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domenica 8 ottobre 2023

The Creator - Gareth Edwards

Se credi sia il solito filmetto/filmone sei sulla cattiva strada.

E' un film sorprendente, ci sono i bastardissimi assassini ipertecnologici a stelle e strisce che vogliono sterminare un nemico, casualmente in Asia, che è proprio diverso, si tratta di un'elite chiamata AI, che ha una tecnologia superiore, capace di disabilitare la potenza di fuoco dell'Impero.

Gli attori sono bravissimi (anche per merito del regista Gareth Edwards), sopratutto John David Washington e Madeleine Yuna Voyles, il gigante e la bambina.

Dicono che gli AI non hanno anima, che siano solo una costruzione tecnologica, provate voi a essere indifferenti ad Alphie.

Come quasi sempre quello che dicono gli imperialisti guerrafondai sono bugie, lo capirai vedendo il film.

Come sempre un film si legge con gli occhi di chi guarda, qualcuno dirà che è una fiaba, un film di supereroi, altri vedono un film di attualità, lo scontro militare di una potenza sterminatrice con chi non si adegua ai loro voleri e non è disposta più a subire, sembra il mondo di oggi.

Cercatelo, non ve ne pentirete, è proprio un gran film.

Buona (politica) visione - Ismaele

 

 

 

 

…The Creator è un film tutt'altro che banale nello spunto, che stimola nello spettatore riflessioni importanti quali il diritto di un popolo di autodeterminarsi, di esistere, di convivere pacificamente con le altre etnìe e di rispettarsi a vicenda: temi fortemente (e tristemente) attuali, di cui non si parla mai abbastanza. E da questo punto di vista il film di Edwards è lodevole sotto ogni aspetto, così come è apprezzabile l'uso sobrio e non smodato degli effetti speciali, tanto che in alcune sequenze sembra quasi di assistere a un mockumentary distopico (al mio fedele compagno di visioni ha ricordato District 9 di Blomkamp), e in generale il profilo basso, umile, di un'opera che si pone a metà tra la fantascienza d'autore e i blockbuster hollywoodiani (il budget utilizzato - circa 80 milioni di dollari - è quasi da cinema "indipendente" per gli standard d'oltreoceano)

 

Peccato però che a siffatte intenzioni e dichiarazioni non corrisponda una storia adeguatamente avvincente e capace di "catturarti" durante la visione: la sceneggiatura di The Creator è infatti piuttosto scontata, senz'altro inadeguata per un film che avrebbe la pretesa di elevarsi stilisticamente dalla fantascienza di puro consumo. La trama è fin troppo lineare, semplificata all'osso, oltremodo scarna nei dialoghi (malgrado la presenza di ottimi comprimari come Allison Janney e Ken Watanabe) e ti conduce all'epilogo finale (anche questo facilmente intuibile) senza alcuno scossone o colpo di scena... qualche critico buontempone ha azzardato "sembra scritta da ChatGPT", e in effetti non gli si può dare torto: tutto il film si sviluppa secondo schemi classici e rodati, senza rischiare nulla e vanificando in parte un'operazione che, magari con un team di sceneggiatori più navigati, poteva trasformarsi in un piccolo cult.

 

Resta comunque la bontà di un film coraggioso e controcorrente, che non ha paura di prendere posizioni politicamente scomode: il fatto che gran parte della storia sia ambientata in Nuova Asia e che molte situazioni e ambientazioni ricordino il Vietnam e la "sporca guerra" combattuta dagli Americani negli anni '60-'70 non è certo un caso. Anche qui gli Americani si arrogano unilateralmente, come loro solito, il ruolo di "portatori di democrazia", e la loro ostinata, inutile guerra alle A.I. può ben considerarsi una critica per niente velata a ogni logica imperialista ed espansionista. Sarà forse per questo (per lavarsi la coscienza?) che The Creator è stato incensato negli States da unanimi recensioni a cinque stelle, tutto sommato ingiustificate per quanto detto fin qui, ma che comunque hanno avuto il merito di invogliarci a vedere un film imperfetto ma efficace, che certo non ci travolge dalle emozioni ma riesce nell'intento di aprirci gli occhi sulla prospettiva di un domani ormai imminente.

