Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
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mercoledì 14 maggio 2025
venerdì 20 gennaio 2017
Arrival – Denis Villeneuve
inizia come District 9, alcune astronavi appaiono, senza nessun preavviso.
si scatena il panico, e ci sono le due opzioni, distruggerle o cercare un contatto; miracolosamente prevale la seconda, ma non per troppo tempo, il mondo decide di fargli la guerra, ma succede qualcosa di straordinario (che non dico, naturalmente).
Denis Villeneuve sembra cadere in citazionismo (penso a Malick, tra gli altri) ma è una paura infondata, è troppo bravo e capace per fare il suo cinema.
nella storia il tempo non è quello cronologico, riesce anche ad essere circolare, come comunicano gli alieni.
l'istinto è eliminare quello che non si capisce, o che è troppo diverso da noi, che potrebbe minare le certezze acquisite nel tempo.
la storiella del canguro è proprio un aneddoto sulla comunicazione.
per quanto il film potrebbe sembrarvi strano vi piacerà, non serve capire tutto e subito, contano le sensazioni che il film lascia, e certi momenti sono emozionanti ed entusiasmanti.
per questo non perdetevi questo film, non è fantascienza (lo dico per quelli che la fantascienza la aborriscono, e neanche sanno perché), è "solo" grande cinema, e basta.
e qui finisce la recensione, solo la prima parte però.
---------------------
è che mi torna in mente la fine di Enemy.
un essere enorme copre anche i palazzi, la città intera, un ragno pare, qualcosa di opprimente.
gli "alieni" del film mi sembrano "parenti" di quell'enorme ragno, ma al contrario, non per opprimere ma per liberare.
e se quegli "alieni" non fossero altro che una creazione dell'inconscio collettivo (nel senso di Jung, credo) di milioni di persone disperate, vinte, arrese, ma non del tutto.
e se gli "alieni" fossero lo strumento per ricominciare a vivere una vita che ne valga la pena?
e se Louise fosse il tramite fra la triste realtà e la possibilità di ricominciare? - Ismaele
si scatena il panico, e ci sono le due opzioni, distruggerle o cercare un contatto; miracolosamente prevale la seconda, ma non per troppo tempo, il mondo decide di fargli la guerra, ma succede qualcosa di straordinario (che non dico, naturalmente).
Denis Villeneuve sembra cadere in citazionismo (penso a Malick, tra gli altri) ma è una paura infondata, è troppo bravo e capace per fare il suo cinema.
nella storia il tempo non è quello cronologico, riesce anche ad essere circolare, come comunicano gli alieni.
l'istinto è eliminare quello che non si capisce, o che è troppo diverso da noi, che potrebbe minare le certezze acquisite nel tempo.
la storiella del canguro è proprio un aneddoto sulla comunicazione.
per quanto il film potrebbe sembrarvi strano vi piacerà, non serve capire tutto e subito, contano le sensazioni che il film lascia, e certi momenti sono emozionanti ed entusiasmanti.
per questo non perdetevi questo film, non è fantascienza (lo dico per quelli che la fantascienza la aborriscono, e neanche sanno perché), è "solo" grande cinema, e basta.
e qui finisce la recensione, solo la prima parte però.
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è che mi torna in mente la fine di Enemy.
un essere enorme copre anche i palazzi, la città intera, un ragno pare, qualcosa di opprimente.
gli "alieni" del film mi sembrano "parenti" di quell'enorme ragno, ma al contrario, non per opprimere ma per liberare.
e se quegli "alieni" non fossero altro che una creazione dell'inconscio collettivo (nel senso di Jung, credo) di milioni di persone disperate, vinte, arrese, ma non del tutto.
e se gli "alieni" fossero lo strumento per ricominciare a vivere una vita che ne valga la pena?
e se Louise fosse il tramite fra la triste realtà e la possibilità di ricominciare? - Ismaele
...Amerete
Arrival in qualsiasi caso perché è un film universale, un gigantesco gioco di
specchi fatto per piacere agli appassionati di fantascienza – che accetteranno
senza battere ciglio un paio di soluzioni poco ortodosse in cambio di un’ora e
quaranta di xenolinguistica –, a quelli che nel cinema cercano il sempre
imprescindibile Elemento Umano – che vengono introdotti a due ore di
xenolinguistica dal più classico dei melodrammi familiari, con la promessa di
ritornarci –, a quelli che vanno al cinema perché lo schermo è grosso e la sua
ragione di esistere è ospitare strutture volanti altrettanto enormi, agli
esteti, ai cinefili, a chi è cresciuto con gli Urania e a chi è cresciuto con
Spielberg.
