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lunedì 24 febbraio 2025

Il seme del fico sacro - Mohammad Rasoulof

Mohammad Rasoulof è sempre bravo, gira un film clandestino, con un finale da film western, un regolamento dei conti ansiogeno e spietato.

Siamo invece in Iran, la fine è in un posto dimenticato da dio e dal mondo (dimenticato anche dai controllori e censori del potere iraniano).

Il regista, visitatore delle prigioni iraniane, lancia un atto d'accusa contro il regime e la pena di morte (come ne Il male non esiste), e riesce a scappare in Francia.

Non è il suo film migliore, è però un film urgente e resistente.

Da non perdere, è in una settantina di sale, non dovrebbe essere impossibile riuscire a vederlo.

buona visione - Ismaele

 

 

 

 

 

Rasoulof riflette sul ruolo del giornalismo moderno in Iran e dice: “Nel mio paese, non abbiamo più la fortuna di avere giornalisti liberi. I cittadini lo diventano. Armati di telefonino, vanno alle manifestazioni e fotografano, riprendono, pubblicando ogni cosa sui social, almeno i più coraggiosi. Quella è forse l’unica informazione libera ad oggi in Iran, per questo nel mio film torna la medesima riflessione. È estremamente reale lì ed è sotto gli occhi di tutti. Posso dirvi che moltissimi video li ho recuperati solo una volta uscito dal carcere e ne ho visionati davvero molti, così da selezionare i più forti e dialoganti con il mio materiale narrativo. Tenendo sempre a mente che avrei girato un film clandestinamente. Come avrei ricreato ad esempio le scene di protesta? Non lo sapevo ancora, era soltanto una delle moltissime riflessioni, eppure se volevo davvero realizzarlo, dovevo uscirne. In più volevo ragionare sulla forza dei social, nel rendere più coesi e invincibili gli attivisti e le attiviste, dando loro ulteriore coraggio, così da vederli ancora e sempre più tra le strade e le piazze delle città, a gridare e manifestare in nome della libertà. E poi mi sono chiesto: ma anche qualora riuscissi a ricreare queste manifestazioni, avrei ancora questa forza cruda della verità? Allora mi apparso importante dalla finzione, raggiungere il realismo tipico del documentaristico.

Concludendo poi sul destino dei regimi e l’utilità della violenza, Rasoulof chiosa: “La liberazione non passa mai dalla violenza, a mio avviso. La ricerca di libertà della donna per esempio, che è fortissima e sempre più evidente, rigetta su tutta la linea l’uso della violenza, per questo è capace di imporre una svolta, un cambiamento radicale. Sul futuro del regime iraniano invece e più in generale di tutti i regimi, ciò che penso è espresso dal finale del mio film. È vero, estremamente metaforico e in qualche modo perfino religioso, eppure quello che posso dirvi, in termini di realismo crudo e quindi con grande sincerità, è che il regime annegherà nella propria tomba, si seppellirà da solo. Chi semina vento, raccoglie tempesta.

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Sin dalla prima inquadratura, in cui in dettaglio vediamo consegnare una pistola e delle pallottole, ci troviamo inseriti in una condizione di pericolo imminente che pervaderà con diverse valenze tutto il film. Perché di lì a breve quella realtà, quelle persone che Amin è chiamato a giudicare appellandosi a una legge divina che ritiene di poter interpretare ed applicare con rigore, inizieranno a sua insaputa ad entrare nella sua vita.

Le tre figure femminili al centro della narrazione, la madre e le due figlie, rappresentano, con i tratti della più assoluta verosimiglianza, le dinamiche che intercorrono tra generazioni. La madre, figlia di un uomo poco raccomandabile, ha trovato nel marito e nel rispetto dell'ordine un suo status che ora vede messo in discussione dalle figlie (in particolare da quella maggiore). Ma questo è solo l'inizio perché questo è un film in cui i nascondimenti fanno parte della necessità…

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…La sceneggiatura ha buchi evidenti, sembra che Rasoulof, nell’urgenza di dimostrare, di denunciare, man mano semplifichi i suoi personaggi fino a farne delle figure piatte, bidimensionali, senza reale profondità, solo simboli alcuni del Bene altri del Male. Viene gestita in maniera confusa anche la pista narrativa fondamentale della pistola sparita, pista abbandonata quando ne emerge prepotentemente un’altra, quella di Iman bersaglio dei “giustizieri” della resistenza. Finale a mio parere imbarazzante, dove la necessità del messaggio prende il sopravvento su qualasiasi coerenza e plausibilità. Si esce con la sensazione del capolavoro mancato per poco. Peccato. The Seed of the Sacred Fig resta però, nonostante tutto, un film più maestoso, il più potente tra quelli visti a Cannes, il più necessario.

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…Mohammad Rasoulof decide di veicolare il proprio j'accuse tramite un racconto di finzione, caratterizzato tuttavia dalla stessa duplicità riscontrabile nella struttura del film. Da una parte, si affida a un racconto lineare, costituito dal thriller incentrato sulla ricerca della pistola e culminante con le scene di azione del finale che sfociano nel western, in particolare per via dell'ambientazione polverosa e desertica, oltre che per il cliché della sparatoria conclusiva. Dall'altra parte, il lungometraggio presenta vari nuclei narrativi: all'inizio viene accennato il problema etico che attanaglia Iman alle prese con il suo nuovo incarico, poi vengono affrontate le proteste e il dramma dell'amica delle figlie, in seguito subentra la perdita della pistola e le progressive reazioni scomposte del padre. Se l'ambientazione in interni e la scelta obbligata di concentrarsi sulla famiglia, insieme al male che in modo strisciante la avvelena, assicurano unità a questa molteplicità di nuclei narrativi altrimenti irrisolti, è anche vero che questi ultimi contribuiscono a dividere e a frazionare le relazioni fra i quattro protagonisti disponendoli secondo cerchi concentrici: dall'esterno all'interno troviamo il padre alle prese con il nuovo incarico e con i problemi che questo comporta, poi la madre, punto di congiunzione fra Iman e le figlie, infine queste ultime, intente a relazionarsi al modo esterno simboleggiato dall'amica e dalle proteste…

