Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
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mercoledì 3 luglio 2019
lunedì 1 luglio 2019
La mia vita con John F. Donovan - Xavier Dolan
ci sono registi che hanno girato solo capolavori, o quasi, e quando fanno un film "solo" buono la canea degli invidiosi e degli stroncatori cercano di distruggere quel film.
ma voi non credete a quelli lì, La mia vita con John F. Donovan è davvero un bel film, intenso, intimo, emozionante, sincero, doloroso, con una storia non facilissima, con un bambino, Jacob Tremblay, Rupert, nel film, bravissimo (già protagonista di quel gran film che è Room); e comunque tutti gli attori sono bravissimi.
non sarà un capolavoro, ma vale abbondantemente in prezzo del biglietto, non sarete delusi, promesso - Ismaele
ma voi non credete a quelli lì, La mia vita con John F. Donovan è davvero un bel film, intenso, intimo, emozionante, sincero, doloroso, con una storia non facilissima, con un bambino, Jacob Tremblay, Rupert, nel film, bravissimo (già protagonista di quel gran film che è Room); e comunque tutti gli attori sono bravissimi.
non sarà un capolavoro, ma vale abbondantemente in prezzo del biglietto, non sarete delusi, promesso - Ismaele
Non troverete in questa nostra recensione
di La mia vita con John F. Donovan nulla di simile a quelle
critiche feroci che il film ha ricevuto lo scorso settembre a Toronto, quando
la nuova tanto attesa opera del giovane e talentuoso Xavier Dolan è
stata letteralmente massacrata dalla critica anglosassone causando ritardi
nella distribuzione della pellicola. Distruggere con tale veemenza un filmc
ome questo, vuol dire essere evidentemente prevenuti e odiare talmente tanto il
regista (e quello che rappresenta) da non voler nemmeno tentare di guardare
oltre i difetti. Non voler nemmeno cercare di capire quello che l'autore sta
cercando di dire e soprattutto perché ha fatto determinate scelte: magari
discutibili, magari evitabili, ma comunque coerenti con il messaggio che Dolan
voleva far arrivare tanto al suo pubblico quanto ai suoi critici….
…F. Donovan, a noi il film
"maledetto" di Xavier Dolan è fondamentalmente piaciuto, con tutti i
suoi (evidenti) difetti. Perché dietro ad una sceneggiatura dalla struttura
inutilmente complessa, dietro a scene melodrammatiche e a tratti perfino
prevedibili, batte il cuore appassionato di un regista dal talento straripante.
Un artista che, come spesso accade, è arrivato al successo troppo presto e
forse per certe cose non ha avuto il tempo di crescere, ma Xavier Dolan,
proprio come il suo protagonista, lotta per essere sempre se stesso anche in un
mondo dove spesso non ti è permesso e non ti viene perdonato.
da qui
da qui
…La mia vita con John F. Donovan è un film
tutt’altro che perfetto – come non lo era l’osannato Mommy, o lo splendido Laurence
Anyways, acme intoccato nella carriera di Dolan – ma certo lungi
dall’essere il tedioso, inconcludente abominio contro cui la stampa
d’oltreoceano ha lanciato quasi all’unanimità i propri indignati strali.
Stilisticamente parlando, non differisce dalla grammatica cinematografica
abituale del cineasta canadese: primi piani strettissimi e indiscreti, che
indagano le pieghe dell’animo attraverso le micro-espressioni del volto;
carrellate improvvise atte a enfatizzare un focus visivo; ralenti la cui
melodrammaticità non teme di sconfinare nel kitsch. Ovviamente, non sarebbe un
film di Dolan senza urla e strepiti tra madre e figlio, ma qui la dinamica si
raddoppia grazie ai parallelismi biografici tra John e Rupert. Il primo ha un
rapporto di amore-odio con l’alcolizzata Grace (Susan
Sarandon), mentre Rupert non risparmia alla nervosa Sam (Natalie Portman) feroci scudisciate che ne
feriscono la già frustrata autostima.
Siamo però lontani dalle crude, irrisolvibili asperità di J’ai tué ma mère o Mommy: stavolta, di fronte a noi non abbiamo genitrici
in guerra con la propria prole, bensì figure in grado di comprendere i figli e
di intuirne i segreti anche laddove i pargoli non sembrano disposti a
condividerli. Nella dolcissima, finanche melensa scena del ricongiungimento tra
Sam e Rupert emerge tutto l’anelito conciliatore, tutta la natura pacificatrice
dell’intero film su cui si basa il film. Una sequenza che fornisce al regista
l’occasione di tracciare un ennesimo parallelo tra i due protagonisti, laddove
John si rifugia a casa della madre in un estremo tentativo di aggrapparsi alle
proprie radici e ritrovare il se stesso più autentico, lontano dagli artifici
delle logiche di mercato. È un Dolan fallibile e maturo, quello di La mia vita con John F. Donovan, che prende in giro i
propri stilemi – la scena iniziale con Audrey che commenta l’obsoleta cabina
telefonica di Praga ne è un esempio chiaro e ironico – e che, nelle parole di
Rupert adulto, sembra voler spiegare non solo il senso del proprio cinema, ma
quello dell’ intera macchina filmica…
sabato 17 dicembre 2016
E' solo la fine del mondo - Xavier Dolan
i film di Xavier Dolan sono grandissimi, ormai lui è uno dei grandi del cinema.
