il solito balletto fra il ladro gentiluomo e il suo cacciatore, un poliziotto testardo e capace e sopratutto onesto (il sempre bravissimo Mark Ruffalo).
il gioco del gatto e del topo, con le varianti necessarie per non annoiare.
insomma un'americanata, ma ben fatta.
buona (Mark Ruffalo) visione - Ismaele
…Il film funziona, alternando tensione ed action ad una
arguta esplorazione del cinico mondo del lavoro, che vede complottare biechi
assicuratori affermati, nel promettere in malafede ad una brillante dipendente
come la Sharon della vicenda, la promozione a socio, salvo poi metterla da
parte non appena subentra una brillante venticinquenne disposta a soffiarle i
risultati concreti maturati lungo anni di lavoro indefesso al servizio
diligente di una compagine sociale senza scrupoli né cuore.
…imitare pienamente i maestri è impossibile. Semmai si
possono citare, evocare, come in effetti Layton fa a partire forse proprio dal
modo in cui riprende il Mike di Chris Hemsworth, spesso di tre quarti o di
profilo, mentre è in silenzio, quasi fosse un parente lontano del Nick Hathaway
di Blackhat.
Ma poi c’è l’approccio tutto “manniano” di raccontare le rapine ma addirittura
il modo in cui certe stanze delle innumerevoli case mostrate nel film, quelle
che danno sul mare, ricordano appartamenti simili visti tra Heat e Manhunter.
Si tratta, però, ovviamente, di copie di copie, pallide imitazioni. Imitare davvero
i maestri è forse impossibile, si diceva. Più interessante è allora raccontare
quel fallimento, soffermarsi, ancora meglio, su cosa rimane di un mondo quando
il suo custode è lontano e la sua fiamma si è spenta.
Ecco in questo senso Crime 101 è
un film a suo modo disperato, diretto con attenzione e mano ferma da Layton ma
sempre con l’acqua alla gola come i suoi personaggi, bloccato in una Los
Angeles ostinatamente periferica, incastrato in spazi abbandonati, quasi
liminali, in case dalle stanze tutte uguali, anonime, set di un film finito
tempo prima (di Michael Mann?), in silenziosi garage in penombra. E sullo
sfondo, il caos, il disordine, ciò che riemerge dopo che uno sguardo rigoroso è
sparito dall’equazione, come un virus che intacca gradualmente uno spazio
altrimenti perfetto.
…Barry Keoghan, nel ruolo del violento e imprevedibile
Ormon, a introdurre nel racconto una quota d’instabilità necessaria: laddove
gli altri personaggi si muovono secondo traiettorie relativamente leggibili, la
sua presenza rompe l’equilibrio, generando una tensione che impedisce al film
di adagiarsi nella linearità del genere. Keoghan agisce come un corpo estraneo
che incrina l’eleganza dell’impianto: è il punto in cui la seduzione del colpo
– quella patina scintillante, quasi ludica del crime classico – s’incrina sotto
una forza più ruvida, meno controllabile, più vicina al caos di una città che
non perdona. Sul piano formale, Layton costruisce un universo visivo dominato
da una Los Angeles notturna e periferica, fatta di parcheggi vuoti, insegne
luminose, spazi di transito e margine. La città non è semplice sfondo ma
organismo che modella i personaggi: ritratto “regionale” della criminalità e
dei suoi rituali, geografia morale prima che cartolina. La fotografia di Erik
Wilson lavora sulle superfici luminose delle automobili, sui riflessi rossi dei
fanali, su una sensualità visiva che guarda alla grande tradizione del crime
urbano e alla sua capacità di rendere il metallo, il vetro, il neon non oggetti
ma stati d’animo. Il film, in questo senso, aspira a essere anche un “LA
movie”: non soltanto perché ambientato nella città, ma perché ne assume la
stratificazione come destino – alta società e sottosuolo, promessa e rovina,
aspirazione e compromesso. Il montaggio di Julian Hart e Jacob Secher
Schulsinger contribuisce a creare una struttura ritmica che alterna
progressione e sospensione, movimento e attesa. La narrazione attraversa una
fase centrale apparentemente dispersiva – soprattutto nelle linee sentimentali
e nella sottotrama della corruzione istituzionale – che in realtà funziona come
spazio di respirazione psicologica prima della ricompattazione finale. È un
film che, pur assumendo una forma convenzionale, si affida a una costruzione
lenta e strategica della tensione: non punta a sorprendere a ogni svolta, ma a
far sentire allo spettatore che ogni scena è un piccolo test morale, una
micro-decisione che modifica il profilo dei personaggi. E quando il film giunge
al climax, l’effetto è quello di un ritorno alla concentrazione originaria,
come se tutte le traiettorie convergessero in un punto d’inevitabilità…
quando un regista non Usa va a girare negli Usa quasi sempre viene "addomesticato" dai produttori,
nel caso di Bong Joon-ho il produttore (Warner Bros) non è riuscito a imporsi sul regista (lo si spiega qui), che ha girato un altro filmone cinque anni dopo Parasite.
Mickey 17 è un film di fantascienza, ma non solo, è un film politico (qui lo spiega il regista), come in Snowpiercer un gruppo di varia umanità è costretto a vivere insieme.
un comandante/dittatore (Mark Ruffalo), che assomiglia in certe pose a Mussolini, insieme alla moglie (Toni Collette), che forse è quella che ha i pantaloni, governano senza pietà l'astronave che arriva sul pianeta ghiacciato.
