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lunedì 14 maggio 2018

Latcho Drom - Tony Gatlif

se non conoscete Tony Gatlif, se non avete mai visto niente di suo, se non sapete da cosa iniziare, ecco Latcho Drom, un film unico di cui diventerete spettatori che non potranno trattenersi dal farlo conoscere a tutti, siatene certi.
godetene tutti - Ismaele





Latcho Drom è il capolavoro assoluto di Tony Gatlif, un film da vedere mille volte con occhi sempre diversi, con sentimenti ogni volta nuovi. Ripercorre, in modo ideale, il tragitto che i Romani (il nome completo dei Rom) compirono dall’India fino alla meta, anch’essa ideale, che è la Spagna. E’ un viaggio magnifico e pieno di colori, di immagini meravigliose che rischiano di rimanere per sempre nella mente del rapito spettatore. E’ un viaggio pieno di danze e di musica che mutano ogni qualvolta si attraversa un nuovo paese, una nuova città (anche Auschwitz) e che esplodono di gioia e contemporaneamente di delusione quando infine giunge la Spagna e tutto diventa flamenco, un flamenco che amaramente converge, e chiude il viaggio, verso il “lamento della gitana”. C’è tutto: l’India, l’Egitto, la Romania e non c’è neppure una parola, non c’è nulla di inutile o noioso. Ci sono solo la musica e le immagini, insieme, a declamare una poesia cinematografica di inaudita bellezza…

Poeticamente interessante è la scelta di recuperare la leggenda inventata dal popolo nomade per spiegarsi la propria dispersione: un carretto traballante appare nel deserto proveniente dall'India e nei sobbalzi lascia cadere masserizie e ragazzini, che sparpagliati ai bordi della strada inaugurano nuove comunità; allo stesso modo in questo musical, che non è documentario né racconta una fiction, si ripercorrono i luoghi toccati dagli zingari nei loro vagabondaggi non usando altro che i loro volti, i corpi perennemente agitati dal ritmo della danza e soprattutto la musica struggente ("Brucio il mio oroscopo che mi ha esiliato lontano da chi amo" è tra le prime strofe della canzone tradizionale che inaugura questo lavoro di fine antropologia), passionale, frenetica, dolcemente sofferente. Tramite questa si filtrano tutti gli umori e si setacciano le tracce che le terre attraversate hanno depositato nell'animo delle comunità erranti: ipnotico è l'inizio in Oriente, dove già si denota l'impianto del film che propone sempre un motivo filologico connotato dalla quotidianità dei lavori artigianali e dei rumori che diventano muzijka e gradualmente si confondono con l'esecuzione del brano, illustrato spesso da feste in cui risulta sempre chiaramente riconoscibile la zona del mondo che in quel frangente assiste al transito della carovana degli uomini liberi; l'uso del dettaglio per evidenziare la semplicità di vita simboleggiandola con oggetti, materiali e attrezzi primari trova un simmetrico dosaggio nelle inquadrature che isolano acqua, pane, fuoco per battere il ferro, per scaldarsi e per accendere tabacco da un lato e dall'altro fuggevoli insistenze sugli strumenti tradizionali, preparando le melodie che si scatenano dal connubio tra questi due elementi … e dal sapiente uso dei cromatismi che trascolorano dal giallo intenso del deserto del Gobi agli infuocati arancioni che incoronano la sinuosa ragazza orientale, adornata di mille collane e pendagli come l'albero attorno al quale si svolge la festa rituale, al rosso delle corna di un bue, fino ai blu in cui si immerge l'incontro annuale a Saint Marie de la Mer, in Provenza introdotto da un pezzo di splendido jazz alla Django Reinhardt, passando dal marrone cupo del Bosforo, rivitalizzato dal giallo ocra delle strade (e dei fiori) di Istanbul o al freddo grigio danubiano e al ghiaccio plumbeo di Auschwitz, che si contrappone alla solarità del flamenco andaluso con il richiamo alla lunga convivenza di cultura iberica e tradizione nomade conclusa dalla persecuzione di Isabella, evocata nel film. Mai comunque il film scivola nell'amarezza auto-compiaciuta: sempre pronto a ripartire verso una nuova avventura etno-musicale…


sabato 27 ottobre 2012

Vengo – Tony Gatlif

i film di Tony Gatlif sono eccessivi e difficili da incasellare, sono film di Tony Gatlif, e basta.
è uno di quegli autori che si ama o si odia, a me piace molto.
e questo film contiene gli "archetipi" del suo cinema, l'amore, la famiglia, la vendetta, la musica.
e poi magari non è perfetto, c'è solo da prendere o lasciare, e io prendo - Ismaele