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Come già nei quattro episodi de Il male non esiste, Rasoulof parte dalla questione morale di un personaggio che si ritrova al bivio tra la coscienza e il dovere, costretto ad affrontare i mostri delle proprie responsabilità. Ma è solo un punto di partenza. Perché non è lui il cuore del film: il solo fatto di essere dalla “parte sbagliata” (e su questo non possono esserci dubbi), lo condanna inesorabilmente a stare nell’ombra. Fino a essere l’ombra. Rasoulof, invece, si concentra sulle donne della storia, coerentemente con lo spirito dei tempi e le infuocate proteste per la morte di Mahsa Amini (la cui immagine, ovviamente, appare nel film). Dunque, sono la moglie Najmeh e le due figlie, Rezvan e Sana, il vero fulcro del discorso politico di Il seme del fico sacro. Che ruota intorno alla dialettica delle loro posizioni e delle loro reazioni, il modo in cui si rapportano all’autorità del capofamiglia e quindi, più in generale, alle gabbie stringenti della teocrazia. Ed è qui che vengono in rilievo le differenze generazionali. Perché se le ragazze sono pronte a mettere in discussione quest’autorità, chi in modo più istintivo e giocoso (la minore, Sana), chi in maniera più consapevole (la maggiore, Rezvan), Najmeh farà più fatica a liberarsi dalle imposizioni del suo ruolo di moglie e madre, sospesa tra la devozione al marito, l’egoistica difesa della sicurezza familiare e la percezione delle ingiustizie del sistema…

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Tre ore o quasi di grande, grandissimo cinema, che un po’ per intensità di racconto e un po’ per realismo crudo, spietato e documentaristico, volano via come un soffio, tenendo lo spettatore incollato alla poltrona. Costringendolo in più di un momento a guardare altrove, pur suggerendogli di non farlo, così da renderlo partecipe di uno spaccato storico/sociale e politico, che non guarda ad un tempo che è stato, piuttosto ad un tempo che è. Se estraneo, nella fortuna, se vicino nell’allerta di un pericolo e di una violenza sempre più feroci, orrorifiche e imminenti. Un impavido, glorioso e brutale inno alla femminilità, alla forza del popolo, cui non resta altro se non continuare a combattere in nome della libertà, della vita e di un’osservazione di fede adeguata e non estremista e al tempo stesso un inno al cinema. Rasoulof ha firmato un capolavoro e clandestinamente lo ha condotto fino a qui e a noi. Celebriamolo e non abbassiamo lo sguardo. Mai.

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martedì 12 luglio 2022

Arrestato Jafar Panahi in Iran, un attacco feroce alla libertà d’espressione - Cristina Piccino

  

La notizia ieri è rimbalzata subito in tutto il mondo: Jafar Panahi è stato arrestato a Tehran a soli due giorni di distanza dall'arresto di Mohammad Rasoulof e di Mostafa Al-Ahmad – a favore dei quali Panahi aveva espresso il suo sostegno sui social. In un suo post del 10 luglio si legge: «All'alba dell'8 luglio Rasoulof e Al-ahmad, critici schietti e cineasti impegnati, sono stati aggrediti nelle loro abitazioni e portati via in un luogo sconosciuto. Condanniamo la pressione che i filmmaker indipendenti e i pensatori liberi stanno subendo. Condanniamo anche la sistematica violazione da parte delle istituzioni dei diritti sociali e dell'individuo. Chiediamo l'immediato rilascio dei nostri colleghi».
NON È LA PRIMA volta che il regista, uno dei più importanti nomi nel cinema iraniano e tra i più riconosciuti a livello internazionale sin dagli esordi con Il palloncino bianco (1995) che vinse la Caméra d'or al festival di Cannes – il successivo Lo specchio (1997) ha conquistato il Pardo d'oro al festival di Locarno mentre Il cerchio (2000) ha avuto il Leone d'oro a Venezia – viene arrestato nel corso della sua carriera: nel 2010 è stato condannato a sei anni di reclusione, tramutati poi in arresti ai domiciliari, e gli è stato vietato di lasciare il Paese, di rilasciare interviste e di girare film fino al 2030, anche se ha continuato a farne e con grande potenza – pensiamo a Closed Curtains (2013) premio della sceneggiatura alla Berlinale, e a Taxi Tehran (2015) Orso d'oro, girato in clandestinità, la cui protagonista, l'avvocata per i diritti civili Nasrine Saotoudeh è stata arrestata nel 2018 e detenuta in condizioni orribili con un deterioramento grave della sua salute ulteriormente peggiorata dopo avere contratto il Covid.
La persecuzione del regime nei confronti del regista, figura sempre «scomoda» i cui film venivano regolarmente censurati, inizia insieme a quella contro Rasoulof: i due cineasti vengono messi in prigione mentre stanno preparando un film sull'Onda verde, il movimento che era esploso in Iran contro la presidenza di Ahmadinejad per chiedere una maggiore democrazia e dei cambiamenti sociali, economici, il rispetto dei diritti civili che Panahi aveva sempre pubblicamente sostenuto. Contro entrambi l'accusa è di «propaganda contro il governo» e di «attentare alla sicurezza pubblica».
DA ALLORA come accade in Iran le loro vite sono rimaste sospese a un arresto che poteva accadere di nuovo da un momento all'altro, una forma di tortura psicologica messa in atto con ricatti e minacce di ogni genere. Rasoulof era stato nuovamente fermato e privato dei documenti mentre tornava dal festival di Telluride nel 2017 dove aveva presentato A Man of Integrity, e nel 2019 aveva fatto appello all'imputazione di «propaganda contro il regime». Entrambi potevano scegliere la via della fuga e dell'esilio ma hanno deciso di restare in Iran continuando a esprimere il loro pensiero attraverso le loro opere.
Rasoulof e Mostafa al-Ahmad avevano lanciato qualche giorno fa un appello alla polizia iraniana firmato da una settantina di artisti in cui chiedevano di non usare le armi contro i manifestanti con riferimento alle violenze messe in atto dalle forze speciali iraniane nella città di Abadan durante le manifestazioni seguite al crollo di un edificio nel quale sono morte oltre quaranta persone - la cittadinanza accusava il governo di negligenza e di corruzione.
IERI si sono moltiplicate le richieste di una immediata scarcerazione dei registi, tra cui i comunicati del festival di Cannes che ha voluto ribadire il suo sostegno a tutti «quegli artisti nel mondo vittime di violenze e di rappresaglie» e della Berlinale che nell'arresto di Panahi, Rasoulof e Al-Ahmad denuncia l'ennesimo attacco «alla libertà di espressione e dell'arte». L'incarcerazione senza alcun accusa di Panahi è solo l'ennesimo atto di una repressione che si fa in Iran sempre più dura, quasi che il regime cerchi di camuffare la forte crisi economica e la protesta sociale che ne deriva con questi arresti eclatanti, rivolti contro un ambito, quello della c ultura, che viene valutato come potenzialmente pericoloso. Nei mesi scorsi erano state arrestate le registe Firouzeh Khosrovani (Radiography of a family) e Mina Keshavarz (The art of living in danger) -liberate poi il 18 maggio su cauzione – entrambe autrici riconosciute a livello internazionale, senza dare alcuna motivazione.

