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venerdì 3 aprile 2026

Homebound – Storia di un’amicizia in India - Neeraj Ghaywan

In quel quasi-continente che è l’India esistono mille problemi, i più grandi, fra i tantissimi, sono il sistema delle caste e la persecuzione dei musulmani da parte degli indù, come appare nel film.

due amici d'infanzia (e quindi per sempre) crescono insieme e voglio fare i poliziotti, ma non è mica facile, e poi arriva il covid19, maggior razzismo e anche fame, e poi per troppe persone anche la morte.

prodotto da un certo Martin Scorsese, che avrà visto l'epica tragica di due amici, e di un popolo intero.

per tutti quelli che vedono solo film a stelle e strisce sarà una sorpresa, ma con una decina di sale sarà difficile che lo possano vedere in molti, c'è SuperMario in 700 sale, c'è Zendaya in 400 sale, c'è Bradley Cooper in 250 sale, come pure Ryan Gosling.

e però cercate Homebound, vi ricompenserà.

buona (drammatica) visione - Ismaele 

 

 

Homebound in tal senso è anche un atto d’accusa contro la società indiana contemporanea, che con le “armi” a sua disposizione punta il dito contro i conflitti di classe (e di casta), le varie forme di razzismo e più di un riferimento ai diritti negati rispetto alla condizione femminile nel Paese attraverso le vicende delle sorelle e delle madri dei personaggi principali. Ghaywan, che per l’opera in oggetto ha attinto pure al suo vissuto provenendo come Chandan dalla comunità Dalit, storicamente collocata ai margini del sistema delle caste indiano, è persona informata dei fatti e testimone oculare avendo provato sulla sua pelle le suddette dinamiche. Una vicinanza ai personaggi e alle loro esistenze, da lui condivise, che rendono il film molto personale e ciò traspare dalla visione…

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Non più cinema di rottura, o presunto tale, come invece poteva apparire l’esordio di Ghaywan – quantomeno nei suoi intenti velleitari e in contrasto con la Bollywood del periodo, che per forza di cose non è nemmeno più quella di oggi – bensì vero e proprio modello di intrattenimento popolare, evidentemente contaminato da immaginari altri, su tutti il road movie statunitense e non solo: basti prestare attenzione al lavoro sugli scenari e a un certo utilizzo enfatico, talvolta perfino eccedente, della musica.

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Homebound – Storia di un’amicizia in India si distingue per la sua capacità di osservare senza giudicare e di raccontare senza semplificare. Ghaywan dimostra una maturità registica notevole, costruendo un film che riesce a essere al tempo stesso intimo e politico, personale e universale.

La sua forza sta proprio in questa tensione: nel modo in cui riesce a trasformare una storia individuale in una riflessione più ampia sulle contraddizioni di un intero sistema, senza mai perdere di vista la dimensione umana. Ghaywan non cerca soluzioni né costruisce un discorso didascalico, ma lascia emergere le dinamiche sociali attraverso i percorsi dei suoi personaggi, facendo convivere il racconto intimo con uno sguardo politico preciso e consapevole. È in questo equilibrio, mai ostentato ma sempre presente, che Homebound trova la sua identità più compiuta.

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Solo chi conosce abbastanza bene dal di dentro l’India può comprendere un film così stratificato. Io ci sono stato sette volte, forse non mi è del tutto ignoto il suo assunto centrale: la speranza è la protagonista sfortunata della storia. I margini della società indiana vengono ripercorsi come se fossero le carte di un tradizionale gioco da tavola di origine inglese, “Scale e serpenti”. I due amici d’infanzia protagonisti della storia sono infatti uniti dalle scale sociali che vengono loro negate e divisi dalla lunghezza dei serpenti che continuano a inghiottirli. Lo schema è feroce. Ogni progresso viene inevitabilmente interrotto da un crudele gioco del destino; ogni piccolo passo è accompagnato dalla minaccia di una rovinosa caduta. Un impiegato di basso rango impressiona i capi e viene promosso a venditore contro ogni previsione, ma la gioia è di breve durata. Un giovane operaio manda soldi a casa per finanziare un tetto di cemento, ma la sua condizione di sfavorito è transitoria. Un’aspra lite è seguita da una riunione che infonde speranza, ma dura poco. La costante soppressione della speranza riflette la struttura sociale distorta di un Paese in cui tutto, comprese le emozioni, è regolato dalla gerarchia.

Non c’è tregua: anche l’umiliazione è gerarchica. L’ambizioso dalit Chandan Kumar e l’ambizioso musulmano Mohammed Shoaib Ali, in quanto minoranze in un’epoca di dilagante fascismo, hanno un legame plasmato dalla solidarietà e dalla reciproca disillusione. Chandan difende Shoaib e Shoaib difende Chandan: sono uniti dalla condivisione degli stessi spazi. La loro fratellanza è priva di identità: le famiglie si mescolano. Potrebbero essere vittime della società, ma la loro cancellazione è per forza di cose plurale: la loro invisibilità è costretta a competere. Il film di Neeraj Ghaywan si propone di rivelare che l’oppressione in una democrazia è plasmata dalla democrazia dell’oppressione: lo stigma è relativo nell’intersezionalità di casta, fede e genere. C’è sempre qualcuno che sta peggio: che si tratti dell’indù emarginato, del musulmano della classe operaia, della ragazza dalit che frequenta l’università, del bracciante agricolo analfabeta o della donna dalit non sposata…

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NOTE DI REGIA

È passato esattamente un decennio da quando ho realizzato il mio primo lungometraggio. Non riesco a comprendere appieno cosa mi abbia tenuto lontano per tutto questo tempo, ma non ho più rimpianti. Continuo a cercare un senso in un mondo che spesso sembra distrutto e indifferente, e cerco di trovarlo attraverso il mio lavoro.

Voglio raccontare storie che mi commuovano nel profondo.

Nel mio secondo film, Homebound, ho voluto esplorare le lotte silenziose e in gran parte invisibili di persone che troppo spesso vengono ridotte a semplici statistiche. In questo mondo di complessità e sofferenza travolgenti, dimentichiamo che dietro ogni numero c’è un essere umano, con sogni, desideri e legami con gli altri. Questo film parla proprio di questi legami: il profondo legame tra due amici d’infanzia le cui vite sono plasmate da forze al di fuori del loro controllo, e di come cercano dignità all’interno di un sistema che continua a ignorarli.