i suoi film non ti lasciano mai indifferente, inizi a guardare e sei parte della storia, un osservatore che gioisce (alcune volte) o soffre (quasi sempre) con i suoi personaggi.
guardando il film mi è venuto in mente un libro di David Cooper del 1972, intitolato La morte della famiglia.
le famiglie di Dolan (e non solo), anche in questo film, sono campi di battaglia, dove i deboli devono cedere o fuggire, vivi o morti.
gli attori sono tutti straordinari, quella merda del fratello, quell'infelice della cognata, quella fuori di testa della madre, e Suzanne, la sorella che ha sempre avuto bisogno di Louis.
qualcuno di loro l'abbiamo incontrato tutti nella vita, e questo ci coinvolge oltre il dovuto, oltre il politically correct, e ci coinvolge senza trucchi, né ricatti.
tutti i film di Dolan oscillano fra il bellissimo e il capolavoro, e questo non fa eccezione.
i silenzi di Louis sono (stati) anche i nostri, certe volte, e lo sentiamo come un fratello.
è in poche sale, naturalmente, ma cercatelo, non ve ne pentirete, sono sicuro - Ismaele
i suoi film non ti lasciano mai indifferente, inizi a guardare e sei parte della storia, un osservatore che gioisce (alcune volte) o soffre (quasi sempre) con i suoi personaggi.
guardando il film mi è venuto in mente un libro di David Cooper del 1972, intitolato La morte della famiglia.
le famiglie di Dolan (e non solo), anche in questo film, sono campi di battaglia, dove i deboli devono cedere o fuggire, vivi o morti.
gli attori sono tutti straordinari, quella merda del fratello, quell'infelice della cognata, quella fuori di testa della madre, e Suzanne, la sorella che ha sempre avuto bisogno di Louis.
qualcuno di loro l'abbiamo incontrato tutti nella vita, e questo ci coinvolge oltre il dovuto, oltre il politically correct, e ci coinvolge senza trucchi, né ricatti.
tutti i film di Dolan oscillano fra il bellissimo e il capolavoro, e questo non fa eccezione.
i silenzi di Louis sono (stati) anche i nostri, certe volte, e lo sentiamo come un fratello.
è in poche sale, naturalmente, ma cercatelo, non ve ne pentirete, sono sicuro - Ismaele
…La musica è tutto (dai Blink 182 alle esuberanti sinfonie del compositore di
fiducia Gabriel Yared), i primi piani sono pura erotizzazione della recitazione (mai stucchevole però; come cavolo
fa???), il tempo del presente un incalzante concerto vissuto in prima fila
mentre i flashback nella mente del malaticcio Louis diventano uno struggente viaggio
nella memoria dove capisci che lui si è perso e dove senti che lui vorrebbe
tornare (il fratello lo portava sulle spalle; ora gli vuole spaccare la faccia).
La sorella lo rimprovera perché potevano essere anime gemelle. Il fratello è dilaniato dal complesso di inferiorità. La mamma cerca un equilibrio poetico nella saggezza politica.
La cognata (siamo noi) li guarda atterrita e forse… è l’unica che capisce che il ritornante è un morto che cammina.
Louis tace sempre.
Noi no: “È UN CAPOLAVORO“.
Urlandolo a squarciagola.
La sorella lo rimprovera perché potevano essere anime gemelle. Il fratello è dilaniato dal complesso di inferiorità. La mamma cerca un equilibrio poetico nella saggezza politica.
La cognata (siamo noi) li guarda atterrita e forse… è l’unica che capisce che il ritornante è un morto che cammina.
Louis tace sempre.
Noi no: “È UN CAPOLAVORO“.
Urlandolo a squarciagola.
…Il diritto di poter essere padroni,
per quanto possibile, della propria vita, di condividere la propria morte.
Parlare della propria morte come testimonianza della propria vita.
Il diritto di esprimersi.
Il diritto di poter riassaporare, rivedere e riascoltare i frammenti della propria vita, sparsi ma raccolti. Lontani, ma ancora raggiungibili. Fino al limite estremo.
Il diritto di rivangare non tanto il passato, quanto la memoria di quel passato.
Il desiderio di rivedere la “vecchia casa maltrattata dal tempo”. Ricordi di miseria e tempi duri, ma quando la vita passa davanti, tutta, sapere di aver vissuto in un posto che malgrado tutto è lì, meta e non solo punto di partenza, appartiene alla legge del desiderio di riconciliazione che sgorga.
Nella vecchia casa sono nati i sogni, e Louis avrebbe voluto accarezzarli per l'ultima volta.
Desiderio di riscoperta per chiudere degnamente il cerchio. Desiderio che la testa poggi di nuovo su quel materasso.
Parlare della propria morte come testimonianza della propria vita.
Il diritto di esprimersi.
Il diritto di poter riassaporare, rivedere e riascoltare i frammenti della propria vita, sparsi ma raccolti. Lontani, ma ancora raggiungibili. Fino al limite estremo.
Il diritto di rivangare non tanto il passato, quanto la memoria di quel passato.
Il desiderio di rivedere la “vecchia casa maltrattata dal tempo”. Ricordi di miseria e tempi duri, ma quando la vita passa davanti, tutta, sapere di aver vissuto in un posto che malgrado tutto è lì, meta e non solo punto di partenza, appartiene alla legge del desiderio di riconciliazione che sgorga.
Nella vecchia casa sono nati i sogni, e Louis avrebbe voluto accarezzarli per l'ultima volta.
