Visualizzazione post con etichetta Vicky Krieps. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vicky Krieps. Mostra tutti i post

lunedì 22 dicembre 2025

Father Mother Sister Brother - Jim Jarmusch

tre storie diverse, in posti diversi, con interpreti diversi, quello che accumuna tutti è un disagio esistenziale, un padre che vive alla giornata, una madre che non è mai stata capace di dare calore umano alle figlie (se non il calore del tè), un fratello e una sorella che hanno perso i genitori e cercano di elaborare il lutto, ricordando la vita con i genitori.

come già in Paterson, Jim Jarmusch non fa un cinema urlato, ritrae la vite semplice e complicata, con ironia e anche con le difficoltà che sono parte della vita.

tutti sono bravi, ma sopratutto Tom Waits e Adam Driver, nel primo episodio.

visti i produttori è praticamente un film europeo, senza sparatorie ed eroi sopra le righe.

un film da non perdere, nessuno se ne pentirà.

buona (triste eppura viva) visione - Ismaele

 

 

 

..il film è essenziale, coerente con quello che racconta. Ogni inquadratura respira, ogni spazio ha il tempo per diventare naturale. Non c'è nulla di superfluo, nulla che distragga dal cuore del racconto: le relazioni, la memoria, il tempo che passa e che cambia le persone, anche quelle più vicine a noi, anche se non ce ne accorgiamo...

da qui

 

Attraverso tre splendide, amare storie di famiglia, ma soprattutto di legami ormai compromessi e latente solitudine combattuta segretamente, Jim Jarmusch torna in regia con un film splendido, ben raccontato, ben diretto, in cui i tre racconti riescono anche argutamente a convergere per concetti (mi sento molto a "desolandia", si dice in ognuna delle tre storie), elementi (l'acqua in particolare con cui ci si domanda se sia opportuno effettuare un brindisi) od oggetti (un Rolex vero, sempre spacciato per finta in ogni storia)…

da qui

 

…Cast di prima scelta che incarna alla perfezione tristezza e ironia, dal vecchio padre ancora bisognoso di aiuto economico (Tom Waits), a Charlotte Rampling, la madre scrittrice tranquilla e sorridente, ma sostanzialmente asettica, ai gemelli Luka Sabbat e Indya Moore, forse perché i genitori non ci sono più sembrano i più legati loro da autenticità affettiva.

Ognuno dei personaggi ha un mondo che non traspare, se non per brevi tratti, e un vissuto che non si fa percepire se non per flash. Quel che sopravvive di un dialogo forse assente da sempre, è lo spaccato desolantemente vero della famiglia, dei suoi silenzi, delle sue vite trascorse vicine senza conoscersi. Quel lungo non detto, anni e anni passati sapendo poco e forse neanche quel che conta, hanno creato quello strano volersi bene che chiamiamo famiglia, quel diradarsi degli incontri, quel pensarsi da lontano e non riconoscersi da vicino.

Il minimalismo di Jarmusch dà la giusta lentezza alle immagini, il silenzio è la cifra più coerente con quanto accade nel mondo, dove si è soli, famiglia o no. Pessimismo? No, piuttosto spleen.

Come arginarlo? I due ragazzi sanno gli effetti dello spinello (ma lo chiamano in altro modo, le mode vanno avanti); le due sorelle si raccontano qualcosa, “un po’per celia e un po’ per non morire”, non hanno neanche letto i romanzi della madre, donna che sembra del tutto indifferente alla cosa, infatti regala alle figlie non un libro ma dolcetti. Il vecchio padre è alle soglie della demenza senile e i figli lo guardano con filiale pietà.

Father mother, sister brother segna cronologicamentele tappe, dal vecchio al giovane, come Le tre età della donna di Gustav  Klimt, ma senza rame, argento e oro.Le tre storie aprono con il vecchio e, passando per la mezza età, conducono ai giovani. Senza lustrini, i colori della vita sfumano tutti al grigio.

da qui

 

Le tre parti di questo magnifico affresco hanno l’apparente intimità, delicatezza e pacatezza della musica da camera nel descrivere quadretti famigliari apparentemente innocui e insignificanti ma, a un ascolto attento, rivelano in realtà la monumentalità, solennità e apoteosi sonora tipica di un’opera di musica sinfonica nel restituire la tesi iper-pessimistica del regista sulla disgregazione dei rapporti famigliari. E ad ammorbidire e rendere visibile il tutto c’è la bellezza delle inquadrature e la cura delle immagini, che si fondono alla perfezione con le prove di recitazione magistrali di Tom Waits, Adam Driver, Cate Blanchette, Vicky Krieps e Charlotte Rampling…

da qui

 

