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venerdì 14 ottobre 2022

Nuestro tiempo - Carlos Reygadas

uno spettatore cattivo potrebbe dire che è "solo" un film di corna.

in realtà c'è la mano (e la faccia) di Carlos Reygadas, a cui non piacciono le cose semplici.

immagini sempre di alto livello, è quasi un film di autocoscienza, marito e moglie si dicono (scrivono, è più corretto) tutto, o quasi, ma il diavolo (della gelosia) non dorme mai, neanche nel ranch dove vengono allevati tori.

buona (fiduciosa) visione - Ismaele


 

 

It can be difficult to categorize a Carlos Reygadas film as simply “good” or “bad.” The director and the films themselves seem extremely disinterested in questions of easy adoration or dismissal and extremely interested in inviting viewers into a different kind of experience, one of durational and emotional testing. Reygadas’ characters are often in messy situations and, instead of offering clean narratives through the mess, he lets the mess sit, stagnant on the surface but bubbling beneath, and asks audiences to also spend time (and a good amount of time) in the muck…

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…Carlo Reygadas adora la natura sperduta, il fango, le pozzanghere e tutti gli elementi bucolici che non appartengono alla città. Nei film del cineasta messicano non si vedono l’asfalto, le strade e i palazzi e in questo senso egli somiglia particolarmente a Terrence Malick: entrambi i registi riprendono come nessuno l’essere umano all’interno della natura, immerso fra degli alberi o mentre nuota in un lago.

Comincia allora con una splendida sequenza Nuestro Tiempo, nella quale alcuni ragazzini e adolescenti si divertono in un lago fangoso. Attorno a loro vi sono montagne e rocce, luoghi isolati nei quali i giovani amoreggiano. Nella sequenza in sé (che dura più di venti minuti) non ci sarebbe nulla di interessante, eppure grazie al modo in cui Reygadas riesce a cogliere il quotidiano e restituirlo allo spettatore essa diventa un bellissimo momento di cinema.

Paradossalmente, sono proprio le scene che “sulla carta” non dovrebbero funzionare ad essere le migliori del film. In particolare, vale la pena citarne due: una splendida sequenza con Carpet Crawlers dei Genesis in sottofondo (intorno alla metà del film), nella quale la camera si muove inspiegabilmente all’interno del motore di un macchina, e poi un lunghissimo piano sequenza nel quale ci viene mostrata, tramite una veduta aerea, tutta Città del Messico…

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Nuestro tiempo es una película atrevida y complicada no solo por los temas que abarca sino por estar representada a través del propio director y su mujer. Es difícil de imaginar una forma más honesta de hacer esta obra. El magnifico trabajo actoral y la hermosa fotografía de los ranchos y de los toros indomables empujan esta obra a una de las películas más impactantes y sinceras que podremos ver este año.

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En posant ses personnages dans un vaste espace de paysages qu’ils complètent tels des éléments stellaires, Reygadas cède à la thématique rebattue du triangle amoureux, mais en rabattant les cartes pour ériger aigreurs et colères à un niveau plus élevé qui pourrait bien aliéner une partie des spectateurs les plus aguerris, tout en s’octroyant l’enthousiasme des amateurs du cinéma contemplatif exigeant. Dans tous les cas, cette œuvre du niveau de Lumière silencieuse, qu’elle évoque en particulier dans son goût pour la ruralité et sa perception du couple, apparaît bien plus accessible que Japón ou Bataille dans le ciel. La caméra s’est apaisée, la violence s’est nettement atténuée, même si, ici et là, la réalité du terrain peut aussi virer au plan animalier atavique qui dérange. Nuestro tiempo, film atemporel qui sévit dans son espace-temps, séduit surtout par sa sincérité psychologique sans chercher à rendre ses personnages charismatiques dans leurs tourments. En cela réside l’intelligence de son cinéma de l’exigence, dépourvu de pathos mais jamais de bon sens. Du grand art.

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Es una películas más convencional y asequible, si la comparamos con las películas anteriores del director ( al menos con las dos que he visto ), y aunque sigue teniendo elementos habituales de su cine, que son sellos de identidad de Reygadas, pero que no se explotan suficientemente en este caso, y se van diluyendo con el paso de los minutos. Me refiero a esa dirección en donde busca enfoques originales, uno movimientos de cámara naturales que funcionan bien y saber retratar bastante bien el cielo y sus atardeceres y la esencia de las localizaciones naturales principalmente en ambientes rurales. Reygadas vuelve a tener un protagonismo interpretativo, pero a diferencia de otras películas en un papel más importante, el del escritor Juan Díaz, el marido de Esther, y que tiene que lidiar con una difícil situación cuando se entera de un engaño o omisión ( ese es tema importante de debate en la segunda mitad de la película)…

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In una mostra del cinema caratterizzata da grandi interpretazioni femminili, Reygadas spezza quest’indirizzo mostrando la profonda sensibilità e ricerca di comprensione da parte di un ranchero poco tradizionale, in un film di impronta chiaramente maschile, ma mai maschilista.

