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mercoledì 16 aprile 2025

L'attentato - Yves Boisset

il regista ricostruisce l'omicidio di Ben Barka, con un insieme di attori straordinari, tutti perfetti nel loro ruolo, merito di Yves Boisset, un grande, sottovalutato, regista.

tutti sono d'accordo per uccidere Ben Barka, servizi segreti, polizia, governi, giornalisti fanno parte di un complotto mortale.

la sceneggiatura non fa mai annoiare, si tratta di un film politico, senza sconti per nessuno, un thriller contro il tempo.

un film da non perdere, promesso.

buona (Ben Barka) visione - Ismaele


 

QUI il film completo, in francese


QUI e QUI la ricostruzione dell'omicidio di Ben Barka, anche il Mossad ha una parte importante.


 

Se la prima parte del film è tutta ben calibrata sul complotto che a poco a poco avvolge nelle sue spire il leader d’opposizione, esiliato a Ginevra, di un non meglio precisato paese arabo (un sempre ottimo Gian Maria Volonté), successivamente nella battaglia per la verità promossa dal personaggio di Darien L’attentato mostra le sue pagine migliori, nell’ordine di un’opprimente caccia all’uomo scandita su alcune splendide sequenze d’azione. Azione qui intesa nel suo senso più originariamente cinematografico: lontano dall’epoca dei dominanti effetti speciali, Boisset confeziona sequenze di puro inseguimento in cui l’unico strumento per mettersi in salvo è correre più veloce di chi insegue. Boisset mostra grande gusto nella scelta funzionale delle location, mentre sulla smorfia d’angoscia di Trintignant in mezzo alla strada risiede lo strumento di maggiore immedesimazione per chi vede, catapultato in un universo dove è impossibile trovare rifugio in nessuna istituzione, e in nessun luogo. Ovunque arriva un potere più forte e tentacolare, e qualsiasi figura, anche la più rassicurante, può tramutarsi in carnefice nel volgere di due inquadrature.
A differenza delle distorsioni petriane, Boisset ricorre alle sicurezze del cinema di genere, con sfruttamento fortemente espressivo dei luoghi reali di ripresa. Un appuntamento a due passi dall’Arco di Trionfo, un dialogo serrato in un’affollata metropolitana, una bidonville di periferia, una stazioncina ferroviaria: collocato nell’atmosfera di un realistico incubo diurno, L’attentato si pone a un crocevia espressivo tra polar francese e poliziesco all’italiana (eccellente e funzionale il commento musicale di Ennio Morricone), riletti alla luce del pieno e dichiarato impegno politico…

da qui


La forza de "L'attentato" non sta nella trama tinta di intrigo geopolitico. Ma in quella solidità filmica tipica di un certo cinema anni settanta, data dal talento degli attori che si mettevano al servizio della storia e dal mestiere di un regista come Boisset che sapeva come non strafare. Ovvero, quel buon cinema medio che si sa fare sempre meno.

da qui

 

Nel 1972 Gian Maria Volontè era all’apice della sua carriera. Le sue interpretazioni erano uno spettacolo dopo l’altro: tra il persuasivo Enrico Mattei de “Il caso Mattei” di Rosi, il redattore reazionario di “Sbatti il mostro in prima pagina” di Marco Bellocchio e il laconico “Lucky Luciano” ancora di Rosi, infilò il carismatico leader socialista di un ipotetico paese del Nord Africa, riconducibile al politico marocchino Mehdi Ben Barka, ucciso pochi anni prima a Parigi.

Il Sadiel di Volontè è un bel personaggio sobrio, rispetto alla media di sue interpretazioni dell’epoca, sofferente perché in esilio. Ricorda il Moro stritolato psicologicamente dalla prigionia e dagli eventi del film di Ferrara. In tre sequenze di dialogo/confronto esplica la sua personalità con tre personaggi opposti e differenti quali l’amico Darien di Trintignant, il nemico Kassar di Piccoli e l’ex allievo di Denis Manuel. Nel primo sentiamo le radici proletarie che contribuirono all’esigenza di riscatto e formazione dell’uomo politico pronto a tornare in patria per liberare il popolo; nella seconda il duro confronto con Kassar, al quale chiude ogni apertura con la forza degli ideali contrapposti alla violenza della proposta; nella terza avvertiamo il cuore e la nostalgia.

da qui

 

Capolavoro del cinema francese di denuncia politica. Ispirato da un fatto realmente accaduto nel 1965 in Francia, è un film crudo violento e con un alto livello di tensione. Il protagonista magistralmente interpretato da Trintignant è uno scrittore fallito labile e debole pian piano viene incastrato in un gioco più grande di lui. Eccellente come sempre l'interpretazione di Volontè (ci sono inoltre delle attinenze con Il caso Mattei, che proprio lui interpretò). Cast straodinario con attori tutti di altissimo livello (in particolare Cremer, Bouquet e Perier).

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Sadiel sta per tornare in patria per far parte del nuovo governo. Il ministro militare Kassar vuole impedirlo, con l'aiuto della CIA e di personalità francesi legate ai servizi segreti. Si organizza segretamente un incontro tra i due con l'inconsapevole tramite di Darien, amico ricattabile di Sadiel. Bosset muove con sapienza i pezzi della sua scacchiera: tutti "Re". Il tormentato Darien (Trintignant), l'idealista Sadiel (Volonté), il sulfureo Kassar (Piccoli), i viscidi Garcin e Lempereur (Noiret e Bouquet). Film inevitabilmente politicizzato, ha ritmo serrato e ottima colonna sonora

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domenica 7 luglio 2024

La morte di Mario Ricci - Claude Goretta

un vecchio giornalista deve intervistare per la tv un intellettuale ritirato in campagna, in Svizzera, e proprio quei giorni avviene un fatto grave che turba quel villaggio, e il giornalista Fontana non può ignorarlo.

ottimi attori, Gian Maria Volontè è sempre il migliore, nelle mani di un grande regista.

non perdetevelo.

buona (svizzera) visione - Ismaele

 

 

QUI  il film completo, in francese

 