Mickey 17 (interpretato da uno straordinario Robert Pattinson, che riesce anche a raddoppiarsi) è uno schiavo per debiti costretto a morire e a rinascere senza fine, potenza della dannata tecnologia.
in poco più di due ore si riesce a vedere un film pieno di grandi cose, film politico, d'avventura, animalista, fantascientifico, d'amore, ricco di avventure, sarebbe un peccato mortale non andare al cinema a godere di uno dei film più belli dell'anno.
buona (straordinaria) visione - Ismaele
Quando un regista ha successo, il mondo sembra aspettare con
ansia la sua caduta, l’opera “non all’altezza”. Bong Joon-ho ci serve su un
piatto d’argento, con gusto anarchico, la “grande delusione”: un film-caos che
è simultaneamente omaggio a Nausicaa di
Miyazaki, cinema slapstick che guarda al muto,
viaggio avventuroso dell'(anti)eroe, metafora sci-fi alla Verhoeven, il tutto
rielaborato in uno stile personale e riconoscibile. Per quanto mi riguarda ho
amato molto Mickey 17. Vi ritrovo un
autore innamorato del cinema e fedele a se stesso e alle proprie ossessioni (la
lotta di classe, la rapacità che dilania l’animo umano, la struggente debolezza
degli ultimi, l’ambientalismo). E come dimenticare l’assoluta indifferenza che
circonda Mickey e le sue “insignificanti” morti? Il tono ludico cela immagini
nerissime, una riflessione sulla natura del potere e sulla spettacolarizzazione
della morte. Ma c’è anche lo smagliante piacere visivo,
quell’occhio formidabile per la dissezione degli spazi e la stratificazione
dell’inquadratura. A mio parere un film imperfetto e meraviglioso, fieramente
“multiplo e sacrificabile” come il suo protagonista.
…Bong è più interessato a rompere il sistema che ad
ammirarlo in funzione, e i suoi temi abituali di ambientalismo, bene comune e
ribellione di fronte alle ingiustizie richiedono esplosività sovversiva.
La capacità del regista di creare momenti di cinema, complici gli
impeccabili valori produttivi degli effetti speciali e della fotografia
di Darius Khondji, continua ad avere pochi
eguali. Lo stesso può dirsi del suo gusto peculiare a livello di tono, sospeso
tra il grottesco, la commedia e il drammatico in quella che è ormai una sorta
di firma personale: mai troppo assurdo da minare il pathos, né pienamente
addentro al linguaggio convenzionale del genere sci-fi declinato
all'hollywoodiana.
Il problema casomai è Bong stesso e il suo universo già esistente, così ricco e
vivido, che dopo Snowpiercer è
sempre sembrato un po' asfittico al di fuori del fenomeno Parasite.
Chissà che la strada giusta non sia quella di un ritorno sulla Terra per uno
dei registi sinonimi con l'epoca dorata del cinema coreano.
…Mickey 17 non
scombinerà nessuna classifica di preferenza nella filmografia del nostro e
magari i fan più incalliti potranno rimpiangere quando Bong picchiava più duro,
ma il suo discorso, il suo riuscire a parlare degli ultimi, dei reietti,
prendendo in giro il potere (fattosi tristemente realistico dopo le riprese)
con toni sì caricaturali, forse di grana grossa, ma espliciti nei riferimenti,
è qualcosa che ci meritiamo anche dall'arte più popolare a cui questo film
fieramente appartiene, con tutti i se e i ma del
caso. Arte popolare poi realizzata al proprio meglio, perché regia e montaggio
rimangono sempre di altissimo livello.
Soprattutto, è la prova definitiva di
quanto Pattinson sia un bravo attore.
Non gli è bastato The rover (o High
life, per stare nel genere) per farvi dimenticare Twilight.
Lontano però da robe come The
Batman ha la possibilità di destreggiarsi nella commedia brillante che
ancora gli mancava, riuscendo a padroneggiare molteplici registri in un film
dove farla fuori dal vaso era un attimo.
Se proprio vogliamo, il vero vincitore è
lui.
Oltre che il buon cinema, ovviamente.
Riuscirci a queste condizioni era un'ulteriore difficoltà.
…Bong è noto per lasciare ampio margine di libertà
ai suoi attori, e questo è particolarmente evidente con Ruffalo, che sembra
imitare il tono rauco di Trump, e con Collette, che invece riesce a dosare
meglio la sua espressività (in altre parole, non arriva agli eccessi di Swinton
in Snowpiercer). Forse le interpretazioni in Parasite o Mother sembrano
più contenute e impassibili semplicemente perché non parlo la lingua in cui
sono recitate. Ma è anche vero che molti dei film non hollywoodiani di Bong si
concentrano su dinamiche familiari: The Host e Parasite mostrano
famiglie in crisi che si uniscono e si distruggono, mentre Mother racconta
la storia di una donna che cerca di scagionare il figlio mentalmente disabile
da un’accusa di omicidio. Esiste già un legame emotivo di base su cui il film
può costruire e approfondire.
Da americano poco raffinato, la differenza tra questi
film e le sue opere in lingua inglese mi ricorda un po’ le attuali stagioni
de I Simpson rispetto agli episodi migliori dei primi
dieci anni: è sempre lo stesso show, ma lo sforzo e le cuciture sono più
visibili. Il più
fantascientifico Mickey 17, come Okja e Snowpiercer,
ha molte più spiegazioni da fornire prima ancora di poter cominciare davvero, e
poi si muove freneticamente tra personaggi che cercano di uccidersi a vicenda.
Probabilmente è inevitabile per film che si confrontano più direttamente con la
cultura americana; il fatto che Mickey 17 non abbia
abbastanza tempo per sviluppare a fondo tutte le sue relazioni (nonostante i
suoi 137 minuti, più lunghi della media) perché è troppo occupato a lavorare,
potrebbe essere proprio il punto centrale. Se non lo è, beh, di certo calza a
pennello. Mickey 17 potrà anche essere un caos, ma non
sembra mai una resa.
…Come il suo protagonista, il film
stesso è scisso, un blockbuster con meno azione del solito, un film d’autore
più didascalico del previsto, un film d’azione caratterizzato da un tono mesto,
malinconico e ridicolo. È la complessità, questa, di un autore con la capacità
(rara) di lavorare dentro e fuori i generi, rimodellando i confini a suo uso e
consumo, riuscendo a far emergere anche in una pantomima fantascientifica
un’umanità inaspettata. La sfida della satira ormai è riuscire a interpretare
la realtà superandola, perché è la realtà ad aver scavallato il muro
dell’impensabile, quasi impossibile inventarsi politici più ridicoli dei
nostri, dittatori più avventati di quelli in carica.
