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sabato 4 aprile 2026

Crime 101 - La strada del crimine - Bart Layton

il solito balletto fra il ladro gentiluomo e il suo cacciatore, un poliziotto testardo e capace e sopratutto onesto (il sempre bravissimo Mark Ruffalo).

il gioco del gatto e del topo, con le varianti necessarie per non annoiare.

insomma un'americanata, ma ben fatta.

buona (Mark Ruffalo) visione - Ismaele


  

Il film funziona, alternando tensione ed action ad una arguta esplorazione del cinico mondo del lavoro, che vede complottare biechi assicuratori affermati, nel promettere in malafede ad una brillante dipendente come la Sharon della vicenda, la promozione a socio, salvo poi metterla da parte non appena subentra una brillante venticinquenne disposta a soffiarle i risultati concreti maturati lungo anni di lavoro indefesso al servizio diligente di una compagine sociale senza scrupoli né cuore.

da qui

 

…imitare pienamente i maestri è impossibile. Semmai si possono citare, evocare, come in effetti Layton fa a partire forse proprio dal modo in cui riprende il Mike di Chris Hemsworth, spesso di tre quarti o di profilo, mentre è in silenzio, quasi fosse un parente lontano del Nick Hathaway di Blackhat. Ma poi c’è l’approccio tutto “manniano” di raccontare le rapine ma addirittura il modo in cui certe stanze delle innumerevoli case mostrate nel film, quelle che danno sul mare, ricordano appartamenti simili visti tra Heat e Manhunter. Si tratta, però, ovviamente, di copie di copie, pallide imitazioni. Imitare davvero i maestri è forse impossibile, si diceva. Più interessante è allora raccontare quel fallimento, soffermarsi, ancora meglio, su cosa rimane di un mondo quando il suo custode è lontano e la sua fiamma si è spenta.

Ecco in questo senso Crime 101 è un film a suo modo disperato, diretto con attenzione e mano ferma da Layton ma sempre con l’acqua alla gola come i suoi personaggi, bloccato in una Los Angeles ostinatamente periferica, incastrato in spazi abbandonati, quasi liminali, in case dalle stanze tutte uguali, anonime, set di un film finito tempo prima (di Michael Mann?), in silenziosi garage in penombra. E sullo sfondo, il caos, il disordine, ciò che riemerge dopo che uno sguardo rigoroso è sparito dall’equazione, come un virus che intacca gradualmente uno spazio altrimenti perfetto.

da qui

 

Barry Keoghan, nel ruolo del violento e imprevedibile Ormon, a introdurre nel racconto una quota d’instabilità necessaria: laddove gli altri personaggi si muovono secondo traiettorie relativamente leggibili, la sua presenza rompe l’equilibrio, generando una tensione che impedisce al film di adagiarsi nella linearità del genere. Keoghan agisce come un corpo estraneo che incrina l’eleganza dell’impianto: è il punto in cui la seduzione del colpo – quella patina scintillante, quasi ludica del crime classico – s’incrina sotto una forza più ruvida, meno controllabile, più vicina al caos di una città che non perdona. Sul piano formale, Layton costruisce un universo visivo dominato da una Los Angeles notturna e periferica, fatta di parcheggi vuoti, insegne luminose, spazi di transito e margine. La città non è semplice sfondo ma organismo che modella i personaggi: ritratto “regionale” della criminalità e dei suoi rituali, geografia morale prima che cartolina. La fotografia di Erik Wilson lavora sulle superfici luminose delle automobili, sui riflessi rossi dei fanali, su una sensualità visiva che guarda alla grande tradizione del crime urbano e alla sua capacità di rendere il metallo, il vetro, il neon non oggetti ma stati d’animo. Il film, in questo senso, aspira a essere anche un “LA movie”: non soltanto perché ambientato nella città, ma perché ne assume la stratificazione come destino – alta società e sottosuolo, promessa e rovina, aspirazione e compromesso. Il montaggio di Julian Hart e Jacob Secher Schulsinger contribuisce a creare una struttura ritmica che alterna progressione e sospensione, movimento e attesa. La narrazione attraversa una fase centrale apparentemente dispersiva – soprattutto nelle linee sentimentali e nella sottotrama della corruzione istituzionale – che in realtà funziona come spazio di respirazione psicologica prima della ricompattazione finale. È un film che, pur assumendo una forma convenzionale, si affida a una costruzione lenta e strategica della tensione: non punta a sorprendere a ogni svolta, ma a far sentire allo spettatore che ogni scena è un piccolo test morale, una micro-decisione che modifica il profilo dei personaggi. E quando il film giunge al climax, l’effetto è quello di un ritorno alla concentrazione originaria, come se tutte le traiettorie convergessero in un punto d’inevitabilità…

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giovedì 13 marzo 2025

Mickey 17 - Bong Joon-ho

quando un regista non Usa va a girare negli Usa quasi sempre viene "addomesticato" dai produttori,

nel caso di Bong Joon-ho il produttore (Warner Bros) non è riuscito a imporsi sul regista (lo si spiega qui), che ha girato un altro filmone cinque anni dopo Parasite.

Mickey 17 è un film di fantascienza, ma non solo, è un film politico (qui lo spiega il regista), come in Snowpiercer un gruppo di varia umanità è costretto a vivere insieme.

un comandante/dittatore (Mark Ruffalo), che assomiglia in certe pose a Mussolini, insieme alla moglie (Toni Collette), che forse è quella che ha i pantaloni, governano senza pietà l'astronave che arriva sul pianeta ghiacciato.

