Visualizzazione post con etichetta Mike Leigh. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mike Leigh. Mostra tutti i post

domenica 1 giugno 2025

Scomode verità – Mike Leigh

il film si concentra sulla vita delle famiglie di due sorelle, una, quella di Chantelle, solare, ottimista, due figlie sorridenti, l'altra (quella di Pansy) depressa, il mondo ce l'ha con lei e lei con il mondo, è triste, senza futuro, un marito e un figlio senza sorriso.

un piccolo grande film, piccoli movimenti tellurici nella mente di Pansy, tutto nasce dall'infanzia delle due sorelle, Pansy, la sorella grnde, ha sofferto molto, e non si è mai più ripresa dai problemi della sua gioventù, un buco nero ha occupato il posto del cuore e la sta mangiando col marito Curtley e il figlio Moses.

buona (antirazzista e turbata) visione - Ismaele

 

 

 

 

Forse ci sono altri paradossi da esaminare, per chiudere il cerchio di Scomode Verità. Il primo è che l’autorialità di Mike Leigh è più difficile da tracciare rispetto alla vocazione, più limpida e politicamente accentuata, di un Ken Loach, proprio per la sua natura non convenzionale. Leigh costruisce il suo inconfondibile sguardo sul mondo sulla parola prima che sull’immagine e tramite un lavoro intenso con gli interpreti – dai mesi di prova prima di girare al contributo degli attori nella costruzione dei personaggi – suggerendo un modo di fare cinema d’autore anomalo: collettivo e per nulla individualistico. Poi c’è l’aspetto puramente formale. L’elegante e ricercata fotografia di Dick Pope è limpida, pulita, dalla precisione geometrica, mai ostentata né paga della sua bellezza. Il lavoro sul sonoro, straniante, puntuale ma non ingombrante di Gary Yershon racconta una storia simile. Scomode Verità è uno dei film più riusciti e straordinari dell’anno per la capacità di raccontare la sua verità armonizzando e valorizzando suono, immagine, parola, senso del cinema e sentimento. Perderlo è peccato mortale.

da qui

 

A scanso di equivoci, Scomode verità di Mike Leigh non è un film di cattiva fattura. È piuttosto una fotografia respingente e irrisolta di un quadro familiare tutt’altro che sano e ordinato, che vorrebbe in quanto tale, condurre alla compassione, o peggio all’empatia, nei confronti di una protagonista tutt’altro che accessibile. L’insofferenza di quest’ultima, che ha inizio nei primissimi minuti del film, non tarda infatti a scemare, crescendo sempre più, fino ad un’escalation di verbosità e sovrascrittura degna del cinema ultimo di Denzel Washington (Barriere), seppur non replicabile.

Se è vero infatti che non sempre è permesso empatizzare con i protagonisti (ne è un esempio concreto La zona d’interesse), è vero anche che la tesi dell’autore, in tal senso, debba necessariamente essere chiara. Leigh sceglie di non esserlo, imprigionando le indubbie potenzialità del racconto, nelle complessità fin da subito insostenibili della sua protagonista, spingendoci senza remora alcuna a comprenderla fino in fondo. La tesi si fa pericolosa, lasciando allo spettatore la possibilità di farsi del male, o altrimenti volersi bene.

da qui

 

Alla fine Leigh ci spinge, anzi ci costringe, a riconoscere l'umanità nascosta in ognuno di loro, e ad abbracciare la loro esistenza danneggiata, comprendendo fino in fondo il loro male di vivere, o il loro tentativo di non rimanere schiacciati dalle dinamiche famigliari in atto. Qui non ci sono mostri, men che meno l'insopportabile Pansy, ma solo esseri umani che cercano di tirare avanti come possono, davanti alle svolte inaccettabili della loro vita e alla violenza delle altrui reazioni di fronte a tanto sconcerto esistenziale.

da qui

 

Il cinema di Leigh in questo momento storico denuncia la sua posizione contro la “moda” transumanista. Il suo occhio continua ad essere un registratore scrupoloso di tutte le emozioni e il racconto si snoda con un linguaggio cinematografico classico, quasi un kammerspiel, più che altro per la prevalenza assoluta degli interni, che rifiuta virtuosismi “inutili” attraverso il filo rosso della tensione emotiva che ha diversi picchi e climax.

