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domenica 15 febbraio 2026

La gioia - Nicolangelo Gelormini

un film che non ti aspetti.

un giovanotto "intercetta" una professoressa di francese della sua stessa scuola e la prende in "ostaggio", l'amore Gioia lo conosceva dalle parole degli scrittori francesi, Alessio era molto avanti, in tutte le possibili storie di sesso era lui l'insegnante.

il regista non presenta eventuali storie di sesso fra i due, a non rendere il film la solita caciara porno soft (o hard), Gelormini, architetto non praticante (al suo secondo film, già assistente di Paolo Sorrentino), è più che bravo, sceglie di mostrare un rapporto nel quale Gioia viene intrappolata in una ragnatela senza scampo.

i due protagonisti sono interpreti eccezionali, Valeria Golino si trasforma e si supera, e Saul Nanni è un demonio tormentato.

Gioia s'illude fino all'ultimo, neanche l'evidenza la fa ragionare, è la vittima di un sogno, di un'illusione impossibile (ma per noi è facile dirlo da fuori).

un film da non perdere, promesso.

buona (dolorosa) visione - Ismaele

ps: (solo per chi ha visto il film)

la scena finale, nella quale Alessio uccide Gioia, si impone lui (al complice) di assassinarla, e, se è possibile dirlo, lo fa con una certa tenerezza (so che è una bestemmia dirlo), addirittura le mette a posto gli occhiali.


 

 

 

 

Un film sorprendente e struggente, che oscilla tra ricostruzione attenta e libertà artistica, rigore formale e guizzo creativo, dramma e genere. Sostenuto da un cast di attori generosi, tra cui spiccano (ça va sans dire) Valeria Golino e il giovanissimo Saul Nanni, La Gioia è uno specchio allo stesso tempo deformante e limpidissimo della nostra società feroce e cannibale. Una società con un disperato bisogno di un po’ di tenerezza.

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al centro c’è una straordinaria Valeria Golino (Gioia) che, coraggiosamente, indossa i panni di una bruttina stagionata che si trova suo malgrado al centro di una macchinazione più grande di lei. Irretita dentro le lusinghe di Alessio (Saul Nanni) un giovane bello e disperato, bello e dannato che vive in un ambiente in cui domina la corruzione dei sentimenti rappresentata da Cosimo (Francesco Colella), parrucchiere senza scrupoli amante di Alessio e amico e finanziatore di Carla (Jasmine Trinca) madre di Alessio. Tutto si svolge in una credibile evoluzione tra un malaffare congenito di una zona grigia del nostro Bel Paese e una ruffianeria che è propria di un certo tipo di individui che prolifera in quell’humus ricco di desideri e di rivalsa, che è di nuovo questa variegata e imprevedibile provincia che lambisce, sempre, le nostre (poche) metropoli e che guarda con invidia, a volte malsana, ad un benessere da acquisire velocemente non importa ai danni di chi capiterà. Gelormini è attento, sa spiazzare lo spettatore e il film che comincia come una commedia ambientata dentro l’istituzione scolastica, con le figure di contorno del corpo insegnante ben definite e caratterizzate, poi con paziente gradualità e intensità stringe l’obiettivo su Gioia e sul suo piccolo mondo gozzaniano fatto di casa, chiesa, padre, madre e preghiere mandate a memoria e per consolazione Flaubert per lei insegnante di francese che forse non ha mai avuto un amore in vita sua…

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…In La gioia, nessun personaggio è davvero innocente: ogni figura appare inadeguata e contribuisce, consapevolmente o meno, a rimodellare costantemente gli equilibri di una vera e propria “diseducazione sentimentale”, intesa non come mancanza individuale, ma come fallimento sistemico. Gioia e Alessio sono prodotti di due modelli affettivi opposti e ugualmente tossici: l’iperprotezione soffocante e l’abbandono emotivo.

Il loro legame nasce come tentativo disperato di colmare un vuoto, ma si rivela presto incapace di reggere il peso delle aspettative che in esso vengono riversate. Gelormini racconta un mondo in cui nessuno ha insegnato a riconoscere l’amore, a distinguerlo dal bisogno, dal potere, dal ricatto emotivo. La tragedia, dunque, non è semplicemente l’atto finale, ma quello stesso percorso che la rende inevitabile…

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"A cos'è che sei abituato? Al niente" risponde Alessio (Saul Nanni), mentre Gioia (Valeria Golino) lo guarda un po' meravigliata. Eppure, la donna, un'insegnante di francese al Liceo, dovrebbe capire il ragazzo: se Alessio è stato abbandonato dal padre quando era piccolo e ora è lui a badare alla madre, Gioia, nonostante la sua età, vive ancora coi genitori, isolata anche lei nella sua stanza da adolescente, tra i pupazzi che raddrizza sulle sedie e la sciarpa della Juventus, la squadra del cuore, appesa sopra la testiera del letto. Ma "La gioia" vive proprio nella discrasia intrinseca alla radice della parola solitudine: i due protagonisti sono soli ad altezze differenti (il suffisso "-tudo", indica proprio una differenza di posizione, di magnitudo), ma forse complementari. Ecco, la storia noir di Nicolangelo Gelormini – vincitrice del Premio Franco Solinas 2021 e tratta dall'opera teatrale scritta di Giuliano Scarpinato e Gioia Salvatori "Se non sporca il mio pavimento" -, è un incontro ad alta quota, tra un'anima pascoliana, errante, e una apparentemente punk, irriducibile, ma profondamente corrotta. Il risultato è una delle pellicole più affascinanti viste a Venezia quest'anno…

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…La caratterizzazione del personaggio femminile è impeccabile: il suo sostrato emotivo e familiare viene ricostruito grazie agli abiti, al trucco, alle scelte musicali a lei associate, oltre che, naturalmente, ai dialoghi. Ma il merito più grande va certamente a Valeria Golino, che in questo film raggiunge vette drammatiche notevoli, impersonando con delicatezza e credibilità un personaggio molto diverso da quelli di ruoli precedenti.

Saul Nanni, protagonista maschile, porta sullo schermo una buona prova attoriale: il suo stile recitativo è più esteriorizzato rispetto a quello della Golino, ciononostante riesce a rendere bene quanto subdolo sia il personaggio.

Nella sua totalità l’opera appare ben realizzata, dotata di un soggetto interessante e una sceneggiatura realistica; molte scelte registiche legate a luci, inquadrature, ambientazioni e colonna sonora possono essere definite raffinate, sottolineando come il cinema possa raccontare l’oscurità più buia attraverso la bellezza dell’immagine. In particolare la colonna sonora, composita ma armonica – alto e basso si alternano senza cozzare -, appare quasi una partitura del film, che si unisce a parole e immagini dando vita a un dramma unitario e compiuto.

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lunedì 8 settembre 2025

Elisa - Leonardo Di Costanzo

una sceneggiatura precisa come un orologio svizzero ci racconta una storia che riguarda sopratutto la rieducazione del condannato, la rielaborazione dei fatti irreparabili.

