venerdì 3 aprile 2026

Homebound – Storia di un’amicizia in India - Neeraj Ghaywan

In quel quasi-continente che è l’India esistono mille problemi, i più grandi, fra i tantissimi, sono il sistema delle caste e la persecuzione dei musulmani da parte degli indù, come appare nel film.

due amici d'infanzia (e quindi per sempre) crescono insieme e voglio fare i poliziotti, ma non è mica facile, e poi arriva il covid19, maggior razzismo e anche fame, e poi per troppe persone anche la morte.

prodotto da un certo Martin Scorsese, che avrà visto l'epica tragica di due amici, e di un popolo intero.

per tutti quelli che vedono solo film a stelle e strisce sarà una sorpresa, ma con una decina di sale sarà difficile che lo possano vedere in molti, c'è SuperMario in 700 sale, c'è Zendaya in 400 sale, c'è Bradley Cooper in 250 sale, come pure Ryan Gosling.

e però cercate Homebound, vi ricompenserà.

buona (drammatica) visione - Ismaele 

 

 

Homebound in tal senso è anche un atto d’accusa contro la società indiana contemporanea, che con le “armi” a sua disposizione punta il dito contro i conflitti di classe (e di casta), le varie forme di razzismo e più di un riferimento ai diritti negati rispetto alla condizione femminile nel Paese attraverso le vicende delle sorelle e delle madri dei personaggi principali. Ghaywan, che per l’opera in oggetto ha attinto pure al suo vissuto provenendo come Chandan dalla comunità Dalit, storicamente collocata ai margini del sistema delle caste indiano, è persona informata dei fatti e testimone oculare avendo provato sulla sua pelle le suddette dinamiche. Una vicinanza ai personaggi e alle loro esistenze, da lui condivise, che rendono il film molto personale e ciò traspare dalla visione…

da qui

 

Non più cinema di rottura, o presunto tale, come invece poteva apparire l’esordio di Ghaywan – quantomeno nei suoi intenti velleitari e in contrasto con la Bollywood del periodo, che per forza di cose non è nemmeno più quella di oggi – bensì vero e proprio modello di intrattenimento popolare, evidentemente contaminato da immaginari altri, su tutti il road movie statunitense e non solo: basti prestare attenzione al lavoro sugli scenari e a un certo utilizzo enfatico, talvolta perfino eccedente, della musica.

da qui

 

Homebound – Storia di un’amicizia in India si distingue per la sua capacità di osservare senza giudicare e di raccontare senza semplificare. Ghaywan dimostra una maturità registica notevole, costruendo un film che riesce a essere al tempo stesso intimo e politico, personale e universale.

La sua forza sta proprio in questa tensione: nel modo in cui riesce a trasformare una storia individuale in una riflessione più ampia sulle contraddizioni di un intero sistema, senza mai perdere di vista la dimensione umana. Ghaywan non cerca soluzioni né costruisce un discorso didascalico, ma lascia emergere le dinamiche sociali attraverso i percorsi dei suoi personaggi, facendo convivere il racconto intimo con uno sguardo politico preciso e consapevole. È in questo equilibrio, mai ostentato ma sempre presente, che Homebound trova la sua identità più compiuta.

da qui

 

Solo chi conosce abbastanza bene dal di dentro l’India può comprendere un film così stratificato. Io ci sono stato sette volte, forse non mi è del tutto ignoto il suo assunto centrale: la speranza è la protagonista sfortunata della storia. I margini della società indiana vengono ripercorsi come se fossero le carte di un tradizionale gioco da tavola di origine inglese, “Scale e serpenti”. I due amici d’infanzia protagonisti della storia sono infatti uniti dalle scale sociali che vengono loro negate e divisi dalla lunghezza dei serpenti che continuano a inghiottirli. Lo schema è feroce. Ogni progresso viene inevitabilmente interrotto da un crudele gioco del destino; ogni piccolo passo è accompagnato dalla minaccia di una rovinosa caduta. Un impiegato di basso rango impressiona i capi e viene promosso a venditore contro ogni previsione, ma la gioia è di breve durata. Un giovane operaio manda soldi a casa per finanziare un tetto di cemento, ma la sua condizione di sfavorito è transitoria. Un’aspra lite è seguita da una riunione che infonde speranza, ma dura poco. La costante soppressione della speranza riflette la struttura sociale distorta di un Paese in cui tutto, comprese le emozioni, è regolato dalla gerarchia.

Non c’è tregua: anche l’umiliazione è gerarchica. L’ambizioso dalit Chandan Kumar e l’ambizioso musulmano Mohammed Shoaib Ali, in quanto minoranze in un’epoca di dilagante fascismo, hanno un legame plasmato dalla solidarietà e dalla reciproca disillusione. Chandan difende Shoaib e Shoaib difende Chandan: sono uniti dalla condivisione degli stessi spazi. La loro fratellanza è priva di identità: le famiglie si mescolano. Potrebbero essere vittime della società, ma la loro cancellazione è per forza di cose plurale: la loro invisibilità è costretta a competere. Il film di Neeraj Ghaywan si propone di rivelare che l’oppressione in una democrazia è plasmata dalla democrazia dell’oppressione: lo stigma è relativo nell’intersezionalità di casta, fede e genere. C’è sempre qualcuno che sta peggio: che si tratti dell’indù emarginato, del musulmano della classe operaia, della ragazza dalit che frequenta l’università, del bracciante agricolo analfabeta o della donna dalit non sposata…

da qui

 

NOTE DI REGIA

È passato esattamente un decennio da quando ho realizzato il mio primo lungometraggio. Non riesco a comprendere appieno cosa mi abbia tenuto lontano per tutto questo tempo, ma non ho più rimpianti. Continuo a cercare un senso in un mondo che spesso sembra distrutto e indifferente, e cerco di trovarlo attraverso il mio lavoro.

