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sabato 3 agosto 2019

Kevin Spacey legge dei versi di Gabriele Tinti, "The Boxer"



…I feel
my body
free
I feel
every fiber in me
that reacts
I keep moving
and hitting
we’re there!
he’s feeling
my blows
I know I have to
hold fast
and carry on
he hits me
in the face
a rush
goes through me pure
unstemmed
pain
I touch myself
the wound
is open
it spurts blood
but it’s
nothing
everything’s
good
it’s only
blood
I stare at him
he stares
back
but I’m
good
we’re there!
I see
nothing now
I feel
I only feel
a great heat
rising
and my body
gasp
gush
it’s my body
yes
my body
that gasps
foams
burns
all I can
sense
is spasm
all I can
feel
is pain
but it lasts
a moment
it lasts
only
a moment
it’s all over
it went
as it had to
as I would
have wanted
it not to
I look at myself
as if from a distance
the open wound
still spurting
blood
but it’s ok
like this
I’ve always lived
like this
in a red
red
sea
of blood
I look at myself
and see myself
a distance
and everything
is splendor
in the place I am
everything
is calm
and rapture
and pleasure
everything
is love
I look at myself
and see a man
just a man.



…sento
il mio corpo
libero
sento
ogni fibra in me
che reagisce
continuo a muovermi
e a colpire
ci siamo!
lui accusa
i miei colpi
capisco che
devo tener duro
e andare avanti
mi colpisce
in faccia
esonda in me
dolore puro
inarginato
mi tocco
la piaga
è aperta
sbotta sangue
ma non è
niente
va tutto
bene
è solo
sangue
lo fisso
quell’occhio
ricambia
ma sto
bene
ci siamo!
non vedo
più nulla
sento
sento soltanto
un gran calore
venire su
e il mio corpo
rantolare
sboccare
è il mio corpo

il mio corpo
che rantola
schiuma
avvampa
sono tutte
fitte
quelle che sento
è tutto
dolore
quello che provo
ma dura
un attimo
dura
un attimo
soltanto
è tutto finito
è andata
come doveva
come avrei voluto
non andasse
mi guardo
come da lontano
la piaga aperta
sbotta ancora
sangue
ma va bene
così
ho sempre vissuto
così
in un mare
rosso
rosso
di sangue
mi guardo
e mi vedo
una lontananza
e tutto
è splendore
lì dove sono
tutto
è calma
e voluttà
e piacere
tutto
è amore
mi guardo
e vedo un uomo
un uomo soltanto.

lunedì 24 luglio 2017

Lion - La strada verso casa - Garth Davis

Saroo da piccolo è immenso, corre corre corre, si merita la medaglia d'oro per la mezza maratona, oltre che un Oscar.
la storia è terribile, e bellissima.

Saroo sembra il bambino dell'Elogio dell'infanzia (di Peter Handke):

Quando il bambino era bambino,
camminava con le braccia ciondoloni,
voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente
e questa pozzanghera il mare.
Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un’anima
e tutte le anime erano un tutt’uno.
Quando il bambino era bambino
non aveva opinioni su nulla,
non aveva abitudini,
sedeva spesso con le gambe incrociate,
e di colpo si metteva a correre,
aveva un vortice tra i capelli
e non faceva facce da fotografo.
Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
c’è veramente il male e gente veramente cattiva?
come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono?
Quando il bambino era bambino,
si strozzava con gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
e con il cavolfiore bollito,
e adesso mangia tutto questo, e non solo per necessità.
Quando il bambino era bambino,
una volta si svegliò in un letto sconosciuto,
e adesso questo gli succede sempre.
Molte persone gli sembravano belle,
e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di fortuna.
Si immaginava chiaramente il Paradiso,
e adesso riesce appena a sospettarlo,
non riusciva a immaginarsi il nulla,
e oggi trema alla sua idea.
Quando il bambino era bambino,
giocava con entusiasmo,
e, adesso, è tutto immerso nella cosa come allora,
soltanto quando questa cosa è il suo lavoro.
Quando il bambino era bambino,
per nutrirsi gli bastavano pane e mela,
ed è ancora così.
Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano come solo le bacche sanno cadere,
ed è ancora così,
le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed è ancora così,
a ogni monte,
sentiva nostalgia per una montagna ancora più alta,
e in ogni città,
sentiva nostalgia per una città ancora più grande,
ed è ancora così,
sulla cima di un albero prendeva le ciliegie tutto euforico,
com’è ancora oggi,
aveva timore davanti a ogni estraneo,
e continua ad averlo,
aspettava la prima neve,
e continua ad aspettarla.
Quando il bambino era bambino,
lanciava contro l’albero un bastone come fosse una lancia,
che ancora continua a vibrare. (da qui).