Si tratta di uno scontro personale del protagonista, contro la propria moglie che cerca una via per l’adattamento ad una vita che probabilmente non sente sua fino in fondo; contro un amante sfortunato nel trovarsi in mezzo ad un rapporto che non può comprendere; e soprattutto contro se stesso, contro un poeta che vorrebbe essere in grado di controllare le emozioni che prova e che provano i suoi familiari, cercando di capire, di farsi capire. In lotta con l’istinto primordiale di un toro, per il territorio, per se stesso, per il proprio sentimento.

Le migliorie che si sarebbero potute adottare per il film sono legate alla durata, molte scene infatti si sarebbero potute tagliare senza che esso perdesse di qualità. Nonostante le migliori sequenze dell’opera siano tra quelle che apparentemente non alimentano la trama.

La visione aerea di tutta Città del Messico dovrebbe venire utilizzata come esempio di stile e di regia da chiunque voglia sperimentare una visione a volo d’uccello.

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Grazie anche alla regia asciutta e ficcante di Carlos Reygadas, che non risparmia allo spettatore nulla del travaglio psicologico dei protagonisti, Nuestro Tiempo riesce nel proprio intento di scombussolare le nostre sicurezze e di essere respingente ed avvilente e contemporaneamente intimo e lucido. Non mancano alcune forzature a livello di trama, e nell’atto iniziale e in quello conclusivo si ha la sensazione che il film si avvolga su se stesso, a causa della mancanza di sbocchi narrativi e di una certa ridondanza a livello di contenuti, ma questa nuova opera di Reygadas è esattamente quello che vorremmo vedere più spesso a un Festival, e più in generale nell’intero panorama cinematografica, ovvero una visione caustica e mai accomodante, che anche nei suoi momenti meno riusciti ci fa riflettere su ciò che siamo e su che cosa veramente vogliamo.

Nuestro Tiempo supera continuamente le nostre barriere morali, giocando abilmente sul contrasto fra ciò a cui teniamo maggiormente e su cosa siamo disposti per mantenerlo. Come i tori su cui la pellicola indugia più volte, i protagonisti del film di Reygadas lottano, litigano e si scornano fra loro, andando contro i loro precetti e in una direzione non sempre precisa, ma mantenendo un concetto di famiglia che supera tutte le nostre reticenze etiche, in un quadro di sincera e fallace umanità che ci lascia attoniti ma forti di una rinnovata speranza.

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Reygadas mette in scena un dramma romantico dall’intenso realismo, per la spontaneità della recitazione e la completezza della sceneggiatura; il senso di veracità della storia è marcata ancor di più dalla presenza tra gli attori protagonisti dello stesso Carlos Reygadas e di sua moglie, Natalia López. Nuestro tiempo, in perfetto stile Reygadas, è poi immerso in un suggestivo mondo naturale, brutalmente terreno, in cui gli istinti e le pulsioni degli uomini sono accostate visivamente a quelle delle bestie, in un gioco simbolico suggestivo che può fungere assieme da commento ironico su questa turbolenta vicenda coniugale: in sostanza, quello di Reygadas è un racconto di bestie, di tori che vediamo “dibattere” a suon di corna e di uomini…cornuti che litigano. Carnale, allusivo, disperato, spietato: Nuestro tiempo è un film senza freni inibitori, il ritratto di una crisi coniugale in cui tradito e amante sentono la necessità di confrontarsi, di affrontare la crisi su un piano innanzitutto verbale, che non prevede violenza ma solo dialogo (sono molte le scene dedicate agli scambi di mail o di sms tra le tre parti di questo triangolo amoroso). La donna partecipa in questo quadro selvaggio, nel quale uomini e animali vanno a formare nel ruvido micromondo rurale una fauna unica, fino a sentirsi manipolata, come un burattino abbandonato in mani maschili. Un gioco complesso di sentimenti ed erotismo che vede come vittima principale l’onestà dell’amore stesso; è forse l’amore un sentimento relativo? Questo si è chiesto il regista e il film è in sostanza l’elaborazione della sua risposta.

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lo que me cautivó de Nuestro tiempo es la franqueza con que Reygadas las aborda. Más que cualquier otra película suya, Nuestro tiempo es explícita y sentimental. Por cada secuencia críptica, poética e inexplicable hay hermosos primeros planos de sus personajes (usados con poca frecuencia pero gran impacto) y narraciones en la voz de una niña que nos dicen exactamente lo que Juan está pensando. El que lenguaje rebuscado y groserías salgan de la voz de una pequeña se siente como algo de distancia irónica, pero por primera vez sentí que Reygadas, más que escandalizar o confundir, buscaba ser escuchado.

