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venerdì 7 agosto 2026

Ultima notte a Soho – Edgar Wright

la pericolosa swinging Londra degli anni '60 è un postaccio per una giovane donna che non ci sta a fare la puttana dei ricchi.

Eloise (interpretata da Thomasin McKenzie), una ragazzina di campagna che va a Londra a studiare in un corso di moda, comincia a "vedere" Sandy (interpretata da Anya Taylor-Joy), una ragazza vissuta un po' di anni prima a Londra, alle prese con la violenza di quei tempi e di sempre, difficile essere una ragazza, allora e oggi.

sono bravissime Anya Taylor-Joy e Thomasin McKenzie, da sole reggono il film.

buona (londoniana) visione - Ismaele

ps: Ultima notte a Soho mi ha ricordato un altro bel film inglese, Una donna promettente.


 

QUI si può vedere il film, su Raiplay

 

 

La presenza di Londra in Last night in Soho è così potente che sembra il suo stesso protagonista. Non è semplicemente uno sfondo statico ma diventa sempre più dinamico, all’inizio accogliente, poi con il rovescio della medaglia diventa un luogo più minaccioso e tormentato dai fantasmi del passatoI sogni che hanno reso grande questa città ma anche gli incubi che si passano di generazione in generazione. Le paure e le debolezze intrinseche di Eloise (e di Sandie) vengono a depredarla sotto forma di una fantasia magnetica, come un’energia vibrante che è la città stessa.

Un mistero che diventa una ghost story e che proprio in quella dimensione, fra viaggi temporali nella mente e specchi rotti, trova un senso così radicato che non ha bisogno di essere didascalico. In senso figurato Wright mete in scena il modo in cui il passato continua a soffocare e tormentare il presente, non attraverso zombi alla Romero (anche se…) ma con i vivi, sia coloro che vanno avanti ignorando i principi legati ad una tradizione passata, sia coloro che sono cresciuti interiorizzando una logica retrograda. Lo scenario perfetto diventa quel pub fatiscente dove Eloise va a lavorare, in una scena d’isteria dove si confronta con un anziano e misterioso signore che sta servendo.

da qui

 

Se già Baby Driver si presentava come un ibrido, spartiacque tra un discorso autoriale ben definito e riconoscibile, con Ultima notte a Soho Wright si discosta completamente dalla sua visione precedente per creare qualcosa di nuovo. Deostruisce il proprio mondo, uscendo dalla sua comfort zone per rinascere di nuovo. Spogliandosi di quell’aspetto parodico con cui omaggiare, ribaltandoli, i film che lo hanno segnato, cresciuto, modellato, e che tanto caratterizza la propria visione dell’opera, Wright ricerca adesso la pura citazione e su quella costruire un discorso maturo, serio, di angoscia e attesa. Un gioco all’omaggio che in Last Night in Soho non preclude l’apprezzamento completo del film anche per coloro che non riescono a cogliere ogni riferimento cinefilo, permettendo loro di entrare nei meandri di una mente rotta, a pezzi, come uno specchio frantumato.

Per un’opera incentrata sui gap mentali, passaggi tra passato e presente, allucinazioni, ghost story che incontrano l’horror più puro, non c’è spazio per un umorismo dilagante, inquadrature strette, zoom, o movimenti di macchina improvvisi. Tutto è disteso, allungato, come un braccio pronto a sferrare una coltellata mortale, così da insinuare nello spettatore quel giusto senso di angoscia e suspense tale da scaraventarlo in una ragnatela di misteri, dubbi, paure…

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Soprattutto nella prima parte (la più riuscita), Ultima notte a Soho ci propone sequenze di straordinario impatto visivo ed emotivo, a partire dalla sontuosa entrata in scena di Anya Taylor-Joy, perfettamente a suo agio nei panni di una talentuosa cantante smaniosa di diventare diva. In un tripudio di luci al neon e colori accesi, che virano sempre più verso tonalità dark, assistiamo a un continuo andirivieni fra presente e passato insieme alla donna che visse due vite Eloise, che per carattere e personalità è esattamente agli antipodi della sfacciata e ambiziosa Sandy.

Il cinema di Edgar Wright non può però prescindere dal genere. Proprio quando ci sentiamo a nostro agio in una sorta di C’era una volta a… Hollywood in salsa londinese, Ultima notte a Soho sterza bruscamente, dirigendosi prima verso la paranoia alla base del cinema di Roman Polanski (non a caso, Repulsione è insieme a A Venezia… un dicembre rosso shocking una fonte di ispirazione dichiarata dallo stesso regista) ed entrando poi in un vero e proprio horror di stampo argentiano. Anche se Wright si destreggia con mano sapiente anche attraverso questi registri, piegandoli alla sua idea di cinema e narrazione, Ultima notte a Soho si adagia progressivamente in atmosfere più rodate e convenzionali, disperdendo parte dell’energia che aveva animato la prima parte del racconto.

