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lunedì 29 luglio 2024

Classifica 2023-2024

anche quest'anno (agosto 2023 - luglio 2024) faccio una specie di classifica dei film visti al cinema (solo 52), e qualcosa di ottimo e buono c'è (cliccando su ogni titolo c'è il link alla piccola recensione che avevo scritto a suo tempo), gli altri, comunque buoni, si trovano nel blog - Ismaele


La zona d'interesse

Oppenheimer

Civil war

 

 

Robot dreams (Il mio amico robot)

Estranei

Lubo

 

 

Green border

Palazzina Laf

Killers of flowers moon

 

 

La chimera

Manodopera (Interdit aux chiens et aux italiens)

Anselm

  


lunedì 27 novembre 2023

La chimera – Alice Rohrwacher

il cinema di Alice Rohrwacher è sempre un cinema dalla parte degli ultimi, La chimera è un'epica dei poveracci tombaroli, ai quali restano le briciole delle ricchezze che portano alla luce; i ricettatori, gente rispettabile, sfruttano i tombaroli, senza correre i loro rischi.

si racconta la storia di un gruppo di poveri emarginati, nelle campagne di un paesetto toscano (in realtà il film è girato a Blera, in provincia di Viterbo), ricco di tombe etrusche.

si rivede in scena un'anziana Isabella Rossellini, in una parte di ricca decaduta, in attesa di una figlia ormai morta, circondata da figlie serpenti, che aspettano solo che schiatti, o che almeno sia rinchiusa in un ospizio, per rubare meglio.

il paeseggio è quello di un territorio (o una nazione?) con un grande avvenire dietro le spalle dove l'offerta lavorativa è quella dell'operaio in una fabbrica chimica, che avvelena l'ambiente, lavoratori e abitanti compresi (la Toscana è una delle regioni più inquinate dai Pfas).

alla fine, come dopo una tragedia epocale, una comunità di donne e bambini potrà far rinascere la speranza di una vita degna.

il film è in una settantina di sale e merita di sicuro la visione - Ismaele


 

 

Temi e suggestioni sono notevoli, spesso però da inseguire nella lunga elaborazione del lutto che in qualche maniera racconta il film. Nel quale sembrano esserci troppe deviazioni e parentesi, troppi film nel film, linee narrative (geniale e felice quella del cantastorie che appare a più riprese) che si intrecciano alla principale. Effettivamente come accade nella vita, di tutti noi, che si interrompe, riprende, cambia direzione, e spesso si ferma a seguire altre suggestioni, possibilità o urgenze.

Anche lo stile, è quello proprio della regista, che torna a utilizzare le tonalità tanto amate e a guardare verso i diseredati, gli innocenti loro malgrado, la natura e le sue creature. Una comunità ideale nei quali perdono di senso i confini, tanto spaziali quanto temporali, e le regole, dell’uomo e di una società che non ha rispetto di nulla e nessuno. Nella quale non è banale che siano le donne a offrire e cercare un’alternativa, e a mostrare – come detto dalla stessa Rohrwalcher – una attitudine diversa nella costruzione delle cose, che dia loro una vita nuova. Una donna apre e chiude il film, d’altronde, a una donna è affidato il colpo di scena del plot, donne diverse caratterizzano il percorso esistenziale di Arthur, dall’Italia di Carol Duarte alla Flora di Isabella Rossellini, in un ruolo di poca presenza ma di indubbio peso…

da qui

 

…La parte che colpisce di più del film di Alice Rohrwacher è senza dubbio quella finale, che tira molto bene le somme di quanto mostrato in precedenza. In una sequenza toccante e visivamente sorprendente, il confine tra vita e morte si confonde definitivamente, chiudendo l’arco narrativo del protagonista nell’unico modo possibile.