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martedì 15 marzo 2022

Il male non esiste - Mohammad Rasoulof

è il sesto film di Mohammad Rasoulof che vedo, e ogni volta è un film indimenticabile.

il governo iraniano non è fatto di cinefili, si sa, e cercano di non fare uscire i film, né in sala, né dall’Iran, e cercano di non far uscire i registi dalle loro case o dalle galere.

che governi di merda, in Iran, scusate, ho scritto governi.

il film racconta, per usare un’espressione che qui calza a pennello, della banalità del male, su come la pena di morte sia accettata, da molti, troppi,  nel paese, lo dice la legge (di merda, scusate, ho scritto legge).

ci sono quattro storie, due hanno un legame, lo ricorda Bella ciao, cantata da Milva, canzone delle mondine, canzone di lotta e libertà (quindi non quelle merdose versioni da discoteca, scusate, ho scritto discoteca)

ogni episodio è sconvolgente e magnifico.

uno dei più bei film dell’anno, addirittura in una ventina di sale, ma tanto sapete come fare, se non vi portano i film al cinema.

buona (viva e partecipata) visione - Ismaele

 

 

 

 

le quattro vicende che mette in scena in capitoli separati, aventi un loro titolo specifico, affrontano tutte il tema seppur da prospettive diverse e con grande efficacia narrativa. Rasoulof dice che un giorno ha visto casualmente in strada uno dei suoi persecutori del passato e si è messo a seguirlo con l'intenzione di affrontarlo verbalmente in modo molto duro. Ma, prima di farlo, si è accorto dai comportamenti dell'uomo che non era un mostro ma che lo Stato repressivo lo aveva indirizzato in modo tale che il suo lavoro ne garantisse la continuità illiberale.

I dilemmi morali che attraversano (o non attraversano) i personaggi sono universali e sanno parlare al cuore e alla mente di chi ha voglia di interrogarsi sul diritto (o meno) di sopprimere vite umane in base alle direttive di uno Stato che fa della repressione della libertà di pensiero di uomini e donne il proprio vessillo…

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Il male non esiste può essere considerato un dramma etico, uno sguardo a una realtà in cui la connivenza è ugualmente deprecabile. Pur comprendendo alcune scelte, Rasoulof non riesce ad assolvere alcuni suoi personaggi, non può mitigare il suo giudizio. Forse in alcuni momenti il suo film appare programmatico, ma la forza della messa in scena, la qualità della scrittura e l’importanza del messaggio riescono a toccare le corde giuste e a suscitare in chi guarda profonda commozione e un’inevitabile sensazione di impotenza e rabbia controllata. Non mancano momenti di lirismo, di (apparentemente) involontaria esaltazione di una natura selvaggia ma accogliente (più degli uomini), di rappresentazione della banalità del male. Quello del regista iraniano è un racconto che destabilizza, che mette in dubbio le certezze, che porta più volte a chiedersi “che cosa avrei fatto”.

Un film di grande respiro civile che spalanca una finestra su un mondo che conosciamo solo da lontano e che ci arriva in tutte le sue contraddizioni. Per capire e per continuare a interrogarci sulla natura dell’essere umano, incapace di reprimere il suo lato oscuro.

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…Non è un thriller, eppure sortisce lo stesso effetto dei film ad alta tensione, perché la calma implacabile, a combustione lenta, del racconto ha un ritmo avvincente capace di far perno sulle riflessioni, domande personali, dello spettatore che si chiede inevitabilmente “cosa farei al suo posto?”

Due ore e mezza sono tante, ma indispensabili. La posta in gioco emotiva è altissima. È un film che va visto, consigliato, mostrato agli studenti a partire dal liceo.

“Un film insieme poetico e devastante che pone ognuno di noi di fronte alla responsabilità delle proprie scelte” sono le parole di Jeremy Irons – Presidente di Giuria Berlinale 70che ha premiato Il Male non Esiste…

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… C’è tanta delicatezza nel modo di raccontare scelto da Mohammad Rasoulof. Le musiche di Amir Molookpuor sono incantevoli e suggestive. Ricordano vagamente le sinfonie di Ennio Morricone nei film di Tornatore o di Sergio Leone, struggenti e orecchiabili allo stesso tempo, ma soprattutto perfettamente allineate all’intensità emotiva di ogni scena.

Il regista de Il male non esiste lavora tantissimo con le emozioni. I dialoghi sono semplici e sinceri, come anche le scene di vita rappresentate. La finzione è impercettibile: il lavoro svolto con la costruzione del mondo finzionale è così precisa che non si riesce a cogliere, se non nella bellezza delle immagini. Gli scenari mostrati sono variegati, ma tutti ci dicono qualcosa dell’Iran: ne vediamo le città caotiche, i carceri, l’entroterra rigoglioso ed edenico e le colline più aride.

Alcune inquadrature sono di una potenza espressiva rara: il montaggio parallelo è denso di significati simbolici, necessari per dare il senso di una storia che si affida molto poco ai dialoghi. In sostanza, Mohammad Rasoulof, da abile regista, si affida alle immagini e alle emozioni per raccontare qualcosa di estremamente sentito per lui e per il suo paese. Inutile dire che il risultato è eccezionale…

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Sono vicende dure, di resistenza quelle di Il male non esiste, dove gli epiloghi possono essere misteriosi, liberatori, devastanti e aperti. Ogni incontro ha un effetto. In alcuni casi c’è un sospetto di prevedibilità: la reazione di Bahram dopo che vede la foto dell’uomo di cui si sta per celebrare il funerale; l’espressione di Bahram mentre sta aspettando la nipote all’aeroporto. In realtà invece le storie sono lineari, limpide e potenti. Di ognuna colpisce il modo con cui Rasoulof le affronta e come lascia emergere i conflitti interiori. Dopo una continua sensazione di soffocamento, nel finale Il male non esiste respira. In quel campo lungo da lontano alla Kiarostami c’è forse una speranza, un segno che il cinema di Rasoulof potrebbe ripartire.