Mickey 17 sembra volerci suggerire un
antidoto all’alienazione dell’individuo postmoderno, immerso in un flusso
incessante di avatar e identità digitali, che riducono l’essere umano a
un’involontaria proiezione di se stesso. In un mondo dove le connessioni si
fanno sempre più superficiali e liquide, l’incontro tra le due versioni di
Mickey appare come un disperato tentativo di ricostruire una forma di
autenticità, sottratta alla frammentazione dell’io nell’infinito riflesso delle
realtà virtuali. Perché alla fine, gli alieni siamo noi.
uno scienziato, Godwin (interpretato da Willem Dafoe), crea la donna nuova, Bella (interpretata da Emma Stone), corpo da adulta, cervello di bambino, come Candido (di Voltaire) scopre il mondo con la sua ingenuità, decisa a ottenere tanto piacere (perché farsi del male?)
e la donna nuova parte con lo spasimante Duncan (interpretato da Mark Ruffalo) alla conquista del mondo, o almeno alla conquista di una vita degna di essere vissuta.
lei è una macchina da sesso per gli uomini, lavora anche in un bordello, quasi tutti gli uomini sono dei deficienti e delle merde, quasi tutte le donne sono persone in gamba, in una storia semplice semplice.
la magia di Lanthimos è quella di fare un film che sembra un manifesto del positivismo, una storia di non amore, con sfondi e scene che sembrano uscire da un cartone animato, o qualcosa di simile, ne esce un film lungo e denso di avvenimenti, con Emma Stone (bravissima) sempre al centro della scena, ingenua, compassionevole, e poi vendicativa, diventa una persona normale.
in fondo abbiamo visto una storia che è fiaba, ma di quelle con molti fuochi d'artificio, Bella vince sempre, tutti si arrendono a lei.
se non fosse per le scene di sesso, sarebbe un film per bambini, senza troppe complicazioni.
buona (e Bella) visione - Ismaele
...Torniamo così a Poor Things. Che è
l’adattamento – o meglio la semplificazione – sul grande schermo dell’omonimo
romanzo dello scozzese Alasdair Gray del 1992. L’originale è costruito
sull’espediente canonico del manuscrit trouvé, alimentato e
ulteriormente complicato, con gusto postmoderno, da un palinsesto di punti di
vista intrecciati che si contraddicono l’un l’altro in una sorta di elevazione
a potenza del meccanismo del narratore inaffidabile.
Così, il resoconto di Wedderburn viene corretto dal
diario di Bella Baxter, riportato però all’interno del racconto di McCandless,
che è infine smentito dalla lettera di sua moglie Bella/Victoria. E tutto
questo si regge sulla mise en abyme della ricostruzione
storica da parte dell’autore Alasdair Gray (o meglio il suo alter ego), il
quale, nella cornice metanarrativa, ritiene veritiera la versione fantastica di
McCandless a scapito di quella realistica di Bella/Victoria, pur specificando,
in apertura, che un suo amico, il “vero” artefice del ritrovamento dei
“documenti” trascritti, nega la sua veridicità. L’architettura a scatole cinesi
del palinsesto è l’unico vero pregio di un romanzo che troppo spesso si
arrabatta per dimostrare le sue tesi politiche.
Ma di quest’architettura nel film non c’è traccia. La
sceneggiatura estrapola solo la storia di McCandless – quella secondo cui una
donna riportata in vita con un altro cervello ha trovato se stessa e sposato il
narratore –, facendone però la versione della stessa Bella. Nel romanzo,
invece, Bella (ossia Victoria) risponde polemicamente agli uomini che hanno preteso
di raccontare la sua storia al posto suo, denunciando le fantasticherie
romanzesche proiettate su di lei secondo il trito schema per cui la donna è
l’immagine e l’uomo il depositario dell’immaginario. La sua vicenda, nelle sue
parole, non avrebbe nulla di sovrannaturale, ma sarebbe “solo” la storia di una
suffragetta fuggita dalle costrizioni vittoriane e divenuta una delle prime
laureate in medicina in Gran Bretagna – cosa che per gli uomini è già
“fantastica” abbastanza, commenta risentita. Ma non è tutto qui, perché Gray,
riprendendo la parola nel finale, lascia al lettore il dubbio se Victoria
(ovvero Bella) non abbia in realtà un motivo per voler nascondere le proprie
origini miracolose, a meno che lo stesso scetticismo di Gray non confermi ciò che
Victoria ha detto sugli uomini, e così ad infinitum.
L’eroina del romanzo diventa un’attivista politica
che, tramite le sue idee di sanità pubblica, per quanto estreme, tenta di
realizzare un’utopia emancipatrice; nel film, invece, perde ingenuamente tutti
i soldi dell’amante pensando di destinarli agli indigenti. Il punto sta che nel
romanzo, a differenza del film, Bella non si fa soltanto consapevole di
sofferenze e povertà, ma risale alle loro cause economiche e politiche. Anche
la rimozione di Glasgow come ambientazione, così importante nel libro per
stabilire il discorso su un tono estremamente caustico verso l’imperialismo
inglese, è funzionale all’appiattimento delle rivendicazioni politiche del
romanzo sulla fiaba sessuale tutto sommato rassicurante che è il film, senza
accenno alle denunce anticoloniali e anticapitaliste che costituiscono le pur
didascaliche tesi del romanzo.