Di scene particolarmente affascinanti nel corso di quest’opera ce ne sono diverse, momenti che rimangono impressi e a cui si ripensa anche a visione ultimata: tra questi ricordiamo quella del viaggio in treno di Arthur e dei tombaroli, in cui il protagonista si ritrova a chiacchierare con anime alla ricerca del loro corredo funerario saccheggiato, o quello della scoperta della statua delle divinità etrusca, in una camera dipinta le cui meraviglie sono rimaste sigillate per millenni. Ma a cui basta pochissimo, l’aria del presente e l’arrivo delle mani avide dei tombaroli, per essere rovinate per sempre.

da qui

 

 

mercoledì 9 agosto 2023

Le pupille – Alice Rohrwacher

a partire da una lettera di auguri natalizi di Elsa Morante inviata a Goffredo Fofi, Alice Rohrwacher gira un piccolo film su una classe di bambine in una scuola religiosa.

una fiaba d'altri tempi, non troppo lontani, quando la fame mordeva e i dolci erano un sogno quasi impossibile.

bella, se la trovate vi piacerà.

buona (natalizia, ma non solo) visione - Ismaele


 

 

Di ribellione, di autenticità, di splendore, di movimento. Concedeteci un piccolo volo nel giudizio complessivo ma Le pupille di Alice Rohrwacher è il miglior cinema italiano che si possa immaginare. Sì, cinema. Anche se è definito cortometraggio e la sua durata sfiora i quaranta minuti. Una sorta di puntata antologica, una scintilla che inizia e si chiude nell'attimo in cui l'azione si compie e la narrazione si fa immagine. Che meraviglia, che sorpresa. Un lasso di tempo limitato in cui la Rohrwacher libera tutte le sue note poetiche, già rintracciate nei suoi tre lungometraggi (rivedete Lazzaro Felice), prendendo inizialmente spunto da una lettera scritta da Elsa Morante inviata all'amico Goffredo Fofi. Una piccola storia, una storiella che custodisce un pensiero dalla forza esplosiva. In mezzo, il bisogno di muoversi, la ricerca della luce, le notizie dal fronte e una divina zuppa inglese, che potrebbe rovinare il Santo Natale di un austero collegio religioso.

Ecco, Le pupille, che in latino significa proprio bambine, è un'opera di inaspettata indole riottosa, un gesto fantasioso e l'arte che risponde ai confini pre-stabiliti. Un corto costruito come fosse un intarsio artigianale e sviluppato seguendo l'istinto autoriale di una regista che non smette di superarsi. Nel giro di quaranta minuti, filmati in pellicola 35mm e Super 16, c'è l'atmosfera di una favola soffice accartocciata sulle pieghe oscure di un'Epoca malvagia, intanto che il volto delle splendide bambine viene reso protagonista dalla macchina della Rohrwacher e dalla luce della fotografia di Hélène Louvart, che torna a collaborare con Alice dopo il tripudio di Lazzaro Felice.

hda qui

 

 

Le Pupille, storia di innocenza, avidità e fantasia, è un cortometraggio in live action che parla di desideri, di libertà, di devozione e di anarchia, il tutto all’interno dei confini di un rigido collegio religioso durante il Natale. Le pupille, a cui fa riferimento il titolo del film, sono le bambine, come da derivazione latina, bambine “straordinarie che indossano delle semplici tuniche bianche”, che si affacciano al mondo e che la Rohrwacher si augura siano disobbedienti. Girato a Bologna, in un istituto di sordomute e per due settimane di riprese, è un cortometraggio “fatto a mano”, come dice la sua regista, “un film sulla magia analogica. La meraviglia sembra debba sempre venire dall’alto e invece può sbocciare dal basso, e qui c’è un lavoro manuale e artigianale”. Un personaggio negativo è l’abate, qui interpretato dalla sorella della regista Alba Rohrwacher. “Con lei ho lavorato sempre con personaggi dolci e comprensivi, in questo caso severo”, è il commento della regista. Alle sue parole si uniscono quelle di Alba Rohrwacher: “dico sempre di sì a mia sorella. Solo quando mi ha proposto di fare la mamma di una 14enne ne Le meraviglie le ho detto di no, anche perché io mi sento una 14enne. In quel caso poi mia sorella mi ha fatto notare che avevo l’età per avere una figlia 14enne e alla fine ho accettato. Qui mi divertiva entrare nei panni di una suora che tutte le ragazzine temevano, una suora che però si emoziona per un raggio di sole che illumina il pavimento e che quindi dimostra di avere anche lei un’anima”

da qui

 

