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venerdì 3 luglio 2026

Kontinental '25 - Radu Jude

a Cluj, seconda città della Romania, in Transilvania, territorio ungherese un secolo prima, il capitalismo immobiliare corre come dappertutto, e non fa prigionieri.

Radu Jude ci racconta una storia romena ma potrebbe essere italiana, al 100%, in comune c'è la speculazione immobiliare, ragazzi che hanno studiato, ma il lavoro che trovano è il rider, nulla più, e poi ci sono i preti, refugium peccatorum, provate a far parlare in romano, anzichè in romeno, e vediamo chi capisce la differenza.

a Cluj i lavori "migliori" sono quelli degli schiavi da ufficio delle multinazionali di rapina.

Orsolya è uno di quei dipendenti che fanno il lavoro sporco per i padroni lontani e a lei restano i dubbi etici, che la legge assolve, ma la sua anima è turbata.

la Romania (e tutto il mondo) è in una crisi dove il 99% delle persone non sta bene.

Radu Jude è sempre più bravo, non fa film inutili, sono pieni di sostanza, realismo, cattiveria, ironia, con attori bravissimi, nelle sue mani.

un film da non perdere, come capita sempre ai suoi film.

buona (capitalistica e non etica) visione - Ismaele


 

 

…Pur meno caleidoscopico dei suoi capolavori recenti, Kontinental '25 porta tutti i segni del genio di Jude, con un'elegante struttura bipartita e il consueto gusto per l'assurdo che lascia nella memoria immagini (si pensi ai dinosauri e ai robot poliziotti) tanto ridicole quanto risonanti, capaci di far collassare le nozioni di alto e basso. Il concetto di pittoresco, che spesso complica l'identità di Cluj, viene qui smantellato formalmente filmando attraverso iPhone che sviliscono l'architettura locale (a sua volta simbolo dell'emergenza abitativa locale e globale) e posizionano le figure umane come spettri buffi che infestano lo spazio pubblico. Ma è soprattutto attraverso la conversazione - motore instancabile che però gira a vuoto - che Jude mette in scena l'insoddisfazione e la frustrazione, confermandosi come l'autore del cinema europeo più rilevante della nostra epoca.

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Come sempre, quelle di Radu Jude sono cronache sarcastiche di un paese alla deriva. Forse di un intero continente. Kontinental ‘25 non è solo il fratello di Do Not Expect Too Much From The End Of The World, ma ne è il controcampo grottesco financo brutale, altrettanto netto nella scelta di un formato lo-fi digitale, altrettanto scortese con etica e cattivo gusto comuni, altrettanto evocativo di quanta politica ci sia anche nella chiacchierata più inoffensiva e di quanto non esista davvero il disengangement, nonostante sia tanto declamato e rivendicato nel mondo. Proprio visto che nessuno è innocente, comunque, nessuno dovrebbe mai nemmeno prendersi sul serio, sembra dire il film. Forse si dovrebbero invece accogliere le proprie responsabilità e al massimo conviverci senza rompere troppo le palle agli altri…

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Ci sono film che non ti baciano sulla bocca, ma ti lasciano un sapore di ferro tra i denti e un foglietto spiegazzato in tasca, di quelli con la lista della spesa che hai scordato di fare. Kontinental '25 è esattamente questo, una fotografia mossa scattata da un treno in corsa che non sai bene dove stia andando, con i finestrini troppo sporchi per guardare fuori e troppo lucidi per non vederci riflessi i nostri stessi difetti. Radu Jude si conferma un geometra dei sentimenti storti, un regista che non cerca l'inquadratura perfetta da cartolina ma preferisce l'inquadratura continua che ti stringe alla gola, proprio come quando cerchi disperatamente le chiavi sul fondo dello zaino e ci trovi solo scontrini sbiaditi. Lo sguardo dietro l'obiettivo segue tutto con cura, sembra quasi distratto e invece ti sta prendendo le impronte digitali a tradimento, supportato da una sceneggiatura che è un frullatore di parole affilate e silenzi che fanno rumore. I dialoghi sembrano rubati a un tavolo di un autogrill alle tre di notte, intrisi di quella burocrazia dell'anima che ci fa sembrare tutti dei moduli da compilare in triplice copia, dove non esistono eroi ma solo persone che cercano di non scivolare sul pavimento bagnato della storia contemporanea. In questo scenario gli attori si muovono con la grazia goffa dei funamboli senza rete ma a un centimetro da terra, senza recitare davvero. Eszter Tompa, Gabriel Spahiu e Adonis Tanta respirano dentro i propri personaggi con una verità disarmante nei loro sguardi, capaci di passare dal cinismo più feroce a una fragilità da bicchiere di cristallo lavato male, tanto che ti verrebbe voglia di entrare nello schermo anche solo per offrirgli un caffè o una strada secondaria. Alla fine il film diventa un grandangolo sulla nostra Europa distratta, un continente che viaggia orgoglioso in prima classe ma ha il motore visibilmente in avaria, trasformandosi in una riflessione amara su come l'assurdo sia diventato la nostra nuova normalità. È una ballata cinica e dolcissima che ci ricorda che siamo tutti quanti passeggeri con un biglietto di sola andata per una destinazione che continua a cambiare nome sui tabelloni elettronici. Se la perfezione assoluta rimane un'illusione da collezionisti, questa pellicola ci va vicinissimo e si ferma un attimo prima, proprio dove iniziano i sogni che ti lasciano un po' di amaro in bocca ma anche tanta voglia di parlarne a colazione, meritando quasi il massimo dei voti e lasciando libero solo quel piccolo spazio finale per il mistero.