Mickey 17 (interpretato da uno straordinario Robert Pattinson, che riesce anche a raddoppiarsi) è uno schiavo per debiti costretto a morire e a rinascere senza fine, potenza della dannata tecnologia.

in poco più di due ore si riesce a vedere un film pieno di grandi cose, film politico, d'avventura, animalista, fantascientifico, d'amore, ricco di avventure, sarebbe un peccato mortale non andare al cinema a godere di uno dei film più belli dell'anno. 

buona (straordinaria) visione - Ismaele 




 

Quando un regista ha successo, il mondo sembra aspettare con ansia la sua caduta, l’opera “non all’altezza”. Bong Joon-ho ci serve su un piatto d’argento, con gusto anarchico, la “grande delusione”: un film-caos che è simultaneamente omaggio a Nausicaa di Miyazaki, cinema slapstick che guarda al muto, viaggio avventuroso dell'(anti)eroe, metafora sci-fi alla Verhoeven, il tutto rielaborato in uno stile personale e riconoscibile. Per quanto mi riguarda ho amato molto Mickey 17. Vi ritrovo un autore innamorato del cinema e fedele a se stesso e alle proprie ossessioni (la lotta di classe, la rapacità che dilania l’animo umano, la struggente debolezza degli ultimi, l’ambientalismo). E come dimenticare l’assoluta indifferenza che circonda Mickey e le sue “insignificanti” morti? Il tono ludico cela immagini nerissime, una riflessione sulla natura del potere e sulla spettacolarizzazione della morte.
Ma c’è anche lo smagliante piacere visivo, quell’occhio formidabile per la dissezione degli spazi e la stratificazione dell’inquadratura. A mio parere un film imperfetto e meraviglioso, fieramente “multiplo e sacrificabile” come il suo protagonista.

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Bong è più interessato a rompere il sistema che ad ammirarlo in funzione, e i suoi temi abituali di ambientalismo, bene comune e ribellione di fronte alle ingiustizie richiedono esplosività sovversiva.

La capacità del regista di creare momenti di cinema, complici gli impeccabili valori produttivi degli effetti speciali e della fotografia di Darius Khondji, continua ad avere pochi eguali. Lo stesso può dirsi del suo gusto peculiare a livello di tono, sospeso tra il grottesco, la commedia e il drammatico in quella che è ormai una sorta di firma personale: mai troppo assurdo da minare il pathos, né pienamente addentro al linguaggio convenzionale del genere sci-fi declinato all'hollywoodiana.
Il problema casomai è Bong stesso e il suo universo già esistente, così ricco e vivido, che dopo Snowpiercer è sempre sembrato un po' asfittico al di fuori del fenomeno Parasite. Chissà che la strada giusta non sia quella di un ritorno sulla Terra per uno dei registi sinonimi con l'epoca dorata del cinema coreano.

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Mickey 17 non scombinerà nessuna classifica di preferenza nella filmografia del nostro e magari i fan più incalliti potranno rimpiangere quando Bong picchiava più duro, ma il suo discorso, il suo riuscire a parlare degli ultimi, dei reietti, prendendo in giro il potere (fattosi tristemente realistico dopo le riprese) con toni sì caricaturali, forse di grana grossa, ma espliciti nei riferimenti, è qualcosa che ci meritiamo anche dall'arte più popolare a cui questo film fieramente appartiene, con tutti i se e i ma del caso. Arte popolare poi realizzata al proprio meglio, perché regia e montaggio rimangono sempre di altissimo livello.

Soprattutto, è la prova definitiva di quanto Pattinson sia un bravo attore.

Non gli è bastato The rover (o High life, per stare nel genere) per farvi dimenticare Twilight. Lontano però da robe come The Batman ha la possibilità di destreggiarsi nella commedia brillante che ancora gli mancava, riuscendo a padroneggiare molteplici registri in un film dove farla fuori dal vaso era un attimo.

Se proprio vogliamo, il vero vincitore è lui.

Oltre che il buon cinema, ovviamente. Riuscirci a queste condizioni era un'ulteriore difficoltà.

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Bong è noto per lasciare ampio margine di libertà ai suoi attori, e questo è particolarmente evidente con Ruffalo, che sembra imitare il tono rauco di Trump, e con Collette, che invece riesce a dosare meglio la sua espressività (in altre parole, non arriva agli eccessi di Swinton in Snowpiercer). Forse le interpretazioni in Parasite o Mother sembrano più contenute e impassibili semplicemente perché non parlo la lingua in cui sono recitate. Ma è anche vero che molti dei film non hollywoodiani di Bong si concentrano su dinamiche familiari: The Host e Parasite mostrano famiglie in crisi che si uniscono e si distruggono, mentre Mother racconta la storia di una donna che cerca di scagionare il figlio mentalmente disabile da un’accusa di omicidio. Esiste già un legame emotivo di base su cui il film può costruire e approfondire.

Da americano poco raffinato, la differenza tra questi film e le sue opere in lingua inglese mi ricorda un po’ le attuali stagioni de I Simpson rispetto agli episodi migliori dei primi dieci anni: è sempre lo stesso show, ma lo sforzo e le cuciture sono più visibili. Il più fantascientifico Mickey 17, come Okja e Snowpiercer, ha molte più spiegazioni da fornire prima ancora di poter cominciare davvero, e poi si muove freneticamente tra personaggi che cercano di uccidersi a vicenda. Probabilmente è inevitabile per film che si confrontano più direttamente con la cultura americana; il fatto che Mickey 17 non abbia abbastanza tempo per sviluppare a fondo tutte le sue relazioni (nonostante i suoi 137 minuti, più lunghi della media) perché è troppo occupato a lavorare, potrebbe essere proprio il punto centrale. Se non lo è, beh, di certo calza a pennello. Mickey 17 potrà anche essere un caos, ma non sembra mai una resa.

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Come il suo protagonista, il film stesso è scisso, un blockbuster con meno azione del solito, un film d’autore più didascalico del previsto, un film d’azione caratterizzato da un tono mesto, malinconico e ridicolo. È la complessità, questa, di un autore con la capacità (rara) di lavorare dentro e fuori i generi, rimodellando i confini a suo uso e consumo, riuscendo a far emergere anche in una pantomima fantascientifica un’umanità inaspettata. La sfida della satira ormai è riuscire a interpretare la realtà superandola, perché è la realtà ad aver scavallato il muro dell’impensabile, quasi impossibile inventarsi politici più ridicoli dei nostri, dittatori più avventati di quelli in carica.

