In quel quasi-continente che è l’India esistono mille problemi, i più grandi, fra i tantissimi, sono il sistema delle caste e la persecuzione dei musulmani da parte degli indù, come appare nel film.
due amici d'infanzia (e quindi per sempre) crescono insieme e voglio fare i poliziotti, ma non è mica facile, e poi arriva il covid19, maggior razzismo e anche fame, e poi per troppe persone anche la morte.
prodotto da un certo Martin Scorsese, che avrà visto l'epica tragica di due amici, e di un popolo intero.
per tutti quelli che vedono solo film a stelle e strisce sarà una sorpresa, ma con una decina di sale sarà difficile che lo possano vedere in molti, c'è SuperMario in 700 sale, c'è Zendaya in 400 sale, c'è Bradley Cooper in 250 sale, come pure Ryan Gosling.
e però cercate Homebound, vi ricompenserà.
buona (drammatica) visione - Ismaele
…Homebound in
tal senso è anche un atto d’accusa contro la società indiana contemporanea, che
con le “armi” a sua disposizione punta il dito contro i conflitti di classe (e
di casta), le varie forme di razzismo e più di un riferimento ai diritti negati
rispetto alla condizione femminile nel Paese attraverso le vicende delle
sorelle e delle madri dei personaggi principali. Ghaywan, che per l’opera in
oggetto ha attinto pure al suo vissuto provenendo come Chandan dalla comunità
Dalit, storicamente collocata ai margini del sistema delle caste indiano, è
persona informata dei fatti e testimone oculare avendo provato sulla sua pelle
le suddette dinamiche. Una vicinanza ai personaggi e alle loro esistenze, da
lui condivise, che rendono il film molto personale e ciò traspare dalla
visione…
…Non più cinema di rottura, o presunto tale, come invece poteva apparire
l’esordio di Ghaywan – quantomeno nei suoi intenti velleitari e in contrasto
con la Bollywood del periodo, che per forza di cose non è nemmeno più quella di
oggi – bensì vero e proprio modello di intrattenimento popolare, evidentemente
contaminato da immaginari altri, su tutti il road movie statunitense e non
solo: basti prestare attenzione al lavoro sugli scenari e a un certo utilizzo
enfatico, talvolta perfino eccedente, della musica.
…Homebound
– Storia di un’amicizia in India si distingue per la sua capacità di
osservare senza giudicare e di raccontare senza semplificare. Ghaywan dimostra
una maturità registica notevole, costruendo un film che riesce a essere al
tempo stesso intimo e politico, personale e universale.
La
sua forza sta proprio in questa tensione: nel modo in cui riesce a trasformare
una storia individuale in una riflessione più ampia sulle contraddizioni di un
intero sistema, senza mai perdere di vista la dimensione umana. Ghaywan non
cerca soluzioni né costruisce un discorso didascalico, ma lascia emergere le
dinamiche sociali attraverso i percorsi dei suoi personaggi, facendo convivere
il racconto intimo con uno sguardo politico preciso e consapevole. È in questo
equilibrio, mai ostentato ma sempre presente, che Homebound trova
la sua identità più compiuta.
…Solo chi conosce abbastanza bene dal di dentro
l’India può comprendere un film così stratificato. Io ci sono stato sette
volte, forse non mi è del tutto ignoto il suo assunto centrale: la speranza è
la protagonista sfortunata della storia. I margini della società indiana
vengono ripercorsi come se fossero le carte di un tradizionale gioco da tavola
di origine inglese, “Scale e serpenti”. I due amici d’infanzia protagonisti
della storia sono infatti uniti dalle scale sociali che vengono loro negate e
divisi dalla lunghezza dei serpenti che continuano a inghiottirli. Lo schema è
feroce. Ogni progresso viene inevitabilmente interrotto da un crudele gioco del
destino; ogni piccolo passo è accompagnato dalla minaccia di una rovinosa
caduta. Un impiegato di basso rango impressiona i capi e viene promosso a
venditore contro ogni previsione, ma la gioia è di breve durata. Un giovane
operaio manda soldi a casa per finanziare un tetto di cemento, ma la sua
condizione di sfavorito è transitoria. Un’aspra lite è seguita da una riunione
che infonde speranza, ma dura poco. La costante soppressione della speranza
riflette la struttura sociale distorta di un Paese in cui tutto, comprese le
emozioni, è regolato dalla gerarchia.
Non c’è tregua: anche l’umiliazione è gerarchica.
L’ambizioso dalit Chandan Kumar e l’ambizioso musulmano Mohammed Shoaib Ali, in
quanto minoranze in un’epoca di dilagante fascismo, hanno un legame plasmato
dalla solidarietà e dalla reciproca disillusione. Chandan difende Shoaib e
Shoaib difende Chandan: sono uniti dalla condivisione degli stessi spazi. La
loro fratellanza è priva di identità: le famiglie si mescolano. Potrebbero
essere vittime della società, ma la loro cancellazione è per forza di cose
plurale: la loro invisibilità è costretta a competere. Il film di Neeraj
Ghaywan si propone di rivelare che l’oppressione in una democrazia è plasmata
dalla democrazia dell’oppressione: lo stigma è relativo nell’intersezionalità
di casta, fede e genere. C’è sempre qualcuno che sta peggio: che si tratti
dell’indù emarginato, del musulmano della classe operaia, della ragazza dalit
che frequenta l’università, del bracciante agricolo analfabeta o della donna
dalit non sposata…
NOTE DI REGIA
È passato esattamente un decennio da quando ho
realizzato il mio primo lungometraggio. Non riesco a comprendere appieno cosa
mi abbia tenuto lontano per tutto questo tempo, ma non ho più rimpianti.