da qui

 

Edwards in The Creator affastella citazioni visive da ogni fonte, dalla sci-fi militare con robot cara a Neil Blomkamp alla commistione di replicanti e nippofilia di Blade Runner, fino a Il bambino d'oro e alla foto più iconica dei fatti di Piazza Tienanmen. La sua bambina, come il "rivoltoso sconosciuto" che fermava un carroarmato, sola si pone di fronte a una macchina assassina (e pure kamikaze, creando un ulteriore paradosso sulla presunzione di superiorità americana). Se le visioni di Edwards sono fantascientifiche, la sua narrazione (co-sceneggiata con Chris Weitz come il precedente Rogue One) è fantasy: la tecnologia di cui dispone la bambina non si applica attraverso la rete in una pioggia di codici come in un film cyberpunk, bensì funziona come un potere magico, che si attiva meditando e unendo le mani. Tanto che non sembra fuoriluogo, sul finale, una citazione della fiaba della Bella addormentata.

Per contrasto è invece molto crudo il modo in cui The Creator rappresenta le operazioni americane all'estero, che fa orrore per l'impiego di armi palesemente sovradimensionate alla minaccia nemica, bollata di terrorismo e quindi contro la quale ogni mezzo diviene lecito. Non che la AI siano del tutto indifese (anche se sparano davvero male): in diversi passaggi le battaglie sono concitate, risultando in massacri da entrambe le parti, secondo un altro tòpos senzatempo: la guerra è l'inferno. Il film è così un apologo pacifista, con "un'arma" che esiste per disattivare le altre armi e porre fine alla guerra.

da qui

 

The Creator è un film che ne accumula molti al suo interno: azione, fantascienza, cronaca sentimentale. La tavolozza dei temi: amore, famiglia, anche morte. L’evoluzione della specie è il grimaldello con cui la regia muscolare ma con un’anima di Gareth Edwards scardina la madre di tutte le questioni: la fragilità della condizione umana. Tutti finiscono per “spengersi”, umani e IA. La lotta per per il predominio è il disperato tentativo di camuffare, dietro il frastuono della guerra, un grosso problema esistenziale. La risposta di Joshua e Alphie – è un bene che Edwards e il co-sceneggiatore Chris Weitz abbiano tenuto il focus di un film così denso ben stretto sui due personaggi – è un’accettazione serena, per quanto è possibile, del carattere effimero della vita. E una colossale prova d’amore.

The Creator è l’anomalia sci-fi che valorizza il sentimento al di là della semplice parentesi tra una scena d’azione e l’altra. La rappresentazione è moderna, senza istinti ruffiani: John David Washington è l’eroe, forte e carismatico anche grazie alla sua vulnerabilità. Madeleine Yuna Voyles attraversa il film nella dolcezza e nella fragilità di uno sguardo che nasconde e ostenta, a un tempo, la forza spiazzante di Alphie, messia bambina dalle potenzialità insperate. Mentre Hans Zimmer si diverte a camuffare il sound abituale senza perdere nulla della sua forza incalzante, l’immagine è modellata nella sapiente combinazione di ambienti autentici e ricostruzione digitale. Un’ulteriore prova di coerenza, questa ostinata ricerca di un compromesso tra natura e tecnologia, che racconta una verità essenziale. Forse Gareth Edwards non riesce, con The Creator, a valorizzare del tutto le tante piste del suo film. Ma ha una visione e un senso chiaro del cinema e delle sue potenzialità, al punto d’intersezione tra vocazione commerciale e intelligenza della proposta.