Insomma, il cinema di nessun eroe, che ogni giorno lotta per la sopravvivenza: c’è una bella scena che fa riferimento perfino ai volontari di varie associazioni, considerati anche loro ladri, in una società dominata dalla ipocrisia e dal marketing che ha preso il peggio pur di ingannare. Così un’altra scena in un negozio di divani ci regala un’altra esplosione di rabbia più che giusta di fronte all’ennesima commessa “sorridente”…  Non è solo il mondo di Pansy, è anche il nostro, chi è che non voleva qualche volta sottrarsi al famigerato sorrisetto dei commessi nei negozi, per dare semplicemente uno sguardo?

La nostra società è diventata una sorta di finta copertina luccicante, con le istruzioni a cui tutti devono rifarsi, dove si nasconde il buio e il grigiore di una vita comunque difficile o anche che non vuole essere avvilita dal conformismo delle regole, della “buona educazione”.

Anche se in fondo Leigh ci offre due possibilità di vedere il mondo: come Pansy o come Chantelle, ma in fondo siamo quasi tutti un po’ l’uno e l’altro per cercare di sopravvivere: una risata, ed un pianto proprio come nella suddetta scena madre del film, un coacervo di emozioni che caratterizza il genere umano “stressato” da una società che chiede sempre il raggiungimento di obiettivi. Cosicché un figlio di 22 anni che vaga in giro senza meta o sta chiuso nella stanza con videogames o libri sul volo, non fa solo tenerezza, ma anche preoccupazione e rabbia per il suo futuro (“come lo vedi il tuo futuro tra 25 anni?”, chiede ansiosa la madre).

Ancora una volta ringraziamo il maestro Leigh per questo viaggio intenso attraverso semplici, “dure” e “vere” emozioni. Per continuare a vivere come uomini e donne… in lotta. Infine, ricordiamo anche il direttore della fotografia collaboratore abituale di Leigh, Dick Pope, scomparso appena lo scorso ottobre.

da qui


…Mike Leigh, in questo film che è tra i suoi capolavori, sembra chiederci di non insistere. E di lasciare che i sentimenti, anche i più sgradevoli, facciano il loro corso. Restando magari inesplorati, indeterminati, innominati. E ciò, Leigh lo sa bene, è ancora più straziante: la scena della Festa della mamma nell’appartamento di Chantelle è a questo proposito quasi insopportabile per imbarazzo e tensione. Significa, quindi, permettere al dubbio non di governare il presente, piuttosto di registrarlo, nel senso di prenderne le misure. Lontano dall’arroganza dell’infallibilità e dalla comodità della convinzione. Un dubbio che fa rima con insicurezza, perplessità, costante indecisione, e il cui nemico numero uno è la necessità, opprimente però inevitabile, di una responsabilità, in quanto persona, parte di una famiglia, di una collettività, di un tutto

da qui

 


domenica 26 febbraio 2023

All or Nothing – Mike Leigh

Timothy Spall e Sally Hawkins sono fra i protagonisti di questo gran (come tutti) film di Mike Leigh.

non ci sono famiglie reali, agenti di borsa, dirigenti di multinazionali, solo proletari, povera gente che cerca di sopravvivere nel modo meno peggio possibile, riuscendovi a stento, per problemi economici, e non solo.

Mike Leigh è una sicurezza, i suoi film sono o capolavori o grandi film.

guardatelo e soffritene tutti.

buona (indimenticabile) visione - Ismaele


 

Dove non ci sono i buoni e i cattivi, non ci sono macchiette e stereotipi e dove la coscienza politica è scossa senza dover parlare di politica : non c’è ideologia e il richiamo ad una società che non emargini e che non distrugga i sogni dei più deboli scaturisce da vicende private raccontate con essenzialità e sobrietà e con quella partecipazione che fa nascere spontanea la solidarietà per personaggi ( persone) dotate di un’umanità sconosciuta a chi non ha imparato a soffrire.
E la solidarietà del regista non è per nulla falsa : non seziona, non indugia ma ci conduce all’”interno di una storia” con l’aiuto della grande interpretazione di attori convincenti se non di emozionante bravura…

da qui

 

…The closing scenes of the movie are just about perfect. Rory is the center of attention, and notice when, and how, he suddenly speaks in the middle of a conversation about him. When a director gets a laugh of recognition from the audience, showing that it knows his characters and recognizes typical behavior, he has done his job. These people are real as few movie characters ever are. At the end, it looks as if they will be able to admit a little sunshine into their lives and talk to each other a little more. We are relieved.