poi cresce e Dev Patel, sempre molto bravo, diventa Saroo.
bravissima anche Nicole Kidman, in una parte da casalinga, senza sex appeal.
se non avete paura che gli occhi si appannino è il film per voi, anch'io non ho resistito.
nel film ci sono mille cose, ma sono ben amalgamate, meno male che qualcosa di bello portano ai cinema estivi.

cercatelo, vi piacerà, una storia dei nostri tempi, dove convivono la schiavitù e Google Earth, gli obesi e i morti di fame, los todopoderosos y los de abajo - Ismaele

in questa recensione poetica come non citare Bertolt Brecht?
Il dormitorio
Sento che a New York
all'angolo fra la 26.a strada e Broadway
durante i mesi d'inverno ogni sera c'è un uomo
e ai senzatetto che là si radunano
pregando i passanti procura nel dormitorio un letto.

Il mondo così non si muta,
i rapporti fra gli uomini così non si fanno migliori
l’era dello sfruttamento così non diventa più breve.
Ma alcuni uomini hanno un letto per la notte,
il vento per una nottata viene tenuto lontano da loro,
la neve a loro destinata cade sulla strada.

Non chiudere il libro dove questo leggi, uomo.
Alcuni uomini hanno un letto per la notte,
il vento per una nottata viene tenuto lontano da loro,
la neve a loro destinata cade sulla strada.
Ma il mondo così non si muta,
i rapporti fra gli uomini così non si fanno migliori
l’era dello sfruttamento così non diventa più breve.


















Un film molto emotivo e sincero, in cui non vi sono forzature melodrammatiche. Garth Davis si fa portavoce di una storia sincera e lo fa mantenendosi a distanza, facendo parlare la fragilità del giovane protagonista. “Lion” é un abbraccio affettivo che ci fa entrare in una realtà totalmente diversa dalla nostra, e lo fa con assoluta sensibilità e dedizione.

Lion’s first half, which focuses on the young Saroo, is exceptionally well done. Davis effectively captures the boy’s fear and confusion at being separated from his brother then stranded in a strange country where he understands nothing, can’t speak the language and doesn’t know the culture. Non-professionally trained actor Sunny Pawar (who doesn’t speak English) conveys the essence of a child’s view of this big, frightening world…

Hay un plano que a mi especialmente me gusta repensar y es cuando Saroo, perdido en Calcuta, se mira a los ojos (con una profundidad y pureza que pocos actores consiguen) de los otros niños como si se tratase de un espejo, sin ninguna intercesión del egoísmo identitario, viéndose reflejado en las acciones del otro, mientras que cuando viaja a Australia, le enseñan a ser un ego individualizado, a competir contra los demás. Por otra parte, la crudeza de la realidad de Calcuta es bien reflejada casi sin filtros por el director. Es un buen trabajo de inmersión.
Lion, al final pone sobre la mesa la búsqueda de nosotros mismos, del hogar, de la familia como construcción, la infancia como nostalgia y anhelo, el crecimiento y la superación personal, pero sobre todo, la necesidad de la memoria en una civilización que engulle progresivamente a las otras. Es una historia sobre la convivencia entre culturas y sus conflictos personales.