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Grande manipolatore dell’immagine, Reygadas si limita a una riflessione – anche qui portata all’eccesso, e in fin dei conti ben poco interessante – sulla luce e sulla messa a fuoco: il sole irrompe in scena e la spezza, e spesso l’inquadratura lascia uno spazio sfocato per costringere lo sguardo dello spettatore a concentrarsi dove vuole il regista. Una manipolazione, per l’appunto, che è anche una dimostrazione di monoliticità, di assolutismo quasi dittatoriale. Reygadas non è solo Juan in scena, ma si comporta anche come lui; tiranneggia lo spettatore, fingendo una naturalezza che è in realtà solo lo specchio dell’indole del regista. In tutto questo è però anche completamente autoindulgente, trasformando una questione privata in una scrittura universale e dai toni quasi panteistici. Le magniloquenti immagini della natura del ranch, quando la camera si ferma sui maestosi tori, rappresentano la “scusa” di Reygadas per lanciarsi in metafore mai complesse: nel mondo naturale, sembra dire il regista, basta uno scontro tra due tori per rendersi conto di chi è più forte e merita di accoppiarsi con la vacca migliore. Non come nel mondo umano, ben più meschino (sempre nella visione dell’autore), dove ci si diletta con una dialettica inutile e priva di sbocchi. Per arrivare a questa semplicistica conclusione Nuestro tiempo impiega poco meno di tre ore, tra un litigio e un concerto, l’inseguimento di un toro e un tradimento in una stanza d’hotel. È un grande regista di incipit, Carlos Reygadas, ma conferma con questo film tutti i limiti endemici del proprio sguardo, e il ruffiano ricatto con cui irretisce il proprio pubblico.

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mercoledì 6 gennaio 2016

Post Tenebras Lux – Carlos Reygadas

dentro c'è molto, alcune parti sono di una bellezza grandissima, è chiaro che il resto sembri solo normale.
e dentro c'è anche il mistero, non si può e si deve voler capire tutto, si guardino i primi minuti, dove non sai se sono i cani o la bambina a tenere la macchina da presa, il regista scende alla loro altezza, si immerge in quello spazio, in quei momenti, non capire, guarda.
Carlos Reygadas si prende com'è, fa pochi film, e buonissimi, come anche Japon, altro film inclassificabile (per fortuna).
cercatelo, è un film da non perdere - Ismaele






Post Tenebras Lux" di Carlos Reygadas è portatore di un paradosso apparentemente insuperabile che consiste nell'opporsi a qualsiasi tentativo di riducibilità. Una tendenza non certo nuova per gli habituè del regista messicano, da sempre frequentatore di storie che sembrano nascondersi dietro le suggestioni di un'impalcatura visiva tanto bella quanto misteriosa. La rarefazione di senso attuata con metodica sistematicità non accenna a diminuire nel suo ultimo lavoro, ambientato nella natura bucolica dell'entroterra messicano dove prendono forma le vicissitudini esistenziali di una famiglia borghese in fuga dalla civiltà, e quelle molto più pratiche degli abitanti della comunità locale, costretti a sopravvivere ricorrendo ad una vita d'espedienti. Una convivenza apparentemente riuscita ma in realtà chiamata a fare i conti con pulsioni di segno opposto che vedono le ragioni del conflitto nel confronto tra le frustrazioni di un menage matrimoniale arrivato al capolinea, e la disperazione di coloro che non hanno più nulla da perdere…

Quello che la prima volta mi era sembrato un rompicapo inafferrabile, un cubo di Rubik lanciato sulla testa di noi poveri spettatori, al successivo e secondo impatto mi si è svelato finalmente. In realtà in Post Tenebras Lux una storia c’è, ed è quella di una famiglia della borghesia colta messicana, lui, lei e due figli piccoli, un maschio e una bambina, ritiratasi in una casa in campagna, in una zona al limite del selvaggio. La coppia è in crisi, ma il peggio verrà da altri, dall’esterno, dalle relazioni con gente della comunità locale. Succederà qualcosa di tragico, che spezzerà non solo gli equilibri familiari, ma anche quelli extradomestici. Solo che Reygadas applica a questa narrazione quello che un critico di LesInrocks ha felicemente definito ‘modalità shuffle’, ha preso i singoli blocchi di racconto e li ha rimescolati a caso. Il risultato è che ogni ordine narrativo e temporale viene infranto, sicchè capita di vedere i figli già grandi (la scena della partita di rugby, quella della festa con la nonna) e poi piccoli, e così via. Più che di decostruzione, qui si dovrebbe parlare di demolizione. Come entrare in certi siti archeologici dove le rovine sono accumulate e scompostamente miscelate, e a te tocca ricostruire mentalmente come potessero essere in origine gli edifici, gli archi, le strade…