  


mercoledì 27 ottobre 2021

Futura - Pietro Marcello, Francesco Munzi, Alice Rohrwacher

un film documentario costituito da interviste di Pietro Marcello, Francesco Munzi e Alice Rohrwacher a ragazze e ragazzi di tutta Italia nell'ultimo anno.

hanno raccontato le loro ansie e paure, i loro sogni e desideri.

il quadro che ne esce è complesso e diversificato, sono spaventati, rassegnati, spesso con voglia di fuggire (forse di nascondersi), eppure vivi, sovente individualisti, raramente con un pensiero collettivo.

appaiono anche alcuni stralci d'inchieste sui ragazzi e bambini degli anni '60, sembrano sia passato un secolo, regnava la miseria, ma si sperava nel futuro.

sono stati intervistati anche delle ragazze e dei ragazzi che frequentano la scuola Diaz, a Genova, nati dopo il 2001, i fatti successi in quella scuola sembravano non riguardarli troppo, a scuola non se n'é mai parlato, alcuni sapevano qualcosa per conto loro, e giustamente ne erano atterriti, anche se con distacco.

quei terribili fatti di Genova 2001 non possono non essere nello sfondo, la paura e l'individualismo passa anche per quello che è successo lì.

sarebbe bello che in tutte le scuole vedessero Futura, seguito dalla visione di Diaz – Non pulire questo sangue, di Daniele Vicari (QUI), seguito da un dibattito vero, in ogni classe.

Futura è al cinema solo per tre giorni, poi si potrà noleggiare o comprare o vedere su Raiplay, chissà.

intanto, per quando sarà, buona visione - Ismaele


ps: se aggiungiamo che la classe dirigente che ha promosso torturatori e aguzzini non è mai cambiata, e che chi governa sono sempre ministri e dirigenti della paura e del terrore, del bla bla bla e dei diritti acquisiti (un esempio fra tutti il diritto acquisito del delinquente Formigoni a un vitalizio, e non solo lui, soldi rubati ai giovani), si capisce bene che il futuro è in mano a chi ha fatto enormi danni, e i giovani che vivranno il futuro troveranno solo le macerie create da un sistema politico ed economico che li esclude e li escluderà (tranne i cooptati che racconteranno bugie su bugie, finché dura).


 

…In tutte le interviste sorprendono la lucidità, la chiarezza con cui i ragazzi vedono le difficoltà e la mancanza di prospettive, la disillusione, perfino la rassegnazione. Si nota l’assenza della politica, nel senso di spinta al cambiamento attraverso la partecipazione alla vita collettiva.

I registi sono a Genova per l’anniversario del G8, un anno e mezzo dopo aver cominciato il viaggio in Italia, e incontrano gli studenti che oggi frequentano la scuola Diaz. Colpisce il silenzio dei ragazzi quando gli chiedono che ne pensano di quello che è successo lì nel 2001, quando non erano ancora nati. “Non vi hanno mai raccontato niente?”, “Sinceramente no”, risponde uno di loro.

Se nelle redazioni dei giornali e delle case editrici, nelle sedi dei partiti (almeno quelli più o meno di sinistra), nelle stanze dei sindacati, ai piani alti delle grandi aziende, nei centri studi, a palazzo Chigi e nei ministeri più importanti, insomma se in tutti quei posti dove si cerca di capire che paese è, e sarà, l’Italia, quest’anno decidessero di guardare un solo film, sarebbe bello se fosse questo. 

da qui

 