Elisa (Barbara Ronchi) è liberamente obbligata a fare il lavoro scelto per lei dal padre (una decisione foriera di drammi e delusioni per migliaia e migliaia di giovani, quanti ne conosciamo che poi fanno una brutta fine).

in una prigione svizzera (fantascientifica per noi italiani) Elisa sconta una pena di 20 anni per l'omicidio della sorella.

un criminologo (Roschdy Zem) sceglie Elisa per uno studio che cerca di aiutare la condannata nell'accettazione e nella rielaborazione di quanto è successo.

ottimi gli attori, sopratutto Barbara Ronchi che porta il film sulle sue spalle e sopratutto sulla sua faccia.

un gran bel film da non perdere - Ismaele



La sceneggiatura, scritta da Di Costanzo insieme a Bruno Oliviero e a Valia Santella, inserisce in questo percorso, tanto virtuoso quanto liminare, un tarlo che porta ad un livello ancora più alto l'indagine. Laura, interpretata da Valeria Golino con una presenza breve come arco temporale sullo schermo ma molto significante, è schierata dalla parte delle vittime non accettando la benché minima possibilità di ricerca di motivazioni da parte di chi ha commesso il delitto.

Lo spettatore viene così messo di fronte ad una scelta da compiere individualmente: superare o no il concetto di punizione in favore di un possibile recupero che passi attraverso la presa di coscienza di quanto commesso da parte del colpevole ma anche della comprensione, da parte di chi vi è preposto, delle cause. Senza per questo far mai l'eticamente doveroso rispetto nei confronti delle vittime.

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Uno dei meriti principali di Elisa è il rifiuto di relegare il male a un altrove mostruoso. Di Costanzo ci ricorda che la violenza può scaturire dall’interno dell’ordinario, dalla banalità del vivere quotidiano. In una società in cui la narrazione mediatica tende a trasformare i colpevoli in figure disumane, esiliandoli dal corpo sociale, il film ci invita invece a riconoscere la mostruosità come parte dell’umano. È un discorso scomodo, che interroga lo spettatore più di quanto offra risposte.

Tuttavia, questo tema cruciale rimane in parte in superficie. Il racconto si concentra soprattutto sul percorso individuale della protagonista, lasciando in secondo piano l’indagine più ampia sulla natura del male che le note di regia sembravano promettere.

Elisa non è un film facile né consolatorio. È un’opera elegante, rigorosa, che prosegue il percorso autoriale di Leonardo Di Costanzo con coerenza e sobrietà. I suoi limiti, riscontrati in una certa trattenutezza emotiva, il rischio di rimanere più sulla parabola personale che sull’indagine teorica, non ne cancellano il valore: quello di restituire allo spettatore l’inquietudine più profonda, cioè che il male non appartiene a un altrove, ma è una possibilità inscritta nella fragilità dell’umano.

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Film scritto in modo sublime e una protagonista Barbara Ronchi e il cast di supporto, che recitano in stato di grazia, con un ritmo sospeso e forte tensione interiore della protagonista. Il film è LEI il suo volto impaurito e perso così ben ripreso dalla mdp, il suo sguardo malinconico e la sua fragilità. La struttura carceraria modello, sembra più un albergo, che una casa circondariale, con le detenute in una divisa rossa. Ci sono anche Intensi flashback, che ci chiariscono l’interno familiare, che ha prodotto tanto orrore. Il carcere diventa una comfort zone, perché la liberazione futura viene vissuta come un drammatico ritorno alla vita, dove niente potrà mai più essere come prima. Barbara Ronchi attrice ormai matura lanciata da Marco Bellocchio con “Sorelle mai”, qui è credo alla prova della vita. Magnifico anche Roschdy Zem/professor Alaoui il criminologo…

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Detto della bravura di Ronchi e Zem, tutto il cast in generale offre un’ottima prova, restituendo alla perfezione il dolore e l’angoscia di chi si trova a fare i conti con un assassinio così brutale commesso da qualcuno che amano e conoscono e che non riterrebbero mai capace di un gesto del genere. La fotografia è fatta di colori freddi, perfettamente in linea con il film, fatta eccezione per alcune sequenze (quasi sempre nei flashback) che il buon Duccio Patané definirebbe “smarmellate”, in cui l’algida raffinatezza del resto del film lascia spazio a colori piatti e immagini banali.

Elisa risulta così un’occasione persa, un film con ottimo potenziale, una bellissima tematica, e un ottimo cast che perde forza e potenza (e guadagna inutilmente in durata) per inseguire delle pulsioni da televisione nazionalpopolare in cui tutto deve essere spiegato e tutti i personaggi devono piacere al pubblico. Peccato, ma il talento resta.

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domenica 3 agosto 2025

La vita possibile – Ivano Di Matteo

una donna fugge col figlio, per salvarsi da un marito molto violento, da Roma a Torino. Lì trova un equilibrio, non è facile, ma ci prova.

Valerio, il figlio, continua a vedere altre cose brutte, si affeziona a una puttana dell'Est Europa, Larissa.

succedono tanti piccoli episodi, ostacoli da superare per trovare una strada, e la mamma e il figlio riescono a parlarsi e a volersi bene.

non è un film perfetto, ma si vede bene.

buona (torinese) visione - Ismaele

 

  

QUI il film completo, su Raiplay



 

La vita possibile è una storia di grandi solitudini: quella di Valerio, prima di tutte, che deve affrontare un mondo del tutto nuovo in momenti di enorme fragilità, ma anche quella di Anna, ovviamente, e di Carla, che ha fallito nel lavoro e nella vita sentimentale. La relazione tra Valerio e Anna, le tensioni, gli affetti, sono rappresentati nel loro processo, nel conflitto e nel consolidamento.

Bellissimo il rapporto che Claudia riesce a stabilire con Valerio, quello dell’insolita zia, che può godere di una complicità negata alla madre: intese fatte di permissivismo, responsabilità poca, se non quella del voler bene. Lo dichiara tranquillamente, Carla: «Non avrei mai potuto essere madre, perché voi mamme siete cattive! ».

Forte poi il legame tra le due donne, diversissime tra loro nelle loro diverse nevrosi che si rispecchiano, e, invece di amplificarsi, un po’ si stemperano, trovando pace l’una nell’altra.

Bellissima infine l’amicizia tra Valerio e il vicino di casa, Mathieu (Bruno Todeschini). Da parte dell’uomo maturo c’è una sorta di sana protezione, ma anche di leggerezza, tanto che l’unica volta che Valerio ride felice è proprio per un gioco insieme a Mathieu. Anche lui è molto solo, ostaggio di un amaro passato, oltre che ingiusto, e nella condizione di straniero, considerato bizzarro solo perché parla con i gatti.

