Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
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venerdì 9 novembre 2018
lunedì 14 maggio 2018
Latcho Drom - Tony Gatlif
se non conoscete Tony Gatlif, se non avete mai visto niente di suo, se non sapete da cosa iniziare, ecco Latcho Drom, un film unico di cui diventerete spettatori che non potranno trattenersi dal farlo conoscere a tutti, siatene certi.
godetene tutti - Ismaele
…Latcho Drom è il capolavoro assoluto di Tony Gatlif,
un film da vedere mille volte con occhi sempre diversi, con sentimenti ogni
volta nuovi. Ripercorre, in modo ideale, il tragitto che i Romani (il nome
completo dei Rom) compirono dall’India fino alla meta, anch’essa ideale, che è
la Spagna. E’ un viaggio magnifico e pieno di colori, di immagini meravigliose
che rischiano di rimanere per sempre nella mente del rapito spettatore. E’ un
viaggio pieno di danze e di musica che mutano ogni qualvolta si attraversa un
nuovo paese, una nuova città (anche Auschwitz) e che esplodono di gioia e
contemporaneamente di delusione quando infine giunge la Spagna e tutto diventa
flamenco, un flamenco che amaramente converge, e chiude il viaggio, verso il
“lamento della gitana”. C’è tutto: l’India, l’Egitto, la Romania e non c’è
neppure una parola, non c’è nulla di inutile o noioso. Ci sono solo la musica e
le immagini, insieme, a declamare una poesia cinematografica di inaudita
bellezza…
Poeticamente
interessante è la scelta di recuperare la leggenda inventata dal popolo nomade
per spiegarsi la propria dispersione: un carretto traballante appare nel
deserto proveniente dall'India e nei sobbalzi lascia cadere masserizie e
ragazzini, che sparpagliati ai bordi della strada inaugurano nuove comunità;
allo stesso modo in questo musical, che non è documentario né racconta una
fiction, si ripercorrono i luoghi toccati dagli zingari nei loro vagabondaggi
non usando altro che i loro volti, i corpi perennemente agitati dal ritmo della
danza e soprattutto la musica struggente ("Brucio il mio oroscopo che mi ha esiliato lontano da chi amo" è tra le
prime strofe della canzone tradizionale che inaugura questo lavoro di fine
antropologia), passionale, frenetica, dolcemente sofferente. Tramite questa si
filtrano tutti gli umori e si setacciano le tracce che le terre attraversate
hanno depositato nell'animo delle comunità erranti: ipnotico è l'inizio in
Oriente, dove già si denota l'impianto del film che propone sempre un motivo
filologico connotato dalla quotidianità dei lavori artigianali e dei rumori che
diventano muzijka e gradualmente si confondono con l'esecuzione del brano,
illustrato spesso da feste in cui risulta sempre chiaramente riconoscibile la
zona del mondo che in quel frangente assiste al transito della carovana degli
uomini liberi; l'uso del dettaglio per evidenziare la semplicità di vita
simboleggiandola con oggetti, materiali e attrezzi primari trova un simmetrico
dosaggio nelle inquadrature che isolano acqua, pane, fuoco per battere il
ferro, per scaldarsi e per accendere tabacco da un lato e dall'altro fuggevoli
insistenze sugli strumenti tradizionali, preparando le melodie che si scatenano
dal connubio tra questi due elementi … e dal sapiente uso dei cromatismi che
trascolorano dal giallo intenso del deserto del Gobi agli infuocati arancioni
che incoronano la sinuosa ragazza orientale, adornata di mille collane e
pendagli come l'albero attorno al quale si svolge la festa rituale, al rosso
delle corna di un bue, fino ai blu in cui si immerge l'incontro annuale a Saint
Marie de la Mer, in Provenza introdotto da un pezzo di splendido jazz alla
Django Reinhardt, passando dal marrone cupo del Bosforo, rivitalizzato dal
giallo ocra delle strade (e dei fiori) di Istanbul o al freddo grigio danubiano
e al ghiaccio plumbeo di Auschwitz, che si contrappone alla solarità del
flamenco andaluso con il richiamo alla lunga convivenza di cultura iberica e
tradizione nomade conclusa dalla persecuzione di Isabella, evocata nel film.
Mai comunque il film scivola nell'amarezza auto-compiaciuta: sempre pronto a
ripartire verso una nuova avventura etno-musicale…
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Tony Gatlif
venerdì 27 gennaio 2017
sabato 27 ottobre 2012
Vengo – Tony Gatlif
i film di Tony Gatlif sono eccessivi e difficili da incasellare, sono film di Tony Gatlif, e basta.
