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venerdì 29 ottobre 2021

NEO-REALISMO ITALIANO E CINEMA E SERIAL SUDCOREANI - Luigi Mazzella

 

Agli inizi del secondo dopo guerra mondiale, la grandezza del cinema neo- realistico italiano, era riconosciuta ed esaltata come unica ed eccezionale in tutto il mondo occidentale.

Essa costituiva una nota positiva in un contesto altrimenti e altamente drammatico.

Il Paese, infatti,  da due millenni cattolico, apostolico, romano era al minimo storico della sua credibilità politica internazionale: aveva dato a un ex socialista, Benito Mussolini, un  consenso popolare di dimensioni colossali, reso evidente dalle riprese cinematografiche della folla plaudente a piazza Venezia; sulla scia dei vanagloriosi sogni imperiali del Duce, si era inventato, come nella Spagna di Francisco Franco, un sistema di governo  clerico-fascista; si era spaccato la notte del 25 luglio del 1943,  diventando nella sua maggior parte  antifascista nel giro di una notte con la semplice destinazione allo sciacquone del proprio water closet della tessera del P.N.F.; aveva combattuto al fianco degli "alleati anglo americani" con lo stesso spirito succube e servile, dimostrato poco tempo prima nei confronti dei tedeschi;  si era dilaniato in un guerra civile (che aveva chiamato eufemisticamente “resistenza”) in cui si erano fronteggiati e massacrati senza risparmio di colpi soprattutto fascisti e comunisti, “fratelli-coltelli” perché figli dello stesso padre, l’idealismo tedesco post-hegeliano e della stessa madre, la Patria ausonica;  aveva accettato dagli "Alleati Anglo-americani" una resa incondizionata e la “carità pelosa”   di un piano, detto Marshall, senza neppure comprenderne gli effetti negativi che, con quell’elemosina, vi sarebbero stati per la propria autonomia e indipendenza politica.

Eppure, in un tale tragico contesto, Roberto Rossellini, Vittorio De Sica, Pietro Germi, Luchino Visconti, Giuseppe De Santis, Alberto Lattuada, Renato Castellani, Luigi Zampa, Alessandro Blasetti, autori di orientamento politico, tutt’altro che omogeneo, con imprevedibile e ammirevole “coralità” si erano mossi su una linea di pensiero che poteva apparire (ma non lo era) concordata e fortemente tesa a risvegliare l’italico orgoglio per una rinascita nazionale poderosa e coesa.

Quel cinema, in un popolo che aveva abbandonato il raziocinio e la logica con il crollo del “meraviglioso antico” greco romano, aveva fatto leva, naturalmente, sull’emozione e sull’umanità; sentimenti, non del tutto annullati dagli eventi.

Il ruolo importante e decisivo, svolto da quelle immagini animate e sonore, ci fa capire che, purtroppo, la passionalità, per quanto intensa, non basta ad arrestare il declino di un popolo. Il cinema italiano contemporaneo non dà molte speranze.

Quando si parla dell’attuale cinema sudcoreano come il migliore del mondo, non manca chi fa raffronti con il periodo d’oro, tutto italiano, del neorealismo.

A me sembra che l’accostamento sia del tutto improprio.

Il pensiero comune alla base degli autori orientali è profondamente razionale e per nulla emotivo anche se tocca profondamente i sentimenti degli spettatori.

A differenza di ciò che ritengono taluni nostri critici, imbevuti, non per loro colpa ma a causa dell’ambiente in cui sono stati istruiti ed educati, di irrazionale cultura catto-comunista, gli autori sudcoreani non intendono minimamente promuovere una rivoluzione di tipo bolscevico: ne hanno abbastanza degli esempi della Cina e del Nord del loro stesso Paese (le fughe di loro compatrioti da quel regime tirannico di   sono quotidiane).

Il loro discorso va molto più in profondità, anche se non può essere oggettivamente compreso in Occidente.