Mickey 17 sembra volerci suggerire un antidoto all’alienazione dell’individuo postmoderno, immerso in un flusso incessante di avatar e identità digitali, che riducono l’essere umano a un’involontaria proiezione di se stesso. In un mondo dove le connessioni si fanno sempre più superficiali e liquide, l’incontro tra le due versioni di Mickey appare come un disperato tentativo di ricostruire una forma di autenticità, sottratta alla frammentazione dell’io nell’infinito riflesso delle realtà virtuali. Perché alla fine, gli alieni siamo noi.

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lunedì 29 gennaio 2024

Poor Things (Povere creature) - Yorgos Lanthimos

la storia è semplice, forse troppo.

uno scienziato, Godwin (interpretato da Willem Dafoe), crea la donna nuova, Bella (interpretata da Emma Stone), corpo da adulta, cervello di bambino, come Candido (di Voltaire) scopre il mondo con la sua ingenuità, decisa a ottenere tanto piacere (perché farsi del male?)

e la donna nuova parte con lo spasimante Duncan (interpretato da Mark Ruffalo) alla conquista del mondo, o almeno alla conquista di una vita degna di essere vissuta.

lei è una macchina da sesso per gli uomini, lavora anche in un bordello, quasi tutti gli uomini sono dei deficienti e delle merde, quasi tutte le donne sono persone in gamba, in una storia semplice semplice.

la magia di Lanthimos è quella di fare un film che sembra un manifesto del positivismo, una storia di non amore, con sfondi e scene che sembrano uscire da un cartone animato, o qualcosa di simile, ne esce un film lungo e denso di avvenimenti, con Emma Stone (bravissima) sempre al centro della scena, ingenua,  compassionevole, e poi vendicativa, diventa una persona normale.

in fondo abbiamo visto una storia che è fiaba, ma di quelle con molti fuochi d'artificio, Bella vince sempre, tutti si arrendono a lei.

se non fosse per le scene di sesso, sarebbe un film per bambini, senza troppe complicazioni.

buona (e Bella) visione - Ismaele



...Torniamo così a Poor Things. Che è l’adattamento – o meglio la semplificazione – sul grande schermo dell’omonimo romanzo dello scozzese Alasdair Gray del 1992. L’originale è costruito sull’espediente canonico del manuscrit trouvé, alimentato e ulteriormente complicato, con gusto postmoderno, da un palinsesto di punti di vista intrecciati che si contraddicono l’un l’altro in una sorta di elevazione a potenza del meccanismo del narratore inaffidabile. 

Così, il resoconto di Wedderburn viene corretto dal diario di Bella Baxter, riportato però all’interno del racconto di McCandless, che è infine smentito dalla lettera di sua moglie Bella/Victoria. E tutto questo si regge sulla mise en abyme della ricostruzione storica da parte dell’autore Alasdair Gray (o meglio il suo alter ego), il quale, nella cornice metanarrativa, ritiene veritiera la versione fantastica di McCandless a scapito di quella realistica di Bella/Victoria, pur specificando, in apertura, che un suo amico, il “vero” artefice del ritrovamento dei “documenti” trascritti, nega la sua veridicità. L’architettura a scatole cinesi del palinsesto è l’unico vero pregio di un romanzo che troppo spesso si arrabatta per dimostrare le sue tesi politiche. 

Ma di quest’architettura nel film non c’è traccia. La sceneggiatura estrapola solo la storia di McCandless – quella secondo cui una donna riportata in vita con un altro cervello ha trovato se stessa e sposato il narratore –, facendone però la versione della stessa Bella. Nel romanzo, invece, Bella (ossia Victoria) risponde polemicamente agli uomini che hanno preteso di raccontare la sua storia al posto suo, denunciando le fantasticherie romanzesche proiettate su di lei secondo il trito schema per cui la donna è l’immagine e l’uomo il depositario dell’immaginario. La sua vicenda, nelle sue parole, non avrebbe nulla di sovrannaturale, ma sarebbe “solo” la storia di una suffragetta fuggita dalle costrizioni vittoriane e divenuta una delle prime laureate in medicina in Gran Bretagna – cosa che per gli uomini è già “fantastica” abbastanza, commenta risentita. Ma non è tutto qui, perché Gray, riprendendo la parola nel finale, lascia al lettore il dubbio se Victoria (ovvero Bella) non abbia in realtà un motivo per voler nascondere le proprie origini miracolose, a meno che lo stesso scetticismo di Gray non confermi ciò che Victoria ha detto sugli uomini, e così ad infinitum.

L’eroina del romanzo diventa un’attivista politica che, tramite le sue idee di sanità pubblica, per quanto estreme, tenta di realizzare un’utopia emancipatrice; nel film, invece, perde ingenuamente tutti i soldi dell’amante pensando di destinarli agli indigenti. Il punto sta che nel romanzo, a differenza del film, Bella non si fa soltanto consapevole di sofferenze e povertà, ma risale alle loro cause economiche e politiche. Anche la rimozione di Glasgow come ambientazione, così importante nel libro per stabilire il discorso su un tono estremamente caustico verso l’imperialismo inglese, è funzionale all’appiattimento delle rivendicazioni politiche del romanzo sulla fiaba sessuale tutto sommato rassicurante che è il film, senza accenno alle denunce anticoloniali e anticapitaliste che costituiscono le pur didascaliche tesi del romanzo. 