QUI  il film completo, con sottotitoli in inglese

 

 

La magnifica interpretazione di Gian Maria Volonté basta a far sì che questo film resti per me indimenticabile. Il regista e sceneggiatore Claude Goretta racconta due vicende che in comune hanno solo il fatto di svolgersi nello stesso luogo. Sono però osservate e in parte vissute da uno stesso personaggio, Bernard Fontana, un giornalista televisivo giunto sul posto per intervistare Henri Kremer, celebre studioso impegnato nella lotta contro la fame nel mondo. Deluso dagli esiti delle sue battaglie, l’esimio professore si è ritirato ad Etiolaz, classico rifugio dorato svizzero, e da tempo rifiuta di concedersi ai mass-media. Fontana e il suo assistente sono costretti a soggiornare nella cittadina, in attesa che il loro interlocutore decida di uscire dal silenzio. Quasi contemporaneamente, la piccola località elvetica viene scossa da un brutale incidente stradale nel quale ha perso la vita l’operaio italiano Mario Ricci. Tra i colleghi della vittima e alcuni abitanti del villaggio riaffiorano sentimenti ostili, fanno capolino spinte xenofobe. La dinamica del presunto incidente verrà chiarita in modo poco onorevole per gli autoctoni, il professor Henri Kremer accetterà un nuovo incarico nel Terzo Mondo, mentre Bernard Fontana e il suo assistente se ne andranno senza aver ottenuto la loro intervista…

da qui

 

Un tema importante come la fame nel mondo, oggetto di una intervista ad un importante studioso, viene gradualmente messo in secondo piano da un fatto certamente più minimale come la morte di un giovane italiano avvenuta presso un villaggio sonnolento della Svizzera. Questa inchiesta parallela viene svelata in maniera particolare da Goretta. Non è un elemento che prende il posto di un altro ma come detto si sviluppa paralleamente al suo tema principale che fungerà da pretesto.
La particolarità di questa inchiesta sulla morte del giovane si sviluppa semplicemente osservando la quotidianeità del piccolo villaggio, dalle chiacchiere percepite, dalle allusioni che racchiudono una sottile inquietudine per una forma di razzismo che cova sotto la cenere e che la morte di Mario Ricci farà emergere.
E' un film dall'andamento lento, senza dubbio, ma è come un quadro ricco di particolari dove bisogna osservare tutto e non solo le figure centrali perchè proprio in questo film è il contesto l'elemento più importante. Goretta agisce molto in sottrazione, specie nelle interpretazioni dove ha un Gian Maria Volontè a cui basta un semplice sguardo per esprimere un'emozione o un concetto.

da qui

 

Il giornalista cinquantenne Fontana, rimasto claudicante a seguito di un incidente automobilistico, si reca in un piccolo villaggio della Svizzera francese accompagnato dal suo operatore, per un'intervista televisiva a uno scienziato tedesco, specializzato sui problemi che riguardano la fame del mondo, un uomo molto riservato, che ormai da parecchi anni non ha pubblicato più nulla e che vive ritirato e isolato, non molto lontano dal villaggio in volontario "eremitaggio", a causa di una grave crisi  che si concretizza in un totale senso di avvilente impotenza di fronte ai milioni e milioni di esseri umani che nel mondo continuano a morire di fame nell'indifferenza generale. Fontana è affascinato da questo silenzio nel quale coglie un disagio diverso, ma in fondo molto simile nella sostanza a quello che lo ha "colto" dopo quell'incidente che gli è capitato e che lo ha costretto a un lungo periodo di inattività. Ma questo è solo un elemento della storia. Infatti il giorno prima dell'arrivo del giornalista, un operaio italiano - il Mario Ricci del titolo - che lavorava in un cantiere della zona è stato investito sulla sua moto dall'auto del proprietario di un garage  (e morirà dopo pochi giorni per le conseguenze dell'impatto). Il giornalista, anche se all'inizio sembra non essere particolarmente interessato a questa vicenda, a poco a poco si rende invece conto dell'esistenza di una serie di drammatici eventi anche circostanziali, che potrebbero essere tutt'altro che casuali nell'aver provocato la morte dell'operaio. L'attenzione intuitiva e sensibile di Fontana di fronte a queste due situazioni totalmente sconnesse fra loro, avranno così il risultato positivo di salvare dal suicidio un giovane implicato nella morte di Mario Ricci e di far uscire lo scienziato dalla sua crisi esistenziale. Il film, magistralmente diretto da Goretta, si avvale della straordinaria interpretazione di un Gian Maria Volontè ancora una volta in stato di grazia (giustamente premiato proprio per questo ruolo con la Palma per la migliore interpretazione maschile al Festival di Cannes del 1983) che ci offre un'insuperabile lezione di stile e uno splendido saggio di recitazione, non solo attraverso l'utilizzo della parola che sa trattare "da par suo", visto che) riesce davvero a far "recitare" ogni minimo movimento del suo corpo (atteggiamenti, andatura, muscoli facciali, sguardo che è poi alla fine il vero valore aggiunto di una pellicola già di per sé abbastanza corposa e suggestiva.

da qui

 

 


lunedì 14 agosto 2023

Il sospetto – Francesco Maselli

Gian Maria Volontè è un militante del partito comunista che viene scelto per una missione a Torino, durante il fascismo più buio.

lai sta in Francia e viene riammesso nel partito e poi incaricato di quella missione.

ha molti dubbi, sul come e il perché, vorrebbe discutere le startegie, le alleanze, ne discute con una compagna, ma al partito ci si adegua. 

si tratta di ricostituire una cellula del partito, in realtà c'è da capire chi è la spia dentro il partito.

non dico altro, a volte un po' verboso, ma le cose sono anche da spiegare, sfocia nel thriller, con i bastardi dell'Ovra fascista che aspettano un passo falso.

il dialogo, se così lo possiamo chiamare, fra il poliziotto dell'Ovra e il comunista è da antologia, Gian Maria Volontè è un mostro di bravura e di immedesimazione nel personaggio, come sempre.

alla sceneggiatura Francesco Maselli e Franco Solinas.

