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giovedì 13 gennaio 2022

Calls - Fede Álvarez

se avete mai visto Guilty e Locke (ottimi film) saprete che lì vediamo e ascoltiamo qualcuno che parla, mai vediamo chi c'è dall'altra parte del filo (nei telefoni cellulari non c'è il filo, ma ci siamo capiti).

in Calls si è ancora più estremi, non si vede niente e nessuno, si ascoltano "solo" delle telefonate.

in tutte le telefonate c'è qualcosa di strano, uno/a dei parlanti è già morto/a.

cosa è successo lo vedrete (ascolterete) da voi.

buona (inquietante e appassionante) visione - Ismaele



 

 

 

Una città, un orario, una data, il suono di una connessione telefonica, la voce di una persona che parla, un’altra voce umana che risponde. 180 minuti totali, divisi in 9 episodi della durata di 20 minuti ciascuno. La serie Calls è una coproduzione Apple Tv+ e Canal+, diretta da Fede Álvarez sulla base dell’omonima serie francese ideata da Thimotée Hochet. Persone che parlano al telefono, mettendo in scena situazioni singolari, enigmatiche ed inquietanti, in un clima di tensione e mistero, dove lo spazio è un’astrazione grafica tridimensionale, mentre il tempo fluisce secondo traiettorie multidirezionali in cui fabula e intreccio si intersecano ripetutamente. Ogni episodio ha due o tre personaggi che interloquiscono. Mark che esce in auto, dopo una discussione, si assenta da casa per non più di un paio d’ore, ma Rose al telefono gli dice che invece sono trascorsi giorni. “È tutto nella tua testa”, dice Katrine alla sorella Layla, ipocondriaca, che la chiama ripetutamente, impedendole di portare a termine una delicata conversazione col marito. Il comandante di un aereo in volo parla al telefono con la sua bambina mentre i notiziari dicono che il suo aereo è precipitato…

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…Si bien el apartado sonoro es su mayor virtud, el aspecto más llamativo y original de la serie lo encontramos en la parte visual. Aquí no hay paisajes hermosos, juegos de sombras o planos imposibles embellecidos con una gran fotografía. Ni siquiera llegamos a contemplar a los propios protagonistas. Todo lo que podemos apreciar son líneas y ondas que cambian y se adaptan a medida que transcurren las conversaciones. De esta manera, Álvarez ayuda al espectador a no perderse entre tanto cambio de voz y nos invita a exprimir al máximo nuestra imaginación para dar significado a todas estas formas abstractas.

'Calls' es una pequeña joya de ciencia ficción tan brillante como angustiosa. Es cierto que a medida que avanzamos en las historias su estructura puede resultar algo repetitiva. No obstante, el desarrollo y la tensión creciente en cada episodio siempre logra sorprender de una u otra manera. Además, Álvarez consigue hilar todas las tramas de forma muy inteligente, logrando asimismo una serie adictiva y sobre todo, atrevida. También podría funcionar como audiolibro -o 'audioserie'-, pero sin su inmersivo apartado visual la experiencia no sería tan completa y sobrecogedora. En definitiva, otro acierto más de Apple.

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lunedì 21 gennaio 2019

Una notte di 12 anni – Álvaro Brechner

José "Pepe" Mujica, Mauricio Rosencof e Eleuterio Fernández Huidobro furono imprigionati per dodici anni in celle singole, in isolamento totale, per distruggerli, per farli impazzire.
dire tortura è dire poco.
quando furono liberati diventarono scrittori, ministri, Pepe Mujica addirittura presidente della repubblica, ma tanti sono morti.
il film ha dei bravissimi attori (appare per pochi minuti anche Soledad Villamil) e ricorda a tutti quanto può essere cattivo l'essere umano, e come tre indifesi prigionieri resistono, senza cedere mai.

naturalmente il film è in pochissime sale, ma se vi capita a portata di mano non esitate, non vi deluderà, promesso - Ismaele



