Visualizzazione post con etichetta Vincent Lindon. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vincent Lindon. Mostra tutti i post

domenica 7 giugno 2026

La scelta di Joseph - Gilles Bourdos

il film è un rifacimento del film di Steven Knight (che nel film francese partecipa alla sceneggiatura).

Vincent Lindon, unico protagonista in carne e ossa, regge sulle sue spalle tutto il film, in maniera egregia.

anche se uno ha già visto il film con Tom Hardy, con Vincent Lindon non sarà deluso, promesso.

buona (responsabile) visione - Ismaele

 

 

Difficile ascrivere particolari meriti a Bourdos, che saggiamente, e per non far danni, rispetta al massimo la precisione degli ingranaggi narrativi di Knight, riprendendone anche lo stile fluido di regia, fatto di melliflue transizioni notturne tra i riflessi dell'abitacolo e le luci artificiali dell'autostrada. Quello del "thriller al telefono" - in cui la dialettica deve sopperire all'azione - è un sottogenere che ha una sua tradizione specifica, da In linea con l'assassino fino a esempi recenti come The guilty (anch'esso poi fatto oggetto di remake). La particolarità dell'opera del 2013 è di non farne una questione di vita e di morte in senso letterale; non ci sono omicidi da sventare o corse contro il tempo, soltanto un uomo di grande rettitudine morale che fa una scelta difficile e ne accetta le conseguenze.

La sola vera novità è il protagonista, unico attore in scena e quindi fattore cruciale per la riuscita del film. In 
Locke c'era un Tom Hardy insolito, lontano dai personaggi sopra le righe che all'epoca interpretava spesso, e per questo ancor più d'effetto nei panni di un uomo guidato da null'altro che dalle sue pacate certezze. In questo remake vediamo invece Vincent Lindon, forse la scelta più naturale nel panorama francese quando si cerca un interprete intenso e magnetico.

Una scelta che però invecchia il personaggio di una trentina d'anni, e dona quindi sfumature diverse al rapporto con la moglie e con la donna con cui ha avuto una relazione di una notte. Anche il motore psicologico del rapporto con un padre assente a sua volta (una scelta di scrittura un pochino comoda ma che si perdona con piacere vista la natura teatrale dell'opera, che la inquadra con dei monologhi indirizzati allo specchietto retrovisore) ne trae un equilibrio nuovo e un'immedesimazione ancor più diretta, da padre a padre piuttosto che da padre a figlio.

da qui

 

Il film si colloca così in una zona precisa del cinema contemporaneo: quella in cui il dispositivo narrativo non serve a risolvere un conflitto, ma a renderne visibile l’irriducibilità. La restrizione dello spazio non è più una condizione eccezionale, bensì la forma stessa della responsabilità moderna: uno spazio ristretto in cui le decisioni non possono essere diluite, rimandate, delegate. Joseph non è chiamato a “fare la cosa giusta”, ma ad assumere il costo della coerenza, senza che questa produca salvezza o compensazione. In questo senso, La scelta di Joseph mette in scena una crisi silenziosa dell’etica del lavoro: non il suo fallimento, ma il suo limite. Il lavoro continua a fornire identità, ordine, senso, ma non protegge più dall’esposizione morale. Non c’è competenza che possa assorbire il danno, né razionalità che possa neutralizzare le conseguenze. Questo cinema, qui, non promette catarsi né redenzione, ma misura il punto esatto in cui l’agire smette di coincidere con il giustificarsi. È in questo scarto, e solo in questo, che il film trova la propria necessità.

da qui

 

…Sebbene l’estrema mimesi della vita che si evince dalle conversazioni del protagonista e dalla camera centrata sul corpo, sulla gestualità e sulla mimica dell’attore – prova superbamente calibrata di Lindon – denoti un appiattimento realistico, senza mai cadere nella noia o nella perdita di attenzione, l’effetto è piuttosto quello di una superficie specchiante dove in un’apparente naturalezza vediamo ciò da cui siamo comandati senza saperlo. Il paradosso della voce elettronica che il protagonista comanda chiedendo all’assistente virtuale di inoltrare di volta in volta le chiamate, ci rivela questo rovesciamento. 