Certo, una di quelle storie ricattatorie cui non ce la si fa a resistere, anche per non passare da cinici e insensibili ai mali del mondo, con dentro tutte le miserie e le sofferenze atte a suscitare il nostro senso di colpa di affluenti occidentali. Ma con un senso robusto della narrazione, con un racconto che, finché si muove sullo sfondo dell’India delle ultime caste e delle sue città-mostro, non annoia e perfino avvince, anche grazie a un attore bambino di quelli che rubano la scena e sembrano nati per la macchina da presa (nome da annotare: Sunny Pawar). Se Lion riesce a evitare il peggio è anche per la regia, energetica e assai fisica, assai corporale, per niente formalistica e ingessata, del giovane australiano (viene da lì, Australia e Nuova Zelanda, la produzione, cui poi ha apposto il proprio sigillo Harvey Weinstein) Garth Davis, al suo primo lungometraggio, ma con alle spalle la direzione condivisa con Jane Campion di una serie di peso e di culto come Top of the Lake. E poi il cast, ottimo. Con un Dev Patel – tutti i ruoli di giovane uomo di origine indiana vanno a lui – che sa di avere una buona carta in mano e non se la lascia scappare, e con la migliore Nicole Kidman degli ultimi anni, dimessa al punto giusto e qualunque al punto giusto, quale madre adottiva del protagonista. Sì, c’è anche Rooney Mara, ma in un ruolo inconsistente che spreca il suo talento e quella sua naturale grazia audreyhepburniana. Storia vera signori, verissima, di vere lacrime e veri dolori, perché si sa che la vita sa essere più romanzesca di ogni invenzione, e questo è il caso, tantopiù che ci son di mezzo ambienti esotici dove diventa possibile quel che da noi è perfino inimmaginabile…
…La seconda parte, con Saroo ormai grande avvolto sì nel confortevole benessere della famiglia adottiva ma ansioso di ritrovare come usa dirsi le proprie radici, è più di maniera e sentimentalista. Eppure anche qui ci sono passaggi non così melensi che instillano qualche sano dubbio e interrogativo sugli effetti collaterali che l’adozione, ogni adozione, anche la meglio intenzionata, può comportare. Si guardi al fratello adottivo di Saroo, che mai si integrerà sviluppando invece una sorda ostilità verso un mondo che non è il suo e non ha scelto. Ma anche l’ottimo Saroo, consolazione di mamma e papà d’Australia, ci ha sempre quel grumo dentro, quel bisogno di ritrovare la vera madre, quel richiamo così prepotentemente biologico che contraddice ogni versione semplificatoria e tranquillizzante dell’adozione, quell’aura di correttezza che la circonda, quell’ideologia e mitologia salvifica così autosbandierata: ma l’abbiamo fatto per lui! ma gli abbiamo garantito un futuro e una vita migliore! ma l’abbiamo strappato alla fame e alla miseria! ma gli abbiamo dato quell’amore che non avrebbe avuto! Sottacendo magari poderosi egoismi e grovigli psicologici assai complessi…

Dev Patel consigue transmitir con sensibilidad, con delicadeza, la sensación de confusión, de sentimiento de pérdida. Logra emocionar, pero es Sunny Pawar, el niño Saroo, el que está maravilloso en su papel. Su interpretación (mejor verla en original, no doblado) es auténtica, cautivadora.
“Lion” plantea cuestiones de peso en una historia de superación de infancias difíciles, de vínculos familiares, de pérdidas y reencuentros, logrando una película envolvente en su primera parte, conmovedora y bien construida a pesar de ir de más a menos.

en su tramo final es capaz Lion de sobreponerse para entregar uno de esos desenlaces emotivos y capaces de sacar la lágrima al público más duro de corazón. Broche final previsible para uno de los filmes, en conjunto, más bellos e inspiradores del año, de esos que parecen pensados al detalle para colarse en las carreras de premios.
da qui

la mamma di Saroo è in queste fotografie:



mercoledì 4 gennaio 2017

Paterson – Jim Jarmusch

ho visto il film insieme ad Antonella, ecco la sua bella recensione:
"Ci sono due coincidenze che mi risuonano dopo aver  gustato Paterson.  La prima , gli auguri  di buon anno scritti da Rosa Luxemburg dal carcere (“...Ne hai ora abbastanza come auguri per l'anno nuovo? Procura allora di rimanere un essere umano. Rimanere un essere umano è la cosa principale. E questo vuol dire rimanere saldi e chiari e sereni, sì sereni malgrado tutto, perché lagnarsi è segno di debolezza.
Rimanere umani significa gettare con gioia la propria vita "sulla grande bilancia del destino" quando è necessario farlo, ma nel contempo gioire di ogni giorno di sole e di ogni bella nuvola; ah, non so scrivere una ricetta per essere umani, so soltanto come si è umani...”. La seconda  il titolo del saggio di Judit Butler “ a chi spetta una buona vita?”
Il film condensa nel restare umani vivendo una buona vita, una settimana nell’esistenza di un driver della cittadina di  Paterson ( un eccellente Adam Driver , driver, appunto), della sua compagna (bravissima e divertentissima  Golshifteh Farahani),  il loro cane. Gli occhi di un poeta leggono la poesia di una cittadina e dei suoi abitanti che giocano a scacchi, amano, sentono buona musica e cucinano ( chi cucina negli USA?)  Negli occhi del driver non entrano la violenza, gli inseguimenti rocamboleschi in auto, le esplosioni, la paura.
Avrei scommesso che non sarebbe accaduto nulla, nessun evento scatenante; non avrebbe aggiunto nulla alla stupenda narrazione. Ma il cane si incarica di inserire l’elemento di aggressività non sublimata, l’irrazionale e umanissima gelosia.
Lo spazio bianco di una nuova pagina riapre gli occhi, sottraendoli all’angoscia della privazione.
Una felice sottrazione all’offerta pervasiva dell’american dream.
Grazie Jarmush "