…I ragazzi, per i tre registi, sono "divenenti", vite al confine dell'età adulta sul punto di trasformarsi, come "creature sovrannaturali". La loro percezione è che non ci sia futuro in Italia, dove non riescono a "lasciare un segno" e si sentono continuamente "giudicati". "Qua la felicità non ce la vedo", concludono, immaginando di trasferirsi in un El Dorado straniero.
Il sentimento dominante è la paura del domani, soprattutto in termini lavorativi: anche perché molti vorrebbero fare il calciatore o la performer, puntando a sogni poco realistici. Molti percepiscono che l'istruzione non è più una garanzia di stabilità economica e hanno già le idee molto chiare sul precariato e lo sfruttamento che probabilmente li aspetta. Ma si preoccupano anche dei loro genitori, che vedono "fare i salti mortali". A tanti manca la capacità di contestualizzare e attingere alla Storia - anche quella recente, come la mattanza del G8. E tuttavia questi ragazzi spaventati sono capaci di grande saggezza: ad esempio uno descrive l'istruzione come un mezzo per "non avere paura dell'ignoto" e afferma che "i maestri fanno dell'errore il loro primo valore e della condivisione il secondo".
C'è chi descrive un "futuro immateriale", chi denuncia "il dominio dei social network", chi teme di essere rimpiazzato da una macchina sul posto di lavoro. Vogliono "provare a fare di più per gli immigrati che aiutarli solo a sopravvivere", definiscono il razzismo e la violenza sulle donne "roba da vecchi" - anche se poi i maschi continuano a dominare le conversazioni, a meno che il gruppo intervistato non sia tutto femminile. E ad un certo punto delle riprese arriva l'irruzione della pandemia, lo sguardo in macchina degli intervistati si colora di una paura nuova, e Futura diventa "il diario di uno stato d'animo contagiato".
L'affresco è più interessante che cinematograficamente riuscito, più ricco di suggestioni che di approfondimento. Anche la pluralità di sguardi dietro la cinepresa contribuisce alla disomogeneità del risultato, che non riesce a prendere una direzione chiara. Ma in questo è anche lo specchio dei ragazzi che racconta, e resta un documento prezioso da cui partire per scavare più a fondo e dare nuovo spazio e ascolto ai "divenenti".

da qui




sabato 2 giugno 2018

Lazzaro felice - Alice Rohrwacher

dicono in tanti che il film ricorda qualcosa di Pier Paolo Pasolini e Ermanno Olmi, Zavattini e De Sica, Elsa Morante.
a me ha ricordato Bella e perduta, di Pietro Marcello, un film di umani e animali, di innocenti e vittime.
e però è tutto di Alice Rohrwacher.
dentro il film c'è una/la storia d'Italia, la schiavitù, il progresso, l'innocenza che salva il mondo, Lazzaro è come uno di compagni di san Francesco di Rossellini, così fuori dal mondo da sembrare pazzo.
diceva Morante che i bambino salveranno il mondo, aggiungiamo anche gli innocenti dal cuore di bambino, Lazzaro sembra non capire cosa succede, o forse è l'unico che capisce la sostanza delle cose, ha l'intuito, come un lupo, che gli altri hanno perso, e un sorriso disarmato e disarmante, ma non per tutti.
penso che a Ernesto de Martino e a Giulio Angioni questo film sarebbe piaciuto, voglio pensarlo, e lo penso.
a me è piaciuto moltissimo.
buona visione - Ismaele






Lazzaro felice ha un tono fiabesco, in foggia realistica: l’inizio restituisce la concretezza e la poesia di un mondo contadino stremato e la fine incanta portando lo spettatore ad avere la necessità di rivederlo ancora, perché è un film che ha una densità difficilmente afferrabile in una sola volta.
Un notevole abilità nella messa in scena dona una forte valenza politica ed ecumenica, ma senza forzature, senza proclami o didascalie: tutto scorre lentamente, nell’intima essenza della narrazione, sbattendo in faccia le contraddizioni che viviamo e frantumando qualsiasi residuo di idealizzazione.
Delicato e graffiante, efficace perché quel che deve dire è intrinseco nella narrazione, nell’articolazione della storia, nei personaggi, nella scelta dell’utilizzo della pellicola 16 mm; le contraddizioni, i pensieri emergono dagli sguardi, dalle poche parole e dai silenzi.
Lazzaro attraversa i mondi e li illumina trovando ciò che resta di buono, il denominatore comune, come le erbe che nascono spontanee e che possono nutrire. Lazzaro attraversa senza giudicare, con i piedi contadini e lo sguardo di un moderno santo che crede senza dover convincere, solo testimoniando sé stesso in compagnia del lupo.

