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lunedì 22 dicembre 2025

Father Mother Sister Brother - Jim Jarmusch

tre storie diverse, in posti diversi, con interpreti diversi, quello che accumuna tutti è un disagio esistenziale, un padre che vive alla giornata, una madre che non è mai stata capace di dare calore umano alle figlie (se non il calore del tè), un fratello e una sorella che hanno perso i genitori e cercano di elaborare il lutto, ricordando la vita con i genitori.

come già in Paterson, Jim Jarmusch non fa un cinema urlato, ritrae la vite semplice e complicata, con ironia e anche con le difficoltà che sono parte della vita.

tutti sono bravi, ma sopratutto Tom Waits e Adam Driver, nel primo episodio.

visti i produttori è praticamente un film europeo, senza sparatorie ed eroi sopra le righe.

un film da non perdere, nessuno se ne pentirà.

buona (triste eppura viva) visione - Ismaele

 

 

 

..il film è essenziale, coerente con quello che racconta. Ogni inquadratura respira, ogni spazio ha il tempo per diventare naturale. Non c'è nulla di superfluo, nulla che distragga dal cuore del racconto: le relazioni, la memoria, il tempo che passa e che cambia le persone, anche quelle più vicine a noi, anche se non ce ne accorgiamo...

da qui

 

Attraverso tre splendide, amare storie di famiglia, ma soprattutto di legami ormai compromessi e latente solitudine combattuta segretamente, Jim Jarmusch torna in regia con un film splendido, ben raccontato, ben diretto, in cui i tre racconti riescono anche argutamente a convergere per concetti (mi sento molto a "desolandia", si dice in ognuna delle tre storie), elementi (l'acqua in particolare con cui ci si domanda se sia opportuno effettuare un brindisi) od oggetti (un Rolex vero, sempre spacciato per finta in ogni storia)…

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…Cast di prima scelta che incarna alla perfezione tristezza e ironia, dal vecchio padre ancora bisognoso di aiuto economico (Tom Waits), a Charlotte Rampling, la madre scrittrice tranquilla e sorridente, ma sostanzialmente asettica, ai gemelli Luka Sabbat e Indya Moore, forse perché i genitori non ci sono più sembrano i più legati loro da autenticità affettiva.

Ognuno dei personaggi ha un mondo che non traspare, se non per brevi tratti, e un vissuto che non si fa percepire se non per flash. Quel che sopravvive di un dialogo forse assente da sempre, è lo spaccato desolantemente vero della famiglia, dei suoi silenzi, delle sue vite trascorse vicine senza conoscersi. Quel lungo non detto, anni e anni passati sapendo poco e forse neanche quel che conta, hanno creato quello strano volersi bene che chiamiamo famiglia, quel diradarsi degli incontri, quel pensarsi da lontano e non riconoscersi da vicino.

Il minimalismo di Jarmusch dà la giusta lentezza alle immagini, il silenzio è la cifra più coerente con quanto accade nel mondo, dove si è soli, famiglia o no. Pessimismo? No, piuttosto spleen.

Come arginarlo? I due ragazzi sanno gli effetti dello spinello (ma lo chiamano in altro modo, le mode vanno avanti); le due sorelle si raccontano qualcosa, “un po’per celia e un po’ per non morire”, non hanno neanche letto i romanzi della madre, donna che sembra del tutto indifferente alla cosa, infatti regala alle figlie non un libro ma dolcetti. Il vecchio padre è alle soglie della demenza senile e i figli lo guardano con filiale pietà.

Father mother, sister brother segna cronologicamentele tappe, dal vecchio al giovane, come Le tre età della donna di Gustav  Klimt, ma senza rame, argento e oro.Le tre storie aprono con il vecchio e, passando per la mezza età, conducono ai giovani. Senza lustrini, i colori della vita sfumano tutti al grigio.