Parte di ciò che mi attrae di queste storie è personale. Provengo da una comunità emarginata e il mio background di Dalit, considerato il più basso nel sistema delle caste indiano, ha plasmato sia la mia visione del mondo che il mio cinema. Per gran parte della mia vita ho nascosto questa identità, fingendo di appartenere a una casta superiore, ossessionato dalla paura di essere smascherato.

Quell’esperienza di cancellazione e silenzio è profondamente radicata in me ed è per questo che l’identità continua a essere uno dei temi centrali del mio lavoro.

L’idea per questo film è nata quando ho letto una storia che mi ha spezzato il cuore. Non era solo per la perdita che descriveva, ma per l’immagine di un uomo che viveva nella gioia semplice, ignaro della tempesta che stava per sconvolgere il suo mondo. In quel momento ho visto qualcosa di profondamente umano. In mezzo alle difficoltà e alle lotte, c’è bellezza. C’è gioia. C’è amore.

Homebound esplora questa idea. Non è solo una storia di dolore, ma anche di affinità, di come l’amore resista nonostante le difficoltà e di come due persone possano ancora ridere, sognare e sostenersi a vicenda anche quando il mondo che le circonda minaccia di schiacciare il loro spirito.

Riguarda i momenti di quiete: gli sguardi condivisi, il conforto non detto, i barlumi di speranza in un panorama spietato.

Sono sempre stato attratto dai personaggi che vivono ai margini, i cui sogni non vengono riconosciuti dal mondo esterno.

Non volevo ritrarli solo attraverso la lente delle avversità, ma rivelare la loro ricca vita interiore: i loro desideri, le loro paure e le loro complessità.

In Homebound, ho cercato di restituire loro l’umanità, catturando sia il modo in cui sono plasmati dalle circostanze, sia il modo in cui le trascendono silenziosamente.

Lascia che tutto ti accada: la bellezza e il terrore. Continua semplicemente ad andare avanti. Nessun sentimento è definitivo”.

Questa citazione di Rilke è diventata la colonna portante filosofica del film. Volevo rendere omaggio alle difficoltà, ma anche mettere in luce la bellezza, l’amore e la silenziosa resilienza che si celano al loro interno. L’amicizia al centro di questa storia non è basata sulla pietà, ma è un legame di forza, di esperienze condivise, di comprensione tacita.

Ci sono milioni di persone a cui storicamente è stata negata la voce, la visibilità, il loro posto nel mondo. La mia speranza è che attraverso questa storia si sentano visti. Che il mondo possa guardare più da vicino, con empatia, e iniziare a notare ciò che è stato condizionato a ignorare.

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Pur avvicinandosi a una condizione melodrammatica, Homebound riesce fortunatamente a tirarsene fuori grazie a un andamento narrativo nel complesso abbastanza costante, con una propensione a trattenere e a non indulgere in ricette o consigli non richiesti, lasciando con semplicità che le conseguenze delle scelte fatte dai singoli restino aperte.
Lo stesso titolo acquista in quest’ottica un significato ben preciso. “Tornare a casa”, infatti, non si prefigura come un luogo o un ritorno alle origini rassicurante e rasserenante. Al contrario, spinge lo spettatore a porsi domande in relazione al concetto di sentirsi nuovamente at home quando ogni elemento ormai è mutato dal punto di vista sociale e personale, inficiando i legami sottesi a questa variabile spaziale ma anche temporale. Una tesi che si pone a mo’ di tensione irrisolta, cedendo agli astanti un compito di rielaborazione che va ben al di là di un finale appena abbozzato. Probabilmente è proprio in questa chiave di lettura – estremamente garantista dell’indipendenza di giudizio dello spettatore – la forza maggiore di una pellicola in cui, forse, la verità sociologica del “cambiare tutto perché nulla cambi” (cit.) trova la sua applicazione più efficace, ben oltre semplificazioni di maniera trite e prevedibili.

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lunedì 21 ottobre 2024

All We Imagine as Light - Amore a Mumbai – Payal Kapadiya

arriva dall'India un film che racconta le avventure di tre donne, che devono sempre subire le scelte degli uomini.

vivono in una megalopoli, Mumbay, dove lavorano, nell'ultima parte del film si spostano in un villaggio, nella campagna, con ritmi umani.

le loro storie sono apparentemente quelle di donne libere, ma i rapporti sociali e i vincoli familiari le costringono in ruoli che (ormai) non desiderano più.

le scene a Mumbay sono scure, e buie e notturne.

per chi guarda ci vuole un po' a entrare dentro il film, di notte tutti i personaggi sono neri.

al festival di Cannes il film ha vinto il gran premio della giuria, non esiste solo il cinema di Hollywood.

buona (indiana) visione - Ismaele


 

 

Le storie di Prabha (Kani Kusruti) e di Anu (Divya Prabha) sono intrecciate: sono infermiere e vivono sotto lo stesso tetto. Prabha ha un marito, partito per recarsi in Germania dopo il matrimonio, scomparso del nulla per anni, e che improvvisamente si rifà vivo inviandole un pacco. Una donna introversa, chiusa nelle proprie emozioni e in un pudore che si manifesta in ogni suo gesto. Anu è giovane, più aperta ed impegnata in una relazione impossibile con Shianti per la loro diversa confessione religiosa, lei induista, lui appartenente ai seguaci del profeta Maometto, cioè musulmano. Un problema, tuttavia non sufficiente a tenerli lontani da una passione che non riescono a consumare mai fino in fondo…

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Magnifiche, sin commoventi, le tre figure di donne irrequiete al centro della storia. Figure femminili protese sempre ad ostentare dignità e pudore, anche quando si tratta di commettere timide azioni di protesta e sfogo come prendere a sassate cartelloni pubblicitari a dimensioni cubitali.

"All we imagine as light" stempera la drammaticità di situazioni private davvero complesse da risolvere, attraverso la saggezza che rende dignitose e maestre di vita tre figure di donne umili, ma anche strenuamente integerrime e determinate nel portare a termine ognuna il proprio destino, entro un contesto che le ha costrette per troppo tempo a subire condizionamenti sociali o di terzi, apparentemente insormontabili.