…Arrival è un film affascinante e coinvolgente che si
dipana lungo due piani temporali distinti ma che si confondono senza che ce ne
accorgiamo. Si potrebbe pensare a un Villeneuve in fase spielberghiana. Niente
di più sbagliato...
...Così come qualcuno potrebbe criticare il regista di La donna che canta di aver cercato di emulare Christopher Nolan. Errore. Villeneuve è un regista con una sua visione e una sua idea di cinema ben precisa e Arrival ne è l’ennesima dimostrazione. Attraverso una colonna sonora potentissima e un immaginario fantascientifico originale ed estremamente realistico, Arrival ci fa sprofondare in un viaggio dell’inconscio che, attraverso la metabolizzazione dell’amore e una traslitterazione dei sentimenti, ci dice cose nuove sul cinema e su noi stessi. Non è un film facile, Arrival, ma con l’aiuto dei codici del genere e il ritmo sostenuto che sa infondergli Villeneuve arriva al cuore e alla mente anche di coloro che pensano di aver perso per strada alcuni pezzi.
da qui
...Così come qualcuno potrebbe criticare il regista di La donna che canta di aver cercato di emulare Christopher Nolan. Errore. Villeneuve è un regista con una sua visione e una sua idea di cinema ben precisa e Arrival ne è l’ennesima dimostrazione. Attraverso una colonna sonora potentissima e un immaginario fantascientifico originale ed estremamente realistico, Arrival ci fa sprofondare in un viaggio dell’inconscio che, attraverso la metabolizzazione dell’amore e una traslitterazione dei sentimenti, ci dice cose nuove sul cinema e su noi stessi. Non è un film facile, Arrival, ma con l’aiuto dei codici del genere e il ritmo sostenuto che sa infondergli Villeneuve arriva al cuore e alla mente anche di coloro che pensano di aver perso per strada alcuni pezzi.
da qui
…Villeneuve, nonostante l’oscurità del plot, vero punto
di fragilità dell’operazione, ce la fa a condurre in porto un fantascientico
colossale come esige il mercato senza scadere nella giocattoleria, e invece
attenendosi a quel filone nobile e glorioso della sci-fi umanistica che ormai
sembrava eclissato dalle mostrerie varie con uso e abuso di CGI e quant’altro.
Rispetto alle figurine piatte e bidimensionali, da graphic novel prontamente
riporodotta su grande schermo con la stessa mancanza di profondità, dei vari
reboot di Star Wars e Star Trek e dei pur rispettabili supereroistici Marvel, Arrival più che raccontare di alieni va a
scavare nelle nostre alienazioni, nella gente che sta da questa parte del
cosmo, mostrandone corpi e menti dove stanno incapsulati ricordi angosciosi.
Quella fantascienza che abbiamo conosciuto e amato tra anni Sessanta e
Settanta, da Kubrick fino al meraviglioso Tarkowski di Solaris cui questo Arrival qua e là somiglia, e di Stalker…
da
qui
…Amy Adams è la scelta perfetta, ha una gamma di espressività vasta e ed è capace di sovrapporre la tensione della paura, alla tensione dell’eccitazione, la voglia di andare avanti con il timore che ci spinge indietro. Tuttavia non basta la bravura. Solo qualche anno fa il ruolo protagonista, quello quello dello scienziato che lotta con i militari per capire l’altro, sarebbe stato affidato ad un uomo. Sarebbe stata una parte buona per Dustin Hoffman, Richard Dreyfuss o Jeff Goldblum a seconda delle annate, e del resto non è diverso da quello di Matthew McConaughey in Interstellar, eppure qui va ad una donna, che lotta contro i maschi per imporre la propria volontà come fa Jessica Chastain in Zero Dark Thirty.