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Le tre parti di questo magnifico affresco hanno l’apparente intimità, delicatezza e pacatezza della musica da camera nel descrivere quadretti famigliari apparentemente innocui e insignificanti ma, a un ascolto attento, rivelano in realtà la monumentalità, solennità e apoteosi sonora tipica di un’opera di musica sinfonica nel restituire la tesi iper-pessimistica del regista sulla disgregazione dei rapporti famigliari. E ad ammorbidire e rendere visibile il tutto c’è la bellezza delle inquadrature e la cura delle immagini, che si fondono alla perfezione con le prove di recitazione magistrali di Tom Waits, Adam Driver, Cate Blanchette, Vicky Krieps e Charlotte Rampling…

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Si è scritto e detto tanto negli ultimi mesi su Father Mother Sister Brother, a partire dall'assegnazione del Leone d'oro, considerato più un premio alla carriera a Jim Jarmusch, che non una celebrazione dell'opera e dei suoi raffinati ma incisivi intenti. In realtà c'è davvero molto di più tra le maglie, i silenzi e le parole socchiuse della diciassettesima regia accreditata dell'autore statunitense. C'è tutto un mondo, anche il suo – cinematografico – fatto di contraddizioni e anime opposte e complementari di cui quest'opera rappresenta la silenziosa summa. Da una parte il Jarmusch giocoso e irriverente di Taxisti di notte, dall'altra quello più spirituale e complesso di Paterson. Il risultato è un'opera ibrida e spiazzante e per le ragioni più inattese; forse perfino il film più maturo e intenso che il cineasta abbia realizzato negli ultimi vent'anni. O forse no, solo il tempo potrà dircelo; intanto, godiamocelo.

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domenica 17 aprile 2022

BELLA CIAO - PER LA LIBERTA' - Giulia Giapponesi

tutto quello che avreste voluto sapere su Bella ciao e non avete mai osato chiedere.

è una canzone che viaggia, vive quando si desidera la libertà, tutto il mondo la canta,  le ragazze curde del Rojava cantano Bella ciao, la canta Yves Montand, la canta Tom Waits, fece scandalo a Spoleto, nel 1964la canta don Andrea Gallo, la cantano i Grup Yorum e mille altri.

è la canzone di chi lotta per la libertà, non per il potere. 

se non avete potuto vedere il film al cinema, e state per pronunciare parole che fanno rima con palazzo o con fontana non fatelo, il 22 aprile lo trasmette Rai Tre.

non perdetevelo - Ismaele

 

 

 

…Forse la migliore definizione del pezzo la dà proprio il primo “Virgilio” di questa lunga storia. Osserva Capossela: «Bella ciao è soprattutto una canzone antifascista. Il fascismo non è un fenomeno collocato e confinato in un preciso momento storico, collegato soltanto a un regime. Come affermava il suo fondatore Benito Mussolini: “Il fascismo non l’ho creato io, l’ho tirato fuori dall’inconscio degli italiani”. Bella ciao credo non sia solo una canzone nata nella Storia della Resistenza italiana, ma come un salvavita che scatta davanti alla privazione di libertà, di un diritto. Come un anticorpo ci soccorre»

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Giulia Giapponesi propone un percorso che si trasforma in una presa di coscienza con una fondamentale connotazione femminile. Troppo spesso (si potrebbe dire quasi sempre) l'articolo 'i' precede il vocabolo 'partigiani' quasi che le donne non abbiano preso parte alla Resistenza in Italia. La regista non si attarda in polemiche passatiste. Fa una cosa molto più utile: fa parlare donne che all'epoca c'erano ma, soprattutto, ci permette di conoscere giovani donne nostre contemporanee che per e con quella canzone hanno lottato o lottano. È il caso di una politica turca che per "Bella ciao" è finita sul banco degli imputati o di una combattente curda che ci mostra come quel canto faccia parte del patrimonio della lotta per la libertà di quel popolo…

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QUI un’interessante intervista con la regista Giulia Giapponesi

 

 

 

lunedì 21 marzo 2022

Licorice pizza – Paul Thomas Anderson

Credo che Paul Thomas Anderson sia un po’ come Wes Anderson, mutatis mutandis, fanno film che nessun altro può fare come loro, hanno occhi e mani che solo loro posseggono, impossibile riprodurlo, se non in peggio.

