Desde mi punto
de vista esta es la película que confirma a Yilmaz Güney como el Victor Hugo
del cine, ¿cómo no ver en este crudo film un recuerdo de "Los
miserables"? Me refiero a aquellos para los que la suerte es esquiva y para
los que no existe la justicia. Posiblemente esta sea la única película en la
que el director turco abandona la despiadada Anatolia para recalar en una de
las ciudades más carismáticas y contradictorias del continente europeo:
Estambul, hoy en día un foco turístico que aún esconde grandes miserias, lo
cual hace que, por desgracia, esta película esté de rabiosa actualidad. La
belleza de Santa Sofía o la Mezquita Azul contrastan vivamente con la -sea
literalmente dicho- mierda en que nadan los protagonistas de este film, desde
los niños hasta los adultos. Mientras los cruceros atraviesan el Bósforo o
atracan en el Cuerno de Oro miles de buscavidas se afanan en sobrevivir
diariamente. Precisamente el valor del cine de Güney reside en el hecho de que
a lo largo de su filmografía realiza un recorrido completo por toda la
geografía de Turquía, radiografiando su sociedad de arriba a abajo, de tal
manera que si algo caracteriza a su obra es su afán globalizador, ese deseo por
captar la realidad en toda su extensión. (Davilochi)
è l'ultimo film di Yilmaz Güney, girato in Francia, in un ex monastero, in concorso a Cannes nel 1983, l'anno prima di morire. ambientato interamente in carcere, donne, bambine, uomini, e ragazzi nello stesso carcere, divisi da un muro. guardie sadiche, ragazzini che possono solo subire l'ingiustizia e la prevaricazione, continuamente imbrogliati e picchiati senza pietà, un calvario senza fine. un film doloroso e necessario, di un regista che in carcere è stato per anni, mica lo ha visto al cinema. da non perdere - Ismaele
Duvar is the last film of Yilmaz
Guney. It was made in France under very bad conditions. But it is successful on
describing the violence in prison without being too much 'political'. It's a
striking movie, which nobody could stay indifferent to it.
…Il film è girato in un'abbazia francese, ma intende
rappresentare il carcere di Ankara in cui lo stesso regista fu detenuto. Nello
stesso carcere tre sezioni: quella maschile, quella femminile e quella
minorile. A dividerleil murodel titolo. Le immagini grezze del
regista, che tornava a dirigere in prima persona un film dopo anni di
sceneggiature scritte da dietro le sbarre, raccontano la vita dei tre gruppi,
con particolare attenzione ai bambini. È fra loro infatti che il dolore sa
mostrarsi con maggiore grado di crudeltà e di gratuità. Le ispezioni e le
percosse delle guardie, i ragazzini costretti a mangiare le proprie pulci, gli
abusi sessuali, i lavori forzati e ancora le percosse, le vessazioni. Infine la
morte di un ragazzino, freddato mentre cerca di fuggire: è la goccia che fa
traboccare il vaso; la rivolta si organizza e si barrica all'interno delle
celle per chiedere trattamenti più umani. Il finale lo lascio a voi,
avvisandovi di non farvi troppe illusioni. Durante la vita di cella il popolo
d'Anatolia ci è mostrato con tutte le sue tradizioni, i canti, le melodie
festanti o sofferenti della bağlama, i balli, le superstizioni, i cibi. Insomma
vedendolo resistere nel chiuso della prigione, Güney ce lo fa immaginare com'è
al di fuori, costretto da catene sociali, da vincoli d'onore, ma ache
depositario di tradizioni secolari, rurali/orali, intatte e vitali. Nel
frattempo le esercitazioni e i cori delle guardie e l'intrusione audio di spot
commerciali radiofonici, ci danno il senso dell'ipocrisia della società, che
negli anni in cui il film è girato associava militarizzazione e ingresso nel
luccicante regno del consumismo occidentale.
Lo stile di Guney è davvero degno di nota. È grezzo, come
dicevamo, non ha grandi rifiniture artistiche, anche se a volte si riconosce un
certo gusto per la composizione dell'immagine. Con naturalezza offre immagini
cattive, spietate, marchiate a fuoco da un sapore di realtà che è difficile non
avvertire allo stomaco. Ricordiamo il piano sequenza condotto dal punto di vista
di una carriola, fisso sul volto di un prigioniero i dodici anni, sofferente
mentre va al lavoro forzato in inverno, schifato da tutti i compagni per il
fatto di non aver avuto il coraggio di denunciare gli abusi subiti; oppure il
primo piano violentissimo di un parto, i tonfi delle percosse, i dettagli di
ematomi, cerotti, sangue rappreso. Un pulp neo-realista, senza artificio
narrativo. Un film denuncia e un film poesia al contempo, di quelle poesie
scritte con parole normali, non ricercate, ma dirette a tutti, alla gente, alle
coscienze più che ai sensi estetici. Gli attori vengono dagli arabi delle
periferie francesi e dai turchi delle periferie tedesche; era probabilmente
gente che sapeva come muoversi all'interno delle pareti di un carcere.
