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lunedì 1 luglio 2019

La mia vita con John F. Donovan - Xavier Dolan

ci sono registi che hanno girato solo capolavori, o quasi, e quando fanno un film "solo" buono la canea degli invidiosi e degli stroncatori cercano di distruggere quel film.
ma voi non credete a quelli lì, La mia vita con John F. Donovan è davvero un bel film, intenso, intimo, emozionante, sincero, doloroso, con una storia non facilissima, con un bambino, Jacob Tremblay, Rupert, nel film, bravissimo (già protagonista di quel gran film che è Room); e comunque tutti gli attori sono bravissimi.
non sarà un capolavoro, ma vale abbondantemente in prezzo del biglietto, non sarete delusi, promesso - Ismaele







Non troverete in questa nostra recensione di La mia vita con John F. Donovan nulla di simile a quelle critiche feroci che il film ha ricevuto lo scorso settembre a Toronto, quando la nuova tanto attesa opera del giovane e talentuoso Xavier Dolan è stata letteralmente massacrata dalla critica anglosassone causando ritardi nella distribuzione della pellicola. Distruggere con tale veemenza un filmc ome questo, vuol dire essere evidentemente prevenuti e odiare talmente tanto il regista (e quello che rappresenta) da non voler nemmeno tentare di guardare oltre i difetti. Non voler nemmeno cercare di capire quello che l'autore sta cercando di dire e soprattutto perché ha fatto determinate scelte: magari discutibili, magari evitabili, ma comunque coerenti con il messaggio che Dolan voleva far arrivare tanto al suo pubblico quanto ai suoi critici….
F. Donovan, a noi il film "maledetto" di Xavier Dolan è fondamentalmente piaciuto, con tutti i suoi (evidenti) difetti. Perché dietro ad una sceneggiatura dalla struttura inutilmente complessa, dietro a scene melodrammatiche e a tratti perfino prevedibili, batte il cuore appassionato di un regista dal talento straripante. Un artista che, come spesso accade, è arrivato al successo troppo presto e forse per certe cose non ha avuto il tempo di crescere, ma Xavier Dolan, proprio come il suo protagonista, lotta per essere sempre se stesso anche in un mondo dove spesso non ti è permesso e non ti viene perdonato.
da qui

…La mia vita con John F. Donovan è un film tutt’altro che perfetto – come non lo era l’osannato Mommy, o lo splendido Laurence Anyways, acme intoccato nella carriera di Dolan – ma certo lungi dall’essere il tedioso, inconcludente abominio contro cui la stampa d’oltreoceano ha lanciato quasi all’unanimità i propri indignati strali. Stilisticamente parlando, non differisce dalla grammatica cinematografica abituale del cineasta canadese: primi piani strettissimi e indiscreti, che indagano le pieghe dell’animo attraverso le micro-espressioni del volto; carrellate improvvise atte a enfatizzare un focus visivo; ralenti la cui melodrammaticità non teme di sconfinare nel kitsch. Ovviamente, non sarebbe un film di Dolan senza urla e strepiti tra madre e figlio, ma qui la dinamica si raddoppia grazie ai parallelismi biografici tra John e Rupert. Il primo ha un rapporto di amore-odio con l’alcolizzata Grace (Susan Sarandon), mentre Rupert non risparmia alla nervosa Sam (Natalie Portman) feroci scudisciate che ne feriscono la già frustrata autostima.
Siamo però lontani dalle crude, irrisolvibili asperità di J’ai tué ma mère o Mommy: stavolta, di fronte a noi non abbiamo genitrici in guerra con la propria prole, bensì figure in grado di comprendere i figli e di intuirne i segreti anche laddove i pargoli non sembrano disposti a condividerli. Nella dolcissima, finanche melensa scena del ricongiungimento tra Sam e Rupert emerge tutto l’anelito conciliatore, tutta la natura pacificatrice dell’intero film su cui si basa il film. Una sequenza che fornisce al regista l’occasione di tracciare un ennesimo parallelo tra i due protagonisti, laddove John si rifugia a casa della madre in un estremo tentativo di aggrapparsi alle proprie radici e ritrovare il se stesso più autentico, lontano dagli artifici delle logiche di mercato. È un Dolan fallibile e maturo, quello di La mia vita con John F. Donovan, che prende in giro i propri stilemi – la scena iniziale con Audrey che commenta l’obsoleta cabina telefonica di Praga ne è un esempio chiaro e ironico – e che, nelle parole di Rupert adulto, sembra voler spiegare non solo il senso del proprio cinema, ma quello dell’ intera macchina filmica…