E secondo me gli attori fanno la fila per recitare in un loro film, lo farebbero anche gratis. Credo.

E Sean Penn e Tom Waits fanno la loro bella figura, è un po’ che non li vedevamo.

Licorice pizza ci mostra un momento storico, un ‘atmosfera e un luogo dove tutto poteva essere possibile

E che bella la storia di Alana e Gary (e quando poi scopri che il babbo di Gary, il giovane Cooper Hoffman, è Philip Seymuor Hoffman, si assomigliano molto, un po’ ti commuovi,).

Alana e Gary si rincorrono tutto il tempo, e aspettavamo quell’abbraccio, finalmente.

E però nel sole dell’avvenire sono nascosti delle minacce. Vi ricordate di Harvey Milk (interpretato da Sean Penn), candidato consigliere comunale? Joel Wachs (interpretato da Benny Safdie) è un candidato consigliere comunale, come Milk, e come Milk ha un ufficio elettorale, come Milk è gay, quel ragazzo con la maglietta col numero 12 chi è? Non sappiamo che cosa succederà a Joel Wachs.

Licorice pizza è un film a cui non si può non volere bene.

Buona visione - Ismaele

 



 

Licorice Pizza è un film degli anni Settanta, tutt’altro che posticcio, che rifiuta sia lo scoramento esistenziale, sia il rimpianto nostalgico, perché è stato girato cinquant’anni dopo nella cosciente elaborazione di un tempo ormai trascorso e irrecuperabile, con due protagonisti imperfetti anche come antieroi ma che sprizzano vitalità, gioia nell’affacciarsi alla vita anche negli inevitabili imprevisti (e nel film ce ne sono tanti), incapaci di amarsi davvero per goffaggine, paura e inesperienza ma irresistibili nella loro ricerca di uno sviluppo appagante rispetto alla loro quotidianità…

Se si gratta sotto la superficie, Licorice Pizza è sì un film d’amore, ma d’amore verso il cinema. Non c’è una sola sequenza che non rimandi a qualcos’altro, come se PTA, oltre a riferirsi ai luoghi in cui è cresciuto, avesse messo in scena la sua personale enciclopedia d’amante del cinema con cui si è formato. Sì sì, il solito cazzo di postmoderno, ovvio. Certo, anche il gusto della citazione, tutto vero e tutto come sempre, almeno dagli anni Settanta (di nuovo, madonnasanta), cioè da quando i registi mostrarono di essersi finalmente accorti dell’esistenza di un cinema prima della loro venuta, come invece non avevano fatto i loro più anziani colleghi della Hollywood dei tempi d’oro, che ben difficilmente si preoccupavano di cosa succedesse al di fuori delle mura degli Studios. Quindi niente di nuovo. Bene, però qua si tratta di una storia d’amore adolescenziale che ne nasconde, in filigrana, un’altra molto più intensa e destinata a caratterizzare un’intera carriera. Per non tediarvi con le inquadrature e le scelte di regia che riflettono l’evidente volontà di metaforizzare l’atto stesso del fare-cinema (che i più avveduti, altrove, non certo qua, chiamano marche d’enunciazione ― ma non ditelo in giro, ché se no vi prendono per il culo), provate un attimo a individuare tutte le derivazioni che si riflettono in ogni singolo episodio. Io ve ne dico solo alcune, voi completate il resto, perché il bello è anche questo, misurare il proprio amore per il cinema, e se il verbo misurare vi fa venire in mente quando saggiavate i vostri progressi di crescita con gli amici sulle panchine dei giardinetti, non vi preoccupate, perché alla fine chi ama il cinema è un adolescente mai veramente cresciuto. Come non pensare, infatti, a Breezy di Clint Eastwood quando Alana ha un abbozzo di liaison con uno Sean Penn che nel film di nome fa Jack Holden ed è tutto agghindato come il vecchio divo William? Come non notare, subito dopo, l’evidenza della goffa impresa motoristica dello stesso Sean Penn, i cui echi conducono direttamente alla mitologia di scene come Gioventù bruciata e alla sua elaborazione nostalgica in American Graffiti? E poi, ancora, l’ufficio elettorale come in Taxi Driver e il matto che ci gira intorno che fa un po’ Travis Bickle e un po’ Nashville, senza contare che ogni volta che Gary e Alana corrono, e corrono per tutto il film, giusto per prendere la vita in pieno volto carichi di un ottimismo ingenuo e folle, ricordano la stessa poesia podistica dei personaggi della Nouvelle vague, pensate solo a Jules e Jim e al record del giro lanciato di tutto il Louvre in Bande à part (fissato in 9 minuti e 43 secondi, come tutti sanno).