buona (clandestina) visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo

 

 

Gian Maria Volontè è qualcosa che noi umani possiamo solo apprezzare a bocca aperta. in questo film è un comunista torinese durante il ventennio fascista, costretto a lavorare in gran segreto per scoprire chi lo abbia tradito, sacrificandosi per il partito.
la storia è raccontata in un modo forse eccessivamente complesso ma appassiona. quello che interessa al regista è raccontare l'organizzazione del partito, il dominio della dialettica e del confronto e come l'IDEA del partito debba essere anteposta a tutto e tutti.
maselli ci parla degli anni trenta ma il suo è un ritratto sempre verde e valido.
il risultato è influenzato dalla presenza di Volontè e dai suoi monologhi o dialoghi...vorrei sapere se con un altro attore il risultato sarebbe stato comunque buono...ma non si può..

da qui

 

La strumentalità del rapporto tra militante e partito è raccontata con quella dose “inopportuna” di realismo che, ovviamente, non poteva essere accettata dal Pci, che infatti lo criticò. Una critica dura, con in prima fila, guarda caso, Ingrao.

I “panni sporchi” dovevano essere lavati in casa. Vecchio ritornello. Tutto sta nel capire perché una vicenda simile veniva giudicata come un “panno sporco”. La lotta rivoluzionaria, clandestina, comporta asprezze difficili da decifrare in tempi di quiete. Comporta, tra le altre cose, una ragione di partito superiore agli interessi dei singoli militanti. È giusto? Complicato rispondere, di questi tempi. In una scena del film, un commissario politico del centro estero ricorda a Emilio: il primo dovere di ogni militante è di non farsi catturare. Questa è la regola per salvaguardare l’organizzazione. Ma se la cattura di un militante consente all’organizzazione di sopravvivere? L’eccezione conferma la regola, a patto che di questa eccezione si possa servire. Rigidità organizzativa ed eccezionalità convivono quotidianamente nel partito rivoluzionario. Emilio lo capisce e non se ne rammarica.

Alla fine, davanti al funzionario dell’Ovra che gli ripete che “il partito ti ha usato”, invitandolo a tradire, Emilio ripete ostinatamente: “sono un militante del partito comunista italiano, non altro da aggiungere”. E di fronte alle insistenze, alla fine, “cede”, ma in modo inaspettato: “ma questo io l’ho sempre saputo. Eravamo d’accordo”. Il rapporto è di disciplina, senza retoriche estetizzanti ed “eroizzanti”. Volonté, in questo, è come sempre molto bravo. È il partito a fare la parte del “cattivo” in questo caso, coi suoi “grigi burocrati” e le sue logiche perverse. Un cattivo necessario però. Necessario e, ancora peggio, consapevole. Un manovratore di destini altrui. Brutta storia, eppure inevitabile.

Alla fine è ciò che restituisce un film “impegnato” come questo: l’intreccio tra una vicenda necessaria, ma non per questo meno dura da sopportare, e l’umanità “tradita” o, per meglio dire: sospesa.

Non potemmo essere gentili, ci ricorda Brecht. Solo in tal senso è possibile perdonare la disumanità della lotta clandestina.

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Probabilmente, il film più politico partorito dal nostro cinema; tanto da suscitare, al momento della sua uscita, un vivace dibattito nella sinistra italiana. Proprio questa sua prerogativa lo rende, al giorno d'oggi, di difficile digeribilità: il ritmo è troppo lento e la verbosa sceneggiatura (di Franco Solinas e del regista) convince solo a tratti. Ineccepibili, invece, la ricostruzione ambientale e la prova del cast: Volonté bravissimo e mai sopra le righe, la Girardot comprimaria di lusso, Salvatori guida il gruppetto di caratteristi.

da qui

 

E' un capolavoro assoluto che, oltre all'impegno sociale, mescola anche un pizzico di thriller.

Negli anni del fascismo, Volonté è un comunista incaricato di trovare una spia nel suo partito...

E' un film che andrebbe assolutamente riscoperto e rivalutato. E' un capolavoro assoluto che, oltre all'impegno sociale, mescola anche un pizzico di thriller. La costruzione della tensione è esemplare, il finale da applausi. Inoltre non è una vuota denuncia degli anni del regime fascista, ma anche un'interessante critica alla linea massimalista e di non dialogo con gli altri partiti seguita dal Pcd'I durante la dittatura.

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Formalmente lo ritengo un grande esempio di cinema. Fotografia curata e che interagisce sempre con il tema del film, notevoli movimenti della m.d.p., interpretazioni ottime, figlie di una regia ispirata, senza dimenticare una appropriata colonna sonora e dialoghi ben costruiti. La storia poi è esemplare di un periodo politico storico, datata sì ma in senso positivo e vista oggi, nella realtà politica attuale, sollecita riflessioni nuove su questi ottant'anni di percorso della sinistra italiana ma soprattutto europea.

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Un film di Maselli riuscito, si perché le idee del regista sono spesso poi deviate in fase di realizzazione, ed in più la politica fa annebbiare tutte le regole cinematografiche che ci sono, venendo fuori8 un prodotto improponibile ed indigeribile. Qui, pur avendo un attore schierato come Volontè, riesce a tenere giusta la guida e la storia naviga benissimo in equilibrio costante di racconto e politica; la fede politica diventa vincolante ed il partito è un credo a cui Maselli crede fermamente, ma ripeto, il film è salvato da equilibri che fanno eccezione nel suo cinema. Il titolo del film fu “arricchito”, perché era un titolo già esistente ed è per questo che si presenta il nome del regista. Un bel cast anche in ruoli di partecipazione arricchisce tutta l'operazione ed in più parte con il piede giusto avendo in collaborazione nella sceneggiatura Franco Solinas la fede politica.