sabato 17 dicembre 2016

E' solo la fine del mondo - Xavier Dolan

i film di Xavier Dolan sono grandissimi, ormai lui è uno dei grandi del cinema.
i suoi film non ti lasciano mai indifferente, inizi a guardare e sei parte della storia, un osservatore che gioisce (alcune volte) o soffre (quasi sempre) con i suoi personaggi.
guardando il film mi è venuto in mente un libro di David Cooper del 1972, intitolato La morte della famiglia.
le famiglie di Dolan (e non solo), anche in questo film, sono campi di battaglia, dove i deboli devono cedere o fuggire, vivi o morti.
gli attori sono tutti straordinari, quella merda del fratello, quell'infelice della cognata, quella fuori di testa della madre, e Suzanne, la sorella che ha sempre avuto bisogno di Louis.
qualcuno di loro l'abbiamo incontrato tutti nella vita, e questo ci coinvolge oltre il dovuto, oltre il politically correct, e ci coinvolge senza trucchi, né ricatti.
tutti i film di Dolan oscillano fra il bellissimo e il capolavoro, e questo non fa eccezione.
i silenzi di Louis sono (stati) anche i nostri, certe volte, e lo sentiamo come un fratello.
è in poche sale, naturalmente, ma cercatelo, non ve ne pentirete, sono sicuro - Ismaele







La musica è tutto (dai Blink 182 alle esuberanti sinfonie del compositore di fiducia Gabriel Yared), i primi piani sono pura erotizzazione della recitazione (mai stucchevole però; come cavolo fa???), il tempo del presente un incalzante concerto vissuto in prima fila mentre i flashback nella mente del malaticcio Louis diventano uno struggente viaggio nella memoria dove capisci che lui si è perso e dove senti che lui vorrebbe tornare (il fratello lo portava sulle spalle; ora gli vuole spaccare la faccia).
La sorella lo rimprovera perché potevano essere anime gemelle. Il fratello è dilaniato dal complesso di inferiorità. La mamma cerca un equilibrio poetico nella saggezza politica.
La cognata (siamo noi) li guarda atterrita e forse… è l’unica che capisce che il ritornante è un morto che cammina.
Louis tace sempre.
Noi no: “È UN CAPOLAVORO“.
Urlandolo a squarciagola.

…Il diritto di poter essere padroni, per quanto possibile, della propria vita, di condividere la propria morte.
Parlare della propria morte come testimonianza della propria vita.
Il diritto di esprimersi.
Il diritto di poter riassaporare, rivedere e riascoltare i frammenti della propria vita, sparsi ma raccolti. Lontani, ma ancora raggiungibili. Fino al limite estremo.
Il diritto di rivangare non tanto il passato, quanto la memoria di quel passato.
Il desiderio di rivedere la “vecchia casa maltrattata dal tempo”. Ricordi di miseria e tempi duri, ma quando la vita passa davanti, tutta, sapere di aver vissuto in un posto che malgrado tutto è lì, meta e non solo punto di partenza, appartiene alla legge del desiderio di riconciliazione che sgorga.
Nella vecchia casa sono nati i sogni, e Louis avrebbe voluto accarezzarli per l'ultima volta.
Desiderio di riscoperta per chiudere degnamente il cerchio. Desiderio che la testa poggi di nuovo su quel materasso.
La vecchia casa, non ha senso vederla: la brutalità della rinuncia.
Desiderio di avere la possibilità di pronunciarsi, di pronunciare la morte, per spezzare quel tabù condividendo la verità, nuda e semplice, eppur dolorosa, con la propria famiglia, con chi più di chiunque altro ha il diritto e il dovere di sapere e accogliere.
“Che cosa sei venuto a fare”, domanda ripetitiva come una interrogativa subdola. Non c'è tempo per porsi in ascolto per più di una manciata di secondi, si è perso il tempo dell'attesa, del mettere gli altri nelle condizioni di esprimersi secondo i loro tempi, le loro intenzioni, le loro necessità.
La pendola, il tempo scorre, quando sarà il momento giusto?
Le parole circostanziali per introdurre le parole “giuste”, quanta fatica. Scegliere il momento “giusto”, Louis ci ha provato, tre parole da dire e da rispondere, quelle essenziali, a volte quelle per rompere il ghiaccio dell'omertà.
La paura di parlare e di ascoltare, per contro, la paura di sentirsi dire che si muore, come se non lo sapessimo…