Oltretutto, per dipingere Bella come una Candide,
vengono semplificati non solo l’intreccio e il suo personaggio, ma – ovviamente
– tutti gli uomini che le stanno intorno. Nel suo creatore non c’è più l’ombra
del Pigmalione satiresco immaginato da Gray e, allo stesso modo, il suo
promesso sposo è solo un “alleato della causa” mansueto e comprensivo, non il
fosco lettore dei romanzi che si perde in fantasie e neppure il plebeo di belle
speranze, che anche una volta ottenuto il prestigio non riesce a celare il
risentimento antiborghese. Nel film, l’amante libertino rapisce Bella per
gelosia, portandola sulla nave da crociera per allontanarla da altri uomini,
mentre nel romanzo è lei a trascinare lui in crociera per salvarlo dal tavolo
da gioco, come sarà lei, più tardi, a donargli generosamente i suoi soldi
perché ritorni a casa (nel film lui glieli strappa dalle mani). Per non parlare
di Blessington (Christopher Abbott), scialba caricatura del nobile malvagio
degna di un deteriore romanzetto d’appendice che ha poco a che vedere con il
personaggio corrispondente nel romanzo. Si dirà: legittime libertà creative per
il libero adattamento di una storia, e questo è indubbio. Ma sono operazioni
che tradiscono una volontà precisa di eliminare clamorosamente complicazioni e
ambiguità per fare una favola banale e manichea.
In molti, sia anche per la vicinanza temporale, hanno
evocato Barbie parlando di Poor Things: ebbene,
in Barbie, per quanto scriverlo sia paradossale, c’è molta più
complessità. Se in quest’ultimo molto si fonda sulla dialettica tra il
mondo reale e un mondo di finzione e le loro compenetrazioni, in Poor
Things (film) il world-building massimalista è tale
da farne un universo a sé, orgogliosamente altro dal nostro. Scegliendo il
registro del meraviglioso a scapito di quello del fantastico (inteso come
rottura del paradigma di realtà che provoca dubbio e inquietudine, come nel
romanzo) e riempiendo il mondo di Bella di animali chimerici, macchine
mirabolanti e un cielo dai colori iridescenti e ultraterreni, Lanthimos apre
allo stupore, non al mistero, che è ben altro.
La metafora presa alla lettera in Poor Things è
quella – piuttosto problematica di per sé, sia detto per inciso – del change
of mind, il cambio di mente ossia di mentalità compiuto da Bella per
emanciparsi, cosa che avviene tramite lo scambio di cervelli e che, nel
romanzo, la donna che si firma Victoria mette in ridicolo nella sua lettera.
Anche l’idea che basti fare tabula rasa della cultura e della
società per poter godere il sesso – come se esistesse un sesso assoluto al di
fuori della comprensione culturale – sembra ingenua, o quantomeno in
contraddizione con ciò che il regista aveva esplorato nei film precedenti.
Bella, che ignora la vergogna e il senso di colpa, vive una sessualità
infantile, libera e immediata, quasi l’infanzia fosse immacolata, priva di
complicazioni o mŷthos.
Certamente non lo era in Kynodontas, dove
la sessualità rientrava nell’orizzonte extramorale dei giochi dei fratelli,
adulti-bambini “idioti” a loro volta, al punto da non percepire
l’inammissibilità dell’incesto: mancandogli, nel sesso, le nozioni di norma e
tabù, sembravano però ignorare anche il desiderio. In Alps, il
sesso faceva parte della recita, una scena tra le tante da ripetere,
un’immagine mentale in cerca di simulacri sempre inadeguati. In Kinetta,
il regista dava ordini meticolosi persino alle sue amanti, nel quadro di una
squallida vita sessuale, come se cercasse di continuo di avvicinarsi,
simulandola, a una scena madre di cui conosciamo solo imitazioni. E Steven
Murphy si eccitava se sua moglie si fingeva una paziente in anestesia generale.
In Poor Things è lampante la semplificazione estrema, anche su
questo fronte, rispetto al percorso precedente.
Si badi bene: non è un brutto film.
La recitazione di Emma Stone, per esempio, è notevole. È però un film banale,
riduzionistico, ipercinematografico in tutti i sensi, frutto di un’operazione
industriale che, nella più ampia filmografia di Lanthimos, lascia
perplessi. Si potrebbe essere tentati di ipotizzare un filone
“essoterico”, adatto al grande pubblico, a cui fa da controcanto la linea
“esoterica”: quella, per restare in tempi recenti, di Bleat (2022),
cortometraggio, sempre con Emma Stone, ambientato sull’isola di Tino, nelle
Cicladi, che riporta l’enfasi sul senso originario greco (e dionisiaco) della
tragedia nel luttuoso “canto dei capri”. Per volontà del regista, è da vedersi
solo con musica orchestrale di accompagnamento dal vivo: è quindi
irriproducibile, non inquadrabile all’interno di logiche commerciali,
decisamente per pochi.
Due tendenze che si devono leggere anche chiamando in
causa gli sceneggiatori. I lavori esoterici (eccetto Kinetta) sono
quelli scritti a quattro mani col connazionale Efthymis Filippou. Basta
prendere un film da lui sceneggiato come Miserere (2018,
diretto da Babis Makridis) per accorgersi di quanto fondamentale sia stato il
suo apporto. Dall’altro lato, La favorita e Poor
Things sono stati scritti non da Lanthimos ma da Tony McNamara (con
Deborah Davis, nel primo). La favorita, dramma in costume su un
triangolo di intrighi e gelosie alla corte della regina Anna di Gran Bretagna,
segna l’ingresso nel mainstream e il passaggio dal perturbante
al bizzarro, dal mito greco all’eccentricità britannica, dal metacinema alla
cinematograficità estrema, dalla critica alla società dello spettacolo allo
spettacolo visionario. Di nuovo, niente affatto un brutto film, ma un film
irrimediabilmente altro rispetto alla linea qui descritta. Un
prodotto industriale.
Di Lanthimos è già stato annunciato il prossimo
film, Kinds of Kindness, sempre con Stone e Dafoe come interpreti
principali, ma con il ritorno alla sceneggiatura del sodale Filippou. Se la
recente consacrazione e l’acquisito successo internazionale vanificheranno la
tendenza esoterica, o se invece Lanthimos saprà intrecciare e magari confondere
e congiungere alchemicamente le due linee in un contrappunto degno del Bach che
tanto ama e utilizza, come ci sarebbe da aspettarsi da un auteur che
della trasgressione dei confini ha fatto il proprio tratto distintivo, è
questione per ora rimandata al futuro.