Oltretutto, per dipingere Bella come una Candide, vengono semplificati non solo l’intreccio e il suo personaggio, ma – ovviamente – tutti gli uomini che le stanno intorno. Nel suo creatore non c’è più l’ombra del Pigmalione satiresco immaginato da Gray e, allo stesso modo, il suo promesso sposo è solo un “alleato della causa” mansueto e comprensivo, non il fosco lettore dei romanzi che si perde in fantasie e neppure il plebeo di belle speranze, che anche una volta ottenuto il prestigio non riesce a celare il risentimento antiborghese. Nel film, l’amante libertino rapisce Bella per gelosia, portandola sulla nave da crociera per allontanarla da altri uomini, mentre nel romanzo è lei a trascinare lui in crociera per salvarlo dal tavolo da gioco, come sarà lei, più tardi, a donargli generosamente i suoi soldi perché ritorni a casa (nel film lui glieli strappa dalle mani). Per non parlare di Blessington (Christopher Abbott), scialba caricatura del nobile malvagio degna di un deteriore romanzetto d’appendice che ha poco a che vedere con il personaggio corrispondente nel romanzo. Si dirà: legittime libertà creative per il libero adattamento di una storia, e questo è indubbio. Ma sono operazioni che tradiscono una volontà precisa di eliminare clamorosamente complicazioni e ambiguità per fare una favola banale e manichea. 

In molti, sia anche per la vicinanza temporale, hanno evocato Barbie parlando di Poor Things: ebbene, in Barbie, per quanto scriverlo sia paradossale, c’è molta più complessità. Se in quest’ultimo molto si fonda sulla dialettica tra il mondo reale e un mondo di finzione e le loro compenetrazioni, in Poor Things (film) il world-building massimalista è tale da farne un universo a sé, orgogliosamente altro dal nostro. Scegliendo il registro del meraviglioso a scapito di quello del fantastico (inteso come rottura del paradigma di realtà che provoca dubbio e inquietudine, come nel romanzo) e riempiendo il mondo di Bella di animali chimerici, macchine mirabolanti e un cielo dai colori iridescenti e ultraterreni, Lanthimos apre allo stupore, non al mistero, che è ben altro.

La metafora presa alla lettera in Poor Things è quella – piuttosto problematica di per sé, sia detto per inciso – del change of mind, il cambio di mente ossia di mentalità compiuto da Bella per emanciparsi, cosa che avviene tramite lo scambio di cervelli e che, nel romanzo, la donna che si firma Victoria mette in ridicolo nella sua lettera. Anche l’idea che basti fare tabula rasa della cultura e della società per poter godere il sesso – come se esistesse un sesso assoluto al di fuori della comprensione culturale – sembra ingenua, o quantomeno in contraddizione con ciò che il regista aveva esplorato nei film precedenti. Bella, che ignora la vergogna e il senso di colpa, vive una sessualità infantile, libera e immediata, quasi l’infanzia fosse immacolata, priva di complicazioni o mŷthos

Certamente non lo era in Kynodontas, dove la sessualità rientrava nell’orizzonte extramorale dei giochi dei fratelli, adulti-bambini “idioti” a loro volta, al punto da non percepire l’inammissibilità dell’incesto: mancandogli, nel sesso, le nozioni di norma e tabù, sembravano però ignorare anche il desiderio. In Alps, il sesso faceva parte della recita, una scena tra le tante da ripetere, un’immagine mentale in cerca di simulacri sempre inadeguati. In Kinetta, il regista dava ordini meticolosi persino alle sue amanti, nel quadro di una squallida vita sessuale, come se cercasse di continuo di avvicinarsi, simulandola, a una scena madre di cui conosciamo solo imitazioni. E Steven Murphy si eccitava se sua moglie si fingeva una paziente in anestesia generale. In Poor Things è lampante la semplificazione estrema, anche su questo fronte, rispetto al percorso precedente. 

Si badi bene: non è un brutto film. La recitazione di Emma Stone, per esempio, è notevole. È però un film banale, riduzionistico, ipercinematografico in tutti i sensi, frutto di un’operazione industriale che, nella più ampia filmografia di Lanthimos, lascia perplessi. Si potrebbe essere tentati di ipotizzare un filone “essoterico”, adatto al grande pubblico, a cui fa da controcanto la linea “esoterica”: quella, per restare in tempi recenti, di Bleat (2022), cortometraggio, sempre con Emma Stone, ambientato sull’isola di Tino, nelle Cicladi, che riporta l’enfasi sul senso originario greco (e dionisiaco) della tragedia nel luttuoso “canto dei capri”. Per volontà del regista, è da vedersi solo con musica orchestrale di accompagnamento dal vivo: è quindi irriproducibile, non inquadrabile all’interno di logiche commerciali, decisamente per pochi.

Due tendenze che si devono leggere anche chiamando in causa gli sceneggiatori. I lavori esoterici (eccetto Kinetta) sono quelli scritti a quattro mani col connazionale Efthymis Filippou. Basta prendere un film da lui sceneggiato come Miserere (2018, diretto da Babis Makridis) per accorgersi di quanto fondamentale sia stato il suo apporto. Dall’altro lato, La favorita e Poor Things sono stati scritti non da Lanthimos ma da Tony McNamara (con Deborah Davis, nel primo). La favorita, dramma in costume su un triangolo di intrighi e gelosie alla corte della regina Anna di Gran Bretagna, segna l’ingresso nel mainstream e il passaggio dal perturbante al bizzarro, dal mito greco all’eccentricità britannica, dal metacinema alla cinematograficità estrema, dalla critica alla società dello spettacolo allo spettacolo visionario. Di nuovo, niente affatto un brutto film, ma un film irrimediabilmente altro rispetto alla linea qui descritta. Un prodotto industriale.

Di Lanthimos è già stato annunciato il prossimo film, Kinds of Kindness, sempre con Stone e Dafoe come interpreti principali, ma con il ritorno alla sceneggiatura del sodale Filippou. Se la recente consacrazione e l’acquisito successo internazionale vanificheranno la tendenza esoterica, o se invece Lanthimos saprà intrecciare e magari confondere e congiungere alchemicamente le due linee in un contrappunto degno del Bach che tanto ama e utilizza, come ci sarebbe da aspettarsi da un auteur che della trasgressione dei confini ha fatto il proprio tratto distintivo, è questione per ora rimandata al futuro.