da qui

 

Un film di una crudezza disarmante, non lascia spazio a sorrisi o a speranze, prevale un senso di sconfitta che a tratti fa cadere le braccia, ma in maniera positiva, rendendo talmente l'idea che lo spettatore ne rimane sopraffatto. Gli attori sono tutti all'altezza di un cinema realista, che da' un idea quasi malsana, ma veritiera, della vita contemporanea, dove per scovare un momento di pace e serenita', qui si devono fare salti mortali.

da qui

 

mercoledì 21 aprile 2021

Career girls (Ragazze) – Mike Leigh

io mi ricordo i tempi dell'università, non era molto diverso (ed eravamo giovani).

Mike Leigh ci mostra uno spaccato dell'Inghilterra, non è il miglior posto dove stare, pieno di contraddizioni.

Annie e Hannah ricordano i bei tempi andati, sono passati solo sei anni, un'eternità.

Katrin Cartlidge è bravissima come sempre, e tutti quei ragazzi e ragazze li abbiamo conosciuti, tutti.

quello che mi ha fatto star male è Ricky, un Ricky l'abbiamo tutti conosciuto, poi dimenticato o rimosso.

i film di Mike Leigh, come capita solo ai grandi registi, si dividono tra film bellissimi e capolavori, Career girls è solo bellissimo, cercatelo, nessuno se ne pentirà - Ismaele

 

 

Due vecchie amiche si ritrovano per un week end a Londra dopo alcuni anni di lontananza, rievocando il passato. Ragazze è una commedia dolceamara, giocata sul filo della nostalgia del passato (anche attraverso numerosi flashbacks) ma filtrata attraverso lo stile del regista Mike Leigh, assegnando cioè un ruolo predominante ai dialoghi che sottolineano il film e che contrappongono due personaggi diversi ma in qualche modo complementari, interpretati da due bravissime attrici.

da qui

 

What is the use of a film like this? It inspires reflection. Strongly plotted films establish a goal and reach it, and we can go home under the impression that something has been accomplished. Mike Leigh's films realize that for most people, most days, life consists of the routine of earning a living, broken by fleeting thoughts of where our efforts will someday take us--financially, romantically, spiritually or even geographically. We never arrive in most of those places, but the mental images are what keep us trying.

da qui

 

Straconsigliato dramma al femminle che coinvolge e tocca nel profondo. Le due attrici (straordinarie) si alternano tra gli anni 80 e il presente raccontando un'amicizia (e una vita) fatta di fallimenti, isterismi, problemi. Ma niente è dato per scontato, la lacrima non è fine o mezzo di un gioiello assoluto.

da qui

 

…A pesar de lo excéntricas que ambas puedan parecer en algún momento, especialmente de jóvenes,Mike Leigh despliega su destreza para combinar la comedia con el drama,para brindarnos momentos donde profundizar en los personajes,en la complejidad de las relaciones humanas.Esa inclinación del director por los personajes que de algún modo permanecen al margen del sistema social,que no terminan de encajar,se concreta en un interés por plasmar su humanidad,tanto su debilidad como su dignidad.
Por otra parte,no pierde ocasión para arremeter contra el "estilo de vida" inglés,marcado por la aparente templanza ,racionalidad y serenidad,pero anidado en el seno de las familias,de conflictos afectivos y relacionales…

da qui

 


giovedì 13 agosto 2020

Peterloo - Mike Leigh

sembra un film che parla dell'oggi, eppure racconta un massacro di due secoli fa.

la città è Manchester, quella che è l'oggetto, venti anni dopo, de La situazione della classe operaia in Inghilterra, di Engels.

due ore e mezze necessarie, per preparare il terribile finale.

cosa rende il film attuale sono le parole (le facce non sono più quelle, solo Mike Leigh e Ken Loach sanno trovarle ancora), quelle di allora sono le stesse di oggi, legge e ordine, anarchia e disordine, il potere, che è economico, e militare, quando serve, è sempre lo stesso, in due secoli non è cambiato niente, ma forse sì, quelli che vogliono cambiare il mondo adesso sono molti di meno.

I versi di Percy Shelley

Sollevatevi, come leoni dopo il torpore

In numero invincibile!

Fate cadere le vostre catene a terra, come rugiada

Che in sonno sia caduta su di voi:

Voi siete molti – loro sono pochi! 

sembrano versi d'altri tempi, e solo d'altri tempi, purtroppo.