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sabato 29 agosto 2020

Tenet - Christopher Nolan


già i primi dieci minuti, come era capitato con Il cavaliere oscuro, valgono da soli il prezzo del biglietto. chi guarderà il film sullo schermo di casa non lo saprà mai, poverino.

e già dalle prime scene si capisce che i produttori non hanno fatto i tirchi sui centesimi di dollaro.

nel film si va avanti e indietro, ogni pochi minuti, non è proprio un film lineare (ma anche Pulp Fiction, montato in modo cronologico, non sarebbe le stessa cosa).

probabilmente andrebbe visto due volte, una per guardare le immagini, l'altra per seguire l'ordine temporale, ma se si guarda una volta sola bisogna farsi prendere dalla storia e entrare nel ritmo, per quanto si può, e stupirsi mille volte, perché il film è complicato, ma non troppo (ma questo non lo sai durante).

gli attori sono all'altezza del compito (e anche gli stuntmen non sono stati da meno).

per essere il primo film della rentrée non poteva andare meglio.

la sala vi aspetta - Ismaele


 

 

 

…In fondo lo sappiamo che in Nolan il dispositivo dell’azione (la dinamica di messa in scena che la rende unica) è tutto ciò che conta, ma stavolta senza il fratello Jonathan alla scrittura lo è anche di più, è l’unica ragion d’essere di un film che non sa che farsene dei rapporti personali e che li racconta con poca voglia e molta rapidità. Questo però non va confuso con l’incapacità, anzi è l’espressione della sua idea di mondo. Nelle sue storie e specie in questa, i sentimenti sono la debolezza degli esseri umani, sono ciò che frega i cattivi, mette nei guai i buoni (Elizabeth Debicki, usata a un terzo del suo potenziale) e rende la strada degli eroi più tortuosa di quel che dovrebbe essere. Non sono anche ciò che li aiuta come altrove ma solo una zavorra che si portano appresso. Tenet invece non vuole proprio portarseli appresso, ci rinuncia, risolve tutto senza spiegare molto e si getta di testa nella sua cattedrale pazzesca di avanti e indietro nel tempo, ripetizioni, scene palindrome e “attacchi a tenaglia temporale”. E per quanto dentro si trovino tante idee già viste nei suoi film, tutto gli si può dire tranne di essersi ripetuto.

Se si accetta tutto ciò (e non è difficile) Tenet è una gioia, una spettacolare messa in scena di qualcosa di davvero originale. Conosciamo il meccanismo del rewind ma Nolan lo porta a livelli tali da sembrare nuovo. Conosciamo i viaggi nel tempo ma Nolan inventa una dinamica che fa sembrare tutto nuovo. È un piacere grande e anche se stavolta dura solo il tempo della visione, senza rimanere impresso come accadeva ai suoi film migliori, lo stesso c’è da levarsi il cappello di fronte alla maestria artigianale di questo regista.

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Tenet ha un suo indubbio e contagioso fascino e una sua innovatività creativa e narrativa genuina che ultimamente è sempre più rara. E' impossibile annoiarsi, anche volendo, è difficile non voler risolvere il rompicapo della trama, anche a costo di avere il mal di capo. Inoltre ci sono numerosissime sequenze d'azione movimentate, frenetiche, chiassose, riuscite e decisamente adrenaliniche, c'è una tensione sempre elevatissima e il gusto di assistere a una vicenda paradossale, incredibile e ispirata, i cui diversi piani temporali sono così intrecciati da renderla imprevedibile e completamente coinvolgente…

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…per avere un’idea di ciò che vi aspetta al cinema dovete immaginare Tenet come un Inception elevato alla decima. A confronto, il film con Leonardo DiCaprio vi potrebbe apparire lineare quanto una puntata di FriendsNolan fa di tutto per dimostrare la sua abilità nella costruzione di prodotti enormi dal fortissimo impatto spettacolare e cinematografico, eppure così inaccessibili al proprio significato o, più semplicemente, al proprio racconto inteso come svolgimento degli eventi. Occorrerebbe prendere appunti durante la proiezione, annotarsi luoghi visitati e personaggi incontrati. Perfino quando questi incontri avvengono, poiché in questo film lo scorrere del tempo è intrecciato, invertito, ciò che stiamo osservando adesso non è necessariamente ciò che sta accadendo mentre lo guardiamo. Potrebbe trattarsi di un evento del passato o del futuro, chi lo sa?