...Povere creature! ne aggiunge o consacra un'altra: la libertà. Una
dimensione rischiosa, sempre sfuggente, perché, nella scienza come
nell'esistenza, "è così finché non si trova un altro modo" e ancora e
ancora. Una trasformazione antropologica e sociale è dunque possibile? Una
reale libertà del femminile? O è solo una favola di fanta-scienza? Per
rispondere, il regista greco lancia la sua Eva in un viaggio senza tempo (non è
cambiato molto, nei secoli, in materia di relazioni uomo-donna), liberando contemporaneamente
un'energia visiva esplosiva, che frulla suggestioni pittoriche e organiche,
impressionismo ed espressionismo, esalta il racconto vittoriano dello scozzese
Alisdair Grey alla base del film, la fantasia interpretativa della Stone e il
lavoro immaginifico di scenografi e costumisti.
Più simile al Candido voltairiano che
al mostro di Frankenstein, la creatura di Yorgos Lanthimos fa esperienza
dell'abbondanza cromatica del mondo e della scarsità di empatia dei suoi
abitanti, passando in rassegna un campionario maschile tragicomico (il buono,
il geloso, il padre, il cinico, il crudele) che ha in comune la tendenza a
volerla rinchiudere nel proprio universo, con la scusa di offrirle protezione.
E si ride, con Povere creature!, della comicità più acuta: quella
che non nasconde il suo lato oscuro.
…Dunque niente di nuovo sul fronte occidentale, e ora, con Povere creature, siamo a Sofocle passando
per il teatro dell’assurdo e Mary Shelley ma finendo a piè pari nel Grand Guignol.
Dispiace dirlo, ma il confronto a ritroso con La favorita, Il sacrificio del cervo sacro Alps e Kynodontas è perdente, povere creature siamo noi
spettatori che, per due ore e venti, ce lo sorbiamo in silenzio, non essendo
possibile sfondare la tela del cinema e dire basta.
Con tutto il rispetto per chi lo ha apprezzato diciamo no.
Abbiamo fatto emergere questioni radicate nella cultura
occidentale fin dalle sue origini.
Infatti, con la differenza che gli scienziati pazzi sono
arrivati dopo, almeno dagli alchimisti, Cagliostro e compagnia, e di
esperimenti chirurgici nei teatri anatomici ne abbiamo visti che basta e
applicarci un tema come quello della liberazione della donna suona falso come
una moneta falsa…
Libera dai pregiudizi del suo tempo, ma prigioniera di altri
stereotipi, Bella tenta goffamente di difendere un'inesistente emancipazione.
O millantata uguaglianza/ parità di genere.
Purtroppo
l'emancipazione non passa attraverso un bordello parigino, dove una donna può
scopare dalla mattina alla sera.
Forse la protagonista
si sarebbe evoluta meglio alla Sorbonne, imparando le lingue o con un corso di fisica
quantistica.
Ma questo se mi trapianti il cervello di un feto,
presumibilmente maschio, cioè grande 5 cm, forse non è contemplato dall'uomo
che che lo fa! O forse lei impara le prerogative primarie di un uomo medio:
calcio, calcio, calcio; al mattino sesso, sesso, sesso al pomeriggio.
Il
film seppur visionario, spiazzante come è sempre Lanthimos, ricco di fotografia
iridescente e luoghi iconici, in questo caso delude.
Purtroppo
per noi e lui, l'emancipazione di una donna non coincide con lo sfruttamento
del suo corpo!!!
E
ormai siamo anche stanchi di ribadirlo.
L'energia
femminile, potente, creativa che dona la vita, ridotta al solo corpo, un mezzo,
la priva degli intenti fenomenali per cui è progettata e concepita.
Ed
è cosa, nel 2024, fuori moda, obsoleta e anti evoluzionista…
Mi avvicino
sempre con circospezione e anche con un po' di timore ai film
di Yorgos Lanthimos, al quale ho sempre riconosciuto la capacità di
"osare" ma non sempre quella di fermarsi al momento giusto, ovvero un
attimo prima di oltrepassare i limiti del buon gusto (cosa che in verità,
almeno per il sottoscritto, è accaduta solo una volta con Il sacrificio
del cervo sacro). Questa volta però c'è solo da applaudire, commuoversi e
emozionarsi, specie se si ha avuto la fortuna di vedere Povere
Creature! nel contesto della Mostra di Venezia, dove ha vinto il Leone
d'oro a furor di popolo: presentato appena il terzo giorno del festival, quindi
con ancora quasi tutta la rassegna davanti, è entrato fin da subito nel cuore
di pubblico e critica tanto da pronosticarlo sicuro vincitore quasi "al
buio".
Questo perchè Povere Creature! è una bellissima, rutilante,
liberatoria favola dark per adulti, che attraverso la storia
di Bella Baxter, giovane donna e novella Frankenstein,
passata dalla morte alla rinascita grazie alla lucida follia di uno scienziato
ripudiato dalla società (e che si fa chiamare "God", cioè
Creatore), ci regala una pellicola sorprendentemente vitale, femminista e
progressista. Sorprendente perchè, a dirla tutta,
finora Lanthimos nel corso della sua carriera non ci era mai sembrato
granchè disposto nei riguardi dell'altro sesso: nei suoi film la donna assumeva
sempre (finora) le sembianze di puro oggetto carnale (come in Dogtooth, ma
anche in The Lobster) oppure di spietata opportunista (come
ne La Favorita). Invece in Povere Creature! il ruolo
di Bella assurge a simbolo di emancipazione e liberazione (non
solo sessuale ma anche patriarcale), quasi un'icona di autodeterminazione e
risolutezza. E certo fa specie che nell'anno di Barbie e C'è
ancora domani il film più femminista e inclusivo dell'anno lo abbia
diretto un uomo, per giunta "insospettabile"...