Sto esagerando? Per niente. Se ancora non mi credete e vi siete rifiutati di trovare tutte le altre citazioni che non vi ho detto, fate attenzione al luogo in cui i due ragazzi si abbracciano nel finale e poi ditemi se non ho ragione. Ma non che voglia averla per forza, perché si dà ai fessi, solo che è così, c’è poco da fare. Intanto guardatelo, perché sarà una delle visioni più piacevoli dell’anno. Di ogni anno, almeno dagli anni Settanta.

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PTA scarabocchia tre parole sulla carta, boy meets girl, e un film emerge, un'idea si trasforma in movimento, un amore vive negli smarrimenti, un universo è ancorato e incarnato. L'autore sa come incendiare il suo racconto, come renderlo vivo con lo sguardo, la musica e il gioco virtuoso di cambio e freno. Informato dal lirismo della sua prima ballata, Licorice Pizza procede alla sua velocità di crociera, a volte languida, a volte impetuosa, una narrazione in modalità flipper tra materassi ad acqua e campagne elettorali, tra crisi energetiche e nevrosi disinvolte.

Mettendo in scena un'epoca che ha conosciuto con gli occhi dell'infanzia, l'autore punta sovente sull'aneddoto, l'epica ridicola degli adulti (il salto in moto di Penn soppiantato dallo sguardo inquieto di Hoffman), per ricentrarsi meglio sul suo proposito: un'erranza frammentata, un tutto e un niente allo stesso tempo, un vizio di forma infantile. Di fatto Pynchon non è mai troppo lontano da una storia che suona "Let me roll it". E Licorice Pizza non smette di 'girare', di finire e di ricominciare, scandito da tiremmolla e slittamenti, incroci e deviazioni, epifanie e sottrazioni, ellissi e linee spezzate. Un valzer narrativo che evolve i sentimenti di due 'debuttanti' alla ricerca di guai su una playlist radiosa (Doors, McCartney, Bowie, Sonny & Cher...).

Lui ha solo quindici anni ma il senso degli affari e l'audacia di uscire dai ranghi (letteralmente), lei ne ha venticinque e l'aria di chi non aspetta più grandi cose ma accetta imperturbabile di imbarcarsi in qualsiasi avventura. Fonte di fascinazione costante, la circolazione del loro sentimento è la sola cosa che conta. La corsa è il motivo del film. C'è qualcosa di orecchiabile in questa esaltazione permanente in cui il movimento dell'uno verso l'altra diventa semplicemente un modo di vivere, un procedere dinamico e random.