Quattro allora sono le desolazioni che si affrontano e confrontano, si avvicinano, in aperture che tendono poi a richiudersi, fino a sfiorare l’isolamento. E ce n’è un’altra ancora, quella di Larissa, la giovanissima prostituta dell’Est di cui Valerio si innamora, e della quale cerca a tutti i costi la confidenza…

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Dopo aver subito l'ennesima raffica di violenza da suo marito, Anna (Buy) decide di lasciare Roma insieme al figlio tredicenne Valerio (Pittorino) per trasferirsi a Torino. Qui i due vengono ospitati da Carla (Golino), un'amica un po' svitata di Anna con ambizioni in campo teatrale. Anna dovrà ricominciare daccapo, trovando lavoro come donna delle pulizie in una grande azienda; Valerio faticherà a integrarsi, eleggerà a sua unica amica una prostituta dell'Est (Shulha) e troverà nel gestore dell'osteria sotto casa (Todeschini) un valido sostituto della figura paterna.
Dopo le ottime prove de Gli equilibristi e I nostri ragazzi, De Matteo continua a sondare gli umori della famiglia puntando lo sguardo su un tema di grande attualità come quello della violenza sulle donne. Lo fa con piglio sociologico, mostrando ancora una volta di saper padroneggiare perfettamente la direzione degli attori e di essere capace di imprimere brusche variazioni al ritmo con l'inserimento di scene madri impeccabili, mantenendo un registro intimista e minimale, nel quale, col l'eccezione della prima sequenza (che ci riporta all'incipit del film precedente), la violenza rimane quasi sempre fuori campo, pur serpeggiando continuamente sotto gli occhi del giovane, bravissimo protagonista. Un film minore, pudico, vagamente didascalico nella sottolineatura della complicità tra persone ai margini (il tredicenne e la prostituta), ma capace di trattare il tema principale evitando la pornografia dei sentimenti.

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L'epilogo del film a mio avviso poteva esser piu' "complesso" e l'ho trovato troppo tagliato quasi di netto per andare velocemente incontro ad un finale di speranza che è poi in sostanza un "lieto fine". Protagonisti assoluti una magnifica Margherita Buy, che impersona -abbandonando alle spalle la sua galleria di mogli cornificate e nevrotiche- una donna in forte crisi che lotta come una leonessa per non farsi abbattere da un destino avverso. Poi subito dopo viene il giovanissimo Andrea Pittorino, davvero molto bravo. Poi abbiamo una discreta Valeria Golino. E ancora Bruno Todeschini nel ruolo dell'oste francese dal passato burrascoso e infine la bellissima Caterina Shulha nel ruolo della prostituta dell'est. Il film non è affatto perfetto ma si lascia vedere volentieri, non privo di difetti ma sufficientemente gradevole.

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Pur assicurandosi una buona dose di verosimiglianza attraverso le performance dei suoi attori De Matteo procede in totale controtendenza rispetto a buona parte del nostro cinema d'autore optando per una messinscena anti naturalistica che interiorizza la vicenda sincronizzandola ai cambi d'umore dei protagonisti. Da cui l'utilizzo di una fotografia iperrealistica e desaturata, fatta di cromie intermedie che esaltano la dimensione transitoria di personaggi perennemente in bilico tra il passato e il presente delle loro vite. E soprattutto l'inserimento di passaggi di pura contemplazione quasi sempre chiamati a rispecchiare la solitudine delle parti in causa; rintracciabile, quest'ultima, in certi squarci del paesaggio autunnale che nell'indifferente ciclicità del suo divenire (e per esempio nell'incessante fluire delle acque del Po o in certe panoramiche notturne) sembra voler frustrare, acuendolo, il bisogno di appartenenza dei due transfughi. Oppure nella mancanza della figura paterna riflessa metaforicamente nella scena in cui Valerio osserva Mathieu - il ristoratore francese che vive nel quartiere - intento a prendersi cura di un gruppo di gatti randagi; per non dire dell'alienazione di Carla costretta dal bisogno di soldi ad accettare un lavoro presso una ditta di pulizie e per questo filmata (in campo lungo) in modo che l'esasperazione volumetrica degli uffici in cui lavora riesca a rendere il senso di vuoto che attanaglia l'esistenza della donna. Così facendo "La vita possibile" assume in parte i toni di un racconto favolistico di cui situazioni e personaggi smettono di essere persone reali per diventare gli elementi di un dispositivo costruito per archetiipi. In questo modo Carla, Mathieu e anche la giovane prostituta di cui a un certo punto Valerio diventa amico pur appartenendo al mondo reale non riescono a parteciparvi in maniera completa in ragione di un contributo che appare insufficiente tanto nella prima sezione, quando a prevalere sono gli aspetti cronachistici e pragmatici della vicenda, quanto nella seconda, in cui a farla da padrone è invece una visione ideale delle cose. Ma la convinzione di avere assistito a qualcosa d'incompiuto e di essere in debito per le cose che "La vita possibile" non è riuscita a dirci (in relazione al tema centrale del film) appartiene anche alla modalità della struttura narrativa che dapprima promette di aprirsi al contesto umano e sociale che ruota intorno al centro della storia, affidando all'interazione tra questo e i protagonisti il compito di far progredire la trama e che poi - come dicevamo sopra - vi rinuncia, trasformando tale esperienza in un' estensione emotiva di Anna e Valerio.

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La vita possibile si presentava dunque già in fase di sceneggiatura come un’ottima occasione per condurre il discorso un passo oltre, scandagliando una volta di più con durezza l’Italia solo all’apparenza bene. Se le buone intenzioni rimangono per lo più sulla carta, la “colpa” non è certo attribuibile ai caratteri protagonisti: Anna e Carla, grazie anche all’ottimo lavoro di Buy e Valeria Golino, sono due personaggi sfaccettati, ricchi delle necessarie ambiguità, umani. E De Matteo ben coglie la necessità di non approfondire in maniera eccessiva la storia dei personaggi, lasciando allo spettatore il compito di accedere al loro “mistero”.
Un’attenzione simile in fase di scrittura cozza purtroppo con una descrizione d’ambiente meno compatta e a fuoco del solito, quasi che De Matteo sia vittima dello stesso spaesamento che attanaglia Anna, costretta a ripartire da zero portando su di sé cicatrici non solo metaforiche, in una città in cui si sente aliena. Se Torino sembra una location adatta alle esigenze del film (e non solo per la presenza della film commission), La vita possibile arranca proprio quando si approssima a un altro topos di De Matteo: la coralità. Le sottotrame che dovrebbero irrobustire La vita possibile, proponendo uno spaccato delle classi sociali fondamentale per la lettura etica del film, finiscono invece per confondere lo spettatore, deviando lo sguardo verso traiettorie quasi smarrite, confuse, disperse in un magma indistinto.
Ne viene fuori un’opera squilibrata, che si regge solo sulle spalle – per fortuna forti – delle due attrici protagoniste, ma non riesce a incidere quanto dovrebbe, ed era senza dubbio nelle intenzioni. Tra situazioni inessenziali e reiterazioni poco convincenti, quel che rimane negli occhi è solo il messaggio, o come lo si vuol chiamare. Lodevole, per carità. Ma sarebbe stato lecito pretendere di più; le occasioni, per De Matteo, non mancheranno.