Post tenebras lux è un film pesantissimo.
Ma non di quel "pesante" che chi ha sempre poche parole per il cinema è solito usare spesso (insieme all'insentibile "fatto bene"). La pesantezza di questo film ha qualcosa di trascendentale, di sovrumano. Facciamo fatica durante la visione ma non tanto per quello che vediamo (anche se, per chi non è avvezzo al genere, conta anche quello) ma soprattutto perchè Reygadas grazie alla regia, grazie a qualche "trucco" (i contorni sfocati dall'effetto straniante), grazie a due scene emblematiche (il cultissimo diavolo fosforescente e l'autodecapitazione irreale) ma soprattutto grazie ad una fotografia pazzesca e a delle location quasi metafisiche ci porta in una dimensione altra, non solo umana, minacciosa, ancestrale…

Post Tenebras Lux è un capolavoro.
Mi correggo: se finisse dopo i primi 10 minuti, sarebbe un capolavoro. La prima scena potrebbe essere tratta dal nuovo film di Terrence Malick e la seconda scena potrebbe essere presa dalla nuova pellicola di David Lynch, se mai si ricorderà di essere un grande regista prima ancora che un cantante così così.
Meraviglia e genialità. Lampi di grande cinema. Letteralmente lampi, considerando come la prima scena sia ambientata nel corso di un temporale. Forse però avrebbero dovuto intitolarlo Pre Tenebras Lux. La luce arriva subito all’inizio. Il meglio è tutto lì. 10 minuti di cinema pazzesco. Il resto è a un livello inferiore, ma non è da buttare. Resta un po’ di delusione addosso perché, dopo una partenza tanto folgorante, ci si ritrova poi nel mezzo di un pasticcio autoriale e ciò sia inteso sia in senso negativo sia in positivo. Post Tenebras Lux è un casino. Uno di quelli in cui è bello perdercisi, anche perché non si può scegliere di fare altrimenti. Si può solo restare impotenti dall’imponenza della rappresentazione del regista messicano Carlos Reygadas. Alcune scene apparentemente non hanno senso. E forse non solo apparentemente. Altre scene sembrano solo slegate dal resto, montate in una maniera non tradizionale. Qualcuno ha detto montate a caso? Non io.

Il bello dei film come questo, i film d’autore, i film creativi, i film senza senso, è che puoi dargli tu un senso e sentirti intelligentissimo. Probabilmente poi l’autore intendeva tutt’altro, cose che proprio non c’entravano niente con i viaggi mentali che ti sei fatto tu, però non importa, no. Una volta che un autore dà in pasto al pubblico la sua opera può salutarla con una manina, perché ormai non è più sua, è di tutti…

Post tenebras lux è opera che si disperde, che si lascia pensare da mondi differenti e in sé accoglie forme contraddittorie e difficilmente conciliabili di pensiero. E’ cinema che registra forze e vettori che costringono il reale, guardando il vero prostrarsi allo stereotipo, è un dispositivo che proietta lo stringersi di immaginario e simbolico intorno all’uomo, opera degli opposti, che insieme segue discorsi macchiettistici, possibilmente ridicoli e guarda a questioni non riducibili, a punti interrogativi indeterminati. E’ la traccia di una dialettica sociale nel Messico d’oggi, la rifrazione scomposta dei conflitti tra tradizione e colonizzazione, tra contingente e mito, la luce che riflette in superficie la tenebrosa ricerca di se stessi e insieme l’esercizio violento della sovrastruttura…

chez Reygadas le principe est simple : tout le monde est coupable et sera donc puni. Du coup pas vraiment de surprise, et malgré la beauté de la photo et l'artillerie lourde sortie en matière de symbolique (le passeur d'âmes sur sa barque, l'arbre coupé en pleine vigueur, qui chute par trois fois, l'hallucinant plan final...), Reygadas a bien du mal à embringuer le spectateur dans son nouveau trip fantasme / culpabilité / punition divine. Dommage, car on aurait aimé croire à cette histoire de crépuscule de deux couples et de renaissance à la vie. Si seulement l'auteur s'était intéressé à ses personnages en leur donnant un peu de substance, au lieu de juste les condamner par avance. Étirant lui aussi son récit, comme bon nombre de prétendants cannois du cru 2012, en des longueurs interminables et inutiles, il donnera du coup envie à certains de se faire subir le même sort que le personnage du fameux et inoubliable dernier plan.