La narrazione in Licorice Pizza è evasiva, libera da ogni convenzione, da ogni forma di sottomissione. La più insolita e inattesa delle commedie romantiche si costruisce attraverso l'inaspettato, le relazioni, gli incontri, come la vita, non tutto avviene in modo logico. L'entusiasmo della giovinezza flirta con una forma di surrealismo, rimanda la fine del mondo e scarta l'impasse che incalza un Paese ancora spensierato ma a corto di benzina. In panne da qualche parte tra sogno americano e guerra in Vietnam. Ma Gary e Alana vincono l'inerzia e la differenza di età, che finiamo per dimenticare, scendendo per la china della 'collina'. Per loro PTA ricostruisce un mood, l'aria di un tempo che permetteva tutto a chi osava…

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…Ciò che realmente coinvolge in "Licorice Pizza", fin dal primo minuto, sono i due straordinari protagonisti di questa pellicola a metà tra teen drama, racconto di formazione, storia d'amore e dramedy. Magistralmente interpretati da due esordienti, Cooper Hoffman e Alana Haim, in scena insieme, sembrano letteralmente impegnati in una sfida di recitazione ad altissimi livelli. Entrambi rendono il film un avvicendarsi e intrecciarsi di puro cinema. "Licorice Pizza" è la potenza delle scene, la delicatezza della fotografia, la sicurezza nella regia e la tensione che anticipa il colpo di scena. Essendo la pellicola un film di personaggi sui personaggi, anche i colpi di scena sono spesso interiori, latenti, ma fondamentali.

Con alcuni spunti divertenti, al film di Paul Thomas Anderson non manca nulla e nella sua moltitudine di temi, primo fra tutti c'è sicuramente quello più universale sul trovare il proprio posto nel mondo. Una ricerca di sé lontano da quei cliché, stereotipi e luoghi comuni che per anni condizionano la vita delle persone e che, tra personalità e crescita, bisogna imparare a lasciar andare. "Licorice Pizza" è un film autentico, genuino, spontaneo e vero, è un film con due protagonisti che si impara ad amare fin da subito e a comprendere davvero scena dopo scena…

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Paul Thomas Anderson in Licorice Pizza costruisce un nuovo microcosmo passionale, più tipico e calato nel reale (interessante, a tal proposito, la scelta del titolo del film, il quale si riferisce a una catena di negozi di musica losangelini degli anni ’70), ma non per questo meno singolare o unico. Licorice Pizza, come da manuale se guardiamo alle tipicità della poetica visiva di Paul Thomas Anderson, prende le mosse da un mood preciso – i 70s californiani, in questo caso – e lo concretizza in un immaginario costituito da personalità peculiari, estremamente tratteggiate e verosimili, personaggi che diventano sempre più reali dinanzi allo sguardo spettatoriale mano a mano che le loro individualità emergono a dovere…

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lunedì 14 giugno 2021

Comedians - Gabriele Salvatores

Barni (Natalino Balasso) è un maestro che insegna ai discepoli le profondità dell'arte comica, il non cedere ai gusti del pubblico, il provare a elevarlo, evitando le strade facili e già tracciate.

il suo discepolo più problematico, ma coraggioso, è Giulio (già visto, bravissimo, in Tutto il mio folle amore, sempre di Salvatores), uno che stupisce il pubblico, senza mai farlo ridere, che per un comico sembra un fallimento.

si tratta di una gara di fronte a un pubblico vero, i più amati dal pubblico e sopratutto dall'esaminatore, un De Sica in forma,  vinceranno un ingaggio.

è sempre la solita lotta fra coraggio e conformismo.

è vero, il film è troppo teatrale, probabilmente.

ma guardatelo, nei cinema estivi vuoti, e la musica di Tom Waits è senza prezzo - Ismaele 



 

 

Il comico, secondo Barni, è "uno che osa" e va a stanare le paure e i pregiudizi del pubblico, senza sfruttarli né "lasciarli lì", e sempre cercando di cambiare la situazione, perché "i migliori illuminano". Per Celli invece la comicità è soprattutto intrattenimento ed evasione, non cerca di essere profonda o filosofica, ma semplice e accessibile. Che a intrepretare Celli sia Christian De Sica, che colora i suoi monologhi tanto di precisione comica quanto di malinconia esistenziale, diventa metacinema, e pone l'accento sull'altro tema del film: il valore delle scelte e il rispetto della propria vocazione. Barni è invece interpretato con grande spessore da Natalino Balasso, anche qui in un cortocircuito metacinematografico dovuto alla sua immagine pubblica di cabarettista più che di attore drammatico...

