sabato 4 aprile 2026

Crime 101 - La strada del crimine - Bart Layton

il solito balletto fra il ladro gentiluomo e il suo cacciatore, un poliziotto testardo e capace e sopratutto onesto (il sempre bravissimo Mark Ruffalo).

il gioco del gatto e del topo, con le varianti necessarie per non annoiare.

insomma un'americanata, ma ben fatta.

buona (Mark Ruffalo) visione - Ismaele


  

Il film funziona, alternando tensione ed action ad una arguta esplorazione del cinico mondo del lavoro, che vede complottare biechi assicuratori affermati, nel promettere in malafede ad una brillante dipendente come la Sharon della vicenda, la promozione a socio, salvo poi metterla da parte non appena subentra una brillante venticinquenne disposta a soffiarle i risultati concreti maturati lungo anni di lavoro indefesso al servizio diligente di una compagine sociale senza scrupoli né cuore.

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…imitare pienamente i maestri è impossibile. Semmai si possono citare, evocare, come in effetti Layton fa a partire forse proprio dal modo in cui riprende il Mike di Chris Hemsworth, spesso di tre quarti o di profilo, mentre è in silenzio, quasi fosse un parente lontano del Nick Hathaway di Blackhat. Ma poi c’è l’approccio tutto “manniano” di raccontare le rapine ma addirittura il modo in cui certe stanze delle innumerevoli case mostrate nel film, quelle che danno sul mare, ricordano appartamenti simili visti tra Heat e Manhunter. Si tratta, però, ovviamente, di copie di copie, pallide imitazioni. Imitare davvero i maestri è forse impossibile, si diceva. Più interessante è allora raccontare quel fallimento, soffermarsi, ancora meglio, su cosa rimane di un mondo quando il suo custode è lontano e la sua fiamma si è spenta.

Ecco in questo senso Crime 101 è un film a suo modo disperato, diretto con attenzione e mano ferma da Layton ma sempre con l’acqua alla gola come i suoi personaggi, bloccato in una Los Angeles ostinatamente periferica, incastrato in spazi abbandonati, quasi liminali, in case dalle stanze tutte uguali, anonime, set di un film finito tempo prima (di Michael Mann?), in silenziosi garage in penombra. E sullo sfondo, il caos, il disordine, ciò che riemerge dopo che uno sguardo rigoroso è sparito dall’equazione, come un virus che intacca gradualmente uno spazio altrimenti perfetto.

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Barry Keoghan, nel ruolo del violento e imprevedibile Ormon, a introdurre nel racconto una quota d’instabilità necessaria: laddove gli altri personaggi si muovono secondo traiettorie relativamente leggibili, la sua presenza rompe l’equilibrio, generando una tensione che impedisce al film di adagiarsi nella linearità del genere. Keoghan agisce come un corpo estraneo che incrina l’eleganza dell’impianto: è il punto in cui la seduzione del colpo – quella patina scintillante, quasi ludica del crime classico – s’incrina sotto una forza più ruvida, meno controllabile, più vicina al caos di una città che non perdona. Sul piano formale, Layton costruisce un universo visivo dominato da una Los Angeles notturna e periferica, fatta di parcheggi vuoti, insegne luminose, spazi di transito e margine. La città non è semplice sfondo ma organismo che modella i personaggi: ritratto “regionale” della criminalità e dei suoi rituali, geografia morale prima che cartolina. La fotografia di Erik Wilson lavora sulle superfici luminose delle automobili, sui riflessi rossi dei fanali, su una sensualità visiva che guarda alla grande tradizione del crime urbano e alla sua capacità di rendere il metallo, il vetro, il neon non oggetti ma stati d’animo. Il film, in questo senso, aspira a essere anche un “LA movie”: non soltanto perché ambientato nella città, ma perché ne assume la stratificazione come destino – alta società e sottosuolo, promessa e rovina, aspirazione e compromesso. Il montaggio di Julian Hart e Jacob Secher Schulsinger contribuisce a creare una struttura ritmica che alterna progressione e sospensione, movimento e attesa. La narrazione attraversa una fase centrale apparentemente dispersiva – soprattutto nelle linee sentimentali e nella sottotrama della corruzione istituzionale – che in realtà funziona come spazio di respirazione psicologica prima della ricompattazione finale. È un film che, pur assumendo una forma convenzionale, si affida a una costruzione lenta e strategica della tensione: non punta a sorprendere a ogni svolta, ma a far sentire allo spettatore che ogni scena è un piccolo test morale, una micro-decisione che modifica il profilo dei personaggi. E quando il film giunge al climax, l’effetto è quello di un ritorno alla concentrazione originaria, come se tutte le traiettorie convergessero in un punto d’inevitabilità…

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