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...All We Imagine As Light è la dimostrazione che nell'arte ciò che conta non è tanto il cosa - perché la storia che racconta è semplice e non particolarmente originale - quanto il come: ed è nel "come" che Kapadia si dimostra una regista eccezionale, capace di cogliere ogni sfumatura dell'universo narrato, ogni luce, ogni sguardo, ogni dettaglio, ogni piccolo spostamento dell'anima. Le corrispondono in bravura le due attrici protagoniste, Divya Prabha nei panni di Anu e soprattutto Kani Kusruti, la cui intensità recitativa fa di Prabha un magnete irresistibile, e un grido soffocato che è impossibile non ascoltare.

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sabato 3 settembre 2022

Court - Chaitanya Tamhane

un film sulla persecuzione di un artista popolare e coerente.

Narayan è un poeta musicista che canta le sue idee, e il Potere (che è un potere piccolino e poliziesco) fa di tutto per zittirlo.

il cantante è difeso da un avvocato coscienzioso e accusato da un'avvocata che sembra avere il compito di distruggere il cantore, senza se e senza ma.

sembrano udienze di un paese del terzo mondo, come da noi, d'altronde. 

viva Narayan!

un bel film, Chaitanya Tamhane è davvero bravo.

buona (musicale e da tribunale) visione - Ismaele

 

 

 

vediamo svolgersi la storia di un cantante folk già abbastanza avanti con gli anni, che è costretto a difendersi più volte in vari processi da un’accusa a dir poco assurda: può una canzone popolare spingere al suicidio

Non c’è il classico gioco vittima e carnefice: sia l’accusato che gli accusanti, sia il difensore che la vittima, provengono dallo stesso strato sociale.
L’unica differenza è la posizione di potere. La magistratura come ente autorizzato, che violenta e sputa
sentenze di vita e di morte. Realtà dove non diversamente le persone provenienti da ogni classe e cultura, interagiscono e si mescolano. Il potere del sistema e delle sue regole, del protocollo e della gerarchia.
Il senso di impotenza ed ingiustizia si avverte per tutta la durata del film, e la figura notevole di Vivek Gomber amplifica, con la sua fisicità e la sua intensità, l’atmosfera di realtà tragica a cui rimane difficile rimanere indifferenti.
Ovviamente al regista non interessa la causa giudiziaria in se, non vuole indagare sulla forza oscura che sembra volere con ogni mezzo, anche illegale, trattenere il malcapitato di turno, presenza affine a molti sistemi giudiziari nel mondo. Il suo sguardo va oltre, nell’ambiguità dell’India contemporanea, ancora purtroppo legata ad un passato fatto di razzismo, diversità, ignoranza, soprusi.
Siamo lontani dai fasti di Bollywood, c’è solo un timido accenno di alcune musichette dei film commerciali in una scena nel finale, durante un viaggio in bus.

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Lo script di Chaitanya Tamhane è abile nel raccontare la realtà in cui la storia si muove, usando l'impianto giudiziario di Court per raccontare i personaggi che danno vita al processo, oltre che il processo stesso. Il caso non è messo in secondo piano, ma non si erge mai a protagonista assoluto della storia, lasciando che siano le vite dei personaggi della vicenda a dettare modi e tempi narrativi del film. Lo dimostra anche la sequenza finale aggiunta dal regista dopo che l'aula, ormai deserta, sfuma in nero e mostra per un ultima volta uno spaccato della vita al di fuori del tribunale. E' una scelta che paga, perché riesce a fornire uno sguardo interessante sull'India e la zona di Mumbai che fa da sfondo al racconto, accennando anche ad una critica del sistema giudiziario indiano. Dove il film difetta è in una messa in scena molto piatta, che si affida alla camera fissa per scrutare l'interno dell'aula e tende a non favorire il coinvolgimento dello spettatore, che in molti casi si ritrova ad assistere come se fosse tra il pubblico in aula, mantenendosi a distanza da quanto accade…

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Una de las primeras secuencias de esta propuesta india que ha logrado colarse entre los estrenos de esta semana en salas españolas, algo muy insólito entre los filmes de su prolífico país de procedencia, nos hace entender cuál es el funcionamiento del sistema judicial indio cuando no existe independencia entre sus poderes y los intereses gubernamentales. Si el poder decide encarcelar a quien se atreva a levantar la voz contra sus ideales, decenas de falsas incriminaciones atormentarán sin descanso al pobre infeliz que trate de barrarles el paso. Y de esto mismo trata este trabajo de Chaitanya Tamhane, quien nos presenta la historia de un cantautor cuyas letras, tan libres como ácidas y subversivas, suponen una amenaza para un poder demasiado acostumbrado a controlar a las masas de tan mastodóntica nación. Es por ello que viviremos el absurdo de un juicio cuyo abogado defensor poco podrá hacer para probar la libertad de su acusado siempre y cuando sigan recayendo nuevos falsos cargos sobre él. Al mismo tiempo, su director aprovecha para dictaminar una mirada crítica hacia el correcto desarrollo de la actividad jurídica, incidiendo en la falta de medios y la lentitud como consecuencia de posponer el caso llegando casi al inmovilismo…

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Il quadro è variegato e confuso, quando la censura è ancora regolata dalle leggi inglesi dell’epoca vittoriana, e nelle aree rurali resistono culture religiose arretrate, dalle usanze barbariche. Si passa la serata al pub, dove si possono ascoltare melodie brasiliane, ma il giorno dopo si può essere aggrediti, all’uscita da un ristorante, per aver pubblicamente criticato le pratiche di una certa etnia. Il potere giudiziario, su cui il film centra l’obiettivo, procede in superficie sulla scorta dei codici e della burocrazia,  ma appare privo del necessario supporto di una coscienza critica, adeguata ai tempi, che possa davvero fungere da base ad un regime ispirato ai principi di libertà ed uguaglianza. Mentre la miseria dilaga, invincibile, la grande assente è la voglia di cambiare, di riconoscere, in quell’orizzonte chiuso dalla generale miopia, il vero nemico comune contro cui Narayan invita tutti a combattere. La sua voce è potente e rabbiosa, però intorno a lui la realtà è debole, inquieta ma sostanzialmente impantanata in un’inerzia morale che blocca ogni tentativo di rimettere in discussione gli assunti fondamentali (la vecchia concezione della vita familiare e del ruolo femminile), ed ostacola anche l’applicazione delle nuove norme (i dispositivi di sicurezza sul lavoro).  Durante un’udienza, una donna dichiara di non conoscere con precisione la propria età. Un’altra viene rispedita a casa dal giudice perché si è presentata con un vestito senza maniche. Il film procede lento e pacato, abbandonato ad una informe estemporaneità, che riproduce il ritmo esistenziale di chi tira a campare, facendo quello che può ed illudendosi di poter prosperare. In Court l’aula del tribunale si apre sul mondo, per rivelarsi come il cuore di un immenso mercato in cui la folla avanza a fatica, come un corpo dalle mille anime: individui soffocati dalla massa,  che non vedono dove vanno, che il più delle volte si lasciano trasportare dalla corrente, e che a tratti cadono e finiscono calpestati. In questo grande serpentone umano, è  pretestuoso voler intravvedere un nesso logico, da ciò che l’uno dice e l’altro fa, a pochi metri di distanza da lui. Le parole, per lo più, restano incomprese ed inascoltate, come i gridi di denuncia di Narayan. Oppure vengono studiatamente travisate, e date in pasto ad un sistema che cerca sempre nuove vittime. 

