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martedì 15 gennaio 2019

A ghost story - David Lowery

succede poco, in questo film.
protagonisti sono i fantasmi, proprio quelli con il lenzuolo bianco e due buchi all'altezza degli occhi; detto così sembra una scemenza, ma quei fantasmi sono così espressivi, e legati al mondo, alla casa.
fra loro si riconoscono, e i pochi dialoghi riescono a commuovere.
è proprio un film da non perdere, nessuno se ne pentirà, anzi... - Ismaele






A Ghost Story es mágica, hipnótica, terrible, amarga y realista, utiliza a su fantasma para golpearnos con dureza y  simplicidad, dejándonos sin aliento y totalmente aturdidos al terminar la proyección. Obra de culto instantánea.

La sintassi cinematografica di Lowery sabota la linearità, il fantasma è osservatore fuori dal tempo che fluisce senza ordine: ed è così che scopre il futuro ergersi su grattacieli di vetro e acciaio, illuminati al neon, cadendo nel vuoto fino ad atterrare nel passato. Senza in realtà muoversi di un passo. Perché bloccato lì dove ha sempre desiderato essere: a casa. Almeno finché il bigliettino di M, incapsulato come un messaggio in bottiglia lasciato vagare nell'eternità, non riemerga; scendendo a patti con la finitudine delle cose umane, l'epifania si concretizza nell'attesa, al fine di lasciare una piccola traccia di sé in un angolo di mondo, prima che l'universo ci dimentichi. Lowery ci e si ricorda che la Settima arte permette tale impresa.

a livello costruttivo, la narrazione è divisa perfettamente in tre parti da due immobili piani sequenza; il vagabondare del fantasma viene interrotto da questi momenti cruciali che rallentano ulteriormente il tempo inglobandolo in un'atmosfera ovattata: nel primo troviamo, accovacciata a terra, la moglie che ingoia forzatamente dei bocconi di torta al cioccolato cercando di reprimere quelle lacrime che non vedremo mai scendere sul suo volto. Successivamente, in quella casa ormai abbandonata da tempo dalla vedova, compare un personaggio decisamente inutile ai fini della storia ma il cui monologo (nuovamente un motivo per sospendere la narrazione nell'unica sequenza vivace del film) presenta degli spunti di riflessione non indifferenti: l'idea pessimistica di un universo che, prima o poi, è destinato a scomparire e quella di destino come disegno precostituito, sono i concetti attorno ai quali il film stesso si costruisce.

gran parte del fascino di A Ghost Story risiede in un ammaliante impianto estetico, nel quale lente panoramiche esplorative e tableaux vivants densi di stasi si alternano a un montaggio sincopato che ben illustra la relatività del tempo che passa inesorabile, il tutto corredato da un insolito formato 4:3 dai bordi arrotondati che comprime lo sguardo all’interno di un universo eminentemente visuale (il buon vecchio “cinema puro” hitchcockiano) dominato dal silenzio, un mondo fatto solo d’immagine nel quale la parola sembra non trovare posto. Una realtà altra dove è permesso anche a due ectoplasmi della porta accanto abbandonarsi a un muto eloquio esistenzialista al quale il pubblico può grottescamente presenziare attraverso i sottotitoli…

No es una película de fantasmas, es mucho más que la banal adaptación de la opinión de alguien: Es una reafirmación de la importancia del detalle y el tiempo cuando no lo aprovechamos, y pretendemos lograrlo cuando empezamos a formar parte del olvido natural. Pero la cinta contiene un guiño final que cierra con perfección el ciclo analizado. Algunos podrían considerarlo una buena idea para resolver la película. Yo creo que es un vistazo a las segundas oportunidades.

Como sugiere el relato de Virginia Woolf que citamos al inicio del texto (Lowery también hace en el filme), quizá solo puedan regresar como fantasmas aquellos que, al igual que el caracter de Affleck, conciban cada pedazo de memoria como un tesoro a conservar en lugar de un jalón con el que sellar el avance hacia un nuevo camino. Sea como sea, A Ghost Story tiene la capacidad de trasladar esta perspectiva del fantasma a cualquiera capaz de identificar en esta figura el anhelo existencial, y junto a él la desazón irremediable, por perseguir la permanencia todo lo que amamos. Lowery ha confesado que el germen del guión fue una de esas etapas vitales en las que uno siente que, ante la mortalidad de todo lo que nos rodea, nada importa. Desde una necesidad desesperada de asomarse a ese abismo para salir de él con alguna verdad se entiende la inmensa belleza que arranca una película tan necesitada de aferrarse a ella. El gran logro de A Ghost Story, la obra de un cineasta en efervescencia creativa, es la organicidad con la que el minimalismo de sus elementos internos hace brotar un maximalismo de discursos existenciales. 