Non è poco, in un film in cui bisogna capire gli alieni che ci sia una donna al centro di tutto che cerca di imporsi. Non è normale e non è usuale. Nelle mani di Villeneuve poi, è anche molto bello.
Non è poco, in un film in cui bisogna capire gli alieni che ci sia una donna al centro di tutto che cerca di imporsi. Non è normale e non è usuale. Nelle mani di Villeneuve poi, è anche molto bello.
…Dopo pochi minuti, gli ingranaggi di una sceneggiatura
non perfettamente oliata iniziano a stridere: se la cinematografia statunitense
nella sua declinazione più smaccatamente hollywoodiana ci ha abituati a
spiegazioni frettolose, dialoghi esplicativi e didascalici per non far perdere
lo spettatore in possibili tecnicismi o passaggi elevati, in
Arrival si segnalano sequenze che rasentano l'auto-parodia. Perché
non può non far sorridere lo sguardo fisso e serissimo con cui il colonnello di
Forest Whitaker attende una risposta dalla professoressa, dopo averle chiesto a
bruciapelo cosa venisse detto in quella serie di versi e suoni che, da
"Alien" al serial "Stranger Things", si susseguono
indistinguibili per rappresentare l'espressione vocale extraterrestre. Ci
rendiamo conto, altresì, che la semplificazione fa parte del cinema e, in
particolare, di quello fabbricato a Hollywood, ma da un'opera con una simile
impostazione e nemmeno troppo velate ambizioni, è lecito attendersi un
trattamento che lavori più di cesello, visto che non tutto può coprire la
perizia visiva del regista. Non possono essere solo casualità e bisogna mettere
in conto che la sceneggiatura di Eric Heisserer, tratta da un racconto
pluripremiato di Ted Chiang, "The Story of Your Life", scricchioli e
ceda laddove una più forte tenuta avrebbe consentito al film un impatto più
potente e una riuscita totale…
… La maggiore suggestione cinefila è data da quello
schermo abbagliante assimilabile a uno schermo cinematografico, così come la
mano che appoggia la Banks, in attesa della reazione dell'extraterrestre, rima
con una delle immagini-simbolo del bergmaniano Persona. Il regista riesce a corporeizzare lo
spaesamento che si prova di fronte a un qualcosa che fino a un momento prima
sembrava inimmaginabile e che, invece, si staglia maestoso davanti a noi, ed è
da questo versante, quella del genuino sense of wonder spielberghiano (e che almeno nella
prima parte innervava anche la super-produzione di Nolan), che il lavoro di
Villeneuve trae il suo punto di forza.
E questo squilibrato, imperfetto esperimento di fantascienza è probabilmente l'opera americana più sentita del suo autore, soprattutto se confrontato ai ben più quadrati ma forse inerti thriller che l'hanno preceduto.
L'ottavo lungometraggio del regista canadese, combinando riflessione umanista e filosofica, si focalizza su due punti solo apparentemente lontani: la comunicazione tra specie diverse e l'amore nella sua declinazione filiale. Se le suddette e fin troppo sbrigative definizioni vi fanno venire in mente il melodramma esploso di Incendies (2010) non state errando perché, per certi versi, è il film di Villeneuve che più si avvicina al cuore pulsante di "Arrival". E perché anch'esso ha come twist un'agnizione profonda che ricalibra la percezione della realtà, degli affetti e dell'esistenza, che forse vale più la pena vivere che tentare di cambiare.
E questo squilibrato, imperfetto esperimento di fantascienza è probabilmente l'opera americana più sentita del suo autore, soprattutto se confrontato ai ben più quadrati ma forse inerti thriller che l'hanno preceduto.