Desiderio di riscoperta per chiudere degnamente il cerchio. Desiderio che la testa poggi di nuovo su quel materasso.
La vecchia
casa, non ha senso vederla: la brutalità della rinuncia.
Desiderio di avere la possibilità di pronunciarsi, di pronunciare la morte, per spezzare quel tabù condividendo la verità, nuda e semplice, eppur dolorosa, con la propria famiglia, con chi più di chiunque altro ha il diritto e il dovere di sapere e accogliere.
“Che cosa sei venuto a fare”, domanda ripetitiva come una interrogativa subdola. Non c'è tempo per porsi in ascolto per più di una manciata di secondi, si è perso il tempo dell'attesa, del mettere gli altri nelle condizioni di esprimersi secondo i loro tempi, le loro intenzioni, le loro necessità.
La pendola, il tempo scorre, quando sarà il momento giusto?
Le parole circostanziali per introdurre le parole “giuste”, quanta fatica. Scegliere il momento “giusto”, Louis ci ha provato, tre parole da dire e da rispondere, quelle essenziali, a volte quelle per rompere il ghiaccio dell'omertà.
La paura di parlare e di ascoltare, per contro, la paura di sentirsi dire che si muore, come se non lo sapessimo…
Desiderio di avere la possibilità di pronunciarsi, di pronunciare la morte, per spezzare quel tabù condividendo la verità, nuda e semplice, eppur dolorosa, con la propria famiglia, con chi più di chiunque altro ha il diritto e il dovere di sapere e accogliere.
“Che cosa sei venuto a fare”, domanda ripetitiva come una interrogativa subdola. Non c'è tempo per porsi in ascolto per più di una manciata di secondi, si è perso il tempo dell'attesa, del mettere gli altri nelle condizioni di esprimersi secondo i loro tempi, le loro intenzioni, le loro necessità.
La pendola, il tempo scorre, quando sarà il momento giusto?
Le parole circostanziali per introdurre le parole “giuste”, quanta fatica. Scegliere il momento “giusto”, Louis ci ha provato, tre parole da dire e da rispondere, quelle essenziali, a volte quelle per rompere il ghiaccio dell'omertà.
La paura di parlare e di ascoltare, per contro, la paura di sentirsi dire che si muore, come se non lo sapessimo…
…un tipo di cinema che non può che
dividere. Da amare o da odiare. Perché c’è chi non sopporta il concentrato di
narcisismo maniacale che Dolan propone coi suoi protagonisti, un narcisismo che
diventa sempre un concentrato di genialità, di malattia, di autocommiserazione
di chi non si sente mai abbastanza cresciuto o amato. Certo, possiamo vederlo
anche come pura messa in scena teatrale di rapporti conflittuali tra chi è
cresciuto negli anni fluidi di Moby. Ma Dolan, coi suoi già 27 anni, non ci
propone mai solo questo. Pretende di più dai suoi spettatori, dai suoi
personaggi e da se stesso che un bel drammone recitato da attori strepitosi
come Vincent Cassel, Léa Seydoux, Marion Cotillard. Nel ritorno a casa dopo 12
anni di assenza di un geniale autore teatrale malato, Gaspard Ulliel, che cerca
la forza di comunicare la sua imminente fine alla madre svalvolata, Nathalie
Baye, e ai fratelli, leggiamo anche una sorta di auto-messa-in-scena di Dolan e
delle proprie paure dopo tanti film di successo…
…"Juste la fin du monde" è un film che
necessiterebbe di più visioni per poterne cogliere e custodire le tante
sfumature. Alla delicata sensibilità con cui sono ritratti tutti i personaggi
(anche Antoine, alla fine, rivelerà una rimossa fragilità) si accompagnano le
sfumature delle scelte di messa in scena, che Dolan padroneggia sempre più
sicuro, lavorando meglio anche per sottrazione. Le stesse aperture musicali
sono più rare e rarefatte: i "momenti-videoclip" sono diversi, per
tono, rispetto ai film precedenti - abbondano le musiche in minore, e sulle
canzoni pop predominano brani strumentali e strumentazioni classiche.
Anche il tema delle ipocrisie che minacciano l'autenticità è risolto tramite sfumature: i contrasti tra i personaggi non subiscono ridimensionamenti, la trama è quasi bloccata in un'impasse. Se gli equilibri mutano lo fanno gradualmente, senza scossoni. Si procede per variazioni minime.
Tutt'altro che film minore e interlocutorio (come inteso da alcuni), "Juste la fin du monde" aggira il rischio della maniera personale facendo intravedere in quale direzione potrebbe evolvere il cinema di Dolan. Senza segnare radicali cambi di rotta: Dolan non rinnega le sue predilezioni stilistiche, ma le affina, e a livello tematico amplia, matura, approfondisce…
Anche il tema delle ipocrisie che minacciano l'autenticità è risolto tramite sfumature: i contrasti tra i personaggi non subiscono ridimensionamenti, la trama è quasi bloccata in un'impasse. Se gli equilibri mutano lo fanno gradualmente, senza scossoni. Si procede per variazioni minime.