"Duvar" is certainly my
favorite Yilmaz Güney film after "Umut" (Hope). The director mainly
tries to describe the prison conditions in Turkey after coup d'état in 1980.
Being very political himself, he draws a dark picture of a Turkish prison where
most people are stuck because of their political activities.
Here we see men, women and children living in
different sections; but we are confronted with the tragic story of children,
while the adults have to watch them anxiously behind the windows. In their
attempt to change to another prison for better conditions; the children try
petition, escape and mutiny. In return, they are faced with continuous beating,
harassment and even death. In their section, there is never good food, enough
bread or water for bathing. In the film, the only likable person is the
guardian "Áli Emmi" (Tuncel Kurtiz), who gets his prize by being
humiliated and getting fired at the end.
Güney's dark film shifts between (many) bad and
(some) good experiences in the prison context, which makes keeps the audience
always interested. He uses some interesting techniques and many references to
the political context of early 80's Turkey, which makes the film gripping,
especially for the contemporaries.
Ultimo lungometraggio di Yilmaz Güney e suo testamento
cinematografico,
Opera quasi autobiografica del regista curdo, che costruisce un racconto
spietato e crudo
di una carcere turca di Ankara, estrapolato in parte dai propri ricordi di
carcerato
(il regista è stato rinchiuso anch'egli in un carcere) e da testimonianze di
altri detenuti.
Il film si basa sullo stato di barbarie presente nei penitenziari Turchi degli
inizi anni '80, che tutt'oggi persiste. Dove bambini, donne e uomini, vivono
alla mercé di inumani secondini e feroci egemoni statali, patrocinati da una
legge che non possiede occhi né orecchie. Nonostante ciò è presente una poetica
di fondo che si riflette nelle interpretazioni degli attori dilettanti, dalle
loro capacità di trasmettere incertezze e paure, da alcune frasi, pronunciate
come liriche, canti in mezzo all'inferno. Güney fa forza sulla meticolosa
ricostruzione del penitenziario, offrendo allo spettatore una panoramica
sull'ambiente crepuscolare e torbido di un carcere, consegnando il patrimonio
di un'esperienza drammatica a cui lo spettatore non può sottrarsi dal
riflettere su quanto ancora l'uomo affoghi nella degenerazione imposta dalle
sue stesse regole.
Emblematico il desiderio di fuga dei giovani protagonisti che si trasforma in
una più modesta speranza di trasferimento in un carcere migliore. Ma come
mostra lo stesso regista e come a più riprese commentano gli stessi disillusi
personaggi, non esistono carceri migliori, e forse nemmeno fuori dal carcere le
cose vanno meglio.
…Its writer and director, Yilmaz Güney, spent a
considerable period of time in Turkish gaols, first for writing left-wing
novels, harbouring anarchists and such things, and later for killing a judge at
a nightclub. So he should know what he’s talking about, but he might also have
had cause to want to toss a few hand grenades in the direction of the Turks –
from the safety of France, mind you, where the film was made and to which he
had fled after escaping from prison in 1981. For all of its depiction of the
horribleness and brutality of the penitentiary, which contains men, women and
teenage boys in separate sections, it’s also strangely dispassionate. The film
focuses mainly on the boys, housed in a big dormitory, mistreated generally and
terrorised in particular by one especially vicious guard, Cafer. Sadly, in the
detailing of all the various degradations and humiliations, character development
is left somewhat underdone, particularly in the first half, which reduces the
impact of several of the more powerful scenes – such as where the screams of
one boy are broadcast across all sections of the prison as the soles of his
feet are being beaten (he had recited a mildly subversive poem to the other
boys), and where a female prisoner and her lover, all set to be married and
sent off with dances and celebrations by the other prisoners, are tricked and
taken away to be executed. Even in the second half, when a vulnerable
14-year-old boy (who has been raped by Cafer but is too frightened to report
it), gets shot and killed in a pretty futile attempt to escape, one is inclined
to think that perhaps it wasn’t such a bad choice that he made.
Ai tempi in cui era una star del cinema
popolare turco lo chiamavano “çirkin kral”, il “re brutto”. Seguiva modelli
alla James Bond, il Marlon Brando in canottiera, Jack Palance, Burt Lancaster.
Il pubblico, soprattutto quello poco raffinato, non solo si immedesimava nei
suoi ruoli, ma gli voleva bene, lo considerava uno dei suoi. La sua parabola da
divo a regista è accostabile (in termini generali e talvolta specifici) a
quelle del nostro De Sica o del maestro Eastwood. Di mezzo una spezia
pasoliniana per una passione letteraria e scrittoria che fu l’inizio dei suoi
guai giudiziari: nel 1961, a ventiquattro anni, viene condannato a un anno e
mezzo di prigione per aver pubblicato un romanzo “di propaganda comunista”.