Se questo modo di decostruire la struttura filmica è marchio di fabbrica della ditta Nolan, in questo film – e forse, a parere di chi scrive, da quando il sodalizio di scrittura con il fratello minore Jonathan si è interrotto – si dimostra fastidiosamente contorto. O, più prosaicamente, meno soddisfacente per lo spettatore rispetto ad altri lavori come The Prestige o Memento. In Tenet tutto è portato all’eccesso, all’estremo e sfortunatamente questo nolanissimo sembra ipertrofizzare maggiormente i vizi, piuttosto che i pregi. Aggiungete, inoltre, che le aspettative per questa pellicola sono grandi quanto le ambizioni del proprio regista e avrete il cocktail perfetto per una delusione cocente…

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Tenet mostra e rimostra, spiega e rispiega, ti snocciola sotto il naso le sue prove del nove narrative, e a un certo punto la cosa diventa un attimo asfissiante. Non scassa il piacere di quello che stai vedendo, ma un minimo fa l'effetto dei suggerimenti a video non skippabili nella fase tutorial di un gioco. Solo che qui la fase tutorial torna a farti visita fino alla fine. Non c'è un messaggio profondo, anzi non c'è forse un messaggio e basta, perché non ce n'era bisogno. Le motivazioni di tutte le parti in causa sono semplici-semplici, certo, ma alla fine è pur sempre, dicevamo, una storia di spionaggio "con quel qualcosa in più". Una giostra scatenata, anche se mai fuori controllo. E non si può dire che Nolan non provi a spiegartelo in tutti i modi, praticamente da subito.

Atteso come il Grande Salvatore di Fine Anno per l'industria del cinema tutta, il Ken il Guerriero che affronta il più grande nemico postatomico in cui il cinema si sia imbattuto negli ultimi settant'anni, Tenet è la pellicola di cui tutti - come interessatissimi gufi da sala giochi anni 80 - stanno aspettando i risultati per capire come va e andrà nel breve periodo. Darà l'attesa scossa galvanizzante a un mercato narcotizzato da mesi e mesi di chiusura forzata? La voglia di vedere come se l'è cavata Cristopher questa volta supererà i timori e la deboscia di mesi di film visti solo a casa? Ma soprattutto, Tenet contribuirà a cementare il credito pressoché infinito di cui Nolan gode - a ragione - presso il pubblico? Avrà lo stesso impatto sull'immaginario collettivo, dopo mesi di spot martellanti e criptici, di un Inception, dieci anni dopo? La risposta, ovviamente, la lasciamo alla posterità.

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…I protagonisti dei film sembrano ricalcare perfettamente i classici archetipi descritti da Chris Vogler ne Il viaggio dell’eroe. Il protagonista senza nome compie l’arco di un irreprensibile eroe positivo, mentre l’antagonista mira a distruggere il mondo.

Tra eroe e antagonista, c’è anche una “fanciulla da salvare”, interpretata da Elisabeth Debicki. Il suo personaggio rappresenta la più classica “madre coraggio”, disposta a tutto per salvare il suo bambino.

Ma può un film dall’impianto audiovisivo tanto ambizioso coesistere con uno schema narrativo così tradizionale? Per molti, si tratterà certo di un contrasto stridente, mentre la divisione tra eroe, alleati e nemici risulterà perfino convenzionale.

Le recensioni estere più dure (vedi quella di Indiewire) si scontrano proprio sullo scarso appeal dei personaggi, ridotti a mera funzione narrativa, costretti continuamente a spiegare le proprie azioni e motivazioni, quasi svolgessero il ruolo di un portavoce, che si rivolge essenzialmente al pubblico.

I personaggi, o forse le interpretazioni più brillanti, a fronte di un John David Washington piuttosto statico, sono certo quelle di Kenneth Branagh, cattivo dal volto umano, e dell’alleato Robert Pattinson, che conferma versatilità e fascino (infuocando ancora di più le nostre aspettative per The Batmanqui il trailer).

