qualche anno fa, in Viva la libertà, Tony Servillo interpreta due fratelli gemelli, il politico e il fratello fuori controllo, che poi lo sostituisce.
nel 1968 Vittorio Gassman interpretava i due fratelli gemelli Agasti, Mario, il politico in ascesa, e Filippo, il fratello poco di buono che appare e porta scompiglio.
non è un film perfetto, ma Luciano Salce e Vittorio Gassman sono una garanzia.
buona (gemella) visione - Ismaele
Il doppio speculare in un film ha un solo fine,
dimostrare quanto le parti in fondo si assomiglino. Così lo zelante onorevole
Agasti, il "buono", è un egotico che lascia sfiorire la moglie; il
gemello Filippo sarà anche furfante ma è un geniale uomo di mondo. E Salce,
regista mai scontato, al connubio aggiunge una nuance machiavellica: la volpe
nella politica italiana è di gran lunga preferita al leone (quantomeno al
ministero degli esteri). Commedia non spiacevole però ridondante, che vive di
marchingegni morali e, certo, del mattatorismo qui persino duplicato di Gassman.
Film di difficile reperibilita' in Rete
( ma comunque un'unica copia la si trova ...) e devo dire che e' anche godibile
in vari pezzi con un inizio strampalato per il povero e furbo Gassman e con un
andirivieni di sequenze agro-dolci e velatamente sexy che fanno di questa
Pellicola un qualcosa di positivo nel Panorama Cinematografico abbastanza
insipido anni '60.
…Come è noto, alla metà
degli anni Sessanta Roberto Rossellini, pur essendo nel pieno dell'attività e
acclamato come Maestro a livello mondiale, decise che ne aveva abbastanza del
cinema e proseguì la sua produzione artistica soltanto tramite documentari biografici,
regie televisive e lavori di evidente scopo didattico. Questo Anima nera,
tratto da un testo teatrale di Giuseppe Patroni Griffi con una sceneggiatura
scritta dallo stesso regista insieme ad Alfio Valdarnini, rappresenta l'ultimo
lungometraggio espressamente cinematografico girato da Rossellini; secondo
molte voci, anche di presenti sul set, Rossellini però seguì molto poco la
lavorazione del film, lasciando spesso e volentieri le cose in mano ad
assistenti e interpreti. Sulle ragioni di questa crescente insofferenza per
Cinecittà e più in generale verso il mezzo artistico che lo aveva reso grande e
celebre, e che lui stesso aveva nobilitato con opere del calibro di Roma città
aperta (1945), Paisà (1946) o Europa 51 (1952), si potrebbe discorrere a lungo
e probabilmente senza arrivare a una risposta certa; sicura è invece la
disaffezione verso Anima nera, pellicola che avrebbe meritato maggiori cure e
che, nonostante la travagliata realizzazione, riserva comunque un discreto
fascino...
anni settanta, arriva il terrorismo, Vittorio Gassman è un'imprenditore di successo, ma non coi figli, che cerca di recuperare, almeno di impostare un dialogo.
il film non è perfetto, ma a Dino Risi e Vittorio Gassman come facciamo a non voler bene, a prescindere?
…Risi
quindi fa emergere le difficoltà di comunicazione tra le due generazioni: i
padri ormai "schiavi" del capitalismo (con qualche amicizia
reazionaria) e i figli simpatizzanti maoisti, che però vivono in gabbie d'orate
con tanto di maggiordomi, autisti e camerieri. I tentativi del protagonista di
avvicinare la generazione del figlio sono piuttosto scontati e fallimentari;
così come sono pretestuose le accuse dei giovani nei confronti dei genitori:
questi ultimi accusati persino di retorica quando parlano della Resistenza.
Detto questo il film, seppure con un protagonista eccellente (Gassman premiato
anche a Venezia) ed un soggetto tutto sommato interessante, non evita scivoloni
nelle soluzioni un po' più facili e meno risolutive (ed in alcuni casi inverosimili):
sin dall'inizio si ipotizza che l'attentato in divenire sia nei confronti del
protagonista, abbastanza inverosimile che un diario così compromettente venga
lasciato in bella vista su una libreria, altrettanto inverosimile che
l'attentato venga compiuto all'estero (oltretutto nella trama non si spiega
nemmeno chi sia il killer), per non parlare della guardia del corpo giapponese
"in incognito" che fa di tutto per farsi notare e fallire miseramente
il suo compito.
