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venerdì 10 febbraio 2023

Sei pezzi facili - testi di Mattia Torre, regia di Paolo Sorrentino

Mattia Torre è morto troppo presto, e questo sei pezzi facili sono un bellissimo omaggio alla sua opera, con un regista di serie A e attori perfetti per le loro parti.

i sei pezzi fanno ridere e pensare, fanno immedesimare gli spettatori, e di sicuro guardare i sei pezzi non è tempo perduto, anzi...

buona (speciale) visione - Ismaele

ps: su Raiplay è possibile vedere, di Mattia Torre, anche La linea verticale



QUI si possono vedere i sei pezzi facili, su Raiplay

 

 

 

REZIOSO

…Se volete conoscere un autore gigantesco come Mattia Torre gustatevi questo piccolo gioiello di perfidia e umanità. 6 pezzi facili è un regalo di cui godere a lungo, un'eredità che fortunatamente non ci verrà mai tolta.

da qui

 

Mattia Torre scriveva di noi, di quello che siamo, dell’essenza disinibita delle cose. I suoi spettacoli teatrali erano specchi: il pubblico li vedeva, e intanto si riconosceva. Parlava di cibo, politica e comunità. Di cosa vuol dire stare insieme, e di cosa, poi, significa vivere in solitudine. Torre sapeva, perché partiva dall’assunto di raccontare ciò che aveva visto e provato; e se esagerava, esagerava in modo lungimirante, contando le distanze, affidandosi agli attori, dando a ogni parola e ogni pausa un peso preciso. Non si limitava a scrivere: intesseva trame, le creava; si divertiva a tenerle insieme, a vederle intrecciate, ordinatamente confuse, e a rileggerle. Era preciso. Un fedele, prima che un esperto, di quello che faceva. Descriveva la commedia come una cosa seria, serissima, e sacra. Con le sue regole, i suoi accorgimenti, il suo modo d’essere. Torre usava la realtà come fonte d’ispirazione, e non si allontanava molto nelle sue opere: rimaneva lì, meditabondo, musicale, perfetto. E probabilmente, per raccogliere questa visione, non poteva esserci miglior regista di Paolo Sorrentino. Perché anche lui, come scrittore, è preciso. Anche lui usa l’immagine non per saltare, ma per unire. Da una parte c’è il teatro, con la sua elegante povertà e la sua fiera essenzialità; e dall’altra c’è il cinema da Oscar, che punta ad ammaliare con la sua bellezza e con la sua pienezza.

Eppure, in mezzo, c’è molto di più. C’è, appunto, un’idea precisa di scrittura e messa in scena, di ritmo e dialogo: io inizio, tu continui; tu rilanci, e io rilancio. Un botta e risposta costante, frenetico, che non annoia, non appesantisce, ma regge. Migliora. Supera qualunque tipo di aspettative: non siamo qui per vedere la vita e basta; siamo qui per riderne, per bearcene, per poter ascoltare attivamente, senza mai subire. In Sei pezzi facili, dal 19 novembre su Rai3 e in anteprima su Raiplay, Sorrentino dirige Torre ed è facile notare immediatamente il meglio di entrambi: la mano che guida la camera e che si mette al servizio della parola scritta, e la parola scritta che, grazie alla mano che guida la camera, può essere ancora più libera. «Questo lavoro è il tentativo di valorizzare e amplificare la cassa di risonanza sul teatro di Mattia Torre», ha detto Sorrentino. «Io ho fatto una regia con dei minimi appigli cinematografici, perché è l’unica cosa che so veramente fare. C’è una leggera ibridazione del teatro con il cinema. Però rispettando sempre e comunque quello che aveva in testa Mattia. Che, da quello che ho capito raccogliendo mezze frasi dei suoi attori, aveva delle idee molto, molto precise sui suoi spettacoli. Io ho cercato di intervenire senza alterare le sue decisioni. Anche se tutto questo deve andare in televisione, il teatro di Torre è totalmente compiuto, e quindi non aveva bisogno di interventi, se non di interventi di – appunto – ritmo cinematografico».