Ci troviamo così di fronte a un thriller con forti agganci al contemporaneo che strizza l’occhio alla ghost story, ma meno imprevedibile di quanto si possa immaginare e sperare. Con il passare dei minuti, si depotenzia inoltre una delle chiavi emotivamente più forti dell’intreccio, cioè il viaggio dalla provincia britannica alla metropoli, che ha animato buona parte del cinema di Wright ed è parte del suo stesso percorso personale…

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In questo horror citazionista, che riprende apertamente il Roeg di A venezia… un dicembre rosso schocking e il Polanski di Repulsione (sotto stessa ammissione del regista) e meno apertamente (anche se è chiaro) Dario Argento, Mario Bava, Alfred Hitchcock e David Lynch, convivono due temporalità che corrono parallele e che si intrecciano nella mente di Eloise. Quella degli anni sessanta, dove Sandie (Anya Taylor-Joy) è una cantante che cerca notorietà al Cafè de Paris e che viene costretta dal manager Jack a prostituirsi, e quella del tempo presente in cui Eloise è una ragazza la cui madre si è suicidata anni addietro e che riesce ancora a vedere attraverso gli specchi. Eloise si trasferisce a Londra per studiare moda ma, perseguitata dalle sue colleghe e coinquiline decide di cambiare casa, finendo col farsi ospitare da un’anziana signora. Dalla prima notte spesa nella nuova casa la ragazza inizia però a sognare la vita di Sandie, a provare le sue emozioni, entrando con lei in un rapporto simbiotico sempre più stretto che la porta a indagare sul suo omicidio. Ultima notte a Soho La scorsa notte a Soho, quindi? Probabilmente tutte e due perché il montaggio alterna temporalità con strutture differenti (fluide, ritmate le sequenze negli anni sessanta, più statiche quelle nel contemporaneo) e soprattutto perché la vera natura di Eloise è quella del cinema tout court, la macchina che il tempo lo plasma, il rifugio dal reale. Eloise è sia spettatrice della vita di Sandie che schermo e proiettore per il pubblico in sala e se con Sandie si muove, se la imita nelle diverse scene in cui Thomasin McKenzie e Anya Taylor-Joy hanno dovuto coordinare movimenti e postura come in uno specchio, se la assimila vivendo situazioni parallele ma non identiche alle sue (Eloise è vittima dello sguardo femminile, Sandie di quello maschile) è perché ogni spettatore si rivede nell’attore come in uno specchio falsato e perché in ogni film vivono prima di tutto gli incubi di chi guarda. Tornano in mente le analogie tra sogno e spettatorialità cinematografica: la luce che si spegne, la perdita dei confini, la stasi sulla poltrona o sul letto e il movimento degli occhi, l’empatizzare con un personaggio di un altro tempo, di un altro spazio, di un’altra dimensione.

Che il suo sia un film “sull’empatizzare con un personaggio cinematografico” lo dice lui stesso: d’altronde Edgar Wright è un cinefilo, è un nerd, e Ultima notte a Soho sembra il manifesto poetico di un autore che il cinema l’ha usato come filtro di una vita intera e della sua filmografia stessa. Il cinema del gioco e dell’evasione.

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Il cinema è una questione di sguardo. Non uno solo, non solo quello del regista. E allora uno spettatore che è anche regista può prendere A Venezia… un dicembre rosso shocking e Repulsion e farci altro, magari pescando a piene mani dai musical e giocando dal primo all’ultimo minuto col tema del doppio, del sogno e della realtà, della nostalgia e delle aspirazioni. Un doppio che è sdoppiamento, uno spumeggiante passo a due tra Thomasin McKenzie (Eloise) e Anya Taylor-Joy (Sandy). Belle, brave, traboccanti energia e creatività. Last Night in Soho/Ultima notte a Soho è un racconto di formazione, un musical, un horror psicologico e altro ancora. È il cinema un po’ mattacchione di Edgar Wright, qui più superficiale del solito. Prendere o lasciare…

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venerdì 14 novembre 2025

The running man - Edgar Wright

Edgar Wright non delude mai, dai primi film inglesi a quelligirati oltreoceano (come Baby driver).

la storia è tratta da una creazione di Stephen King, di più di mezzo secolo fa, ambientata, che coincidenza nel 2025.