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venerdì 12 giugno 2020

Bé Omid é Didar (Au Revoir) - Mohammad Rasoulof

fuggire dalla prigione Iran è impossibile, Noora è un avvocato dei diritti umani, ha un marito che ha scritto contro il potere, ha il fiato sul collo degli sgherri del regime, aspetta una bambina, vuole andare via.
sembra facile a noi, lì no.
Noora resiste, con sempre maggiore difficoltà, vuole evadere da quella prigione.
un film da non perdere, per chi mette in conto di soffrire (almeno al cinema).
buona visione - Ismaele





Un senso di sconvolgente estraneità, difficile da sostenere per lo sguardo, abita Bé Omid é Didar e se ne impossessa come unica condizione possibile in Iran. Un paese dove il futuro può offrire solo una vita malata, ancora prima della sua nascita, e dove un principio distruttivo regola ogni rapporto fino a prosciugarlo. Imprigionata in una claustrofobica gabbia ormai rotta, come la tartaruga che tiene in casa, Noora vive la continua violazione del suo spazio e delle sue speranze, mentre il suo sguardo, sempre puntato su un fuori campo irrealizzabile, rivela con disperato stupore il vuoto che va fagocitando ogni movimento vitale. La staticità che circonda e bracca Noora, unico corpo pulsante del film che si ferma ad ascoltare il battito del cuore della bambina che ospita nel suo ventre, è l’immagine mortuaria di un mondo svuotato. Come la città sulla quale si affaccia la protagonista: un orizzonte  distrutto dalla sua immobilità e al quale è stata negata anche la voce per gridare il proprio dolore. A questo scenario di morte, che con la sua livida intransigenza divora ogni immagine, Mohammad Rasoulof oppone la resistenza della sua protagonista. Incurante del logoramento fisico, costretta a subire un’asfissiante solitudine mentre tentano di depredarla della dignità e del futuro, Noora continua testardamente ad avanzare – come Rasoulof, che ha realizzato questo film semi-clandestinamente – in una struggente lotta che si rivela il sogno fallito di una rivoluzione ancora impossibile.

Il est parfois difficile pour un spectateur occidental de voir un film iranien (ou provenant d’un autre pays au contexte politique complexe) de manière complètement innocente ; de ne pas être tenté, consciemment ou non, d’interpréter chaque élément du film et de son récit de manière uniquement politique et revendicative. Il est parfois facile d’oublier qu’un film iranien est aussi avant tout un film comme les autres, c'est-à-dire une œuvre d’art plutôt qu’un tract. Mohammad Rasoulof est l’ « autre » cinéaste iranien (avec Jafar Panahi) à être actuellement menacé de prison et d’interdiction de filmer - Au revoir a d’ailleurs été tourné clandestinement, majoritairement en intérieur, mais le cinéaste le dit d’ailleurs lui-même : « On parle, hélas, beaucoup plus de ce qui entoure les films et pas assez des films eux-mêmes. Je veux être considéré comme un cinéaste qui exerce tout simplement son métier »…

C’est qu’Au revoir est aussi un grand film politique, pas une fiction sociale larmoyante et consensuelle mais un véritable objet de cinéma, proche des univers kafkaïens de Cadavres exquis de Francesco Rosi ou Hunger de Steve McQueen, Couloirs, salles d’attente, rames de métro et taxis sont ici des éléments de décor traduisant la solitude et l’enfermement d’individus privés de lien social, bien mis en lumière par des plans-séquences qui ne sont pas de simples figures de style.
« Quand on se sent étranger dans son propre pays, autant de sentir étranger dans un autre pays », réalise Noura, prise dans un dédale d’impasses où toute sonorité semble une menace permanente. Si Marjane Satrapi trouvait vite la fuite dans Persepolis, l’évasion est ici moins aisée et le pessimisme plus explicite. Tourné dans la semi-clandestinité par un cinéaste condamné (avec Jafar Panahi) à une peine de prison pour « propagande contre l’État », Au revoir est un cinéma de résistance et une œuvre majeure sur l’oppression, à voir en complément du magistral Une séparation de Afghar Farhadi.

Sans cris ni brutalités, une mise en scène d'une radicalité et d'une intelligence rares fait exploser à l'écran l'essence de l'oppression politique. Quel que soit le décor, les murs sont de la même couleur, celle-là même qu'a fini par revêtir le monde aux yeux de Noura, gris terne, invariablement. Ils sont filmés en plan fixe, en accordant une grande importance au hors-champ. Simple, confiant dans la puissance d'évocation primaire du cinéma, ce dispositif exalte avec une force à couper le souffle la violence effarante contenue dans un contexte politique aussi délétère, dans le moindre son, dans le moindre geste.

lunedì 1 giugno 2020

White Meadows - Mohammad Rasoulof

Rahman è un raccoglitore di lacrime, e gira di isola in isola per fare il suo lavoro.
non compra le lacrime, le situazioni della vita gli permettono di ottenerle.
non comanda niente, forse qualcuno è più in alto di lui.
Rahman è come una specie di Ulisse che gira di isola in isola, conosciuto, rispettato, atteso.
svolge qualche ruolo in quelle comunità, trasporta persone morte o indesiderate, e osserva cose terribili,
quelle isole sembrano vivere in preda a volontà oscure, e la libertà non esiste.
qualcuno vuole vedere una critica sociale all'oscurantismo, e alla situazione politica del suo paese, che apre le porte delle galere a intellettuali come lui.
se me lo chiedono io sono uno di quelli.
il film è bellissimo e terribile, e Mohammad Rasoulof sta nell'Olimpo dei registi di serie A, se non guardate i suoi film non sapete cosa vi perdete - Ismaele




QUI il film completo, con sottotitoli in inglese


The White Meadows can be seen as an allegory to the current political regime of Iran, nonetheless the message conveyed by it is universal. The characters of the film could stand as the prototypes of a disutopian Platonic state. Rahman, the main character, remains an illegible until the very end of the film. The rules of his profession are simple. He wanders like a country-side doctor ,to places where people are mourning, collecting their tears, unaffected by the plights of his patients. During the film, one might try in vain to find the driving elements of his behavior. The laymen of this society appear to be fearful and extremely concerned with their own superstitions to have any critical thought. A little renegade who represents the curious, passionate and adventurous mind and an artist who sees the world differently from his fellows are sacrificed in a setting that could be inspired by ancient Greek tragedy. The director was actually arrested along with Panahi on the 1st of March 2010.
In my humble view, Rasoulof, in his 37,has directed a masterpiece of utmost intricacy and aesthetic value. His work is one of those destined to reside in our memory for a long time. Thus, I hope that the White Meadows will find their way to the movie theaters, our memories and ultimately film history . In the meanwhile, I hope that Rasoulof will continue to deliver us great films and to ameliorate his artistic language, despite the difficulties encountered in his homeland.