Tutto, insomma, sembra ridursi (o allargarsi?) a questo: al modo in cui la forma cerca il contenuto, e in cui il contenuto, in un’altra dimensione, può finalmente trovare spazio. Guardando “Gola” con Valerio Aprea, si vede subito la semplicità della scenografia, con il leggio, le luci, un solo uomo fermo sul palco. Poi intervengono i suoni, le inquadrature a tradimento di Sorrentino sul pubblico che ride, che si diverte, che – incredibilmente – partecipa. Ci sono due velocità, e sono due velocità che non vanno mai in contrasto: quella della sceneggiatura, e quindi dell’interpretazione, e quella della regia, e quindi delle immagini. Valerio Mastandrea, parlando di Sei pezzi facili, l’ha descritto come un «viaggio sentimentale»: «Voglio ringraziare Paolo perché ha portato la sua emozione vicino alla nostra, e non sopra di essa: non è stato invasivo, è stato rispettosissimo e ha avuto un approccio sano». Sorrentino ha, prima di tutto, osservato. E poi capito, appreso e, solo alla fine, agito. Nelle foto delle prove, scattate da Ago Panini, si riconoscono l’allegria trascinante dell’esercizio e la condivisione genuina con gli attori.

«Mattia era un regista molto rigoroso, perché era uno scrittore molto rigoroso, e dirigeva i suoi spettacoli come una prosecuzione della sua scrittura», ha detto Francesca Rocca. «Paolo è stato un’intuizione, e io ho avuto il privilegio di poter intuire e desiderare una persona come Paolo avendo al mio fianco un amico e un fratello come Lorenzo [Mieli, produttore e AD di The Apartment, ndr]. Perché Paolo? L’ho capito solamente ieri, lo ammetto. Quando abbiamo celebrato Mattia all’Ambra Jovinelli, l’apertura l’ha fatta Lorenzo e ha detto delle cose incredibili. Da lui, però, me lo aspettavo: Lorenzo era lo sposo lavorativo di Mattia. […] Paolo ha letto un pezzo che aveva scritto per Mattia, e ascoltandolo ho capito che Paolo aveva fotografato Mattia pur non conoscendolo da molto tempo. Ha mantenuto una distanza rispettosa, goliardica, raccontando il Mattia dei loro incontri lavorativi, delle cena; ed era esattamente quello che amo di Mattia».

Ora, in Sei pezzi facili, ritroviamo Torre, il suo genio, la sua penna onesta, magnetica, assoluta, e anche, come sguardo silenzioso, Sorrentino: i due, insieme, si muovono su due strade parallele; non c’è sfida, non c’è voglia di trasformare tutto in qualcos’altro; c’è – e ne abbiamo già parlato – il rispetto di un autore per un altro, e la centralità, conquistata così duramente, della parola scritta sul resto. Gli attori, le figure, le facce, sono la sostanza viva e vibrante, il ponte di carne ed espressioni che chiude, in modo piuttosto preciso, questo cerchio. Sei pezzi facili è qualcosa di cui essere felici: come spettatori, certo; ma pure come persone. Perché un gruppo d’amici s’è riunito, ha lavorato insieme, e ha ascoltato un altro regista, un altro direttore d’orchestra, per suonare la musica di chi non c’è più. E il merito, per una volta, è tutto loro. Non del fato, non di qualcosa più grande: da Francesca Rocca a Lorenzo Mieli, e da Paolo Sorrentino al cast di attori e attrici. Mattia Torre vive nella sua parola, e finalmente, anche se solo per pochi sabati, avrà il pubblico che ha sempre meritato.

Sei pezzi facili raccoglie alcune delle opere più famose e apprezzate di Mattia Torre. È una produzione di Fremantle in collaborazione con The Apartment, parte Fremantle, per Rai Cultura. La regia televisiva è curata da Paolo Sorrentino. Sei pezzi facili andrà in onda dal 19 novembre per cinque sabati conseguitivi, alle 22, su Rai3. Andranno in scena: “Migliore” con Valerio Mastandrea, “Perfetta” con Geppi Cucciari (26 novembre), “Qui e ora” con Valerio Aprea e Paolo Calabresi; “456” con Giordano Agrusta, Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino e Carlo De Ruggieri (10 dicembre), “In mezzo al mare” e “Gola” con Valerio Aprea (17 dicembre).

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mercoledì 8 dicembre 2021

Figli – Giuseppe Bonito

si capisce che chi ha scritto il film sia una persona informata dei fatti.

Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi sono perfetti nei loro ruoli di genitori inadeguati e sempre a rincorrere, come è la vita vera, sembra quasi di vedere un documentario.

si sorride e si soffre, a vedere gli altri, e noi stessi come siamo.

buona (genitoriale) visione - Ismaele


 

 

Forse però il momento più alto di Figli lo si può ravvisare nel doppio monologo figlia vs madre e viceversa, un compendio impeccabile dello stato attuale della compagine sociale dell’Italia contemporanea, divisa tra quarantenni con (o senza) prole che lottano per conquistarsi un salario e la relativa sopravvivenza, contrapposti a pensionati più o meno epicurei che hanno beneficiato e continuano a beneficiare di un benessere che forse non tornerà più. Altro colpo di genio, nonché ulteriore segnale della presenza di uno sguardo nient’affatto banale sulla realtà, è poi la sequenza a episodi che stigmatizza quanto nel tergere la bocca del bambino, la terza passata genitoriale sia sempre la più violenta, con tutte le connessioni psicanalitiche del caso. Nel corso della visione di Figli, e oltre, non si può fare a meno di pensare quanto con Mattia Torre si sia perduto un sapido, pungente narratore delle umane miserie dell’oggi, non resta che confidare nei superstiti della sua squadra (quella di Boris, per intenderci), di cui questo film, in fondo, data la dipartita dell’autore, è il frutto più maturo e promettente: un racconto a più voci, sfaccettato, eppure centrato sul suo argomento, in grado di parlare a noi e di noi.

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Torre qualche semplificazione la adotta, gioca un pochino con gli stereotipi ma la sua scrittura trova senso proprio nella quotidianità, nella rappresentazione di gesti comuni in cui ognuno di noi può specchiarsi. Le sue parole riescono a comunicare la vita reale: le nevrosi, gli attimi di felicità, le sospensioni, l’affetto.

È un film molto sincero Figli, che cerca un pubblico ampio ma senza ruffianerie. Un omaggio che non lascia indifferenti.

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Diviso in capitoli, i segmenti sono un espediente per raccontare tutte le sfaccettature e l’evoluzione del cambiamento che un figlio porta nelle vite di una coppia: improbabili baby-sitter, nonni stravaganti (degna di nota la sequenza onirica dove i nonni scendono in strada a manifestare per la loro indipendenza con tanto di slogan “W i vecchi”), le sempre più rare uscite a due che si tramutano in pisolini, la tentazione finale. Un ritratto completo e veritiero delle famiglie contemporanee, nella loro evoluzione, inclusa una rappresentazione dei momenti più bui come la sensazione dei genitori, il non sentirsi all’altezza, il senso di abbandono provato da una madre “imprigionata” a casa con un bambino urlante.

Ma oltre a narrarci la storia di coppie e di famiglie, Mattia Torre riesce anche a raccontare la storia di un paese ostile e arrugginito, di un’epoca caotica che non rende di certo facile la genitorialità e la resistenza di una coppia a questi urti. 

Il tutto viene narrato con un’ironia tagliente e coinvolgente – da notare la Patetica di Beethoven usata al posto del pianto del neonato - che mescola momenti reali a momenti surreali, sensazioni e punti di vista. Il registro comico diventa il mezzo per un’analisi profonda di quello che un paese intero sta vivendo, con le difficoltà, ma anche le piccole parentesi di felicità e tenerezza. Figli è un ritratto sincero e reale della nostra società. Non è solo la storia di una coppia che ha figli, ma di storia di un amore che - nonostante tutto - riesce a resistere. Una nota positiva che ci rincuora e ci dà speranza. 

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La regia di Giuseppe Bonito non risulta per niente pomposa, non contamina in alcun modo il testo di Mattia Torre e l’effetto del suo stile è restituito brillantemente dalla semplicità dell’immagine. Anche gli elementi di natura fantastica entrano a far parte della naturalezza del reale, perché rispecchiano, con grande umanità e sensibilità, i desideri umani dell’inconscio, alimentando il gioco identificativo. La forza strutturale del film è data dalla sua qualità di far interagire, in maniera naturale e armoniosa, tra loro i diversi piani dell’azione e dell’immagine, anche simultaneamente. IL piano dell’immaginazione gioca con quello del reale, quello della comicità con il dramma, il tempo astratto e surreale con il presente, la gioia di vivere un amore con il dovere della famiglia…

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sabato 14 agosto 2021

La linea verticale – Mattia Torre

Luigi entra in ospedale, ha un tumore a un rene, bisogna intervenire.

il film, tre ore e mezzo, è diviso in otto parti, visibili su Raiplay. 

solo chi è stato in ospedale può fare un film così, e solo chi è stato in ospedale può capire qualcosa, i sempre sani possono solo intuire.