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Forse il corso del tempo non ha giovato al film del “valoroso compagno” Maselli (cit. Gassman ne La terrazza). Quel che trasmette oggi Il sospetto è probabilmente un altro messaggio rispetto all’intento originario. Se allora c’era la strenua esigenza di rivendicare l’operato clandestino del Partito Comunista nel terribile periodo fascista, oggi si percepisce maggiormente l’atmosfera cupa e subdola degna del miglior thriller politico. Ovviamente le motivazioni di questa metamorfosi di visione non sono dettate dalla svalutazione progressiva che il miglior opus della carriera di Citto, piuttosto da un imbarbarimento retrograde che gestisce gli uomini nostalgici di questo Paese: è la percezione del lato buono del ventennio che ormai ha tremendamente fatto breccia nel patrimonio collettivo. Lasciando perdere queste letture socio-politiche del film, bisogna riconoscere la tensione palpabile che si respira nell’angusta messinscena del compagno Maselli: uomini che si ingannano e sfuggono al destino, ai margini del conformismo alla ricerca della concretizzazione di un’utopia, fregati dal sistema che si impossessa di tutto e non lascia scampo…

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Confonderti tra la folla, eppure non essere come gli altri, perché gravato di una consapevolezza che, se da un lato di avvantaggia, dall’altro ti isola e ti mette in pericolo. Accorgerti che i tuoi stessi compagni di lotta non ti stimano, e sembrano volerti semplicemente usare per i loro scopi. Sentirti, nei fatti, ridotto a nessuno, mentre ti devi esporre in prima persona al servizio di un’idea. Queste sono le drammatiche contraddizioni che il protagonista vive sulla propria pelle. Le rigide regole della rivoluzione armata non ammettono deroghe, discussioni, coloriture emotive o interpretazioni critiche individuali. Sono teorie astratte, unicamente funzionali all’azione, indifferenti alle delicate sfumature della natura umana. La grande macchina deve andare avanti, e l’insano sentimento del sospetto è il suo unico meccanismo di difesa. Il film nella prima e nell’ultima parte è eccessivamente verboso – è vero – ma il “verbo” qui è dura e perentoria razionalità, che, nella fase esecutiva, diventa un meccanismo che macina e che stritola. I rapporti personali sono regolati da un’impietosa logica a due valori, amico/nemico, e si accendono o spengono con l’interruttore on/off della fiducia/diffidenza. Un film tremendamente incisivo, in cui ogni pensiero, espresso o inespresso, attraversa lo schermo come una lama di coltello. E “il sospetto” è un fluido malefico che si fa solido e tangibile.

da qui

 

 

mercoledì 20 aprile 2022

Le stagioni del nostro amore - Florestano Vancini

il film racconta la storia di Vittorio, un bravo giornalista in un mondo che non è quello sognato da ragazzo, 

è un film ricco di temi e situazioni, e non delude mai, è una storia d'amore, di padri e figli, del tempo che passa, e anche, o sopratutto, della Resistenza, e di come quelle speranze e quegli ideali siano evaporati.

il film, ambientato a Mantova, ha avuto problemi con la censura, era il 1966.

Enrico Maria Salerno è il bravissimo protagonista, sulle sue spalle si regge il film, ci sono anche altri attori bravissimi, in piccole parti, ma indimenticabili.

Florestano Vancini è un regista di serie A.

insomma, un gioiellino da recuperare - Ismaele



ps: Le stagioni del nostro amore è il titolo di un disco di Franco Battiato

 

 

Vittorio Borghi, un giornalista quarantenne, è giunto ad un momento di crisi, o meglio di ripensamento, di riflessione su una vita di cui è ormai trascorsa la parte migliore. L'occasione della crisi è un'avventura sentimentale: Vittorio è legato ad una ragazza, Elena, molto più giovane di lui, ma questa è una relazione ormai giunta alla fine. Ed è proprio l'addio con la ragazza assieme alla rottura definitiva con la moglie, Milena, a spingerlo nei luoghi della giovinezza in cerca di ricordi e di amicizie quasi dimenticate. Vittorio ritorna a Mantova, incontra gli amici del padre - un postino di campagna, vecchio socialista all'antica - i compagni di scuola, della resistenza, delle lotte politiche, del dopoguerra. Se i ricordi degli avvenimenti sono vivi e presenti, le persone sono invece mutate, lontanissime. Anche Vittorio è profondamente cambiato: è deluso, non crede più agli ideali per cui ha lottato durante e dopo la resistenza, e, ferito nei sentimenti, non riesce a trovare un punto di contatto con chi gli era stato vicino in gioventù. Il pellegrinaggio ai luoghi del tempo trascorso terminerà in una balera lungo il Po, dove un gruppo di ragazzi e ragazze è riuscito a far funzionare un juke-box. E' un’altra gioventù che non ricorda in alcun modo quella di Vittorio, allegra, senza problemi, ma forse con un più esatto senso della vita.

da qui

 

Un lavoro interessante quello di Vancini , che accarezza i temi politici, raccontando una difficile presa di coscienza. Enrico Maria Salerno riesce a dar corpo a tutte le insicurezze di un uomo alla deriva, con una recitazione di ritmo che si esalta nelle parti più drammatiche. Dopo essere tornato a cercare un passato scomparso, il giornalista termina la sua corsa osservando dei ragazzini aggiustare il juke box di una balera improvvisata. Un film per chi accetta le cose che finiscono.

da qui

 

Giornalista di sinistra attraversa un periodo di crisi esistenziale. Pianta la moglie e torna ai luoghi della sua gioventù. Scritto con Elio Bartolini, il film spinge fino al grottesco la critica ai cedimenti morali e politici della sinistra, in una chiave viziata da autoindulgenti concessioni ai tormenti interiori. "Sarebbe ingiusto negare qualche fascino agli scorci di Mantova né si può trascurare la toccante verosimiglianza degli incontri tenuti nella chiave più allusiva. Ma i pellegrinaggi sentimentali sono difficili nella vita e nell'arte" (T. Kezich). Girato a Mantova e Sabbioneta. Fotografia di Dario Di Palma. Premio Fipresci a Berlino.

