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martedì 15 settembre 2020

Working Class Heroes – Camminando e cantando la canzone del primo maggio - Giandomenico Curi

 

 

Un catalogo militante - Tonino De Pace

In tempi di isolamento si è inclini a compilare bilanci, stendere ragionamenti e contabilizzare vittorie e sconfitte. È questa una delle operazioni che Giandomenico Curi sembra avere compiuto con il breve documentario Working Class Heroes – Camminando e cantando la canzone del primo maggio, visibile online e gratuitamente su arcoiris.tv. Il lavoro di Curi è nato anche grazie alla essenziale collaborazione dell’AAMOD (Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico), che, ancora una volta, si conferma come archivio prezioso e insostituibile di immagini per gli storici, i ricercatori e gli appassionati in genere. Un archivio, peraltro, che, proprio in questa prospettiva, supera ogni appartenenza politica, per diventare esclusivamente depositario di una memoria sociale, del lavoro e quindi patrimonio culturale universale. Proprio in questo senso è doveroso difenderlo poiché rappresenta un pezzo di valore della nostra cultura e che si trova, come altre istituzioni in verità, in perenne difficoltà a causa di norme sempre più riduttive dei finanziamenti che servono a farlo vivere. Leggi che da qualunque schieramento appaiono sempre del tutto incongrue rispetto alla univoca declamazione dell’utilità della cultura e delle radici culturali del nostro Paese. Ma quasi sempre alle enunciazioni ad effetto seguono atti del tutto dissonanti con quelle parole.

Ma nonostante tutto questo, l’AAMOD continua a conservare immagini e memorie e la loro diffusione, comunque, diventa sempre un’emozione poiché è un modo per sfogliare la storia e sentire il fremere di quel passato nel nostro presente. L’occasione ultima è proprio questo breve film di Giandomenico Curi Working Class Heroes – Camminando e cantando la canzone del primo maggio, che diventa una bella riflessione sul lavoro e sul ruolo degli operai tra cinema, musica e testi letterari. Il film parte chiedendosi che fine abbiano fatto gli operai nel cinema, proprio quello stesso cinema che con i fratelli Lumière ha mosso i suoi primi passi trasformando i dipendenti delle proprie officine in attori e attrici, prima e dopo in spettatori. Ecco, gli operai che sono stati protagonisti alla nascita del cinema e per altre successive stagioni, ora attendono – risponde Curi- che i film si occupino di nuovo di loro, ora che le nostre società sono strette dalla crisi e le questioni del lavoro sono tornate prepotentemente al centro del dibattito.

Working Class Heroes, appartiene a quel cinema militante, ma ragionato, che sa distinguere e riflettere e che, al contempo, sa anche farsi catalogo, altrettanto ragionato, di una stagione in cui le lotte operaie e la musica hanno saputo camminare l’uno accanto all’altra riportando le istanze degli operai e degli studenti, di due categorie sociali che a partire dal primissimo secondo dopoguerra e fino agli anni ’90 hanno spesso incrociato esperienze e metodi di lotta politica, trovandosi a volte sullo stesso fronte, ma in alcuni con posizioni diverse. In mezzo ci stanno la musica e il cinema che hanno accompagnato con le note e le immagini le battaglie di strada del ’68 o gli autunni caldi italiani o in altri luoghi del pianeta. Quella musica e quel cinema che hanno saputo farsi, senza perdere il valore artistico intrinseco, strumento di contestazione e con i musicisti, i registi e gli scrittori, pratiche di opposizione e antagonismo, riuscendo a fare diventare mitico il legame tra quelle espressioni d’arte e il lavoro, liberando i desideri e restituendo spazio ai diritti dei lavoratori. È quello che è stato veicolato dalla musica nella stagione di Woodstock, ad esempio, o per le strade con le immagini degli autori che hanno raccontato la rivolta e le sue ragioni. Al centro di questa congerie di fatti ed elementi che hanno accompagnato il progredire delle condizioni sociali, ci stava e ancora oggi c’è, il lavoro. Quello stesso lavoro che diventa il protagonista del film accompagnato dall’agile montaggio delle immagini e dai testi che ci fanno attraversare quasi cinquant’anni di storia, anche del cinema. Quel lavoro che oggi è così difficile perfino da praticare per chi ce l’ha, figuriamoci per chi non ce l’ha. Ecco perché all’inizio di questa breve riflessione si è parlato di consuntivi e di catalogazione, perché è questo che fa Curi che seppure con il difetto di una sintesi fin troppo stringata dei fatti e delle emozioni che hanno caratterizzato quelle storie – perché anche di questo si tratta – ha sicuramente il pregio indubbio di costituire un ottimo punto di partenza per lavorare in profondità sui legami solidi tra queste espressioni artistiche e il mondo del lavoro, nel rispetto delle complessità che spesso proprio in quelle mediazioni trovano perfetta sintesi.  Ben venga quindi una riflessione su lavoro e cinema e musica, da Loach a Littin, da Petri a Gregoretti e da John Lennon a Enzo Jannacci, ma chi avrà pazienza di leggere i titoli di coda avrà di che gioire per i nomi di chi ha contribuito con la propria arte a restituire dignità al lavoro e alla sua festa del 1° maggio.