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mercoledì 31 agosto 2022

Article 15 - Anubhav Sinha

Ayan è il nuovo dirigente di un commissariato di campagna nell'India più arretrata.

Ayan è un illuminista e un illuminato, crede che tutti gli indiani siano uguali, un po' come il Robert Redford di Brubaker, che scopre una realtà che non si aspettava, il mondo delle tenebre.

scompaiono tre ragazze, il caso viene trascurato, fino a che Ayan ne capisce la gravità.

e scopre che, aldilà delle belle parole delle Costituzione indiana, il sistema delle caste, il maschilismo, lo sfruttamento del lavoro (semischiavitù), la corruzione di tutti sono fuori controllo.

e sceglie di combattere la guerra per la verità e la giustizia, fantascienza da quelle parti, dove il medioevo più buio non era mai morto.

il film è un thriller, una corsa contro il tempo, è cinema civile e politico, non ti stanchi neanche un secondo di guardarlo, il regista Anubhav Sinha è davvero bravo, dirige gli attori benissimo, con una sceneggiatura perfetta.

peggio per chi non cerca questo film.

buona (indimenticabile) visione - Ismaele


 

 

Article 15 di Anubhav Sinha è un thriller criminale in cui struttura e montaggio sono preposte con un intento provocatorio che arrivi dritto, come un pugno allo stomaco allo spettatore, per diventare una denuncia urgente alle problematiche della società Indiana. Con toni desaturati, con tonalità seppia e con un’ambientazione cupa e oscura ricca di pathos, e grazie anche alla colonna sonora che scandisce la sintassi filmica, Article 15 si dimostra un film di genere ben riuscito sul piano visivo. Quello che ne deriva è una sensazione cupa, grintosa e grigia che spesso porta lo spettatore verso una tensione palpabile.

Il film è implacabile nel suo impegno a disturbare lo spettatore: i cadaveri sono ripresi in scomodi primi piani, la tensione è costruita attraverso una sintassi di sottofondo che procede lenta, ma disturbante. Ecco quindi che il film è intriso di immagini dichiaratamente provocatorie e scomode, come quella in cui un uomo si immerge nudo in una fogna, e dialoghi d’impatto che non lasciano spazio a false interpretazioni…

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Article 15 est un film réussit non seulement de part son écriture brillante mais surtout, je dirais, de part son esthétique atypique pour un film indien qui m’a beaucoup fait penser au style « américain » par moment avec une bande son primordiale et omniprésente, de nombreux plans réalisés au drone et beaucoup de plans séquences. J’ai adoré l’étalonnage dans les tons verts/jaunes/noirs qui allait de mise avec l’enjeu du film et sa géolocalisation.

Comme dit auparavant, j’ai été surtout agréablement surprise par l’usage très intelligent de la bande son qui joue pour beaucoup sur l’ambiance du film. Une bande son omniprésente qui se veut parfois angoissante parfois entraînante allant de pair avec les événements qui se déroulent à l’écran. Un usage d’autant plus intelligent qu’il utilise des classiques de la chanson pour illustrer ses propos. De ce fait, j’ai adoré entendre « Blowin’ in the wind » jouée en arrière plan lors du générique de début du film. Un choix loin d’être anodin car Bob Dylan, interprète de cette chanson, était la voix d’une génération aux Etats-Unis et qu’il était particulièrement doué pour dénoncer les problèmes inhérents aux USA. Blowin in the wind est d’autant plus en accord avec le thème du film qu’elle parle d’une société corrompue. « Yes, ‘n’ how many times can a man turn his head and pretend that he just doesn’t see? » était d’ailleurs une phrase qui allait parfaitement bien avec le sujet du film.

Au final, Article 15 est un jalon cinématographique pour le cinéma indien de part sa mise en scène nouvelle pour le genre. C’est un très bon thriller dont le but est avant tout de critiquer le système de caste en Inde et non pas de résoudre l’affaire principale qui est un peu mise de côté, malheureusement, dans la seconde moitié du film. Un film porté par des très bons acteurs, une bande son omniprésente et brillante et un rythme qui ne faillit jamais du début à la fin. Un film robuste qui vient s’ajouter au très bon palmarès pour l’année 2019 dans le cinéma hindi.

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Il n’y a pas de doute, Article 15, faisant référence à l’Article 15 de la Constitution de l’inde qui interdit toute sorte de discrimination sur la base de religion, de race, de caste, de sexe ou de lieu de naissance et l’une des plus belles propositions cette année en provenance de ce pays. Par le biais de la fiction, Sinha et Gaurav Solanki (première co-écriture) signent un récit d’une emprise infernale mené par un groupe de comédiens remarquables, y compris les seconds plans.

Mais tout particulièrement Ayushmann Khuranna, acteur bollywoodien dont c’est ici son plus grand rôle. À la fois absolu, déterminé, critique envers les coutumes ancestrales qui font défaut et empreint d’un humanisme rare de nos jours, il crève l’écran à chacune de ses présences.

Avec Article 15, Bollywood se transforme, à moins qu’il n’agisse d’une « nouvelle vague » cinématographique indienne représentée par des cinéastes indignés par les maux sociaux, politiques et de sexes qui secouent le pays. Puissant!