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…Nato da un fatto di cronaca avvenuto diversi anni addietro, il soggetto del film viene però contaminato coi modelli di un paio di capolavori mondiali: il tema della donna consumata dal senso di colpa in cerca di redenzione potrebbe essere estrapolato di peso da Europa ’51 di Roberto Rossellini (evocato pure nella sua vocazione al cinema low-budget), con la differenza che in questo mondo reso insensibile dal consumismo capitalista la protagonista di questo film non riesce a trovare nessuno che la capisca e che le consenta di sublimare il suo dolore. L’altro prestito riguarda la struttura drammaturgica di Psycho di Alfred Hitchcock: come accade in quel capolavoro, anche qui il film inizia con una lunga sequenza in cui il protagonista è la vittima, per poi spostare l’attenzione sul carnefice, lì materiale (eccome!) qui morale.

 

Ma a prescindere da questi prestiti d’autore, la forza del film risiede nella sua capacità di prendere di petto i problemi sociali e politici nella Romania odierna, che poi certamente vengono affrontati – come è proprio dello stile del regista – in una chiave ironica e surreale.
Interessante anche (altro topos della filmografia di Jude) il passaggio continuo dal format documentaristico a quello più tradizionalmente fictional, che qui diventa però proprio stilisticamente esplicito: il film parte adottando uno stile in cui predomina il taglio schiettamente documentaristico, con una serie di riquadrature che enfatizzano il caotico sviluppo immobiliare del paese, per poi adottare una narrazione più canonica da “feature film” narrativo, e infine chiudersi con l’affastellarsi anonimo dei palazzoni moderni che raccontano un paese che è passato dalla dittatura di Ceausescu verso un modello neoliberista con scarsa protezione sociale; sancendo così, persino schematicamente, la vittoria del “documentario” sulla “fiction”: dell’urgenza necessaria di documentare il reale, rispetto al lusso di romanzarlo.
Il risultato? Un apologo socio-politico svolto sotto forma di satira feroce, in felice equilibrio tra commedia e dramma, che interroga e diverte.

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La messa alla berlina in cui si lancia Jude non risparmia nessuno, tra nazionalisti rumeni che insultano la protagonista in quanto di etnia ungherese, e la madre della stessa che a sua volta si appiglia a una fantomatica superiorità ungherese sul popolo rumeno rimpiangendo il pre-1918, vale a dire la data in cui la Transilvania scelse di appartenere politicamente alla Romania in luogo dell’Ungheria – e quindi provando nostalgia per un tempo mai vissuto, quell’anemoia che sta imperversando sempre più nella vecchia, vecchissima, dinosaurica Europa acuendo la sua naturale propensione alla balcanizzazione. Si compiangono i poveri bambini rom, ma non si fa lo stesso con gli adulti della medesima etnia, verso cui si spalancano le forche caudine di una società brutale, incattivita, e sempre più giudicante. Se Orsolya può evitare l’istituto psichiatrico in cui veniva condotta in forma coatta la povera Irene è perché l’intera società è oramai un vasto manicomio, dove nulla ha più senso, e l’unica ideologia che ha vinto è quella della sopraffazione, del potere sociale accumulabile attraverso il denaro, e della schiavitù legalizzata. In tal senso, in un film che procede di dialogo in dialogo, con la disperata Orsolya alla ricerca di una assoluzione che non può trovare e per farlo incontra un suo superiore, un’amica, sua madre, il suo ex-studente, e perfino un pope (in quello che è forse il vis à vis più surreale, e spiazzante) mentre suo marito e i figli sono in vacanza in Grecia – non a caso la nazione che più di ogni altra ha potuto saggiare il concetto di “comunità” dell’Unione Europea – prende corpo la suggestione di un continente già impazzito, sconfitto, destinato alla distruzione, allo studio paleontologico. Conscio di come la produzione cinematografica non sia che un altro strumento nelle mani di tale sistema, Jude si muove in maniera completamente laterale, sceglie una prospettiva “povera”, gira in una decina di giorni con una troupe ridotta all’osso e con un cellulare. Non per obbligo, ma per scelta, per precisa volontà di restituire attraverso lo stesso esercizio produttivo prima ancora che estetico la necessità di un cambio politico, strutturale, di una visione differente, di una prospettiva che sappia rivoluzionare lo stato delle cose. Ne viene fuori l’ennesima opera nitida e integerrima, mai conciliante, che sa far sua la lezione rosselliniana come fosse l’organo costituente ed eternamente vivo della ridefinizione dello sguardo collettivo. Non sarà dirompente come alcune delle sue opere precedenti, Kontinental ’25, ma conferma come di registi come Radu Jude ce ne siano pochi, pochissimi in circolazione oggi, ma anche di come la via per una messa in discussione dell’intero apparato dell’immaginario sia indicata. Basta seguirla.

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lunedì 17 febbraio 2025

Do Not Expect Too Much from the End of the World (Non aspettarsi troppo dalla fine del mondo) - Radu Jude

Radu Jude non delude mai.

in questo film ci sono tanti fatti piccoli e sorpendenti, diverse storie che si rincorrono e si intersecano nella stessa giornata.