da qui


giovedì 22 novembre 2012

Ken Loach (non) a Torino


È con grande dispiacere che mi trovo costretto a rifiutare il premio che mi è stato assegnato dal Torino Film Festival, un premio che sarei stato onorato di ricevere, per me e per tutti coloro che hanno lavorato ai nostri film. I festival hanno l’importante funzione di promuovere la cinematografia europea e mondiale e Torino ha un’eccellente reputazione, avendo contribuito in modo evidente a stimolare l’amore e la passione per il cinema. Tuttavia, c’è un grave problema,ossia la questione dell'esternalizzazione dei servizi che vengono svolti dai lavoratori con i salari più bassi. Come sempre, il motivo è il risparmio di denaro e la ditta che ottiene l’appalto riduce di conseguenza i salari e taglia il personale. È una ricetta destinata ad alimentare i conflitti. Il fatto che ciò avvenga in tutta Europa non rende questa pratica accettabile. A Torino sono stati esternalizzati alla Cooperativa Rear i servizi di pulizia e sicurezza del Museo Nazionale del Cinema (Mnc). Dopo un taglio degli stipendi i lavoratori hanno denunciato intimidazioni e maltrattamenti. Diverse persone sono state licenziate. I lavoratori più malpagati, quelli più vulnerabili, hanno quindi perso il posto di lavoro per essersi opposti a un taglio salariale. Ovviamente è difficile per noi districarci tra i dettagli di una disputa che si svolge in un altro paese, con pratiche lavorative diverse dalle nostre, ma ciò non significa che i principi non siano chiari. In questa situazione, l’organizzazione che appalta i servizi non può chiudere gli occhi, ma deve assumersi la responsabilità delle persone che lavorano per lei, anche se queste sono impiegate da una ditta esterna. Mi aspetterei che il Museo, in questo caso, dialogasse con i lavoratori e i loro sindacati, garantisse la riassunzione dei lavoratori licenziati e ripensasse la propria politica di esternalizzazione. Non è giusto che i più poveri debbano pagare il prezzo di una crisi economica di cui non sono responsabili. Abbiamo realizzato un film dedicato proprio a questo argomento, «Bread and Roses». Come potrei non rispondere a una richiesta di solidarietà da parte di lavoratori che sono stati licenziati per essersi battuti per i propri diritti? Accettare il premio e limitarmi a qualche commento critico sarebbe un comportamento debole e ipocrita. Non possiamo dire una cosa sullo schermo e poi tradirla con le nostre azioni. Per questo motivo, seppure con grande tristezza, mi trovo costretto a rifiutare il premio.
Ken Loach