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domenica 28 agosto 2022

Drishyam - Nishikant Kamat

un film alla Agatha Christie, un meccanismo a orologeria nel quale i potenti e i prepotenti trovano pane per i loro denti.

Vijay, un piccolo imprenditore, cerca di proteggere la sua famiglia dalle minacce esterne.

la polizia usa metodi molto duri, e non è facile resistere.

alla fine ci saranno diverse e inattese sorprese.

buona (ottima e divertente) visione - Ismaele




Dans Dryshyam, les apparences sont trompeuses. La quête de la vérité n’est plus une affaire de coupables et de victimes, mais une lutte effrenée entre le mensonge et la morale. Suspense haletant, se prenant au sérieux avec un naturel bouleversant, soutenu par une performance d’acteurs remarquables, dont un Ajay Devgn, extraordinairement palpable dans ses différents registres et Tabu, souveraine, remarquée l’an dernier dans le remarquable Haider (2014), illustre adaptation du Hamlet de Shakespeare. Ces deux vedettes bollywoodiennes illuminent l’écran peur leur aplomb, leur grâce, leurs moments de pure prouesse, conscients d’une caméra qui les capte à chaque moindre geste.

C’est aussi un film sur les affres malsains des nouvelles technologies, les cellulaires qui non seulement envahissent nos vies, mais sont souvent l’objet de captations intimes, de vies gâchées. La nouvelle dynamique sociale dominée par l’image perpétuelle n’est plus l’apanage d’un groupe particulier, mais s’est étalé à l’ensemble de la société.

C’est là le thème principal du film, en plus d’être un regard sur le cinéma, sur sa puissance à la fois rédemptrice et dans le même temps vulnérable. Les cinéastes indiens, conscient des divers mouvements sociaux et politiques de leur pays en constante transformation et occidentalisation, agissent souvent comme des philosophes envers le peuple, amoureux fou du cinéma qu’ils voit comme une sorte d’alternative thérapeutique à leurs problèmes quotidiens.

De tous les cinémas nationaux, le bollywoodien ose se permettre de diffuser un cinéma à message, chose presque totalement taboue dans les sociétés occidentales. Ici, dans Drishyam, le manichéisme n’est pas un tort parce qu’abordé avec toutes ses nuances, ses subtilités et ses vélleités, tout en s’assurant que l’individu, l’humain, demeure le principal objectif filmé. Sur ce point, le fim de Kamat est brillamment abouti.

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Alla fine, però, il film tiene. Nel modo in cui ci svela l'intelligenza di strada di un uomo quasi analfabeta intento a proteggere la sua famiglia ad ogni costo, e come il perdono possa, a volte, portare a una sorta di accettazione. E nel modo in cui offre la pungente svolta al racconto.

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Certainly in this extended contest Vijay has his work cut out for him.  Among other things he has to somehow dispose of Sam’s car, which Sam drove to his fateful clandestine meeting with Anju.  And he also has to try and find a way to convince the authorities that on the day of Sam’s death, Oct 2nd, he and his family were all away in the city of Panjali, attending the spiritual teachings of Swami Chinmayanand. 
Moreover, Vijay’s efforts of evidential obfuscation will be considerably hindered by the surveillance recordings that Meera can dig up and consult.  These surveillance records include purchase receipts, phone records, security camera films, and witness reports.

Because this extended struggle between Meera and Vijay is involved and is what makes this film interesting, I will leave it to you to discover what transpires.  I will say, though, that the ending comes out a little different from what you might expect.
Overall Drishyam is a well-made production that is worth watching.  The coda that comes at the very end doesn’t seem to resolve anything, but that doesn’t deter me from recommending the film to you.

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lunedì 22 agosto 2022

Mulk - Anubhav Sinha

la seconda metà del film si svolge in un'aula di tribunale, e se la prima parte era solo un gran film la seconda è eccezionale.

niente da invidiare al grande cinema civile e politico che conosciamo, italiano, europeo o statiunitense, e sopratutto è un film da cui non vorresti mai staccarti, non annoia un secondo, ed è a suo modo rivoluzionario, in tempi di odio, identità escludenti, indù contro musulmani, un argine alla follia del mondo.

cercatelo e godetene tutti.

buona (sorprendente) visione - Ismaele


 

Musulmani e hindu in India: un passato di convivenza, un presente di pregiudizio e conflitto. L'avvocato hindu Aarthi Malhotra Mohammed lotta per difendere la causa della famiglia musulmana del marito, presa di mira dalla legge e dall'astio della comunità dopo un atto terroristico. Film intenso, ispirato a un fatto di cronaca.

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Watch or Not?: Even if you haven’t watched a single movie at a theatre throughout your lifetime, make sure this is your first.


At the heart Mulk is a fearless spirit that is a far cry from the abject timidity of Bollywood, an industry that believes in upholding the status quo even if it threatens to endanger the precious pluralistic ethos that lies at the foundation of this vast nation. In making its extremely timely statement, this film allows itself to lean a tad towards conventional melodrama. But it makes its point with such force that it is difficult not to be impressed. Go watch Mulk for its stout-hearted espousal of sanity. It isn’t often that Bollywood shows such spine.

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sabato 13 agosto 2022

Il mio nome è Khan - Karan Johar

Bollywood fanno anche film che vanno benissimo anche per il pubblico "occidentale". 

Rizvan Khan, a metà fra Forrest Gump e Raymond (protagonista di Rain Man), gira gli Usa per incontrare il presidente e dirgli che anche i musulmani possono essere brave persone.

un'ottima sceneggiatura sostiene il film, denso di storie e personaggi.

Rizvan è un autistico che ce la fa, l'aveva promesso alla mamma, in India, e riesce a trovare una sua strada, e l'amore, contro tutte le convenzioni e i pregiudizi.

non sarà un capolavoro, ma è un gran bel film che non delude.

buona visione - Ismaele



 

 

Uscito fuori da Bollywood, questa parabola su un "candido" che arriva in America e diventa simbolo della volontà di uguaglianza e democrazia possiede la furbizia giusta per convincere. Prodotto ideato e diretto con buon senso del cinema, Il mio nome è Khan strizza l’occhio al cinema mainstream occidentale ed insieme ne ripropone le coordinate principali. Uno spettacolo intelligente e sapientemente assemblato per avere successo in ogni mercato.

