo dentro, e vogliamo credere sia giusto o vero, anche se non lo è.
Ahmad, arrivato a Parigi per una firma, con la sua ingenuità, o il suo ardire, ha il ruolo di iniziare a rendere palese qualche verità, e poi ognuno è costretto, o si costringe, a fare i conti con i pesi che si porta dentro.
un film da non perdere - Ismaele 




Bérénice Bejo, la spigliata starlet di The Artist, qui si fa carico di un personaggio complesso e pieno di ambiguità fino alla sgradevolezza e lo fa con una maturità che non ci si aspettava. In corsa per il premio come migliore attrice. Gli altri sono perfetti (Farhadi è anche un eccellente direttore di attori): Ali Mosaffa è Ahmad, Tahar Rahim è un Samir inafferrabile, sfuggente, forse il personaggio più stratificato del film...

La trama, di per sè complicatissima, va ad arricchire una sceneggiatura minuziosa e particolare. Farhadi si allontana dalla terra natia approdando in Francia, proprio come  Ahmad, e firma un'opera delicata, con una regia impeccabile (che fa dimenticare qualche trascurabile sbalzo ritmico della seconda metà) ed una grandiosa direzione degli attori, in particolare dei bambini. Un thriller emozionale che lascia stupiti per la caratterizzazione poetica ed autoriale, messa ancor di più in risalto da tre splendidi attori, la cui interpretazione è deturpata da un pessimo doppiaggio italiano…

…In questo film apparentemente semplice, dunque, nulla accade senza conseguenze davanti allo sguardo di un regista che sa trovare i tempi perfetti, dilatandone gli effetti, ma restando sempre ad un passo dal limite. Teoria delle scatole cinesi che nascondono misteri pronti ad infiammarsi, ma raggelando il melodramma sempre pronto ad esplodere, eppure contenuto, anzi, costretto dentro la forzata pacatezza di cui Ahmad si fa segno anche filmico...

Sul piano prettamente registico curiosamente l'autore, esattamente come in "Una separazione", riserva le sequenze di maggiore impatto all'incipit e all'epilogo: da un lato l'arrivo in aeroporto di Ahmad e il non dialogo con Marie attraverso un vetro, emblema dell'incomunicabilità tra i due ex coniugi, dall'altra un piano-sequenza finale dal sapore dreyeriano (meglio non rivelare di più). In mezzo, Farhadi si affida al découpage classico, ma evita il rischio soap opera grazie all'eccellente direzione degli attori - magistrale quella dei bambini - e a un impiego delle musiche sottilissimo, quasi impercettibile…
da qui

lunedì 13 maggio 2013

Chaharshanbe-soori (Fireworks Wednesday) - Asghar Farhadi

qualche anno prima di "Una separazione", qui ci sono le stesse tematiche.
grande cinema, con una tensione, in certi momenti, quasi insopportabile.
attori davvero bravi, è un film da vedere senza se e senza ma - Ismaele



This intimate, powerful little film focuses on the rarely considered personal lives of average, middle class Iranian citizens. The class and gender-related tensions at the heart of the story reveal much about the strictures of modern Iranian culture, but director Farhadi’s humanist viewpoint and his actors’ vivid characterizations also make this tale feel achingly familiar and borderless. As events come to a head, the family’s highly combustible conflict ironically mirrors the climactic explosion of holiday chaos outside. Though as a result of this traumatic experience Rouhi must consider her own future in a more sober light, we sense this may be a blessing in disguise. Don’t miss this fascinating, penetrating entry, which adds up to a lot more substance than flash.