…Se in “Barbie” la
regista ha reso esplicito il tema del patriarcato e della condizione della
donna, nel film di Lanthimos si giunge a trattare gli stessi
argomenti senza mai nominare la parola “patriarcato” avendone comunque la
presenza, in varie forme, in diverse scene. Si tratta di uomini che Bella
incontra e che, in qualche modo, cercano di ingabbiarla in convenzioni, tradizioni,
persino come oggetto da custodire sotto chiave.
Bella si
ribella a tutto ciò scoprendo e riscoprendo i veri affetti, le relazioni che
aggiungono valore e utilità alla sua vita. Vita che, da povera di cose, diventa
ricca di esperienze senza alcun limite come dovrebbe essere per ogni persona.
La regia di Lanthimos è ottima e fa uso
di inquadrature particolari, grandangolari, stroboscopiche e distorte proprio
come il regista ha abituato i suoi numerosi estimatori. La sceneggiatura è
solida, con battute e dialoghi frizzanti. L’interpretazione di Emma
Stone è sensazionale e offre tutti i livelli di crescita del
personaggio. Anche il cast si comporta molto bene soprattutto
l’ìstrionico Willem Dafoe.
Pobres Criaturas es un derroche de fantasía y
provocación. Su director, Yorgos Lanthimos, deja patente su enorme talento y su
genialidad, desmontando los estereotipos de la mujer. Brillante el trabajo de
Emma Stone, quien interpreta un complejo personaje, Bella Baxter, resultando
totalmente magistral. Las escenas de sexo son tan naturales, e incluso
ingenuas, que para nada escandalizan, más bien al contrario, divierten y
enternecen.
“Decepción”
es la palabra que mejor define a una película correcta y no mucho más
como Pobres Criaturas (Poor Things, 2023), la
flamante propuesta del cineasta griego Yorgos Lanthimos, uno de los pocos
directores originales, inconformistas y/ o con algo para decir del
insistentemente mediocre Siglo XXI. El film, el cuarto en inglés del señor
luego del drama de horror El Sacrificio del Ciervo Sagrado (The
Killing of a Sacred Deer, 2017) y aquellas comedias Langosta (The
Lobster, 2015) y La Favorita (The Favourite,
2018), la primera de impronta absurda y la segunda palaciega/ de época, un trío
en verdad magistral, se ubica en una hipotética zona cualitativa intermedia
entre por un lado las dos películas minimalistas con las que se hizo famoso en
el ámbito cinematográfico internacional de los festivales, Canino (Kynodontas,
2009) y Alpes (Alpeis, 2011), díptico interesante
que por cierto inauguró la mejor versión de su fetiche temático para con mundos
claustrofóbicos ficticios en función de los cuales los protagonistas de turno
pretenden salir o entrar, y por el otro lado las faenas iniciáticas también correspondientes
a su período profesional griego, Mi Mejor Amigo (O
Kalyteros mou Filos, 2001) y Kinetta (2005), obras
fallidas y muy poco vistas -la primera de ellas codirigida por el también
protagonista Lakis Lazopoulos- que asimismo plantaron las semillas de las otras
obsesiones de siempre del cineasta, sobre todo el surrealismo, la
experimentación formal, el sexo delirante, la traición, los problemas
identitarios, el mimetismo, el enclave hogareño como sede de batallas y ese
gustito por lo macabro o lúgubre retratado desde una perspectiva arty que jamás
se decide del todo entre la frialdad quirúrgica y la calidez del sarcasmo o la
sátira. Pobres Criaturas retoma todas estas premisas y
recursos pero sin lograr articularlas como en el pasado en un relato en verdad
glorioso y dejándolas flotar en un vacío que se vuelve bastante mecánico y que
sólo llamará la atención del espectador conservador y muy poco formado del
nuevo milenio, ese que se sorprende con cualquier mínima anomalía y cae en un
éxtasis digno de un mocoso…
uno di quei film senza effetti speciali, quasi cronaca, racconta una storia mai finita, di un'impresa assassina e degli sforzi di resisterle, grazie a un avvocato informato dei fatti e incazzato. è inquietante come gli stati rinunciano ai loro poteri di controllo, le imprese si autovalutano, e quando qualcosa non va basta aumentare le soglie di tolleranza. che crepi la gente, quello che conta sono i profitti e i dividendi degli azionisti, prima regola del business, il resto non conta o si può comprare. e che dire dell' equazione, più lavoro, più malattie, un ricatto al quale è difficile resistere, in tutto il mondo. a un certo punto dice Mark Ruffalo, lo straordinario attore che interpreta l'avvocato, che non ci si può fidare di nessuno, imprese, giustizia, governo, sono loro il nemico dei cittadini. il film non annoia un secondo, ed è un esempio di cinema civile di ottimo livello. e se pensi che quella storia non riguarda la tua vita, dai uno sguardo qui. buona (imperdibile) visione - Ismaele
…Mark Ruffalo brilla nel ruolo di protagonista,
interpretando non un eroe senza macchia, ma un uomo che decide contro ogni buon
senso di perseguire una battaglia agli occhi dei più impossibile, ma
necessaria. Vediamo, nel corso dei due decenni che costituiscono il tempo del
racconto, la sua discesa nel baratro dell'indifferenza generale rispetto a una
causa che invece riguarda tutti (il film ci informa che il 98% degli esseri
umani presenta tracce di teflon nel sangue). Vediamo la sua salute fisica e
mentale vacillare in contrasto con la sua incrollabile determinazione.
Non è certo un
film rassicurante, la tensione che fin dalle prime inquadrature permea il
racconto non viene mai allentata e la pellicola, così come la vicenda
giudiziaria ancora in corso, non finisce, rimanendo semplicemente in sospeso,
in quel limbo di incertezza e pericolo. Il talento davanti e dietro la macchina
da presa è innegabile, dando valore aggiunto ad un'opera che in altre mani
avrebbe potuto risultare generica e noiosa, ma che invece cattura l'attenzione
e trattiene lo spettatore dall'inizio alla fine.