Direttamente da Bollywood il regista Karan Johar e la stella del cinema indiano 
Shahrukh Khan hanno realizzato in simbiosi un prodotto che in tutto e per tutto appare specificamente costruito per funzionare non soltanto nel mercato interno, ma anche in quello occidentale. La parabola è quella di un giovane musulmano di Bombay che, affetto da sindrome di Asperger (una forma di autismo piuttosto accentuata) attraversa l'Oceano e si stabilisce a San Francisco, dove mette su famiglia e vive in armonia fino al fatidico 11 settembre 2001, momento in cui lo sguardo dell’America sull’”altro” cambia radicalmente. Khan allora diventa un perseguitato, perde ogni cosa e, ostinato a rincorrere il Presidente degli Stati Uniti per dirgli che lui non è un terrorista, diventa simbolo innocente della volontà di integrazione…

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Rizvan Khan soffre sin dalla nascita di una particolare forma di autismo, la Sindrome di Asperger che gli consente di comunicare meglio in forma scritta che orale e che gli impedisce di intuire le reazioni altrui. Cresciuto con la madre e un fratello geloso delle attenzioni che gli venivano dedicate ha sviluppato una particolare abilità nel riparare guasti meccanici. Dopo la morte della genitrice il fratello, emigrato e in carriera da tempo, gli trova un lavoro come rappresentante di prodotti cosmetici negli Stati Uniti. Qui Khan conosce Mandira Rathore, madre single di un ragazzino a cui l'uomo si affeziona e che prenderà il suo cognome. Proprio dal cognome musulmano (Mandira è Hindu) inizieranno i problemi per il ragazzino dopo l'11 settembre 2001. La tragedia è in agguato.
"Il mio cognome è Khan ma non sono un terrorista". Questa è la frase che Rizvan Khan (novello Forrest Gump concepito a Bollywood) 'deve' dire al Presidente degli Stati Uniti dopo che il senso di colpa di essere musulmano è stato scaricato sulle sue spalle con forza. Il cinema indiano ha ormai saputo trovare in se stesso quella forza narrativa che alle latitudini italiche si vorrebbe avere ma che troppo raramente si riesce a concentrare. Riuscire a produrre e girare dei film che coniughino la spettacolarità sotto forma di grande mélo con la volontà di affrontare importanti temi della contemporaneità non è sempre impresa facile.
Karan Johar riesce a sviluppare i molteplici argomenti della diversità senza mai assumere toni predicatori e andando a toccare tutte le corde di un pubblico semplice ma non stupido. L'handicap mentale, la separazione all'interno dell'universo religioso del subcontinente asiatico, l'irrazionale caccia al musulmano scatenatasi dopo l'attentato alle Twin Towers entrano come temi forti in un film che non disdegna la scena strappalacrime così come, nella migliore delle tradizioni, la sequenza con tanto di canzone e di danza. In un film oversize come durata ma che scorre senza mai annoiare
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Il problema di fondo di My Name is Khan è che Bollywood non è in grado di rappresentare la realtà. La Mecca del cinema indiano è interamente votata a una produzione d'intrattenimento puro, dove una rappresentazione estetizzante e patinata del mondo si accompagna necessariamente a intrecci semplici, facilmente comprensibili da tutte le fasce della popolazione locale. Qualunque tentativo di inoculare germi politici e militanti in simili produzioni finisce solo per essere controproducente: la complessità di cui necessitano certi temi per essere affrontati finisce per originare solo stereotipi imbarazzanti e populismo spinto. Eppure il film è stato enormemente apprezzato dalla critica indiana. Segno che la cinematografia più imponente del mondo (in termini di ampiezza di pubblico e di film prodotti) rimane ancora troppo "aliena" agli occhi delle nostre consuetudini da spettatori occidentali.

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mercoledì 3 agosto 2022

Queen of Katwe (La regina bambina) – Mira Nair

non è il solito film Disney per ragazzini, se a dirigerlo c'è Mira Nair.

Phiona è una povera come tanti, analfabeta, destinata a diventare venditrice di mercato e moglie del primo che se la prende, ma ha un dono, impara a giocare a scacchi e diventa bravissima, fra mille difficoltà. 

ha un grande maestro, interpretato da David Oyelowo, che ha l'unico obiettivo della crescita dei ragazzini e delle ragazzine dello slum di Katwe.

ha una mamma straordinaria, interpretata come si deve da Lupita Nyong’o, e dei fratellini bravissimi.

la storia è successa veramente, nei titoli di coda appaiono le persone che hanno ispirato il film.

buona (resistente e commovente) visione - Ismaele

 

 

 

mi aspettavo che Queen of Katwe avrebbe trovato un modo per diventare assolutamente repellente, nonostante a prima vista la storia non presentasse alcuna opportunità per svolte razziste o esoticizzanti. È stato bello essere smentita: la regista Mira Nair (che peraltro vive a Katwe da 27 anni) mette insieme un film pur sempre dedicato a un pubblico giovane, ma sorprendentemente onesto e realistico. La regina del titolo è Phiona Mutesi (classe 1996), cresciuta nel più grande degli slum della capitale dell’Uganda, Kampala – per l’appunto, Katwe. Dopo aver abbandonato la scuola per aiutare economicamente la sua famiglia, a soli dieci anni Mutesi cominciò a frequentare la missione religiosa locale e imparò a giocare a scacchi, diventando nel giro di pochi anni una delle più giovani campionesse internazionali della storia. La storia di Phiona, inclusa la povertà estrema della sua famiglia e le molte difficoltà con cui si scontra vengono presentate in maniera accessibile, ma non edulcorata; quando i Mutesi perdono la loro casa, non guardano le stelle su un prato, ma dormono nel fango al freddo. Con una storia del genere sarebbe semplice – e, ancora una volta, prevedibile in un film Disney – scadere nel melodramma (e nei facili parallelismi tra la vita di Phiona e gli scacchi), ma Mira Nair si tiene per la maggior parte lontana dalla facile manipolazione dello spettatore, lasciando che la storia si sviluppi in maniera naturale invece di puntare su picchi di pathos e violini. Il cast di attori locali – la maggior parte alla prima esperienza cinematografica, compresa la protagonista Madina Nalwanga – non viene oscurato dai “nomi grossi” del film, David Oyelowo nei panni del mentore della missione, e Lupita Nyong’o, che prova ancora la sua eccezionale versatilità nel ruolo della madre di Phiona. Queen of Katwe non è un trionfo del cinema d’essai e non pretende di esserlo, ma è un film intelligente e incantevole, che racconta la realtà della vita contemporanea in Uganda sottolineando le inequalità e i problemi della sua società, allo stesso tempo risparmiandosi (e risparmiandoci) banalità e romanticismi fuori luogo – incluse le incomprensibili riprese aeree di giraffe che corrono nella savana in qualsiasi film occidentale ambientato nell’Africa subsahariana