un tipo di cinema che non può che dividere. Da amare o da odiare. Perché c’è chi non sopporta il concentrato di narcisismo maniacale che Dolan propone coi suoi protagonisti, un narcisismo che diventa sempre un concentrato di genialità, di malattia, di autocommiserazione di chi non si sente mai abbastanza cresciuto o amato. Certo, possiamo vederlo anche come pura messa in scena teatrale di rapporti conflittuali tra chi è cresciuto negli anni fluidi di Moby. Ma Dolan, coi suoi già 27 anni, non ci propone mai solo questo. Pretende di più dai suoi spettatori, dai suoi personaggi e da se stesso che un bel drammone recitato da attori strepitosi come Vincent Cassel, Léa Seydoux, Marion Cotillard. Nel ritorno a casa dopo 12 anni di assenza di un geniale autore teatrale malato, Gaspard Ulliel, che cerca la forza di comunicare la sua imminente fine alla madre svalvolata, Nathalie Baye, e ai fratelli, leggiamo anche una sorta di auto-messa-in-scena di Dolan e delle proprie paure dopo tanti film di successo…

"Juste la fin du monde" è un film che necessiterebbe di più visioni per poterne cogliere e custodire le tante sfumature. Alla delicata sensibilità con cui sono ritratti tutti i personaggi (anche Antoine, alla fine, rivelerà una rimossa fragilità) si accompagnano le sfumature delle scelte di messa in scena, che Dolan padroneggia sempre più sicuro, lavorando meglio anche per sottrazione. Le stesse aperture musicali sono più rare e rarefatte: i "momenti-videoclip" sono diversi, per tono, rispetto ai film precedenti - abbondano le musiche in minore, e sulle canzoni pop predominano brani strumentali e strumentazioni classiche.
Anche il tema delle ipocrisie che minacciano l'autenticità è risolto tramite sfumature: i contrasti tra i personaggi non subiscono ridimensionamenti, la trama è quasi bloccata in un'impasse. Se gli equilibri mutano lo fanno gradualmente, senza scossoni. Si procede per variazioni minime.

Tutt'altro che film minore e interlocutorio (come inteso da alcuni), "Juste la fin du monde" aggira il rischio della maniera personale facendo intravedere in quale direzione potrebbe evolvere il cinema di Dolan. Senza segnare radicali cambi di rotta: Dolan non rinnega le sue predilezioni stilistiche, ma le affina, e a livello tematico amplia, matura, approfondisce…

Al lavoro per la prima volta con attori noti, Dolan ne isola i volti nell’inquadratura e riprende le loro reazioni, che si esprimono in una struttura campo-controcampo claustrofobica e oppressiva. Questo permette agli interpreti di costruire le emozioni dei personaggi sfruttando la micromimica facciale, distribuendo nelle espressioni del volto il loro dissidio interiore. I visi degli attori intrattengono un fraseggio mimico e verbale dal ritmo musicale. Così Louis blocca i tratti in una maschera sommessa, controbilanciata dalle reazioni ferine e incontrollate del fratello maggiore Antoine (Vincent Cassel) che tratteggia la rabbia originando un universo espressivo compresso, concentrato in una tensione oculare scandita al tempo delle battute pronunciate. La Catherine di Marion Cotillard trasforma la propria fragilità e indecisione di moglie remissiva in un balbettio che è anzitutto mimico. Lea Seydoux attribuisce alla sorella Suzanne – che conosce Louis solamente nei racconti familiari, era infatti una bambina quando il fratello ha lasciato la famiglia – un’instabilità emotiva e un impeto espressi in uno sguardo tagliente e disperato. Nathalie Baye dona alla madre un’aria trasognata ed eccentrica, rivelata in un fiume verbale ininterrotto…

Nelle parti più riuscite par di assistere a un girone di dannati che si sbranano, si fanno del male fingendosi di amarsi. Ma l’operazione resta sempre all’esterno dei personaggi e del testo. Dolan mostra i muscoli facendoci capire quant’è bravo come metteur en scène, ma gli manca un pensiero davvero forte, un progetto per organizzare la materia che si ritrova tra le mani. Resta alla fin fine un ragazzino di talento, e sarebbe anche ora che crescesse. Non è un disastro, Juste la fin du monde, nei momenti più alti è un huis-clos teso e disturbante al punto giusto, folle e concitato. Dolan mantiene il suo rango d’autore. Ma è un film-limite oltre cui dovrà reinventarsi e smetterla con certe astuzie pop che l’han reso tanto amato tra giovani e fashionisti, e rischiare di più, mettersi in gioco. Il punto di massima fragilità è il pessimo Gaspard Ulliel, lamentoso e inespressivo, incapace di reggere un film che ruota intorno a lui (Ulliel è pessimo anche in un altro film visto a Cannes 2016, La danseuse). Mentre gli altri son bravissimi, ovvio, avendo Dolan chiamato a raccolta il meglio del cinema french-speaking: Vincent Cassel, Marion Cotillard, Léa Seydoux, Nathalie Baye. Tutti formidabili. Con menzione speciale per la Cotillard in un ruolo ingrato.