Farhadi pose la question du couple dans son ensemble car, outre celui de Mozhde qui bât de l'aile, on entre dans le film avec un couple de jeunes qui sont tout juste fiancés. Ils sont heureux, souriants à la vie et confiants pour leur avenir. Le bonheur se lit sur leurs visages. Enfin, le film se termine sur l'image d'un homme séparé de sa femme. Il dort dans sa voiture en attendant que leur fille ait passé le jour de l'an chez sa mère. Voyez comme on est loin des problématiques de relations sociales et de l'emprise de la société sur l'individu. C'est la cellule familiale qui est interrogée, dans son intimité. Comme elle pourrait l'être aussi bien en Iran qu'au Japon ou en France. Il est juste question de relation entre un homme et une femme…

The film is great on atmosphere (the noisy and crowded street scenes with merrymakers are contrasted with the sullen couple battling alone in their spacious luxury apartment), keeping things real and is intelligently told from more or less a woman's point of view…

Chaharshanbe Suri (Fireworks Wednesday, 2006) is an Iranian domestic drama directed byAsghar Farhadi that outlines the strains and emotional agonies of an urban couple in the course of a single day. It won the prize for best feature at the 42nd Chicago Film Festival in 2006. The title refers to the evening before the last Wednesday of the Iranian year, which traditionally sets off the Iranian New Year (“Nowrouz”) festivities that last for a few weeks. The activities on this night are part of the traditional Persian culture and predate the advent of Islam by at least two thousand years. Every year on that evening, Iranians set up fires on the streets all over the city, with boys eager to leap over them for the traditional good luck that it may bring. It is an evening full of brightly lit fires and firecrackers that boys tend to look forward to, and so it might compare a bit to the American Halloween…

Farhadi expertly uses the space of the apartment building, as well as the passing time of the long day. When it gets dark, the "Fireworks Wednesday" celebration begins (basically New Year's Eve), which verges on a violent outburst. Morteza drives Rouhi home through what looks like a battlefield of fires, explosions and unruly crowds. When Rouhi returns to her husband, her fresh, unalloyed love may have been tainted by a bit of reality, or it may be stronger than ever.

Un matrimonio in crisi. Un piccolo giallo domestico, intorno ad un numero di telefono. E una cameriera che rimane coinvolta, suo malgrado, nei problemi di coppia dei suoi datori di lavoro. Sembra un’anticipazione di Nader e Simin, una separazione. Una storia che viene dall’Iran dei giorni nostri, ma che per un attimo dimentica il mondo esterno, con i grandi temi della politica e della religione, per concentrarsi sui drammi che riguardano direttamente i sentimenti, e che parlano il linguaggio universale della rabbia, della gelosia, del dolore per un tradimento che non si vuole ammettere, e per un amore che finisce, o magari non c’è mai stato…
da qui


il film inizia così:



un’intervista con Asghar Farhadi:



sabato 27 aprile 2013

Shah-re ziba - Asghar Farhadi


è davvero sorprendente su quanto buon cinema esista in giro per il mondo e quanto poco se ne sappia, o almeno quanto poco ne arrivi nelle nostre sale.
cercate questo film, del grande regista Asghar Farhadi (quello di "Una separazione"), un film pieno di umanità, con attori bravi (una su tutti Taraneh Alidoosti, che interprerà Elly cinque anni dopo), e una storia che non si dimentica - Ismaele

PS: mi sembra perfetto, in questo caso, un pensiero di Ludwig Hohl: "il centro non è il luogo del rinnovamento creativo, che avviene invece, spesso incompreso o deriso, ai margini; il centro è un luogo abitudinario, inerte, arrogante, pago di sé; nell'ombra dei margini, al contrario, un segno sottile, una tensione impercettibile, un’apparizione…, là, dove secondo l’opinione comune, si possono dar da fare solo gli specialisti “inesperti”, quelli usciti dall'orbita."




Une belle découverte, des comédiens au firmament dont Taraneh Alidoosti au début de sa carrière et que Farhadi mettra en scène dans « Shirin » et surtout « À propos d’Elly ». Entre quelques traits d’humour et certains moments dramatiques, entre conte et film de société, Farhadi surprend à nouveau dans l’analyse des dilemmes qui peuvent nous bouffer la vie. Implacable.