Si è scritto e detto tanto negli ultimi mesi su Father Mother Sister Brother, a partire dall'assegnazione del Leone d'oro, considerato più un premio alla carriera a Jim Jarmusch, che non una celebrazione dell'opera e dei suoi raffinati ma incisivi intenti. In realtà c'è davvero molto di più tra le maglie, i silenzi e le parole socchiuse della diciassettesima regia accreditata dell'autore statunitense. C'è tutto un mondo, anche il suo – cinematografico – fatto di contraddizioni e anime opposte e complementari di cui quest'opera rappresenta la silenziosa summa. Da una parte il Jarmusch giocoso e irriverente di Taxisti di notte, dall'altra quello più spirituale e complesso di Paterson. Il risultato è un'opera ibrida e spiazzante e per le ragioni più inattese; forse perfino il film più maturo e intenso che il cineasta abbia realizzato negli ultimi vent'anni. O forse no, solo il tempo potrà dircelo; intanto, godiamocelo.

da qui

 


sabato 15 novembre 2025

Il filo nascosto (Phantom Thread) – Paul Thomas Anderson

un sarto un po' maniaco del lavoro (e della sua vita) incontra una cameriera in un bar e se ne innamora, a modo suo, gli ricorda la mamma.

la porta con sè, diventerà una sua modella, anche se lei non piace alla sorella di lui.

una storia d'amore (chissà), di perfezione (certamente), di potere,  nell'Inghilterra grigia negli anni '50.

regia perfetta, attori perfetti, una piccola storia, però indimenticabile.

buona (sartoriale) visione - Ismaele 

  

QUI si può vedere il film completo

 

  

…C'è l'uomo, un dittatore inflessibile, un genio autistico che assorbe e annichilisce le sue “compagne”. Un uomo che è un bambino innamorato sempre e solo di sua madre, un bimbo che gioca con gli abiti perché non sa vivere. C'è la donna, una ragazza acqua e sapone con l'ossessione di conquistare quello stilista affascinante e irraggiungibile. Due figure incomplete, devianti, che in qualche modo devono trovare una quadratura del cerchio. C'è tutto il peggio – e la verità – delle figure maschili e femminile in questa storia, e c'è anche la soluzione alle loro mancanze, al claudicare delle loro personalità. Una soluzione meschina, di morbosa interdipendenza e accettazione dell'inganno altrui, pur di trovare una forma di quiescenza.

Non è necessario soffermarsi sulla bravura di un Daniel Day-Lewis magrissimo, tanto carismatico quanto fragile. Da sottolineare invece le prove eccellenti di Lesley Manville e Vicky Krieps, che con i loro personaggi vanno a comporre un triangolo di discordie e riappacificazioni che a lungo andare perde ogni logica concatenazione di causa ed effetto. Il veleno del vivere pare prendere il sopravvento, ma i risvolti restano sorprendenti – e normali – fino alla fine…

da qui

 

Il film è un continuo oscillare tra la presa di potere da parte di Woodcock, il quale, dopo un iniziale attaccamento ad Alma, se ne discosta bruscamente, infastidito da ogni piccolo gesto della donna, e il suo cederlo di nuovo alla compagna, desideroso delle sue cure e attenzioni, una volta regredito a bambino indifeso. Da parte sua, la donna non ha intenzione di farsi da parte, prendendo in mano le redini affinché l’uomo sia indotto a sentire la necessità della sua vicinanza e dando vita, così, a un perverso scambio di ruoli tra vittima e carnefice, fino ad arrivare a un epilogo quasi beffardo, che lascia lo spettatore completamente spiazzato. Paul Thomas Anderson si conferma come uno dei più grandi registi americani contemporanei. Il filo nascosto, come i precedenti film di Anderson, è girato con pellicola 35mm e il regista ha curato personalmente la fotografia assieme ad altri collaboratori, portando il film a non avere, di fatto, un direttore della fotografia accreditato. La sceneggiatura, scritta dallo stesso Anderson, è essenziale, scarna nei dialoghi; piuttosto, ciò che esalta la bellezza di ogni inquadratura sono proprio i lunghi silenzi che permettono allo spettatore di seguire ogni movimento di macchina e di cogliere ogni piccolo dettaglio.

da qui

 