…Juste le fin du monde è un film claustrofobico che gioca con i sensi primari dello spettatore, senza riuscire mai a sbarcare nel postmoderno, o in qualunque altra scelta artistica degna di nota. In contrasto con chi afferma che certi altri film autoriali siano fin troppo concettuali, è invece concettualissimo il nuovo film di Dolan (e anche tutto il suo cinema): è un modo di girare che scava nelle idee e nelle trovate, praticamente un campionario di immagini che cercano l’angolatura più curiosa, per la più strampalata delle scene. Fuffa, fumo negli occhi. Ogni scena del film sembra accontentare uno stato d’animo differente, tradendo l’unicità e l’univocità ricercata del film stesso, come se potessimo vedere proprio lì, in mezzo alle immagini, Dolan che sviscera tutto il materiale che gli viene in mente, e si sfoga senza però mai lasciarsi andare. Ma Juste le fin du monde non è un film né sull’immaginazione, né su un’eventuale schizofrenia emotiva (che porta in effetti Dolan a usare con sfacciata noncuranza le musiche più disparate): quello che le immagini vogliono dire (e si fanno intendere, perché spesso sono facili, schiette, dirette) è che la vita è, se non per rari sprazzi sognanti, un lento avvicinarsi alla luce (il finale). Ma, sorvolando sull’eventuale originalità dell’idea (e di tradurla in un dramma familiare da camera), è davvero così affascinante una divisione così netta delle parti? Un uso così simbolico e schematico delle scene e delle sequenze si addice all’idea immersiva di un cinema che vuole a tutti i costi emozionare, percuotere, destabilizzare con i suoi estremi opposti?...


sabato 10 ottobre 2015

J'ai tué ma mère – Xavier Dolan

un'opera prima scritta a 16 anni e girata a 20, per molti registi un film così sarebbe il culmine di una carriera, per Xavier Dolan è l'inizio di una serie di film sempre più belli ("Mommy" e "Laurence anyways", per esempio).
la storia è quella di un ragazzo, Hubert, che cerca la sua strada, con una mamma che cerca di fare la mamma, e i conflitti e l'amore fra i due.
dentro c'è il Cinema, provare per credere - Ismaele


QUI il film completo sottotitolato in inglese





Dolan pone il suo genio al servizio del romanticismo, non potrebbe mai comprimere il magma passionale con il raziocinio disincantato di un Radiguet verso il suo diavolo in corpo. La conclusione di "J'ai tué ma mère", se ad alcuni parrà deludente, è necessaria a un animo inquieto, incapace di vero distacco verso la propria materia. In "J'ai tué ma mère", come ancora nei film successivi, l'artista sente di non potersi liberare dell'uomo senza tradirne l'autenticità. Per quanta consapevolezza possa usare, il distacco di Dolan non regge sino in fondo. Ma è precisamente in questo afflato, volto a non tradire i propri sentimenti, che si misura la rilevanza del suo cinema. Perciò, al finale di "J'ai tué ma mère", perdoniamo volentieri pure l'abusato espediente di ricorrere a filmini familiari in bassa definizione, per dar vita illusoriamente ai ricordi del passato.

Les comédiens sont formidables. Xavier Dolan, très connu au Québéc, se met lui-même en scène dans le rôle du fils. Sa frimousse et sa gueule d’ange contrastent brillamment avec les noms d’oiseaux qu’il peut jeter à la figure de sa mère en toute impunité. Et on est pendu à ses lèvres quand il se « confie » à sa caméra pour parler de son amour pour celle qui lui a donné vie seize ans plus tôt.
Anne Dorval, magistrale Cricket Rockwell dans la série TV « Le cœur a ses raisons » incarne la mère. Elle nous scotche de rire quand elle défend son attirance pour le mauvais goût, notamment représenté par ses peintures d’animaux accrochées aux murs ou ses abat-jour en léopard. Elle est aussi toute en nuance quand elle apprend par hasard l’homosexualité de son fils. On jubile, enfin, quand, au téléphone, elle menace un directeur d’établissement scolaire qui l’accuse de mauvaise éducation envers son fils !...

…In J’ai tué ma mère rivivono le soluzioni narrative e visive di Truffaut, Godard, Resnais: non si tratta però di sterile decalcomania citazionista; queste infatti vengono rielaborate e adoperate ai fini dello svolgimento, finiscono per essere parte integrante ed indispensabile dell’opera. Dolan è un giovane cineasta cinefilo, ha cultura cinematografica e questo gli permette, a dispetto della giovanissima età (ha diretto il film appena ventenne), una certa concezione della messa in scena fondata su scelte estetiche, opzioni morali, gusti e, più ancora, violenti disgusti.