Tra
le figure che si sono interessate alle condizioni di salute del protagonista
dopo l'attentato subito, vengono citate Andreotti (allora Presidente del
Consiglio), l'avvocato Agnelli (all'epoca a capo della più grande industria
privata) e Michele Sindona, allora considerato uno dei più grandi finanzieri
del Paese, e che nello stesso anno ha commissionato l'omicidio del Commissario
Ambrosoli.
È
un po' strano 'sto ragazzo... sempre zitto e misterioso. Ma che combina, che
fa, con chi si vede?
Non è un film senza difetti, ma mi è piaciuto. Dino Risi si
conferma bravo regista drammatico, oltre che di commedie (anche se non di
azione: la sequenza dell'attentato è un po' incerta). Vittorio Gassman offre
certamente una buona interpretazione, a tratti persino sottile e attenta alle
sfumature. In un decennio in cui gli attori tendevano ad andare sopra le righe,
a urlare o a fare i buffoni, questo è un pregio ancora maggiore. Nonostante la
sua presenza, tuttavia, il film è sempre circolato pochino, e sinceramente non
so spiegare perché…
E' sicuramente
un film non all'altezza della fama di Risi e di Gassman. Si mette un po'troppa
carne al fuoco,si vuole parlare di terrorismo(siamo nel 1979,in pieni anni di
piombo e poteva essere un ottimo spunto per un film) e si cerca di parlare dei
rapporti tra un padre e i suoi figli, tra cui una è in comunita'di recupero
dalla droga e quando vede il padre non ha di meglio da fare che sputargli in
faccia (e lui incassa nella massima indifferenza), l'altro simpatizza con alcuni
terroristi che stanno organizzando un attentato contro il padre. Il problema è
che solo il personaggio del padre viene abbozzato, una sorta di appendice del
personaggio sempre interpretato da Gassman in In nome del popolo italiano, il
classico cialtrone menefreghista e affarista,classico forte con i deboli e
debole con i forti. Ma il tutto non funziona,è tutto opaco,sgranato e non
convincente e anche la descrizione d'ambiente in cui Risi di solito era maestro
risulta artefatta e lontana dalla realta'...per non parlare
dell'inverosimiglianza....
un diavolo viene mandato sulla terra con un aiutante, per una missione speciale.
giochi, follie, equivoci sono il sale del film, che è molto divertente.
non sarà perfetto, ma merita di sicuro la visione, con un Vittorio Gassman in perfetta forma.
buona (diabolica) visione - Ismaele
Meno divertente di quello che si voleva. Se
Gassman è perfetto per il ruolo, non così si può dire per Mickey Rooney,
diavoletto non troppo azzeccato. Il film ha dei momenti buoni, come l'incontro
con il personaggio con Luigi Vannucchi (suicida anche qui, nella finzione) o
come alcune fasi alla corte di Lorenzo il Magnifico (con cast secondario
gustoso: la Vukotic, Fangareggi, Lella Fabrizi...), ma batte la fiacca in non
pochi momenti, come la parodia calcistica, invero grossolana.
Insolitamente ben ritmato, per essere un film
degli anni 60: montaggio frenetico spesso con stacchi improvvisi, inquadrature
veloci e di pochi secondi con sparizioni e apparizioni del diavoletto-spalla
(Mickey Rooney) realizzate con tecnica alquanto grossolana, ma efficace. Strepitoso
Vittorio Gassman: si nota chiaramente quanto si diverta nei panni del suo
personaggio e quanto riesca a trasmetterne la vivacità anche allo spettatore.
Splendide le location senza tempo scelte per l'ambientazione.
Il
diavolo Belfagor arriva sulla Terra per scatenare una guerra, ma si innamora...
Scritto
con Maccari, L'arcidiavolo è il terzo film di Scola ed il primo dove il
grande regista si distacca dal genere comico per dedicarsi alla commedia
satirica. E' un film di rara grinta e vitalità, ha un ritmo incredibilmente
sfrenato ed un Gassman che regge la scena in modo eccezionale. Le musiche di
Trovaioli condiscono bene il tutto.
Nello stesso anno in cui aveva messo il
suo smisurato talento a servizio di Mario Moniceli ne L'armata Brancaleone,
Vittorio Gassman girava il terzo dei suoi 9 film sotto la regia di Ettore
Scola, impersonando Belfagor, l'arcidiavolo inviato dagli inferi con la precisa
missione di seminare zizzania tra la Firenze medicea e la Roma papalina.