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Mira Nair riesce a imprimere ritmo alla storia, tenendo le fila delle sottotrame di tutti i personaggi e mescolando sapientemente la vita privata alle vittorie (strabilianti) di Phiona. Ed è ovviamente impossibile non appassionarsi e non fare il tifo per una ragazzina analfabeta che, dalla povertà più estrema, riesce ad arrivare a rappresentare la sua nazione alle Olimpiadi. Parte del merito della riuscita della pellicola va, naturalmente, anche al cast di attori: Lupita Nyong’o e David Oyelowo sostengono gran parte del peso del film, mentre la giovane esordiente Madina Nalwanga si comporta bene ma non stupisce nel ruolo da protagonista.

Queen of Katwe si rivela sostanzialmente un film per bambini: tutti i protagonisti sono eroi senza macchia che lottano contro un destino avverso (ma nemmeno poi tanto), ma nei confronti dei più piccoli centra pienamente l’obiettivo, narrando una storia (vera) istruttiva, che spiega perfettamente il significato della parola “talento”.

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Mi era stato suggerito da un amico istruttore di scacchi e avevo iniziato a guardarlo con un certo sospetto, immaginando che fosse la classica "operazione Disney" che costruisce una favoletta edificante sulla storia di una bambina povera.
In realtà, il film merita di essere visto e si spinge più in là dei consueti canoni Disney, pur mantenendo un linguaggio cinematografico adatto ai bambini.
Si parla infatti di varie tematiche niente affatto banali, tra cui il l'emancipazione femminile e il "razzismo tra neri".
Riguardo a questo ultimo tema, potremmo riassumere l'insegnamento del film nella celebre battuta del pugile afroamericano Larry Holmes: "È dura essere negro. Ti è mai capitato di esserlo? A me sì, una volta, quando ero povero."
E così, nel film, assistiamo alle prevaricazioni e alle ironie subite dalla piccola protagonista Phiona, che è, per l'appunto, la più povera tra i poveri (il "Katwe" del titolo è la baraccopoli ugandese dove vive).
Per giunta è pure una femmina, in un contesto in cui alle donne viene prospettata un'unica possibilità di sopravvivenza: "vendersi" a un marito. Anche la madre di Phiona, vedova da poco, rifiuta di risposarsi e per questo è isolata, specialmente dalle altre donne che la considerano "superba". Questa agghiacciante ostilità delle donne contro le donne mi fa venire in mente quelle nonne e zie che impongono la mutilazione genitale alle nipotine "per il loro bene" (o quelle che denunciano le maestre d'asilo per i loro video hard...).
In tutto questo, il nobil giuoco si inserisce alla perfezione, sia nei classici aspetti allegorici (il pedone che diventa regina), sia in quelli più concreti che richiamano il talento, lo studio e l'impegno.
L'ho visto volentieri con tutta la famiglia.

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Queen of Katwe è una storia potente perché potente è il materiale originale: tutto ciò che succede a Phiona sullo schermo è accaduto davvero nella realtà, ed è semplicemente impossibile non commuoversi di fronte alle sue vicende. Nella vita di Phiona, il gioco degli scacchi diventa non solo un mezzo per fuggire finalmente dalla fame o da un futuro ben peggiore (più volte viene trattato il tema della prostituzione, che inevitabilmente attende le ragazze povere di Katwe); gli scacchi sono anche lo specchio della vita stessa, una vita in cui servono premeditazione, astuzia, intelligenza, capacità di cavarsela nei momenti più difficili e in ultimo in cui il pezzo più piccolo può trionfare diventando il più grande.

Nonostante ci fosse materiale forte abbastanza da potersi permettere di far leva solo sulla lacrima assicurata, la regista Nair non pecca di pigrizia, inserendo tematiche e riflessioni che portano la storia su un livello superiore. In Phiona non c’è solo il bisogno di riscatto e di migliorare la propria condizione, ma anche l’altro lato, il ben più interessante e meno scontato sentimento di delusione che si ha quando si riesce a toccare con mano una vita migliore, ma subito dopo si è catapultati di nuovo alla realtà. La regista non si tira indietro dal mostrare anche i lati negativi di questa ascesa al successo: se la prima volta che viaggiano all’estero Phiona e i suoi compagni dormono a terra perché non sanno cosa sia un materasso, già dal viaggio successivo è evidente come la ragazza inizi in un certo senso a montarsi la testa, diventando troppo sicura di sé e della vittoria al campionato, e parallelamente certa di poter finalmente diventare benestante e felice.

Regista e sceneggiatore si chiedono dunque fino a dove sia lecito spingersi con i propri sogni, se sia giusto aggrapparsi a un’illusione che potrebbe lasciarci perennemente infelici e insoddisfatti della nostra condizione, oppure se al contrario sia meglio accontentarsi del poco che si ha e non immaginare cosa ci sia al di fuori dei nostri ristretti confini…

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El guion construye una narración donde el ajedrez es incorporado con inteligencia, siendo empleado como la excusa perfecta para poder hablar de otras temáticas que están relacionadas con las relaciones humanas, e incluso como una metáfora de la vida de Phiona; esto, dado que sus fortalezas como competidora en esta disciplina son similares a la manera de enfrentar cada uno de los obstáculos diarios. Casi como jugando estratégicamente, su historia llega a ser una lucha entre las habilidades para decidir las siguientes jugadas, pese a que se arriesgue el triunfo y se experimente el fracaso. Quizás una decisión de este tipo podría caer en detalles que rayen en lo obvio o en rasgos empalagosos, pero hay un manejo que permite que estas conexiones sean hechas de forma sutil y sin sobreexplicar el concepto.