…Efectivamente, todo parecía indicar que el cineasta mexicano seguiría la senda de la madurez y del éxito de crítica que le supuso su anterior cinta, aunque decidiese radicalizar algunas de sus preocupaciones artísticas. Y esta hipótesis parece cumplirse al comenzar la película, con unos primeros minutos arrolladores. Una niña camina de forma esporádica en medio de un valle, acompañada por animales variopintos. Un cielo cada vez más recargado, anunciando la oscuridad y la tormenta, pesa como una losa sobre la mitad inferior del encuadre, ocupada por las mencionadas criaturas, el barro y la verdura. La cámara persigue ansiosamente sus movimientos, en una composición angular que extiende la profundidad de campo hasta el infinito. Toda esta secuencia en definitiva es un prodigio visual, casi inmediatamente trascendental. Sin embargo, enseguida advertimos un primer síntoma de preocupación: Reygadas distorsiona la lente y desenfoca y duplica los márgenes del cuadro, con un efecto óptico que permanece a lo largo de casi todo el metraje. Una de las justificaciones que podrían esgrimirse a este recurso es la percepción onírica o nebulosa que se le quiere imponer al espectador respecto de esta historia. Pero el resultado acaba siendo que dicho espectador preste más atención a los extremos de algunos planos antes que a su contenido central, normalmente más relevante. Con esto se incumple una regla esencial, cual es que la cámara no llame la atención sobre si misma, y se establece además una especie de barrera entre la pantalla y el público, dificultando el seguimiento de una trama de arranque igualmente prometedor pero de desarrollo progresivamente incomprensible…

Reygadas gira in 4:3, utilizzando spesso una lente leggermente grandangolare che sfoca e raddoppia ciò che è ai margini dell’inquadratura, fotografa natura e persone con una fortissima capacità evocativa ed emozionale. Lo testimonia la straordinaria sequenza d’apertura, lo confermano numerose altre scene.
Alle capacità registiche, Reygadas poi aggiunge alcuni tocchi d’ironia (il diavolo che appare porta con sé una cassetta da lavoro) ed è capace di collegamenti e ragionamenti non banali. Perché forse oggi qualcuno si deve prendere la briga di ricordare che le azioni portano con sé delle conseguenze. Che si taglia un tronco alla sua base, quando poi l’albero cade la colpa è nostra.
E fermo restando il suo essere ostico e a tratti pretestuoso, presuntuoso nel non sciogliere nodi che forse è incapace di sciogliere, Post Tenebras Lux non ci permette di restare indifferenti al suo essere oggetto misterioso e perverso, alla sfida che ci lancia e che non possiamo non raccogliere. Quale che sia l’esito.
Rimane il fatto che Reygadas è un talento, anche se maggiore concretezza gioverebbe a lui e a noi.

Carlos Reygadas no tiene miedo de utilizar una cámara en mano, de trabajar con no-actores, que ya no son ni naturales ni acartonados, sino que sólo son como se van desarrollando en la cinta; no teme a la falta de pulcritud en su realización; y sin embargo, detalla sus encuadres, elige un lente que cambia la percepción de la imagen y sigue mostrando una forma de contar, utilizando los planos de manera que pocos directores exploran, procurando hacer una película que apela a la emoción y que no puede ser cuestionada.
Post Tenebras Lux deja un extraño sabor de boca, que no es posible describir con apelativos ni piropos, es el reflejo de la mente de un ser humano, que tiene la posibilidad de producir y reinterpretar su percepción del mundo, y mostrarla.

Chaque image est sidérante de beauté. Chaque plan, chaque photographie est hypnotique à souhait. Une hypnose qui bloque les personnages dans les ténèbres dans lesquels ils se sont embarqués. Et qui sait, la lumière ne survient qu’après la mort… Deux mondes différents mais qui ont en aucun les obstacles de la vie passée et présente. Remarquons que, dans chaque plan, il y a un double effet aux extrémités et en haut. Effet de flou et effet de doublage de l’image. Ainsi, le monde dans lequel nous vivons est déjà le pays des ténèbres.
Au milieu, image traditionnelle. Mais avec une photographie sublime. La lumière des films de Terrence Malick en sens inverse (donc en lumière sombre et angoissante). Et c’est là que vient la difficulté pour le spectateur de trouver la lumière. Car elle n’existe pas dans les plans. Nous sommes alors pris avec les personnages dans cette traversée des ténèbres, afin de rechercher la lumière qui va les délivrer. Celle qui délivrera l’homme de tous ses soucis : maladie, désillusion, rivalités, travail, silence, etc…



martedì 17 giugno 2014

Revolución

Mariana Chenillo, Fernando Eimbcke, Amat Escalante, Gael García Bernal, Rodrigo García, Diego Luna, Gerardo Naranjo, Rodrigo Plá, Carlos Reygadas, Patricia Riggen sono i registi di 10 episodi, insieme in un film collettivo con un tema, ricordare i 100 anni della Rivoluzione Messicana (quella di Pancho Villa ed Emiliano Zapata, per citare due di quei rivoluzionari). alcuni corti sono belli, altri molto belli, quello che mi è piaciuto di più è il corto di Fernando Eimbcke, di una bellezza senza tempo e senza limiti (cercherò i film di Fernando Eimbcke, sicuro).
cercatelo e godetene tutti - Ismaele