Peterloo non mancherà di farvi soffrire, è sicuro, come è sicuro che ringrazierete Mike Leigh per il Cinema che non si stanca di offrire - Ismaele

ps: magari potete cercare Il giovane Karl Marx, se vi era sfuggito.



 

 

 

 

La regia di Mike Leigh è monumentale. Per la durata del racconto (più di due ore e mezza). Per l’afflato epico che lo attraversa. Per la quantità di personaggi e di comparse coinvolti. Sembra un film d’altri tempo, Peterloo. Corale, stratificato, sontuoso. Storicamente accurato. Senza vistosi errori di contesto. Con una rigorosa ricostruzione del clima sociale che portò a quel tragico epilogo: la miseria del popolo, una tassa sul grano che riduceva alla fame buona parte della popolazione, una tensione palpabile ed esplosiva.

Ma a colpire è soprattutto il realismo dei dettagli: il fango delle strade, l’erba alta nelle campagne, l’aria gelida, gli oggetti di uso quotidiano. E poi – vero cuore del film – il massacro: quasi 30 minuti, quasi senza sangue, quasi da togliere il fiato. Inquadrature gremite all’inverosimile, la calca, la “marmaglia” riunita in piazza, la cavalleria che fende la folla, la polvere, le urla, il disordine, il panico, la morte, il silenzio. Cinema da brivido. Cinema furente. Cinema raggelante. Cinema come ormai non lo si fa quasi più.

da qui

 

…La ricostruzione fedele del fatto documentato passa soprattutto per una vera e propria retorica del racconto storico: l’attualità di Peterloo non sta solo nella messa in scena, a rivoluzione industriale avviata e a pochi decenni dall’industrializzazione dell’Inghilterra, dell’eterno scontro fra governatori e governati, ricchezza e miseria, sfruttamento e lavoro, ma nel costruire tali dinamiche – sempre uguali e sempre pertinenti a un preciso momento della Storia – a partire dalle parole usate dalle parti in campo. È un film sulla retorica del discorso politico, sull’importanza e la difficoltà di trovare le parole giuste per l’azione politica.

Le 2 ore e 54 minuti del film – che possono spaventare ma che la sceneggiatura dello stesso Leigh dipana mantenendo una straordinaria tensione di idee e opposte visioni della società – sono formate quasi esclusivamente da interventi e discorsi di riformisti, giudici, ministri, principi, rivoluzionari e gente del popolo. Le parole, usate per condannare, convincere, manipolare, ordinare, invocare, possono diventare vuote e pompose, o al contrario precise e illuminanti; per quanto urlate possono perdersi nel tumulto della battaglia e per quanto entusiastiche possono smorzarsi di fronte alla nuda realtà dei fatti; la retorica può influenzare tanto le lettere dei potenti privilegiati e grotteschi quanto i comizi dei militanti invasati. È una questione di misura, giustezza, contesto…

da qui

 

Jeremy Corbyn ricorda il massacro di Peterloo (16 agosto 1819)

Due secoli fa, in questa giornata, sul St Peter’s Field a Manchester, la cavalleria dell’esercito caricò una folla di pacifici manifestanti.

18 persone vennero uccise in quello che divenne noto come il Massacro di Peterloo, tra di loro bambini, una donna in gravidanza, e un veterano dell’esercito che aveva combattuto nella Battaglia di Waterloo. Centinaia furono ferite o mutilate.

Più di 60.000 uomini, donne e bambini della classe lavoratrice da Manchester e dalle città vicine si erano riuniti per rivendicare la fine del lavoro dei bambini, dei bassi salari e del dominio dei ricchi. Il meeting aveva l’atmosfera di un enorme festival comunitario – pieno di famiglie, con bande locali che suonavano musica e oratori che davano voce al desiderio di cambiamento.

La risposta delle autorità fu la carneficina e il bagno di sangue. Loro temevano il popolo che si faceva valere.

Mentre le violente reazioni al massacro raggiungevano tutto il mondo, l’establishment e il governo Tory serravano i ranghi. Marchiarono i dimostranti come violenti rivoluzionari e diedero una stretta di vite sui giornali che supportavano la loro causa. Non furono gli uomini della cavalleria assassini ad essere successivamente imprigionati, ma gli oratori che avevano parlato alla folla.