ed ecco la mia:

potrei scrivere che Jim Jarmusch è davvero bravo, che Adam Driver (già protagonista di Hungry hearts) è driver di nome e di fatto, e che sembra il fratello minore di Adrien Brody) potrei scrivere che Golshifteh Farahani (33 anni, è nata nel 1983) è bellissima e bravissima (già protagonista di due capolavori come About Elly e Niwemang), potrei dire che è bello vedere un film Usa nel quale non c'è violenza, non ammazzano nessuno, e c'è molta gentilezza, potrei dire che la ripetizione e le abitudini non sono noiose, e ancora non ho scritto nessuna recensione, poi mi ricordo che un mio amico aveva scritto qualcosa che è perfetta per Paterson, anche se non aveva ancora visto il film, ma lui era poeta, come l'autista Paterson, di Paterson.

Los Justos
Un Hombre que cultiva su jardín, como quería Voltaire.
El que agradece que en la tierra haya música.
El que descubre con placer una etimología.
Dos empleados que en un café del Sur juegan un silenzioso ajedrez.
El ceramista que premedita un color y una forma.
El tipógrafo que compone bien esta página, que tal vez no le agrada.
Una mujer y un hombre que leen los tercetos finales de cierto canto.
El que acaricia a un animal dormido.
El quel justifica o quiere justificar un mal que le han hecho.
El que agradece que en la tierra haya Stevenson.
El que prefiere que los otros tengan razón.
Esas personas, que se ignoran, están salvando el mundo.

I Giusti
Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo
(traduzione Domenico Porzio)

adesso ho scritto tutto (grazie a Jorge Luis) quello che serve per uscire di casa e cercare il cinema dove lo proiettano.
fatevi un regalo, andate a vedere Paterson - Ismaele





…Quello che ci troviamo di fronte è un lungometraggio semplicemente squisito, summa di tutta la filmografia di Jarmusch: con un anti-eroe incarnazione dell’anti-sogno americano, che da un lato ci stupisce dall’altro rispecchia l’indole “trascinata” che risiede in ognuno di noi, con una splendida fotografia, con note pensate e inserite al momento giusto e con inquadrature che sono un quadro nel quadro. L’incedere è lento come lente sono le giornate del protagonista. L’ironia è leggera e sempre in un contesto intimo, per lo più davanti ad un bancone con in mano una pinta di birra, senza esagerare. E la trasformazione di Adam Driver in Paterson è stata così convincente da illudere molti di noi non avesse rivali nell’aggiudicarsi un premio lo scorso 22 maggio.
Paterson è un’opera che trascina e avvolge, che ci porta dentro quella casa e ci fa sentire a nostro agio, che si spiega con linearità e dolcezza senza scossoni che turberebbero un equilibrio fondamentale per coloro ai due lati dello schermo, non ci sono urla o schiamazzi e nessuna parola di troppo. Possiamo osservare, pensare e sognare. Le persone che incontriamo sprigionano armonia. Tutto è poesia nella poesia, e di tanta bellezza non riusciremo mai a farne a meno.

Paterson no necesita despertador. Tampoco necesita teléfono móvil ni ordenador para escribir sus poemas. Paterson es el reflejo del mismo Jarmusch, escondido siempre detrás de sus protagonistas. Un cineasta que en sus últimas películas parece rehuir el mundo moderno que le ha tocado vivir. Personajes que se refugian en la música, en la literatura o en el cine que aman, que se alejan de lo masificado, solitarios y huraños en ocasiones (como el vampiro de Solo los amantes sobreviven [Only Lovers Left Alive, 2013], el samurái negro de Ghost Dog, el camino del samurái [Ghost Dog: The Way of the Samurai, 1999] o el sicario interpretado por Isaach De Bankolé en Los límites del control [The Limits of Control, 2009]). Seres fuera de su tiempo, quijotes contemporáneos, exiliados en su intimidad, en su pequeño mundo cotidiano y personal que los salvaguarda de los vaivenes, cambios y estridencias de la modernidad. En ese terreno se sitúan Jarmusch, su fantástica película y los poetas que la habitan.