Angela Raducani (che ha girato altri film del regista) è interpretata dall'instancabile Ilinca Manolache, che corre come un criceto, una lavoratrice schiava tuttofare.

sono passati i tempi nei quali i lavoratori erano organizzati e contavano qualcosa, la Romania è in mano alle multinazionali che lasciano il paese sempre più povero, l'unica ribellione di Ilinca è quella di creare un personaggio su TikTok, sboccato e sincero, l'unico spazio di libertà per Ilinca.

il film è pieno di citazioni e, per quanto sembri una stramberia, è un godimento per chi guarda.

peccato che il film sia stato nelle sale poco e male, gli attori sono davvero bravi, cercatelo e godetene tutti.

buona visione - Ismaele

 

 

 

 

 

…Do not expect too much from the end of the world è un film lungo; un film che condensa tanti generi, e innumerevoli registri cinematografici. Ciononostante, quello diretto da Radu Jade è un film che compie una magia più unica che rara: riesce a raccogliere nello spazio dei propri raccordi tutta l'esasperazione di giovani costretti a ore interminabili di lavoro, e una ricerca di evasione dalla realtà nello schermo di uno smartphone. Un mix esplosivo generante un ritratto della nostra quotidianità, dipinta con caustica e irresistibile ironia, abile nel coinvolgere il proprio pubblico fino a inserirsi nello strato più profondo della sua anima.

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La satira dai toni grotteschi sulla società contemporanea, il gioco degli opposti pieno di citazioni, aforismi, battute e scambi tra registri non può più essere considerato (soltanto) un semplice esercizio di stile. Questo film di superfici, come l’ha definito lo stesso Jude, riassume nell’unità del film-aforisma tutte le suggestioni del suo cinema e analizza con una straordinaria profondità riflessiva le immagini del mondo in cui viviamo. Basta un TikTok per avere contezza di temi come la morte, lo sfruttamento sul lavoro, la gig economy, la guerra in Ucraina? Dramma, in parte commedia, in parte road movie, in parte film di montaggio, in parte film d’archivio (Angela merge mai departe, 1981) che sconfina attraverso i suoi protagonisti (Dorina Lazăr, László Miske) all’interno della pellicola contemporanea di Jude.

Do Not Expect Too Much From the End of the World è un film stratificato, denso, per cui un’unica visione non basta a decifrarne completamente la portata riflessiva. Un ulteriore passo in avanti nella filmografia di uno dei cineasti europei la cui analisi sulla contemporaneità sembra aver raggiunto il suo apice espressivo.

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Nell’estenuante traffico di Bucarest, la satira di Radu Jude viene scandita da nuove nevrosi in bianco e nero, alter ego di TikTok e colori d’archivio. Un ambizioso gioco di registri che culmina nell’apice espressivo del regista romeno, grottesco, esasperato, tragicamente realistico. Le violenze del capitalismo contemporaneo intercettano gli anni di Ceaușescu in uno stratificato ‘film di superfici’ fatto di digressioni, aforismi, antitesi, censure. Nulla è lasciato al caso: tutto opera al servizio di un unico, lucidissimo, grande delirio, molto più grande dello stesso film, che non assomiglia a nulla di già visto.

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Il sottotitolo del nuovo film di Radu Jude, ovvero Do Not Expect Too Much From the End of the World, è “dialogo con un film dal 1981”. È quindi evidente che, come nel caso di The Marshal’s Two Executions (2018) e Tipografic majuscul (2020) ci troviamo ancora una volta davanti a quello che è innanzitutto un sofisticato esercizio di montaggio. Un film di finzione che racchiude in sé spezzoni di un film precedente, quello diretto appunto nel 1981 da Lucian Bratu e intitolato Angela Goes On, utilizzato da Jude come capsula del tempo utile a documentare la Bucarest degli anni Ottanta, quindi dell’era di Ceaușescu, che diventa la base visiva per una serie di evocative giustapposizioni della città di allora e di oggi. Jude richiama così in scena Angela Coman (Dorina Lazăr), la protagonista - oggi anziana - di Angela Goes On (o Angela Moves On, titolo dal significato ambivalente, che al movimento nello spazio ne associa anche uno emotivo), che nel film originale guidava moltissimo per le strade di Bucarest per guadagnarsi da vivere. Il montaggio alternato di Radu Jude invita il pubblico a confrontare la Bucarest mappata dall’immaginaria Angela di Bratu nel suo ruolo di tassista, mentre l’era di Ceaușescu stava appena entrando nel suo ultimo decennio, con la Bucarest attraversata dalla nuova protagonista del suo film, anche lei Angela e anche lei in auto, più di 40 anni dopo. Ci troviamo davanti a una città molto più trafficata, con un numero esponenzialmente più alto di auto a intasare le strade della capitale e a scaricare polveri inquinanti nell’aria, al punto che le immagini provenienti dal passato socialista ci appaiono preferibili e avvolte da un nostalgico romanticismo. Ma ovviamente è tutto un gioco di percezioni, un modo per svelare come il cinema - così ieri, così oggi - possa manipolare la realtà e dare una visione falsata della stessa…

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Lontano da ogni scialba ambizione di perfezione tecnica, Jude è autenticamente rosselliniano (con buona pace dei più rigidi e scandalizzati cultori del magistero del regista di Paisà) per la sua capacità di costruire il reale attraverso il rapporto tra l’uomo e lo spazio, tra l’immediatezza della rappresentazione e l’azzeramento delle distanze, tra la schiettezza delle emozioni e la continua scoperta dei luoghi, tra la forza dell’involucro narrativo e le continue epifanie della realtà che costringono a rimettere ogni scena (e ogni scelta) in discussione.

Non solo, però. L’autore di Sesso sfortunato o follie porno (con cui fu premiato con l’Orso d’oro a Berlino) riprende da Rossellini anche la necessità di superare certe contraddizioni del linguaggio da riunire in un nuovo progetto espressivo, anche se il suo sguardo a volte sembra quello di un moralista ottocentesco e a volte quello di un Voltaire meno incarognito. Così, la semplicità quasi sciatta del webcasting si unisce a una fotografia (di Marius Panduru) – in bianconero per la maggior parte della durata – quasi piatta e volutamente senza profondità, realizzata con mezzi pressoché amatoriali (c’è anche il flickering della luce sui muri) ma di una solidità corrusca e perfino scultorea.