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...Povere creature! ne aggiunge o consacra un'altra: la libertà. Una dimensione rischiosa, sempre sfuggente, perché, nella scienza come nell'esistenza, "è così finché non si trova un altro modo" e ancora e ancora. Una trasformazione antropologica e sociale è dunque possibile? Una reale libertà del femminile? O è solo una favola di fanta-scienza? Per rispondere, il regista greco lancia la sua Eva in un viaggio senza tempo (non è cambiato molto, nei secoli, in materia di relazioni uomo-donna), liberando contemporaneamente un'energia visiva esplosiva, che frulla suggestioni pittoriche e organiche, impressionismo ed espressionismo, esalta il racconto vittoriano dello scozzese Alisdair Grey alla base del film, la fantasia interpretativa della Stone e il lavoro immaginifico di scenografi e costumisti.

Più simile al Candido voltairiano che al mostro di Frankenstein, la creatura di Yorgos Lanthimos fa esperienza dell'abbondanza cromatica del mondo e della scarsità di empatia dei suoi abitanti, passando in rassegna un campionario maschile tragicomico (il buono, il geloso, il padre, il cinico, il crudele) che ha in comune la tendenza a volerla rinchiudere nel proprio universo, con la scusa di offrirle protezione. E si ride, con Povere creature!, della comicità più acuta: quella che non nasconde il suo lato oscuro.

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…Dunque niente di nuovo sul fronte occidentale, e ora, con Povere creature, siamo a Sofocle passando per il teatro dell’assurdo e Mary Shelley ma finendo a piè pari nel Grand Guignol.

Dispiace dirlo, ma il confronto a ritroso con La favorita, Il sacrificio del cervo sacro Alps e Kynodontas  è perdente, povere creature siamo noi spettatori che, per due ore e venti, ce lo sorbiamo in silenzio, non essendo possibile sfondare la tela del cinema e dire basta.

Con tutto il rispetto per chi lo ha apprezzato diciamo no.

Abbiamo fatto emergere questioni radicate nella cultura occidentale fin dalle sue origini.

Infatti, con la differenza che gli scienziati pazzi sono arrivati dopo, almeno dagli alchimisti, Cagliostro e compagnia, e di esperimenti chirurgici nei teatri anatomici ne abbiamo visti che basta e applicarci un tema come quello della liberazione della donna suona falso come una moneta falsa…

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…Che barba. Che noia!

Libera dai pregiudizi del suo tempo, ma prigioniera di altri stereotipi, Bella tenta goffamente di difendere un'inesistente emancipazione.

O millantata uguaglianza/ parità di genere.

Purtroppo l'emancipazione non passa attraverso un bordello parigino, dove una donna può scopare dalla mattina alla sera.

Forse la protagonista si sarebbe evoluta meglio alla Sorbonne, imparando le lingue o con un corso di fisica quantistica. 

Ma questo se mi trapianti il cervello di un feto, presumibilmente maschio, cioè grande 5 cm, forse non è contemplato dall'uomo che che lo fa! O forse lei impara le prerogative primarie di un uomo medio: calcio, calcio, calcio; al mattino sesso, sesso, sesso al pomeriggio.

Il film seppur visionario, spiazzante come è sempre Lanthimos, ricco di fotografia iridescente e luoghi iconici, in questo caso delude.

Purtroppo per noi e lui, l'emancipazione di una donna non coincide con lo sfruttamento del suo corpo!!! 

E ormai siamo anche stanchi di ribadirlo.

L'energia femminile, potente, creativa che dona la vita, ridotta al solo corpo, un mezzo, la priva degli intenti fenomenali per cui è progettata e concepita.

Ed è cosa, nel 2024, fuori moda, obsoleta e anti evoluzionista…

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Mi avvicino sempre con  circospezione e anche con un po' di timore ai film di Yorgos Lanthimos, al quale ho sempre riconosciuto la capacità di "osare" ma non sempre quella di fermarsi al momento giusto, ovvero un attimo prima di oltrepassare i limiti del buon gusto (cosa che in verità, almeno per il sottoscritto, è accaduta solo una volta con Il sacrificio del cervo sacro). Questa volta però c'è solo da applaudire, commuoversi e emozionarsi, specie se si ha avuto la fortuna di vedere Povere Creature! nel contesto della Mostra di Venezia, dove ha vinto il Leone d'oro a furor di popolo: presentato appena il terzo giorno del festival, quindi con ancora quasi tutta la rassegna davanti, è entrato fin da subito nel cuore di pubblico e critica tanto da pronosticarlo sicuro vincitore quasi "al buio".


Questo perchè Povere Creature! è una bellissima, rutilante, liberatoria favola dark per adulti, che attraverso la storia di Bella Baxter, giovane donna e novella Frankenstein, passata dalla morte alla rinascita grazie alla lucida follia di uno scienziato ripudiato dalla società (e che si fa chiamare "God", cioè Creatore), ci regala una pellicola sorprendentemente vitale, femminista e progressista. Sorprendente perchè, a dirla tutta, finora Lanthimos nel corso della sua carriera non ci era mai sembrato granchè disposto nei riguardi dell'altro sesso: nei suoi film la donna assumeva sempre (finora) le sembianze di puro oggetto carnale (come in Dogtooth, ma anche in The Lobster) oppure di spietata opportunista (come ne La Favorita). Invece in Povere Creature! il ruolo di Bella assurge a simbolo di emancipazione e liberazione (non solo sessuale ma anche patriarcale), quasi un'icona di autodeterminazione e risolutezza. E certo fa specie che nell'anno di Barbie e C'è ancora domani il film più femminista e inclusivo dell'anno lo abbia diretto un uomo, per giunta "insospettabile"...