… Con un inicio que descoloca, en parte a su formato 4:3, A Ghost Story se convierte en una experiencia única que atrapa al espectador quedándose fascinado e hipnótico ante la propuesta del director australiano. Un prodigio de dirección en la que cada plano, cada escena tiene un significado que vamos descubriendo según avanza la película y que nos deja con una sensibilidad a flor de piel, nada es baladí lo que nos narra y la ternura traspasa la pantalla. A Ghost Story es una pequeña historia en lo que lo sobrenatural se narra de una manera poética y filmada con una exquisitez que abruma. Puede asustar su sencillez, sus agobiantes espacios e incluso algunos planos y escenas que no parecen tener fin pero la magia que desborda el fin es suficiente para atraer al espectador a una sala de cine y comprender que estamos ante uno de los mejores filmes de este año.

sabato 22 dicembre 2018

Old Man & the Gun - David Lowery

Robert Redford, nel suo film d'addio, interpreta un fuorilegge gentile.
Robert Redford, Casey Affleck, Sissy Spacek, Danny Glover, Tom Waits insieme sono una gioia per chi guarda, e la banda dei rapinatori vecchietti si ricompone per questo film.
niente violenza e intolleranza a banche e polizia sono le regole della banda, non sempre tutto va bene, ma è sempre uno spettacolo.
anche il poliziotto è stupito e affascinato dal modus operandi della banda,un'americanata, fatta come si deve, non perdetevela - Ismaele






E’ una commedia della terza età sui generis che Lowery gestisce magari non sempre in maniera perfetta, ma sicuramente adeguata: giustamente il film non avrebbe potuto essere senza Redford, l’attore si carica l’opera sulle spalle e ne diventa il fulcro intorno al quale ruotano tutti gli altri personaggi, sempre secondari e accessori alla sua storia. Non ne avrebbe avuto bisogno, ma il fatto che il personaggio di Forrest sia scritto così bene e in modo così convincente di certo lo aiuta a delinearne caratteristiche e vizi, con la rapina, l’adrenalina del brivido e questa vita semi-nomade (ha una casa davanti ad un cimitero, e forse è proprio la sua voglia di vita a tenerlo spesso lontano da quel posto) che sembrano poterlo rendere immortale, tanto quanto le gesta che ha compiuto, o che si dice che abbia compiuto…

…Sospeso tra il sentimentalismo del classico “film per mature signore” e l’omaggio colto al cinema del passato, il film di Lowery eccede forse nei suoi exploit musicali – la colonna sonora à la Lalo Schifrin composta da Daniel Hart non lascia un attimo di tregua – ma in fin dei conti riesce a raggiungere un miracoloso equilibrio che lo allontana dal rischio del patinato e dello strumentale. Perché se è vero che Lowery gioca con la memoria dei nostalgici è altrettanto vero quanto riesca a costruire dei personaggi verosimili, dimostrando inoltre una notevole inventiva nel posizionarli in situazioni quotidiane che però riescono sempre a tenere desta l’attenzione, fino a far credere all’esistenza, sul set, di momenti di reale improvvisazione attoriale.
Oltre al senso della misura e all’accortezza che gli consente di lasciare sempre spazio ai suoi interpreti, Lowery dimostra poi di avere idee numerose e assai brillanti, che raggiungono l’apice in quella sequenza a episodi delle evasioni di Tucker, all’interno della quale il regista inserisce foto d’epoca di Redford e un suo primo piano contenuto in La caccia di Arthur Penn. Distante dunque da un citazionismo gratuito, The Old Man & The Gun è un film “romantico” che esprime costantemente il suo amore per il suo protagonista e per la relativa filmografia, raggiungendo una forma di cinefilia toccante e appagante che ci blandisce e ci rassicura. Perché finché avrà un passato da rispolverare e rimpiangere, il cinema non sarà mai del tutto finito.

Se immaginate The Old Man And A Gun come un sussidiario illustrato, un album di fotografie della carriera di Redford attraverso il Cinema americano: mai impressione fu più vera. Ma non poteva certo essere un polveroso album di famiglia. Al contrario, è un thriller poliziesco costruito come 93 minuti d’improvvisazione Jazz. Un film che, ironia della sorte, più di tutto rimanda al vecchio maestro Robert Altman, regista che cambia la storia delle Serie Tv con MASH, arriva al lungometraggio e al cinema già anziano, ma con Nashville cambia davvero le regole del gioco.
Quando cala il sipario, il risultato è così perfetto che fa quasi male. L’addio all’arte del Cinema è siglato, eppure ci si diverte come pazzi. Magari si versa perfino una lacrima di fronte al romantico incontro di due vecchi, seduti alla tavola di un diner, mentre si corteggiano e s’innamorano, con modalità identiche a quelle degli adolescenti.
Con The Old Man And The Gun, il ragazzo ci saluta, ma resta un ribelle, decisamente vivo e vitale. Un fuorilegge e un precursore, fino all’ultimo spettacolo.

Ben lontano dall’essere un film dell’ormai florido filone “geriatrico”, The Old Man & the Gun è un omaggio a un personaggio complesso, interpretato da un attore che suggella una lunghissima carriera con ruolo sfaccettato in cui solo un grande attore poteva sentirsi a proprio agio. Forrest Tucker amava la vita e amava quello che faceva, ma il suo non è un personaggio completamente positivo: la figlia di un precedente matrimonio (Elisabeth Moss) che di lui non vuole saperne, lo dipinge come un padre assente ed egoista, per esempio, e forse non tutti lo trovavano così affascinante come pare a noi spettatori.
Si potrebbe dire che The Old Man and The Gun intrattiene con una certa raffinata educazione d’altri tempi. Un cast di grandi attori, una sceneggiatura senza sbavature (scritta dallo stesso regista) e una regia classica con qualche trovata originale senza mai essere stucchevole. Aggiungeteci una colonna sonora strepitosa, omaggio agli anni Settanta e capirete perché l’uscita di scena di Robert Redford è un film ben fatto, che magari non fa gridare al capolavoro, ma sa catturare lo spettatore in 93 minuti di gradevole e intelligente intrattenimento.