Ma la repressione non riuscì a fermare l’emergere del movimento operaio. I sopravvissuti di Peterloo proseguirono e aiutarono a formare il movimento Cartista e il primo movimento delle Suffragette, facendo campagna per il diritto al voto degli uomini e delle donne.

Questa è la nostra storia. Una linea diretta corre da Peterloo alla fondazione del Labour Party, che esiste per rappresentare gli interessi della maggioranza contro la elite ai vertici.

È il perché usiamo lo slogan ‘Per i molti, non i pochi’. Viene dal poema di Percy Shelley, La Maschera dell’Anarchia, scritto in risposta a Peterloo sul potere che il popolo ha quando si unisce per il cambiamento:

Sollevatevi, come leoni dopo il torpore

In numero invincibile!

Fate cadere le vostre catene a terra, come rugiada

Che in sonno sia caduta su di voi:

Voi siete molti – loro sono pochi!

da qui

 

Ancor più che ne Il giovane Karl Marx di Raoul Peck, l’affresco è corale e a tratti dolente, realizzato recuperando cronache, documenti, canzoni operaie dell’epoca, e con una relativa economia di mezzi registici; tutto concorre a dare risalto drammatico al finale che segna la sconfitta sanguinosa di un movimento popolare nascente che continuò le sue lotte nonostante le violenze di stato che dovette subire.

Tra l’altro, è una conseguenza diretta di quanto accaduto a St Peter’s Fields la nascita del “The Guardian”, nel 1821, e Leigh non manca di mostrare i giornalisti che furono presenti alla protesta di piazza, un fatto allora abbastanza inedito: le loro cronache furono lette anche da P. B. Shelley, che si trovava in Italia, ispirandogli il poema furente contro l’oppressione di ogni popolo intitolato La maschera dell’anarchia. Poi, una ventina d’anni dopo quei fatti, il giovane Engels si recò proprio nelle fabbriche tessili di Manchester che vediamo nel film per il suo studio fondamentale La situazione della classe operaia in Inghilterra.

In Peterloo, Leigh afferma con tutte le sue armi retoriche che anche grazie ai protagonisti di questa pagina di storia, a lungo tutt’altro che celebrata in Inghilterra, con il tempo alcune delle rivendicazioni dei lavoratori di Manchester diverranno realtà. Ci consegna così un’idea di “popolo” molto diversa da quella che viene costruita da molte parti politiche odierne.

da qui

 

Peterloo ci riguarda perché è un film sul linguaggio. Lo scontro che inscena oppone due retoriche avverse: c’è la lingua dei potenti, che chiama un’insurrezione malattia («There is a sick»), e quella dei poveri che iniziano a sviluppare gradualmente un altro discorso, nelle cantine a lume di candela, a parlare di protesta («Il problema non è se gli uomini hanno paura del buio, ma se hanno paura della luce»). Ecco però una differenza: come nota duecento anni dopo l’operaio Lindon in En guerre, «i ricchi non sono sempre d’accordo, ma loro non si dividono mai», così avviene anche in questa guerra dove la massa produce distinguo, perché frequenta la democrazia per la prima volta, e si scinde tra rivoluzionari e riformisti, pacifisti e incendiari. Giovani e anziani. Uomini e donne. Nei volti tutti magnifici del cinema di Leigh, motivo a sé per vedere i suoi film (e unico paragone possibile con Ken Loach), le mogli sostengono la protesta “dei mariti” ma non sanno ancora compiere un passo per sé…

Non tutto può essere veloce, immediato, nominale. Mike Leigh lo sa bene: girare Peterloo oggi, coi suoi 154 minuti, è il contrario del tweet e della ricerca su google, non c’è alcuna fretta, serve pazienza, bisogna aspettare e guardare. Per questo non ha senso vederlo su uno schermo piccolo: ci riporta a un tempo, analogico e passato, in cui il cinema presumeva il verbo andare, recarsi in una sala senza scorciatoie («Non mi piace per niente che un film sia visto attraverso uno smartphone»). È un’opera profondamente contemporanea proprio perché quel contemporaneo lo contesta: in tal senso la protesta di St. Peter’s Field è anche una rivolta di linguaggio. Nella strage finale infatti la folla lontana non può vedere l’oratore, ovvero non mette a fuoco il discorso: le parole non si sentono, ormai è troppo grande la distanza e non resta che la tragica confusione della battaglia, Peterloo uguale Waterloo, due scontri nella stessa guerra agli ultimi. I cronisti tra le rovine decidono di pubblicare i dettagli e nel carrello che li segue coniano il termine Peterloo. Subito dopo la moglie del principe reggente ripete soavemente la parola Tranquillity. Il conflitto è tutto, ancora, nella lingua.