Non è facile celebrare il centenario di una rivoluzione. Ancor di più se si tratta di quella messicana che conserva in sé, dopo che tanto tempo è trascorso, elementi di profondo squilibrio sociale che includono non ottimi rapporti con i confinanti Stati Uniti. La scelta di rappresentarla attraverso lo sguardo di diec i registi che hanno storie e stili narrativi molto diversi tra loro si rivela vincente. Ci sarà (come sempre accade e non potrebbe essere altrimenti con i cortometraggi) chi preferirà una storia rispetto ad un'altra.
E' però il complesso dell'operazione che si rivela interessante offrendo allo spettatore un puzzle di tracce di un evento che incise e tuttora incide profondamente sulla storia delle Americhe. Non a caso lo slogan di lancio suona così. "La realtà cambia se osservata da vicino".

Le film à sketchs est un genre intéressant, à la fois peu risqué pour le spectateur indécis (qui voit ses chances de passer un bon moment multipliées) et en même temps rarement réussi, la principale difficulté étant de composer à partir de regards contrastés (sur la forme comme sur le fond) un ensemble significatif et équilibré. Difficile, en effet, de ne pas tomber dans l’enfilade de courts-métrages sans écarts ni surprises, l’exercice de style un peu trop mécanique ou encore l’excès de formalisme, faute d’histoire ou de sujet à raconter.
En ce sens, on peut dire que « Revolución » est un film plutôt réussi, évitant de nombreux écueils du genre. Tout est suggéré dans le titre : il s’agit moins d’un portrait du Mexique d’hier et d’aujourd’hui qu’une suite de variations sur le thème de la révolution, qu’elle soit personnelle, collective, historique, sociale ou familiale. Le film parvient ainsi à prendre un peu de hauteur, privilégiant la vision humaine et humaniste au contexte politique, sans toutefois l’ignorer. Bien sûr, et c’est plutôt agréable, tous les styles et points de vue sont permis : de la comédie sentimentale à la peinture sociale, de l’anecdote à la tranche de vie, du métrage minimaliste à l’expérience arty. Et chaque pièce du puzzle, de la plus fluide à la plus fouillis, vient compléter l’ensemble avec une certaine force, offrant une lecture surprenante et souvent intéressante de la révolution…
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mercoledì 4 gennaio 2012

film (non al cinema) del 2011 - America

un film sull'innamoramento, con Jara che alla fine riesce a parlare con Julia, ma noi non sentiremo mai cosa si diranno.
un film che racconta anche quei moderni campi di lavoro che sono ipermercati e centri commerciali. 
non è un film epico o avventuroso, è piuttosto dimesso, come lo è Jara, e Julia, gente umile che lavora per sopravvivere, di quelli che il cinema ci fa vedere di rado. 
merita.

Mica sai bene cos’è prima di vederlo, leggi che su rottentomatoes ha il 90% dei giudizi positivi (Hereafter, per esempio, ne ha il 45%), che ha vinto premi in tutto il mondo, ecco, metti il film nel lettore e guarda fino alla fine.
Film o documentario, non importa come definirlo, è Cinema e quello che ti regala è enormemente di più dei 73 minuti che gli dedichi .

Un film unico e strano, di un regista grandissimo. Una storia bella, di gente diversa che finisce in manicomio, con delle parti davvero emozionanti. Non so se esiste in italiano, ma merita davvero.

Japon - Carlos Reygadas

questo è un film che arriva da un altro mondo, o forse è di questo mondo e Carlos Reygadas ha gli occhi per vederlo e ce lo mostra.
è uno di quei film nei quali ti devi far prendere per mano dal regista e vedere con fiducia, magari poi non ti piace, ma devi lasciarti condurre da Carlos-Virgilio, è un viaggio che raramente si vede al cinema e non siamo abituati.
a me è piaciuto molto, il privilegio di poter ascoltare la musica dell'uomo è grandissimo, Ascensiòn è un miracolo.
come perderlo?

sembra aver preso il meglio del cinema muto comico, delle commedie vertiginose anni 40-50 alla Wilder, Tomas Gutierrez Alea ha fatto un capolavoro di comicità e di satira.
mi sono divertito moltissimo.