Rowing between these and other sorrowful gatherings is Rahmat (Hasan Pourshirazi), a grave, middle-aged traveler always ready with a glass jar to gently scoop up the people’s tears. Is he a mythical guide? Communal healer? Silent witness to a catalog of veiled yet unmistakable forms of oppression? A fiercely compassionate call for freedom, the film features downright tangible sensory dimensions: The sky’s infinite color and the ocean’s saline taste are integral elements of the narrative, never more so than in the sequence of the painter being painfully “treated” for his unorthodox canvases—Rasoulof’s most personal portrait of the responsibilities and dangers of a questioning artist.

The film could be seen as a generally pessimistic view of man’s continual surrender to simple superstitious beliefs.  But there is a special emphasis here on shared guilt.  On all the islands, the people feel they are guilty and seek remission of their sins via some superstitious ritual, often at the expense of the weak and defenseless.  Innocent women are punished on the first and third islands, the innocent dwarf is sacrificed on the second island, and free artistic expression is denied on the fourth island.  The people on these islands who carry out the atrocities are basically innocent, too, since they sincerely believe in the superstitions that drive them to cruel acts.  There is clearly something wrong with the system governing these local societies (as was the case in Iron Island, too), but any references to the Iranian government system seem to be obscure, at best.  The idea of the jinn hiding in the well for three hundred years may compare with some accounts of the Islamic Shiite belief that the long-awaited Mahdi was hidden in a well. In addition, some viewers have suggested that the washing of the old man’s feet at the end of the film connotes extreme and pointless obeisance to an ayatollah who is unmindful of the common needs
...Skeptics might argue that Rasoulof has merely mindlessly thrown together these provocative symbols in the fashion of Alejandro Jodorowski.  But there is enough subtlety of expression here to suggest otherwise and that there is some method to the madness.  Overall, I would say that the visual presentation of The White Meadows is haunting and even gripping at times.  The viewer is plunged into an austere and evolving nightmare.  But the individual episodes do not appear to represent any narrative progression – they could have come in any order.  And at the end of the film, the final images do not provide a dramatic denouement, but are merely deflating.  Nevertheless, the film is memorable, and Rasoulof’s eery and disturbing portrayal of how blind superstition can be ultimately cruel and destructive is a testament to his own commitment to free expression.

venerdì 29 maggio 2020

Manuscripts don’t burn - Mohammad Rasoulof

come meglio indicare il clima di terrore in Iran, per chi non è parte integrante di quell'inferno, ma addirittura si oppone con le sue opere all'oppressione, alla paura, al sopruso continui?
il regista sa di cosa parla, il film sarà di finzione, ma certamente non è di fantasia, il meccanismo repressivo non è solo nel film.
sembra che nessuno odi nessuno, solo che c'è una volontà superiore da applicare, con qualsiasi mezzo.
il braccio operativo della repressione, funzionari, persuasori fisici e killer sono lo specchio della banalità del male, eseguono ordini indiscutibili e ultimativi.
non perdetevi il film, mica siamo in Iran, chi l'ha girato rischia molto (mancano tutti i nomi di chi ci ha lavorato), noi no.
e allora buona, sofferta, necessaria, visione - Ismaele






Iran, gli agenti Khosrow e Morteza devono recuperare le memorie di uno scrittore antagonista: questione di sicurezza nazionale, i manoscritti svelano terrificanti segreti, quali il fallito attentato ai danni di 21 intellettuali. Telecomandati dal proprio capo, i due non conoscono pietà: l’omicidio politico è un’opzione, basta spacciarlo per morte naturale…
Al Regard, il collega di cinema e lotta di Jafar Panahi, Mohammad Rasoulof, porta un duro atto d’accusa contro il regime di Ahmadinejad che l’aveva condannato a 20 anni senza film e 6 di prigione. Girato in segreto, cast e crew anonimi, è il tallonamento poetico e politico di due sicari di Stato. Manuscripts Don’t Burn, ma Rasoulof è Verde di rabbia e Rivoluzione.

Rasoulof è parecchio bravo nel raccontarci il tutto nei modi che son quelli del cinema iraniano autoriale (una certa lentezza, una certa enfasi sulle figure degli intellettuali, una certa retorica nel presentarci la Nobiltà e il Coraggio del dissenso), ma anche, più sorprendentemente, quelli del thriller e perfino dell’action. Con una struttura narrativa a inastro progressivo assai efficace. Con rivelazioni e connessioni che emergono a poco a poco, tenenndoci coinvolti e avvinti. Questo è un film di denuncia che sa comunicare al pubblico il suo doveroso messaggio senza però stancare e annoiare. Riuscendo a restituirci il clima cupissimo di un paese dove parlar chiaro può costare parecchio. Le sequenze dell’uomo rapito (di cui, come in ogni giallaccio che si rispetti, solo più tardi scopriremo l’identità, e le ragioni del rapimento), di come si cerchi di ucciderlo sulle rive di un fiume di montagna, di come ci si libera di un bambino scomodo testimone, sono quanto di più agghiacciante si sia visto ultimamente al cinema. Un atto d’accusa contro Teherean durissimo e davvero di gran coraggio. Châpeau. E massimo rispetto per Rasoulof. Oltretutto pare che questa storia sia in parte ispirata a fatti reali, e comunque di intellettuali fatti fuori o incarcerati o ridotti al silenzio ce ne son stati molti negli ultimi vent’anni in Iran.

Il film comincia dalla fine, quando uno dei due killer corre verso l’auto dove l’altro lo sta aspettando, inseguito da un misterioso terzo uomo. Scopriremo solo dopo il perché di quella corsa.
Manuscripts don’t burn è un manifesto agghiacciante e spaventoso del regime iraniano, dei suoi metodi sanguinari e subdoli, del silenzio imposto con la forza agli intellettuali dissidenti.
Non è forse impeccabile nella sua costruzione drammatica e nelle sue scelte formali, ma ha l’urgenza ed il respiro affannoso di chi vive giorno per giorno l’incubo della censura.
Si impone nel concorso complessivamente debole di Un certain regard per lo squarcio impietoso e tetro che apre nelle maglie di un regime che offende e umilia la grande cultura persiana.