Venti anni dopo “Corre Gitano”, Tony Gatlif, autore-pioniere del neonomadismo cinematografico, del meticciato in forma di visione, con “Vengo” è riuscito a dirigere il suo film sul flamenco. Filmare la musica, assecondare i ritmi e gli accordi, restituire in immagini lo swing, il pathos e soprattutto la relazione esplicita e inesprimibile tra note e vita è una vocazione che accomuna tanti cineasti lontanissimi per gusti, scelte e punti di vista. Gatlif, nel suo omaggio all’Andalusia, al sentimento mediterraneo, a un sovranazionale “gipsy social club” lascia sbocciare i “numeri musicali”, le feste, le performance degli artisti (sono le scene più belle) su un ramo fragile, ma drammatico, del racconto. Caco, il protagonista, non si dà pace per la morte della figlia e passa ore al cimitero. Protegge e fa compagnia al nipote Diego, uno spastico, figlio del fratello che dopo aver ucciso un gitano è nascosto all’estero. I debiti di sangue saranno pagati, tra una baldoria e un flamenco sufi.

ci sono alcuni momenti dove si riesce a superare l'intento estetizzante e si gode di puro cinema: ad esempio la sequenza che unisce una bambolina danzante nel vento al protagonista sonnacchioso e a tre donne riprese dall'alto nel turbinio di una danza: l'apparentamento delle tre situazioni va a creare una sintesi che si sviluppa poi ripescando tutti gli episodi fin lì inseriti a mo' di estemporaneo contributo alla ricostruzione di un mondo e delle sue regole. La sequenza è collocata esattamente al centro del film e dà nuova spinta per arrivare alla tragedia finale, quasi anticipandone il fatalismo. E la scena finale è davvero un gioiello di montaggio sonoro e visivo: fa il paio con la canzone delle macchine di Bjork affiancata da Catherine Deneuve. Una sinfonia di pistoni di un trattorino, fatta di dettagli e gesti, di rumori che si trasformano in note, di cadenze meccaniche che diventano ritmo in un climax simile alla musica, per lo più flamenco contaminato dalle molte permanenze imposte al popolo nomade, fin lì prodotta attraverso una contaminazione di generi, una koiné musicale dichiarata fin dalla prima sequenza, dove alla coppia violino-chitarra rispondono sitar e flauto indiano (e conoscendo Latcho Drom si spiega ulteriormente il connubio di tradizioni) fino al canto evocativo di una storia che potrebbe benissimo essere quella che si va dipanando…

Ho già visto "Vengo" ed attendo con ansia di poterlo rivedere. La vicenda d'amore, onore e morte, ambientata nell'Andalusia delle comunità gitane - quasi un melodramma "esotico", nel senso nobile del termine - non manca di "rude" fasciono e di malinconica ironia. Il regista, nel riproporre le tematiche a lui care riguardanti la cultura e la vita dei "fratelli" in giro per il mondo, anche questa volta non rinuncia a trasportare lo spettatore in una dimensione musicale arcana e suggestiva - che egli sembra preferire allo stesso soggetto del film - e che in "Vengo" raggiunge il vertice del sublime, recuperando l'antichissima tradizione musicale arabo-gitano-andalusa. Flamenco, dunque, di pura "stirpe" gitana, pura essenza del "duende" che sgorga "dalle regioni più segrete del sangue" (Lorca). "Flamenco-Soufi", tra Egitto e Spagna, in un vorticoso connubio musicale di estrema raffinatezza e luminoso lirismo, improvvisato dal prodigioso chitarrista "Tomatito" (ex fedele compagno del "Camaron de la Isla", l'eccelso cantore prematuramente scomparso) e da "favolosi" musicisti arabi. Sullo sfondo, la sensuale danza di uomini e donne andaluse che assumono sui propri corpi, sui volti e nelle mani, quella stupefacente sostanza musicale! Indimenticabile, infine ("copio" dalle note di copertina dell'omonimo CD inedito in Italia, non posso farne a meno...) "...la canzone-feticcio di "Vengo", il canto della nostalgia scritto da Tony Gatlif…