in Paterson il protagonista è costretto all’elaborazione di un “lutto” anomalo e personalissimo, cioè la perdita del suo prezioso taccuino su cui annotava la propria visione del mondo. Salvo poi scoprire, nel classico finale alla Jarmusch intriso di inaspettata magia, che il ciclo può sempre riprendere, se il desiderio di fondo è quello di mantenersi vivi. Perché al tirar delle somme Paterson è un film romantico nel senso maggiormente completo del termine, quello verso se stessi e il mondo circostante. E dove il profondo umanesimo dell’autore nativo di Akron si esprime nell’unico modo a lui conosciuto: credere nel surrealismo per viaggiare un gradino oltre le sofferenze comuni. A qualcuno dei personaggi della propria filmografia l’impresa riesce, ad altri no. Così va la vita. Ed è bellissimo che, ogni tanto, qualcuno ce lo ricordi.
Cari lettori, per le imminenti feste fatevi un bel regalo e andate a vedere Paterson. Non ve ne pentirete.

Paterson es una delicia, una historia que te atrapa desde esa primera escena en la que vemos a Paterson despertando para empezar su día, una escena que se repetirá durante toda la semana. Jarmusch recrea sus fantasías creando un personaje a su semejanza poniéndole la forma de Adam Driver, las vivencias del propio artista son parte en la película donde algunas conversaciones ocurridas en el autobús son diálogos escuchados por el propio director. También hay homenajes a sus amigos como el que acontece en el bar donde hay un divertido dialogo de  su adorado Iggy Pop como protagonista,  ya hace poco pudimos ver el fantástico documental Gimme Danger que Jim Jarmusch hizo sobre los Stooges.
Paterson es por muy obvio que parezca poesía pura, una delicia donde se recita de una forma no convencional al ritmo de los poemas de Ron Pagett- poeta amigo del autor- que escribió personalmente para la película algún poema y cedió otros al director para introducirlos en el film. Una historia cargada de melancolía donde personaje y ciudad se funden como una pareja de enamorados que es imposible de separar, un relato con apariencia  amarga pero que esconde un caramelo en el interior que según avanzas vas descubriendo la dulzura que transmiten los personajes

…Vita da millennials poveri, creativi, eleganti dentro e fuori. Passaggi e visioni squisitissime di un Jarmusch in stato di grazia, come in certe giapponeserie. E però è difficile sottrarsi a un senso di vuoto vedendo Paterson. Un interno di famiglia non-famiglia dove ognuno cercar di ‘realizzare se stesso’ in un solipsismo narciso. Dove i cani prendono il posto dei figli che non ci sono più, ormai spariti dall’orizzonte culturale. Non è un bel mondo, nonostante la squisitezza e il garbo infiniti di Jarmusch.