Le drame est posé et une course contre la montre s’engage. Cependant Asghar Farhadi préfère jouer de patience et construire des liens affectifs autour de la tragédie. Voilà donc que se noue une tendre amitié entre le bon samaritain et la sœur du condamné. De même, les tentatives pour amadouer un patriarche en colère se parent d’une tonalité ludique. On se surprend à sourire alors même qu’on nous parle de suicide, de peine de mort ou de handicap. Pourtant, le cinéaste ne masque jamais ce qui ronge la société iranienne : l’intolérance, une justice islamique corrompue et la violence envers les femmes. Dans une conversation ubuesque, on apprend que le père de la victime doit payer le « prix du sang » pour faire condamner le meurtrier de sa fille. Et la somme est conséquente puisqu’un homme a financièrement plus de valeur qu’une femme…

Afin d'éviter la mort d'un être cher, on en vient à détruire les sentiments personnels et intimes les plus profonds, la moindre des libertés, celle d'aimer. Dès lors, rien d'étonnant à ce qu'un personnage qui avait semblé plein d'attention et de sensibilité, un éducateur dans une prison pour jeunes, conciliant et compréhensif, en vienne à tirer les conclusions les plus rétrogrades de cette histoire écœurante : le sacrifice est la solution inéluctable.
Comme dans "Une séparation", la société semble rivetée, emmurée dans un ensemble de brutalités permanentes auxquelles il est difficile d'échapper. Pour les femmes, nulle possibilité d'éviter quoique ce soit : une vie de femme vaut la moitié de celle d'un homme, cela met la barre très bas par conséquent.
Étouffant, le scénario ne nous épargne pas grand chose. A chaque moment où les personnages croient sortir la tête de l'eau, un évènement vient la leur remettre dans le seau. Cette impuissance est soulignée par la force de conviction de Al'a (Babak Ansari) qu'il parvient à insuffler à Firoozeh (Taraneh Alidoosti). Cette ténacité, cette abnégation constamment éreintées par les circonstances contraires incitent à classer ce film parmi les films noirs modernes. En effet, rien n'est épargné à ces deux héros en quête de survie. A chaque étapes que l'on croit décisive vers la réussite, la laborieuse construction s'écroule, jusqu'à cette voie sans issue qu'il semble impossible d'éviter…

giovedì 12 luglio 2012

About Elly - Asghar Farhadi

non ti stacchi da questa storia, Asghar Farhadi riesce ad avvincere raccontando storie apparentemente semplici, con una sceneggiatura ad orologeria.
eccezionali gli attori, compresi i bambini.
"Una separazione" nasce dalla stessa mano, si vede subito.
cercatelo e guardatelo tutti :) - Ismaele



C’è qualcosa che si muove oltre l’apparenza, come un’ombra che aleggia dietro ciascuno di noi e rimane, fluttuante, anche se priva della nostra presenza.
Asghar Farhadi costruisce il suo film su un’assenza ma, al tempo stesso, invece di “sottrarre”, aggiunge, inquadratura dopo inquadratura, una serie dei elementi/indizi che fanno di About Elly (Orso d’Argento per la Miglior Regia al Festival di Berlino) un’opera composita in cui convergono il dramma e il noir, la commedia umana e l’analisi sociale…

È davvero raro trovare ai festival (perché il mercato italiano non ne recepisce nessuno) un film iraniano che esca dagli stereotipi consolidati e legati a due location pressoché inevitabili: Teheran oppure i villaggi in cui regnano povertà e desolazione. In questo caso si è di fronte a una fortunata e assolutamente riuscita eccezione. Lo stile di ripresa è dinamico e ricco di sottolineature non didascaliche ma ciò che più conta è la descrizione di una fascia generazionale decisamente differente rispetto all'immagine che i media ci offrono dell'Iran. Sono trentenni che hanno una loro solidità economica e che apparentemente differiscono dai loro coetanei occidentali solo per il fatto che le donne indossano il chador pur mostrandosi colte ed emancipate. 
Emancipate? Qui si inserisce la critica sociale di Fahradi. Perché, come accade ovunque, il gioco di cercare di far incontrare un lui e una lei che potrebbero essere reciprocamente disponibili non può che intrigare gli amici. Ma le regole rigide dell'onore e di una moralità dettata dalla fede religiosa non possono essere violate. Così come non è possibile l'esercizio della sincerità. Un regime teocratico, per quanto non possa impedire che la modernità si insinui nei varchi che riesce faticosamente ad aprire, impone l'obbligo della menzogna. Ciò che appare non è ciò che è e chi ne è a conoscenza tace per evitare catastrofi che, invece, si configurano come inevitabili. 
Fahradi riesce a trasformare un tranquillo weekend in un weekend di paura facendo assurgere la vicenda a metafora di una condizione esistenziale dominata dal potere del retaggio di tradizioni ancestrali che reclamano le loro vittime. L'immagine che chiude il film sintetizza abilmente la difficoltà di un processo che richiederà ancora sforzi considerevoli.