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Le stagioni del nostro amore (1965) from Surf Film on Vimeo.

domenica 15 dicembre 2019

Svegliati e uccidi - Carlo Lizzani

Luciano Lutring sceglie un modo veloce per procurarsi i soldi, e trova anche l'amore.
solo che non può vincere contro tutto il mondo.
il poliziotto Gian Maria Volontè (prove tecniche per i futuri memorabili ruoli di poliziotto) prova anche lui a prenderlo, ma non è facile.
non sarà un capolavoro, ma si vede ancora bene, questo film d'altri tempi - Ismaele




Interessante come un criminale di mezza tacca diviene senza volerlo il pericolo pubblico numero uno, frutto di un'attenta manipolazione della polizia con la complicità, inconscia o meno, della stampa che ne alimenta il fenomeno. Lutring si ritrova ad essere protagonista da prima pagina senza volerlo (e ciò ovviamente a scapito del "lavoro"), un classico personaggio imprigionato in un meccanismo più grande di lui e di cui non ha alcun controllo. Molto brava Lisa Gastoni.

Noir di stampo biografico realizzato da Carlo Lizzani, ispirato da allora recenti fatti di cronaca che portarono alla ribalta il personaggio di Luciano Lutring, proveniente dal ceto medio milanese e destinato, suo malgrado, a rivestire i panni di ricercato numero uno dalle forze dell'ordine. Un caso sintomatico di quanto, già in tempi non sospetti, i mezzi di comunicazione potessero influenzare l'opinione pubblica e fungere da cassa di risonanza per le gesta di un personaggio, sulla carta negativo, ma considerato dall'uomo comune alla stregua di un antieroe popolare. Attraverso un discreto mix di inchiesta e azione, dai ritmi serrati pur se dallo stile retrò e non più attuale, il regista narra l'inizio delle gesta di Lutring fino alla resa, accompagnato da un cast di buon livello nel quale spiccano Gian Maria Volonté (nei panni dell'ispettore di polizia Moroni) e l'affascinante Lisa Gastoni, vincitrice di un Nastro d'argento come migliore attrice. Avvincente e ben tratteggiato, anche se inevitabilmente datato. Atmosfere patinate enfatizzate dalla colonna sonora di Ennio Morricone, autore della canzone Una stanza vuota. Sceneggiatura di Ugo Pirro.

Un istant movie nel vero senso della parola, la storia legata a Luciano Lutring, un bandito che fece epoca negli anni ’60 e che qui vien colto nel momento del suo fulgore e quindi una storia raccontata a stretto contatto con al cronaca recente.  Lizzani  produce anche, ma ha scritto il soggetto con Ugo Pirro, che poi cura la sceneggiatura, ne viene fuori un ottimo film di azione, che descrive la crescita consumistica  di una persona che non si arrende alla mediocrità di una vita media che lo aspetta, e stimolato dall’incontro con la compagna, che lo pota ad agire in maniera irrefrenabile per ottenere quello che la vita normale non gli può dare…

A la fois plein de lenteur et de nervosité, tout en impureté et en irrégularités rythmiques, Wake up and kill puise sa stylisation dans un montage heurté et elliptique qui en appelle à la faculté du spectateur à rassembler les pièces du puzzle manquantes, à combler les trous que le cinéaste laisse volontairement dans la narration, arrêtant plusieurs fois les séquences en plein suspense pour reprendre bien après leur résolution.
De Lutring à Moroni (Gian Maria Volonte, décidément toujours parfait) – cet inspecteur compréhensif qui cherche à arrêter Lutring vivant dont on soupçonne les sentiments naissants pour Yvonne – tous restent impénétrables, protégeant leur secret intime. Seule la formidable Lisa Gastoni attendrit vraiment, dans ce rôle de femme follement amoureuse, comme sous le joug d’une malédiction ne tombant que sur des mauvais garçons, toujours dominée. Ce sentiment indétrônable et irraisonné sauve le film de la sécheresse et du nihilisme, nous surprenant à espérer une issue positive. La musique hantée de Morricone avec son piano et ses instruments imitant ironiquement les pétarades des armes à feu n’est pas sans rappeler celle d’Enquête sur un citoyen au-dessus de tout soupçon d’Elio Petri, un cinéaste dont l’univers pourrait justement s’apparenter à celui de Lizzani, en particulier dans sa propension à mettre en scène un univers urbain aux confins du fantastique, avec ses rues vidées du monde, ou le lieu désert semble épouser la solitude des protagonistes.

venerdì 5 luglio 2019

ricordo di Ugo Gregoretti



















Che effetto mi fa entrare oggi nel palazzo della RAI? Quello di penetrare in un luogo che in certo senso ha subito una mutazione sottocutanea, impalpabile, una metamorfosi in apparenza minimalista. In apparenza – infatti – tutto è rimasto come prima, anzi un po’ più sgangherato di prima. Tranne però che il banco delle informazioni, dove al posto di burberi usceri pensionanti di un tempo siedono impettite hostess che tengono in riga la pittoresca orda dei postulanti – questi sì molto diversi da quelli dei miei tempi – quando le file per ottenere il “passi” erano composte da signori in abito di grisaglia e dame sobriamente ornate, genere udienza dal Santo Padre o premio Strega, per capirci, e non tipo telegatti, come oggi.
Oggi è difficile distinguere tra esemplari della fauna RAI e quelli della fauna MEDIASET e questa osmosi somatica si è andata di pari passo trasformando in osmosi stilistica. Ai miei tempi era diverso. Anzitutto Mediaset non esisteva e la RAI egemonizzava l’etere. La Tv era divisa in due pianeti, i programmi culturali e i programmi di evasione, di onesta evasione; più i servizi giornalistici radio-televisivi unificati, unificati per essere meglio controllati. Un controllo che non era solo politico ma si estendeva, ferreo all’uso della lingua italiana.
Commettere un errore di grammatica, di sintassi, di terminologia o di pronuncia nella scrittura o nella lettura di un testo giornalistico era altrettanto difficile che affermare qualcosa di politicamente inopportuno. La vigilanza occhiutissima, veniva esercitata dal Direttore Centrale dei Servizi, il cui soprannome a tutti noto, era “Virgoletta”. Virgoletta aveva compilato un “Manuale del corretto eloquio radiofonico televisivo” ad uso interno, e doveva il soprannome a una sua spiccata ossessione per la punteggiatura. Ma non solo per quella. Una volta mi chiese di leggergli il testo che avevo scritto per un documentario sul lago Trasimeno che sarebbe dovuto andare in onda qualche giorno dopo.
Io inizia la lettura con una certa tremarella poi poco per volta acquistai coraggio vedendo che Virgoletta non batteva ciglio. Ma ad un tratto mutò espressione: “come ha detto?” mi disse. Io rilessi quello che avevo appena letto: “ed ora chiediamo al Sindaco di Castiglion del Lago a che ora tramonta il sole”. “Chiediamo che?” ringhiò Virgoletta, “a che ora tramonta il sole….” balbettai io…. “Domandiamo!” quasi gridò lui, “Domandiamo quando tramonta il sole! Non chiediamo! Chiedere per avere, domandare per sapere!” E mi congedò con malagrazia. Certo, nessuno di noi giovani redattori dell’informazione televisiva di allora – i tardi anni cinquanta – aveva molta simpatia per Virgoletta e per le sue pedanterie, meno che mai riconoscenza. Eppure io da quel giorno se ho voglia di una birra chiedo una birra e se non so che ora è perché l’orologio mi si è fermato domando che ora è. E invio un fuggevole grazie a chi mi ha insegnato a dire così. A chi insieme, ad altri, ha insegnato ad altri e a me che la comunicazione corretta, precisa, critica, problematica, chiara e possibilmente elegante è obbligo morale, culturale, civile. E a questo punto verrebbe quasi voglia di augurarsi che una grandinata rigeneratrice di “VIRGOLETTE” si rovesci sulla RAI, su MEDIASET e su tutte le altre piccole e grandi emittenti, per il loro bene e anche per il nostro.
da qui