martedì 23 febbraio 2016

Preghiera per Marilyn Monroe - Ernesto Cardenal



Oración por Marilyn Monroe

Señor 
recibe a esta muchacha conocida en toda la Tierra con el nombre de Marilyn Monroe, 
aunque ése no era su verdadero nombre 
(pero Tú conoces su verdadero nombre, el de la huerfanita violada a los 9 años 
y la empleadita de tienda que a los 16 se había querido matar) 
y que ahora se presenta ante Ti sin ningún maquillaje 
sin su Agente de Prensa 
sin fotógrafos y sin firmar autógrafos 
sola como un astronauta frente a la noche espacial. 
Ella soñó cuando niña que estaba desnuda en una iglesia (según cuenta el Times) 
ante una multitud postrada, con las cabezas en el suelo 
y tenía que caminar en puntillas para no pisar las cabezas. 
Tú conoces nuestros sueños mejor que los psiquiatras. 
Iglesia, casa, cueva, son la seguridad del seno materno 
pero también algo más que eso...
Las cabezas son los admiradores, es claro 
(la masa de cabezas en la oscuridad bajo el chorro de luz). 
Pero el templo no son los estudios de la 20th Century-Fox. 
El templo —de mármol y oro— es el templo de su cuerpo 
en el que está el hijo de Hombre con un látigo en la mano 
expulsando a los mercaderes de la 20th Century-Fox 
que hicieron de Tu casa de oración una cueva de ladrones. 
Señor 
en este mundo contaminado de pecados y de radiactividad, 
Tú no culparás tan sólo a una empleadita de tienda 
que como toda empleadita de tienda soñó con ser estrella de cine. 
Y su sueño fue realidad (pero como la realidad del tecnicolor). 
Ella no hizo sino actuar según el script que le dimos, 
el de nuestras propias vidas, y era un script absurdo. 
Perdónala, Señor, y perdónanos a nosotros 
por nuestra 20th Century 
por esa Colosal Super-Producción en la que todos hemos trabajado. 
Ella tenía hambre de amor y le ofrecimos tranquilizantes. 
Para la tristeza de no ser santos 
                                                        se le recomendó el Psicoanálisis. 
Recuerda Señor su creciente pavor a la cámara 
y el odio al maquillaje insistiendo en maquillarse en cada escena 
y cómo se fue haciendo mayor el horror 
y mayor la impuntualidad a los estudios.
Como toda empleadita de tienda 
soñó ser estrella de cine. 
Y su vida fue irreal como un sueño que un psiquiatra interpreta y archiva.
Sus romances fueron un beso con los ojos cerrados 
que cuando se abren los ojos 
se descubre que fue bajo reflectores 
                                                              ¡y se apagan los reflectores! 
Y desmontan las dos paredes del aposento (era un set cinematográfico) 
mientras el Director se aleja con su libreta 
          porque la escena ya fue tomada. 
O como un viaje en yate, un beso en Singapur, un baile en Río 
          la recepción en la mansión del Duque y la Duquesa de Windsor 
vistos en la salita del apartamento miserable. 
La película terminó sin el beso final. 
La hallaron muerta en su cama con la mano en el teléfono. 
Y los detectives no supieron a quién iba a llamar. Fue 
como alguien que ha marcado el número de la única voz amiga 
y oye tan solo la voz de un disco que le dice: WRONG NUMBER 
O como alguien que herido por los gangsters 
alarga la mano a un teléfono desconectado.
Señor: 
quienquiera que haya sido el que ella iba a llamar 
y no llamó (y tal vez no era nadie 
o era Alguien cuyo número no está en el Directorio de los Ángeles) 
            ¡contesta Tú al teléfono!


Preghiera per Marilyn Monroe

Signore
accogli questa ragazza conosciuta in tutta la terra con il nome di Marilyn Monroe
anche se questo non era il suo vero nome
(ma Tu conosci il suo vero nome, quello dell’orfanella violentata a 9 anni
e la piccola commessa che a 16 aveva voluto ammazzarsi)
e che adesso si presenta davanti a Te senza nessun maquillage
senza il suo Addetto Stampa
senza fotografi e senza firmare autografi
sola come un astronauta davanti alla notte spaziale
Essa sognò da bambina che si trovava nuda in una chiesa
(secondo quel che racconta il Time)
davanti a una folla prostrata, con le teste sul pavimento
e doveva camminare in punta di piedi per non pestare le teste.
Tu conosci i nostri sogni meglio degli psichiatri.
Chiesa, casa, antro, sono la sicurezza del seno materno
ma anche qualcosa più di ciò…
Le teste sono gli ammiratori, è chiaro
(la massa di teste al buio sotto il fiotto di luce).
Ma il tempio non sono gli studi della 20th Century Fox.
Il tempio – in marmo e oro – è il tempio del suo corpo
in cui sta il Figlio dell’Uomo con una frusta in mano
a cacciare i mercanti della 20th Century Fox
che hanno fatto della Tua casa di preghiera un covo di ladri.
Signore
in questo mondo contaminato di peccati e di radioattività
Tu non incolperai soltanto una piccola commessa.
Che come ogni piccola commessa sognò di essere una stella del cinema.
E il suo sogno divenne realtà (ma come la realtà del tecnicolor)
Essa non fece altro che agire secondo il copione che le demmo
– Quello delle nostre stesse vite – Ed era un copione assurdo.
Perdonala Signore e perdona noi
per la nostra 20th Century
per questa Colossale Super-Produzionenella quale tutti abbiamo lavorato.
Essa aveva fame di amore e le abbiamo offerto tranquillanti.
Per la tristezza di non essere santi
le venne raccomandata la Psicoanalisi.
Ricorda Signore la sua paura crescente della macchina da presa
e l’odio per il maquillage – mentre insisteva a truccarsi ad ogni scena –
e come divenne più grande l’orrore
e più grave la mancanza di puntualità negli studi.
Come ogni piccola commessa
sognò di essere una stella del cinema.
E la sua vita fu irreale come un sogno che uno psichiatra interpreta e archivia.
Le sue storie d’amore furono un bacio con gli occhi chiusi
che quando si aprono gli occhi
si scopre che è stato sotto i riflettori
e spengono i riflettori!
e smontano le due pareti della stanza (era un set cinematografico)
mentre il Regista si allontana col suo quaderno
perché la scena è ormai stata girata.
O come un viaggio in yacht, un bacio a Singapore, un ballo a Rio
il ricevimento nella dimora del Duca e della Duchessa di Windsor
visti nella stanzetta dell’appartamento miserabile.
Il film terminò senza il bacio finale.
La trovarono morta sul letto con una mano sul telefono.
E i detectives non seppero chi stava per chiamare.
Fu
come uno che ha fatto il numero dell’unica voce amica
e sente solo la voce di un disco che gli dice: WRONG NUMBER.
O come uno che ferito dai gangsters
allunga la mano verso un telefono staccato.
Signore
chiunque fosse quello che stava per chiamare
e non chiamò (e forse non era nessuno
o era Qualcuno il cui numero non sta nella Guida Telefonica di Los Angeles)
rispondi Tu al telefono!
(Traduzione di Antonio Melis)