Woodcock, grazie al genio della recitazione di Daniel Day-Lewis, fatta di smorfie, piccoli gesti e battute velenose, rappresenta l'eleganza formale, la perfezione che inebetisce con le sue regole. Alma è invece il cuore mobile che reagisce e incrina la gabbia fino a evadere, creando un nuovo equilibrio. La giovane donna si sostituisce alla sorella, cancella il fantasma della madre e ne ricopre il ruolo: resta musa, modella, collaboratrice e, pertanto, vessata e snobbata, per poi prendere con decisione il controllo e prendersi cura di un Reynolds improvvisamente debole, inerme, ammalato. "Lasciami guidare", gli dice a un certo punto, ma lui, che accetta, non sa che potrà tornare a condurre solo quando lei lo desidererà. Anderson tesse il montaggio lungo le traiettorie degli sguardi, operando un ribaltamento di prospettiva nel momento in cui è Alma a guardare Reynolds, mentre lui, smarrendo il filo della sua storia, accetta di divenire oggetto del di lei racconto. "Il filo nascosto" mette in scena l'amore come patologia, come folie à deux. E Alma rappresenta l'anomalia, l'elemento eccentrico che sposta il gioco verso regole ancora da scrivere. La sua sola presenza costringe Reynolds a mutare abitudini e ad azioni inusitate, come la straordinaria sequenza in cui la raggiunge nella notte di capodanno. È il suo sguardo a enunciare una strada nuova per ricodificare la sintassi cinematografica del sentimento amoroso, una strada perversa che può mutare a ogni incrocio, abdicando all'imprevedibilità dell'emozione

da qui

 

…Anderson usa nuovamente e per l’ultima volta un immenso Daniel Day-Lewis, bravissimo a mostrare quel che non è del suo Woodcock. Immerso in una magione di sole donne, controlla e si lascia controllare da esse, sia sul piano terreno che frutto del subconscio. La sua nuova musa e moglie è l’anello di congiunzione tra l’odio e l’amore, la necessità di far regredire lo stesso Woodcock ad un infante per mostrare la sua infinita debolezza che rende al tempo stesso vicino all’assolutezza vitale e creativa.
La sorella cura gli affari come la sua immagine, un legame ideologicamente incestuoso necessario per l’equilibrio di Woodcock a cui si aggiunge il rapporto con la madre defunta a cui un giovane Woodcock aveva cucito il suo primo vestito proprio per lei, nel giorno delle sue nozze, un filo nascosto che tiene questo rapporto di ricordo e devozione sempre acceso.
Nel dramma familiare, costituito dalla semplice indagine tra uomo e donna, Paul Thomas Anderson si muove tra le migliori citazioni a Psycho o Rebecca, firmati Hitchcock, perché Il Filo Nascosto è un’indagine fuori e dentro il nome della leggenda, tra debolezze e punti di estrema forza creativa, mosse sempre da zone buie che P.T. Anderson indaga senza indugio e con una risolutezza sia narrativa che estetica (come fotografa benissimo ogni dettaglio e lo stato di grazie di Day-Lewis non fa altro che arricchire all’inverosimile il prodotto finale) da piangere diamanti.

Paul Thomas Anderson con quest’opera ci ricorda che il cinema ancor prima di scrittura è immagine, che deve essere curata, confezionata e cucita al minimo dettaglio.

da qui

 