Tenet sembra comunque tenere insieme molte, diverse anime: passaggi oscuri e verità rivelate, complessità e progressione naturale di una Spy-Story, da Action a War Movie.

Che siate fan o detrattori di Nolan, il punto è che, anche stavolta, siamo di fronte a un film che non lascia indifferenti. Un’opera che per colpire non sceglie la parola, ma le immagini in movimento, domandando agli spettatori di abbandonare completamente il senso, per vivere un’esperienza totalizzante.

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…"Faccio film da molto tempo ormai, e sono ben consapevole del mezzo in cui lavoro", sono state le parole di Nolan.

"È ciò che mi ispira e influenza le mie scelte creative in ogni modo possibile - mentre scrivo la sceneggiatura, mentre penso a cosa sarà, durante le audizioni...

È tutta un’esperienza straordinaria di vita che intendiamo offrire al pubblico.

Ogni decisione viene presa con l'idea di un pubblico che si chiude in un cinema per guardare il nostro lavoro su un grande schermo.

Ciò influisce su ogni scelta e tutto ciò che facciamo".

Scrivere di questo film, evitando qualsiasi tipo di spoiler, è un vero e proprio esercizio di stile.

Districarsi tra paradossi e ossimori è piuttosto complicato, come aveva spiegato tempo fa lo stesso Kenneth Branagh in un'intervista.

Le continue inversioni temporali danno un'inedita dinamicità alla pellicola, ma rischiano anche di ingarbugliare fin troppo la trama, lasciando lo spettatore spaesato.

Di contro Nolan confeziona sequenze realisticamente surreali, come quella del combattimento all'interno di un aeroporto o quella del conflitto finale.

Il regista è palesemente a suo agio, il Tempo è il suo terreno e ne è cosciente.

Credo che se potesse si piazzerebbe fuori da ogni sala cinematografica con il sorriso sulle labbra per fermare gli spettatori che barcollano dopo aver visto il suo film.

da qui

 

Grazie anche al sublime montaggio di Jennifer Lame, che non è sacrilego definire come uno dei più complessi della storia recente del cinema, si percepisce la bramosia di sovvertire le regole della settima arte, di capovolgere i movimenti e le frasi (quasi come nella Loggia Nera di Twin Peaks), di scardinare generi e di attraversare una storia in ogni direzione possibile, restituendo allo spettatore la magia per troppo tempo proibita della sala, che, qualora ce ne fosse bisogno, si conferma come il luogo più adatto in cui godere di un’opera cinematografica. Tenet come possibile rivoluzione dunque, ma anche come uno degli ultimi baluardi della tradizione della sala, ambivalenza comprovata dalla combinazione fra pellicola 70 millimetri e IMAX scelta da Nolan per il suo lavoro dal più alto budget (oltre 200 milioni di dollari)…

da qui

  

venerdì 28 settembre 2018

BlacKkKlansman - Spike Lee

nel film non si fa fatica a vedere quanto sono deficienti quelli del KKK, forse questo è uno dei motivi per cui si nascondono.
Spike Lee racconta quanto sono razzisti i razzisti del suo paese,
un esempio per tutti gli altri.
protagonisti bravissimi, Adam Driver e John David Washington (figlio di Denzel), e bravi anche quelli del KKK, fanno i deficienti benissimo, e parlano come Trump (o Trump parla come loro?).
e come non ricordare il vecchio Harry Belafonte (che racconta una storia terribile e vera)?
gli anni '70 alla fine diventano questi anni, e non c'è niente da ridere.
non è il miglior film di Spike Lee, ma solo perché i migliori sono davvero grandissimi e inarrivabili.
e quindi buona visione, non vi deluderà - Ismaele 