giovedì 24 maggio 2012

Au hazard Balthazar – Robert Bresson


Un film nel quale pensiamo di guardare Balthazar, ma credo sia lui a guardarci ( meno male per noi che non può parlare).
Qui non è la natura matrigna di Leopardi ma la cattiveria umana a segnare la vita e qualcuno, ho letto da qualche parte, associa il cavallo di Bela Tarr all'asino di Bresson come simboli universali della condizione umana. (da qui)

 

Marie mi sembra di (ri) conoscerla, breve ricerca e trovo che è Odetta in “Teorema” di Pasolini.


Alla fine del film mi ritorna im mente una poesia bellissima di Francis Jammes, intitolata
 “Preghiera per andare in Paradiso con gli asini”:

Quando dovrò venire a voi, mio Dio, fate che sia un giorno in cui la campagna in festa sarà piena di polvere.
Desidero, come feci quaggiù, scegliere un sentiero per andare, come a me piacerà, in Paradiso, dove ci sono le stelle in pieno giorno.
Prenderò il mio bastone e sulla grande strada andrò e dirò agli asini, miei amici: -Io sono Francis Jammes e vado in Paradiso, perché non c’è l’inferno nel paese del buon Dio.
Dirò loro: Venite, dolci amici del cielo blu, povere care bestie che, con brusco muovere d’orecchio, cacciate le vili mosche, le botte e le api.
Che io vi appaia in mezzo a queste bestie che amo tanto perché abbassano la testa dolcemente, e si fermano giungendo i loro piccoli piedi in modo cosi dolce e che ispira pietà.
Arriverò seguito dalle loro migliaia d’orecchie, seguito da quelli che portano al fianco delle ceste, da quelli che tirano carrozzoni di saltimbanchi o carri di latte e spolverini, da quelli che portano in groppa bidoni ammaccati, dalle asine piene come otri, dai passi rotti, da quelli a cui mettono piccoli pantaloni a causa delle piaghe blu e trasudanti che fanno le mosche ostinate che vi si ammassano intorno.
Mio Dio, fate ch’io venga a voi con questi asini.
Fate che in pace, degli angeli ci conducano verso ruscelli frondosi dove tremano ciliegie lisce come la pelle ridente delle ragazze, e fate che, chino su questo soggiorno d’anime, sulle vostre divine acque, io sia uguale agli asini che specchiano la loro umile e dolce povertà nella limpidezza dell’amore eterno.

Il film è un capolavoro, vi aspetta e non vi deluderà - Ismaele



… Soltanto Balthasar, il meraviglioso Balthasar che passa da una mano all’altra, da brevi condizioni di tranquillità alle violenze più dolorose e umilianti, risalta la purezza di un essere indenne dal maleficio umano. Egli percorre la strada del suo calvario registrando atti e eventi nella loro forma fenomenica, incapace di elaborarli e quindi di fornire loro una qualsiasi struttura di senso che non sia di pura reazione quando il legno si abbatte sulle sue carni. Mentre i personaggi con cui condivide la scena si evolvono mostrando un’ineliminabile inclinazione verso il degrado umano, egli viene ripreso nella sua stabilità assoluta dalla macchina quale estrema espressione di bellezza interiore e candore, impossibilitato a subire quei processi che segnano in modo indelebile la "migliore" creatura del cosmo.
Film di tristezza profonda e universale, Au Hazard Balthazar è costruito, secondo il più caratteristico stile bressoniano, sulla base di una assenza totale di drammaticità: la cifra stilistica del grande regista è una congegnata assenza di espressività dei personaggi che, guidati in modo magistrale, sembrano privi del mestiere della recitazione. Anche l’asse temporale del film si sviluppa secondo l’assoluta mancanza di sussulti che suggerisce la continuità di una esperienza eterna raccontata ben oltre i limiti della pellicola. La vita di Balthazar è fatta di frammenti che non arrivano mai al dunque e si consumano nel procedere sempre uniforme della sua vita. Anche le sue ribellioni alla insensata violenza dell’uomo sono solo sussulti decretati a ridimensionarsi nella predestinata sottomissione…
da qui