un film doloroso, che forse assomiglia a "Elephant", ma è un'altra cosa.
Jean-François è il personaggio che mi ha impressionato di più, perfetto.
provate a vederlo, non ve ne pentirete.

inizia con una fila di facce in un bar, e con Cassius Clay, quando ancora si chiamava così, che vediamo colpire un povero Anthony Quinn, pugile suonato a fine carriera.
già i primi cinque minuti lasciano senza fiato, poi il grande Anthony Quinn, all'altezza di Zampanò di Fellini, a anche gli interpreti di spalla e Ralph Nelson fanno il resto.
il tutto in un bianco e nero perfetto. 
non privatevene.

mercoledì 14 dicembre 2011

Japon - Carlos Reygadas

questo è un film che arriva da un altro mondo, o forse è di questo mondo e Carlos Reygadas ha gli occhi per vederlo e ce lo mostra.
è uno di quei film nei quali ti devi far prendere per mano dal regista e vedere con fiducia, magari poi non ti piace, ma devi lasciarti condurre da Carlos-Virgilio, è un viaggio che raramente si vede al cinema e non siamo abituati.
a me è piaciuto molto, il privilegio di poter ascoltare la musica dell'uomo è grandissimo, Ascensiòn è un miracolo.
come perderlo? - Ismaele


P:S: mi ha ricordato molto "Los Muertos", come stile registico, come raccontano la storia; i due protagonisti, in "Japon" è Alejandro Ferretis, nel film di Lisandro Alonso è Argentino Vargas, sono quasi la stessa persona, con un passato da dimenticare e un futuro da costruire, o abbandonare.
se qualcuno ha visto entrambi i film mi dica :)




Il film mette in scena all'inizio un road-movie, senza spiegare le ragioni per cui il protagonista decide di intraprendere un viaggio, lasciando la civiltà e il resto del mondo alle sue spalle: l'uomo appare sofferente, segnato nel fisico, anche per via dell'anomalia rimarcata dal suo spostarsi, sorreggendosi a un bastone. Egli porta con sé pochi oggetti: una pistola nella tasca del giubbotto (che svolge la funzione della fatidica pars pro toto, cara al cinema sovietico classico che il regista preferisce), dallo zainetto spuntano un catalogo d'arte e un mangiacassette, dotato di auricolari, che ogni tanto inforca per rompere il silenzio del film, permettendo anche allo spettatore di ascoltare le sue predilezioni musicali: il Concerto n°15 di Shostakovic, la Passione secondo Matteo di Bach e una cantata di Britten dedicata a Bach.
La presenza dell'arma e una battuta fatta al cacciatore che gli darà un passaggio, curioso di sapere perché voglia finire in quel paese sperduto ("A matarme" è la laconica risposta), sono gli unici indizi che consentono di prefigurare un dramma, che resta appiccicato al suo vagabondare, apparentemente senza una meta precisa, trasformando il suicidio in una sorta di fantasmatico compagno di viaggio. Permane comunque la sensazione che lo voglia in realtà accompagnare a "riveder" la luce fuori dal tunnel, come anticipato nella sequenza iniziale, prolettica e profetica al contempo, perché restituisce una presa di coscienza attraverso l'unico materiale che un cineasta ha a disposizione: la grana dell'immagine e la maniera di fotografarla, esponendola, sfocandola, cancellando certi colori per restituirne altri, che solo l'occhio della macchina da presa può intercettare…

Forza della contraddizione: film languido, eppure potentissimo, film sussurrato, eppure rimbombante, film sgraziato, eppure bellissimo. 
Si potrebbe andare avanti all’infinito nel descrivere il fulminante esordio di Carlos Reygadas, ma Japón (2002) è un film che deve necessariamente essere visto, deve subire l’atto biunivoco del vedere, dell’osservare, dell’ammirare, fino a che, come capita quando ci si trova di fronte alle grandi opere d’arte, si ha la sensazione che l’oggetto guardato stia in realtà guardando te, dentro. 

Il nocciolo della questione è: Reygadas ha un fottutissimo talento perché aldilà del citazionismo rimarcato in ogni recensione, il suo sguardo è, sul serio, una delle cose più emozionanti a cui mi sia capitato di assistere negli ultimi anni...

His first film Japón concerns a man obsessed with suicidal ideation who travels from Mexico City to the rim of the Sierra Tarahumara canyon to end his life. The Man (Alejandro Ferretis), who remains nameless, commences his existential pursuit by catching a ride into the canyon with a truck full of hunters (Reygadas appears in a Hitchcockian cameo). The hunters drop him off in a small village where he seeks out temporary lodging in the barn of a viejita named Ascen (short for Ascención, not Assunción), "performed" to saintly perfection by Magdalena Flores.