Rasoulof’s Manuscripts Don’t Burn reveals how basic human rights can be so ruthlessly violated by a system in Iran that manipulates text-based religious accounts for its own exploitative continuance. The individuals shown in the film are not inherently evil, but instead reveal the banality and wider scope of evil. To guard against these difficulties, the preservation of human rights such as freedom of expression enables us generally to share our heartfelt views and arrive at an agreed-upon and mutually beneficial course of action. Restricting public expression and demanding fealty to prejudicially interpreted orthodox texts only sustains the exploiters. Rasoulof offers no solution as to how to ensure human rights, but he does reveal the extent of the problem facing us.  It is not just a matter of dealing with a few troublemakers; it is more a matter of correcting a system that denies freedom of expression and thereby enables the troublemakers to perpetuate their exclusive control.  His film, which has received many positive reviews [10,11], is not likely to be a box-office crowd-pleaser, and it has so far mostly only gained film festival exposure (of course like most all of Rasoulof’s films, it is banned in Iran).  Nevertheless, this is a penetrating and thought-provoking work that should be seen by everyone.

The film has the fraught mood if not the adrenaline pace of a thriller. We first see Khosrow and Morteza (no names of cast or crew are given due to the film’s perilous political nature) as they are leaving a job. With characteristic subtlety, Rasoulof doesn’t show us the killing, only that Khosrow has a man’s bloody hand print on his neck—a grisly detail that’s somehow more unsettling than explicit violence would be.
Tense and drawn, Khosrow wants their next stop to be an ATM. He needs payment for his mayhem because he has a little boy who requires an operation. But an even greater problem may be his wife, who complains that their son’s affliction is punishment for his work. Khosrow’s worry over this charge at least shows the flicker of conscience. Morteza, a stolid and unreflective assassin, shrugs it off, saying that their assignments are in accordance with shariah—the very rationale that allows extremist elements in a government supposedly based on religion to slaughter their opponents without compunction, after branding their thought as deviant and foreign-influenced.

mercoledì 27 maggio 2020

Lerd (A Man of Integrity) - Mohammad Rasoulof

o sei oppresso, o sei oppressore, in quel posto non ci sono vie di mezzo, spiegano a Reza, che, come il mugnaio di Bertolt Brecht, vuole credere che ci sia un giudice a Teheran, ma Teheran non è Berlino. 
chi esercita qualche tipo di potere, in quel paese non dimenticato dai seguaci di Allah, è corrotto da fare schifo, dal poliziotto, all’impiegato al giudice, e passa sopra tutto e tutti. Chi alza la testa assaggia la galera, fino a rischiare la vita, se insiste nel reclamare i suoi diritti, o solo qualche aroma di giustizia la paga.
Mohammad Rasoulof alza la testa, e la paga sempre.
in quel paese che spreca registi e attori di serie A, non li fa lavorare, che Allah fulmini gli oppressori, sarà un duro e lungo lavoro, ma se anche Lui prende le mazzette ed è un oppressore è sventurata quella terra che ha bisogno di eroi.
non perdetevi questo film politico, per me profuma di Cinema, è un piccolo capolavoro - Ismaele



Il messaggio politico di Lerd è un urlo di allarme chiaro e manifesto contro un Iran dominato da una teocrazia ormai saturata nei suoi presunti valori religiosi e divenuta, come fu per il comunismo sovietico, teatro di piccoli e grandi personalismi nell’abuso di un potere usato esclusivamente a proprio vantaggio, mascherato stavolta in una vicenda che non va a toccare il governo e la classe che detiene il potere (come nel caso di altri autori, contro i quali la censura si è vendicata con pesanti limitazioni della loro libertà personale e creativa), come se un autore italiano raccontasse metaforizzandola in una localistica persecuzione mafiosa nel nostro meridione, la disastrosa e drammatica situazione di corruzione e strapotere dell’intera nazione.

La moschea, la stazione di polizia, il liceo maschile e quello femminile, la sede della compagnia che sta gestendo le cose – con mazzette e minacce – in modo da poter acquisire facilmente tutti i beni immobiliari della zona e i terreni; luoghi del potere in cui la corruzione domina senza neanche vergognarsi in alcun modo. Rasoulof mostra una volta di più uno sguardo disilluso, privo di qualsiasi speranza. L’unica lotta che si riesce ad allestire è quella che mette un povero contro un altro povero, galoppino contro galoppino, pedine da muovere e da mandare al massacro mentre la sovrastruttura non soffre il benché minimo cedimento. Anche Reza è parte integrante di questo schema, checché ne pensi, e il suo essere a man of integrity è a ben vedere solo una parvenza, un ruolo che si riveste perché gli altri lo hanno lasciato libero. Nonostante alcuni passaggi a vuoto e una semplificazione dei caratteri a tratti fin troppo evidente – proprio il rapporto di Reza con la moglie paga questo aspetto – A Man of Integrity è un film da difendere, anche per la volontà di Rasoulof di non cedere alla prassi estetica e narrativa propria di gran parte dei registi che diedero lustro alla new wave iraniana. E il finale, complice un ribaltamento prevedibile e allo stesso tempo in grado di spiazzare, rimane impresso nella memoria.

El jenga es un juego que consiste en ir quitando bloques de una torre evitando que esta caiga. La precisión y el buen pulso para lograr que no se derrumbe son claves para que el contrincante vea desmoronarse sus opciones de ganar. Entiéndase esta torre de manera metafórica como la vida de Reza, un padre de familia iraní que subsiste a base de créditos en el banco y de la granja de peces de colores en la que vive con su esposa, maestra de escuela, e hijo. Una vida intachable no tanto por su cotidianeidad, sino por su determinación a no verse contaminado por el mundo tóxico y corrupto que le rodea. Como su compatriota Farhadi, Rasoulof parte de un problema familiar cuyos tentáculos se van extendiendo poco a poco para evidenciar el complicado entramado de trampas y poder en el que se asienta su comunidad. Todas las soluciones que encuentra y que le proponen pasan por el chantaje, la extorsión o el soborno. Todo parece moverse a golpe de dinero y de influencias. Así, cuando una empresa cercana contamina sus aguas y todos los peces mueren, Reza intentará mantener su honradez mientras a su alrededor todo el mundo le muestra el atajo. Rasoulof (que, como Panahi, continúa rodando en la clandestinidad en Irán y sus películas no se estrenan en su país natal), demuestra de nuevo un pulso firme para el desarrollo de la historia, respetando el despliegue orgánico de los acontecimientos, dando la información necesaria sobre ellos y haciendo uso del fuera de campo de manera inteligente para tejer una narrativa ágil y evitar caer en lo evidente…