La radiolina, accesa in aperta campagna, rompe un incanto che durava da sempre. E' la fine di un'epoca: anche l'asino protagonista del film (l'asino Balthazar) viene ripetutamente dichiarato vecchio, inutile, sorpassato, ridicolo: fino alla sua morte, nel finale. L'asino di Bresson è l'ultimo testimone di un'epoca, e il nuovo che avanza è comodo e bello, ma è anche invadente, volgare, stupido, inutilmente rumoroso. Con lui, muore anche l'onesto maestro di scuola con i suoi princìpi all'antica e vincono il rumore, la volgarità, la violenza. Da noi, negli stessi anni, è Pierpaolo Pasolini ad accorgersi del cambiamento e a denunciarlo sui giornali e in tv: si tratta di piccoli avvenimenti, quasi banali, che portano qualche miglioramento nelle condizioni di vita ma che sono anche l’inizio di un cambiamento epocale che porterà alla scomparsa di una cultura millenaria.
Come Pasolini, col suo discorso sull'omologazione e la sua paura della tv, anche Bresson era in anticipo di quarant’anni e ha fotografato benissimo, da così lontano, i tempi che stiamo vivendo e dei quali la radiolina a transistor, che rompeva l'incanto del bosco e della campagna, era solo l'inizio, la prima crepa della frana che poi è smottata su di noi -la pubblicità, la volgarità, la stupidità dilagante. Sembra un paradosso, ma con internet e con l’elettronica oggi abbiamo molta più informazione di prima, e molto più accessibile, ma siamo sempre più ignoranti. Abbiamo buttato via una cultura vecchia come l'umanità, e tutti gli archetipi ad essa associati, per avere in cambio una radiolina qualsiasi, che trasmette soltanto dediche, canzoncine e (soprattutto) pubblicità. Ci siamo venduti l'anima: non per denaro o per conquistare il mondo, ma per una radiolina portatile…


If seen from an animalcentric point of view, both of these films give us an unrelenting portrait of the suffering we inflict upon the often invisible victims of our cruelty. Of course, as we watch these movies, or any movies that use animals, we can never forget that the animals who portray She and Balthazar are actors, but not by their free will. Their true stories will remain untold. This adds yet another level of depth to the understanding of the invisibility of animal suffering and exploitation that these films bring us.
But this is also another way in which these films remind us that invisibility is not inevitable. It is a pact between the exploiter and those who refuse to see, a pact which we are not obligated to enter into. When confronted with real footage of animal suffering, some of us refuse to watch. Some say that watching does not help. Some even say that it hurts, by making us feel so powerless. However, those individuals whose lives or deaths are being documented, the few among the innumerable who suffer in perpetuity, provide us with a glimpse into a reality that we have no right to decline to see. In the end I think that we owe them, at the very least, the very small gesture of bearing witness to their suffering…


Given this philosophy, a donkey becomes the perfect Bresson character. Balthazar makes no attempt to communicate its emotions to us, and it comunicates its physical feelings only in universal terms: Covered ith snow, it is cold. Its tail set afire, it is frightened. Eating its dinner, it is content. Overworked, it is exhausted. Returning home, it is relieved to find a familiar place. Although some humans are kind to it and others are cruel, the motives of humans are beyond its understanding, and it accepts what they do because it must.
Now here is the essential part. Bresson suggests that we are all Balthazars. Despite our dreams, hopes and best plans, the world will eventually do with us whatever it does. Because we can think and reason, we believe we can figure a way out, find a solution, get the answer. But intelligence gives us the ability to comprehend our fate without the power to control it. Still, Bresson does not leave us empty-handed. He offers us the suggestion of empathy. If we will extend ourselves to sympathize with how others feel, we can find the consolation of sharing human experience, instead of the loneliness of enduring it alone...