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sabato 24 maggio 2025

Fuori - Mario Martone

prima un invito, leggiamo qualche libro di Goliarda Sapienza.

il film di Mario Martone racconta, mostra, evidenzia la solitudine della protagonista, il rapporto di Goliarda (una straordinaria Valeria Golino) con Roberta (una straordinaria Matilda De Angelis), che poi contribuisce alla creazione dei materiali di partenza per i libri della scrittrice. 

al cinema, appena si spengono le luci, si entra nel film, con lo sguardo di Goliarda Sapienza, ma noi siamo fuori dalla sua mente e dai suoi pensieri.

non ci sono colpi di scena magici e sorprendenti, il ritmo è quello di Sapienza/Golino, solo i suoi sguardi, il suo respiro, i suoi gesti ci fanno intuire qualcosa di una storia davvero fuori dall'ordinario.

un film da non perdere, e aspettare qualche minuto, nei titoli di coda appare una breve intervista di Enzo Biagi a Goliarda Sapienza.

buona (straordinaria) visione - Ismaele

 

 

 

Un plauso a Martone: solo un regista con la sua esperienza poteva muoversi con tale rispetto tra i silenzi, le pause, i pensieri non detti di una donna come Goliarda Sapienza. Brave anche le interpreti, in particolare Valeria Golino, che restituisce con misura e profondità un personaggio torbido e indomabile, sempre in lotta con se stessa e col mondo. Eppure, qualcosa sfugge. Forse perché è difficile davvero raccontare chi vive ai margini anche del racconto stesso, chi è sempre oltre, mai del tutto afferrabile. I personaggi appaiono come figure complesse che, nel poco tempo concesso, restano un po’ chiuse, inaccessibili. Anche noi spettatori, pur toccati, restiamo parzialmente fuori, come a guardare attraverso una porta accostata. La sceneggiatura, pur curata, sembra non affondare del tutto nel magma emotivo che avrebbe potuto sprigionare dalla scrittura di Sapienza, autrice che oggi consideriamo fondamentale ma che ancora si fa fatica ad ascoltare davvero. E tuttavia, Fuori resta un film necessario, un atto politico e culturale, una chiamata alla memoria. Bello il rimando parallelo alla serie L’arte della gioia, e applausi sinceri a Golino, che con discrezione ha fatto da ponte tra quella donna e noi. Per sentirsi fuori e per sentire Fuori, bisogna stare dentro una sala cinematografica e abbandonarsi a quella libertà che solo il cinema sa offrire…

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…Perché tutto questo lavoro formale e narrativo, per Mario Martone, ha senso nella misura in cui si muove al ritmo del sentire di Goliarda Sapienza. Che “vive amori e furori in egual misura”. Che è sempre presente, eppur sempre altrove. Che afferma di aver da fare, ma passa il suo tempo “stronandosi” scrivendo. Che sa di non appartenere più, forse di non di essere mai appartenuta, a quel mondo di intellettuali sterili, “non ne posso più dei salotti. Anzi, loro non ne possono più di me”. E che, perciò, cerca una nuova forma di solidarietà con le sue compagne di cella. Eppure rimane sempre staccata dal piano di realtà, come le rinfaccia, incazzandosi, Roberta, lei sì pienamente immersa nei suoi anni, tra l’eroina e la battaglia politica. Ma, proprio per questo, è Goliarda, solo Goliarda, ad aprire squarci, varchi tra le maglie della storia, delle relazioni, degli sguardi, delle idee.

Ecco. Mario Martone ci regala un film magnifico ed enorme. Grazie alle sue interpreti: Valeria Golino, ovviamente, ormai pienamente dentro l’universo della scrittrice, una stupenda, straordinaria Matilda De Angelis, la sorprendente Elodie. E a tutto il cast di contorno, Daphne Scoccia – James Dean, Sonia Zhou – Suzie Wong, Corrado Fortuna – Angelo Pellegrino. Ma soprattutto grazie al suo sguardo inquieto, inclassificabile, libero. Che diventa straziante nel finale, quando racconta l’ultimo incontro tra Goliarda e Roberta.

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Martone ricostruisce meticolosamente l’atmosfera di quell’epoca, un periodo di transizione e contraddizioni per l’Italia, dove alle tensioni politiche si mescolavano nuove forme di espressione e libertà personale. In questo contesto, il percorso di Goliarda e il suo rapporto con Roberta emergono come una forma di resistenza silenziosa ma potente.

Uno degli aspetti più riusciti di “Fuori” è la rappresentazione del legame tra Goliarda e Roberta, un rapporto che sfugge a facili categorizzazioni. Non è semplicemente amicizia, non è solo attrazione, non è solidarietà: è un’alleanza esistenziale, un riconoscersi reciproco che va oltre le convenzioni sociali.
Martone tratta questa relazione con una delicatezza e una profondità rarissime nel cinema contemporaneo. Ogni sguardo, ogni silenzio, ogni gesto tra le due donne è carico di significato. La complicità che si sviluppa tra loro diventa progressivamente una forma di resistenza contro un mondo che non comprende la loro libertà interiore.

“Fuori” è anche una potente riflessione sul processo creativo e sul potere salvifico della scrittura. Il film mostra come l’incontro con le detenute riaccenda in Goliarda la scintilla della creatività, permettendole di ritrovare la sua voce letteraria. Le scene in cui la vediamo scrivere colpiscono. Martone riesce a rendere visivamente il processo creativo: la scintilla dell’ispirazione, la lotta con le parole, l’urgenza di raccontare. Attraverso questa rappresentazione, il film diventa anche una riflessione sul potere dell’arte di trasformare l’esperienza umana, persino quella più dolorosa, in qualcosa di significativo e universale…

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Valeria Golino, che conosce a fondo la figura di Sapienza anche per averla a lungo studiata in preparazione alla sua regia della serie L'arte della gioia, ne coglie alla perfezione l'elusività e lo straniamento, vagando per il film peripatetico diretto da Mario Martone e da lui scritto insieme a Ippolita di Majo con la sensazione palpabile di una non appartenenza, non alla sua epoca o al suo contesto, ma all'esistenza tutta, e del suo sentirsi molto più affine alle carcerate che ai frequentatori dei salotti dell'intellighenzia. La sua Goliarda ha fame di vita (oltre che tentazioni di morte) e trova in Roberta e Barbara, rumorose, sopra le righe e sfacciate, le portavoce del suo grido inespresso.