Accompagnato dal valletto Adremelek, il mattatore mette a segno una girandola
di gag in un film simpatico, adrenalinico, farsesco, ingenuo e fracassone, fino
a quando non viene domato dall'amore e reso uomo. La ruggine del tempo si sente soltanto sugli
effetti speciali: per il resto, L'arcidiavolo rimane una commedia fantastica
con molti guizzi e alcune trovate scenografiche - come quella delle macchine
leonardesche - di notevole astuzia.
mettete insieme un gruppo di attori formidabili (Bernard Blier, Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Franca Valeri, Silvana Mangano, può bastare?), in una storia scritta da Rodolfo Sonego, non potrà che uscire un film di serie A.
a Montecarlo, mito della ricchezza e della fortuna incrociano i loro destini tre coppie, affamate di soldi, e una riccona, e un commissario francese che deve risolvere un caso d'omicidio.
sceneggiatura a orologeria, colpi di scena continui, tutti vogliono fare fortuna, ma sarà una lotta difficile.
si ride e si ride, un piccolo gioiellino da non perdere.
buona visione (con cagnolino) - Ismaele
Sei personaggi non in cerca d’autore ma in fuga da un
omicidio. L’elenco fa davvero impressione ma accade che
Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Franca Valeri, Silvana Mangano
e Dorian Gray, per motivi diversi si ritrovino a Montecarlo e per
motivi ancora piu’ diversi, restino coinvolti nell’uccisione di una ricca
nobildonna. Ne usciranno come si puo’ prevedere, alla
maniera gagliarda e caciarona che cotanti rappresentanti dello spirito italiano
che fu, sapevano dimostrare. Ora, che in un film ci siano tre quarti dei
colonnelli del cinema nostrano e’ gia’ un motivo per sedersi in poltrona e
mettersi comodi, che poi si torni al 1960 quindi nel momento di piu’ fulgido e
alto del nostro cinema e con buona approssimazione la piena parabola ascendente
nella carriera dei nostri, la dice lunga sulla qualita’ della pellicola alla
quale bella o brutta che sia, bastano i protagonisti per definirne
l’importanza. Li ritroviamo infatti in ruoli che in fondo li
rappresentano attraverso le loro caratterizzazioni piu’ celebri, perciò il film
diviene un campionario attoriale quasi a catalogo o mostra delle doti di
ognuno. Sordi è il conte Max della situazione,
l’italiano trasformista a cui piace indossare panni piu’ grandi di lui e
vantarsene. Gassman e’ l’uomo dalla gamba lunga ma non abbastanza per il passo
che vuole compiere e Manfredi il borgataro arruffone sempre pronto a mordere
ogni occasione gli si presenti. Stereotipi in fondo ma ancora in via di completa
definizione, quindi rappresentativi e non imitativi. Analogo il discorso per le
signore, con la Valeri in costante ricerca di una nobilta’ immaginata sulle
pagine dei rotocalchi, la Mangano e’ la donna che sopporta la vita col minimo
indispensabile e Dorian Gray, bionda di nome e di fatto. Canovaccio minimo ma con cotante spalle a
reggere l’impianto, si poteva lasciare carta bianca che ne veniva fuori
comunque un capolavoro e poi tanto banale di certo non lo e’ stato se ha avuto
ben due tentativi di imitazione, uno dieci anni dopo sempre con la regia di
Camerini e una trasposizione statunitense degli anni novanta che mi riprometto
di vedere. Assolutamente imperdibile, unico effetto collaterale l’accentuarsi
dell’amarezza su cosa eravamo e come ci siamo ridotti.
…Classico congegno irresistibile del miglior
Sonego, Crimen contiene uno dei tanti teoremi dello
sceneggiatore, tra i più intelligente nell’interpretare tematiche come la lotta
di classe e gli ascensori sociali dentro dispositivi che sembrano parlar
d’altro. Anche se, in realtà, il film non nega mai di voler essere quel giallo
hitchcockiano che effettivamente si rivela: uomini e donne al posto sbagliato
nel momento sbagliato, costretti a crearsi alibi per poter evitare l’accusa… e
finiti in una spirale di menzogne e reticenze, meschinerie e paure, da pura
commedia alla maniera italiana.
Pensato anche in
funzione di un mercato internazionale, in una confezione sontuosa messa in
scena dal maestro Camerini, con le tante facce degli italiani da esportare
per trasmettere l’idea di un Paese avvinto dal miracolo economico
ma in fin dei conti sempre cialtrone, Crimen è un
tipo di commedia all’italiana rimasto un caso un po’ isolato: eleganza
hollywoodiana, umorismo che bilancia la pochade e la commedia dell’arte, spazi
e tempi in equilibrio tra le sei star (anzi sette: c’è anche il commissario del
supremo Bernard Blier). Certo, Sordi è straripante in un ruolo perfetto per il
suo perturbante istrionismo