Reygadas frames images of sublime horror. A decapitated bird's head gasps one or two last breaths as it forgets all flight. Pig blood is spilled on sun-baked dirt. A stallion mounts a mare much to the amusement of the local children. A black beetle flees a sudden rainfall. Funereal white flowers bloom beside dark railroad tracks. The viscerality is hypnotic. The heat that hazes the canyon and bleaches all color is hypnotic…

A metà strada tra il naturalismo herzoghiano e il cinema meditativo\metafisico di Tarkovskij, JAPON, povero come la realtà che descrive, aspro e crudele come la natura che circonda l’umanità sperduta che racconta, girato in cinemascope con attori non professionisti, autoprodotto, con un montaggio ridotto all’essenziale (componendosi di prevalenti pianisequenza) e un sapientissimo uso delle musiche (si pensi solo al brano di Arvo Part che accompagna il bellissimo, enigmatico finale) è film di sgranata contemplazione, astratto e concreto ad un tempo, asciutto e coraggioso, che rivela, pur nelle sparse indecisioni, una visione e uno stile già maturi (il regista ha poco più di trent’anni). 
In sala non c’è nulla di interessante da mesi, può forse concedersi una possibilità a una pellicola certo non facile e a tratti sgradevole ma che ha l’indiscutibile merito di non somigliare a nessun’altra e che è ulteriore dimostrazione di come il cinema può ancora sfuggire alle trappole industriali e culturali nelle quali si cerca regolarmente di recluderlo…

En lo alto de un valle desconocido de la geografía mexicana, una anciana hospeda en su casa a un hombre cuyo único objetivo es hallar la muerte. El encuentro entre este hombre agotado por el existencialismo y el rostro inexpresivo de esta indolente señora es la premisa narrativa que todo aficionado tiende a buscar como orientación previa antes de ver una película. En este caso, estas dos líneas sirvieron también como pretexto al propio Carlos Reygadas para instalarse sobre el valle mexicano con su cámara y filmar una de las películas más desconcertantes de los últimos años…

We have seen this before, humanity giving back a taste for life to those who have lost it. Hope and goodness bring back those who are standing on the brink of the great chasm. The film is at the antipodes of Hollywood studio stews and is obviously more inspired by a current European wave which gives a spiritual, almost theological, insight of human life through carefully chosen characters of ordinary background. 

Don't expect much action, life is not always a whirlpool. Japon is earthly, poetic and sometimes a bit raw. It could be boring to some viewers as well.


mercoledì 16 novembre 2011

Carlos Reygadas - Stellet licht - Luz silenciosa - Silent light

è un film stranissimo, inattuale, lento, succede poco, trama esilissima, immagini bellissime.
più nordico che messicano, qualcuno cita Dreyer.
una curiosità: appare  Jacques Brel alla tv, e piace, magari capiscono le parole, sembra strano Brel tra i Mennoniti.
di sicuro un film molto diverso dal soliti, occorre pazienza, merita la visione - Ismaele




Se analizziamo la trama si scopre, con un po’ di sorpresa, la sua risibilità se rapportata ai 145 minuti di proiezione. Di fatto abbiamo un uomo di mezz’età che ha una relazione con la cameriera di un ristorante, il resto, compresa l’amante, è contorno: la numerosa prole diventa massa indistinta, il padre e l’amico di Johan sono solo accessori, la moglie, consapevole del tradimento, figurina passiva, e lo stesso protagonista appare in alcuni frangenti vittima di uno slittamento ruolistico in subordinazione alla maestosità della natura...

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Stellet Licht runs a leisurely 132 minutes, and Reygadas manages to imbue every moment with spiritual weight—or what one character calls "the pure feeling of being alive." Given the filmmaker's attention to ambient and off-screen sounds, Stellet Licht is far from silent. It is, however, profoundly still. As with the earliest motion pictures, it's the quality of the light that really holds you.
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As a Mexican, I forget that this country is formed not only by cities'and country inhabitants. There is an almost infinite number of variables between those to macro worlds. A movie like this helps you remember how diverse and rich human race is, and that you are surrounded by so many different types of individuals, but it's just that you don't want to look carefully. This movie is really art cinema, and it was great for me watching this kind of production in a commercial location. From the moment of the initial sequence -that resembles the long scenes in Russian movies and theater- I knew that what I was about to witness was a display of delightful movie making. This one is definitely not for the average movie goer that wants to see explosions all over the place and easy to understand plots. No, definitely not. But If you are one of those, I strongly encourage you to see it, but do that with an open mind, knowing that it will be an extremely hard to digest film. And sometimes, you need to sacrifice something in order to enjoy the worthy things in life. And with the closing sequence, parallel to the opening one, I felt I paid to watch a real movie, and believe me, that does not happen often to me.

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