domenica 9 dicembre 2018

Santiago, Italia - Nanni Moretti

Nanni Moretti gira un documentario che parla di ieri, ma non solo.
quando cadde il governo cileno nel 1973 nessuno (se non i fascisti), da noi, sosteneva i militari.
e questo non è un film imparziale, grazie Nanni Moretti!
e per i numerosi esuli cileni, quelli sfuggiti ai torturatori e agli assassini, le porte erano aperte, in Europa, e sopratutto in Italia.
altri tempi, se oggi impunemente i fascisti possono assediare fisicamente l'ANPI (qui), e se il ministro dell'Interno è sempre su Facebook e Twitter, non per condannare e perseguire Forza Nuova, ma per prendersela col "regista radical-chic" (da qui).
ascoltare le interviste è un tuffo in un passato in cui la politica era una cosa nobile, la solidarietà e l'umanità erano ancora vive.il film è in una trentina di sale, solo, non perdetevelo - Ismaele








Santiago, Italia racconta della poco conosciuta comunità cilena rifugiata nel nostro paese a seguito del golpe militare contro il presidente socialista Salvador Allende del 1973. La dittatura militare che venne instaurata con il colpo di stato era insostenibile per gli abitanti cileni; i quali si vedevano strappati sotto gli occhi ogni forma di democrazia sostituita da un pesantissimo regime di terrore. Coprifuoco, manifestazioni di forza da parte dell’esercito, sospetti dissidenti fatti sparire e torturati dalle autorità; tutto sotto gli occhi indifferenti del mondo…

Facendo raccontare agli esuli il modo in cui l’Italia li accolse, non solo trovandogli un impiego (chi a Milano, chi nella rossa Emilia-Romagna, chi a Roma, chi altrove) ma integrandoli nella società. Facendogli sentire tutta la vicinanza umana, e non solo politica. Allora, nell’ultima parte di Santiago, Italia, si riesce a cogliere in profondità il senso dell’intera operazione portata a termine da Moretti. Com’eravamo? Come siamo diventati? Come è stato possibile? Nell’Italia che si oppone in modo becero, violento e disseminando paure alle migrazioni acquista un valore politico enorme ricordare che un’altra Italia è esistita. Un’Italia veramente popolare, memore della lotta partigiana che aveva riscattato il Paese dopo venti anni di mostruosità fascista. Un’Italia che era pronta a rispecchiarsi nell’altro, a trovare dei punti di connessione, a credere nel valore dell’umano esistere. A credere nella politica come luogo dell’incontro, della lotta comune, dello scambio di pensieri e opinioni. Quell’Italia, che pure era a rischio golpe a sua volta (il tentativo di rovesciare lo Stato da parte di Juno Valerio Borghese era del 1970) e che viveva nel cuore degli Anni di Piombo, aveva anche nelle fasce meno protette un popolo vivo, solidale, empatico. Ora gli esuli cileni che scelsero di rimanere in Italia, dove magari si erano ricostruiti una famiglia, sono ancora lì a ricordare tanto la loro amata patria socialista sotto Allende, tanto una penisola che li accolse e li rese parte di un processo sociale in divenire. Ma dov’è quel popolo? Che fine ha fatto? Dove si nasconde? Queste sono le vere domande che pone Santiago, Italia, e che chiudono un documentario aprendone di fatto un altro, che probabilmente non verrà mai girato. Queste sono le vere domande che sarebbe necessario porsi, perché come racconta uno degli intervistati nel 1973 l’Italia sembrava una nazione che aveva in qualche modo messo in atto le politiche che ad Allende erano state negate con la forza. Anche oggi l’Italia assomiglia al Cile, ma solo negli aspetti più deteriori di quella nazione

