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mercoledì 23 luglio 2025

«Fare cinema non significa cambiare la realtà» - Avi Mograbi

Intervista (di Viviana Viri) con Avi Mograbi, premio Diritti Umani per l’autore 2024

 

Il regista israeliano Avi Mograbi da anni racconta attraverso i suoi documentari le contraddizioni del suo Paese. Tra i suoi lavori più noti, Per uno solo dei miei due occhi, presentato nel 2005 al Festival di Cannes e il suo ultimo film, The First 54 Years: An Abbreviated Manual for Military Occupation (2021), in cui ha cercato di descrivere l’occupazione israeliana. Mograbi, ospite del Film Festival Diritti Umani, riceverà questa sera il Premio Diritti Umani al Cinema Corso di Lugano.  

Da oltre vent’anni lei si dedica a documentare le contraddizioni del suo Paese. Quali sono i suoi pensieri a ormai un anno dal sette ottobre?
«Sono molto demoralizzato, ho trascorso tutta la mia vita in Israele occupandomi della situazione nel mio Paese. Oggi ho 67 anni e mi sento perso, credo che sia il modo giusto per descrivere quello che provo. Ho preso la decisione di trasferirmi in Portogallo ancora prima dell’inizio della guerra, mia moglie ed io avevamo già capito quali fossero le prospettive di continuare a vivere in Israele, sentivamo la mancanza di speranza in un miglioramento. Non vivo più lì, ma è come se ci fossi costantemente, non riesco a smettere di leggere le notizie su ciò che accade. Puoi lasciare Israele, ma continua a rimanere dentro di te. Mi sento in esilio volontario, ma non mi considero un rifugiato. Non posso compararmi alle persone che fuggono dall’Africa o alle loro situazioni, ma allo stesso tempo sono sicuro di poter condividere con quelle persone la perdita della mia casa, che è qualcosa che mi manca molto».

Come valuta la situazione attuale?
«Israele sta commettendo dei crimini di guerra, ma questo non è qualcosa di nuovo o che è cominciato il 7 ottobre. Non sostengo di certo Hamas e quanto è successo, ma non possiamo pensare a questa data come a un inizio, sarebbe un grave errore. Parliamo di un conflitto che dura da 75 anni e di uno Stato che dipende dai crimini di guerra e dalle violazioni dei diritti degli altri e dei diritti dei palestinesi. Quando parliamo della fondazione dello Stato di Israele molte volte si menziona la guerra del 1948, che vista dal punto di Israele si tratta di una guerra per l’indipendenza, mentre da quello palestinese di una catastrofe, della Nakba. Diciamo spesso che molte persone sono dovute fuggire dalle loro case, ma non precisiamo mai che quando la guerra è finita non gli è stato permesso di ritornare. Questo è il crimine reale, il fatto di non essere stati autorizzati al diritto base di ogni essere umano, che si trovi in guerra oppure no, poter far ritorno nella propria casa. Durante la prima guerra del Golfo, mia moglie ed io siamo dovuti scappare dalla nostra casa di Tel Aviv aspettando che la situazione migliorasse. Neppure in quelle circostanze abbiamo pensato di non poter più tornare a casa una volta finita la guerra. La situazione che si è creata nel 1948 è qualcosa che non ci si può nemmeno immaginare».

Lei è tra i fondatori di Breaking the silence, un gruppo nato per raccogliere le testimonianze di ex militari che hanno prestato servizio nei territori occupati e molti di questi racconti fanno parte dei suoi film, come nel suo ultimo lavoro The First 54 Years: An Abbreviated Manual for Military Occupation (2021). Quali sono state le difficoltà nel raccogliere queste testimonianze?
«È molto interessante osservare come ci siano periodi in cui tutto tace e altri in cui si trovino molti testimoni, come quello che stiamo attraversando ora, in cui le persone sono impegnate in lavori sporchi e quindi sentono la necessità di parlare, hanno bisogno di trovare sollievo per le cose orribili che hanno fatto. Molti dei militari che hanno servito a Gaza vogliono testimoniare anche se hanno partecipato. È sempre un paradosso, il soldato che testimonia dei crimini che lui stesso ha compiuto, da una parte capisce di averli commessi, ma allo stesso tempo ha bisogno di condividerli con altri come parte di un processo di guarigione».

Prima del 7 ottobre in Israele si percepiva un certo dissenso, per mesi abbiamo visto decine di migliaia di persone manifestare contro la riforma giudiziaria. Secondo lei quanto la società israeliana è permeabile oggi alla critica del governo?
«I media israeliani sono morti, come lo è la sinistra. La sua sottile frazione radicale è ormai sempre più esile e fragmentata, e questo è molto triste. Si è parlato molto del suo ruolo, ma la sinistra non esiste realmente. Quella che si pensava che lo fosse, per mesi è scesa in piazza a manifestare per la democrazia, ma si trattava di una richiesta fatta soltanto per una parte della società, nessuno parlava dei diritti dei palestinesi. Questo è il tipo di sinistra che esiste in Israele e i media sono solamente dei portavoce che fanno da cassa di risonanza al governo e alle sue bugie, supportandone i crimini».