Quello di Mike Leigh è un film chiaro, su una strage terribile ma simile ad altre, che proprio nelle pieghe della semplicità apparente ripone questioni enormi: come bisogna vivere? Cosa siamo disposti ad accettare e quando ribellarsi? Cos’è la democrazia, quale il modo per esercitarla? Perché i potenti opprimono i più deboli, finirà? Leigh non scioglie i dubbi ma li inscena, non risolve lo scontro ma lo propone, ne parlaPeterloo contro Tranquillity, in un vecchio/nuovo Ottocento nel quale possiamo sempre scivolare.

da qui

 

E’ facile individuare i difetti di Peterloo: si tratta di un film lungo, povero d’azione e estremamente fondato sulla parola; inoltre presenta una divisione manichea tra la purezza delle classi lavoratrici e la disumana crudeltà dei potenti. Ma il film di Leigh possiede una vitalità, vibrante di cinema e di impegno civile, nella quale i difetti del film si sciolgono per trasformarsi in stile.
Leigh è uno dei veri, grandi artisti in grado di mutare il proprio risonante messaggio politico in arte; per questo motivo Peterloo è una gioia per gli occhi, mentre la sceneggiatura del film, con i suoi lunghi flussi verbali, sembra ispirarsi al poema di Percy Bysshe Shelley “La maschera dell’anarchia” (1819), scritto dal poeta subito dopo il sanguinoso evento.

Così come Shelley, Mike Leigh realizza, con Peterloo, un visionario e magnifico poema volto a scuotere le coscienze e dipingere, in forme quasi fiabesche e allegoriche, i protagonisti di quel periodo contrastato, conclusosi nella violenza pià atroce e ingiustificata. Da “poeta e letterato”, oltre che regista, Leigh sente l’esigenza di forgiare figure archetipiche nella messa in scena del suo popolo innocente e sfruttato: e in Peterloo troviamo uomini, donne, eroi; madri e padri luminosi di innocenza, giovani vittime, agitatori idealisti, pacifici o incendiari…

da qui

 

sabato 27 febbraio 2016

I palestinesi soddisfatti della presa di distanze dell’Academy dal pacco regalo Oscar


L'Academy of Motion Picture Arts and Sciences ha annunciato di aver citato in giudizio Distinctive Assets, società distributrice di un pacco regalo di lusso per i candidati agli Oscar, che quest'anno prevede un viaggio completamente spesato in Israele, iniziativa sponsorizzata dal governo israeliano.
I palestinesi avevano già denunciato come il governo israeliano, piuttosto che affrontare le violazioni dei diritti umani nei confronti del popolo palestinese, con questa proposta allettante rivolta alle celebrità del viaggio in Israele, tentasse in modo "cinico e disperato" di opporsi al proprio crescente isolamento internazionale.
In risposta a questi sviluppi più recenti, Omar Barghouti appartenente al Comitato Nazionale Palestinese per il BDS (BNC), la più ampia coalizione palestinese alla guida del movimento globale BDS, ha dichiarato:
"Prendendo le distanze dalla società che sponsorizza il viaggio di propaganda in Israele dei candidati all'Oscar, l'Academy sta compiendo un passo nella giusta direzione. Il cosiddetto 'bottino Oscar' è caduto ulteriormente in discredito con la sua associazione al regime di occupazione, colonialismo e apartheid perpetuato da Israele".
"Ovviamente l'Academy deve fare molto di più, affrontando le gravi accuse di pregiudizio e razzismo sollevate dalla campagna #OscarsSoWhite così come, tra molti altri, anche dagli attivisti per i diritti umani in sostegno dei palestinesi."
"Gli attivisti continueranno a sollecitare i candidati ad agire con coscienza respingendo l’ennesimo tentativo propagandistico di Israele volto a nascondere i suoi crimini di guerra e le altre gravi violazioni dei diritti umani. Ogni artista con una coscienza avrebbe sicuramente rifiutato un viaggio gratis pagato dal regime dell'apartheid nel Sud Africa del 1980".
Raccogliendo l’istanza proveniente dalla comunità artistica palestinese è stata quindi lanciata una petizione che invita i candidati a non prendere parte al viaggio gratuito in Israele.
Gli artisti palestinesi hanno evidenziato l’ipocrisia di tale iniziativa denunciando l’attacco deliberato all’arte e alla produzione culturale palestinese da parte di Israele.
I candidati all'Oscar Mark Rylance e Asif Kapadia hanno già assicurato che non si recheranno in Israele per motivi professionali fino a quando persisteranno in tale paese violazioni dei diritti umani.
Oggi Mike Leigh (candidato agli Oscar per ben cinque volte), il regista Ken Loach e il musicista Brian Eno hanno denunciato pubblicamente l'iniziativa di propaganda del governo israeliano.