Per contro l'interpretazione di Golino è magistrale nel mantenersi sottotono e nel giocare in sottrazione, resistendo alla tentazione facile (cinematograficamente parlando) di mostrarsi istrionica e creare il ritratto di un'artista follia e sregolatezza. Le sue tenerezza e malinconia nel dare voce a Goliarda mostrano un rispetto profondo verso un'autrice che desiderava vedere amato il suo romanzo e non ci è riuscita nel suo tempo di vita: "Quel libro sono io", dirà, con commovente sincerità. Lei e le sue due amiche "sono dentro anche quando sono fuori", e solo quando sono insieme si sentono libere: bellissima la scena in cui cantano fuori da Rebibbia e i detenuti rispondo unendosi al canto…

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…rimanendo in superficie, fuori, potrebbe apparire il semplice racconto di un’amicizia improbabile, con accenni saffici; è solo provando ad entrare realmente dentro che il fuoricampo, il non detto, il non visibile, l'impianto tutto – giocato sul sottilissimo crinale tra realtà e immaginazione, e il continuo disinteresse per un racconto “cronologico” è lì a dimostrarlo –, finiscono per depositarsi nelle coscienze, proprio come accadde un tempo con L’odore del sangue, altro film tra i meno “concilianti” e più “selvaggi” del regista partenopeo. 

Ad emergere con strafottenza quasi selvatica è allora la prova di una struggente Matilda De Angelis: la sua Roberta quasi pasoliniana, eroinomane disperata eppur vitalissima, sorta di immaginifico e carnalissimo angelo custode di corrispondenze corsare che, solo nel finale, capiremo quale futuro assegneranno all’amica Goliarda.

In quel fantasmatico commiato, sulla banchina della stazione Termini, scorrono le possibili e intangibili traiettorie di un abbraccio che fisicamente si era risolto solo qualche minuto poc’anzi e che poco dopo sembra svanire nel nulla ma che in realtà, spiritualmente, sarà lungo per sempre: quello tra una scrittrice aliena alla conformità del mondo che abitava e il grido della vita nella sua forma più ferina e inclassificabile. Che di norma viene invece soffocato, e recluso…

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sabato 22 giugno 2024

L’Arte Della Gioia - Valeria Golino

La serie di Valeria Golino, tratta dal libro di Goliarda Sapienza, appare in anteprima, in due parti, al cinema.

Attrici bravissime e convincenti, svetta Tecla Insolia, protagonista della storia, Modesta è sempre al centro delle vicende che la riguardano, amata da tutti.

Pochi siamo andati al cinema, per dirvi di non perdervi la serie, quando apparirà in tv.

Un film (serie tv) che merita moltissimo.

Buona (gioiosa) visione - Ismaele 


ps: Modesta bambina si assomiglia ad Adriana, se vi ricordate L'Arminuta, simpatica e furba.


 

 

l'abilità della regista sta soprattutto nell'indirizzare le performance di un cast di attori eccezionale, potenziando al massimo l'ambiguità di Jasmine Trinca nei panni della badessa Eleonora e la petulanza dittatoriale di una monumentale Valeria Bruni Tedeschi nel personaggio della principessa Brandiforti. Fanno loro corona molti ruoli maschili memorabili (in questa storia che ha le donne al centro), soprattutto il giardiniere del convento (Giovanni Calcagno) e l'irresistibile gabellotto (Guido Caprino). Il migliore è Lollo Franco nel ruolo tragicomico del maggiordomo Antonio. E fra le interpreti femminili sono molto efficaci Alma Noce (Beatrice) e Alessia Debandi (Ilaria). I dialoghi non sono mai frasi ad effetto o gesta eclatanti e la regia non indugia, non sottolinea, sceglie di "buttare via" quelle che in uno sceneggiato tradizionale diventerebbero scene madri.

La Modesta di Golino è una ragazza selvaggia che si muove a quattro zampe e legge Baudelaire, una creatura vorace di conoscenza e di piacere, non vuole Dio ma la vita, ama sapere e sedurre, e fa fiorire chiunque incontra per poi abbandonare ognuno al suo destino, qualora diverga dal proprio. È un personaggio intimamente letterario che rimanda a Jane Eyre come a Barbablù, e che Golino rende accessibile al grande pubblico, senza inutili vezzi intellettuali.

Modesta è un vettore di libertà, Maudit ma mai autodistruttiva, concentrata come una freccia sulla realizzazione di sé a dispetto delle sue circostanze, anzi, facendole fruttare tutte, come in un fuiletton vecchio stile: è Angelica la marchesa degli angeli senza pretese di virtù; è una Giovanna d'Arco che invece di ardere sul rogo brucia tutto quello che si frappone fra lei e il suo futuro luminoso - tanto è il mondo stesso ad essere in fiamme. E sa mantenere anche una misura di carità, in un universo pieno di disabilità fisiche ed emotive che per lei non sono mai una scusa, ma possono essere un'opportunità di emancipazione. Ed è ipermoderna nella concezione dell'amore, quando dice che "si può amare un uomo, una donna, un cavallo".

Se della scrittura di Sapienza non ha l'anarchica sgrammaticatura o l'invenzione linguistica, Golino ne rivendica le ombre che ci vengono dietro e le infinite rifrazioni, scompone e ricompone per immagini ciò che in letteratura resta disarticolato, e si concede piccoli passi nel delirio solo nei riflessi, nelle inquadrature da finestre e finestrini (memorabile quella del giardiniere mentre Modesta si allontana dal convento), dietro a tende avvolgenti.

L'arte della gioia è una fiaba iniziatica dominata da più di una strega, ed è anche il resoconto di un secolo (Modesta nasce il primo giorno del '900) pieno di contraddizioni e di scoperte. Golino, come Modesta, unisce l'utile e il dilettevole, facendo della sua volontà di regista il prodotto del suo desiderio di autrice. E l'ironia della regista-sceneggiatrice, come la risata di Modesta, è il loro gesto di suprema rivendicazione femminile.

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In questo continuo chiaroscuro che determina in maniera lampante anche il percorso del personaggio centrale, ruolo di affascinante ambiguità che Tecla Insolia sa governare con sorprendente equilibrio, si fa preponderante il ricorso ai flashback (alcuni episodi decisivi della sua infanzia, come la violenza subita dal padre, la morte della capra, il primo approccio con l’amichetto Tuzzu, etc., arrivano in altrettanti momenti cruciali della sua seconda vita) e assume sempre più importanza l’insistito ma mai banalizzato riferimento all’ombra che, in più di un’occasione, accompagna l’incedere di Modesta (insieme a quella carrellata evocativa nel campo bordo strada dove, di volta in volta, si aggiungono i morti che la ragazza si lascia dietro di sé), che in quell’incendio iniziale perde la madre e la sorella maggiore, disabile, solamente le prime due di una lunga serie. 

Sicuramente audace nel saper restituire quel tumulto d’emancipazione che animava le pagine del libro, la serie – cosa peraltro mai nascosta dalla Golino anche durante la lavorazione – non vuole farsi trasposizione “fedele” per quello che riguarda l’intera dinamica di fatti e/o situazioni, piuttosto incarnare del romanzo la mutevolezza e lo squilibrio che ne caratterizzava l’indole, così sfumata, irregolare e anche per questo difficilmente collocabile in “un” genere…

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Stupendo: un film dal valore estetico e umano meraviglioso, quella firmato Valeria Golino e Gelormini. Il plauso cresce ancor di più se si pensa che si tratta di un prodotto concepito per la tv-  giustamente, vista l’estensione. Eppure anche al cinema l’impressione è augusta. Ho visto il film al cinema, nelle due puntate lunghe, ma mai noiose, da due ore e mezza l’una.