Valerio Mastandrea è il protagonista, straordinario come sempre.

le paure, i rapporti umani fra malati e con il personale ospedaliero, le ansie, il futuro, il tempo che passa, il mangiare, le visioni, non manca niente.

grazie a Mattia Torre per questo regalo, per me un gioiellino da non perdere, vi farà bene, promesso.

buona visione - Ismaele 


 

QUI la serie completa, su Raiplay


 

 

A Luigi viene diagnosticata una massa tumorale a un rene, da rimuovere con urgenza, così insieme alla moglie incinta Elena si reca in ospedale, dove dovrà essere operato da un oncologo eccellente: il professor Zamagna. Tra la preparazione dell'operazione e la degenza successiva a rischio di complicanze per il difficile intervento, Luigi ha modo di conoscere il mondo ospedaliero con la sua scala sociale, i suoi conflitti, le sue assurdità e naturalmente anche gli altri pazienti, alcuni veri e propri veterani che hanno sviluppato un modo tutto loro di condurre la vita da degenti.

C'era il desiderio di raccontare un reparto oncologico di un ospedale pubblico di assoluta eccellenza capitanato da un chirurgo che, per gentilezza e amore verso il proprio mestiere, rappresenta l'idea di un'altra Italia possibile. Contrariamente alla malasanità, che pure esiste, La linea verticale significa lo stare in piedi e aggrapparsi alla vita con tutte le forze, la malattia è vista come crisi ma anche come occasione di crescita e di riscatto.
Mattia Torre

La serie ideata, scritta e diretta da Mattia Torre, prende spunto da una sua vicissitudine autobiografica (che ha dato vita anche a un libro omonimo pubblicato da Baldini e Castoldi). Per quanto non manchi di satira verso il Paese e alcuni dettagli del sistema ospedaliero o l'indifferenza incallita di certi medici, ci ricorda che in fondo ci sono anche cose che funzionano e bene pure nel pubblico. Il tutto con una notevole dose di ironia, grazie a un cast molto ricco che ripesca per altro tre attori con cui Torre aveva già lavorato su Boris, facendo di questa breve serie una sorta di erede di quella rimpianta comedy.

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Il terreno “minato” di un prodotto di finzione dedicato a malattie e malati viene brillantemente aggirato da una breve serie italiana ben fatta che si caratterizza per il buon livello della sceneggiatura che affronta argomenti serissimi con un approccio sospeso tra l’ironico e il drammatico, mettendo sempre al centro la persona e fissando un punto fermo per una non banale riflessione. Ottima è completamente credibile la prova di Valerio Mastandrea, attore ormai capace di misurarsi agevolmente con ogni genere.

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…La storia si svolge integralmente in un grande ospedale cittadino, in due settimane dove si alternano la disperazione e la certezza della fine; la speranza da leggere sulle facce dei medici, la fiducia e insieme la sfiducia per la scienza e le medicine; l’umanità e l’asprezza delle relazioni, costrette nei ritmi di un reparto urologico dove si susseguono oncologi e chirurghi, anestesisti e infermieri, come in una cittadella a sé, priva di contatti con la realtà. La narrazione è originale, ironica, spesso onirica. Cruda, urlata e insieme poetica, spesso struggente.

Fluisce dalla mente di una persona che, come lui stesso afferma, prima che gli venisse diagnosticata la malattia, pensava di essere invincibile. Se si mette da parte il pensiero che l’autore di questa storia ne è rimasto vittima, è uscito sconfitto, giovanissimo, dalla battaglia contro il cancro, il film ha diversi aspetti positivi ed è capace di oltrepassare il senso della paura che tutti abbiamo, ed innalzare un evento così temuto a una curva della vita che si può superare, seppure con fatica e coraggio ed un passo per volta; ed in ogni caso rafforza, insegna, fa acquisire valore a quelle minuscole gioie di cui prima non ci si accorgeva nemmeno…

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domenica 27 ottobre 2019

Boris - Il film - Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo

anche per chi non ha visto la serie, il film riesce a farsi seguire bene.
è una piccola storia sul cinema, la tv, e tutto quello che c'è in mezzo e dietro, ma in fondo è una storia sull'Italia e i suoi (nostri) vizi.
gli attori funzionano, il regista Renè Ferretti è bravissimo a galleggiare in un mare complicato e ostico.
anche Boris fa la sua figura.
un piccolo film da non perdere - Ismaele