Alla sua terza regia Alice Rohrwacher fa intraprendere al suo protagonista, e alla comunità che lo circonda, un cammino che è anche il proprio, all'interno di un cinema che deve molto a Olmi e Zavattini ma continua a spingersi oltre lungo un terreno che frana e si modifica continuamente sotto i suoi (e i nostri) piedi. Non è facile tenerle dietro mentre attraversa un'arcadia senza tempo che è anche un microcosmo di sfruttamento, dove il lupo è assai più giusto e buono dell'essere umano che lo teme. Il suo linguaggio parte da atavico e diventa postmoderno, racconta un vento che soffia senza tregua per spazzare via la protervia del potere e uno sputo nel piatto dell'ingiustizia sociale senza per questo negare che il Bene e il Male percorrono il tempo senza cambiarlo, riproponendosi all'infinito.
La fionda che Tancredi, il figlio della Marchesa, regala a Lazzaro è come la cinepresa per Rohrwacher, ben consapevole della sua pericolosità: Alice si piazza sempre in medias res, fra le foglie di tabacco, dentro ai letti disfatti dei contadini, dietro lo sguardo puro del suo protagonista. Lazzaro è un'occasione come lo è il cinema di Alice Rohrwacher, che è tutto finto, nel senso di reinventato e ricreato, ma conserva radici profondamente reali, italiane prima che universali, rurali piuttosto che bucoliche.

la magnifica intuizione del film resta il suo personaggio principale, Lazzaro. Il Puro, il Mite, l’Innocente, il Buono, il Santo, l’agnello che si fa carico dei mali e peccati del mondo e che per tutti pagherà, inerme vittima sacrificale e vittima designata. Lo interpreta un giovane attore di nome Adriano Tardiolo dalla faccia pulita da sacro affresco devozionale, da ex voto, che è una rivelazione, e che quasi da solo veicola tutto il carico emozionale del film. Di un’allegria fanciullesca da fraticello rosselliniano e riccetto pasoliniano. Un Lazzaro che più che a San Francesco, come sembra suggerire Alice Rohwacher in certe sue dichiarazioni, a me ha ricordato fortissimamente i personaggi di certa Elsa Morante. Lazzaro è il buono travolto dalla Storia, l’eterno fanciullo e ragazzino destinato a salvare il mondo con il suo sacrificio. Come la Morante, Rohrwacher opera una sorta di mimesi linguistica e antropologica con l’universo contadino e sottoproletario del suo Lazzaro, abbattendo ogni barriera, eliminando ogni filtro e distanza. Come Morante, ha uno sguardo partecipe e un’intensità palpitante fino alla visceralità e, ebbene sì, squisitamente femminile.

…il salto nel vuoto della Rohrwacher (premiata a Cannes per la sceneggiatura in ex-aequo con Three Faces di Panahi), rischioso e incantato, si compie pienamente: un balzo in cui il tempo segnerà il passaggio che lei stessa – parafrasando Elsa Morante – definisce quello tra il primo e il secondo medioevo, tra un medioevo storico e un medioevo umano. Quello in cui la democrazia trae in salvo gli schiavi per gettarli poi, soli, in un sistema comunque chiuso, e classista.
Lo scenario cambia, il “caldo” della natura ha lasciato il posto al freddo incolore della metropoli: due poveracci (uno è Sergi Lopez) fungono da traghettatori inconsapevoli dell’unica cosa, entità, a non essere mutata.
Lazzaro, che metaforicamente risorto, si ritrova immutabile come solo il Bene può esserlo, sul cammino di quei contadini non più tali. E cambiati, cresciuti, invecchiati. Antonia (da giovane era Agnese Graziani, ora è Alba Rohrwacher), che da ragazzina era stata l’unica a preoccuparsi della sua scomparsa, ora è l’unica a riconoscerlo senza esitazioni. Ad accoglierlo.
Perché Lazzaro – al quale l’esordiente Tardiolo dona un’adesione talmente irreale da apparire meravigliosa – è portatore di quella assurda “santità dello stare al mondo e di non pensare male di nessuno, ma semplicemente credere negli altri esseri umani”.
Ed è ancora l’unico, pur in una storia dove il bene e il male sono così facilmente individuabili, a non esprimere mai un giudizio.
Scoprendo però, ad un tratto, di non essere più felice come un tempo, pur ritrovando lontano dalla campagna un’altra luna da fissare. Scoprendo di saper soffrire, e sempre in nome di una bontà “folle”, capace di compiere scelte sbagliate, ma comunque incapace di far soffrire gli altri. E questa, “povero scemo”, sarà la sua colpa definitiva.
Un cinema che è epifania, un cinema di corpi celesti e meraviglie. E di Lazzaro. Un cinema felice.