…La frase in tedesco: “Meglio una fine dolorosa, che un dolore senza fine“, è qualcosa che ti rimane dentro, come una rivelazione, ed anche l’idea che “non si dovrebbe mai costruire la propria felicità sull’infelicità degli altri“, con tutta l’enorme portata etica, politica, religiosa, persino, che questa riflessione implica, è una cosa che non mi ha più abbandonato per tutto il resto della serata.
Bravissimi e convincenti tutti gli attori, tra i quali non posso esimermi dal citare la straordinaria interpretazione di Golshiften Farahani, nel complesso ruolo di Sepideh, bellissima ed intensissima.

La regia è perfetta nel caricare la tensione (camera a mano, inquadrature concitate) quando serve, cambiare atmosfera e registro, e nello spezzare i momenti dei dialoghi, coordinando un cast di attori perfetti e credibili dal primo all'ultimo, dove ogni gesto, tono di voce e sguardo sfiorano implacabilmente un realismo palpabile. La sceneggiatura è attentamente costruita con piccoli colpi di scena quasi silenziosi, discreti, e che compongono l'intero quadro di una vicenda tutto sommato semplice, a conti fatti quasi banale, decisamente tragica. Nessun strepitoso coup de théâtre, dunque, ma la rivelazione della verità per piccoli tratti, in un ansioso crescendo drammatico di fatti innocui, e l'accumularsi della tensione tra i diversi protagonisti. La biasimata prima parte costituisce allora, alla luce del resto, le fondamenta essenziali allo svilupparsi della vicenda, e l'apparente mancanza di caratterizzazione dei personaggi trova la sua ragione d'essere nella reazione del gruppo intero, mai omogeneo, sempre in contrasto. Tutto ruota attorno ad Elly, a supposizioni, illazioni, speculazioni, giudizi e verdetti su di lei e la sua scomparsa: tutto ruota a attorno ad un personaggio che non c'è…

martedì 14 febbraio 2012

Una Separazione - Asghar Farhadi

un film che ti lascia senza appigli, qui non ci sono buoni e cattivi, chi ha ragione e chi ha torto.
non ci sono vincitori e vinti, in un mondo senza sorrisi.
è un mondo tenuto in piedi da esseri fragili, che sbagliano e ne sono turbati, un mondo che verrà salvato dalle ragazzine, che tutto vedono e capiscono, e vorresti sapere cosa pensano, ma non lo saprai mai.
nel film sembra non succeda molto, ma succede tutto.
e non ti stacchi fino alla fine, senza annoiarti un secondo - Ismaele




Fahradi sceglie di posizionare la mdp in mezzo, nel cuore della frattura. Cambia continuamente il punto di vista sulla verità. Aderisce alla prospettiva di ogni personaggio, mettendone a nudo umanità, fragilità, bassezze. Addensa il piano: di parole, gesti, sguardi terribili. Lascia lievitare il reale, esplodere le metafore. Il quotidiano viene smosso, i fatti intensificati, drammatizzati, infine rimossi.
Il film è un mulinello emozionale veloce, implacabile. La sua ruota dentata è l’Iran che gira, afferra, dilania. Freneticamente immobile. Dentro il vortice di un impasse.