…Paul Thomas Anderson innesta in Phantom Thread un trattato sui rapporti di potere, sulla fragilità umana e sulla forza sconquassante dei sentimenti. Il suo è un film che dichiara l’impossibilità di controllare l’amore e che al contempo, al contrario, urla a gran voce la necessità di farlo quando questo viene represso, dissimulato, rinchiuso in uno scrigno che ogni tanto ha bisogno di essere riaperto, spolverato, coccolato. In una struttura narrativa che racchiude in sostanza i rapporti umani di Joseph Losey nelle eleganze claustrofobiche di Alfred Hitchcock, Il servo incontra Rebecca sulla scala curva de Il sospetto, mentre la centralità della lussuosa casa/laboratorio dalle pareti color crema apre a una costante ambiguità dei rapporti di coppia e della coscienza. Ma, al di là delle sue strizzate d’occhio cinematografiche (non solo) al maestro del brivido britannico e all’atmosfera suggerita dalle musiche incalzanti composte e orchestrate ancora una volta dal fido Radiohead Jonny Greenwood, Phantom Thread, ennesimo film straordinario di uno dei cineasti più indispensabili della contemporaneità, non è un thriller, non è un giallo, non è un melodramma, e non è nemmeno una commedia, per quanto non manchino momenti di arguta e irresistibile comicità. Phantom Thread è tutto questo ed è molto di più: è cinema personalissimo e inclassificabile, espressivo e sublime, magnetico e avvolgente, acuto e stratificato, elegante e seducente, carico di possibili livelli di lettura nella sua ben precisa scelta di evitare tesi e messaggi ben precisi. È un film carico di suggestioni, carico di ambiguità, carico di inquietudine, carico di poetica, carico di momenti di cinema purissimo. Basterebbe la prima volta in cui Woodcock si sente male, resa miracolosa da Daniel Day-Lewis, dal suo sguardo realmente sofferente, dalle sue quasi impercettibili smorfie, dai suoi tremolii nella voce. Oppure si potrebbe citare il sostanziale dialogo muto fra Woodcock e Alma, ormai marito e moglie, quando lo stilista la va a prendere a una festa di capodanno alla quale sa benissimo anche lei che non sarebbe dovuta andare. Non serve parlare, basta guardarsi, basta ascoltare i rispettivi silenzi, basta respirare insieme, ancora una volta, smettendo di respingersi, smettendo di sfuggirsi. A costo di (dovere/volere) aprire ancora una volta la bocca, di mandare giù il boccone che ormai si sa benissimo essere avvelenato, e di lasciarsi andare ancora una volta. Aspettando impaziente la prossima, a sorpresa, o forse no. Buon appetito Reynolds Woodcock, buon appetito amore mio!

da qui

 

PTA è così libero, così consapevole di sé e audace, da permettersi di sfidare le regole del cosiddetto buon cinema. Parte lasciandoci intravedere un film sull’ossessione, la ricerca della bellezza assoluta, l’ansia della perfezione, per poi, attraverso twist narrativi improvvisi, farci entrare in altre zone e in altre storie. Anderson se ne frega anche di realizzare un film esteriormente formalista, superficialmente elegante. Il filo nascosto non è sulla moda, come forse qualcuno si aspetta (le signore del fashion resteranno deluse), non è schiavo di quelle orrende cose che si chiamano chic e glamour (giustamente Reynolds Woodcock, il protagonista, si scaglia contro l’uso e abuso della parola chic), non soggiace all’estetica fashion. Stavolta la moda, peraltro perfettamente rievocata nei suoi riti e nelle sue maniere e feticismi, è solo il dispositivo per penetrare la labirintica personalità di Reynolds Woodcock e mostrarne le ossessioni, le compulsioni, i demoni. E la sua paura del mondo contaminato dal reale, imperfetto, che sta oltre la maison. Lo stesso sguardo di PTA sulla moda non è mai estatico e adorante, nemmeno critico se è per questo, tutt’al più affascinato dalla ferrea disciplina professionale di cui è intrisa, dall’etica parossistica del lavoro che vi abita…

da qui



sabato 18 marzo 2023

Gutland - Govinda Van Maele

capitano, a volte, dei film che sorprendono. 

Gutland è uno di quei film, al cinema ci sarebbero dovute essere le file, ma per evitarle non abbiamo potuto vederlo in sala.

Frederick Lau (Jens) e Vicky Krieps (Lucy) sono i due strepitosi protagonisti in una storia che non è quello che sembra, l'ospite, per quanto delinquente, viene accolto, viene integrato, viene "ingabbiato" in un ruolo necessario, non solo nella banda musicale, ma nell'economia degli equilibri del villaggio, in una sceneggiatura a orologeria. 

non sappiate niente prima di vedere questo gioiellino, nessuno se ne pentirà.

buona (grandissima) visione - Ismaele


 

 

…C’è qualcosa di inquietante che bolle sotto la freddezza della comunità locale, la maggior parte della quale ha vissuto nel villaggio per tutta la vita e fatica ad accoglierlo. Al contrario, la figlia del sindaco, Lucy (l’attrice Vicky Krieps, scelta nel ruolo di modella da Paul Thomas Anderson ne Il filo nascosto) lo adesca in una birreria e gli da il benvenuto portandoselo a letto in una stanza tappezzata con i poster dei divi stile ragazzina anni ’80, nella casa di famiglia dove dormono i genitori e il figlio…

da qui

 