Tutt'altro che film minore e interlocutorio (come inteso da alcuni), "Juste la fin du monde" aggira il rischio della maniera personale facendo intravedere in quale direzione potrebbe evolvere il cinema di Dolan. Senza segnare radicali cambi di rotta: Dolan non rinnega le sue predilezioni stilistiche, ma le affina, e a livello tematico amplia, matura, approfondisce…
…Al lavoro per la prima volta con attori noti, Dolan ne
isola i volti nell’inquadratura e riprende le loro reazioni, che si esprimono
in una struttura campo-controcampo claustrofobica e oppressiva. Questo permette
agli interpreti di costruire le emozioni dei personaggi sfruttando la
micromimica facciale, distribuendo nelle espressioni del volto il loro dissidio
interiore. I visi degli attori intrattengono un fraseggio mimico e verbale dal
ritmo musicale. Così Louis blocca i tratti in una maschera sommessa,
controbilanciata dalle reazioni ferine e incontrollate del fratello maggiore
Antoine (Vincent Cassel) che tratteggia la rabbia originando un universo
espressivo compresso, concentrato in una tensione oculare scandita al tempo
delle battute pronunciate. La Catherine di Marion Cotillard trasforma la
propria fragilità e indecisione di moglie remissiva in un balbettio che è
anzitutto mimico. Lea Seydoux attribuisce alla sorella Suzanne – che conosce
Louis solamente nei racconti familiari, era infatti una bambina quando il
fratello ha lasciato la famiglia – un’instabilità emotiva e un impeto espressi
in uno sguardo tagliente e disperato. Nathalie Baye dona alla madre un’aria
trasognata ed eccentrica, rivelata in un fiume verbale ininterrotto…
…Nelle parti più riuscite par di assistere a un girone
di dannati che si sbranano, si fanno del male fingendosi di amarsi. Ma
l’operazione resta sempre all’esterno dei personaggi e del testo. Dolan mostra
i muscoli facendoci capire quant’è bravo come metteur en scène, ma gli manca un
pensiero davvero forte, un progetto per organizzare la materia che si ritrova
tra le mani. Resta alla fin fine un ragazzino di talento, e sarebbe anche ora
che crescesse. Non è un disastro, Juste la fin du monde, nei momenti più alti è un huis-clos teso e
disturbante al punto giusto, folle e concitato. Dolan mantiene il suo rango
d’autore. Ma è un film-limite oltre cui dovrà reinventarsi e smetterla con
certe astuzie pop che l’han reso tanto amato tra giovani e fashionisti, e
rischiare di più, mettersi in gioco. Il punto di massima fragilità è il pessimo
Gaspard Ulliel, lamentoso e inespressivo, incapace di reggere un film che ruota
intorno a lui (Ulliel è pessimo anche in un altro film visto a Cannes 2016, La danseuse). Mentre gli altri son bravissimi, ovvio, avendo
Dolan chiamato a raccolta il meglio del cinema french-speaking: Vincent Cassel,
Marion Cotillard, Léa Seydoux, Nathalie Baye. Tutti formidabili. Con menzione
speciale per la Cotillard in un ruolo ingrato.
…Juste le fin
du monde è un film claustrofobico che gioca
con i sensi primari dello spettatore, senza riuscire mai a sbarcare nel
postmoderno, o in qualunque altra scelta artistica degna di nota. In contrasto
con chi afferma che certi altri film autoriali siano fin troppo concettuali, è
invece concettualissimo il nuovo film di Dolan (e anche tutto il suo cinema): è
un modo di girare che scava nelle idee e nelle trovate, praticamente un
campionario di immagini che cercano l’angolatura più curiosa, per la più
strampalata delle scene. Fuffa, fumo negli occhi. Ogni scena del film sembra
accontentare uno stato d’animo differente, tradendo l’unicità e l’univocità
ricercata del film stesso, come se potessimo vedere proprio lì, in mezzo alle
immagini, Dolan che sviscera tutto il materiale che gli viene in mente, e si
sfoga senza però mai lasciarsi andare. Ma Juste le fin du monde non è un film né sull’immaginazione,
né su un’eventuale schizofrenia emotiva (che porta in effetti Dolan a usare con
sfacciata noncuranza le musiche più disparate): quello che le immagini vogliono
dire (e si fanno intendere, perché spesso sono facili, schiette, dirette) è che
la vita è, se non per rari sprazzi sognanti, un lento avvicinarsi alla luce (il
finale). Ma, sorvolando sull’eventuale originalità dell’idea (e di tradurla in
un dramma familiare da camera), è davvero così affascinante una divisione così
netta delle parti? Un uso così simbolico e schematico delle scene e delle
sequenze si addice all’idea immersiva di un cinema che vuole a tutti i costi emozionare,
percuotere, destabilizzare con i suoi estremi opposti?...
martedì 13 ottobre 2015
sabato 10 ottobre 2015
J'ai tué ma mère – Xavier Dolan
un'opera prima scritta a 16 anni e girata a 20, per molti registi un film così sarebbe il culmine di una carriera, per Xavier Dolan è l'inizio di una serie di film sempre più belli ("Mommy" e "Laurence anyways", per esempio).
la storia è quella di un ragazzo, Hubert, che cerca la sua strada, con una mamma che cerca di fare la mamma, e i conflitti e l'amore fra i due.
dentro c'è il Cinema, provare per credere - Ismaele
la storia è quella di un ragazzo, Hubert, che cerca la sua strada, con una mamma che cerca di fare la mamma, e i conflitti e l'amore fra i due.
dentro c'è il Cinema, provare per credere - Ismaele
…Dolan pone il suo genio al servizio del romanticismo, non potrebbe mai comprimere il magma passionale con il raziocinio disincantato di un Radiguet verso il suo diavolo in corpo. La conclusione di "J'ai tué ma mère", se ad alcuni parrà deludente, è necessaria a un animo inquieto, incapace di vero distacco verso la propria materia. In "J'ai tué ma mère", come ancora nei film successivi, l'artista sente di non potersi liberare dell'uomo senza tradirne l'autenticità. Per quanta consapevolezza possa usare, il distacco di Dolan non regge sino in fondo. Ma è precisamente in questo afflato, volto a non tradire i propri sentimenti, che si misura la rilevanza del suo cinema. Perciò, al finale di "J'ai tué ma mère", perdoniamo volentieri pure l'abusato espediente di ricorrere a filmini familiari in bassa definizione, per dar vita illusoriamente ai ricordi del passato.