si raccontano le cose come sono, e questo lo rende un film politico.

c'è un modo per sfuggire alla miseria del 99%, partecipare a un programma tv dove si può vincere un sacco di soldi, ma quasi sempre si crepa.

la tv governa il mondo, lo spettacolo fotte le menti delle persone.

fuori dal Sistema qualcuno resiste, a rischio della vita, aiutano Ben, che riesce a fare una rivoluzione, ma non sapremo mai se il Sistema ha previsto tutto, e la sua è solo una rivoluzione colorata.

ottimi tutti gli interpreti, Edgar Wright, con una sceneggiatura a orologeria, è un'eccezionale regista.

un film da non perdere, nessuno se ne pentirà, promesso.

buona (di corsa) visione - Ismaele

ps: il successo popolare di Ben mi ha ricordato quello del Mohicano, il ribelle è sempre nel cuore del popolo.

 

  

Nella tv (spazzatura?) che viene messa in scena, con un occhio a Quiz Show di Robert Redford soprattutto nella prima mezz'ora quando appunto vengono mostrati i vari show televisivi (ma a monte c'è sempre Quinto potere), si insinua lo humor del regista che con il programma "The Americanos" fa la parodia di "The Kardashians" e con i video incendiari dell'Apostolo (Daniel Ezra) fa il verso a quelli degli youtuber contro l'establishment e pronti a smascherare la propaganda come se ci fosse un reale spazio di contestazione sui social media. Ma c'è anche un'analisi e critica ben precisa dei meccanismi e delle scelte degli autori nella preselezione dei concorrenti nei quali individuano già i veri e propri personaggi che diventeranno.
Buona parte del film si incentra proprio sul rapporto che si crea tra il produttore onnisciente del programma, interpretato da Josh Brolin, e il giocatore di cui individua subito le straordinarie capacità di resistenza dovute anche alla disperazione. Resistenze al sistema che vengono messe in scena grazie a vari personaggi borderline in cui Wright instilla la giusta ironia e sana follia, come l'anarchico che vive nei sotterranei (William H. Macy) che fornisce al protagonista falsi documenti d'identità e un'attrezzatura utile per scomparire per 30 giorni (un po' come Q nella saga di Bond) o come il ribelle interpretato da un sempre inquietante Michael Cera che lo aiuta nel momento in cui i Cacciatori gli si stanno avvicinando troppo azionando i meccanismi da 
Mamma ho perso l'aereo presenti nella sua casa bunker.
È proprio questo uno degli aspetti steampunk che risulta più affascinante del libro e del film in cui il futuro è appunto vintage, retrò, digitale ma ancora molto analogico (tornano in auge le vhs che il protagonista deve ogni giorno spedire per dimostrare la sua esistenza) dove però come sempre, dalla notte dei tempi, sono le persone a decidere con leggerezza della vita e della morte degli uomini.

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The Running Man sa combinare spettacolarità, ironia e introspezione dei personaggi. L’accoppiata Glen Powell / Edgar Wright promette di non far prigionieri e forse potrebbe replicarsi in futuro per altre avventure.

Il film celebra il passato degli action anni Ottanta e rende omaggio alla versione Schwarzenegger, reinterpretandolo con modernità e leggerezza. Ogni scena di azione, ogni sequenza comica e ogni momento emotivo contribuiscono a costruire un’esperienza cinematografica coerente e coinvolgente. The Running Man non è solo un omaggio a un’icona del genere, ma un’opera autonoma, capace di intrattenere, emozionare, che ripercorre tutti gli step del film di rivolta, in cui l’eroe, partito per la sua missione per difendere la propria famiglia diventa poi simbolo di rivolta e si mette a capo della Rivoluzione. Una visione che per quanto già vista non mancherà di infuocare gli animi in un momento storico in cui la società sembra disperatamente bisognosa di una guida.

Questo reboot offre uno spettacolo visivamente spettacolare e narrativamente appassionante. Glen Powell si afferma come un protagonista moderno, pronto a raccogliere l’eredità degli eroi action del passato, ma con una sensibilità contemporanea che lo rende credibile e umano. Per chi cerca un action movie che sappia unire ritmo, fisicità e ironia, The Running Man è una visione imperdibile.