All’anagrafe Yılmaz Pütün, il mondo lo ricorda come Yılmaz Güney, letteralmente
traducibile con qualcosa come “sud integerrimo”; non è pedanteria di redattore:
in turco ogni nome ha un significato! L’apice della sua carriera lo visse
lontano dalla sua gente, in Francia, ricevendo la Palma d’Oro di Cannes per il
lungometraggio Yol e morendo poco tempo
dopo, avendo giusto il tempo di girare un ultimo film, Duvar. Senza quel premio probabilmente non ci
ricorderemmo di lui. Merito di una Francia che in quegli anni dava accoglienza
a più di un intellettuale esule: oltre a Güney, in quegli anni a Parigi c’erano
Solanas e Costa Gravas, ad esempio, mentre già negli anni Settanta Sartre si
era speso per una campagna internazionale contro la carcerazione di Yılmaz del
1972…
La tomba di Yilmaz Güney a Père Lachaise
è diversa dalle altre. Non di marmo, di pietra calda, ma una sorta di
baldacchino di acciaio lucido, freddo, a sovrastare la lapide. In realtà però
non c’è freddezza in quell’acciaio. Paradossalmente quel lucido metallo finisce
con il trasmettere calore. O forse è solo la suggestione di chi sta davanti a
quella tomba. E vede scorrere davanti agli occhi la vita passionale,
appassionata, caldissima di Yilmaz Güney. Che oggi avrebbe 73 anni se un tumore
allo stomaco (non curato in prigione), non l’avesse corroso. Güney è morto a
Parigi, il 9 settembre 1984. Era arrivato nella capitale francese, esule, in
modo rocambolesco. Come del resto avventurosa è stata tutta la sua vita. Era
riuscito a beffare i militari che si erano appena impadroniti nuovamente del potere
(con il terzo golpe, il 12 settembre 1980, in trent’anni). Era fuggito di
prigione. Dal carcere di massima sicurezza sull’isola di Imrali, quello dove
dal 1999 si trova, Abdullah Öcalan, il presidente del Pkk. Anche Güney era
kurdo. Anzi come sottolineava lui stesso «un kurdo assimilato. Mia madre era
kurda, mio padre kurdo zaza. Fino a quindici anni ho sempre parlato kurdo. Poi
sono stato separato dalla mia famiglia. A quel tempo dicevano che i kurdi non
esistevano. Che la lingua kurda non esisteva. Ma io sentivo gente che cantava e
parlava in kurdo. Vedevo i kurdi vivere in estrema povertà e repressione. Mio
padre era di Siverek: ho visitato Siverek quando avevo 16 anni. E’ stato allora
che ho capito chi ero veramente. E a 34 anni ho potuto finalmente visitare il
villaggio di mia madre, Muş. Sürü, è la storia di ciò che accadde alla tribù di
mia madre»…
qualche anno fa ho visto “Umut” (Speranza), che racconta una storia sempre attuale, di chi vuole fuggire la propria condizione con un colpo di fortuna personale (lotterie e grattaevinci e giochi d’azzardo vari non mancano da noi, mi sembra).
e lo fa con una pulizia, una chiarezza, una forza e un coraggio grandissimi, un film bellissimo - Ismaele
… Güney era curdo da parte di madre, nato nel 1937 ad Adana, da padre di etnia Zaza. Ha fatto l’attore, lo sceneggiatore, il romanziere e il regista ed è passato alla storia come uno dei cineasti più impegnati in assoluto. È stato in carcere tre volte per un totale di tredici anni, le prime condanne le ha scontate per ragioni politiche — era la prima metà degli anni settanta e le leggi turche erano intolleranti nei confronti della propaganda — poi per aver ucciso un giudice. Nel 1981 è riuscito ad evadere e scappare in Francia, lasciandosi alle spalle una condanna a diciannove anni della quale non avrebbe probabilmente visto la fine. Ha scritto i suoi lavori migliori da dietro le sbarre e li ha fatti girare dai suoi assistenti. Nel 1982 ha vinto una Palma d’Oro a Cannes perYol, il suo film più conosciuto all’estero, e nel 1983 ha giratoDuvar, la sua ultima pellicola, mentre il governo turco revocava la sua cittadinanza e lo condannava a ulteriori vent’anni di prigione. È morto nel 1984, con alle spalle una delle carriere più rocambolesche della storia del cinema. Questi sono i fatti che sono riuscito a trovare facendo ricerche sul web, il resto sono più che altro leggende…