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Piove a Milano, si sente la voce roca e malinconica di Tom Waits e l’atmosfera è cupa: non è di sicuro l’incipit ideale per un film comico, e infatti Comedians non lo è, perché l’ultima fatica di Gabriele Salvatores è un film sulla comicità. Una comicità spiegata, sezionata e vista da due punti opposti: quella del maestro Barni per il quale una battuta deve “illuminare lo spettatore” e deve essere libera da paure, pregiudizi e volgarità, e quella del cinico Bernardo Celli per il quale i comici non devono essere dei filosofi, né tantomeno profondi, perché il pubblico cerca la leggerezza e perché “due risate sono meglio di una”Divisi tra queste due teorie i sei aspiranti comici arrancano, appaiono da subito come dei “clown tristi”, arrabbiati, frustrati e non hanno la forza catartica che spesso la comicità nasconde dietro battute e situazioni esilaranti. Nemmeno il personaggio dell’outsider, Giulio Zappa, le quali esibizioni si avvicinano più al Teatro dell’assurdo, riesce a scuotere e a raccontare onestamente il presente come il film, almeno sulla carta, tenta di fare…

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il valore di un’opera che seppur verbosa per certi aspetti, ha il merito di far diventare cinema un trattato sull’arte del comico. Un film sull’arte del buffo in cui si riderà ben poco, e dove a farla da padrone è il lato più oscuro, clownesco e malinconico della comicità. Il resto lo fanno le interpretazioni di un cast capace di restituire la parte più dolente di un’umanità piccola piccola, una scalmanata combriccola di “uomini ridicoli”.

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Comedians è un film complesso, che nella sua esecuzione rimane sospeso in una sorta di limbo e non riesce davvero a spiccare il volo. Siamo fermamente convinti che se Salvatores avesse portato questo cast a teatro, invece che al cinema, questa incarnazione della pièce avrebbe fatto parlare a lungo di sé. Dobbiamo però rendere conto della bravura degli interpreti coinvolti in questo progetto, che regalano grandi performance, in particolare Balasso e De Sica.

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sabato 22 dicembre 2018

Old Man & the Gun - David Lowery

Robert Redford, nel suo film d'addio, interpreta un fuorilegge gentile.
Robert Redford, Casey Affleck, Sissy Spacek, Danny Glover, Tom Waits insieme sono una gioia per chi guarda, e la banda dei rapinatori vecchietti si ricompone per questo film.
niente violenza e intolleranza a banche e polizia sono le regole della banda, non sempre tutto va bene, ma è sempre uno spettacolo.
anche il poliziotto è stupito e affascinato dal modus operandi della banda,un'americanata, fatta come si deve, non perdetevela - Ismaele






E’ una commedia della terza età sui generis che Lowery gestisce magari non sempre in maniera perfetta, ma sicuramente adeguata: giustamente il film non avrebbe potuto essere senza Redford, l’attore si carica l’opera sulle spalle e ne diventa il fulcro intorno al quale ruotano tutti gli altri personaggi, sempre secondari e accessori alla sua storia. Non ne avrebbe avuto bisogno, ma il fatto che il personaggio di Forrest sia scritto così bene e in modo così convincente di certo lo aiuta a delinearne caratteristiche e vizi, con la rapina, l’adrenalina del brivido e questa vita semi-nomade (ha una casa davanti ad un cimitero, e forse è proprio la sua voglia di vita a tenerlo spesso lontano da quel posto) che sembrano poterlo rendere immortale, tanto quanto le gesta che ha compiuto, o che si dice che abbia compiuto…