Da tutti i film e serial diffusi sulle piattaforme digitali (e fuori di esse) si ricava che l’intuizione sottostante a quelle opere è la necessità di abbattere il modello di società patriarcale e ripristinare almeno alcune regole della matrilinearità probabilmente alle origini della specie umana (come lo è di quella animale).

E ciò non solo per evitare gli effetti della violenza e dell'aggressività fisica maschile ma anche per elidere la fonte dell’avidità proprietaria che è nella “mitizzazione” del liquido seminale (quante delusioni esso provochi nelle aspettative paterne, nessuno dice) e nell’idea della famiglia come nucleo circoscritto e chiuso (se non ottusamente confliggente) rispetto al resto dell’umanità.

Nei film e nei serial sudcoreani il mondo femminile, quando non si lascia irretire da logiche maschilistiche (per stupida imitazione), dimostra di avere conservato, a dispetto del vincente e prepotente patriarcato, una sensibilità, una passionalità e una ricchezza emotiva veramente ammirevoli.

Gli autori sudcoreani sembrano esserne consapevoli: il loro ateismo razionale li mette al riparo delle false giaculatorie sia delle religioni mediorientali    che hanno sedotto e soggiogato l’Occidente sia delle astratte filosofie idealistiche che con il fascismo e il comunismo hanno portato il terrore sull'intero globo. Sempre con l'intento dichiarato di volerlo salvare.

Ovviamente l'interpretazione delle loro opere in Occidente continuerà a essere fuorviata a causa dei paraocchi religiosi (pochi critici coglieranno che in alcuni serial, come All mine, il cattolicesimo, lungi da proclamati propositi di realizzare l'uguaglianza universale,  è visto soprattutto come fonte di arricchimento ecclesiale attraverso il mezzo subdolo della beneficenza favorita, nel loro spudorato interesse,  dai ricchi) e dell’ideologismo acritico dei cosiddetti “intellettuali di sinistra”; nonché, è persino superfluo aggiungerlo,  della cecità assoluta dei fanatici dell’estrema destra.

Da Europeo che si è posto con progressivi approfondimenti fuori della “cultura” dominante nel mondo in cui vive, guarderò con interesse sempre crescente alle opere che quella cinematografia saprà darci, senza cadere nel tranello dei nostri “impegnati” critici, sempre volti a cogliere segnali di rivoluzioni egualitarie, ispirate a utopie religiose o filosofiche che sinora hanno solo contribuito a insanguinare il pianeta.

da qui

martedì 28 gennaio 2020

Ridere di Dio - Francesco Guala


Da quasi un mese una serie di Netflix sta infiammando l’opinione pubblica brasiliana, mettendo a dura prova la giurisprudenza, e addirittura provocando disordini di piazza. La prima tentazione di Cristo, del collettivo di comici Porta dos Fundos, ricostruisce in modo dissacrante la vita di Gesù, osando scherzare su una presunta relazione omosessuale del profeta di Nazareth. La scorsa settimana un giudice di Rio de Janeiro ha ordinato la rimozione della serie, con motivazioni che vanno dalla protezione dei minori a quella della religione cristiana. Nel giro di pochi giorni il Tribunale Superiore (la corte costituzionale brasiliana) ha risposto all’appello di Netflix invertendo la decisione e ordinando il ripristino della serie. Nella sentenza si legge che “non si deve presumere che una satira umoristica abbia il potere magico di minare i valori della fede cristiana, la cui esistenza risale a oltre duemila anni fa”.

Sempre negli stessi giorni in Italia è scoppiato il caso di Checco Zalone, attaccato per presunto razzismo a causa di una clip del nuovo film Tolo Tolo; poi, svelato il malinteso, boicottato dai movimenti di destra per presunto buonismo pro-migranti. Zalone ha risposto prendendosela con la dittatura del politicamente corretto. Migliaia di chilometri più a Ovest, Ricky Gervais è stato osannato per avere sbeffeggiato senza pietà l’establishment del cinema mondiale, accusato di eccesso di correctness. Fra le perle: “volevamo fare un memorial, ma poi abbiamo visto i nomi di chi ci ha lasciato quest’anno e non c’era abbastanza diversità”. “È stato un anno fantastico per le serie pedofile, come I due papi”. E per finire: “se vincete un premio, non usatelo come piattaforma per un discorso politico. Non avete nessuna autorità per farci una predica. Non sapete niente del mondo reale. La maggior parte di voi ha passato meno tempo a scuola di Greta Thunberg, quindi se vincete prendete la vostra statuetta, ringraziate il vostro agente, e andatevene affa****!”