Senza contare che la vicenda di Angela dialoga con quella dell’omonima protagonista del vecchio film di Lucian Bratu Angela merge mai departe (1981, titolo internazionale Angela Moves On), che come lei vaga in auto (qui, per la precisione, si tratta di un taxi) per le strade di Bucarest. Spezzoni di questo film vengono mostrati e integrati alla narrazione non solamente come semplice contrappunto. Con un geniale colpo di scena, infatti, si verrà a scoprire che il personaggio principale (non la sua interprete Dorina Lazar, che pure riprende il ruolo) di Angela Moves On è anche la madre di Ovidiu (Ovidiu Pîrșan), colui che sarà poi scelto per raccontare la sua sfortunata vicenda nello spot-progresso. Ennesima dimostrazione di un’idea di cinema liberissima (e per questo radicale), dove il nichilismo si stempera nella beffa: in fondo conviene «non aspettarsi troppo nemmeno dalla fine del mondo», suggerisce il titolo «rubato» all’aforista polacco Stanisław Jerzy Lec. Come a dire che ogni individuo sembra impossibilitato a costruirsi realmente il proprio futuro senza prima ritagliarsi uno spazio di libertà all’interno di un mondo recalcitrante a essere ridotto ai voleri del singolo.

A fare di Do Not Expect Too Much from the End of the World un capolavoro, però, è la capacità di Jude di condensare il discorso all’interno della sua ricerca stilistica che ha la quieta temperanza del gioco. L’apparente eterogeneità del linguaggio, infatti, serve per dimostrare un assunto apparentemente semplice: al giorno d’oggi ogni immagine può essere messa in comunicazione con qualsiasi altra. Non importano le sue origini, i suoi contorni, il suo formato, la sua destinazione d’uso e il suo significato originario: ogni differenza può essere integrata, senza pregiudizi o gerarchie. Un discorso che, in fondo, si è invitati a traslare dal piano ludico e semiserio del film ad altri e ben più importanti aspetti della realtà e della vita.

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Il caos di Non aspettarti troppo dalla fine del mondo è più simile a quello che si intendeva nelle cosmogonie della Grecia antica: una massa oscura e palpitante, sotto la cui superficie si muovono le cose che saranno, che prima o poi verranno, e chissà, magari sotto la coltre oscura riposano anche le macerie di quello che è stato in un’altra iterazione dell’eternità. Cosa siano, queste cose, al momento non è dato saperlo: angeli che verranno a salvare il cinema? I demoni che lo malediranno? Jude ha detto che il suo prossimo progetto è un film girato tutto con l’iPhone in formato 9:16. Perché? Perché è il formato attraverso il quale la maggior parte delle persone che esistono oggi esperiscono il mondo. Perché da tantissimi è considerata, questa, la forma del brutto. Perché per Jude TikTok e Instagram possono ancora essere strumenti d’arte, inizio di un nuovo cinema vernacolare, e qualcuno deve pur cominciare a mettere le fondamenta di questa Decima arte fatta di schermi verticali e video di 30 secondi al massimo. Magari è così che il cinema si salverà, o forse Radu Jude è l’agente del caos, l’angelo del male, l’araldo dell’apocalisse venuto ad annunciarci che il cinema è morto – e quindi il mondo è finito – e queste sono le ceneri che ne restano, a noi la scelta se chiuderle in una teca e piangere o usarle per concime e sperare che qualcosa nasca. Sempre meglio, però, non aspettarsi troppo dalla fine del mondo.

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mercoledì 13 aprile 2022

Bad Luck Banging Or Loony Porn - Radu Jude

 

Sesso sfortunato o follie porno sarebbe il titolo italiano del film in sala, se il film fosse passato in sala, se poi uno lo volesse vedere in romeno il titolo è Babardeala cu bucluc sau porno balamuc.

È’ diviso in tre parti, la prima è bella, prepara il resto, la seconda e la terza sono a loro modo eccezionali.

Radu Jude si conferma regista di serie A.

Un film da non perdere, uno dei migliori dell’anno, tra l’altro Orso d’oro quest’anno a Berlino.

Aspettate i titoli di coda, alla fine ci sono dei ringraziamenti speciali.

buona (porno scolastica romena) visione - Ismaele

 

 

 

L’eclettico regista romeno non rinuncia neppure questa volta a mettere il dito cinematografico nelle piaghe della società romena sia per quanto riguarda i suoi scheletri del passato celati nell’armadio della Storia sia per quanto attiene al falso moralismo di quest’era digitale (e pandemica visto che nel film le mascherine, chirurgiche e non, sono d’ordinanza). Queste ultime finiscono con il diventare facile simbolo di ciò che i suoi connazionali preferiscono occultare. Procedimento che Jude rifiuta alla radice sin dalla prima sequenza del film che è un film porno a tutti gli effetti del quale nulla viene censurato. È il casus belli che accompagnerà, con modalità diverse la tripartizione che segue.