…Les comédiens sont formidables. Xavier Dolan, très connu au Québéc, se met lui-même en scène dans le rôle du fils. Sa frimousse et sa gueule d’ange contrastent brillamment avec les noms d’oiseaux qu’il peut jeter à la figure de sa mère en toute impunité. Et on est pendu à ses lèvres quand il se « confie » à sa caméra pour parler de son amour pour celle qui lui a donné vie seize ans plus tôt.
Anne Dorval, magistrale Cricket Rockwell dans la série TV « Le cœur a ses raisons » incarne la mère. Elle nous scotche de rire quand elle défend son attirance pour le mauvais goût, notamment représenté par ses peintures d’animaux accrochées aux murs ou ses abat-jour en léopard. Elle est aussi toute en nuance quand elle apprend par hasard l’homosexualité de son fils. On jubile, enfin, quand, au téléphone, elle menace un directeur d’établissement scolaire qui l’accuse de mauvaise éducation envers son fils !...
Anne Dorval, magistrale Cricket Rockwell dans la série TV « Le cœur a ses raisons » incarne la mère. Elle nous scotche de rire quand elle défend son attirance pour le mauvais goût, notamment représenté par ses peintures d’animaux accrochées aux murs ou ses abat-jour en léopard. Elle est aussi toute en nuance quand elle apprend par hasard l’homosexualité de son fils. On jubile, enfin, quand, au téléphone, elle menace un directeur d’établissement scolaire qui l’accuse de mauvaise éducation envers son fils !...
…In J’ai tué ma mère rivivono le soluzioni narrative e visive di Truffaut, Godard, Resnais: non si tratta però di sterile decalcomania citazionista; queste infatti vengono rielaborate e adoperate ai fini dello svolgimento, finiscono per essere parte integrante ed indispensabile dell’opera. Dolan è un giovane cineasta cinefilo, ha cultura cinematografica e questo gli permette, a dispetto della giovanissima età (ha diretto il film appena ventenne), una certa concezione della messa in scena fondata su scelte estetiche, opzioni morali, gusti e, più ancora, violenti disgusti.
…Siempre se dice que la primera película suele ser la más autobiográfica, y Dolan reconoció públicamente que Yo maté a mi madre tenía un gran componente autobiográfico. Esta película, en cierto modo, no deja de ser otro de esos dardos llenos de bilis que Dolan el actor lanza a su madre, esta vez en la vida real.
Todos hemos sido –somos- hijos, y todos hemos odiado –odiamos- a nuestra madre. Y vernos en pantalla grande no es fácil. Nos hace ser conscientes de la crueldad que podemos llegar a alcanzar, pero a la vez no podemos dejar de sentirnos identificados con Hubert y sentir su rabia y su incomprensión. Queremos, como él, gritar a su madre.
…Gli infantili scoppi di ira del protagonista - incapace di comprendere gli atteggiamenti di una madre da cui vuole marcare la differenza - sono tipici dell'età adolescenziale, così come le difficoltà di comunicazione di una donna sola, in bilico tra amicalità e genitorialità, ma non disposta a rinunciare a una fetta di orgoglio e amor proprio. A non essere tipico e soprattutto non banale è lo sguardo del regista su questa vicenda di passioni trattenute, represse e poi di colpo esplose. Dolan ha il dono di non lasciare indifferenti e già qui ne dà prova, tratteggiando un universo di sentimenti ed emozioni dalle tinte forti, da cui i grigi e le sfumature sono banditi, proprio come avviene nell'adolescenza…
domenica 21 dicembre 2014
Laurence Anyways – Xavier Dolan
in
sintesi, la mia sintesi, Laurence
Anyways è una bellissima storia d’amore,
che non ha bisogno di aggettivi.
Laurence, che sta con Fred(erique), confessa che
vuole diventare una donna, e Fred le starà vicino, anche quando saranno
separati.
gli eventi si svolgono in una decina d’anni, il
film dura quasi tre ore, non guardi mai l’orologio.
per gli occhi il film è una gioia, e ti affezioni
ai due straordinari protagonisti.
quello che Xavier Dolan fa, tra l’altro, è anche di
farci vergognare di come Laurence viene trattato da tutti, a partire dall'università
dove insegna (va), la sua è una scelta personale, e anche molto naturale, e non
si capisce perché tutti debbano metterci becco.
un’altra bellezza del film è che non c’è niente di
morboso e scandaloso, se non negli occhi e nei pensieri e pregiudizi degli
altri, il dolore è tutto per Laurence e Fred.
c’è più dolore che gioia, nel film, e dopo averlo visto non te lo
dimentichi più.
grazie a Xavier Dolan.