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The Running Man gioca sul sottile equilibrio tra satira sociale e grande spettacolo, sa quando è il momento di prendersi le sue libertà e quando è necessario restare ferocemente ancorato alla realtà. Ha così tante cose da dire, così tanto da accoppiare all’azione – serratissima e meno apertamente comica del solito – che si perde un po’ per strada e dura più del dovuto. Il film non è, forse, il capolavoro che in molti si attendevano da Edgar Wright – l’occasione è solo rimandata – ma la capacità di abbinare spettacolo e anima, l’intelligenza con cui ragiona sul potere manipolatorio e la pericolosa ambiguità dell’immagine sono notevoli, con un occhio all’attualità e un respiro universale. The Running Man è un film d’azione con qualcosa in più; è anche, indirettamente, un manuale d’istruzioni sul cinema di intrattenimento che punta in alto.

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martedì 12 settembre 2017

Baby Driver - Il genio della fuga - Edgar Wright

ancora un film di un regista inglese, in questo inizio d'anno al cinema.
Edgar Wright ha fatto cose grandi all'inizio della carriera, L'alba dei morti dementi e Hot Fuzz sono grandi film, inglesi e ambientati in Inghilterra, entrambi con Simon Pegg (anche alla sceneggiatura) e Nick Frost, una gioia per lo spettatore.
con Baby Driver Edgar Wright fa un salto ad Atlanta, per una storia che fa scintille, con attori davvero bravi, tutti, a parte il giovane autista, che è straordinariamente bravo.
e se qualcuno vi dirà che non succede niente, che la colonna sonora è ripetitiva, che non ci sono colpi di scena, che gli attori fanno il minimo, che la storia è noiosa, insomma, che se ve ne state a casa a guardare la tv è meglio, sappiate che se qualcuno vi dice così lo dice perché si è addormentato o perché gli è piaciuto La La Land, o magari vende televisori e divani.
voi non ascoltatelo, andate e godetene tutti - Ismaele







Baby Driver è quel film che ti fa sorridere soprattutto dopo, quando ricominci a respirare, tra una riunione tra criminali e l’altra, tra un colpo gobbo e l’altro, tra una battuta feroce e una sgommata sul sound giusto: spesso rock, mai banale. Come quei concerti che canti a bassa voce per ore, dopo essere uscito dallo stadio. Diventerà un cult movie Baby Driver, proprio perché si smarca un attimo prima di diventare prevedibile: fin dalla scelta della principessa in pericolo (Lily James), passando per vecchie volpi della recitazione che sono in gran forma anche perché possono giocare sulle loro icone (proprie e di riferimento), perché gli effetti speciali sono all’osso e c’è tanto cinema. E perché il regista, da Scott Pilgrim a Hot Fuzz, da L’alba dei morti dementi La fine del mondo, non ha mai fatto lo stesso film. Anzi, ne ha sempre fatti tanti in uno solo, non avendo paura di esagerare. E di pescare dove altri non avrebbero il coraggio: dalla colonna sonora alla fotografia, dai protagonisti fino alla commistione di generi. Cinematografici, musicali, di scrittura.
Di Baby Driver qualcuno potrebbe darvi qualche stroncatura snob. In caso, ignoratela: Baby Driver è una gran figata, solo che alcuni sono troppo radical chic per ammetterlo.

Ogni film ha un suo ritmo ma nessuno lo espone come Baby Driver, che sulle note di Brighton Rock dei Queen fa esplodere auto e colpi d’arma da fuoco tutti ritmati con la canzone, come se i mitra fossero strumenti e chi li impugna musicisti, fa stridere le gomme sull’asfalto a tempo e anche in casa, senza musica, fa in modo che ogni rumore abbia un suo piccolo tempo.
Wright ha sempre usato il montaggio visivo con quello degli effetti sonori per dare un ritmo tutto suo ai film, per riassumere i gesti gli piace tagliare rapidamente tre-quattro inquadrature e lasciarne poi una un po’ più lunga, usando i suoni per aiutare la comprensione. Qui utilizza anche il montaggio interno (come gli elementi di un’inquadratura spostandosi coprono o scoprono qualcosa cambiando di fatto l’immagine) per giocare con ogni angolo dell’inquadratura e dare ritmo a quello che è un lungo musical in cui nessuno balla ma molti muoiono, uno fatto di canzoni non originali ascoltate in cuffia e in cui la musica è un obbligo (Baby, il protagonista, ha un fischio all’orecchio costante e riempie la sua vita di canzoni per non sentirlo). Sbatti le palpebre una volta di più e potresti perderti qualcosa…