…Siempre se dice que la primera película suele ser la más autobiográfica, y Dolan reconoció públicamente que Yo maté a mi madre tenía un gran componente autobiográfico. Esta película, en cierto modo, no deja de ser otro de esos dardos llenos de bilis que Dolan el actor lanza a su madre, esta vez en la vida real.
Todos hemos sido –somos- hijos, y todos hemos odiado –odiamos- a nuestra madre. Y vernos en pantalla grande no es fácil. Nos hace ser conscientes de la crueldad que podemos llegar a alcanzar, pero a la vez no podemos dejar de sentirnos identificados con Hubert y sentir su rabia y su incomprensión. Queremos, como él, gritar a su madre.

Gli infantili scoppi di ira del protagonista - incapace di comprendere gli atteggiamenti di una madre da cui vuole marcare la differenza - sono tipici dell'età adolescenziale, così come le difficoltà di comunicazione di una donna sola, in bilico tra amicalità e genitorialità, ma non disposta a rinunciare a una fetta di orgoglio e amor proprio. A non essere tipico e soprattutto non banale è lo sguardo del regista su questa vicenda di passioni trattenute, represse e poi di colpo esplose. Dolan ha il dono di non lasciare indifferenti e già qui ne dà prova, tratteggiando un universo di sentimenti ed emozioni dalle tinte forti, da cui i grigi e le sfumature sono banditi, proprio come avviene nell'adolescenza…

domenica 21 dicembre 2014

Laurence Anyways – Xavier Dolan

in sintesi, la mia sintesi, Laurence Anyways è una bellissima storia d’amore, che non ha bisogno di aggettivi.
Laurence, che sta con Fred(erique), confessa che vuole diventare una donna, e Fred le starà vicino, anche quando saranno separati.
gli eventi si svolgono in una decina d’anni, il film dura quasi tre ore, non guardi mai l’orologio.
per gli occhi il film è una gioia, e ti affezioni ai due straordinari protagonisti.
quello che Xavier Dolan fa, tra l’altro, è anche di farci vergognare di come Laurence viene trattato da tutti, a partire dall'università dove insegna (va), la sua è una scelta personale, e anche molto naturale, e non si capisce perché tutti debbano metterci becco.
un’altra bellezza del film è che non c’è niente di morboso e scandaloso, se non negli occhi e nei pensieri e pregiudizi degli altri, il dolore è tutto per Laurence e Fred.
c’è più dolore che gioia, nel film, e dopo averlo visto non te lo dimentichi più.
grazie a Xavier Dolan.
cercate questo film, non ve ne pentirete, sono sicuro - Ismaele





…Laurence Anyways è inevitabilmente un film che scavalca la sintesi professionale di Dolan, lo è perché un minutaggio imponente come questo non può riguardare solamente la riproposizione di quanto già proposto prima, è un’opera che sa e che vuole essere ambiziosa, che sacrifica qualche raccordo logico (il bisogno impellente che Laurence ha di diventare donna non ha basi illustrate: un bel giorno lui dice a Fred che vuole diventare una lei, stop) in favore di un fermento audio-visivo che praticamente non conosce sosta. Chi si attendeva un’introspezione psicologica sull’atto di cambiare sesso (cosa che tra l’altro non avverrà completamente) dovrà soccombere sotto le carezze inferte da Dolan a cui i tormenti del personaggio-Laurence sembrano interessare relativamente, Xavier è uno che crede ancora nella permeabilità del cinema intesa come percorso biunivoco lui e noi + ritorno e ciò che ha da esprimere, da dirci, lo ripone nei suoi personaggi dando del tu allo spettatore (sto cercando una persona che…)…

riesce a comunicarci il legame speciale che unisce i suoi Laurence e Fred al di là di tutto, al di là di ogni ragionevolezza. Sono, semplicemente, fatti l’uno per l’altra (l’una per l’altra?), e devono arrendersi a questa evidenza. Non c’è grottesco alla Almodovar. Lo stile di Dolan è sì camp, assai pop e colorato, anche sgargiante, ma i suoi protagonista ce li presenta con molta naturalezza, consegnandoci uno dei film più belli di questo festival, e una delle migliori storie d’amore da molto tempo in qua. Inverosimile? Sì, l’ho pensato. Ma la bravura del regista sta anche nel renderci credibile l’incredibile mentre lo racconta…
da qui