“Güney era un guerriero. Ha vissuto la sua breve vita con intensità, con ardore e passione. I suoi film sono pieni di passione. E questo ha ispirato molti, soprattutto me. Aveva una passione senza compromessi: una forza straordinaria. E’ stato un maestro del cinema realista. Era stato lui stesso ispirato dai neo realisti italiani. Penso per esempio ai suoi primi lavori, Umut, speranza. Ti viene in mente Ladri di biciclette, di Vittorio De Sica. Ma anche Accattone di Pier Paolo Pasolini. Il cinema turco di oggi ha in sè questo realismo secco e asciutto, la capacità di dire molte cose con poche scene.” (Fatih Akin) Questa testimonianza di Fatih Akin, regista turco fra i pochi noti alle platee internazionali, è importante e giusto riconoscimento del ruolo centrale che Yılmaz Güney occupa fra i grandi del cinema, non solo in Turchia. La sua vita segnata da esperienze estreme come carcere, evasione, esilio, rende impossibile scindere l’uomo dal suo cinema, divenuto per lui linguaggio armato con cui vivere oltre la morte e colpire il nemico, dovunque continui ad annidarsi. Dopo anni di prigione e sceneggiature scritte in cella e affidate ad altri, Guney torna a dirigere in libertà per l’ultima volta, e lo fa parlando di un’esperienza vissuta in prima persona…
Ai tempi in cui era una star del cinema popolare turco lo chiamavano “çirkin kral”, il “re brutto”. Seguiva modelli alla James Bond, il Marlon Brando in canottiera, Jack Palance, Burt Lancaster. Il pubblico, soprattutto quello poco raffinato, non solo si immedesimava nei suoi ruoli, ma gli voleva bene, lo considerava uno dei suoi. La sua parabola da divo a regista è accostabile (in termini generali e talvolta specifici) a quelle del nostro De Sica o del maestro Eastwood. Di mezzo una spezia pasoliniana per una passione letteraria e scrittoria che fu l’inizio dei suoi guai giudiziari: nel 1961, a ventiquattro anni, viene condannato a un anno e mezzo di prigione per aver pubblicato un romanzo “di propaganda comunista”. All’anagrafe Yılmaz Pütün, il mondo lo ricorda come Yılmaz Güney, letteralmente traducibile con qualcosa come “sud integerrimo”; non è pedanteria di redattore: in turco ogni nome ha un significato! L’apice della sua carriera lo visse lontano dalla sua gente, in Francia, ricevendo la Palma d’Oro di Cannes per il lungometraggio Yol e morendo poco tempo dopo, avendo giusto il tempo di girare un ultimo film, Duvar. Senza quel premio probabilmente non ci ricorderemmo di lui. Merito di una Francia che in quegli anni dava accoglienza a più di un intellettuale esule: oltre a Güney, in quegli anni a Parigi c’erano Solanas e Costa Gravas, ad esempio, mentre già negli anni Settanta Sartre si era speso per una campagna internazionale contro la carcerazione di Yılmaz del 1972…
La tomba di Yilmaz Güney a Père Lachaise è diversa dalle altre. Non di marmo, di pietra calda, ma una sorta di baldacchino di acciaio lucido, freddo, a sovrastare la lapide. In realtà però non c’è freddezza in quell’acciaio. Paradossalmente quel lucido metallo finisce con il trasmettere calore. O forse è solo la suggestione di chi sta davanti a quella tomba. E vede scorrere davanti agli occhi la vita passionale, appassionata, caldissima di Yilmaz Güney. Che oggi avrebbe 73 anni se un tumore allo stomaco (non curato in prigione), non l’avesse corroso. Güney è morto a Parigi, il 9 settembre 1984. Era arrivato nella capitale francese, esule, in modo rocambolesco. Come del resto avventurosa è stata tutta la sua vita. Era riuscito a beffare i militari che si erano appena impadroniti nuovamente del potere (con il terzo golpe, il 12 settembre 1980, in trent’anni). Era fuggito di prigione. Dal carcere di massima sicurezza sull’isola di Imrali, quello dove dal 1999 si trova, Abdullah Öcalan, il presidente del Pkk. Anche Güney era kurdo. Anzi come sottolineava lui stesso «un kurdo assimilato. Mia madre era kurda, mio padre kurdo zaza. Fino a quindici anni ho sempre parlato kurdo. Poi sono stato separato dalla mia famiglia. A quel tempo dicevano che i kurdi non esistevano. Che la lingua kurda non esisteva. Ma io sentivo gente che cantava e parlava in kurdo. Vedevo i kurdi vivere in estrema povertà e repressione. Mio padre era di Siverek: ho visitato Siverek quando avevo 16 anni. E’ stato allora che ho capito chi ero veramente. E a 34 anni ho potuto finalmente visitare il villaggio di mia madre, Muş. Sürü, è la storia di ciò che accadde alla tribù di mia madre»…