Nella prima seguiamo i movimenti nella città della protagonista prima che raggiunga la riunione dei genitori. Si tratta di un trattato di sociologia urbana nel quale la macchina da presa dichiara a più riprese la propria presenza mostrandoci un ampio catalogo di contraddizioni che innervano la capitale della Romania. Nella seconda assistiamo poi a un dichiarato catalogo (con tanto di ordine alfabetico) di eventi e situazioni debitamente commentate per passare poi alla riunione in cui tutto il peggio della subcultura finisce con l’emergere. Una subcultura che si alimenta oltre che, ovviamente, di sessismo che non origina solo dai maschi, anche di razzismo profondo, di complottismo e di nostalgia di un passato precomunista…

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Sicuramente l’opera di Radu Jude è un film “di nicchia”, per quanto possa valere questa definizione, ed è tradizione del Festival di Berlino prediligere opere più autoriali e meno generaliste di quanto facciano, soprattutto negli ultimi anni, festival come Cannes, Venezia o il Sundance. L’impressione generale, guardando questo nuovo Orso d’Oro, è quello di assistere al film di un Marco Ferreri rumeno e contemporaneo, socialmente più empatico e dai colori meno vividi: ci vuole un po’ a entrare nelle logiche un po’ surreali del film, ma una volta trovata una connessione Bad Luck Banging or Loony Porn è un’esperienza cinematografica poco scontata e decisamente mai prevedibile.

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La terza parte, denominata “Prassi e insinuazioni (Sitcom)” è ambientata nel cortile dell’istituto dove l’insegnante viene processata dai genitori con l’accusa è di infangare il buon nome della scuola. In una fotografia satura e pop, proprio come quella delle sitcom, i personaggi si muovono come maschere simboliche e il processo assume una valenza farsesca. Viene nuovamente mostrato il filmato porno con reazioni avverse. Ma la discussione fa emergere la violenta cultura patriarcale della società rumena ancora attraversata dall’antisemitismo e dalla irrisolta questione rom. Un personaggio cita anche il bunga bunga di italiana memoria e la cosa di per sé dovrebbe attivare una riflessione anche sulla cultura patriarcale italiana…

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Orso d’Oro per il miglior film all’ultima Berlinale, questo Bad Luck Banging or Loony Porn ha un titolo complicato e un inizio in apparenza semplice: sembra che Radu Jude, il regista romeno, ci stia facendo vedere un film porno. Un uomo e una donna stanno facendo l’amore, e fanno in modo, contemporaneamente, che un video li riprenda. Solo che, per una serie di circostanze sfortunate (bad luck) il video finisce su Internet e viene visto da migliaia di persone, compresi gli alunni della scuola in cui la protagonista Emi (Katia Pascariu, molto brava) insegna, e dai loro genitori. Con ragione, Emi teme che scoppi uno scandalo. Ha paura di essere licenziata. Questo lo spunto, desunto da un fatto di cronaca, da cui Radu Jude afferma di essere partito. Il risultato: una commedia anche divertente, ma sostanzialmente amara e provocatoria, che mette il dito sulle piaghe della storia rumena e della Romania odiernaPiaghe multiple, cui si aggiunge la presente pandemia (tutti gli interpreti portano la mascherina e si pratica continuamente il distanziamento sociale).

Il video incriminato è o no un video porno? Dalla risposta a questa domanda dipende la sorte di Emi (sarà licenziata?), ma sorge anche una riflessione sulla natura dell’osceno. Intanto, nella definizione di film porno è implicita la particolare ginnastica che gli attori sono costretti a fare per mostrare alla macchina da presa che i vari tipi di penetrazione stanno accadendo veramente e non sono simulati. Emi e suo marito Eugen non si preoccupano affatto di questo, l’urgenza del loro reciproco desiderio si esprime soprattutto tramite parole. C’è però un particolare atto sessuale che anche nel porno classico è visibile di per sé, non ha bisogno di alcuna acrobazia: è la fellatio, il pompino, il succhiare con la bocca (da parte della donna, ove la coppia sia etero) il membro turgido del partner. È questo l’elemento che scandalizza, e può accomunare il video al porno; ma allora l’interrogativo cambia e diventa: può il porno essere considerato davvero osceno, a fronte per esempio dell’oscenità quotidiana e diffusa di certa pubblicità che invade ogni angolo di strada, tappezza muri e facciate, utilizzando nel modo più sfacciato e turpe le immagini di corpi femminili ridotti a merce?...

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Sui titoli di coda di Bad Luck Banging or Loony Porn, Orso d’oro alla Berlinale 2021, Radu Jude ringrazia, tra molti numi tutelari, anche Siegfried Kracauer. L’influsso di questo filosofo (e critico cinematografico) tedesco nel cinema di Jude non può essere taciuto: neanche il regista stesso lo tiene nascosto, al punto che, quando nella seconda parte del film dedicata alle “definizioni” il termine da definire è “Cinema”, è proprio una frase di Kracauer (da “Film: Ritorno alla realtà fisica”) a essere citata, o meglio, incorporata:

“Abbiamo imparato a scuola la storia della Gorgone Medusa dal volto così orribile, coi denti enormi e la lingua sporgente, che bastava la sua vista per tramutare in pietre uomini e animali. Quando Atena istigò Perseo a uccidere il mostro, lo avvertì di non guardarlo mai direttamente in faccia, ma soltanto riflesso nello scudo lucente ch’ella gli aveva donato. Seguendo il suo consiglio, Perseo tagliò la testa della Medusa con la falce, datagli da Ermete. La morale del mito è naturalmente che noi non vediamo, e non possiamo vedere le cose veramente orride perché la paura ci paralizza e ci rende ciechi; potremo sapere che aspetto hanno soltanto guardando immagini che ne riproducono fedelmente l’aspetto. Queste immagini non hanno nulla in comune con le immaginose raffigurazioni che ci dà l’artista di un terrore non visto, ma assomigliano al riflesso d’uno specchio. Ora, di tutti i mezzi esistenti, il cinema soltanto rispecchia veramente la natura. Ecco perché ne dipendiamo per vedervi riflesse cose che ci trasformerebbero in pietra se mai le incontrassimo nella vita reale. Lo schermo cinematografico è il lucido scudo di Atena.”