La sensazione che si ha guardando le inquadrature perfettamente studiate di Dolan   ricorda molto di più pellicole storiche come Il bacio della donna ragno o Le lacrime amare di Petra von Kant. In questi drammi lirici, il problema della differenza di genere è quasi accidentale e interessa molto di più ispezionare le conseguenze che questa scelta di vita ha sull’individuo. Di Laurence Alia (sorprendentemente) non ci interessa tanto che voglia diventare una donna ma il suo malessere, i suoi drammi e la sua continua ricerca di un amore; ce lo conferma anche la scelta del regista di non mostrare la materialità del cambiamento, cosa che invece avrebbe potuto tranquillamente fare. Laurence diventa donna quasi per sbaglio potremmo dire e ce ne accorgiamo praticamente solo grazie ad alcuni riferimenti simbolici sapientemente inseriti nel divenire delle immagini…

 Dolan parece tener tanta confianza en su talento y estar ya tan familiarizado con este tipo de narrativa que rueda libre de ataduras, lo que se traduce en un estilo muy heterogéneo y en un metraje excesivo. Por un lado, su guion contiene diálogos sentidos y veraces, capturados bien con planos cortos y estáticos, bien con ágiles paneos en cámara al hombro, pero incluye asimismo momentos extravagantes y estilizados. Se suceden así largas escenas de conversación entre los dos personajes principales, o del protagonista con su comprensiva madre, con interludios más o menos frenéticos en cuanto a imagen y sonido. Dicho guion está además enmarcado por una ocasional voz en off que añade trascendencia a situaciones que no la necesitan, distrayéndonos de la progresión amorosa de la pareja aunque sirva también para añadir capas a la misma. Dicho de otra manera, la alteración de los tiempos dota a la película de profundidad y complejidad pero también pervierte la que se supone que es su esencia. Por otro lado, como Dolan es asimismo el encargado del montaje, su duración se acerca peligrosamente a las tres horas, para una historia que probablemente podría haber sido contada en media hora menos. Es evidente el cariño que siente el cineasta por su criatura, y por ello renuncia con frecuencia a cortes y elipsis que podrían haberla hecho adelgazar un poco. Sin embargo, estos defectos consiguen que la película tenga una personalidad auténtica, y nos revelan a un director que, de manera refrescante, no le tiene miedo a la imperfección…

Talentoso, pero de uso desmesurado e impaciente. Ganas de contar y de mostrarlo todo. Algo que, teniendo en cuenta la juventud del realizador, no deja de tener cierto encanto y puede despertar una benévola disculpa por parte del espectador, pero que en futuras (y esperadas) ocasiones deseamos que cambie, devolviéndonos al Dolan de sus dos primeros largometrajes. Tres horas de metraje han de servir para profundizar mucho más y no sólo para ilustrar y traducir en imágenes un puñado de ideas, excelentes e interesantísimas, eso sí…

…LAURENCE ANYWAYS est une fresque épique qui, sur une durée d’une dizaine d’années, questionne la différence et la quête de soi. En pointillés, le cinéaste envisage les relations familiales – avec une savoureuse Nathalie Baye dans le rôle de la mère de Laurence et une sarcastique Monia Chokri dans le rôle de la soeur de Fred – et le caractère normatif de notre société. Mais il peint aussi l’admirable portrait d’une femme, Fred, déchirée par l’amour qu’elle ressent et consumée par ses sentiments. Suzanne Clément est majestueuse : face à un Melvil Poupaud qui s’impose comme l’élément négatif du film – pour ne pas dire plombant – l’actrice québécoise est déchirante et transcende l’émotion.
Xavier Dolan construit un film hybride et délicat qui, à l’image de son principal protagoniste, est sans retenue, sensible et pluriel. En élaborant son récit de manière linéaire tout en explosant ponctuellement toute logique narrative, le réalisateur, qui multiplie les effets et se renouvelle sans cesse, tend à une surprenante cohérence esthétique où la musique revêt une importance capitale. Il signe un film singulier, étonnant et détonnant, sans doute excentrique, où l’émotion est centrale sans être gratuite. Dolan est un fin artificier : LAURENCE ANYWAYS est admirable.

…la apuesta de Xavier Dolan es tan sincera y apasionada que los 168 minutos de duración de “Laurence Anyways” y los momentos en que su narración deja de ser tan inspirada, no pueden contrarrestar la potencia que desprende la historia de amor entre sus dos protagonistas; tiene la actitud, el carisma y el alma que necesita una película para llegar al espectador. “Laurence Anyways”  satisfará a todo tipo de públicos porque lanza su mensaje desde la normalidad; incluso invitará a replanteamientos de diversa índole. ¿Será capaz de convertir en tolerantes a los que rechazan el cambio de sexo en cualquier circunstancia? No lo creo, pero desde luego que invitará a la reflexión a aquellos que tengan la mente abierta.