Il salto di Boris dal piccolo al grande schermo, ma soprattutto da un pubblico di nicchia al grande pubblico, "laurea" definitivamente i suoi tre autori con lode, per l'umorismo finissimo (anche laddove fa della volgarità il suo humus), lo sguardo implacabile, la scrittura diretta e coraggiosa, la capacità di scelta (nell'abbondanza da loro stessi prodotta, in fase di sceneggiatura e di riprese) e soprattutto l'eleganza e la coerenza con cui sono passati dal ritrarre la televisione in televisione al fotografare il cinema nel cinema. Non di parodia si tratta, infatti, spessissimo, ma di fotografia vera e propria, ritoccata ad arte e virata sul comico.
Sono tante le battute o le scene del film che potrebbero essere estrapolate come costole per offrire un'idea dell'organismo nel suo insieme; dal produttore cinematografico che spiega: "non c'ho i sordi per tutta 'sta sensibilità", al regista che paventa: "non si esce dalla televisione, è come la mafia, non se ne esce se non morti". Ma è nella scena in cui Antonio Catania alias Lopez immagina il destino di René qualora lo abbandonasse per passare alla concorrenza e, dopo avergli fatto chiudere gli occhi, gli riappare davanti uguale identico a pochi secondi prima esclamando: "eccola la concorrenza!", che il film si rivela maggiormente. Nella terribile verità di quello sketch ci sono, infatti, sia un'indicazione di tono, cinico, dissacrante, spoetizzante, sia l'indicazione sulla natura dell'umorismo in gioco -si ride per non piangere- sia la lucidità e la schiettezza di sguardo e parola rispetto all'argomento trattato, vale a dire lo stile, che fanno di Boris qualcosa di unico in Italia.
La prima vera serie televisiva italiana di qualità (che aveva per soggetto la pessima qualità della televisione italiana) si congeda dagli schermi, parrebbe, con questo maxi episodio dedicato al mondo del cinema nostrano, massacrandone il mito con straordinaria capacità di sintesi e umorismo, nonostante il cinema non solo abbia già raccontato spesso il suo dietro le quinte ma soprattutto abbia sempre avuto maggior autoironia rispetto alla nipotina televisione…

…Perché, al di là del giudizio non completamente positivo sull’insieme dell’opera, Boris – Il film va difeso perché ha il coraggio di inserirsi nel contesto della commedia nostrana da box office – zona liminare piuttosto intasata nel corso degli ultimi anni – operando una scelta popolare e mai populista: per questo la critica ai cinepanettoni, pur “semplice” nella sua goliardia visiva, coglie decisamente il nocciolo della questione. Certo, è indubbio che nel complesso la serie vinca a mani basse nel confronto diretto con il film, ma nel passaggio tra due medium espressivi troppo spesso assimilati senza una reale ragione, ha la capacità di non disperdere il motivo della propria esistenza: Boris – Il film fa ridere, a tratti in maniera quasi irrefrenabile, e allo stesso tempo dimostra di avere le capacità per raccontare a un pubblico italiano inebetito da una pletora di commediole senza arte né parte, la mediocrità di una “nazione dello spettacolo”, anche nei tratti meno immediatamente percepibili. In attesa di capire come reagiranno le masse, il bicchiere appare comunque mezzo pieno. Un (piccolo) passo in avanti è stato fatto. Buon(in)a la prima…

…L'autoconsapevolezza di Boris è più profonda, struggente: perché non c'è vittimismo, perché i suoi protagonisti sono frutti, certo, ma anche, insieme, responsabili dell'immaginario di un Paese. Perché se René non riesce a liberarsi dal linguaggio e dal mondo della Tv è – ed è ciò che determina lo spessore dello script - anche colpa sua. Perché, in fondo, si tratta di una tragica questione antropologica, di un circolo vizioso soffocante. “Non si esce dalla televisione: è come la mafia, non se ne esce se non da morti”…

mercoledì 3 dicembre 2014

Ogni maledetto Natale - Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo

sono andato per Corrado Guzzanti, non mi aspettavo molto, e allora è un bel film. 
tutti quelli natalizi che verranno saranno da meno, lo so.
ricorda molto lo stile Boris e infatti è come se fosse una miniserie in due parti.
abbastanza divertente, a tratti irresistibile, e folle, come è a volte la realtà, se hai gli occhiali giusti.
e Guzzanti e Mastandrea sono bravissimi, il primo come sempre, il secondo sempre di più.
la bellezza del film è anche nello sforzo, anche se non sempre riuscito, di rappresentare una storia che non sia una serie di macchiette e scenette, come fanno quasi tutti i comici di origine televisiva.
non resterà nella storia del cinema, non illudetevi, per non restare delusi, e però il film vale di certo il prezzo del biglietto - Ismaele