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Se in “Barbie” la regista ha reso esplicito il tema del patriarcato e della condizione della donna, nel film di Lanthimos si giunge a trattare gli stessi argomenti senza mai nominare la parola “patriarcato” avendone comunque la presenza, in varie forme, in diverse scene. Si tratta di uomini che Bella incontra e che, in qualche modo, cercano di ingabbiarla in convenzioni, tradizioni, persino come oggetto da custodire sotto chiave.

Bella si ribella a tutto ciò scoprendo e riscoprendo i veri affetti, le relazioni che aggiungono valore e utilità alla sua vita. Vita che, da povera di cose, diventa ricca di esperienze senza alcun limite come dovrebbe essere per ogni persona.

La regia di Lanthimos è ottima e fa uso di inquadrature particolari, grandangolari, stroboscopiche e distorte proprio come il regista ha abituato i suoi numerosi estimatori. La sceneggiatura è solida, con battute e dialoghi frizzanti. L’interpretazione di Emma Stone è sensazionale e offre tutti i livelli di crescita del personaggio. Anche il cast si comporta molto bene soprattutto l’ìstrionico Willem Dafoe.

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Pobres Criaturas es un derroche de fantasía y provocación. Su director, Yorgos Lanthimos, deja patente su enorme talento y su genialidad, desmontando los estereotipos de la mujer. Brillante el trabajo de Emma Stone, quien interpreta un complejo personaje, Bella Baxter, resultando totalmente magistral. Las escenas de sexo son tan naturales, e incluso ingenuas, que para nada escandalizan, más bien al contrario, divierten y enternecen.

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“Decepción” es la palabra que mejor define a una película correcta y no mucho más como Pobres Criaturas (Poor Things, 2023), la flamante propuesta del cineasta griego Yorgos Lanthimos, uno de los pocos directores originales, inconformistas y/ o con algo para decir del insistentemente mediocre Siglo XXI. El film, el cuarto en inglés del señor luego del drama de horror El Sacrificio del Ciervo Sagrado (The Killing of a Sacred Deer, 2017) y aquellas comedias Langosta (The Lobster, 2015) y La Favorita (The Favourite, 2018), la primera de impronta absurda y la segunda palaciega/ de época, un trío en verdad magistral, se ubica en una hipotética zona cualitativa intermedia entre por un lado las dos películas minimalistas con las que se hizo famoso en el ámbito cinematográfico internacional de los festivales, Canino (Kynodontas, 2009) y Alpes (Alpeis, 2011), díptico interesante que por cierto inauguró la mejor versión de su fetiche temático para con mundos claustrofóbicos ficticios en función de los cuales los protagonistas de turno pretenden salir o entrar, y por el otro lado las faenas iniciáticas también correspondientes a su período profesional griego, Mi Mejor Amigo (O Kalyteros mou Filos, 2001) y Kinetta (2005), obras fallidas y muy poco vistas -la primera de ellas codirigida por el también protagonista Lakis Lazopoulos- que asimismo plantaron las semillas de las otras obsesiones de siempre del cineasta, sobre todo el surrealismo, la experimentación formal, el sexo delirante, la traición, los problemas identitarios, el mimetismo, el enclave hogareño como sede de batallas y ese gustito por lo macabro o lúgubre retratado desde una perspectiva arty que jamás se decide del todo entre la frialdad quirúrgica y la calidez del sarcasmo o la sátira. Pobres Criaturas retoma todas estas premisas y recursos pero sin lograr articularlas como en el pasado en un relato en verdad glorioso y dejándolas flotar en un vacío que se vuelve bastante mecánico y que sólo llamará la atención del espectador conservador y muy poco formado del nuevo milenio, ese que se sorprende con cualquier mínima anomalía y cae en un éxtasis digno de un mocoso…

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lunedì 2 marzo 2020

Cattive acque - Todd Haynes

uno di quei film senza effetti speciali, quasi cronaca, racconta una storia mai finita, di un'impresa assassina e degli sforzi di resisterle, grazie a un avvocato informato dei fatti e incazzato.
è inquietante come gli stati rinunciano ai loro poteri di controllo, le imprese si autovalutano, e quando qualcosa non va basta aumentare le soglie di tolleranza.
che crepi la gente, quello che conta sono i profitti e i dividendi degli azionisti, prima regola del business, il resto non conta o si può comprare.
e che dire dell' equazione, più lavoro, più malattie, un ricatto al quale è difficile resistere, in tutto il mondo.
a un certo punto dice Mark Ruffalo, lo straordinario attore che interpreta l'avvocato, che non ci si può fidare di nessuno, imprese, giustizia, governo, sono loro il nemico dei cittadini.
il film non annoia un secondo, ed è un esempio di cinema civile di ottimo livello.
e se pensi che quella storia non riguarda la tua vita, dai uno sguardo qui.
buona (imperdibile) visione - Ismaele




Mark Ruffalo brilla nel ruolo di protagonista, interpretando non un eroe senza macchia, ma un uomo che decide contro ogni buon senso di perseguire una battaglia agli occhi dei più impossibile, ma necessaria. Vediamo, nel corso dei due decenni che costituiscono il tempo del racconto, la sua discesa nel baratro dell'indifferenza generale rispetto a una causa che invece riguarda tutti (il film ci informa che il 98% degli esseri umani presenta tracce di teflon nel sangue). Vediamo la sua salute fisica e mentale vacillare in contrasto con la sua incrollabile determinazione.
Non è certo un film rassicurante, la tensione che fin dalle prime inquadrature permea il racconto non viene mai allentata e la pellicola, così come la vicenda giudiziaria ancora in corso, non finisce, rimanendo semplicemente in sospeso, in quel limbo di incertezza e pericolo. Il talento davanti e dietro la macchina da presa è innegabile, dando valore aggiunto ad un'opera che in altre mani avrebbe potuto risultare generica e noiosa, ma che invece cattura l'attenzione e trattiene lo spettatore dall'inizio alla fine.