…È interessante che a distanza di pochi giorni arrivino nelle sale cinematografiche italiane due opere che ci ricordano ciò che accadde in due Paesi dell'America Latina nella seconda metà del secolo scorso. Si tratta del documentario Santiago, Italia di Nanni Moretti sul Cile e di questo film.
Entrambi, seppure con modalità narrative diverse, ci ricordano ciò che accade quando una brutale dittatura in nome di un preteso 'diritto' cancella qualsiasi forma di trattamento umano nei confronti dei detenuti. Seguiamo i 4323 giorni di detenzione di tre dei nove guerriglieri catturati ed assistiamo ad una scientifica quanto abietta strategia finalizzata non tanto ad ottenere informazioni (le quali con il trascorrere degli anni divengono sempre meno utili) quanto piuttosto per devastarne la psiche uccidendoli di fatto pur mantenendoli in vita…

…L’impianto drammaturgico è semplice, lineare, e la scrittura, a tratti, inciampa in un poeticismo un po’ melenso nel ricostruire una fase storica, dominata da un’autorità violenta e spietata, supportata da una burocrazia paradossale. Si mostra l’inferno dal quale Mujica proviene quasi sottintendendo una spiegazione del suo approccio politico futuro: la visione pragmatica della realtà delle cose, di ciò che va considerato davvero importante, di ciò che si può ritenere superfluo. Il respiro è volutamente popolare e retorico e lo stesso ricorso all'ironia si spiega col tentativo del film di proporsi, didascalicamente, come strumento didattico per raccontare a un pubblico, il più vasto possibile, la sofferenza nella quale si è forgiata una figura straordinaria.

…Partendo dal libro di memorie di Rosencof e Huidobro, il regista prova così a raccontare a suo modo una delle pagine più buie del paese. Lo fa mantenendo una invidiabile lucidità che gli consente di sostenere la narrazione con mano solida e ritmo calzante e senza mai cadere nella trappola della retorica.
Ciò che convince di più nel film infatti, è la capacità di raccontare nel dettaglio l’orrore della prigionia grazie a una sapiente introspezione dell’animo umano che evita inutili forzature. La chiave narrativa spinge così lo sguardo dello spettatore in una direzione cruda e spietata grazie alla sola forza delle immagini che cerca di restituire tutte le privazioni, i soprusi a cui erano sottoposti i prigionieri dentro a un clima di feroce, spasmodica tensione, ricorrendo alla potenza evocativa dei tempi morti che ben sottolineano ed evidenziano il disordine psicologico partorito dalla tortura.
La storia si basa su molteplici fattori e innumerevoli dettagli, ma quello che sicuramente sta più a cuore del regista, non è certo la voglia di produrre un asettico saggio di analisi storica anche critica. Prevale invece in lui il desiderio, la voglia di concentrarsi sulla lotta  per la dignità di tre individui e  celebrare così’ la resistenza caparbia dell’essere umano, la sua capacità non solo di sopravvivere, ma di riuscire a conservare (e persino arricchire rendendola più feconda)  la propria umanità anche nelle peggiori condizioni di sofferenza e umiliazione è questo è certamente un pregio, ma anche un piccolo problema sia pure secondario poiché il voler limitare  al minimo indispensabile la contestualizzazione socio-politica di quel particolare momento storico,  potrebbe  anche rendere allo spettatore  che non ha alcuna nozione di quegli avvenimenti (e ce ne potrebbero essere moltissimi al giorno d’oggi) il senso ultimo di una pellicola che è come un iceberg perché anche lei (come quello) ci fa scorgere solo la punta più alta che affiora sulla superficie, ma ci fa ben comprendere che sotto esiste una massa ancora più ingombrante tutta da scoprire per le molteplici implicazioni che si porta dietro…

Una notte di 12 anni è insomma un film di una semplicità disarmante: frutto di anni di lavoro e di conversazioni con i veri protagonisti della terrificante prigionia, il film restituisce, con la sua preziosa linearità, una precisione essenziale interrotta qua e là, appunto, da qualche “episodio”, ma strutturata su una scelta stilistica assolutamente chiara e netta. Così anche la liberazione arriva, preannunciata certo dal ritorno alla prigione di Stato da cui eravamo partiti, senza fragore e retorica. E proprio per questa scelta sobria, il racconto della detenzione del futuro Presidente e dei suoi compagni commuove senza ricatto, sciogliendosi catarticamente nell’abbraccio ai cari che segna il ritorno alla vita.
Con una semplice e vacua formula si potrebbe dire che Una notte con 12 anni è un film “importante”, che racconta la forza dell’umanità e la forza della ragione, in varie accezioni, che non si spegne neppure con 12 anni di buio. Ragione e “immaginazione”, come ha ripetuto più volte il regista, perché senza immaginazione si perde tutto, non si può ricordare, ridisegnare e concepire il senso, strutturare l’identità. Ma al di là di questo nobile intento, il film riesce soprattutto a essere un’operazione intelligente e mirata sull’interiorità, la più vasta e misteriosa delle risorse. Il sorriso, la statura morale e le parole di Mujica – simbolo di lotta meno celebre di Mandela, ma la cui parabola non è poi troppo differente – sono ancora qui a ricordarcelo.