Ricky Gervais era stato invitato per far ridere e scioccare, anzi per far ridere scioccando. E la reazione del pubblico nella sala dei Golden Globes era un susseguirsi di risate e boati, al quale il comico inglese rispondeva alternando “shut up, I don’t care!” e “remember: they are just jokes!”. Ma Gervais sapeva benissimo che non erano soltanto battute. O meglio, sapeva che far ridere è una cosa molto seria, quando si prende di mira ciò di cui non si dovrebbe scherzare.
A tutti noi è capitato di sentire battute fuori luogo o di cattivo gusto. E molti ritengono che alcuni argomenti siano off limits. Se la satira gay su Gesù non vi offende, provate a immaginare un gruppo di naziskin che racconta barzellette sull’olocausto: non va bene, è terribile, non può essere tollerato. Ma perché? Come si può offendere ridendo? Filosofi e psicologi se lo chiedono da secoli, e la risposta è più o meno la seguente: la risata è una risposta automatica a un salto cognitivo che ci coglie di sorpresa. Ci sono molti modi per provocare questo salto, ma il più comune consiste nel sostituire uno scenario atteso positivo con un altro di carattere negativo. L’ironia e la satira tipicamente sfruttano un’inversione alto-basso, ideale-miserabile, nella quale i personaggi si comportano in modo più stupido, abietto o assurdo di quanto il loro ruolo comporterebbe. In Brian di Nazareth – un classico della satira religiosa – un poveraccio viene identificato casualmente con il Messia, adorato da una folla di pazzi fanatici, e a un certo punto è perfino rapito da un’astronave che si trova a passare sopra Gerusalemme (non si capisce assolutamente perché, ma fa ridere).

Eppure, dirà qualcuno, non è vero che non si può ridere di Dio. I preti raccontano barzellette sulla Chiesa, e gli ebrei sono famosi per un vasto repertorio che non risparmia la religione, l’olocausto, perfino il vittimismo del quale sono spesso accusati. Manca dunque un tassello, per comprendere il potere del riso.
Perché ridiamo, per fare che cosa? Ridiamo e facciamo ridere, ovviamente, perché è piacevole. Ma non ridiamo con tutti, in tutte le occasioni. Gli antropologi hanno notato che il riso è un lubrificante dei rapporti sociali. Spesso viene utilizzato per sdrammatizzare, altre volte per cambiare gli equilibri: una battuta o presa in giro serve a riportare sulla terra chi si dà troppe arie o si considera più importante degli altri. Ma con l’autoironia ci si può anche mostrare umili, esponendo i propri limiti e difetti. In questo caso il riso riporta in basso chi sta, o vuole stare, più in alto. Ma il meccanismo alto-basso può essere utilizzato anche per impedire un rapporto fra pari, enfatizzando o creando disuguaglianze. Quando un naziskin se la prende con gli ebrei, lo fa per svilirli e marcarne la presunta inferiorità.

L’intenzione dietro la battuta è dunque cruciale. Ecco perché i preti possono ridere di Gesù, ma non possono farlo con i mangiapreti. Perché gli ebrei possono raccontare barzellette sull’olocausto, ma non insieme ai naziskin. Possiamo ridere di Dio se siamo tutti convinti che la fede sia una cosa seria, da una parte; oppure all’opposto se tutti pensiamo che sia un orpello anacronistico e nefasto. Ma chi disprezza la fede difficilmente può riderne, per motivi opposti, insieme a chi la considera sacra.