martedì 3 giugno 2014

Le meraviglie - Alice Rohrwacher

è un film difficile, tormentato, ispirato alla vita delle sorelle Rohrwacher (regista e attrice).
anche nel precedente film ("Corpo celeste", bellissimo), la storia era vista con gli occhi di una bambina.
qui, in una situazione bucolica, che bucolica non è, in un'economia agricola di quasi sussistenza, irrompe la televisione (come in "Reality", e anche in "Corpo celeste"), e destabilizza persone influenzabili.
la storia è quella di un mondo che esiste ancora, ma forse non c'è più.
alla fine non sai se tutto quello che è raccontato avviene davvero, o il sogno ha la sua parte.
la fine è stranamente ecumenica, tutti si vogliono bene.
chissà cosa avrebbe scritto Pier Paolo Pasolini di un film così, sul progresso, la vita contadina e la corruzione della televisione. 
guardatelo e vedete l'effetto che vi fa - Ismaele






Rohrwacher non sfrutta, imperdonabilmente, nemmeno lo scontro che si apre quando la primogenita Gelsomina vorrebbe partecipare a una trasmissione della tv locale sulle meraviglie del territorio (ecco il titolo), mentre l’inflessibile genitore vi si oppone strenuamente. Da una parte il padre ideologizzato e anticapitalista e antitutto, dall’altra le figlie impitonate dallo sberluccichio di quella piccola società dello spettacolo, e con una passionaccia per Ti appartengo di Ambra. Sarebbe stato un gran bel tema da raccontare, il conflitto generazionale tra sessantottini pietrificati nel rigore ideologico e i loro figli, ma anche una simile promettente pista narrativa vien lasciata cadere e ignorata. Sicché il film, ingolfandosi per troppa indecisione, finisce con lo sbandare e il deragliare clamorosamente. Tutta l’ultima parte, dalla diretta in tv dall’isola in avanti, è tremenda, con un finale assurdo e consolatorio che grida vendetta e che uno spettatore di buonsenso non può accettare. Si abbonda in fellinismi, e anche questo non va bene. Con un cammello che sta a questo film come la giraffa (o i fenicotteri) a La grande bellezza. Quanto a Monica Bellucci, come conduttrice della trasmissione tv riesce al solito ad ammaliare, anche se, al solito, non riesce a recitare.

Alice Rhorwacher con LE MERAVIGLIE si conferma autrice nel vero senso della parola, dopo l'esordio nel 2011 con Corpo Celeste, che forse amai di più. Ciò non vuol dire che questa opera sia inferiore, solo che le aspirazioni autoriali sono molto alte e chiedono allo spettatore grande fede nella sincerità dell'ispirazione.  La trentenne regista mostra un'abilità notevole nelle riprese dei luoghi, con effetti di luce notturna molto suggestivi o quelli en plen air o quelle che pedinano, indugiando nei primi piani, quella che è la vera protagonista, una ragazzina dodicenne , con il viso enigmatico e tenero insieme, di nome Gelsomina ( Maria Alexandra Lungu), di fatto capofamiglia ma con il permesso e le negazioni del padre tedesco Wolfgang (Sam Louwyck), autoritario e buono d'animo, sognatore e poetico a momenti, appassionato apicultore, incapace però di accollarsi le responsabilità e i compromessi che implicano una famiglia di quattro figlie. La moglie Angelica ( che ha il volto e la movenze di una perfetta come sempre Alba Rhorwacher) sarebbe più lucida e realista, ma, per amore di tutti, è ormai integrata inesorabilmente nella vita faticosa e spesso   divertente, che mobilita tutti nella fabbrica del miele e la gestione delle api, senza rispettare alcuna norma igienica e di sicurezza, che lui ha scelto. Vita immersa in una natura tanto bella quanto semplice, senza pretese e senza richieste, che non siano colmate dall'amore, che in vari modi ciascuno dà agli altri, in un luogo innominato, vicino al lago Trasimeno…

…Non è privo di difetti, Le Meraviglie. Ci mette un pochino a decollare, e qualche sforbiciata nella parte finale, quella più surreale e a tratti grottesca, non avrebbe inficiato il risultato finale. Però c'è tanto cuore nel film, e ci sono tanta ironia e molta tenerezza. Soprattutto c'è il cuore pulsante del film stesso: il ritratto di una ragazzina che si confronta non senza difficoltà con il padre, che impara a fare un lavoro e che forse s'innamora per la prima volta. E che, come in tutti i più semplici e riusciti coming-of-age, impara a vivere.