cercate questo film, non ve ne pentirete, sono
sicuro - Ismaele
…Laurence Anyways è inevitabilmente un film che scavalca la sintesi professionale di Dolan, lo è perché un minutaggio imponente come questo non può riguardare solamente la riproposizione di quanto già proposto prima, è un’opera che sa e che vuole essere ambiziosa, che sacrifica qualche raccordo logico (il bisogno impellente che Laurence ha di diventare donna non ha basi illustrate: un bel giorno lui dice a Fred che vuole diventare una lei, stop) in favore di un fermento audio-visivo che praticamente non conosce sosta. Chi si attendeva un’introspezione psicologica sull’atto di cambiare sesso (cosa che tra l’altro non avverrà completamente) dovrà soccombere sotto le carezze inferte da Dolan a cui i tormenti del personaggio-Laurence sembrano interessare relativamente, Xavier è uno che crede ancora nella permeabilità del cinema intesa come percorso biunivoco lui e noi + ritorno e ciò che ha da esprimere, da dirci, lo ripone nei suoi personaggi dando del tu allo spettatore (sto cercando una persona che…)…
…riesce a comunicarci il legame speciale che unisce i suoi Laurence e Fred al di là di tutto, al di là di ogni ragionevolezza. Sono, semplicemente, fatti l’uno per l’altra (l’una per l’altra?), e devono arrendersi a questa evidenza. Non c’è grottesco alla Almodovar. Lo stile di Dolan è sì camp, assai pop e colorato, anche sgargiante, ma i suoi protagonista ce li presenta con molta naturalezza, consegnandoci uno dei film più belli di questo festival, e una delle migliori storie d’amore da molto tempo in qua. Inverosimile? Sì, l’ho pensato. Ma la bravura del regista sta anche nel renderci credibile l’incredibile mentre lo racconta…
da qui
…La sensazione che si ha guardando le
inquadrature perfettamente studiate di Dolan
ricorda molto di più pellicole storiche come Il bacio della donna ragno o Le lacrime amare di Petra von Kant.
In questi drammi lirici, il problema della differenza di genere è quasi
accidentale e interessa molto di più ispezionare le conseguenze che questa
scelta di vita ha sull’individuo. Di Laurence Alia (sorprendentemente) non ci
interessa tanto che voglia diventare una donna ma il suo malessere, i suoi
drammi e la sua continua ricerca di un amore; ce lo conferma anche la scelta
del regista di non mostrare la materialità del cambiamento, cosa che invece
avrebbe potuto tranquillamente fare. Laurence diventa donna quasi per sbaglio
potremmo dire e ce ne accorgiamo praticamente solo grazie ad alcuni riferimenti
simbolici sapientemente inseriti nel divenire delle immagini…
… Dolan parece tener tanta confianza en su
talento y estar ya tan familiarizado con este tipo de narrativa que rueda libre
de ataduras, lo que se traduce en un estilo muy heterogéneo y en un metraje
excesivo. Por un lado, su guion contiene diálogos sentidos y veraces,
capturados bien con planos cortos y estáticos, bien con ágiles paneos en cámara
al hombro, pero incluye asimismo momentos extravagantes y estilizados. Se
suceden así largas escenas de conversación entre los dos personajes
principales, o del protagonista con su comprensiva madre, con interludios más o
menos frenéticos en cuanto a imagen y sonido. Dicho guion está además enmarcado
por una ocasional voz en off que añade trascendencia a situaciones
que no la necesitan, distrayéndonos de la progresión amorosa de la pareja
aunque sirva también para añadir capas a la misma. Dicho de otra manera, la
alteración de los tiempos dota a la película de profundidad y complejidad pero
también pervierte la que se supone que es su esencia. Por otro lado, como Dolan
es asimismo el encargado del montaje, su duración se acerca peligrosamente a
las tres horas, para una historia que probablemente podría haber sido contada
en media hora menos. Es evidente el cariño que siente el cineasta por su
criatura, y por ello renuncia con frecuencia a cortes y elipsis que podrían
haberla hecho adelgazar un poco. Sin embargo, estos defectos consiguen que la
película tenga una personalidad auténtica, y nos revelan a un director que, de
manera refrescante, no le tiene miedo a la imperfección…
…Talentoso, pero de uso desmesurado e
impaciente. Ganas de contar y de mostrarlo todo. Algo que, teniendo en cuenta la
juventud del realizador, no deja de tener cierto encanto y puede despertar una
benévola disculpa por parte del espectador, pero que en futuras (y esperadas)
ocasiones deseamos que cambie, devolviéndonos al Dolan de sus dos primeros
largometrajes. Tres horas de metraje han de servir para profundizar mucho más y
no sólo para ilustrar y traducir en imágenes
un puñado de ideas, excelentes e interesantísimas, eso sí…
…LAURENCE ANYWAYS est une fresque épique qui, sur une
durée d’une dizaine d’années, questionne la différence et la quête de soi. En
pointillés, le cinéaste envisage les relations familiales – avec une savoureuse
Nathalie Baye dans le rôle de la mère de Laurence et une sarcastique Monia
Chokri dans le rôle de la soeur de Fred – et le caractère normatif de notre
société. Mais
il peint aussi l’admirable portrait d’une femme, Fred, déchirée par l’amour
qu’elle ressent et consumée par ses sentiments. Suzanne Clément est
majestueuse : face à un Melvil Poupaud qui s’impose comme l’élément
négatif du film – pour ne pas dire plombant – l’actrice québécoise est
déchirante et transcende l’émotion.