Cattive Acque è un legal thriller, ma anche un
film di denuncia, un’occasione per trasmettere alle persone il peso della
minaccia alla salute pubblica, che questa minaccia è reale e come essa sia
messa in atto. Cattive Acque è
costruito su una serie di complessità stratificate per cui sembra quasi
impossibile che possa sostenere il peso dell’enorme mole di informazioni
tecniche, legali, sulla salute ambientale, a descrivere il processo che un caso
legale subisce, la sua costruzione, la ricerca, il percorso a livello federale
e statale fondendo il tutto con la storia personale di un uomo “normale”, le
cui idee vengono completamente ribaltate dalle sue scoperte, e che si trova ad
affrontare rischi psichici, emotivi e quasi mortali per portare avanti la sua
ricerca per la verità.
Perché non guardare Cattive Acque
E’ una
storia altamente intricata e angosciante, raccontata senza troppi fronzoli e
giri di parole, che non può essere vista senza una buona dose di
concentrazione. Le tematiche trattate sono sconvolgenti perciò chi non è
disposto ad ascoltare o ha paura della riflessione derivante da ciò che Cattive Acque denuncia, non ha davanti il film
giusto.
…Ci vuole coraggio a sfidare il Potere e i Potenti, ma
non solo. Non si tratta di andare in contro alla paura, quanto piuttosto di
tollerare le conseguenze psicologiche di una tale azione. Bilott lentamente si
consuma, perde ogni certezza, si sente solo e viene definito persino pazzo,
perde l’affetto delle persone a lui più care. È quindi sufficiente avere solo
coraggio? Ci vuole molto di più. C’è bisogno – paradossalmente – di un senso di
incoscienza. È la salute mentale, oltre quella fisica, che viene meno.
Cattive
Acque smuove
le coscienze e invita a riflettere sul fatto che ci sono volte in cui bisogna sapersi
difendere da soli, rischiando persino di guardare in faccia la morte. La
pellicola è mesta, ma potente ed impegnata. Non basta neanche impegnarsi per
diciannove anni per ottenere giustizia: non si smette mai di combattere. Bilott
sta ancora lottando. C’è un desiderio irrefrenabile di verità, lo stesso che
aveva mosso i cronisti del Washington Post in “Tutti gli uomini del
presidente”: abbiamo bisogno che vengano raccontate queste storie, e
ne avremo sempre bisogno…
…Ciò che rende questo un film di Haynes, oltre alla
fotografia del suo fidato e geniale collaboratore Ed Lachman, è qualcosa di
intangibile e misterioso. Ai fan dell’autore verrà di sicuro in mente Safe,
il classico indie del 1995 con Julianne Moore nei panni di una moglie e madre
convinta di essere contaminata da un’ignota sostanza nell’ambiente. Quella
sensazione di terrore pervade anche questo film, e lo rende un’opera spaventosa
e senza tempo, lontana dallo stile di un docudrama. Nell’era di Trump, quando
gli abusi delle aziende sono stati dimenticati in nome del profitto, siamo tutti
allarmati dal prossimo attacco al nostro già fragile clima. Bilott ha agito per
fermare tutto: noi che cosa stiamo facendo?
…Probabilmente il nome DuPont vi dirà poco e niente (al
massimo vi ricorderà il film Foxcatcher, che però
non ha legami con questa storia), non esistono sul mercato globale prodotti che
si rifacciano in modo diretto a questa precisa compagnia, eppure una delle loro
innovazioni si trova quasi certamente nelle case di ognuno di noi: parliamo del Teflon. È il nome
abbreviato per descrivere il politetrafluoroetilene, un polimero miracoloso che
repelle l'acqua e non solo, diventato essenziale negli ultimi decenni
soprattutto in un determinato settore: quello
delle padelle antiaderenti da cucina. Un elemento prodotto per la prima
volta dalla DuPont per servire l'esercito americano intento a costruire la
bomba atomica, tanto per capire le potenzialità del Teflon. Peccato che la stessa azienda abbia per anni
insabbiato la pericolosità dei materiali di scarto prodotti dal polimero in
questione, inquinando corsi d'acqua e terreni, in maniera simile a come la
criminalità organizzata ha fatto nel nostro Paese ma in maniera più
subdola, senza infrangere leggi o regole precise.
A determinare infatti il grado di pericolosità degli elementi rilasciati in
natura è stata la stessa DuPont per decenni, tutto questo però lo scoprirete in
dettaglio guardando Cattive Acque al cinema, un film girato con stile che vanta un valore
aggiunto non da poco: un
Mark Ruffalo eccezionale…
…Cattive acque è
un film importante, fortemente attuale e che ci riguarda tutti. Alla fine del
film, alcune scritte in sovrimpressione ci ricordano che più del 90% della
popolazione mondiale ha nel proprio sangue tracce di PFOA; come qualunque altra questione
ambientale, anche l’inquinamento delle industrie chimiche è un problema
globale, che tocca ciascuno di noi. Un’ulteriore riflessione, solo
apparentemente ovvia, in un film che fa pensare, fa arrabbiare e lascia una
sensazione di inquietudine sul finale.
La DuPont ha
pagato per i propri errori; ci rendiamo però bene conto che il colosso della
chimica ha scontato una pena molto inferiore ai danni inflitti. Considerando le
conseguenze del comportamento criminale dell’azienda, durato per decenni,
sentiamo che giustizia è stata fatta, ma ad un costo umano altissimo. Cattive acque è, oltre alla ricostruzione fedele
di un caso giudiziario, il racconto
crudo di come le persone possano soffrire a causa dell’acqua che bevono e
dell’aria che respirano. Questi pericoli sono spaventosamente ordinari e
il film di Todd Haynes ci ricorda che dobbiamo affrontarli tutti,
quotidianamente, inevitabilmente.