Come sempre, la Sicilia si conferma regina, italiana e forse mondiale, per l’immaginario estetico che offre: tanto sociale e psicologico, quanto artistico e paesaggistico.

Profondissimo lo scavo psicologico, autentico e sconcertante per quanto la realtà possa essere terribile. Infatti un’opera d’arte non ha bisogno, qui come purtroppo in tanti altri casi, di chissà quale creatività nell’inventare trame, se parla del possibile e reale ruolo del dolore morale.

Il gabelliere amante è il padre che la violentò. Ippolito è la sorella: entrambi, accomunati dalla disabilità, rivelano la splendida sensibilità umana della protagonista Modesta – dimostrata anche dalla rinascita del disabile Ippolito (una volta morta la sua terribile madre) che può vivere normalmente grazie a Modesta, capace di compiere un miracolo umano ed educativo, al netto della terribile e opportunista seduzione operata sul minorato mentale. La nobile è la madre, arrogante. La coazione a ripetere guida la protagonista…

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venerdì 8 marzo 2024

La terra dei figli - Claudio Cupellini

tratta da un fumetto di Gipi, è una storia in futuro drammatico, dopo una tragedia che ha distrutto quasi tutta l'umanità.

restano pochi ancora vivi, e per la sopravvivenza si deve combattere tutti i giorni, senza troppi rimpianti, né crisi di coscienza.

un ragazzo cerca di trovare la sua strada, in un mondo difficile, quasi impossibile.

non c'è niente da ridere, in questo film bello e terribile.

buona (futuristica) visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo, su Raiplay


 

 

Proprio il tema della memoria è centrale, all’interno del film, e viene trattato in maniera ambivalente: da un lato c’è un padre che si sforza di non contagiare con la nostalgia il figlio adolescente, ma contemporaneamente ne disciplina la natura selvaggia attraverso una sorta di codice che, comunque la si veda, proviene dal passato. Dall’altra, invece, c’è il ragazzo, che privato di ogni affetto (paradossalmente, per un eccesso di affetto) desidera a tutti i costi conoscere il proprio retaggio.

A questo processo dove l’importanza dell'educazione convive con la negazione della stessa si accodano progressivamente altri temi, tipo l’inevitabile rito di passaggio o l’importanza delle storie e della loro divulgazione; tutti già presenti nell’opera di riferimento dalla quale il regista non si discosta in maniera radicale, salvo in alcuni casi: penso alla lingua post apocalittica e incasinata, efficace a livello grafico ma probabilmente meno una volta passata in bocca agli attori, e di conseguenza ridimensionata. Ma soprattutto alla scelta di puntare su un unico protagonista anziché sulla coppia di fratelli, che oltre a esaltare il tema del viaggio iniziatico ribadisce la già citata rifondazione prospettica.

Nel complesso, insomma, la reinterpretazione di Cupellini modifica gli equilibri tra i temi, piuttosto che i temi stessi, permettendo al film di emanciparsi dalla fonte senza tradirla…

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Lo scenario e' quello della fine della civilta' dove un padre (Pierobon) e suo figlio (La Vallee, giovane rapper) ragazzino giovane vivono (tra in pochi ancora in vita) tra palafitte  e luoghi sfatti in riva a un lago.Tra fame e sopravvivenza ai limiti dell'umano i pochi incontri sono sempre violenti e pericolosi ,solo un quaderno sara' quello che accompagnera' il ragazzo fino alla fine.Tratto dai racconti di Gipi (di cui non ho letto niente) mi portano a giudicare unicamente la versione cinematografica con uno scenario predominante tra il plumbeo e il lugubre per tutto il film,scarsi i momenti di luce,ma sicuramente un fantasy distopico che accontentano i cinefili (come me) attratti da un lavoro (firmato Cupellini) che raramente appare nelle nostre sale,piu' facile trovarlo in produzioni estere ,quasi un ritorno al film di "genere" di anni fa e di cui ne sento la mancanza.Comunque il rapporto padre-figlio assai complesso ,ci insegue per quasi tutta l'opera tra memorie e ricordi mai svelati fino in fondo.Camei anche per Valeria Golino e Valerio Mastrandrea irriconoscibili e la brava Maria Roveran alle prese con un nudo per niente gratificante.Consigliato,questo si,ma non per tutti....anche se opere cosi' ben difficilmente si producono qua da noi....

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domenica 29 dicembre 2019

Ritratto della giovane in fiamme - Céline Sciamma

quando non c'erano le macchine fotografiche chi poteva pagava un dipinto.
Marianne, giovane pittrice, si reca in una casa, forse di nobili, in un angolo sperduto e ventoso di Bretagna, per fare il ritratto di Héloïse, uscita dal convento per essere "ceduta" (oggi diremmo venduta), al posto della sorella morta, a un nobile di Milano.
in quell'angolo di mondo Héloïse è triste e insopportabile, forse per la sorte che l'attende, ma la missione impossile di Marianne riesce, alla fine ci sarà un quadro bellissimo, ma non è quello che vediamo all'inizio del film.
le due ragazze, giorno per giorno, si conquistano, e la loro vita cambierà per sempre, quei giorni saranno incancellabili, per sempre.
e il numero 28 sarà molto importante.
un film d'amore, di pittura, di musica, di paesaggi e di bellezza vi aspetta, non abbiate paura della bellezza, sarete ricompensati - Ismaele










Portrait of a Lady on Fire (nel significato doppio di ritratto di una donna in fiamme), un’opera attraversata da una delicatezza rara (la mano lieve ma sempre rigorosa alla regia della Sciamma) che affronta il tema della scoperta del sé, della propria sessualità, attraverso l’incanto artistico, ruotando attorno al doppio binario del fascino della pittura e della bellezza del rivelarsi poco a poco di due ragazze ritrovatesi a vivere un momento cocente di passione, di una prossimità fisica bollente come il fuoco del titolo e del dipinto.
Céline Sciamma segue con occhio sempre presente  e partecipe, con indulgenza e tenerezza il conflitto interiore vissuto dalle due bellissime e bravissime protagoniste, e ne scioglie lentamente e carezzevolmente i nodi emotivi e comportamentali, trasferendo fuori dallo schermo la percezione realistica di un sentimento prima imploso, poi per un attimo esploso e poi infine confinato e affidato alla custodia della memoria. Perché proprio come nel bellissimo mito di Euridice e Orfeo in cui il film si definisce e si “specchia”, creando il parallelismo di senso nell’amore che svanisce di fronte ai propri occhi per il troppo desiderio, Portrait of a Lady on Fire getta un ponte di raccordo con quelle ragioni della proiezione e della memoria che spesso brillano più della realtà, e indica come – di fatto - il poeta (o l’artista) sia più propenso a coltivare l’idea che la verità…