…Però questo film è tanto più interessante, quanto meno è politico o di denuncia. «Non mi piacciono i film manifesto, perché nascondono una dittatura interna. Viceversa, più si è vicini alla realtà, più si è politici» ha dichiarato Farhadi. Ed essere vicini alla realtà vuol dire non essere semplicistici, non dividere il mondo in buoni e cattivi, non schierarsi nettamente da una parte o dall’altra della ragione. Perché la ragione non è una, ma tante. In un certo senso Una separazione è una commedia pirandelliana. Ha ragione Simin a rischiare la separazione pur di allontanarsi dalla patria, cogliendo un’occasione irripetibile di offrire alla figlia un futuro diverso; ha ragione Nader che non vuole abbandonare in mani estranee il padre demente; ha ragione (anche se è dura per noi accettarlo) la badante Razieh a non pulire il sedere del vecchio finché un’autorità religiosa non le garantisce che non commette peccato; ha ragione Termeh che non riesce a prendere partito fra le volontà contrapposte di papà e mamma…
Chi ha torto allora? Ha torto il violento, il mentitore, il marito di Razieh, disposto a farsi beffe della religione sbandierata a ogni piè sospinto, quando gli impedisce di ottenere, in un processo, i soldi di un risarcimento che non gli spetta. E ha torto lo stesso Nader, che costringe sottilmente la figlia a mentire, per uscire pulito dallo stesso processo. Eppure. Eppure sono «torti» comprensibili, giustificabili umanamente. Nemmeno è un caso che i manipolatori siano due maschi. Due maschi, però, che si piegheranno di fronte all’incorruttibilità delle mogli e alla grazia misteriosa di una ragazza che, nel bel finale sospeso, ha in mano il bandolo della vita propria e dei genitori.

In Una separazione c’è, infatti, una finzione densa di realtà che tradisce un meccanismo per il quale la seconda si confonde nella prima. E così gli attori sembrano interpretare persone più che verosimili e l’intero contesto sembra corrispondere al più meticoloso identikit della società iraniana, carica di costrizioni e contraddizioni. Dunque, senza mai tradire una sola denuncia esplicita, il film si trincera dietro l’infallibilità della ricostruzione di una situazione possibile: le sequenze sono scandite da porte aperte o chiuse, da scorci di stanze o da finestre in cui spesso appare un terzo personaggio che ascolta in silenzio due dialoganti e funge da alter ego dello spettatore…

Sin dalle prime inquadrature si percepisce che Una separazione è uno di quei rarissimi “miracoli” del cinema, capaci ancora di sconvolgere le nostre menti intorpidite e consegnarle ad un livello di raffinata semplicità, che nella claustrofobia delle mura domestiche è abile nell’aprirsi a temi politici, sociali e religiosi, senza mai correre il rischio di essere banale…

Quello che lascia a bocca aperta è l’abilità con cui Farhadi costruisce la sua vicenda, aumentando man mano la tensione e il senso di minaccia, accumulando dettagli apparentemente insignificanti che però scopriremo poi si salderanno in una gabbia da cui i protagonisti non potranno scappare. Sembra l’applicazione drammaturgica della teoria delle catastrofi (e del caos), secondo cui anche un microevento può per un effetto a catena produrre mutamenti radicali. Tutto incomincia a complicarsi maledettamente quando il povero Nader, tornando in anticipo dal lavoro, trova il padre legato e agonizzante…

Certo c'è il quesito iniziale non di poco conto: per un minore è meglio cogliere l'opportunità dell'espatrio oppure restare in patria, soprattutto se femmina? Perchè le protagoniste positive finiscono con l'essere le due donne. Entrambe con i loro conflitti interiori, con il peso di una condizione femminile in una società maschilista e teocratica ma anche con il loro continuo far ricorso alla razionalità per far fronte alle difficoltà di ogni giorno. Agghiacciante nella sua apparente comicità agli occhi di un occidentale è la telefonata che la badante fa all'ufficio preposto ai comportamenti conformi alla religione per sapere se possa o meno cambiare i pantaloni del pigiama al vecchio ottantenne che si è orinato addosso. Sul fronte opposto della barricata finiscono per trovarsi gli uomini che, o sono obnubilati dalla malattia oppure finiscono con l'aggrapparsi a preconcetti che impediscono loro di percepire la realtà in modo lucido. Ciò che va oltre alla realtà iraniana è l'eterno conflitto sulla responsabilità individuale nei confronti di chi ci circonda. Ognuno dei personaggi vi viene messo di fronte e deve scegliere. Sotto lo sguardo protetto dalle lenti di una ragazzina…