Parallelo al binario della memoria, infatti, scorre ed emerge nell’ultima sezione come vero cuore dell’operazione morettiana quello che attraverso il Cile guarda all’Italia di ieri e di oggi: come eravamo e come siamo diventati. Non solo a livello politico, ma a livello sociale, popolare, morale, umano.
Eravamo un’Italia post-bellica, socialdemocratica, antifascista e ancora ben salda nella sua memoria partigiana. Eravamo un’Italia accogliente e ospitale, che credeva nella reciproca collaborazione e nella dialettica, che credeva nei valori dell’umano, che sapeva “sentire” l’altro. Prima con i diplomatici in Cile che permettevano a tutti i comunisti e agli oppositori perseguitati da Pinochet di saltare il basso muro di cinta per entrare in ambasciata rinunciando di fatto al proprio Paese ma avendo salva la vita, e poi qui, nella rossa Emilia come nelle campagne, a Milano come a Roma, con la brava gente comune incredula e indignata di fronte alla barbarie del golpe e disposta a dare rifugio e lavoro agli esuli cileni, ben felice di integrare appieno e aiutare in qualsiasi modo chi era stato considerato un nemico e calpestato dal proprio stesso governo, rifiutato e represso dalla propria terra. Quarantacinque anni dopo siamo diventati un’Italia sempre più imbarbarita, chiusa, ignorante, xenofoba, inospitale, liberticida, egoista, sadica, fascistoide nell’indole. Un’Italia ormai soffocata nella sua umanità dalle gabbie del capitale, da chi realmente detiene il potere, da chi può sospendere – dalla scuola Diaz in poi, passando per i morti di Stato, per le ripetute aggressioni a chi ha la pelle più scura e per le navi di migranti respinte – la democrazia. E il ricordo del Cile acquisisce così, nella costruzione morettiana di un’Italia etica, politica e strabordante di valori umani e combattenti che non esiste più, il senso inedito e agghiacciante di monito, graffiante e sempre più urgente, per il nostro futuro…


...Mi sembra però che, dalle testimonianze che il film colleziona, emerga un'altra parola: “antifascismo”.
È una parola che, di questi tempi, in tanti non amano sentire («È una parola che non si porta...», mi dice G.), forse perché troppo connotata rispetto al più generico ed ecumenico “accoglienza”. Eppure, è in nome di una profonda convinzione antifascista che i rifugiati cileni trovarono ospitalità in Italia; è in nome della comune lotta antifascista che tutti i partiti dell’epoca (dai repubblicani ai democristiani ai comunisti, come ricorda uno dei testimoni) decisero di non riconoscere il governo dittatoriale di Pinochet; ed è stato (anche) grazie a una diffusa cultura antifascista che i rifugiati godettero del supporto e della vicinanza della popolazione comune – e non solo nelle regioni “rosse” – nonostante quegli anni fossero tutt’altro che facili, anche nel nostro Paese. Santiago, Italia non è tanto una “bella storia”, quanto la storia di un “tessuto umano” unito, compatto, solidale. Ciò che aveva reso “belli” gli anni della militanza socialista, ricorda uno dei testimoni, era stata la capacità di agire collettivamente per spendersi a favore degli altri. Con “parzialità”, naturalmente: perlomeno nella misura in cui si è deciso di compiere una precisa scelta politica. Forse è di questo, sembra suggerire il film di Moretti, che dovremmo avere una grande nostalgia, oggi.


…Tra i sorrisi e le lacrime si ripercorre una storia d’accoglienza e integrazione che ha dell’incredibile. E che solo apparentemente sembra riecheggiare la famosa formula del «ni perdón ni olvido». Perchè invece di perdono ce n’è eccome. C’è verso i delatori che hanno rivelato il nome di un compagno sotto tortura. E c’è, in fondo, anche per quella generazione di ex militari, ora incarcerati, che potrebbero essere i nostri nonni. Ma non c’è oblio, quello no. Santiago, Italia è un piccolo monumento della memoria. E come tale andrebbe visto e maneggiato.
Moretti con la sua prospettiva indiretta, avvolgente, forte di una ricca carica emotiva, dà origine a un film intelligente e sensibile. Classico nell’impostazione e tagliente nei contenuti. A completare il corredo qualche gemma di repertorio e un montaggio equilibrato delle interviste. Il risultato è la lucida fotografia di un’epoca che guarda al passato ma parla inevitabilmente (e drammaticamente) al presente – e lo fa con quattro semplici parole: «Io non sono imparziale». Per tutti coloro che già lo amavano dal cinema di fiction, ecce… documentario!

Non mancano comunque le evocazioni delle classiche alla Moretti, le nostalgiche madeleine sulle eccellenze sanitario-scolastico-lavorative dell’Emilia Rossa o una strana invasione di campo, anzi in campo, fisico-coroporea di Moretti, un intervento stilisticamente alla Michael Moore. Quando il regista romano “incastra” il vecchio torturatore incarcerato da tempo che svela di aver accettato l’intervista per l’imparzialità del documentario, eccolo comparire a favore di camera per dire: “Io non sono imparziale”. Figuriamoci, di fronte alla dittatura di Pinochet chi potrebbe non esserlo. Solo che questa tensione ieri-oggi, Cile-Italia, ci scusi il buon Nanni ma ci sembra un tantino autoreferenziale e tirata per i capelli o che, nella sua definitiva elaborazione cinematografica, non abbia quello smalto, quella grinta, quella contemporanea ragion d’essere.



venerdì 17 agosto 2018

Il tiranno Banderas - José Luis García Sánchez

l'ultimo film di Gian Maria Volonté è un film non eccezionale, che diventa da vedere obbligatoriamente, per causa sua.
lui non interpreta, lui è il tiranno Banderas.
ogni gesto, ogni espressione, ogni movimento, ogni parola è un capolavoro dell'attore.
vedere per credere, con Gian Maria Volonté non è mai tempo perso - Ismaele








…gli attori non sono sempre eccellenti, fatta eccezione per la performance di Volonté, di cui non si discute proprio, anche solo per la superlativa gestualità; non interpreta Banderas … è proprio lui in persona. Come già accennato anche l'interpretazione di Ana Belen merita. Oltre a questo il livello del film è tenuto alto dai costumi di Andrea D'Odorico e dalla fotografia di Fernando Arribas. Poco di buono si può dire invece della sceneggiatura di Rafael Azcona e José Sànchez – liberamente ispirata da un capolavoro del '900 – nessuno dei personaggi evolve, ed è un vero peccato perché l'intera storia comincia prima e finisce dopo un evento carico di speranze, opportunismi ed emozioni come solo una rivoluzione può essere. Solo il personaggio di Volonté ha una sua profondità – merito senz'altro dell'attore, noto per la creatività; tutti gli altri invece sono estremamente piatti.