…“Sembrava la cosa giusta da fare!”. Sentendo le parole
pronunciate con timida umiltà dal vero Billiott durante un’intervista, pare
proprio che anche il buon Todd Haynes abbia pensato a qualcosa di tremendamente
simile prima di battere il primo ciak di Cattive acque,
sentendo tutta l’urgenza di un autore ormai maturo nel dover, in un modo o
nell’altro, fare i conti con la dura realtà dei propri tempi, dove non importa
a nessuno se qualche molecola di PFAS in più viene allegramente assorbita dal
nostro organismo durante un bel bagnetto o una rinfrescante bevuta;
l’importante è avere sempre a disposizione le nostre brave pentoline
antiaderenti. Magari prodotte da gentaglia che se ne infischia allegramente di
gettare i propri rifiuti nello scarico del cesso. Per narrare tutto ciò al
meglio delle proprie capacità, il buon Haynes capisce bene di doversi mettere
totalmente in disparte, chiedendo al fido Edward Lachman di bagnare la propria
calorosa fotografia nel ghiaccio secco, per sputar fuori un dolente dramma
giudiziario a fosche tinte, nel quale la consueta gabbia narrativa del genere
formata da completi gessati, investigazioni sul filo del rasoio, quintali di
ciclostili e battaglie all’ultimo sangue fra i bachi degli imputati si
trasforma in un incalzante e disturbatissimo tour de force legale.
Una gimkana quasi kafkiana al termine della quale l’amaro rimasto in bocca
dalla tremenda consapevolezza acquisita risulta ben più abbondante delle misere
soddisfazioni ottenute dalle povere vittime del caso. D’altronde si sa: questa
è la vita, e la vita, cari amici, è ben diversa da qualunque film, bello o
brutto che sia.
…Il recentissimo Cattive acque (2019),
ispirandosi all’articolo del New York Times Magazine del 2016 The
LawyerWho Became DuPont’s Worst Nightmare di Nathaniel
Rich, racconta la storia vera di Robert Bilott, avvocato societario
specializzatosi nella difesa di aziende chimiche, al quale nel 1998 un
agricoltore di Parkersburg, in West Virginia, chiede di indagare sul nesso tra
la presenza di un impianto dell’azienda chimica DuPont nei pressi della sua
fattoria e i tumori e le malformazioni che affliggono le sue
mucche. Bilott scopre che da decenni la DuPont smaltisce indisturbata nei
corsi d’acqua della zona grandi quantità di acido perfluoroottanoico, mettendo
a rischio la salute e la vita della popolazione locale e, commercializzando
altrettanto indisturbata il teflon, anche quella della popolazione globale. Qui
si innesca una vera e propria lotta tra Davide, sempre più solo in un mondo che
non capisce il senso delle sue azioni, e Golia, il moloch industriale che ha a
disposizione conoscenze e ricchezze sufficienti a ostacolare le indagini
dell’avvocato per decenni. Rinunciando al glamour e all’estetica del melodramma
cui ci ha abituato per vent’anni, ma senza indulgere agli stereotipi del cinema
sulle class action stile Erin Brockovich – Forte come
la verità (2000) di Steven Soderbergh, Haynes scava senza reticenze
nel sogno di giustizia di Bilott. Ce ne mostra le resistenze, poi la
caparbietà, poi i rischi. Soprattutto ci mostra le sofferenze cui quel sogno,
che pian piano diventa totalizzante ed esclusivo, condanna l’avvocato sul
versante familiare e poi più in generale psicologico. Mark Ruffalo dà
un’interpretazione magistrale di un everyman che scopre dentro
di sé un eroe e paga un pesantissimo scotto per la hybris di
dare corso al suo sogno eroico. Anne Hathaway e Tim Robbins sono altrettanto
intensi nel dare corpo alla moglie e al titolare dell’avvocato, prima
giudicanti, diffidenti e delusi, poi finalmente consapevoli della grandezza e
del sacrificio di Bilott. Il risultato è un film livido, a tratti angoscioso,
che rievoca le atmosfere del cinema americano della paranoia degli anni
Settanta e ci fa presagire l’enormità e la pervasività degli ingranaggi di
potere e interesse che sorreggono il mondo in cui viviamo.
…Si
fa un torto a liquidare Cattive
acque come “divulgativo”, come si trattasse una docufction di
Real Time. Non è scoprire qualcosa che importa ad Haynes, ma
l'imparare a relazionarsi con questo senso del dovere. Come nel The Post di Spielberg,
scegliere cosa fare, e se fare, e perché. Ne varrà la pena? Se lo chiede spesso
Bilott, un Ruffalo mostruoso, in sottrazione, capelli col riporto e vocetta
tremante, imbarcatosi in una battaglia legale che lo porterà sull'orlo del
fallimento professionale e privato; nel mentre, attorno a lui, i peccati
originali della società dei consumi sfigurano facce, denti e corpi di un
Midwest ridotto a scenario da Resident Evil. Il film è un veicolo
per lui, e i grandi volti di contorno fanno da spalla (ci sono Tim
Robbins, Bill Pullman e Bill Camp con
accenti hillbilly, una Anne Hathaway castigata
nel ruolo ingrato di moglie-supporto). Lo script li riunisce attorno alla
crociata del protagonista, e va come un treno verso il non-climax finale, tra
vita vissuta e sana indignazione. Come un piccolo Chernobylad
ampio raggio (moltissimo in comune), ancora un americanissimo
racconto sulle resistenze morali e personali contro un sistema negazionista;
stavolta senza premi, ma sempre formalmente ineccepibile.
…Nello specifico, Cattive acque ricostruisce
come la crociata individuale di un avvocato abbia messo alla luce il fatto che,
per decenni, la DuPont ha consciamente avvelenato i cittadini di Parkersburg,
in West Virginia. Ad oggi, Bilott sta continuando a rappresentare con successo,
una a una, le vittime di quello scempio. Ma è la stessa storia degli Stackler di Purdue Pharma, che hanno creato milioni
di tossicodipendenti mentre si arricchivano con il fentanyl; o di Adam Bowen e
James Monsses, gli imprenditori di Juul Labs, inventori delle sigarette
elettroniche al mentolo che adesso stanno bandendo ovunque perché dannose come
il tabacco.
È LA
STORIA di abusi del capitalismo che non sono più «scandali»
isolati ma cose di tutti giorni. Il che rende il film di Haynes un horror
autentico, allo stesso tempo necessario e disperante.