Cosa funziona in Cattive Acque
Cattive Acque è un legal thriller, ma anche un film di denuncia, un’occasione per trasmettere alle persone il peso della minaccia alla salute pubblica, che questa minaccia è reale e come essa sia messa in attoCattive Acque è costruito su una serie di complessità stratificate per cui sembra quasi impossibile che possa sostenere il peso dell’enorme mole di informazioni tecniche, legali, sulla salute ambientale, a descrivere il processo che un caso legale subisce, la sua costruzione, la ricerca, il percorso a livello federale e statale fondendo il tutto con la storia personale di un uomo “normale”, le cui idee vengono completamente ribaltate dalle sue scoperte, e che si trova ad affrontare rischi psichici, emotivi e quasi mortali per portare avanti la sua ricerca per la verità.

Perché non guardare Cattive Acque
E’ una storia altamente intricata e angosciante, raccontata senza troppi fronzoli e giri di parole, che non può essere vista senza una buona dose di concentrazione. Le tematiche trattate sono sconvolgenti perciò chi non è disposto ad ascoltare o ha paura della riflessione derivante da ciò che Cattive Acque denuncia, non ha davanti il film giusto.

Ci vuole coraggio a sfidare il Potere e i Potenti, ma non solo. Non si tratta di andare in contro alla paura, quanto piuttosto di tollerare le conseguenze psicologiche di una tale azione. Bilott lentamente si consuma, perde ogni certezza, si sente solo e viene definito persino pazzo, perde l’affetto delle persone a lui più care. È quindi sufficiente avere solo coraggio? Ci vuole molto di più. C’è bisogno – paradossalmente – di un senso di incoscienza. È la salute mentale, oltre quella fisica, che viene meno.
Cattive Acque smuove le coscienze e invita a riflettere sul fatto che ci sono volte in cui bisogna sapersi difendere da soli, rischiando persino di guardare in faccia la morte. La pellicola è mesta, ma potente ed impegnata. Non basta neanche impegnarsi per diciannove anni per ottenere giustizia: non si smette mai di combattere. Bilott sta ancora lottando. C’è un desiderio irrefrenabile di verità, lo stesso che aveva mosso i cronisti del Washington Post in “Tutti gli uomini del presidente”: abbiamo bisogno che vengano raccontate queste storie, e ne avremo sempre bisogno…

…Ciò che rende questo un film di Haynes, oltre alla fotografia del suo fidato e geniale collaboratore Ed Lachman, è qualcosa di intangibile e misterioso. Ai fan dell’autore verrà di sicuro in mente Safe, il classico indie del 1995 con Julianne Moore nei panni di una moglie e madre convinta di essere contaminata da un’ignota sostanza nell’ambiente. Quella sensazione di terrore pervade anche questo film, e lo rende un’opera spaventosa e senza tempo, lontana dallo stile di un docudrama. Nell’era di Trump, quando gli abusi delle aziende sono stati dimenticati in nome del profitto, siamo tutti allarmati dal prossimo attacco al nostro già fragile clima. Bilott ha agito per fermare tutto: noi che cosa stiamo facendo?

…Probabilmente il nome DuPont vi dirà poco e niente (al massimo vi ricorderà il film Foxcatcher, che però non ha legami con questa storia), non esistono sul mercato globale prodotti che si rifacciano in modo diretto a questa precisa compagnia, eppure una delle loro innovazioni si trova quasi certamente nelle case di ognuno di noi: parliamo del Teflon. È il nome abbreviato per descrivere il politetrafluoroetilene, un polimero miracoloso che repelle l'acqua e non solo, diventato essenziale negli ultimi decenni soprattutto in un determinato settore: quello delle padelle antiaderenti da cucina. Un elemento prodotto per la prima volta dalla DuPont per servire l'esercito americano intento a costruire la bomba atomica, tanto per capire le potenzialità del Teflon.
Peccato che la stessa azienda abbia per anni insabbiato la pericolosità dei materiali di scarto prodotti dal polimero in questione, inquinando corsi d'acqua e terreni, in maniera simile a come la criminalità organizzata ha fatto nel nostro Paese ma in maniera più subdola, senza infrangere leggi o regole precise. A determinare infatti il grado di pericolosità degli elementi rilasciati in natura è stata la stessa DuPont per decenni, tutto questo però lo scoprirete in dettaglio guardando Cattive Acque al cinema, un film girato con stile che vanta un valore aggiunto non da poco: un Mark Ruffalo eccezionale

Cattive acque è un film importante, fortemente attuale e che ci riguarda tutti. Alla fine del film, alcune scritte in sovrimpressione ci ricordano che più del 90% della popolazione mondiale ha nel proprio sangue tracce di PFOA; come qualunque altra questione ambientale, anche l’inquinamento delle industrie chimiche è un problema globale, che tocca ciascuno di noi. Un’ulteriore riflessione, solo apparentemente ovvia, in un film che fa pensare, fa arrabbiare e lascia una sensazione di inquietudine sul finale.
La DuPont ha pagato per i propri errori; ci rendiamo però bene conto che il colosso della chimica ha scontato una pena molto inferiore ai danni inflitti. Considerando le conseguenze del comportamento criminale dell’azienda, durato per decenni, sentiamo che giustizia è stata fatta, ma ad un costo umano altissimo. Cattive acque è, oltre alla ricostruzione fedele di un caso giudiziario, il racconto crudo di come le persone possano soffrire a causa dell’acqua che bevono e dell’aria che respirano. Questi pericoli sono spaventosamente ordinari e il film di Todd Haynes ci ricorda che dobbiamo affrontarli tutti, quotidianamente, inevitabilmente.