…La película de Mohammad Rasoulof es muy valiente teniendo en cuenta lo crítica que es ante el país y los procesos de censura por los que pasan todo este tipo de películas. Nos muestra a un personaje que de forma irremediable se ve arrastrado a las fauces de un sistema podrido para no caer en la miseria. En uno de los diálogos del film se afirma que en Irán solo hay lugar para dos tipos de personas, los opresores o los oprimidos. Reza pasa precisamente de oprimido a opresor de una forma natural, donde casi ninguno de sus actos resulta reprochable por muy inmoral que sea. Lo peor de todo es que los motivos que guían a Reza en esta lucha son los de derribar este sistema pero sin darse cuenta acaba metido en él.
A Man of Integrity es una muestra del poder que puede tener una película para denunciar y oponerse a una sociedad simplemente mostrándola tal y como es. Rasolouf no se queda corto e incluso acaba criticando algunos aspectos de la inamovible religión. Más allá de ser una obra valiente es una película de personajes muy bien construidos, situaciones bien hiladas e imágenes para el recuerdo (la escena de los cuervos o la cueva donde se evade Reza). Un film atrevido, con sustancia crítica y que no deja de lado ni la belleza estética ni la coherencia narrativa.

giovedì 15 gennaio 2015

Il cerchio – Jafar Panahi

dopo questo film, "Oro Rosso" e "Offside" hanno contribuito alla condanna di Jafar Panahi (da non dimenticare che con lui è stato condannato anche Mohammad Rasoulof, di cui ho visto un solo grande film, qui"L’isola di ferro").
qui si racconta una storia circolare di donne, le ultime degli ultimi, in una società machista, sono in trappola, mancano le sbarre, a volte, ma è un dettaglio.
raccontare, mostrare è pericoloso, lo dice bene Voltaire: "é pericoloso avere ragione in questioni su cui le autorità costituite hanno torto", Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof lo sanno bene, noi lo intuiamo soltanto.
il film ha vinto al festival di Venezia nel 2000, da (ri)vedere sapendo che si soffre, seguendo, guardando e ascoltando parole e silenzi delle protagoniste - Ismaele






Jafar Panahi in tribunale:
Io non comprendo l'accusa di oscenità diretta ai classici della storia dei film, né capisco il crimine di cui sono accusato. Se queste accuse sono vere, voi non state mettendo sotto processo solo noi ma il cinema iraniano socialmente impegnato, umanistico e artistico, un cinema che prova a stare aldilà del bene e del male, un cinema che non giudica, né si arrende al potere o ai soldi ma prova a riflettere onestamente un'immagine realistica della società.
Nonostante tutte le ingiustizie che ho subito, io, Jafar Panahi, voglio dire ancora una volta che sono iraniano, che resterò nel mio paese e che mi piace lavorare nel mio paese. Amo il mio paese, ho anche pagato un prezzo per questo, e sono pronto a pagarlo ancora se necessario. Ho anche un’altra dichiarazione da fare in aggiunta alla precedente. Come mostrano i miei film, dichiaro che credo nel diritto “degli altri” a essere diversi. Credo nel rispetto e nella comprensione reciproca, così come nella tolleranza; la stessa tolleranza che mi impedisce di giudicare e di odiare. Non odio nessuno, neanche i miei giudici.

Donne sole, senza diritti, marchiate fin dalla nascita dal disonore del loro sesso, che non possono esprimersi, fumare in pubblico, viaggiare non accompagnate da un uomo o senza carta dello studente. Donne che devono nascondere in continuazione la propria femminilità. Donne che cercano un equilibrio, un compromesso. Donne che sopravvivono. E intorno un mondo che va avanti, in cui questa situazione viene data per scontata senza porre troppe domande…

Non si esce dal cerchio e dunque le donne non possono fare altro che disperare; e con loro gli uomini, che si vedono rappresentati da pappagalli, egoisti e infantili, dispotici e autoritari. Non c'è remissione, non si vedono riscatti futuri fin da quando con il rumore del parto nasce il film, che dunque finisce con il coincidere con il retaggio femminile; tanto che fin da subito è la macchina da presa ad essere rasente ai muri seguendo la donna, affranta per la nascita della nipotina. Infatti le riprese risultano sempre un po' "costrette", si tende a inserire spesso qualche elemento che disturba il piano di ripresa, tranne sui volti; sembra di portare il cilicio anche noi spettatori…

Few things reveal a nation better than what it censors. In America, the MPAA has essentially eliminated adult sexuality from our movies, but smiles on violence and films tailored for the teenage toilet-humor market. Now consider "The Circle," a film banned in Iran. There is not a single shot here that would seem offensive to a mainstream American audience--not even to the smut-hunting preacher Donald Wildmon. Why is it considered dangerous in Iran? Because it argues that under current Iranian law, unattached women are made to feel like hunted animals.
There is no nudity here. No violence. No drugs or alcohol, for sure. No profanity. There is a running joke that the heroines can't even have a cigarette (women cannot smoke in public). Yet the film is profoundly dangerous to the status quo in Iran because it asks us to identify with the plight of women who have done nothing wrong except to be female. "The Circle" is all the more depressing when we consider that Iran is relatively liberal compared to, say, Afghanistan under the Taliban…
da qui

mercoledì 29 maggio 2013

L’isola di ferro (Jazireh ahani) - Mohammad Rasoulof

quella nave è il mondo, dice il maestro.
Mohammad Rasoulof è uno coraggioso, non le manda a dire, per questo lo trattano come Jafar Panahi, galera e infiniti ostacoli per fare film.
qualche anno fa è passato nelle sale italiane, miracolosamente, chissà chi l'ha visto.
questo film è il mondo, non perdetelo - Ismaele



QUI  il film completo con sottotitoli in inglese

…Il professore, che giovane non è, ha il coraggio di dire ai suoi alunni che la nave sta affondando. E la nave ovviamente è il mondo. Se chi sta in alto preferisce che chi sta sotto continui ad essere ignorante per sempre, è perché così la sottomissione è più semplice. Ogni notizia dall'esterno è preclusa, quello che conta è soltanto la “saggezza” del capo. Eppure la nave affonda proprio per colpa di quel capo che pensa principalmente ai suoi interessi.