Ritratto della giovane in fiamme non si limita quindi al racconto della scoperta di un amore, ma più in generale traccia una possibile via all’emancipazione, sessuale e quindi politica. Sciamma utilizza le sue attrici (Noémi Merlant e Adèle Haenel) con grazia sempre più scoperta; mette in scena un mondo in cui la presenza maschile è un semplice vettore (i rematori della barca che portano Marianne all’isola, il fattorino incaricato di consegnare il quadro al futuro marito di Héloïse a Milano) o una indefinita serie di volti nella folla, una realtà marginale che irrompe nelle uniche scene mondane del film (galleria d’arte o teatro); utilizza la concretezza materica dei colori e l’impulso erotico della musica (dal sabba in odore di stregoneria buona di un falò notturno in cui si canta polifonicamente “non si può fuggire” – da sé, dai propri sentimenti – all’Estate vivaldiana del finale) come puntelli emotivi; ragiona sulla sottile differenza tra rimpianto e ricordo (Héloïse che a letto sussurra: «ho imparato un nuovo sentimento»); usa il mito – quello ricorrente di Orfeo e Euridice, evocato e dibattuto nella scena che è al cuore del film – in maniera concretissima, arrivando a fissare sulle pagine delle Metamorfosi ovidiane l’unica memoria che a Héloïse resterà di Marianne, un autoritratto disegnato copiandosi in uno specchio incastonato tra le gambe dell’amata; mescola elementi pittorici del canone romantico (la scogliera, il mare in tempesta) con reminiscenze minimali, quasi gozzaniane, degli interni che i personaggi abitano.
Sciamma tratteggia il suo discorso culturale e politico nascondendolo dietro un’anima mélo; punta il suo sguardo di donna (e questo è un film di occhi e di ciglia, di increspature di pelle, di sussurri e di sospiri) su un amore impossibile che cerca e trova spazio, contro ogni rispettabilità imposta dall’alto, rivendicando la possibilità di un modo diverso di stare al mondo e in noi stessi (in loro stesse!), fieri e consapevoli.
Ritratto della giovane in fiamme fonde magistralmente forma e contenuto, teoria e racconto, cultura di genere e diritto alla passione, concedendosi qualche languore ma con gli occhi lucidi e ben puntati sul nocciolo, ancora ben vivo, della questione.

Una delle ragioni di maggiore entusiasmo è la densità di significati che Céline Sciamma ha saputo inserire nel film, senza però appesantirlo minimamente: la narrazione scorre veloce e coinvolgente, pur fornendo spunti di riflessione sul femminismo, sul rapporto fra artista e musa, sulla pittura (e il cinema) come sguardo che restituisce sostanza ai soggetti immortalati, sul mito di Orfeo ed Euridice.
Il fatto che Sciamma abbia saputo realizzare un film compatto, nonostante la quantità di elementi narrativi messi in campo, è ragione d'elogio di per sé. Che l'abbia fatto mettendo in scena una vicenda struggente ed emozionante è la cifra di un cinema di enorme livello.

Céline Sciamma si prende tutto il tempo per descrivere con piccole pennellate narrative la nascita di un amore che – scopriremo nelle due straordinarie, delicate eppur potenti scene finali del film – durerà per sempre, senza mai svanire, anche quando la vita separa i destini delle due donne. Il rapporto tra Marianne ed Héloïse nasce  sulle scogliere battute dal vento e dalle onde dell’Oceano Atlantico, o nella cucina scarna e disadorna del castello disabitato e non restaurato usato come set e congelato dal tempo – ambienti e paesaggi mirabilmente fotografati da Claire Mathon. L’amicizia e poi una sorta di reciproco abbandono ai propri sentimenti diventa amore sotto lo sguardo della giovane cameriera Sophie (Luàna Bajrami), che ne diventa anch’essa quasi complice, dopo che le due ragazze l’aiutano ad abortire.

…Il significato di queste amitiés, così come le loro implicazioni più o meno sovversive, varia in base al periodo storico di appartenenza, ma c’è un dettaglio che le identifica tutte: il loro esistere al di fuori delle imposizioni sociali, familiari ed economiche rappresentate dall’istituzione matrimoniale che imbriglia invece i rapporti uomo-donna. «Perhaps what writers liked about this kind of bond was that it seemed so unlike the one between men and women as codified in marriage. They imagined it as pure emotion, soaring above the wordly concerns of law, economics, and reproduction», scrive Emma Donoghue.
A Céline Sciamma, che è una cineasta del 21esimo secolo, non interessa però una visione esclusivamente emozionale e romantica dei personaggi femminili, e cala Marianne e Héloïse in un contesto molto concreto: l’amore che nasce tra loro non è una fuga dalla realtà, ma uno strumento per vivere nella realtà, e nel futuro che le attende, in maniera più piena, consapevole e indipendente, se non sul piano materiale almeno su quello intellettuale…

lunedì 26 febbraio 2018

Figlia mia - Laura Bispuri

unico film italiano al festival di Berlino del 2018, è quindi insieme il migliore e il peggiore dei film italiani.
Alba Rohrwacher fa la sua parte di donna perduta, un po' alcolizzata, un po' puttana, Valeria Golino fa la parte della brava donna.
all'inizio c'era stato un accordo fra le due donne, ma il tempo e le cose creano problemi.
toccherà a Sara provare a salvare le madri (come tutti i bambini adottati, anche se non lo sa, ma lei lo sa, ha due madri) e se stessa, è l'unica che ne ha la forza, anche morale.
Sara da bambina oggetto deve diventare un soggetto, un ruolo che fa tremare i polsi.
sfondo del film è una Sardegna povera, sottosviluppata, non è roba per turisti.
Sara (la bambina Vittoria nel film), ha una certa somiglianza con un'altra Sara (Cate, la protagonista di Bellas Mariposas, di Salvatore Mereu), per chi se lo ricorda.
buona (e terribile) visione - Ismaele





Stavolta mi pare che hai fatto un lavoro con le bambine che non sono la protagonista un po’ più difficile, mi parevano un po’ impacciate. Come è andata?
LAURA BISPURI: “Ti premetto che di solito quando vedo i film con i bambini al cinema non mi piacciono mai. Soprattutto i film italiani. Poi certo ci sono eccezioni e casi eclatanti ma la norma è che esco terrorizzata. Quindi ero preoccupata per questo casting. Ho girato soprattutto la Sardegna (ma non solo) per 8 mesi battendo tutte le scuole, alla ricerca della protagonista e poi le amiche le ho scelte tra le migliori che per un motivo o per l’altro ho dovuto scartare, è un gruppo di cui sono molto soddisfatta. Forse ti riferisci però alla scena in cui stanno in gruppetto e guardano il video sul cellulare facendo le antipatiche, quella è stata la scena in assoluto di cui abbiamo dovuto fare più ciak di tutto il film. Non era facile per niente e c’erano anche battute accavallate, inoltre non facevano che guardare in macchina. Se non lo faceva una, lo faceva l’altra, lì mi sono un po’ alterata e ho dovuto urlare ad un certo punto, è stato un momento non facile…”
Invece Sara, la protagonista, visivamente è perfetta. Fisico, capelli, colori…
LB: “Secondo me lei è proprio un fenomeno. Ho girato anche stavolta tutto il film con lunghi piani sequenza, e le coreografie erano particolari, più complesse che in passato. A lei chiedevo cose complicatissime dalla scena con il tappeto [in cui mette sua madre svenuta su un tappeto per poterla trasportare tirandola con le sue forze ndr] ad altre molto complicate, le chiedevo molto insomma, ma faceva tutto e non abbiamo dovuto ripetere nemmeno un ciak. Davvero è un talento”…