I suoi film rimettono costantemente in discussione la realtà che lei riprende. È possibile raccontare la realtà di questo conflitto? Quale pensa sia l’impatto del cinema sulla realtà?
«Credo che ci accostiamo al cinema impegnato e al cinema che parla di diritti umani in un modo ingenuamente errato. Fare cinema non significa cambiare la realtà. Facciamo dei film critici perché la nostra comunità ha bisogno di essere incoraggiata, è un pensiero verso noi stessi. Spesso mi sento dire che i miei documentari parlano ai già convertiti. Per me è come se parlassi ai miei amici, per condividere con loro, per sostenerci l’un l’altro. Non mi aspetto che chi non la pensa come me venga a vedere i miei film».

da qui


Qui e Qui due suoi film nel blog


in questa pagina tanti suoi film online


giovedì 29 dicembre 2022

August: A Moment Before the Eruption - Avi Mograbi

con il solito sguardo tragico e umoristico insieme Avi Mograbi mostra cosa succede in Israele normalmente, il razzismo e l'odio aperto verso i palestinesi, il trattamento della polizia verso di loro.

spesso come dice il titolo quelli che sembrano momenti apparentemente tranquilli non sono pace, ma prodromi di un qualche conflitto ad alta intensità.

buon Avi Mograbi a tutti - Ismaele

 

QUI il film completo, con sottotitoli in italiano

 

Avi Mograbi, a filmmaker known for both his strong political opinions and his sense of humor, decides to document the anger and unrest he witnesses in his homeland of Israel during August of 2001. Using only a video camera—no script, no cast, no crew—Mograbi tries to make sense of the complex problems facing Israel. A deeply personal film, August: A Moment Before the Eruption is, like its director, at turns tragic and comic.

da qui

 

A blackly comic rumination on the state of mind of Israel in summer 2000, the acerbic and eerily prophetic “August” captures a snapshot of the Jewish nation just prior to the hostilities that broke out two months later. Even those accustomed to director Avi Mograbi’s signature variations on the “personal diary” format may find “August” disconcerting, ending as it does with an implied psychological and cinematic meltdown. Half documentary, half intentionally fake psychodrama, film alternates man-in-the-street vignettes with increasingly bizarre confessional speeches made directly to the camera, the two modes merging pointedly as pic progresses. Winner of the peace prize at Berlin fest, piece features a bleak insider portrait of Israel that will appeal to the director’s fans, but is unlikely to gain him new adherents on this side of the Atlantic. Arthouse or indie cable play may depend on changes in the American perception of the Middle East.

da qui

mercoledì 2 marzo 2022

Per uno solo dei miei due occhi – Avi Mograbi

Avi Mograbi (un regista eccezionale) fa film documentari che, se non sapessimo che raccontano e testimoniano una terribile realtà, potrebbero sembrare dei film distopici.

Gli israeliani sembrano dei pazzi, a credere ai loro miti biblici fondanti come se fossero delle verità storiche.

si tratta di una nazione nata dal sangue (dei palestinesi), dai massacri, e che è sempre più un sistema orribile.

guardate questo film, e soffriamo tutti, questo è sempre più il peggiore dei mondi possibili.

buona visione - Ismaele

 

 

 

 

QUI il film completo con sottotitoli in italiano

 

 

L'articolazione narrativa, ovvero la modalità prescelta di esporre il racconto dei testimoni (israeliani e palestinesi), non ha in apparenza un disegno cronologico né tematico, somiglia piuttosto a un flusso che amplifica l'impatto emotivo sullo spettatore. Pur dichiarando una posizione critica verso la politica dello Stato d'Israele, che si trasforma nell'epilogo in un atteggiamento addirittura e giustamente sprezzante, lo sguardo di Mograbi contempla con rispetto gli israeliani che incontra nelle scuole o nelle gite culturali e i palestinesi che cercano di arare le terre occupate o di raggiungere l'ospedale o il posto di lavoro.
Il benessere di un popolo coincide con la condanna di un altro, la costruzione di uno Stato con la distruzione di un altro e ciascuno si adegua a questo stato di cose con un dolore di vivere straziante. Non ci sono aperture fra loro, che si muovono come monadi in una realtà priva di compromessi. Ciascuno nella sua via, solo, alla ricerca di un senso al caos in cui si è perduto. Il documentario di Avi Mograbi riflette al telefono (con un amico palestinese) sulle ragioni mitologiche (la morte di Sansone e l'assedio di Massada) e su quelle storiche che hanno condotto ai drammatici fatti che accadono oggi in Palestina: il fallimento degli accordi di Oslo e della mediazione statunitense, l'esplosione della nuova Intifada, la devastazione di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme (est) dopo quarantun'anni di occupazione militare, lo smantellamento dell'Autorità Nazionale Palestinese e, sopra tutto, la strage di ebrei e palestinesi innocenti. Capire cosa sta accadendo in Palestina non è facile e la televisione e i giornali non ci aiutano. Ignorano o rimuovono. Proviamo col cinema.

da qui 


During this documentary, Mograbi talks to a Palestinian friend living in the West Bank and learns from him that he and many who live nearby are losing the will to live; they cannot envision enduring any more pain and suffering. This means that suicide bombings will increase rather than lessen. The filmmaker enables us to see just what this means on a day-by-day basis as peasants in a field must stop their plowing because a soldier arbitrarily decides to make a show of force. A Palestinian must plead with soldiers to let his wife who is bleeding through a checkpoint. They finally relent and she is taken away in an ambulance. Truck drivers and other businessmen approach men in control towers and must show their IDs. One woman breaks down at a crossing and says that she just doesn’t have the strength to go on after waiting so long and being treated so shamefully. Another woman's daughter cries after seeing her parents humiliated…

da qui