Il regista fa anche un buon lavoro di sceneggiatura per far appassionare lo spettatore alle vicende di tre detenuti che, in isolamento per anni, non fanno altro che essere spostati di caserma in caserma. Ricrea l’alienazione di questi luoghi, la ripetitività e l’ossessività dei movimenti al loro interno, un tempo circolare dove difficilmente si distingue il giorno dalla notte, ma spezza abilmente la monotonia con incursioni frequenti nelle menti dei tre, nel loro ondeggiare tra follia e lucidità, nel lavorio incessante per creare spazi astratti di evasione con fantasie su persone care, o ricordi riproposti in chiave onirica, con giochi immaginari, o inventando nuovi codici di comunicazione in assenza di linguaggio…


lunedì 25 agosto 2014

El ultimo tren – Diego Arsuaga

un viaggio in treno che è una riscossa per degli amanti dei treni e delle ferrovie.
sapendo che una locomotiva "storica" verrà venduta a uno studio di Hollywood, alcuni vecchietti si mettono in moto per salvare il patrimonio nazionale.
sarà una corsa contro il tempo, e la gente, alla fine, sarà con loro.
attori in stato di grazia per un film epico.
vedetevelo, vi piacerà - Ismaele





El último tren es una especie de westerncrepuscular rodado casi en su totalidad en escenarios naturales (los campos y montes del interior de Uruguay). La película narra con ternura y humor la odisea subversiva que llevan a cabo tres viejos y un niño (símbolo esperanzador del recambio generacional) contra la irrupción despótica de la lógica del Mercado que arrasa con todo lo que se encuentra a su paso. Una lógica cruel y avasalladora - que está saqueando con especial virulencia (y a veces, con trágicas consecuencias) el patrimonio público de los países latinoamericanos - encarnada en El último tren por la figura de un avezado emprendedor (Gastons Pauls, el acompañante de Ricardo Darín en Nueve reinas) sin escrúpulos.
El itinerario suicida de los tres viejos luchadores acaba metafóricamente en una vía muerta, en medio de un paisaje agreste y olvidado (imagen ilustrativa de la periferia infinita y desconocida que rodea la lujosa ciudad global). Pero eso en la película de Arsuaga (que ha contado con la colaboración de Fernando León como co-guionista) no es motivo para el desaliento, ya que es precisamente en esa vía muerta donde se produce el contagio subversivo, el milagro de la rebelión de los pequeños y los desheredados que espontáneamente se enfrentan y vencen al Golliat invisible que les atenaza y les condena de antemano a una resignación escéptica. Una rebelión ingenua y pura, más sentimental que intelectual, que enlaza el trabajo de Diego Arsuaga con cintas como La estrategia del caracol o Pan y rosas.

El último tren es un bello cuento épico narrado en clave de comedia pero con textura de western y puesta en escena de road movie, cuyo desarrollo narrativo, con moraleja política incluida, le convierte en una solida propuesta fílmica apta para muchos tipos (no todos) de públicos. Diego Arsuaga ha realizado una película llena de rabia y optimismo que logra mantener la tensión gracias a un sólido guión y a un preciso trabajo de dirección de actores…
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domenica 6 gennaio 2013

25 Watts - Juan Pablo Rebella, Pablo Stoll


a metà strada fra “Radiofreccia” e “Clerks”, è un film che quando arrivi alla fine ti dispiace sia durato così poco, e allo stesso tempo quei ragazzi ti sembra di averli già conosciuti, un po’ di anni fa, ed erano tuoi amici.
dispiace che i due registi abbiano fatto insieme solo due film, entrambi bellissimi.
cercatelo e guardatelo, non ve ne pentirete, promesso - Ismaele