il lungometraggio della Bispuri è davvero una ventata di aria fresca, di cui a questo punto si avvertiva la necessità. Con Figlia Mia dimostra di essere cresciuta e di poter competere con vigore all'interno del circuito festivaliero. Forte di un cast perfettamente calato nella parte, in cui alla bionda Alba Rohrwacher tocca il ruolo della madre irresponsabile e alla mora Valeria Golino quello di Tina, si addentra con abilità nell'umana tragedia, e nella difficile posizione di una figlia confusa, senza mai confondere lo spettatore.
Non ci ammorba con discorsi contorti sul bene e sul male. Non fa subdolamente leva sui nostri sentimenti per indurci alla lacrima o, per lo meno, a parteggiare per una o per l’altra. Al contrario, percorre la via del melodramma e lascia sempre aperta la porta ad un futuro migliore. Non ci sono vittime ma persone con le loro complicazioni, i limiti e le cadute. Vediamo attraverso i loro occhi, siamo con loro ma non cerchiamo un colpevole. Abbiamo la certezza si rialzeranno anche quando la ricaduta è imminente.
Figlia Mia è una storia ambientata in Italia, ma non è per forza italiana. Fa riflettere senza suggerire un’opinione. È una fotografia lucida che si lascia ammirare evitando di divenire indigesta. Ha tutte le qualità che deve possedere un dramma per riuscire a farsi amare e trasformarsi in cinema d’autore.

Figlia Mia costituisce però un bel salto in avanti rispetto a Vergine Giurata anche perché possiede (cosa rarissima nel genere) un intreccio forte che coinvolge soldi chiesti, non prestati, cercati, un tesoretto da recuperare in una necropoli per non essere costretti a partire verso “il continente”, Udo Kier (!!) e soprattutto ha una maniera vincente di mescolare le acque. La madre naturale e quella che invece ha voluto la bambina si scambiano quasi i ruoli, il film le fa passare dal torto alla ragione con una naturalezza e una disinvoltura ammirabili, per non dare ragione a nessuno. Per tutto ciò Laura Bispuri deve ringraziare se stessa (e Francesca Manieri che ha co-scritto il film) ma soprattutto Alba Rohrwacher…

Privo di un fascino misterico e claudicante sotto il profilo strettamente narrativo, Figlia mia scoperchia davanti agli occhi del pubblico i problemi di un cinema studiato in provetta, costruito a tavolino senza che vi pulsi dentro la vita. Non c’è reale dolore, né partecipazione, nella messa in scena di Figlia mia, così come il fin troppo abusato pedinamento zavattiniano mostra la sua incapacità – in mani immature – a trasformare l’immagine in senso, e a farsi una volta per tutte sguardo. Ha l’aria di un film conflittuale l’opera seconda di Laura Bispuri, ma in realtà nasconde al proprio interno una visione comoda del cinema, sia come macchina dell’immaginario sia, ed è ancora più grave, come racconto dell’umano. Tutto appare al contrario sterilizzato, pulito là dove dovrebbe grondare sudore, sangue, volgo. Anche la vita sbandata di Alba Rohrwacher (poco ispirate sia lei che una stanca Valeria Golino: l’unica a risollevare le sorti è la giovanissima Sara Casu) sembra totalmente controllata da Bispuri, e assoggettata al suo volere. In un percorso metaforico didascalico e fin troppo facile perfino nella conclusione (si può avere una madre borghese e una madre imbastardita, e imparare da entrambe…), Figlia mia prosciuga ogni sintomo di vita, e lo riduce a immagine preconfezionata e buona per l’uso. Anche per l’esportazione. Al secondo capitolo della sua carriera da regista Laura Bispuri inizia a mostrare con forza le prove di una visione preoccupante, o per lo meno poco interessante, del cinema e della vita.

Premesse ambiziose e molto coraggiose, decisamente controcorrente, alle quali fa riscontro un film che parla con immagini crude ma conformiste nel loro sforzo eccessivo di tagliare ruoli netti alle protagoniste. Immagini manieriste nel loro simbolismo, girate nella Sardegna di oggi, ma non nella parte turistica e mondana dell’isola, bensì in un villaggio di pescatori e di operai che dalla pesca traggono il loro scarso sostentamento. Nella prima metà della proiezione si assiste a scene giustapposte delle quali è difficile dare una descrizione perché non sono legate da una trama memorizzabile. Da lì in poi il film inizia a prendere una direzione, che svela il motivo del legame tra le tre protagoniste: Tina (una Valeria Golino poco convincente), operaia devota alla madonna e alle opere pie nella locale parrocchia, ha una strana relazione che l’amica/rivale Angelica (Alba Rohrwacher che sembra una pallida imitazione della cattiva madre Nastassja Kinski di Paris Texas), relazione che si impernia su Vittoria, la figlia contesa, che nel film compie dieci anni ed è la migliore protagonista di questo film, la bravissima, espressiva e intensa Sara Casu…
Nella prima parte, fno a quando il film si mantiene nella sua fase di introduzione dei personaggi e di esplorazione dei loro ambienti, Figlia mia funziona bene. Bispuri ha un bel tocco, rispettoso, delicato, che ricorda quello di un’altra giovane regista italiana, Alice Rohwacher. Utilizza la camera senza pomposità, mettendola, e mettendosi, al servizio di storia e personaggi. Una camera di cui non avverti quasi la presenza, un cinema fluido e trasparente. E quella parte di Sardegna, quei paesaggi, quella necropoli calcinata produttrice di paure e incubi, non vengono mai degradati dallo sguardo dell’autrice a cartolina. Un film che sembra sintonizzato sul respiro dei suoi personaggi. Purtroppo il cinema è anche narrazione, e qui Figlia mia collassa. Se decidi di ri-raccontare la storia del figlio di due madri devi poi costruirla drammaturgicamente, renderla interessante e portarla da qualche parte, verso sviluppi non così prevedibli e un credibile finale. Qui no. Quando Tina e Angelica cominciano a contendersi Vittoria – perché fino ad allora un tacito patto tra le due aveva mantenuto l’equilibrio – Figlia mia sbanda, prende le parti ora dell’una ora dell’altra, e nel voler essere equanime e corretto rinuncia a scegliere depotenziando ogni possibile storia. Quando poi la ragazzina prende, dopo tanto silenzio, la parola, ecco uscire dall’innocente frasi rotonde e sentenziose, apparecchiate e fintissime con incorporata la moralina finale. Disastro, davvero…