Una de las principales razones que tiene la cinta a su favor es la construcción de sus personajes, quienes logran ser lo suficientemente complejos para representar a sus símiles en la realidad y conseguir la empatía de la audiencia. Por un lado, la perseverancia de Phiona es el motor narrativo que mueve al filme: es a través de su carisma e inteligencia que la historia se siente más auténtica y palpable. Además, la madre de ella –brillante actuación de Lupita Nyong’o– es quien se encarga de concederle realismo al recorrido de la protagonista, puesto que simboliza con cierto dramatismo la posición socioeconómica en la que se encuentra la familia, la que ejercerá de inconveniente para que Phiona desarrolle completamente sus habilidades en el ajedrez. Por otro lado, su entrenador y mentor (David Oyelowo) es la voz alentadora presente en todo momento; son sus formas de motivación y su aliento lo que hacen de la protagonista alguien mucho más fuerte. Cada uno de ellos encarna arquetipos que calzan sin mayor esfuerzo dentro de una gran historia, y sus motivaciones hacen del relato una película cercana y fácil de seguir.

La dirección de Mira Nair está enfocada en mostrar los rincones de África en su plenitud, dando cuenta de una búsqueda de representar el escenario como tangible y próximo. La fotografía a cargo de Sean Bobbitt (“12 Years A Slave”, 2013) acerca las calles de Katwe a través de imágenes vibrantes y coloridas, en un viaje al interior de Uganda, donde las diferencias sociales se dejan notar y la lucha para sobrevivir en la pobreza es escenificada con fragilidad y crudeza. Son estos elementos los que aportan positivamente al momento de ensamblar las piezas de un rompecabezas que, visto desde lejos, habla de sencillez y emociones.

“Reina de Katwe” pretende contar una gran historia, pero de manera simple. Aunque existen momentos donde se dirige hacia un sentimentalismo fácil, gira rápidamente para no caer en vicios que la transformarían en un drama que clame por lágrimas. Por el contrario, con personajes que no flaquean, la cinta se mantiene en pie hasta el final y demuestra que su principal objetivo es relatar la hazaña de una joven que, teniendo todo en contra, lucha por alcanzar sus objetivos, tal como en un juego de ajedrez, donde cada decisión cuenta para triunfar.

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mercoledì 5 gennaio 2022

Sir - Cenerentola a Mumbai - Rohena Gera

Ratna, giovane vedova, deve andare in città a fare la serva, visto che deve mantenere i suoceri e deve pagare le spese per la scuola alla sorella.

Sir è una fiaba, non in stile Bollywood, e mostra la vergognosa realtà indiana delle caste, dei padroni e degli schiavi e delle schiave.

c'è una storia di un rapporto padrone-serva che si evolve, ma sembra inconcepibile a Ratna affrancarsi dalla sua condizione di eterna e immutabile sottomissione.

i film riescono a mostrare quello che le parole, spesso, non riescono a esprimere, e questo film andrebbe visto a scuola, dove non arrivano le parole dei libri arriverà questa storia.

buona (casta) visione - Ismaele


 

QUI il film completo, in italiano, su Raiplay

 

 

 

Se crediamo alla vicenda di Ashwin e Ratna, se vogliamo crederci, in questi tempi cinici e diffidenti, è perché la regia ce la pone su un piano di possibilità anziché di realtà. Si apre allora lo spazio del sogno, che è il vero regalo del cinema, laddove la fiaba su carta impone la contentezza e l'ultima parola.

Nel procedere a piccoli passi per costruire la relazione tra i protagonisti, il film di Rohena Gera non solo riesce a evocare la tensione erotica che la commedia sentimentale di cassetta non si dà mai il tempo di lasciar affiorare (preferendo risolvere la cosa con facili e usurate metafore), ma rende anche l'idea di un percorso che è lontano dall'essere praticabile a passo di marcia e può avvenire solo per piccoli scarti, impercettibili disequilibri.

La trama appare esile, dunque, e la distanza breve, quanto quella tra due stanze di uno stesso corridoio, ma è un'illusione ottica, perché nel contesto di riferimento non si è che sulla soglia di quel tratto di cammino. Ben vengano, perciò, i film come questo, che aprono gentilmente la porta, come fa la cameriera protagonista: i loro tanti compromessi si perdonano più facilmente. 

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…Per parlare di questo film è importante fare un doveroso preambolo. L’india ha una forza lavoro domestica di 40 milioni di persone, per lo più donne, che lavorano senza contratto, né diritti, in condizioni simili ad una moderna schiavitù. Oltre alle condizioni estreme in cui sono costrette a lavorare devono anche subire umiliazioni quotidiane: mangiano sedute sul pavimento, dormono a terra e non possono usare lo stesso bagno del padrone (per i curiosi, il tema del bagno è trattato in maniera molto eloquente nel film Toilet: Ek Prem Katha dell’indiano Shree Narayan Singh).

 

Attenzione: non ci troviamo davanti ad un melodramma stile Bollywood, con balli colorati, canti e cose di questo tipo e, possiamo dire tranquillamente, che non è neanche un vero dramma neorealista ma è una fiaba. Ebbene sì: SIR è una bella fiaba, senza fronzoli, senza laccature ed eccessi. Lo stile indiano c’è, ma è presente in maniera assolutamente contestualizzata nei sotto testi sociali, dove la cultura orientale si avvicina a quella occidentale.

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…ci troviamo a fare i conti con un copione già scritto, che nel caso specifico del film della Gera riesce tuttavia a generare sullo schermo momenti intensi e di grande dolcezza, nei quali viene facile rispecchiarsi e provare empatia. In tal senso, le scene tra le mura domestiche che descrivono e mostrano il crescere dei un sentimento tra Ratna e Ashwin (su tutte il primo bacio e la consegna della macchina da cucire) sono dispensatrici generose di sorrisi e commozione.

Se ciò riesce a prendere forma e sostanza sullo schermo il merito è sicuramente dell’autrice, capace di aggiungere qualche spezia interessante ad una minestra altrimenti solo riscaldata per l’occasione. E ad aiutarla nell’operazione ci hanno pensato le avvolgenti musiche di Pierre Aviat, ma soprattutto le interpretazioni di Vivek Gomber e Tillotama Shome, quest’ultima familiare alle platee nostrane per avere vestito i panni di Alice in Monsoon Wedding di Mira Nair e di Medha in Gangor di Italo Spinelli.

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