Continuo a cercare un senso in un mondo che spesso sembra distrutto e
indifferente, e cerco di trovarlo attraverso il mio lavoro.
Voglio raccontare storie che mi commuovano nel
profondo.
Nel mio secondo film, Homebound,
ho voluto esplorare le lotte silenziose e in gran parte invisibili di persone
che troppo spesso vengono ridotte a semplici statistiche. In questo mondo di
complessità e sofferenza travolgenti, dimentichiamo che dietro ogni numero c’è
un essere umano, con sogni, desideri e legami con gli altri. Questo film parla
proprio di questi legami: il profondo legame tra due amici d’infanzia le cui
vite sono plasmate da forze al di fuori del loro controllo, e di come cercano
dignità all’interno di un sistema che continua a ignorarli.
Parte di ciò che mi attrae di queste storie è
personale. Provengo da una comunità emarginata e il mio background di Dalit,
considerato il più basso nel sistema delle caste indiano, ha plasmato sia la
mia visione del mondo che il mio cinema. Per gran parte della mia vita ho
nascosto questa identità, fingendo di appartenere a una casta superiore,
ossessionato dalla paura di essere smascherato.
Quell’esperienza di cancellazione e silenzio è
profondamente radicata in me ed è per questo che l’identità continua a essere
uno dei temi centrali del mio lavoro.
L’idea per questo film è nata quando ho letto
una storia che mi ha spezzato il cuore. Non era solo per la perdita che
descriveva, ma per l’immagine di un uomo che viveva nella gioia semplice,
ignaro della tempesta che stava per sconvolgere il suo mondo. In quel momento
ho visto qualcosa di profondamente umano. In mezzo alle difficoltà e alle
lotte, c’è bellezza. C’è gioia. C’è amore.
Homebound esplora questa idea. Non è solo una storia di dolore, ma anche di
affinità, di come l’amore resista nonostante le difficoltà e di come due
persone possano ancora ridere, sognare e sostenersi a vicenda anche quando il
mondo che le circonda minaccia di schiacciare il loro spirito.
Riguarda i momenti di quiete: gli sguardi
condivisi, il conforto non detto, i barlumi di speranza in un panorama
spietato.
Sono sempre stato attratto dai personaggi che
vivono ai margini, i cui sogni non vengono riconosciuti dal mondo esterno.
Non volevo ritrarli solo attraverso la lente
delle avversità, ma rivelare la loro ricca vita interiore: i loro desideri, le
loro paure e le loro complessità.
In Homebound, ho cercato di
restituire loro l’umanità, catturando sia il modo in cui sono plasmati dalle
circostanze, sia il modo in cui le trascendono silenziosamente.
“Lascia che tutto ti accada: la
bellezza e il terrore. Continua semplicemente ad andare avanti. Nessun
sentimento è definitivo”.
Questa citazione di Rilke è diventata la
colonna portante filosofica del film. Volevo rendere omaggio alle difficoltà,
ma anche mettere in luce la bellezza, l’amore e la silenziosa resilienza che si
celano al loro interno. L’amicizia al centro di questa storia non è basata
sulla pietà, ma è un legame di forza, di esperienze condivise, di comprensione
tacita.
Ci sono milioni di persone a cui storicamente
è stata negata la voce, la visibilità, il loro posto nel mondo. La mia speranza
è che attraverso questa storia si sentano visti. Che il mondo possa guardare
più da vicino, con empatia, e iniziare a notare ciò che è stato condizionato a
ignorare.
…Pur
avvicinandosi a una condizione melodrammatica, Homebound riesce
fortunatamente a tirarsene fuori grazie a un andamento narrativo nel complesso
abbastanza costante, con una propensione a trattenere e a non indulgere in
ricette o consigli non richiesti, lasciando con semplicità che le conseguenze
delle scelte fatte dai singoli restino aperte.
Lo stesso titolo acquista in quest’ottica un
significato ben preciso. “Tornare a casa”, infatti, non si prefigura come un
luogo o un ritorno alle origini rassicurante e rasserenante. Al contrario,
spinge lo spettatore a porsi domande in relazione al concetto di sentirsi
nuovamente at home quando ogni elemento ormai è mutato dal
punto di vista sociale e personale, inficiando i legami sottesi a questa
variabile spaziale ma anche temporale. Una tesi che si pone a mo’ di tensione
irrisolta, cedendo agli astanti un compito di rielaborazione che va ben al di
là di un finale appena abbozzato. Probabilmente è proprio in questa chiave di
lettura – estremamente garantista dell’indipendenza di giudizio dello
spettatore – la forza maggiore di una pellicola in cui, forse, la verità
sociologica del “cambiare tutto perché nulla cambi” (cit.) trova la sua
applicazione più efficace, ben oltre semplificazioni di maniera trite e
prevedibili.
Nessun commento:
Posta un commento