Gutland è un racconto quasi indefinibile, che pur rimanendo nel solco del thriller psicologico è ibridato in modo quasi erratico con altri generi, dall’horror al melodramma. Opera di debutto per Van Maele, pur non eccedendo in originalità mostra chiare influenze Hitchcockiane e Lynchiane, muovendosi nel tropo della piccola comunità che fagocita lo straniero nei suoi segreti. Van Maele (il cui script è stato ritoccato dallo scrittore rumeno Razvan Radulescu) non sembra interessato a dare troppe certezze al suo spettatore e anzi dissemina la narrazione di dubbi, insinuazioni, spunti appena accennati e poi abbandonati, e immagini forti…

da qui

 

Gutland es un film que mezcla muchos géneros sin caer en el desorden narrativo, va y viene de elementos fantásticos a componentes de thriller de forma muy efectiva, siendo el resultado una película claustrofóbica con una trama interesante, personajes misteriosos, escenas simbólicas y muchos acertijos a descubrir. Una película donde el director sabe manejar los tiempos e impregna de misterio a cada personaje, Govinda Van Maele crea una metáfora con todos estos elementos y sin caer en la sobre explicación a la que nos tiene acostumbrados el cine por estos días.

da qui

 

El primer largometraje de ficción del realizador luxemburgués Govinda Van Maele es un gran thriller sobre un misterioso alemán que llega a una comunidad rural en Luxemburgo para escapar de algo o alguien que lo acosa pero descubrirá en la interacción con los habitantes del pueblo los secretos que guardan, en un tortuoso y doloroso proceso que también lo llevará a descubrirse a sí mismo.

Van Maele construye una obra con diálogos breves y concisos y escenas largas de gran tensión en las que el protagonista se siente doblemente asediado. Por un lado la amabilidad de la comunidad se convierte en acoso y disciplinamiento para transformarlo en uno más en la pequeña pero maciza unidad colectiva que lo atenazada por diversos frentes. Por otra parte, el hombre es realmente perseguido por la policía y por sus compañeros, que lo buscan por una estafa en Colonia para saldar cuentas por sus decisiones…

da qui 



lunedì 7 febbraio 2022

Stringimi forte - Mathieu Amalric

Mathieu Amalric gira un film che racconta due storie impossibili contemporaneamente, una è la realtà, l'altra no.

Clarisse (interpretata da Vicky Krieps, perfetta nel ruolo) non è più insieme al marito e ai figli, e i figli e il marito non sono più insieme a lei, e noi non sappiamo bene come e perchè.

é un film dal lato di Clarisse, lei è sempre in scena, è il centro di gravità del film, e tutto le gira intorno, è un film sull'assenza, e sulla sua elaborazione.

mi ha ricordato, mutatis mutandis, un altro film su una donna sola, che è Wanda, di Barbara Loden.

Stringimi forte è al cinema solo in una trentina di sale,
 cercatelo, spegnete la tv, uscendo, non ve ne pentirete - Ismaele






 

 

In partenza Stringimi forte sembra l’ennesimo film su una donna in crisi che si dà alla fuga. C’è Vicky Krieps, la lungagnona lussemburghese lanciata come protagonista da Paul Thomas Anderson ne Il filo nascosto, confermatasi ne L’isola di Bergman di Mia Hansen-Løve e semiaffossata in quel delirio da adolescente problematico che è Old. La mente va a tutte le fughe di donne in crisi: Natalie Ravenna in Non torno a casa stasera di Coppola, ma Natalie non riusciva ad accettare la sua gravidanza. Quella di Barbara Loden in Wanda, da lei stesso diretta, ma Barbara era la moglie di Elia Kazan e nel cinema anni Settanta si faceva così, senza un motivo che non fosse la sola voglia di scappare. Quella di Frances McDormand in Nomadland, ma Frances non aveva più niente da perdere perché aveva perso tutto. Oppure quella di Thelma & Louise, ma Thelma & Louise, alla fine, si comportavano come dei tamarri di Watts, quartiere degradato di Los Angeles, per cui forse è meglio passare oltre. E allora ricordiamo quella di Robin Wright nel poco visto Land, che è un po’ come Into the Wild ma in montagna e che forse forse qualcosa in comune con quello di cui stiamo parlando, guardando bene, ce l’ha. Ma vabbe’, non spoileriamo. Piuttosto parliamone alla larga. Vicky Krieps va via di casa. Sembra che lo faccia nello stesso istante in cui il marito e i due figli fanno colazione, ma se si sta attenti si nota che la luce dall’esterno non è la stessa, per cui non sta fuggendo contemporaneamente, lo sta facendo in parallelo. Prodigi del montaggio (ma non di quello alternato, ovviamente). Mathieu Amalric, che scrive e sceneggia giostrando come se stesse dirigendo una lunga suite sinfonica, intorbida e confonde à la Charlie Kaufmann, ma a differenza del buon Charlie (a proposito: Einaudi quando cazzo pubblicherà il suo romanzo Antkind, uscito negli Stati Uniti da ormai quasi due anni?), che quasi sempre se ne fotte, proprio perché punta deliberatamente a fotterti, Amalric fornisce degli agganci, dei piccoli riferimenti, degli indizi, che messi insieme retrospettivamente forniscono una dimensione jamesiana, alla Giro di vite, per intendersi (ma se non c’intendiamo è meglio, così non vi rovinate il film)…