È difficile pensare al cinema di Jude come qualcosa di diverso dal lucido scudo di Atena grazie al quale cose incomprensibili possono essere comprese tramite un riflesso che le rappresenta, una mediazione riflessiva, un passaggio critico. Sempre di Kracauer è il luogo estetico del cinema come specchio, ma specchio in qualità di oggetto distorcente che può rappresentare la realtà, già di per sé distorta, solo perché veicolo di una doppia negazione liberatrice: il mezzo distorcente compromette il disegno compromesso e indecifrabile del mondo, ottenendo così, da una somma di oscuramenti, un ritaglio di luce. Questa doppia distorsione è propria dell’immagine di Jude, che, per quanto sempre molto firmata da un rigido controllo formale (dalla satira al teatro brechtiano all’uso di materiale d’archivio), genera meravigliose sensazioni di libertà e ampi spazi di pensiero e possibilità, aperture di varchi per lo sguardo. Si prenda questo Bad Luck Banging or Loony Porn, un lavoro dove il processo rappresentativo della distorsione in cerca di verità è analizzato lungo tutto il suo sviluppo: prima nascosta nella prima parte sotto immagini “deboli” e spunti narrativi in continuità con il nostro contatto con il quotidiano – anche pandemico; poi dichiarata nella seconda in forma di definizioni montate assieme tramite un bricolage variopinto; infine ripensata nella terza, naturale sintesi di una dialettica al lavoro per ottenere una rappresentazione in tensione. Emi (interpretata da Katia Pascariu), una professoressa, gira un filmato porno amatoriale con il proprio compagno e il video, sottratto al suo controllo, rimbalza fino ai genitori della scuola dove insegna: la prima parte è il pedinamento della professoressa lungo il paesaggio urbano della Romania odierna, la seconda un catalogo di definizioni attinenti alla vicenda, e la terza l’assurdo processo alle intenzioni della professoressa da parte dei genitori e della preside della sua scuola. In questi tre momenti Jude scrive un trattatello sulla funzione distorcente del cinema come specchio documentario e/o finzionale, tenendo ben presente la forma assunta nel contemporaneo dai mostruosi tentacoli della Medusa: la trasformazione, raccontata lucidamente dalla scuola critica francofortese e dagli studi sul postmoderno, del mondo in un complesso completamente mediatizzato, dominato dal capitale e dal digitale, in cui le vite sono ormai sostituite dalla loro immagine, che è unità minima di un mondo autonomo e automatizzato, in una visione che ha fatto slittare l’essere sull’apparire…

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lunedì 29 aprile 2019

Everybody in our family - Radu Jude

un padre separato (Marius) non ce la fa più a non vedere la bambina (Sofia) e decide di fare di testa sua.
tutti sono nemici.
poi arriverà la polizia, naturalmente.
una sceneggiatura perfetta e attori bravissimi, sopratutto Marius e Sofia rendono il film imperdibile.
buona visione - Ismaele





Le film débute comme le banal quotidien d'un couple divorcé dont le père vient chercher sa fille lors de son week-end de garde. Un détour chez ses parents nous annonce déjà la couleur. Le grand-père nous semble sympathique, haut en couleur, pour finalement devenir hystérique, faisant éclater les tensions familiales qui déteindront sur tous les personnages, excepté Sofia, l'enfant, petit être innocent qui va être le témoin impuissant de la folie des adultes. C'est surtout Marius (formidable Serban Pavlu), père désespéré à la limite du borderline, qui va osciller entre amour et haine pour finalement perdre le contrôle de la situation, quand son ex refuse qu'il emmène sa fille à la mer. Le cinéaste fait preuve d'une grande subtilité en laissant au spectateur la liberté de juger, montrant au passage que rien n'est tout noir ou tout blanc, que rien n'est plus difficile ici que de prendre parti…

La réalisation exacerbe en tout point l’hyper-réalisme de l’écriture. La lumière et le son atteste d’une abrupte justesse si bien que seul le découpage semble assoir l’hypothèse fictionnelle. Radu Jude attise la nervosité des protagonistes et met en scène leur exaltation à travers la mobilité du cadre qui apparaît être son regard sur les situations. Curieux paradoxe que cette caméra dont la présence se ressent sans cesse tout en paraissant inexistante pour les comédiens dont la justesse d’interprétation – l’incarnation – est éblouissante. C’est ici que réside le tour de force du réalisateur tant l’ensemble du casting, emporté par Erban Pavlu (Marius) et Sofia Nicolaescu (Sofia), est magistral.

Radu nos presenta de forma objetiva todas las caras de la moneda: la de una madre harta de un marido que no hace nada y le abandona, la de un marido que solo busca desesperadamente poder pasar unas vacaciones con su hija, la de una niña metida en medio de un problema matrimonial y que, pese a su corta edad, parece tener más cabeza que nadie y la de el nuevo marido, que ni pincha ni corta más que para empeorar la situación. Todos los ingredientes para un buen drama que no cae en los sentimentalismos ñoños y trata con crudeza un tema que de por sí ya lo es. Sazonado con diálogos soberbios basados en la mismísima cotidianidad que junto a la cámara en mano destaca el factor documental que no hace más que echar leña al fuego....