ci si stupisce della compiuta padronanza della macchina filmica da parte di un autore ventireenne, che è uno di quei sempre più rari registi che vogliono il controllo assoluto sulla propria opera non solo a un livello autoriale ma anche eminentemente pratico: scrive, dirige, monta, sceglie i costumi e le musiche. La sceneggiatura è un fiume in piena, i personaggi e le situazioni presentati nel corso della narrazione rimangono credibili nonostante Dolan abbia un debole per le scene madri e per un'enfasi stilistica debitrice a Wong Kar-wai, che regala guizzi surreali con fulminanti metafore annesse e veri e propri videoclip. Lo studio cromatico costituito da una sinergia tra costumi, scenografie e la fotografia iper-satura di Yves Bélange potenzia ogni immagine, veicolando un poliedrico gusto per la messa in scena che si mostra sempre cangiante. I peccati di Dolan sono, pertanto, tutti di generosità verso un personaggio in cui crede e il cui ritratto a tutto tondo è il manifesto di uno degli autori più giovani e sorprendenti degli ultimi anni…

Le personnage de Laurence, interprété par le courageux Melvil Poupaud, est tiraillé entre son besoin d’affirmer son identité sexuelle et enfin s’accepter, et le regard des autres, à commencer par sa petite amie, pour qui il est tout. Se cherchant dans son quotidien à travers ses vêtements et ses attitudes, il va tâtonner, sollicitant la patience de sa compagne, qui passera par toutes les phases du deuil de leur amour perdu : incompréhension, dégoût, acceptation et tolérance. Ce qui est d’ailleurs le plus beau dans le film est l’amour inconditionnel que Fred, magistralement interprétée par Suzanne Clément, porte à Laurence.
da qui

martedì 9 dicembre 2014

Mommy - Xavier Dolan

L’ho visto due volte, è un film che riesce a coinvolgere come pochi e a turbare, è una storia dolorosa, con tre attori bravissimi (e anche di più).
Xavier Dolan è canadese, ha 25 anni, e questo è il suo quinto film, e per uno solo di questi film sarebbe già ricordato nelle filmografie, con cinque, poi.
Una madre ha un figlio malato, che esce da qualche tipo di istituto, e insieme riprovano a vivere insieme; sono molto legati, non hanno nessuno, se non il loro rapporto, burrascoso ed esclusivo.
Appare Kyla, una vicina di casa, un’insegnante in anno sabbatico, con mille problemi (uno si capisce guardando con attenzione le foto di casa sua, secondo me), che dà lezioni a Steve, e tutti e tre si sostengono per quanto possibile, ciascuno ha bisogno degli altri due.
Ci sono bellissimi momenti di serenità e drammi imprevedibili, anche per ‘colpa’ di Bocelli.
È il primo film di Dolan che arriva in sala, non perdetevelo, il regista ha un talento straordinario, ne sentiremo parlare ancora in futuro, è sicuro.
E aspettare di vederlo a casa è una scelta perdente, solo andando al cinema saprete perché - Ismaele



Dolan colpisce ancora una volta nell'emotività più istintiva dello spettatore mettendo in scena il difficile, burrascoso e quasi edipico rapporto tra una madre (un'intensa Anne Dorval, eterna mommy dolaniana, esemplare incarnazione dell'amore/coraggio materno) e il proprio figlio quindicenne, affetto da ADHD (Sindrome di iperattività e decifit d'attenzione). Patologia, che per la sua gravità porta il ragazzo a improvvise alterazioni di violenza tanto da impedire alla madre la conduzione di una vita regolare (con tutti i rischi che ne conseguono) finchè quest'ultima, non si trova costretta a farlo nuovamente rinchiudere nell'ennesimo centro specializzato. Una temporanea stabilità della situazione avviene con l'entrata in scena della nuova vicina di casa; un'ex insegnate dal comportamento acquiescente, con problemi di balbuzie, che sembra trovare nella loro vita un senso di completamento a una condizione famigliare apatica, ed enigmatica (nulla, verrà effettivamente chiarito sul suo passato). Si instaura così un rapporto di complicità che porterà infine queste tre esistenze, a guardare al futuro con sguardo diverso, rinnovato…

Contrairement à de nombreux critiques, je ne vous ferais l’affront de vous dévoiler ce petit truc qui fait qu’on adore ce film. Ce tout petit truc auquel seul un être d’une extrême sensibilité pouvait penser. Un truc qu’aujourd’hui dans le cinéma international, seul Xavier Dolan pouvait faire, et que nombre de journalistes zélés ont voulu dévoiler. Si vous êtes passé au travers des mailles du filet et n’avez aucune idée de ce dont je parle, vous faites partie des bien heureux qui auront le plaisir de savourer "Mommy" comme la pépite cinématographique qu’il est…
"Mommy" est un film atypique, magique, poétique, plein de tendresse et d’espoir. Une ode à l’amour avec un grand A, que seul Dolan pouvait réaliser. Un chef-d’œuvre absolu.