…“Sembrava la cosa giusta da fare!”. Sentendo le parole pronunciate con timida umiltà dal vero Billiott durante un’intervista, pare proprio che anche il buon Todd Haynes abbia pensato a qualcosa di tremendamente simile prima di battere il primo ciak di Cattive acque, sentendo tutta l’urgenza di un autore ormai maturo nel dover, in un modo o nell’altro, fare i conti con la dura realtà dei propri tempi, dove non importa a nessuno se qualche molecola di PFAS in più viene allegramente assorbita dal nostro organismo durante un bel bagnetto o una rinfrescante bevuta; l’importante è avere sempre a disposizione le nostre brave pentoline antiaderenti. Magari prodotte da gentaglia che se ne infischia allegramente di gettare i propri rifiuti nello scarico del cesso. Per narrare tutto ciò al meglio delle proprie capacità, il buon Haynes capisce bene di doversi mettere totalmente in disparte, chiedendo al fido Edward Lachman di bagnare la propria calorosa fotografia nel ghiaccio secco, per sputar fuori un dolente dramma giudiziario a fosche tinte, nel quale la consueta gabbia narrativa del genere formata da completi gessati, investigazioni sul filo del rasoio, quintali di ciclostili e battaglie all’ultimo sangue fra i bachi degli imputati si trasforma in un incalzante e disturbatissimo tour de force legale. Una gimkana quasi kafkiana al termine della quale l’amaro rimasto in bocca dalla tremenda consapevolezza acquisita risulta ben più abbondante delle misere soddisfazioni ottenute dalle povere vittime del caso. D’altronde si sa: questa è la vita, e la vita, cari amici, è ben diversa da qualunque film, bello o brutto che sia.

Il recentissimo Cattive acque (2019), ispirandosi all’articolo del New York Times Magazine del 2016 The Lawyer Who Became DuPont’s Worst Nightmare di Nathaniel Rich, racconta la storia vera di Robert Bilott, avvocato societario specializzatosi nella difesa di aziende chimiche, al quale nel 1998 un agricoltore di Parkersburg, in West Virginia, chiede di indagare sul nesso tra la presenza di un impianto dell’azienda chimica DuPont nei pressi della sua fattoria e i tumori e le malformazioni che affliggono le sue mucche. Bilott scopre che da decenni la DuPont smaltisce indisturbata nei corsi d’acqua della zona grandi quantità di acido perfluoroottanoico, mettendo a rischio la salute e la vita della popolazione locale e, commercializzando altrettanto indisturbata il teflon, anche quella della popolazione globale. Qui si innesca una vera e propria lotta tra Davide, sempre più solo in un mondo che non capisce il senso delle sue azioni, e Golia, il moloch industriale che ha a disposizione conoscenze e ricchezze sufficienti a ostacolare le indagini dell’avvocato per decenni. Rinunciando al glamour e all’estetica del melodramma cui ci ha abituato per vent’anni, ma senza indulgere agli stereotipi del cinema sulle class action stile Erin Brockovich – Forte come la verità (2000) di Steven Soderbergh, Haynes scava senza reticenze nel sogno di giustizia di Bilott. Ce ne mostra le resistenze, poi la caparbietà, poi i rischi. Soprattutto ci mostra le sofferenze cui quel sogno, che pian piano diventa totalizzante ed esclusivo, condanna l’avvocato sul versante familiare e poi più in generale psicologico. Mark Ruffalo dà un’interpretazione magistrale di un everyman che scopre dentro di sé un eroe e paga un pesantissimo scotto per la hybris di dare corso al suo sogno eroico. Anne Hathaway e Tim Robbins sono altrettanto intensi nel dare corpo alla moglie e al titolare dell’avvocato, prima giudicanti, diffidenti e delusi, poi finalmente consapevoli della grandezza e del sacrificio di Bilott. Il risultato è un film livido, a tratti angoscioso, che rievoca le atmosfere del cinema americano della paranoia degli anni Settanta e ci fa presagire l’enormità e la pervasività degli ingranaggi di potere e interesse che sorreggono il mondo in cui viviamo.

Si fa un torto a liquidare Cattive acque come “divulgativo”, come si trattasse una docufction di Real Time. Non è scoprire qualcosa che importa ad Haynes, ma l'imparare a relazionarsi con questo senso del dovere. Come nel The Post di Spielberg, scegliere cosa fare, e se fare, e perché. Ne varrà la pena? Se lo chiede spesso Bilott, un Ruffalo mostruoso, in sottrazione, capelli col riporto e vocetta tremante, imbarcatosi in una battaglia legale che lo porterà sull'orlo del fallimento professionale e privato; nel mentre, attorno a lui, i peccati originali della società dei consumi sfigurano facce, denti e corpi di un Midwest ridotto a scenario da Resident Evil. Il film è un veicolo per lui, e i grandi volti di contorno fanno da spalla (ci sono Tim Robbins, Bill Pullman e Bill Camp con accenti hillbilly, una Anne Hathaway castigata nel ruolo ingrato di moglie-supporto). Lo script li riunisce attorno alla crociata del protagonista, e va come un treno verso il non-climax finale, tra vita vissuta e sana indignazione. Come un piccolo Chernobyl ad ampio raggio (moltissimo in comune), ancora un americanissimo racconto sulle resistenze morali e personali contro un sistema negazionista; stavolta senza premi, ma sempre formalmente ineccepibile.

Nello specifico, Cattive acque ricostruisce come la crociata individuale di un avvocato abbia messo alla luce il fatto che, per decenni, la DuPont ha consciamente avvelenato i cittadini di Parkersburg, in West Virginia. Ad oggi, Bilott sta continuando a rappresentare con successo, una a una, le vittime di quello scempio.
Ma è la stessa storia degli Stackler di Purdue Pharma, che hanno creato milioni di tossicodipendenti mentre si arricchivano con il fentanyl; o di Adam Bowen e James Monsses, gli imprenditori di Juul Labs, inventori delle sigarette elettroniche al mentolo che adesso stanno bandendo ovunque perché dannose come il tabacco.
È LA STORIA di abusi del capitalismo che non sono più «scandali» isolati ma cose di tutti giorni. Il che rende il film di Haynes un horror autentico, allo stesso tempo necessario e disperante.