Xavier Dolan construit un film
hybride et délicat qui, à l’image de son principal protagoniste, est sans
retenue, sensible et pluriel. En élaborant son récit de manière linéaire tout
en explosant ponctuellement toute logique narrative, le réalisateur, qui
multiplie les effets et se renouvelle sans cesse, tend à une surprenante
cohérence esthétique où la musique revêt une importance capitale. Il signe un
film singulier, étonnant et détonnant, sans doute excentrique, où l’émotion est
centrale sans être gratuite. Dolan est un fin artificier : LAURENCE
ANYWAYS est admirable.
…la apuesta de Xavier Dolan es
tan sincera y apasionada que los 168 minutos de duración de “Laurence Anyways”
y los momentos en que su narración deja de ser tan inspirada, no pueden contrarrestar
la potencia que desprende la historia de amor entre sus dos protagonistas; tiene la actitud, el carisma y el alma que necesita una
película para llegar al espectador. “Laurence Anyways” satisfará a todo
tipo de públicos porque lanza su mensaje desde la normalidad; incluso invitará
a replanteamientos de diversa índole. ¿Será capaz de convertir en tolerantes a
los que rechazan el cambio de sexo en cualquier circunstancia? No lo creo, pero
desde luego que invitará a la reflexión a aquellos que tengan la mente abierta.
…ci si stupisce della compiuta padronanza della
macchina filmica da parte di un autore ventireenne, che è uno di quei sempre
più rari registi che vogliono il controllo assoluto sulla propria opera non
solo a un livello autoriale ma anche eminentemente pratico: scrive, dirige,
monta, sceglie i costumi e le musiche. La sceneggiatura è un fiume in piena, i
personaggi e le situazioni presentati nel corso della narrazione rimangono
credibili nonostante Dolan abbia un debole per le scene madri e per un'enfasi
stilistica debitrice a Wong Kar-wai,
che regala guizzi surreali con fulminanti metafore annesse e veri e propri
videoclip. Lo studio cromatico costituito da una sinergia tra costumi, scenografie
e la fotografia iper-satura di Yves Bélange potenzia ogni immagine, veicolando
un poliedrico gusto per la messa in scena che si mostra sempre cangiante. I
peccati di Dolan sono, pertanto, tutti di generosità verso un personaggio in
cui crede e il cui ritratto a tutto tondo è il manifesto di uno degli autori
più giovani e sorprendenti degli ultimi anni…
…Le personnage de Laurence, interprété par le courageux Melvil Poupaud, est tiraillé entre son besoin d’affirmer son identité sexuelle et enfin s’accepter, et le regard des autres, à commencer par sa petite amie, pour qui il est tout. Se cherchant dans son quotidien à travers ses vêtements et ses attitudes, il va tâtonner, sollicitant la patience de sa compagne, qui passera par toutes les phases du deuil de leur amour perdu : incompréhension, dégoût, acceptation et tolérance. Ce qui est d’ailleurs le plus beau dans le film est l’amour inconditionnel que Fred, magistralement interprétée par Suzanne Clément, porte à Laurence.
martedì 9 dicembre 2014
Mommy - Xavier Dolan
L’ho visto due volte, è un film che
riesce a coinvolgere come pochi e a turbare, è una storia dolorosa, con tre
attori bravissimi (e anche di più).
Xavier Dolan è canadese, ha 25
anni, e questo è il suo quinto film, e per uno solo di questi film sarebbe già
ricordato nelle filmografie, con cinque, poi.
Una madre ha un figlio malato, che esce
da qualche tipo di istituto, e insieme riprovano a vivere insieme; sono molto
legati, non hanno nessuno, se non il loro rapporto, burrascoso ed esclusivo.
Appare Kyla, una vicina di casa, un’insegnante
in anno sabbatico, con mille problemi (uno si capisce guardando con attenzione
le foto di casa sua, secondo me), che dà lezioni a Steve, e tutti e tre si
sostengono per quanto possibile, ciascuno ha bisogno degli altri due.
Ci sono bellissimi momenti di
serenità e drammi imprevedibili, anche per ‘colpa’ di Bocelli.
È il primo film di Dolan che arriva
in sala, non perdetevelo, il regista ha un talento straordinario, ne sentiremo
parlare ancora in futuro, è sicuro.
E aspettare di vederlo a casa è una
scelta perdente, solo andando al cinema saprete perché - Ismaele
…Dolan colpisce ancora una volta nell'emotività più istintiva
dello spettatore mettendo in scena il difficile, burrascoso e quasi edipico
rapporto tra una madre (un'intensa Anne
Dorval, eterna mommy dolaniana, esemplare incarnazione
dell'amore/coraggio materno) e il proprio figlio quindicenne, affetto da ADHD
(Sindrome di iperattività e decifit d'attenzione). Patologia, che per la sua
gravità porta il ragazzo a improvvise alterazioni di violenza tanto da impedire
alla madre la conduzione di una vita regolare (con tutti i rischi che ne
conseguono) finchè quest'ultima, non si trova costretta a farlo nuovamente
rinchiudere nell'ennesimo centro specializzato. Una temporanea stabilità della
situazione avviene con l'entrata in scena della nuova vicina di casa; un'ex
insegnate dal comportamento acquiescente, con problemi di balbuzie, che sembra
trovare nella loro vita un senso di completamento a una condizione famigliare
apatica, ed enigmatica (nulla, verrà effettivamente chiarito sul suo passato).