E’ impossibile negare la bellezza della love story del protagonista (perfetta l’alchimia tra la splendida Lily James e Ansel Elgort, novello Ryan O’Neal), la divertente caratterizzazione dei criminali e la forza di ogni singola scena d’azione. Wright è un ottimo narratore. Il problema di Baby Driver, però, è nel fatto che il regista, per la prima volta da solo in sceneggiatura (niente Pegg, niente Cornish) si lascia completamente prendere la mano. Wright, e di questo è ben consapevole, vive una luna di miele con la critica anglosassone. Comodo nel suo status di geniale enfant prodige, sa che il suo enorme credito gli garantisce di poter osare ogni cosa. E’ questa “presunzione” che gli ha permesso, più dei suoi film precedenti, di innamorarsi ciecamente dei tic dei suoi personaggi, di calcare i dialoghi, di girare intorno a una situazione.  La perfezione del plot di piccoli divertissement  come Hot Fuzz (dove ogni elemento, più o meno autoreferenziale, era dosato con intelligenza) lascia lo spazio a una pellicola ipertrofica e ipercinetica, furba nel vendersi come la risposta perfetta per un pubblico bramoso di farsi bombardare di immagini facili, di idee limitate

Baby Driver penso sia uno dei film con meno dialoghi che sia andata a vedere, eppure racconta e dice lo stesso molto, con le sue inquadrature, con le sue scene adrenaliniche e, soprattutto, la colonna sonora.
Ben trenta canzoni di vario genere e un’importanza che va al di là dell’accompagnare le scene, ma che in realtà è quasi come se la musica fosse un personaggio della storia. La musica è tutto in questo film e sicuramente la colonna sonora è qualcosa che sarà amata dai fan del genere. Per quanto mi riguarda, penso sia la prima volta che ho visto tanta importanza data alla colonna sonora (tranquilli, non è un musical) e l’ho amato.
La musica è tutto in questo film ed è meravigliosa…

Lo que hace de este trabajo un extraordinario ejercicio estético de posmodernismo cultural es, precisamente, ese desprecio laudatorio por lo clásico, una cualidad tan contradictoria que ha convertido la cinta de Wright en una Ópera NeobaRockera de una factura formal tan rigurosa que la sitúa en la estela de los trabajos teóricos de Gills Deleuze y Omar Calabrese. Estos dos investigadores sentaron las bases de lo que podría clasificarse como cultura neobarroca, productos artísticos dominados por el ritmo y la repetición, característica que Baby Driver cumple de manera axiomática gracias a la sincronización coreográfica de la imagen y los acordes de Ennio Morricone, Isaac Hayes, David Porter, Lionel Richie, Beck y T-Rex, entre muchos otros; así como a la aparición de Doc, personaje interpretado por Kevin Spacey, quien resulta una mezcla maléfica entre M de James Bond y Cyrano de Bergerac; sistemas de aproximación cultural límites, o próximos a un límite estético, otra característica de la que presume la película gracias al evidente histrionismo con el que resuelve la mayoría de situaciones y la excentricidad llevada a cabo en el proceso de construcción de sus personajes; la fuerte tendencia hacia los excesos; y, por supuesto, el gusto por lo impreciso, la divagación intertextual y la paráfrasis de lo clásico y lo moderno, distorsionando todas las referencias culturales para lograr un resultado insólito en un singular proceso de apropiación deformadora de textos. Motivos más que suficientes para excluir a la película de Edgar Wright de la indigesta y masiva producción de parodias de un género maltratado, y situarla en el discreto y selecto club de productos de fuerte implicación teórica bajo un formato de alto entretenimiento.

Wright trasforma un concetto pulp in un brillante esercizio di alto stile come pochi altri registi al giorno d’oggi sanno ancora fare. Ansel Elgort, interpreta Baby, un adolescente di poche parole disturbato da tinnito, a causa di un incidente subìto durante l’infanzia che ha lasciato un suono permanente nelle sue orecchie. Le straordinarie abilità dimostrate dal giovane protagonista a bordo delle automobili che guida, lo hanno fatto diventare il pilota di fuga al servizio del boss criminale Doc (Kevin Spacey).
Baby può guidare in maniera straordinaria, solo se accompagnato da uno dei tanti brani del proprio repertorio suonato da uno dei molti iPod che possiede, con pezzi che vanno da The Jon Spencer Blues Explosion ai The Damned, sino a Barry White, pertanto quando non ascolta il blues frizzante di “Bellbottoms” o le emozioni rollercoaster di “Neat Neat Neat“, un suono costante nell’orecchio lo disturba.
Baby ha bisogno delle sue melodie, per ragioni pratiche, ma anche perché sono la chiave della sua identità che è un miscuglio di archetipi classici maschili. Egli deve inoltre saldare un vecchio debito che ha con Doc anche se vuole lasciarsi alle spalle la vita del crimine, esortato anche dal padre adottivo sordo (CJ Jones) con il quale comunica attraverso il linguaggio dei segni…


QUI le canzoni del film