…Sospeso tra il sentimentalismo del classico “film per mature signore” e l’omaggio colto al cinema del passato, il film di Lowery eccede forse nei suoi exploit musicali – la colonna sonora à la Lalo Schifrin composta da Daniel Hart non lascia un attimo di tregua – ma in fin dei conti riesce a raggiungere un miracoloso equilibrio che lo allontana dal rischio del patinato e dello strumentale. Perché se è vero che Lowery gioca con la memoria dei nostalgici è altrettanto vero quanto riesca a costruire dei personaggi verosimili, dimostrando inoltre una notevole inventiva nel posizionarli in situazioni quotidiane che però riescono sempre a tenere desta l’attenzione, fino a far credere all’esistenza, sul set, di momenti di reale improvvisazione attoriale.
Oltre al senso della misura e all’accortezza che gli consente di lasciare sempre spazio ai suoi interpreti, Lowery dimostra poi di avere idee numerose e assai brillanti, che raggiungono l’apice in quella sequenza a episodi delle evasioni di Tucker, all’interno della quale il regista inserisce foto d’epoca di Redford e un suo primo piano contenuto in La caccia di Arthur Penn. Distante dunque da un citazionismo gratuito, The Old Man & The Gun è un film “romantico” che esprime costantemente il suo amore per il suo protagonista e per la relativa filmografia, raggiungendo una forma di cinefilia toccante e appagante che ci blandisce e ci rassicura. Perché finché avrà un passato da rispolverare e rimpiangere, il cinema non sarà mai del tutto finito.

Se immaginate The Old Man And A Gun come un sussidiario illustrato, un album di fotografie della carriera di Redford attraverso il Cinema americano: mai impressione fu più vera. Ma non poteva certo essere un polveroso album di famiglia. Al contrario, è un thriller poliziesco costruito come 93 minuti d’improvvisazione Jazz. Un film che, ironia della sorte, più di tutto rimanda al vecchio maestro Robert Altman, regista che cambia la storia delle Serie Tv con MASH, arriva al lungometraggio e al cinema già anziano, ma con Nashville cambia davvero le regole del gioco.
Quando cala il sipario, il risultato è così perfetto che fa quasi male. L’addio all’arte del Cinema è siglato, eppure ci si diverte come pazzi. Magari si versa perfino una lacrima di fronte al romantico incontro di due vecchi, seduti alla tavola di un diner, mentre si corteggiano e s’innamorano, con modalità identiche a quelle degli adolescenti.
Con The Old Man And The Gun, il ragazzo ci saluta, ma resta un ribelle, decisamente vivo e vitale. Un fuorilegge e un precursore, fino all’ultimo spettacolo.

Ben lontano dall’essere un film dell’ormai florido filone “geriatrico”, The Old Man & the Gun è un omaggio a un personaggio complesso, interpretato da un attore che suggella una lunghissima carriera con ruolo sfaccettato in cui solo un grande attore poteva sentirsi a proprio agio. Forrest Tucker amava la vita e amava quello che faceva, ma il suo non è un personaggio completamente positivo: la figlia di un precedente matrimonio (Elisabeth Moss) che di lui non vuole saperne, lo dipinge come un padre assente ed egoista, per esempio, e forse non tutti lo trovavano così affascinante come pare a noi spettatori.
Si potrebbe dire che The Old Man and The Gun intrattiene con una certa raffinata educazione d’altri tempi. Un cast di grandi attori, una sceneggiatura senza sbavature (scritta dallo stesso regista) e una regia classica con qualche trovata originale senza mai essere stucchevole. Aggiungeteci una colonna sonora strepitosa, omaggio agli anni Settanta e capirete perché l’uscita di scena di Robert Redford è un film ben fatto, che magari non fa gridare al capolavoro, ma sa catturare lo spettatore in 93 minuti di gradevole e intelligente intrattenimento.

sabato 15 settembre 2018

7 psicopatici - Martin McDonagh

un filmetto divertente, basato su interpretazioni di grandi attori, che danni valore aggiunto (anche senza aggiunto).
fra In Bruges e Tre manifesti... ci sta.
buona visione - Ismaele