Voglio raccontare storie che mi commuovano nel profondo.

Nel mio secondo film, Homebound, ho voluto esplorare le lotte silenziose e in gran parte invisibili di persone che troppo spesso vengono ridotte a semplici statistiche. In questo mondo di complessità e sofferenza travolgenti, dimentichiamo che dietro ogni numero c’è un essere umano, con sogni, desideri e legami con gli altri. Questo film parla proprio di questi legami: il profondo legame tra due amici d’infanzia le cui vite sono plasmate da forze al di fuori del loro controllo, e di come cercano dignità all’interno di un sistema che continua a ignorarli.

Parte di ciò che mi attrae di queste storie è personale. Provengo da una comunità emarginata e il mio background di Dalit, considerato il più basso nel sistema delle caste indiano, ha plasmato sia la mia visione del mondo che il mio cinema. Per gran parte della mia vita ho nascosto questa identità, fingendo di appartenere a una casta superiore, ossessionato dalla paura di essere smascherato.

Quell’esperienza di cancellazione e silenzio è profondamente radicata in me ed è per questo che l’identità continua a essere uno dei temi centrali del mio lavoro.

L’idea per questo film è nata quando ho letto una storia che mi ha spezzato il cuore. Non era solo per la perdita che descriveva, ma per l’immagine di un uomo che viveva nella gioia semplice, ignaro della tempesta che stava per sconvolgere il suo mondo. In quel momento ho visto qualcosa di profondamente umano. In mezzo alle difficoltà e alle lotte, c’è bellezza. C’è gioia. C’è amore.

Homebound esplora questa idea. Non è solo una storia di dolore, ma anche di affinità, di come l’amore resista nonostante le difficoltà e di come due persone possano ancora ridere, sognare e sostenersi a vicenda anche quando il mondo che le circonda minaccia di schiacciare il loro spirito.

Riguarda i momenti di quiete: gli sguardi condivisi, il conforto non detto, i barlumi di speranza in un panorama spietato.

Sono sempre stato attratto dai personaggi che vivono ai margini, i cui sogni non vengono riconosciuti dal mondo esterno.

Non volevo ritrarli solo attraverso la lente delle avversità, ma rivelare la loro ricca vita interiore: i loro desideri, le loro paure e le loro complessità.

In Homebound, ho cercato di restituire loro l’umanità, catturando sia il modo in cui sono plasmati dalle circostanze, sia il modo in cui le trascendono silenziosamente.

Lascia che tutto ti accada: la bellezza e il terrore. Continua semplicemente ad andare avanti. Nessun sentimento è definitivo”.

Questa citazione di Rilke è diventata la colonna portante filosofica del film. Volevo rendere omaggio alle difficoltà, ma anche mettere in luce la bellezza, l’amore e la silenziosa resilienza che si celano al loro interno. L’amicizia al centro di questa storia non è basata sulla pietà, ma è un legame di forza, di esperienze condivise, di comprensione tacita.

Ci sono milioni di persone a cui storicamente è stata negata la voce, la visibilità, il loro posto nel mondo. La mia speranza è che attraverso questa storia si sentano visti. Che il mondo possa guardare più da vicino, con empatia, e iniziare a notare ciò che è stato condizionato a ignorare.

da qui

 

Pur avvicinandosi a una condizione melodrammatica, Homebound riesce fortunatamente a tirarsene fuori grazie a un andamento narrativo nel complesso abbastanza costante, con una propensione a trattenere e a non indulgere in ricette o consigli non richiesti, lasciando con semplicità che le conseguenze delle scelte fatte dai singoli restino aperte.
Lo stesso titolo acquista in quest’ottica un significato ben preciso. “Tornare a casa”, infatti, non si prefigura come un luogo o un ritorno alle origini rassicurante e rasserenante. Al contrario, spinge lo spettatore a porsi domande in relazione al concetto di sentirsi nuovamente at home quando ogni elemento ormai è mutato dal punto di vista sociale e personale, inficiando i legami sottesi a questa variabile spaziale ma anche temporale. Una tesi che si pone a mo’ di tensione irrisolta, cedendo agli astanti un compito di rielaborazione che va ben al di là di un finale appena abbozzato. Probabilmente è proprio in questa chiave di lettura – estremamente garantista dell’indipendenza di giudizio dello spettatore – la forza maggiore di una pellicola in cui, forse, la verità sociologica del “cambiare tutto perché nulla cambi” (cit.) trova la sua applicazione più efficace, ben oltre semplificazioni di maniera trite e prevedibili.

da qui

 

  


Nessun commento:

Posta un commento