è uno di quegli autori che si ama o si odia, a me piace molto.
e questo film contiene gli "archetipi" del suo cinema, l'amore, la famiglia, la vendetta, la musica.
e poi magari non è perfetto, c'è solo da prendere o lasciare, e io prendo - Ismaele
è uno di quegli autori che si ama o si odia, a me piace molto.
e questo film contiene gli "archetipi" del suo cinema, l'amore, la famiglia, la vendetta, la musica.
e poi magari non è perfetto, c'è solo da prendere o lasciare, e io prendo - Ismaele
Venti anni dopo “Corre
Gitano”, Tony Gatlif, autore-pioniere del neonomadismo cinematografico, del
meticciato in forma di visione, con “Vengo” è riuscito a dirigere il suo film
sul flamenco. Filmare la musica, assecondare i ritmi e gli accordi, restituire
in immagini lo swing, il pathos e soprattutto la relazione esplicita e
inesprimibile tra note e vita è una vocazione che accomuna tanti cineasti
lontanissimi per gusti, scelte e punti di vista. Gatlif, nel suo omaggio
all’Andalusia, al sentimento mediterraneo, a un sovranazionale “gipsy social
club” lascia sbocciare i “numeri musicali”, le feste, le performance degli
artisti (sono le scene più belle) su un ramo fragile, ma drammatico, del
racconto. Caco, il protagonista, non si dà pace per la morte della figlia e
passa ore al cimitero. Protegge e fa compagnia al nipote Diego, uno spastico,
figlio del fratello che dopo aver ucciso un gitano è nascosto all’estero. I
debiti di sangue saranno pagati, tra una baldoria e un flamenco sufi.
… ci sono alcuni momenti dove
si riesce a superare l'intento estetizzante e si gode di puro cinema: ad
esempio la sequenza che unisce una bambolina danzante nel vento al protagonista
sonnacchioso e a tre donne riprese dall'alto nel turbinio di una danza:
l'apparentamento delle tre situazioni va a creare una sintesi che si sviluppa
poi ripescando tutti gli episodi fin lì inseriti a mo' di estemporaneo
contributo alla ricostruzione di un mondo e delle sue regole. La sequenza è
collocata esattamente al centro del film e dà nuova spinta per arrivare alla
tragedia finale, quasi anticipandone il fatalismo. E la scena finale è davvero
un gioiello di montaggio sonoro e visivo: fa il paio con la canzone delle
macchine di Bjork affiancata da Catherine Deneuve. Una sinfonia di pistoni di
un trattorino, fatta di dettagli e gesti, di rumori che si trasformano in note,
di cadenze meccaniche che diventano ritmo in un climax simile alla musica, per
lo più flamenco contaminato dalle molte permanenze imposte al popolo nomade,
fin lì prodotta attraverso una contaminazione di generi, una koiné musicale
dichiarata fin dalla prima sequenza, dove alla coppia violino-chitarra
rispondono sitar e flauto indiano (e conoscendo Latcho Drom si spiega
ulteriormente il connubio di tradizioni) fino al canto evocativo di una storia
che potrebbe benissimo essere quella che si va dipanando…
… Ho già visto
"Vengo" ed attendo con ansia di poterlo rivedere. La vicenda d'amore,
onore e morte, ambientata nell'Andalusia delle comunità gitane - quasi un
melodramma "esotico", nel senso nobile del termine - non manca di
"rude" fasciono e di malinconica ironia. Il regista, nel riproporre
le tematiche a lui care riguardanti la cultura e la vita dei
"fratelli" in giro per il mondo, anche questa volta non rinuncia a
trasportare lo spettatore in una dimensione musicale arcana e suggestiva - che
egli sembra preferire allo stesso soggetto del film - e che in
"Vengo" raggiunge il vertice del sublime, recuperando l'antichissima
tradizione musicale arabo-gitano-andalusa. Flamenco, dunque, di pura
"stirpe" gitana, pura essenza del "duende" che sgorga
"dalle regioni più segrete del sangue" (Lorca).
"Flamenco-Soufi", tra Egitto e Spagna, in un vorticoso connubio
musicale di estrema raffinatezza e luminoso lirismo, improvvisato dal
prodigioso chitarrista "Tomatito" (ex fedele compagno del "Camaron
de la Isla", l'eccelso cantore prematuramente scomparso) e da
"favolosi" musicisti arabi. Sullo sfondo, la sensuale danza di uomini
e donne andaluse che assumono sui propri corpi, sui volti e nelle mani, quella
stupefacente sostanza musicale! Indimenticabile, infine ("copio" dalle
note di copertina dell'omonimo CD inedito in Italia, non posso farne a meno...)
"...la canzone-feticcio di "Vengo", il canto della nostalgia
scritto da Tony Gatlif…
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