…Se però il rapporto uomo-sorte resta pressoché invariato, così come d'altronde il legame con l'alcol, fattore onnipresente, e un certo gusto per il grottesco, il bizzarro, il dettaglio weird, il regista aggiunge a "7 psicopatici" una non trascurabile dose di autoironia che, pur senza sottrarre nulla all'originaria visione ironica, rassegnata e disincantata del mondo, si adegua meglio al gioco del metacinema, fluidificando i tanti, rischiosi incroci tra il piano reale e il piano finzionale. Quest'ultimo, avanzando sulla base di uno stralunato disegno aneddotico, spesso si sovrappone alla vicenda principale, a volte addirittura riducendola a semplice cornice (come nel caso del bellissimo racconto di Zachariah - un monumentale Tom Waits - o dell'improbabile vicenda del prete vietnamita).
Forse il difetto più rilevante di "7 psicopatici" è una tendenza alla prolissità che, specialmente nel corpo centrale della pellicola, frena un po' la tensione e il ritmo. Ma, in fin dei conti, anche le varie lungaggini possono esser lette come strambe specificità di questo fluviale esperimento di cinema dell'assurdo che non può non intrattenere (dall'inizio al doppio finale con sparatoria) perché, per dirla con Hans/Christopher Walken, "insomma... è stratificato!".

…Nonostante quindi 7 psicopatici alla fine non abbia la forza, la chiarezza d'intenti e la determinazione di In Bruges, pur mantenendo una visione di mondo e una volontà di mostrare e raccontare storie e personaggi in maniera inedita, rimane indubitabilmente uno dei migliori film della stagione. Perchè anche al netto dei suoi difetti, e ancora una volta, Martin McDonagh riesce lo stesso nel corso del film, con un crescendo di sorprese spiazzanti, a portare ogni singolo spettatore in una zona di se stesso mai esplorata. E' quella parte che, per l'appunto, mescola il massimo dell'empatia e della pietà con il massimo del disprezzo ridicolo e del distacco umoristico, una combinazione di sensazioni particolare e stimolante, capace di generare idee, pensieri e consapevolezze nuove.
Una vera opera d'arte.

Attorniato, come detto, da un manipolo sceltissimo di teste e facce grandiose e memorabili (impossibile descriverli tutti, tra l’impareggiabile Tom Waits con in braccio un coniglio bianco che accarezza sempre, l’immenso Christopher Walken mistico e inquietante, lo “specialista” Woody Harrelson sempre divertentissimo e più che a suo agio in una parte da squilibrato, e lo psicopatico N. 1, Sam Rockwell, semplicemente fantastico), McDonagh evita il pericolo farsa e crea un componimento credibile, per quanto folle, e sicuramente personale, autentico. Tra l’altro avrà pur “suggerito” qualcosa di suo al protagonista, Marty, interpretato da Colin Farrell (bravo pure lui, si vede che cotanta compagnia lo ha stimolato).
In conclusione, Seven Psychopaths è sì un progetto ambizioso che si presta a più livelli di lettura, e certo non è di facilissima collocazione e comprensione (chi si aspetta un action-pulp puro rimarrà deluso), però possiede una carica vitale, a tratti alquanto originale, che lo rende irresistibile.

The film fails to be cohesive, its rant against violence by being ultra-violent goes nowhere, its cartoonish take on Hollywood is shallow and the humor was too silly to hit my funny bone, but it takes a few choice whacks at writers who try too hard to fit into the Hollywood system and thereby forget about scripting anything literary (like this film!). A talented cast seems wasted on a story line that wants to say something important but can only utter unconvincing cliched bromides such as violence begets violence and that Hollywood films need for their action pictures to have inevitable bloody endings to thrill an audience. Now Tarantino can pull off a queasy film like this and make it seem right, while McDonagh has too much the heavy hand to pull off a Tarantino-esque film. In my view, if it weren't for the star-filled cast this would be a straight to cable flick. You might like this film better if you think exploding heads is a funny bit and that weird equals funny.