Con uno stile asciutto ma personalissimo Jude prende una situazione famigliare piuttosto banale facendola precipitare in una spirale di violenza con una naturalezza che lascia spiazzati e a tratti increduli. Quella che inizialmente sembra essere una semplice introduzione al viaggio di un padre con la figlia finisce per diventare il film, con il protagonista Marius intrappolato dalle contorte dinamiche famigliari post-divorzio e vittima dei suoi madornali e psicotici errori. Quello di Jude è un film che riesce ad inserire momenti di grande violenza all’interno di un’atmosfera mantenuta sempre e comunque leggera, quasi da commedia. Scontato vedere nel protagonista l’immagine di un Paese, la Romania, sull’orlo di un collasso nervoso tra problemi economici e sociali insanabili. E non siamo di fronte a zingari o gente che vive ai margini: quella che vediamo è la middle class in piena crisi…

venerdì 23 marzo 2018

La ragazza più felice del mondo - Radu Jude

il film inizia con un viaggio in macchina, verso la capitale, due genitori amorevoli e una figlia coccolata, la destinazione è la capitale.
la ragazza, Delia,  ha vinto un concorso a premi e ha vinto un'automobile, per perfezionare la vincita Delia deve girare una pubblicità di un minuto per lo sponsor di bibite.
sarà una giornata, lunga, faticosa, con molti ciak fino a quello buono, e si consuma un dramma familiare.
Delia vuole la macchina, l'ha vinta lei, è sua, i genitori vorrebbero loro la macchina, servono soldi a casa, ma Delia è un'ingrata, le fanno notare continuamente, con sempre minore gentilezza, fino al grande freddo nei rapporti fra genitori e figlia.
le trappole del capitalismo in un mondo uscito dalla miseria in brevissimo tempo.
primo lungometraggio di Radu Jude, ottimo debutto, già allora di cinema ne sapeva molto - Ismaele








Il film racconta della lunghissima giornata di Delia, giovane romena che ha vinto un concorso bandito da una marca di bibite: girare una pubblicità e ritirare una costosa automobile. Parte quindi, con i genitori, a bordo di una Dacia e alla volta di Bucarest, dove la attende una giorno interminabile: tra il caldo estivo, i numerosi Ciak, le pretese del regista e dello sponsor e le discussioni con i genitori, che vogliono vendere l’auto per aprire un bed & breakfast. Il titolo deriva dalla banalissima frase che la ragazza è costretta a pronunciare (“Mi chiamo Fratila Delia Cristina e sono la ragazza più felice del mondo“) nello spot.
Dice il regista: “Nel film si parla di bugie e di compromessi, ma anche di felicità, tristezza e consumismo. Parlo di capitalismo anche quando racconto le mire di due genitori che approfittano dei figli per realizzare i propri sogni“.

Cea mai fericità fatà din lume (La ragazza più felice del mondo) di Radu Jude è un film su compromessi e bugie, su capitalismo e rapporti familiari, che porta anche ad una riflessione sull’ingannevole linguaggio del cinema…

resultó muy interesante The Happiest Girl in the World, debut de Radu Jude (asistente de Cristi Puiu en La noche del señor Lazarescu), que mantiene el espíritu tragicómico y la virtuosa puesta en escena de buena parte del nuevo cine rumano. Una adolescente pueblerina de clase media-baja llega con sus padres a Bucarest para participar de un comercial de una bebida gaseosa al que debe presentarse luego de haber ganado un automóvil en un concurso. Mientras protagoniza -no sin tropiezos- el rodaje de la publicidad en plena ciudad, sus padres tratan de convencerla de que firme un documento para vender el coche y así solucionar los problemas económicos de la familia. Ella, en cambio, quiere manejarlo para ostentar ante sus amigos y compañeros. La utilización de las locaciones reales (puro caos y ruido) de la capital rumana es un verdadero hallazgo de un film que describe de manera despiadada los profundos cambios socioeconómicos de un país que intenta olvidar su pasado comunista a fuerza de consumo (y de codicia).

venerdì 25 agosto 2017

Aferim! - Radu Jude

nel 18° secolo, in Romania, in un profondo medioevo, con la schiavitù e i padroni di corpi e anime che hanno diritto di vita e di morte, oltre che di tortura, naturalmente, ci sono due male in arnese, un padre vecchio, e un figlio un po' tonto, sono, come in un western che si rispetti, cacciatori di taglie, si ride, si va al bordello, di corre, di fanno incontri, insomma, tutto come il faut.
poi riescono nel loro scopo e riportano il fuggitivo, il servo schiavo rom, guarda caso, al padrone.
vi basti questo, alla fine il cacciatore di taglie dice al figlio che...
ma dovete vedere il film, sarà una bellissima sorpresa - Ismaele




la concepción circular de Aferim! alcanza a todos sus niveles de lectura. Las andanzas de Costadin e Ionita empiezan y acaban en el mismo lugar, con una pequeña y muy relevante elipsis (el escenario del hogar) en el trazo del círculo de la trama. Y más allá de lo diegético, la transmisión generacional de valores repetidos se adivina (Ionita mediante) completada sin conflicto, así como el mantenimiento del orden social. Este aspecto resulta interesante si tenemos en cuenta que la cinta está inscrita en la cinematografía de un país que, si por algo se ha caracterizado en los últimos años, es por su fuerte carácter de crítica social contemporánea (que ha laureado a autores como Cristian Mungiu, Cain Peter Netzer o Cristi Puiu). En cierto modo, Jude realiza una exploración en los orígenes de esas tensiones de clase rumanas. Con lo que su Valaquia amplifica sus ecos como yermo ya no paisajístico, sino cultural y humanitario. En el que una vida de vagabundeo encuentra sus mayores recompensas en una hoguera al raso con la que calentarse, una cena con la que llenarse el estómago y una vulva con la que aliviar las tensiones del camino. Si bien, sobre todo, Aferim se contempla como un soplo de aire fresco frente al semblante serio de la crítica social contemporánea: no olvidemos que la picaresca, pese al miserabilismo en el que se inscribe, es un género capaz de crear una irresistible atracción hacia su mezcla pintoresca de folclore y humor. Y la película de Jude se deja permear por esta deliciosa socarronería que emerge de entre la negrura.