Ultimo film interpretato da Gian Maria Volonté, il cui genio è stato riconosciuto persino da maestri del cinema come Ingmar Bergman; morirà l'anno dopo durante le riprese de Lo Sguardo di Ulisse, sappiamo che rinunciò a parti che avrebbero potuto renderlo ricco e portarlo agli altari del cinema mondiale, preferendo sempre quelli che gli piacevano soprattutto per il messaggio politico e sociale. A prescindere dalla sceneggiatura dava ai personaggi da lui interpretati delle modifiche in corso d'opera che soddisfacevano a pieno i registi, tanto che definirlo solo attore sarebbe riduttivo. Per tanto ci piace pensare a Tiranno Banderas come il suo testamento, un messaggio nella bottiglia di quasi 20 anni fa, che visti i tempi sembra essere stato spedito ieri.
da qui  

dice il regista:
"Fue un trabajo duro y complicado, pero hubo algo que lo facilitó: que Gian Maria Volonté entendió a la perfección qué es el esperpento y que éste requiere una interpretación de carácter expresionista. Volonté es un actor expertísimo, que domina los géneros del grotesco italiano y no le fue difícil lograr esta exageración contenida. Además se enamoró literalmente de Valle Inclán"

Tanta crudeltà gratuita, poco pathos; la storia è un po' troppo romanzesca e poco concreta. Volontè stesso, qui al suo ultimo film prima della prematura scomparsa, appare stanco ed annoiato dal personaggio che interpreta. La storia è decisamente poco fantasiosa e quello che dovrebbe essere il colpo di scena finale è soltanto quanto di più prevedibile potrebbe accadere: si fiuta fin dall'inizio del film, e soprattutto lo chiude, senza ulteriori spiegazioni o sviluppi. Trascurabile.

sabato 31 marzo 2018

L’opera al nero – Andrè Delvaux



Gian Maria Volontè, già coi capelli bianchi, interpreta un medico che ritorna a casa, a Bruges, dopo aver vagato per l'Europa per non essere processato dall'Inquisizione.
purtroppo l'Inquisizione non dimentica e Zenone è destinato a una brutta fine.
un film non male, ma è come una versione light di quel capolavoro che è Giordano Bruno - Ismaele








Nel film ci sono evidenti limiti di sceneggiatura, che sono assolutamente compensati dalla straordinaria interpretazione di Gian Maria Volontè, che, da sessantenne, dimostra tutto il suo equilibrio e la sua bravura nel costruire un personaggio perfetto, calato in maniera strabiliante nella realtà di quel tempo, tanto da meritare il Nastro d’argento quale migliore attore protagonista. Volontè offre una interpretazione matura ed elegante, di un personaggio malinconico e raffinato; L’opera al nero che è in grado di vedere lontano ove la cultura e la ricerca possono arrivare, ma che anche si rende conto che il presente non offre scappatoie per gli spiriti liberi. Altro limite del film è dato dalla scarsa informazione che esso ci offre della vita e della formazione di Zenone, prima dell’arrivo a Bruges. Si tratta di una scelta discutibile del regista, che evidentemente intendeva concentrare la narrazione del film esclusivamente sull’ultima parte della vita del protagonista. E in verità i pochi flashback non rendono ragione di queste esigenze che, se adeguatamente soddisfatte, indubbiamente avrebbero arricchito il film di elementi biografici e culturali di sicuro interesse nella costruzione della personalità del protagonista. Diverso respiro ha il romanzo, che offre effettivamente un quadro ricco e completo non solo della formazione di Zenone, ma anche e soprattutto delle articolazioni della società del suo tempo e della contraddittoria ricchezza delle varie stratificazioni sociali presenti.
Nel cast troviamo alcuni nomi importanti, quali la godardiana Anna Karina, Sami Frey, e Philippe Leotard, tutti però sovrastati dalla bravura straordinaria di Gian Maria Volontè, che nell’ultima scena del film ci offre un nuovo imperdibile saggio di bravura.

ho guardato il film di Delvaux con più attenzione, ma l'ho trovato noioso, mal realizzato e sicuramente inferiore al modello letterario a cui si ispira. Il romanzo di Marguerite Yourcenar è volutamente costruito su una bipartizione: la prima parte è dedicata alla "vita errante" del protagonista e segue velocemente le tappe della sua esistenza fino alla maturità. La seconda, invece, è dedicata al suo ritorno a Brugge, sotto le mentite spoglie del medico Sébastien Theus, ricercato dall'Inquisizione per eresia. Questa parte è tanto lenta e "immobile" quanto è veloce e intensa la prima, in cui gli scenari mutano rapidamente, anni ed eventi vengono condensati in poche pagine, numerosi personaggi appaiono e scompaiono. Il film, invece, si concentra sulla seconda parte – non a caso, credo, è uscito nel Belgio fiammingo con il titolo De terugkeer naar Brugge (Il ritorno a Brugge) – e in scena vediamo subito uno Zénon anziano, che opera in clandestinità come medico finché non viene smascherato, processato e condannato a una morte a cui si sottrae solo suicidandosi la sera prima dell'esecuzione. Alcuni episodi della prima parte vengono recuperati attraverso una serie di flashback montati nel corpo principale del film. E questo è il primo problema: gli eventi sono così tanti che sceglierne solo alcuni e mostrarli nel corso del film compromette la comprensione della storia. Mentre guardavo il film mi sono chiesto più volte se avrei capito davvero quello che stava accadendo se non avessi già letto il libro e non ne avessi conosciuto la trama. Probabilmente no. A questo si aggiunga la recitazione di Gian Maria Volonté. La custodia del dvd riporta un giudizio del critico Morando Morandini, che elogia l'attore italiano. In realtà Volonté non fa altro che bofonchiare, borbottare e sussurrare per tutto il film, tanto da rendere incomprensibile quello che dice, unico tra i vari personaggi. Chiunque mi sarei immaginato nella parte di Zénon ma non lui – e del resto questo è il classico problema che affligge le trasposizioni cinematografiche delle nostre opere letterarie preferite…