da qui

 

Il mondo-cinema di Mathieu Amalric è tutt’altro che lineare, diretto, narrativamente coinvolgente. Ottimo attore in oltre un centinaio di film, fin dal suo esordio da regista, avvenuto nel lontano 1997 con “Mange ta soupe” fino al suo penultimo lavoro “Barbara”, la sensazione è sempre stata quella di trovarsi spesso di fronte a operazioni sghembe, frantumate nella loro rappresentazione, suggerite sempre da una cadenza intellettuale esplicita che esalta una certa originalità, ma al tempo stesso rischia di allontanare lo spettatore più pigro. Con “Stringimi forte” Amalric non perde ovviamente di vista il suo consueto stile, mantenendo una forza visiva non comune, un senso del racconto frastagliato in immagini che quasi confliggono, dove ogni frammento è uno scacco alla vista, un indizio per la mente e uno sconquasso per il cuore…

… il film di Amalric resta un’opera estremamente intima (del personaggio principale, una bravissima Vicky Krieps, del regista stesso), colta nel suo continuo farsi, nella sua ricerca di “verità”, una madre che si disfa dei figli più che del marito e che sa di non compiere un gesto comprensibile dal mondo. Ma dietro a tutto questo c’è ovviamente dell’altro, un percorso parallelo: una tragedia sulla neve, un lutto insostenibile, il desiderio illusorio che tutto non cambi, ribaltamento di ogni sicurezza (narrativa). Forse Amalric alza un po’ troppo la posta della sua originale personalità di regista, forse però chi decide di seguirlo, non resterà deluso, confidando che ogni fraintendimento del racconto sia anche la sua ricchezza.

da qui

 

La protagonista di Stringimi forte è una madre e moglie che deve fare i conti con un triplice lutto: quello dei figli e quello del marito. Clarisse non è soltanto il personaggio principale del film, ma è anche il narratore delle sue fantasie. Nel film si mescolano attimi di realtà e scene immaginate in cui MarcPaul e Lucie sono come dei burattini mossi e animati da Clarisse. In Stringimi forte non viene spiegato subito cosa è vero e cosa no, creando un effetto sorpresa non appena si realizza la logica del film.

Vicky Kriesp è perfetta nel suo personaggio: una donna bella ma non troppo curata, avvolta in ogni attimo del film da un velo di tristezza. Gli occhi, i sorrisi, la postura ed i gesti sono teneramente malinconici e riescono a generare empatia e compassione. La storia della donna e l’interpretazione di Kriesp ricordano quelle della magistrale Juliette Binoche in Tre colori – Film Blu di Kieslowski: entrambe devono imparare a convivere con l’assenza di chi si ama, fare i conti con i luoghi rimasti vuoti, gli oggetti abbandonati e la quotidianità stravolta…

da qui


 

è un thriller astratto. Al centro del film Clarisse (interpretata con dolente e vulnerabile fermezza da Vicky Krieps), che una mattina abbandona la famiglia e si mette in viaggio. Nel corso della narrazione, Clarisse è immersa nei suoi ricordi che, a tratti, si confondono con i gesti del suo quotidiano.

Tratto da Je reviens de loin di Claudine Galea, il film confonde le tracce senza giocare con lo spettatore, ma conducendolo progressivamente a una rivelazione finale violenta come un’improvvisa panoramica a schiaffo. Amalric è come decostruisse Hitchcock, conservando sempre al centro dell’immagine Clarisse (ed è tangibile la complicità che sul set deve essersi instaurata fra protagonista e interprete). Un anti-melodramma, urticante e urgente. Lo specchio di uno strazio indicibile. Amalric firma uno dei ritratti di donna realizzati da un uomo fra i più convincenti di sempre.

da qui