Nell'esplosione della nouvelle vague di film provenienti dalla Romania mancava l'affresco in costume come Aferim, che ci porta nella prima metà del XIX secolo nella Valacchia che solo qualche decennio dopo si sarebbe unificata dando vita allo stato nazionale rumeno. Il protagonista è quello che potremmo definire una via di mezzo fra un poliziotto dell'epoca e un cacciatore di taglie che viaggia per il paese insieme al figlio alla ricerca di uno schiavo fuggitivo di etnia rom.
Se la dittatura comunista di Ceausescu è stata protagonista del cinema rumeno degli ultimi tempi che si è fatto apprezzare nei festival più importanti del mondo, è sul suo passato meno recente che il regista Radu Jude crede valga la pena porre l'attenzione. Un tentativo, il suo, di iniziare un processo consapevole di (psic)analisi per guarire la società rumena di oggi scoprendo da dove viene e di conseguenza capire come calibrare la direzione in cui andare.
Nel farlo Jude ha effettuato delle approfondite ricerche trovando alcuni casi reali che lo hanno ispirato per realizzare Aferim , un film dall'andamento a dorso di cavallo, qualche volta di mulo, spesso al trotto, ma ogni tanto con accelerate al galoppo. Picaresco e truce, ironico e spietato è il ritratto di un paese rurale, povero, in cui la schiavitù è ancora presente nella quotidianità, con una nobiltà in grado di disporre della sorte dei suoi sudditi in maniera quasi feudale…

…Los textos han sido extraídos de cartas y archivos históricos verdaderos. El resultado es como una de cazarrecompensas de Tarantino pero más real.
Cruel, pero con un humor negro, sórdido y ácido (Imperdible la escena previa a la sentencia del Sultán Constandin sin Georgeu) único.
Durante todo el viaje Aferim alecciona a Ionita en cuestiones importantes de la vida: "Lo que tu mano encuentre para hacer hazlo según tus fuerzas porque en el sepulcro donde vas no hay obra ni industria, ni ciencia ni sabiduría."…

Wittily co-written and passionately directed by Radu Jude, “Aferim!”, is an extremely entertaining historical adventure, set in Eastern Europe in 1835, that gallops at an effortless pace and carries death, sickness, greediness, and punishment in considerable amounts to grab your senses in several ways.
The filming locations are superb, providing the perfect background for the incredible black-and-white canvases created under the supervision of the competent director of photography, Marius Panduru. This prophetic manhunt, occurring in the idyllic surroundings of Romania’s Wallachia, is simultaneously eventful, chatty, outlandish, and grotesque in its very own way. Its characters are wonderfully sarcastic, moving in idiotic, toadying, and peremptory manners that can be considered equally stupid and funny…

With his feeling for movement in space and between people Jude achieves something magnificent because, as with masters like Hou Hsiao-Hsien, the action is just a part of a bigger social and historical context. Moreover, we are allowed to watch relations in single shots that are full of respect for reality. When the father played by a great Teodor Corban climbs on his horse, he will need some time, and when they go or ride from one place to the next, we feel the absurd complexities of life. 
The powerful rhythm of the film, with all the noise, mud and catchy music, creates a fascinating disdain that never feels cold. It is almost unbelievable how a country like Romania is able to have such an amazing production outcome in terms of quality. Aferim! is another must-see film and it certainly would deserve an award.

 Aferim! possiede una lunga serie di eccellenti motivi che giustifica il consenso unanime di critica che ha ricevuto, anche perché è proprio nella regia che la pellicola mostra forse l’aspetto più nitidamente valido: la scelta di un bianco e nero autentico, da Anni '40-'50, evoca atmosfere perfette per una storia che guarda ai canoni western in maniera smaccata; i dialoghi divertenti, ricchi di facezie e di funambolismi dialettici; i registri narrativi multipli sui quali il racconto si appoggia, tra western-road movie-commedia spesso ridanciana e dramma finale, ben si fondono a creare una storia semplice, ironica, cattiva e drammatica al tempo stesso, in cui l’aspetto pedagogico non assume mai contorni fastidiosi né scolastici; infine, ma non certo aspetto secondario, Radu Jude è capace di lasciare una pregevole impronta stilistica, grazie alla particolare e originale forma narrativa con cui decide di narrare una storia di sopraffazioni e di triste accettazione della realtà.

Le film apparaît donc comme une flèche sans retour, où la seule vérité est celle de l’esclavagisme et du racisme, qui affecte tout, surtout le profond des âmes. De ce point de vue, _Aferim!_ nous apprend la tragédie des âmes conscientes de leur mal, contraintes à l’alternative entre révolte violente et humiliation face à l’impossibilité d’un compromis non révolutionnaire. Cette tragédie plonge amèrement dans le sarcasme qui, avec un bon “bravo !” – “aferim !” – conforte et motive la voix (humaniste ?) de Constantin, un homme qui se retrouve finalement en échec.
_Aferim!_ n’est pas un film historique, mais clairement universel, et sinistrement contemporain, car la tragédie qu’il raconte touche tous ceux qui, malgré leurs bonnes intentions, se font complices de la barbarie de l’esclavage. Et qui, dans notre société néocolonialiste, peut vraiment se dire étranger à cette barbarie ?