i discorsi e la retorica dei confratelli dell’Organizzazione, come la definiscono dall’interno, sono spaventosamente attuali, si parla di restituire all’America la sua grandezza, e si declama spesso il celebre slogan “America first”.
In un qualsiasi altro contesto le candide dichiarazioni del Gran Maestro del Ku Klux Klan farebbero inorridire, ma se all’altro capo della cornetta c’è un poliziotto nero che si finge un bianco razzista, allora la risata scappa incontrollabile e l’abilità della regia sta proprio nel calibrare attentamente le tempistiche, dando allo spettatore un momento per ridere e uno per riflettere, per provare il suo stesso turbamento, la sua stessa rabbia, il suo stesso dolore.
Alla fine, l’amarezza, lo sconcerto prevalgono e rimangono, perché non c’è più niente da ridere, il male non viene sconfitto, il razzismo non è debellato e la sua minaccia incombe ancora sulla società odierna, in America come in qualunque altro posto del mondo.


Essendo un ottimo prodotto cinematografico, BlacKkKlansman può offrirsi anche solo come grande intrattenimento per la sala, dato il tono leggero, da commedia, come dicevamo, ma è chiaro che nasconde, neanche troppo velatamente, le intenzioni di un uomo contrariato da ciò che accade nel proprio Paese, adesso come negli anni Settanta.
Con un approccio lucido, innovativo per il suo solito stile, Spike Lee manifesta la sua rabbia verso una situazione sociopolitica rovinosa, quella della sua America. Ma non basta: il film, in chiusura, confermando il suo rivolgersi a tutto il mondo, e non solo alla comunità nera contro quella bianca, afferma con convinzione: “Power to all the people” (potere a tutte le persone). Un invito all’unione radicale, un appello a tutti gli uomini di ragione.

Quel che rende il film memorabile è un insieme di fattori, tra cui la geniale regia di Spike Lee, che ha collegato la storia alle vicende di razzismo attuali, confezionando quindi una pellicola politica e schierata ma allo stesso tempo dinamica e, sì, persino divertente.
L’impegno politico e sociale del regista non è una novità, e infatti in conferenza stampa non ha deluso le attese, criticando in modo colorito i leader mondiali, soprattutto il presidente americano Donald Trump – di cui non ha mai pronunciato il nome, sostituendolo con epiteti che non staremo qui a riportare.
A proposito del linguaggio, Lee ha precisato che voleva che l’odio fosse verbalizzato nel film, per questo ha scelto di far parlare i membri del KKK nel modo in cui parlano davvero, senza addolcire la pillola – ecco il motivo delle tante parolacce e insulti verso neri, ebrei e omosessuali.

L’idea del doppio, uno voce telefonica l’altro in azione, non sarebbe narrativamente male, se solo ci fosse una sceneggiatura in grado di sfruttarla adegutamente. Invece tutt’al più produce momenti farseschi non proprio finissimi, come il poliziotto black che fa battute infami sui neri per compiacere l’interlocutore klanico (risate in platea), o il black che istruisce il suo alter ego bianco su dizione e tono di voce da ghetto (altre risate). Ma la platea esplode in applausi tonanti quando i klanici infami, in una cerimonia di iniziazione più grottesca che spaventevole, urlano uno via l’altro ‘America first!’, e anche qui non c’è bisogno di spiegare il battimani. Non è che poi l’indagine porti a casa chissà quali risultati, anche perché quelli del KKK di Colorado Springs non sembrano proprio delle aquile in grado di organizzare chissà che. Ma vogliamo parlare dell’incredibile storia d’amore tra il poliziotto black fichissimo e la leader del Black Power della città?, storia che incredibilmente continua anche dopo che lui le ha confessato di essere un agente, e sono assurdità e incongruenze che in un film rispettabile non dovrebbero trovare posto. Il tono da commediaccia si alterna incongruamente a inserti di puro militantismo, che se non altro producono l’unico momento alto di tutto il film, con un meraviglioso Harry Belafonte, anni 91, a rievocare l’infame linciaggio di un nero. Ma è, letteralmente, un altro film che non si salda con il resto. E che fa rimpiangere che Spike Lee non sia dedicato a un progetto grande e credibile sul KKK. Adam Driver è l’alter ego bianco infitrato, e non lo si è mai visto tanto spaesato e perplesso.