(…Artists for Palestine UK (APUK) on Wednesday called on actors and directors on this year’s Oscars shortlist:  ‘Give your Israeli swag bag to a Palestinian refugee!’

Mike Leigh, film director and five-times Oscar nominee said: “ A five-star trip to the land of their parents and grandparents is just what exhausted Palestinians from the refugee camps could do with. I think the world would be happy to see Israeli government money used for once to make reparations to Palestinians — and I hope the stars will agree.’
Ken Loach, BAFTA nominee and Palme d’Or winner said: “Just think what $55,000 could do for Palestinians whose homes have been destroyed and their lands stolen.  Let’s hope that film people can see through this crude propaganda.”
Brian Eno, musician and composer suggested an alternative swag bag offering: “Visit Palestine! Enjoy a tear-gas filled weekend in an East Jerusalem ghetto!..

Traduzione di Teresa Pelliccia

venerdì 21 dicembre 2012

Meantime – Mike Leigh

uno di quei film che non ti immagini, il primo film di Mike Leigh, c'è un giovanissimo Tim Roth, già bravo, ci sono Gary Oldmann e Alfred Molina (Diego Rivera in Frida). 
è una storia nell'Inghilterra degli anni '80, di una famiglia che vive di sussidi di disoccupazione, ci metti un po' a capire come funziona poi cresce sempre più e i personaggi ti restano attaccati.
un piccolo capolavoro, da non perdere - Ismaele


Mike Leigh's Meantime is a brutish, nasty movie about brutish, nasty people, a thoroughly unpleasant cinema of abjection that burrows deep into the unpleasant, aimless lives of its protagonists like a maggot digging its way into rotted flesh. The film centers on a family who live an entirely government-supported existence: terminally unemployed, accepting the dole week after week, living in squalor, doing nothing all day but watch TV and wander the streets as hooligans. They get drunk when they have the money, and otherwise they simply cause whatever trouble they can or find something, anything, to pass the seemingly endless bland hours that face them. For father Frank (Jeff Robert), this existence is the proof of his incompetence and failure, an entire lifetime spent to get him to this dismal place. To make matters worse, his two sons promise to be only a continuation of his own failure: Mark (Phil Daniels) is a snide, nasty thug, an aging juvenile delinquent who doesn't seem to be outgrowing this phase, while Colin (Tim Roth) is "slow," with no hope of finding his way off this miserable path. Leigh documents, with unflinching honesty, the drudgery and ugliness of this life. The film expresses with its every image the hopelessness and worthlessness that these people feel, discarded and left to rot, with no hope of finding any work, the dole keeping them alive at just barely the level of subsistence…

This early Mike Leigh film is ostensibly about nothing more than how depressing life is on a London council estate in Thatcher’s Britain. Leigh is probably his best, certainly his bleakest. The suspicion is that Leigh was providing the middle classes with vicarious misery of estate life, Meantime is still powerful, and darkly funny...

This is Mike Leigh's finest film. Next to this masterpiece his later feature films feel very contrived, it just flows beautifully. It's also very honest, the best depiction of the effects of unemployment I've ever seen on film. But of course as with all Mike Leigh's films it's all about the performances of the actors and they're all pitch perfect. I feel a bit sorry for Tim Roth, his first film role and without a doubt his greatest, how could he ever equal it, it was all downhill from here. A truly heartbreaking performance and if you're not moved by it then you have no empathetic feeling. I also particularly like the performances of Jeff Robert and Pam Ferris as the Mum and Dad. It's a tragedy that this film missed out on getting a theatrical release since it was a few months after it was finished that Channel 4 began shooting on 35mm with a view to feature film distribution. Because it's a 'TV' film it's unjustly ignored in comparison with Leigh's later films, but don't let that put you off, this is a masterpiece. The music is beautiful as well perfectly matching the mood of the film.