…Aux mots – et aux silences – répondent les gestes qui, entre agitation et pulsion, emportent les protagonistes dans un ballet hypnotique. Le trio d’acteurs, extraordinaire, s’offre au réalisateur qui transcende tout à la fois la fragilité et la force – vive – de ses personnages au fil d’une aventure écrite avec soin et excessivité. Dolan croque trois êtres avec acuité, l’équilibre entre les protagonistes est total – le caractère « secondaire » de Kyla, son effacement, étant des plus évocateurs et d’autant plus troublant…

Mommy è un gran bel film, che avrebbe tutte le carte in regole per essere un capolavoro se l’ansia fin troppo autoriale di Dolan non debordasse dai bordi dello schermo. La visionarietà del regista canadese è impressionante, ma complice la giovane età deve ancora trovare una via giusta, più definita, più quadrata potremmo dire ricordando il formato usato. Ma è anche vero che a 25 anni un talento così non si era mai visto. E allora bando ai puntigli. Il ragazzo, che già è grande, si farà. E forse non ci resta che applaudire.

…Xavier Dolan è giovanissimo, ma ascolta i suoi istinti, osserva con attenzione, asseconda i suoi sensi e riesce con estrema facilità a raccontare storie difficilissime, tanto dolorose quanto normali. Abile nello scrivere sceneggiature e nel dirigere i suoi attori, in “Mommy” ha fatto un lavoro straordinario.
Scegliendo un formato cui non siamo abituati, propendendo per una fotografia dominata da una luce caldissima e soffocante, e con la musica che dialoga coi suoi personaggi (note e strofe non sono mai scelte solo perché “suonano bene”), Dolan si riconferma un cineasta dal talento sconfinato che riesce laddove colleghi più navigati falliscono…

Mommy dura quasi due ore e mezza, e mai per un momento si guarda l’orologio. Dolan ricorre perfino a un desueto formato vintage, l’1:1, un quadrato claustrofobico e reclusivo per meglio incapsulare i suoi personaggi, i corpi e le facce, e creare un ring dalla forma perfetta in cui si possano misurare ad armi pari. Rimaniamo continuamente sospesi, appesi, temendo che il film scivoli verso il punto della sua catastrofe, temendo la definitiva esplosione di violenza di Steve. Dolan sfrutta gli up and down, i picchi e le voragini dell’ADHD per costruire una tesissima macchina narrativa. Vi assicuro che in Mommy non c’è mai, mai, un passaggio banale, un momento risaputo, una parola artificiosa. Quando la madre immagina il futuro del suo complicato figliolo (è un sogno a occhi aperti, ma noi non lo sappiamo, lo scopriremo dopo) viene da commuoversi e, ebbene sì, di mettere mano al kleenex. Poi arriva una parte finale che è la cosa meno convincente, come se Dolan di fronte ai suoi personaggi, e alle proiezioni proprie, ai fantasmi di cui li ha caricati, non sapesse prender la giusta distanza. Peccato, è la parte stonata di un film eccellente e per tre quarti perfetto.

…Sacrificio maternal que no está exento de complejidad, en una resolución en la que contrasta el sentimiento de esperanza con hechos que, mirados fríamente, no deberían serlo, y es que el director está tan empeñado en realzar la vitalidad de Steven que hasta parece identificarse con ella. Y, de hecho, hay un par de instantes en las que Dolan se permite sustituir al protagonista (un resuelto Antoine-Olivier Pinon), en una impetuosa correspondencia, muy breve, que consigue pasar desapercibido, pero que se siente necesaria, pues Steven sigue siendo otro de los muchos alter ego de su director, como en su momento lo fue Hubert Mile en Yo maté a mi madre (I Killed My Mother – 2009), donde precisamente también aparecía “su madre” en la ficción, Anne Dorval. De este modo, conMommy confirma la construcción definitiva de un universo propio y personal en torno a las relaciones familiares y amorosas, cercanas a una óptica que, en diferentes niveles, se intuye de inspiración autobiográfica. Esta última obra tiene visos de ser una de sus más personales y logradas, y con suerte puede ser una de las que más éxito le reporte, merced al buen recibimiento que hasta ahora ha tenido en el recorrido de festivales y que, en lo que queda de año, podría saldarse con alguna que otra sorpresa. Pero también porque es un discurso con el que cualquiera puede conectar de inmediato, sin medias tintas, ni reparos. Pues todos hemos tenido una madre, y Mommy las representa un poco a todas ellas. | ★★★★★ | 
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