…per parlare di 25 Watts (2001) non si può che abbondare di aggettivi di grado positivo: è un film delizioso, percorso da striature comiche di affilata fattura alle quali si riconduce uno stuolo di macchiette che tonificano reiteratamente una narrazione amabilmente episodica, inaspettatamente integra, avvolta con un filo conduttore dal mesto sapore che non lesina sprazzi di follia e assurdità latente: l’ex guardia ora portapizze che sente le voci nella sua testa, il vicino di casa un po’ scemo, gli amici del fratello di Seba, il responsabile della videoteca, gli esempi si sprecano e qui non si proseguirà il mero elenco, semplicemente nell’equilibrio filmico i personaggi(ni) che si avvicendano e che, in fondo, poco hanno a che fare con i tre ragazzi, sono vivi (oltre che divertenti), e meglio di così non si poteva chiedere

25 Watts is consistently funny in refreshingly original ways, deriving its laughs from the interactions between its unique characters and the wealth of interestingly comic scenarios they find themselves in.
Repetition, boredom, routine, and the draining dullness of everyday life: these are the primary concerns of25 Watts, the issues it tackles head on in its every aspect. Rebella and Stoll dwell on the monotony of life, jump-cutting scenes of Javi’s working day (he drives a car which repeats the same pasta advertisement for hours on end) to emphasize the repetitive agony of his every moment. An ingenious scene arises from their mounting the camera upon a revolving turntable, capturing Leche’s literally circular efforts to commit himself to his studies. Working with limited resources, the directors weave an impressively deep social comment into their inherently comedic film, interspersing the many laughs with a nice glimpse into the disappointing first iterations of adult life.
Painfully funny to the last, 25 Watts is a wonderfully simplistic urban comedy with more than its fair share of original characters and comic scenarios. More than merely this, however, it touches at times on the profound, daring to delve into the less funny aspects of the disappointing dullness of life and growing up. Meaningful as well as hilarious, it demonstrates precisely the kind of directorial talent required to reinvigorate a national cinema.

mercoledì 4 gennaio 2012

film (non al cinema) del 2011 - America

un film sull'innamoramento, con Jara che alla fine riesce a parlare con Julia, ma noi non sentiremo mai cosa si diranno.
un film che racconta anche quei moderni campi di lavoro che sono ipermercati e centri commerciali. 
non è un film epico o avventuroso, è piuttosto dimesso, come lo è Jara, e Julia, gente umile che lavora per sopravvivere, di quelli che il cinema ci fa vedere di rado. 
merita.

Mica sai bene cos’è prima di vederlo, leggi che su rottentomatoes ha il 90% dei giudizi positivi (Hereafter, per esempio, ne ha il 45%), che ha vinto premi in tutto il mondo, ecco, metti il film nel lettore e guarda fino alla fine.
Film o documentario, non importa come definirlo, è Cinema e quello che ti regala è enormemente di più dei 73 minuti che gli dedichi .

Un film unico e strano, di un regista grandissimo. Una storia bella, di gente diversa che finisce in manicomio, con delle parti davvero emozionanti. Non so se esiste in italiano, ma merita davvero.

Japon - Carlos Reygadas

questo è un film che arriva da un altro mondo, o forse è di questo mondo e Carlos Reygadas ha gli occhi per vederlo e ce lo mostra.
è uno di quei film nei quali ti devi far prendere per mano dal regista e vedere con fiducia, magari poi non ti piace, ma devi lasciarti condurre da Carlos-Virgilio, è un viaggio che raramente si vede al cinema e non siamo abituati.
a me è piaciuto molto, il privilegio di poter ascoltare la musica dell'uomo è grandissimo, Ascensiòn è un miracolo.
come perderlo?

sembra aver preso il meglio del cinema muto comico, delle commedie vertiginose anni 40-50 alla Wilder, Tomas Gutierrez Alea ha fatto un capolavoro di comicità e di satira.
mi sono divertito moltissimo.

un film doloroso, che forse assomiglia a "Elephant", ma è un'altra cosa.
Jean-François è il personaggio che mi ha impressionato di più, perfetto.
provate a vederlo, non ve ne pentirete.

inizia con una fila di facce in un bar, e con Cassius Clay, quando ancora si chiamava così, che vediamo colpire un povero Anthony Quinn, pugile suonato a fine carriera.
già i primi cinque minuti lasciano senza fiato, poi il grande Anthony Quinn, all'altezza di Zampanò di Fellini, a anche gli interpreti di spalla e Ralph Nelson fanno il resto.
il tutto in un bianco e nero perfetto. 
non privatevene.