Si instaura così un rapporto di complicità che porterà infine queste tre
esistenze, a guardare al futuro con sguardo diverso, rinnovato…
Contrairement à de nombreux critiques, je ne vous
ferais l’affront de vous dévoiler ce petit truc qui fait qu’on adore ce film.
Ce tout petit truc auquel seul un être d’une extrême sensibilité pouvait
penser. Un truc qu’aujourd’hui dans le cinéma international, seul Xavier Dolan
pouvait faire, et que nombre de journalistes zélés ont voulu dévoiler. Si vous
êtes passé au travers des mailles du filet et n’avez aucune idée de ce dont je
parle, vous faites partie des bien heureux qui auront le plaisir de savourer
"Mommy" comme la pépite cinématographique qu’il est…
…"Mommy" est un film atypique, magique, poétique,
plein de tendresse et d’espoir. Une ode à l’amour avec un grand A, que seul
Dolan pouvait réaliser. Un chef-d’œuvre absolu.
…Aux mots – et aux silences – répondent les
gestes qui, entre agitation et pulsion, emportent les protagonistes dans un
ballet hypnotique. Le trio d’acteurs, extraordinaire, s’offre au réalisateur
qui transcende tout à la fois la fragilité et la force – vive – de ses
personnages au fil d’une aventure écrite avec soin et excessivité. Dolan croque trois
êtres avec acuité, l’équilibre entre les protagonistes est total – le caractère
« secondaire » de Kyla, son effacement, étant des plus évocateurs et
d’autant plus troublant…
…Mommy è
un gran bel film, che avrebbe tutte le carte in regole per essere un capolavoro
se l’ansia fin troppo autoriale di Dolan non debordasse dai bordi dello
schermo. La visionarietà del regista canadese è impressionante, ma complice la
giovane età deve ancora trovare una via giusta, più definita, più quadrata
potremmo dire ricordando il formato usato. Ma è anche vero che a 25 anni un
talento così non si era mai visto. E allora bando ai puntigli. Il ragazzo, che
già è grande, si farà. E forse non ci resta che applaudire.
…Xavier Dolan è giovanissimo, ma ascolta i suoi
istinti, osserva con attenzione, asseconda i suoi sensi e riesce con estrema
facilità a raccontare storie difficilissime, tanto dolorose quanto normali.
Abile nello scrivere sceneggiature e nel dirigere i suoi attori, in “Mommy” ha
fatto un lavoro straordinario.
Scegliendo un formato cui non siamo abituati,
propendendo per una fotografia dominata da una luce caldissima e soffocante, e
con la musica che dialoga coi suoi personaggi (note e strofe non sono mai
scelte solo perché “suonano bene”), Dolan si riconferma un cineasta dal talento
sconfinato che riesce laddove colleghi più navigati falliscono…
…Mommy dura
quasi due ore e mezza, e mai per un momento si guarda l’orologio. Dolan ricorre
perfino a un desueto formato vintage, l’1:1, un quadrato claustrofobico e
reclusivo per meglio incapsulare i suoi personaggi, i corpi e le facce, e
creare un ring dalla forma perfetta in cui si possano misurare ad armi pari.
Rimaniamo continuamente sospesi, appesi, temendo che il film scivoli verso il
punto della sua catastrofe, temendo la definitiva esplosione di violenza di
Steve. Dolan sfrutta gli up and down, i picchi e le voragini dell’ADHD per
costruire una tesissima macchina narrativa. Vi assicuro che in Mommy non c’è mai, mai, un passaggio banale, un
momento risaputo, una parola artificiosa. Quando la madre immagina il futuro
del suo complicato figliolo (è un sogno a occhi aperti, ma noi non lo sappiamo,
lo scopriremo dopo) viene da commuoversi e, ebbene sì, di mettere mano al
kleenex. Poi arriva una parte finale che è la cosa meno convincente, come se
Dolan di fronte ai suoi personaggi, e alle proiezioni proprie, ai fantasmi di
cui li ha caricati, non sapesse prender la giusta distanza. Peccato, è la parte
stonata di un film eccellente e per tre quarti perfetto.
…Sacrificio maternal que no está exento de
complejidad, en una resolución en la que contrasta el sentimiento de esperanza
con hechos que, mirados fríamente, no deberían serlo, y es que el director está
tan empeñado en realzar la vitalidad de Steven que hasta parece identificarse
con ella. Y, de hecho, hay un par de instantes en las que Dolan se permite
sustituir al protagonista (un resuelto Antoine-Olivier Pinon), en una impetuosa
correspondencia, muy breve, que consigue pasar desapercibido, pero que se
siente necesaria, pues Steven sigue siendo otro de los muchos alter ego de su director, como en su momento lo
fue Hubert Mile en Yo maté a
mi madre (I Killed My Mother – 2009), donde precisamente también aparecía
“su madre” en la ficción, Anne Dorval. De este modo, conMommy confirma la construcción definitiva de
un universo propio y personal en torno a las relaciones familiares y amorosas,
cercanas a una óptica que, en diferentes niveles, se intuye de inspiración
autobiográfica. Esta última obra tiene visos de ser una de sus más personales y
logradas, y con suerte puede ser una de las que más éxito le reporte, merced al
buen recibimiento que hasta ahora ha tenido en el recorrido de festivales y
que, en lo que queda de año, podría saldarse con alguna que otra sorpresa. Pero
también porque es un discurso con el que cualquiera puede conectar de
inmediato, sin medias tintas, ni reparos. Pues todos hemos tenido una madre, y Mommy las representa un poco a todas ellas.
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