Può sembrare una visione sconfortante: anche la satira e l’ironia dunque ci separano, ricalcando le divisioni di fede, ideologia e morale che attraversano le società moderne? Puoi ridere del tuo Dio, ma non di quello degli altri? Come spesso capita, le cose sono un po’ più complicate, e forse migliori di quello che sembra. Possiamo ridere con gli altri, anche se non la pensano esattamente come noi. Il segreto è il rispetto – l’atteggiamento di chi considera le opinioni altrui degne di essere prese in considerazione. Rispettare non vuol dire essere d’accordo, ma perlomeno accettare che una credenza, un simbolo, un rituale siano importanti per qualcun altro. Ovviamente è più facile avere rispetto se rifiutiamo i dogmi: se pensiamo che tutte le credenze e gli stili di vita – anche i nostri – siano imperfetti, e che sia sempre possibile imparare qualcosa dagli altri.
La satira, desacralizzando, in parte fa questo: ci aiuta a pensare scenari diversi, ci mostra il mondo per quello che non è, ma potrebbe anche essere. Lo fa sfruttando una sua proprietà peculiare, la capacità di anestetizzare le emozioni. Sappiamo che una battuta al momento giusto può sdrammatizzare una situazione tesa sul lavoro; ma una risata può anche rovinare un momento di grande passione. Il riso quindi può offendere impedendo la manifestazione delle ‘giuste’ emozioni – come l’amore incondizionato per Gesù o il cordoglio per l’olocausto. Questo stato di sospensione emotiva però ha i suoi vantaggi. Ci permette di guardare alle nostre pratiche con distacco, rappresentando il mondo ‘a testa in giù’.
È un gioco che vale la pena di giocare insieme, se gli altri ci concedono lo stesso rispetto. Rifiutandoci di farlo, indichiamo implicitamente che le nostre credenze sono più importanti di qualsiasi cosa, che non siamo disposti a prendere in considerazione alcuna alternativa, che non vogliamo imparare e migliorarci. Ma rifiutarsi a priori di ridere di qualche cosa può anche essere una dimostrazione di debolezza – riflette la paura di chi si sente assediato, di chi vede al di fuori della propria cerchia soltanto l’intento di sopraffazione.

Insomma, si può ridere di tutto, volendo, anche se è difficile farlo con tutti. Ridere con chi non ci rispetta è inutile e sbagliato. Ridendo con i nazisti per esempio ci rendiamo complici dei loro propositi abietti. Uno dei problemi della satira pubblica è che trascende le intenzioni dell’autore e può essere interpretata in modi opposti, come insegna Checco Zalone. Ma anche Ricky Gervais giocava sull’ambiguità fra insider e outsider. In quanto celebrità, poteva permettersi di oltrepassare ogni limite, parlando ai suoi pari. Ma non poteva ignorare che i nemici del politically correct avrebbero riso alle sue battute per motivi opposti. Tuttavia, non possiamo criticarlo: la correttezza politica non deve diventare un dogma religioso. E si può ridere anche della religione, se rifiutiamo i dogmi. Anzi, si deve: ridendo insieme agli altri mostriamo di far parte della stessa comunità sociale.

La censura della satira attraverso i tribunali solleva problemi difficili per la libertà di parola, e richiederebbe riflessioni ancora più complesse. Ma la censura morale – attraverso la riprovazione e la gogna pubblica – può essere altrettanto efficace. Per non perdere la bussola dobbiamo ricordarci che ciò che rende la satira inaccettabile è lo spirito, non il suo oggetto. Il riso aggressivo e discriminatorio deve essere rifiutato a prescindere dal suo oggetto. Ma come scrisse Lord Shaftesbury molto tempo fa, qualsiasi idea valida deve essere in grado di superare la prova del ridicolo. Rimarcando che la fede cristiana esiste da duemila anni, il giudice del Tribunale Superiore brasiliano ha soltanto ripreso questa massima immortale e di grande saggezza.
da qui


QUI la prima tentazione di Cristo, in portoghese con sottotitoli in spagnolo