Il critico del Guardian, Peter Bradshaw, ha dato al film tre stelle su cinque. “Alice Rohrwacher, regista di Corpo celeste, è tornata a Cannes con una storia delicata e divertente sul passaggio all’età adulta, ambientato nella campagna del nord Italia. È un film affascinante, un po’ sentimentale e semplice, ma senza la forza emotiva che ci si aspetterebbe da Rohrwacher. (…) Una storia divertente e commovente, ma non una meraviglia”, scrive Bradshaw.
Molto positivo il giudizio di Le Monde: “Le meraviglie è un film che, per la sua delicatezza e intelligenza, purifica gli occhi dello spettatore. La messa in scena evoca una specie di home movie (piani sequenza, inquadrature ravvicinate, soggetto familiare, colori degni di un filmino in super 8) che rappresentano la vita interiore di questa piccola comunità strana, amorevole e solidale.
Deborah Young ha commentato sull’Hollywood Reporter: “Le meraviglie è un nostalgico canto del cigno sulla fine della vita rurale in Italia. Ed è anche la storia di un’inesperta ragazza di campagna che cerca di uscire dagli orizzonti limitati della sua famiglia di apicoltori. Questo lo rende il seguito ideale di Corpo celeste. Unico film in gara a Cannes, dovrebbe incuriosire il pubblico del cinema d’essai, con le sue scene affascinanti ma a volte incomprensibili. Ma altri spettatori potrebbero trovare la storia troppo fragile e le emozioni troppo scarse, rendendo difficile un successo internazionale”.
Tiepido anche il giudizio di Oliver Lytteltoni su Indiewire: “Il finale lascia la sensazione che il film sia più esile di quanto si sperava. C’è una linea chiara che collega Gelsomina e la regista (le loro origini italotedesche, per esempio). È chiaramente un ottimo lavoro autobiografico, che però segue troppo le orme di film già visti per conquistare davvero i nostri cuori”.

…Attraverso gli occhi di Gelsomina contempliamo una comunità 'dissidente' che si è ritirata in una dimensione bucolica, dove produce miele, insaccati, marmellate, salse di pomodoro e prova a resistere al mondo fuori. Un mondo che prende la parola e il microfono per mezzo della televisione regionale e naïf, dei suoi concorsi a premi, le coreografie rudimentali, le melodie stupide, le promesse di fare meraviglie per la gente del luogo. Ma la vera meraviglia è assicurata dalle api di Wolfgang e dischiusa dalla bocca acerba di Gelsomina, che ha il nome di un fiore e come un fiore è richiamo per le api…

la diversità del film della Rohrwarcher, e nel contempo il suo pregio, è la formulazione di uno sguardo primigenio che si posa su cose e persone come fosse prima volta. La meraviglia cui si allude è dunque lo stato d'animo e la reazione di una bambina che cerca di rimanere tale, nonostante le responsabilità che i genitori le assegnano. Sono lo stupore e il rapimento che la colgono all'irruzione di un universo altro, temuto e insieme desiderato, e rappresentato dalla fascinazione per la star della tv interpretata da Monica Bellucci, fasciata nel candore virginale e kitsch del suo costume di scena. Ma è anche l'attitudine dell'occhio filmico, capace di rendere l'incantesimo di una natura primordiale e arcaica con un realismo a maglie larghe, pronto a dilatarsi in una contemplazione che si carica di simboli e allusioni; come lo è la circolarità delle scene che aprono e chiudono il lungometraggio, legate all'atto del dormire e quindi alla materia onirica di cui il film è impregnato. Come dimostra in maniera eloquente l'ultimo fotogramma, con la casa paterna improvvisamente spoglia e disabitata, a instillare il dubbio che nulla di quanto abbiamo visto sia realmente accaduto, e ancora prima, l'incontro fra Gelsomina e il suo giovane amico, rubato della sua concretezza e consegnato alla magia di un sogno a occhi aperti…