L'ottavo lungometraggio del regista canadese, combinando riflessione umanista e filosofica, si focalizza su due punti solo apparentemente lontani: la comunicazione tra specie diverse e l'amore nella sua declinazione filiale. Se le suddette e fin troppo sbrigative definizioni vi fanno venire in mente il melodramma esploso di Incendies (2010) non state errando perché, per certi versi, è il film di Villeneuve che più si avvicina al cuore pulsante di "Arrival". E perché anch'esso ha come twist un'agnizione profonda che ricalibra la percezione della realtà, degli affetti e dell'esistenza, che forse vale più la pena vivere che tentare di cambiare.
lunedì 12 agosto 2013
One Day in the Life of Andrei Arsenevich - Chris Marker
dopo questo bellissimo documentario vedere (o rivedere) i film di Tarkovsky è il minimo, non sarà tempo perso, è sicuro - Ismaele
…It’s very hard to fail with such strong material, but Marker deserves credit for cutting together such a superb greatest hits compilation of indelible Tarkovsky moments One Day is an ideal introduction to a director whose name remains, in some circles, a byword for highbrow inaccessibility. Marker concentrates on certain recurring images (horses and dogs; houses; trees; paintings), techniques (camera placement; use of music) and themes (passage between zones of existence; Russia itself), building a strong argument in support of Tarkovskys stated claim that he tried to place cinema on a par with the other arts…
comincia così:
…It’s very hard to fail with such strong material, but Marker deserves credit for cutting together such a superb greatest hits compilation of indelible Tarkovsky moments One Day is an ideal introduction to a director whose name remains, in some circles, a byword for highbrow inaccessibility. Marker concentrates on certain recurring images (horses and dogs; houses; trees; paintings), techniques (camera placement; use of music) and themes (passage between zones of existence; Russia itself), building a strong argument in support of Tarkovskys stated claim that he tried to place cinema on a par with the other arts…
…Marker shows clips of all Tarkovsky's
films and analyzes his unique way of filming, giving the viewer valuable
insights into his art. There are also behind-the-scenes footage of Tarkovsky on the set of The Sacrifice, visits by family and
friends in his hospice deathbed, and scenes that were video recorded of his London
staging of Mussorgsky’s Boris
Godunov.
A great film on one of the world's great filmmakers. It's a don't miss
film for Tarkovsky fans, and for
others a chance to become acquainted with someone they should know if they want
to call themselves cinephiles.
Marker profoundly says: "some
filmmakers deliver sermons, but the greats leave us with our freedom."
This documentary, apparently
excerpted from a French TV series ("film makers of our time")
combines footage of Andrei Tarkovsky (Arsenevich) during the shooting of The Sacrifice and its post-production - by which time the director was dying of cancer
- with clips from the director's seven features.
Alexandra Stewart's
voice-over commentary, penned by writer-director-editor Chris Marker, provides
insights into the dominant themes and images within Tarkovsky's work: the
elemental forces of nature, paintings, mirrors, the "alien shore" or "zone"
and the Dostoyevskian holy fool or "innocent".
Marker is also critical of the
Soviet authorities for their censuring of his films, refusal to let his family
join him in exile until the very last days of his life, and their fulsome
praise once he was dead…
…The film essentially compiles
rare footage of Tarkovsky in his final years from the making of The
Sacrifice to footage as he lies on his deathbed editing his final film
and meeting his family. Told in narration by Alexandra Stewart, the film is a
visual essay of sorts on the works of Tarkovsky as well as telling the story of
those final days and its aftermath. Through the narration, the film reveals a
lot of what Tarkovsky has done with his films and how similar they are in his
themes where some of the images of his films are inter-cut with the man in real
life.
Through clips of his films as well as clips of an opera he staged in the
1980s, Chris Marker allows these clips to exemplify Tarkovsky’s desire to make
films as something more than just films. Even as Marker would compare some of
Tarkovsky’s characters to himself as this dreamer who is willing to create
something that is unique. Marker also revels in the way Tarkovsky would use
similar ideas and visual traits from all of his films to state Tarkovsky’s love
for nature and the divine mysteries of the world. Some of which are accompanied
by pieces of music from his films.
One Day in the Life of Andrei Arsenevich is an
extraordinary film from Chris Marker about Andrei Tarkovsky. The 55-minute
documentary is definitely a captivating essay about one of the great filmmakers
told by someone as unique as Chris Marker. For fans of Andrei Tarkovsky, the
documentary is a must-see for anyone interested in the filmmaker. Overall, One
Day in the Life of Andrei Arsenevich is a mesmerizing documentary from
Chris Marker.
da quicomincia così:
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