il solito balletto fra il ladro gentiluomo e il suo cacciatore, un poliziotto testardo e capace e sopratutto onesto (il sempre bravissimo Mark Ruffalo).
il gioco del gatto e del topo, con le varianti necessarie per non annoiare.
insomma un'americanata, ma ben fatta.
buona (Mark Ruffalo) visione - Ismaele
…Il film funziona, alternando tensione ed action ad una
arguta esplorazione del cinico mondo del lavoro, che vede complottare biechi
assicuratori affermati, nel promettere in malafede ad una brillante dipendente
come la Sharon della vicenda, la promozione a socio, salvo poi metterla da
parte non appena subentra una brillante venticinquenne disposta a soffiarle i
risultati concreti maturati lungo anni di lavoro indefesso al servizio
diligente di una compagine sociale senza scrupoli né cuore.
…imitare pienamente i maestri è impossibile. Semmai si
possono citare, evocare, come in effetti Layton fa a partire forse proprio dal
modo in cui riprende il Mike di Chris Hemsworth, spesso di tre quarti o di
profilo, mentre è in silenzio, quasi fosse un parente lontano del Nick Hathaway
di Blackhat.
Ma poi c’è l’approccio tutto “manniano” di raccontare le rapine ma addirittura
il modo in cui certe stanze delle innumerevoli case mostrate nel film, quelle
che danno sul mare, ricordano appartamenti simili visti tra Heat e Manhunter.
Si tratta, però, ovviamente, di copie di copie, pallide imitazioni. Imitare davvero
i maestri è forse impossibile, si diceva. Più interessante è allora raccontare
quel fallimento, soffermarsi, ancora meglio, su cosa rimane di un mondo quando
il suo custode è lontano e la sua fiamma si è spenta.
Ecco in questo senso Crime 101 è
un film a suo modo disperato, diretto con attenzione e mano ferma da Layton ma
sempre con l’acqua alla gola come i suoi personaggi, bloccato in una Los
Angeles ostinatamente periferica, incastrato in spazi abbandonati, quasi
liminali, in case dalle stanze tutte uguali, anonime, set di un film finito
tempo prima (di Michael Mann?), in silenziosi garage in penombra. E sullo
sfondo, il caos, il disordine, ciò che riemerge dopo che uno sguardo rigoroso è
sparito dall’equazione, come un virus che intacca gradualmente uno spazio
altrimenti perfetto.
…Barry Keoghan, nel ruolo del violento e imprevedibile
Ormon, a introdurre nel racconto una quota d’instabilità necessaria: laddove
gli altri personaggi si muovono secondo traiettorie relativamente leggibili, la
sua presenza rompe l’equilibrio, generando una tensione che impedisce al film
di adagiarsi nella linearità del genere. Keoghan agisce come un corpo estraneo
che incrina l’eleganza dell’impianto: è il punto in cui la seduzione del colpo
– quella patina scintillante, quasi ludica del crime classico – s’incrina sotto
una forza più ruvida, meno controllabile, più vicina al caos di una città che
non perdona. Sul piano formale, Layton costruisce un universo visivo dominato
da una Los Angeles notturna e periferica, fatta di parcheggi vuoti, insegne
luminose, spazi di transito e margine. La città non è semplice sfondo ma
organismo che modella i personaggi: ritratto “regionale” della criminalità e
dei suoi rituali, geografia morale prima che cartolina. La fotografia di Erik
Wilson lavora sulle superfici luminose delle automobili, sui riflessi rossi dei
fanali, su una sensualità visiva che guarda alla grande tradizione del crime
urbano e alla sua capacità di rendere il metallo, il vetro, il neon non oggetti
ma stati d’animo. Il film, in questo senso, aspira a essere anche un “LA
movie”: non soltanto perché ambientato nella città, ma perché ne assume la
stratificazione come destino – alta società e sottosuolo, promessa e rovina,
aspirazione e compromesso. Il montaggio di Julian Hart e Jacob Secher
Schulsinger contribuisce a creare una struttura ritmica che alterna
progressione e sospensione, movimento e attesa. La narrazione attraversa una
fase centrale apparentemente dispersiva – soprattutto nelle linee sentimentali
e nella sottotrama della corruzione istituzionale – che in realtà funziona come
spazio di respirazione psicologica prima della ricompattazione finale. È un
film che, pur assumendo una forma convenzionale, si affida a una costruzione
lenta e strategica della tensione: non punta a sorprendere a ogni svolta, ma a
far sentire allo spettatore che ogni scena è un piccolo test morale, una
micro-decisione che modifica il profilo dei personaggi. E quando il film giunge
al climax, l’effetto è quello di un ritorno alla concentrazione originaria,
come se tutte le traiettorie convergessero in un punto d’inevitabilità…
Nessun commento:
Posta un commento