Le Meraviglie è un film ben strutturato, caratterizzato da mirate allegorie e precisi riferimenti che la Rohwacher dimostra nella padronanza con la macchina da presa, utilizzando perlopiù carrelli laterali che ci trasportano dal mondo del reale a quello delle fiabe, così come le ombre e luci che compongono il piano dell’immaginario evidenti soprattutto nella parte finale del film. Ma seppur ci siano delle belle idee, la regista si confonde in un racconto che è fin troppo personale il cui eco del ricordo è visibile ma non empatico, inciampando così, nelle sfumature delle varie lingue e nei segreti non confessati delle bambine sottolineando più la malinconia di un tempo che la favola di una bambina.
da qui

venerdì 16 dicembre 2011

classifica 2010-2011 (1)

Un film forte e doloroso, bellissimo e terribile, una sceneggiatura ad orologeria, temi importanti e sempre attuali, da tragedia greca, trattati senza mai annoiare. Un gran bel film, fra i migliori dell'anno di sicuro, non fatevelo scappare. - Ismaele
Prima pensi che ci sono troppe disgrazie tutte insieme, ma poi pensi che per molti questo mondo è l'inferno e che ogni tanto bisogna ricordar(ce)lo. Iñarritu riesce a sommare dramma a dramma e a non fare un film strappalacrime, grande suo merito. Javier Bardem è Uxbal, è immenso ed è commovente e misterioso come attraversando tutte le brutture del mondo riesca ad essere un padre così affettuoso. Per me è un film grande, andate al cinema, non ve ne pentirete. - Ismaele
un film che fa star male, la descrizione di un mondo schifoso (il nostro!), con preti che vogliono far carriera e si dedicano a fare i galoppini elettorali, la tv che indirizza i comportamenti, di quasi tutti.
Marta, che si affaccia alla vita, la mamma, e il prete vecchio sconfitto sono i pochi personaggi "positivi" del film.
bravissimi il prete in carriera (solo un illusione, la carriera), e Marta sopratutto-
non perdetelo, è un piccolo grande film - Ismaele
Andrea Arnold è una regista che ha fatto “Wasp”, un corto davvero bello, “Red road”, una grande opera prima (ho avuto la fortuna di vederli entrambi), adesso questo film, che per capire, è Ken Loach e Dardenne insieme. E’ un film duro, non facile, come non è facile la vita di Mia, che cerca strade per sopravvivere e per raggiungere una sua strada e una sua vita. Un film da non perdere, cercatelo, se qualche cinema ha il coraggio e la forza di farvelo vedere. Di sicuro non ve ne pentirete, promesso. E ringrazierete Andrea Arnold di averci fatto conoscere Mia.- Ismaele

un film potente, non lascia indifferente.
mi è piaciuto, ma non troppo, ha un difetto, per me, è troppo freddo, cerebrale; non mi ha coinvolto come i precedenti film di Nolan (escluso Memento),  non mi ha coinvolto Leonardo di Caprio come lo ha fatto in "Revolutionary road", non mi ha coinvolto il film come lo ha fatto una storia parzialmente simile, "Se mi lasci ti cancello".
che ci fosse Cotillard-Piaf, e che apparisse a più riprese una canzone di Piaf, a me è sembrato imbarazzante.
mi è sembrato come se Nolan abbia voluto fare un film summa di troppo cinema precedente.
poi la storia circolare, l'inizio e la fine contengono tutto, in qualche maniera, mi è sembrata forzata, forse necessaria, ad effetto, mentre forzata non lo era in "Lasciami entrare" o in "Se mi lasci ti cancello".
è spettacolare, le strade che si piegano sono immagini bellissime, come i palazzi che si sgretolano, i sogni costruiti e distrutti.
è un grande film, forse troppo grande, a scapito forse della "godibilità" della storia.
forse merita una seconda visione, chissà non migliori il giudizio.
la prima volta lo si guardi senza dubbi, poi giudicherete. – Ismaele