La sfida di Ogni maledetto Natale è questa: mettere a confronto la follia “animalesca” dei Colardo con l’ipocrisia impettita di casa Marinelli, naturalmente nel giorno più significativo dell’anno. Il trio di Boris sceglie la carta della coralità e del doppio ruolo (Pannofino, Morante, Mastandrea, Giallini, Corrado e Caterina Guzzanti etc. impersonano gli uni e gli altri) per servire la doppia faccia della stessa medaglia: il ritratto è insieme grottesco e sui generis, lontano dai cliché abituali di certe commedie natalizie ma al tempo stesso quasi incapace di graffiare fino in fondo, lasciando carta bianca all’indiscutibile verve degli interpreti, su tutti Morante, Mastandrea e Guzzanti, quest’ultimo nei panni del domestico filippino capace di riportare a galla i fasti di una televisione (e di certe maschere) che non esiste (esistono) più.

Se è vero che il cinema italiano non ha una vera e propria industria, per i mesi natalizi lo diventa sfornando una grande quantità di film prodotti in loco o distribuiti dagli altri paesi. È dunque difficile essere diversi nella proposta, data tanta concorrenza, però Ogni maledetto Natale a modo suo ci riesce, ma ciò non è per forza garanzia di riuscita…

... gli autori concepiscono due famiglie, due facce della medesima medaglia (per questo anche interpretate dai medesimi attori), due nuclei che non ascoltano per ignoranza o per egoismo, per superbia o per algidità. La disperata rassegnazione umana all’essere dei peggiori, per la quale erano diventati famosi con Boris, lascia il posto prima ad una creazione fantastica che inserisce nel viterbese una specie di mitologia da America di provincia, poi una più consueta critica dell’alta società in cui Corrado Guzzanti inietta una geniale visione del personale di servizio filippino, più mostruoso dei padroni perchè figlio della loro cultura in cui si specchia e trova senso d’esistere, custodi maniacali dell’ordine e occultatori di qualsiasi macchia o imperfezione con un immutabile fasullo sorriso sereno. Come l’house negro interpretato da Samuel L. Jackson in Django Unchained non prendesse mai il potere…

In questo film spiccano i soliti: un Valerio Mastandrea incredibile che si dimostra un grandissimo attore, capace di interpretare parti sempre più discostanti ma efficaci. Corrado Guzzanti fa il suo mestiere: esilarante al punto giusto. Un pò meno il restante cast, anche se le loro interpretazioni convincono. Ogni maledetto Natale è prodotto nel complesso buono, anche se non è allo stesso livello del precedente lavoro. Una cosa è certa: è una commedia diversa da quelli che si vedono in sala, che cerca di essere divertente ma con un tocco di qualità in più.

…Guzzanti smarzocca senza ritegno (aiutato dalla parolaccia facile che tanto continua a far ridere), la Morante se la teatralizza sia in Tuscia che come dama della carità, Giallini e Mastrandrea gigioneggiano sottoutilizzati - basterebbe rivederli in coppia nel serial Buttafuori (su youtube, per chi non abbia mai avuto il piacere) per vedere di cosa sono capaci, e sempre con gli stessi registi! (che evidentemente sul lungometraggio tendono a perdere colpi e fantasia) -, Pannofino, Fresi, Sartoretti e la Guzzantina, specie quest'ultima, mi si dimenano "tanto per" e la coppia di apparentemente normali che si destreggia tra le due famiglie, galleggia stordita e spesso ancor meno credibile; meglio Cattelan, comunque, rispetto all'impalpabile Mastronardi.
Addapassa' pure 'sto Natale...

…Lungo le diverse e divertentissime situazioni si riconosce molto spesso l'ironia tipica di Corrado Guzzanti o le trovate di Giallini, guizzi immensi sorretti dal surrealismo del trio di autori (il gioco di carte, la mitologia della "bestia"). L'uno dà una mano all'altro. Nonostante non tutto sia al suo posto e nei momenti in cui non c'è da far ridere corrosivamente il film arranchi, dando l'idea di essere infastidito nel fare qualcosa di usuale e convenzionale (ma del resto la cornice del film di Natale è quella e l'hanno scelta loro), lo stesso Ogni maledetto Natale mantiene la promessa delle sue premesse: essere diverso, non essere provinciale, essere intelligente e soprattutto dare ad alcuni tra i migliori attori italiani (Mastandrea, Giallini, Pannofino) un campo in cui giocare alla loro altezza.
da qui