Il film di Mohammad Rasoulof propone una visione “illuminata” di una possibile realtà dove si potrà sperare di staccarsi da retaggi patriarcali e religiosi e dove un ragazzo ed una ragazza potranno volersi bene senza ostacoli imposti dall'esterno. Con un linguaggio asciutto e realistico, anche se con elementi quasi fiabeschi, L’Isola di Ferro, ci rende conto della storia di una comunità in cui risiedono vari tipi di mentalità ed in cui la forma gerarchica assume connotati fortissimi per cui le donne “devono” essere così e gli uomini “devono” essere così. Ma nella descrizione attuale si insinua lo strano poetico personaggio simbolico di un “pesce-bambino” che, alla fine, in un pezzo di bel cinema riesce a far intuire che il cambiamento ci sarà. O comunque bisogna crederci…

The ship symbolizes how a backward industrial country must learn to survive and prosper without natural resources. There are also anti-war messages throughout from the teacher asking the children to not think negatively about fighting enemies to the teacher making chalk from old bullet casings. But the picture belongs to Nasirian's overwhelming performance as the captain who knows how to treat his constituents, perhaps like those old politicians from Tammany Hall who stayed in office by being the paternal wheeler-dealers and not always being on the level with their childlike followers. The film firmly believes in its faux naïveté premise that utopias only survive through authoritarian leaders who form communities in isolation, which is debatable but not according to the way the film sets up its political agenda--as it follows the lead of its benign despot and leaves no room for debate, which seems to be a precariously dangerous philosophy to get trapped into believing without questioning its ramifications.

…The enigmatic suggestiveness of Iron Island has led to multiple interpretations.  The idea of people on a ship’s journey led by a charismatic leader has appeared many times, from Noah’s Ark to Captain Ahab’s Pequod.  However, the ship is only a metaphor here, and we could be just as well be comparing Iron Island’s community with those led by Moses or Mohammad.  In fact Rasoulof’s original story did not even take place on a ship; he changed his story when he happened upon the oil tanker in the Persian Gulf [3].  

The question is what to make of the charismatic Captain Nemat?  Is he a benevolent figure?  Certainly Captain Nemat is not a draconian ruler.  He seems to operate sincerely according to his worldview, which seeks to optimize material resources.  Even when he tortures Ahmed, he explains that this must be done in order to avoid social chaos…

Comme un symbole de la fin d’une société d’entraide, ce film iranien, aux images superbes et colorées, apporte une vision cruelle et désenchantée d’une société où l’individualisme finit forcément par primer. Le devenir de cette communauté, condamné par le bateau qui coule, le temps est donc compté dès le départ. Pourtant le réalisateur ne joue pas sur un suspense artificiel et s’intéresse de près au fonctionnement de cette micro société, qu’il dissèque petit à petit. De l’organisation du ravitaillement aux menaces de noyades que subissent certains récalcitrants, il montre comment une société sous influence d’un homme, fait preuve de bien peu de compassion, appliquant aux enfants les mêmes règles qu’aux adultes.
Un film dur, où les hommes ne sont pas des saints, et où chacun joue pour ses propres enjeux. Et c’est de la confrontation des enjeux amoureux, entre adultes et adolescents que surgira la véritable nature humaine. Difficile de ne pas réagir devant les manipulations et les hypocrisies qui règnent en maître dans ce système déjà reconstruit, et voué à une destruction prochaine.
Comme quoi les hommes n’apprennent jamais.

Note di Mohammad Rasoulof
Mi sono ispirato a una pièce teatrale che avevo scritto dieci anni fa, riprendendone i personaggi principali. E’ una storia immaginaria e si muove a livello simbolico. D’altra parte, però, volevo restare realista nello svolgimento. Non volevo che la metafora soffocasse la realtà delle situazioni. Credo che l’ osservazione di una comunità che subisce la forte influenza del suo leader sia un soggetto universale. Vi si mescolano i temi della sottomissione, del tradimento, delle grandi speranze e delle successive delusioni… La pièce era immersa in un’atmosfera surrealista. Per il film ho preferito avere dei riferimenti più precisi, ma sempre con la volontà di rivolgermi a tutti gli spettatori. Il film è ambientato in una piccola isola dell’ Iran, nel magnifico golfo persico. In un certo senso è un mondo “in disparte”. La mentalità, l’ abbigliamento, il modo di pensare, le tradizioni religiose che sono raccontate nel film non sono tutte iraniane, ma rinviano ai codici della vita attuale in Medio Oriente…

Mentre la gente si avvia verso il luogo dove dovranno costruire il villaggio, un bambino si allontana e ammira il tramonto e quel mare, che fin da piccolo lo aveva ospitato. Il suo nomignolo è pesciolino. Si guarda attorno e in una pozzanghera vede dimenarsi un piccolo pesce, lo prende con sé, come quando sulla nave liberava quelli pescati dalla gente, e lo getta fra le onde del mare, illuminate dal tramonto del sole di giallo oro. È la speranza di un cambiamento; anche quando la giovane sposa si recherà davanti all'altare a pregare e là incontrerà il suo vero ed unico amore. Il cinema diventa, così, lo spaccato di un mondo che noi non conosciamo, realtà estrema ma dove la speranza ha il diritto di essere scoperta.

In The iron Islandsi narra la storia di una comunità che vive su una nave, ma è più corretto dire "relitto".
Trovata geniale, a mio modo di vedere, giacché il relitto è già l’evocazione di un certo stato delle cose.
Relitto è già, in qualche misura, sinonimo di emarginazione.
In questo relitto vive un vero e proprio sistema sociale.
Diretto da un comandante.
Anche qui l’eovcazione è molto forte e diventa di sapore diverso se la guardassimo con un occhio cubano, un’altro perché no italiano, ed un terzo occhio (ma quanti occhi ho) americano.
Tutte nazioni che hanno un capitano non vi pare?
Il cinema di Mohammad Rasoulof è sicuramente un cinema simbolico.
Noi non sappiamo nulla del relitto, nè perché il flim inizi li.
C’è qualcosa di Luis Buñuel proprio nella totale assenza d’indizi e nel gusto dell’evocazione.
da qui