E viene da chiedersi alla fine del film, con l’irruzione di una nuova voce, il pianto di un neonato, voce che non dice niente, tutt’uno con un corpo, se non sia il viaggio di ritorno all’origine del protagonista, un’origine modificata da una variazione della dialettica con l’Altro. Un non senso fatto proprio. Così come ciascuno spettatore può incontrare il finale nella singolarità assoluta della propria origine.

da qui

 

Interessante notare con la sceneggiatura di Knight non sembri essere lontana dal diventare come una partitura, su cui un musicista può suonare il suo lungo assolo e un attore può misurare a pieno il suo talento senza troppi orpelli cinematografici. Un cinema di espressioni, di battute, di micro-movimenti e di reazioni, coagulate in un sistema di telefonate a rima incatenata che dinamicamente portano la storia a schiudersi e disvelarsi. In questo senso, si potrebbe dire che Vincent Lindon giochi in casa, che questo sia il suo pane. Certamente più sorprendente fu vedere Tom Hardy alle prese con un ruolo che richiedeva una presenza tecnica di quel genere. Riusciva a sporcare il personaggio con dei silenzi, degli sguardi nel vuoto e dei riflessi che apportavano una sfumatura di mistero agghiacciante e imperscrutabile. Come se fosse troppo giovane per seguire quel lucido rigore e l’onestà di dire sempre la verità.

Come se in fondo nascondesse un nodo irrisolto di follia. La scelta di Joseph, d’altra parte, sposta l’asse anagrafico e guadagna maggiore credibilità nella rappresentazione di un personaggio tutto sommato risolto e fin troppo umano, qua e là persino goffo, ma proprio per questo più vulnerabile e fragile all’umiliazione di mettersi a nudo. Un padre navigato che in una notte ritorna figlio e sfida apertamente il suo, di padre, come se lo stesse guardando e giudicando dal sedile posteriore. Una voce col fiato sul collo da una parte e un’occasione ideale per metterla a tacere dall’altra. Serpeggia addirittura il sospetto che Joseph abbia messo incinta quella donna sconosciuta soltanto per rimediare allo sbaglio e riconoscere il bambino, come non avrebbe fatto suo padre…

da qui

 


sabato 1 marzo 2025

Noi e loro (Jouer avec le feu) - Delphine e Muriel Coulin

il solito Vincent Lindon giganteggia in un film tutto maschile, la moglie, e madre dei suoi due figli, Fus e Louis, non c'è più, e lui si fa carico dei due ragazzi, il più giovane, Louis, è un bravo studente e riesce addirittura a entrare alla Sorbona, Fus, il grande, prende una cattiva strada.

il film mostra bene il turbamento, l'impotenza e la solitudine di un genitore che si trova in casa un figlio che ha scelto una strada sbagliata.

e noi soffriamo con Pierre, il padre operaio che sente il tradimento degli ideali trasmessi ai figli sulla sua pelle.

un film da non perdere, in 80 sale in Italia.

buona visione - Ismaele

ps: la sala del tribunale dove si celebra il processo sembra la stessa di Saint Omer.

 

 

 

Vincent Lindon, premiato con una sorprendente Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile. Sorprendente non fosse altro per la presenza in concorso di performance di peso come quella di Adrien Brody (The Brutalist) – esclusa di diritto dato il Leone d’Argento alla Miglior Regia assegnato a Brady Corbet (e qui il regolamento parla chiaro) – e Daniel Craig (Queer), ma che in realtà ci appare doverosa perché senza di lui sarebbe un film completamente diverso Noi e Loro.

Ogni grammo di esperienza, di mimica e gestualità, ogni goccia di talento purissimo, è qui al servizio di una narrazione poggiata tutta sulle stanche ma ancora possenti spalle dell’interprete francese che nei panni caratteriali di Pierre padre affettuoso, danneggiato e premuroso, si muove come bilanciere esistenziale tra le vite dei suoi figli: Louis e Fus, opposti, agli antipodi, nelle cui vene scorre lo stesso sangue ma tutto sembra indicare una natura estranea. Uno pacato, gentile, attento e studioso; l’altro caotico, violento e ribelle sino a rasentare la follia. Eppure – e da qui la scelta di parole del titolo italiano Noi e Loro – uniti più che mai contro chi gli è contrario. Ci sono gli Hohenberg e poi il resto del Mondo…

da qui

 

In un crescendo corrosivo che non può che condurre alla tragedia Jouer avec le feu (tratto dal romanzo Quel che serve di notte di Laurent Petitmangin), attraverso la regia delle due sorelle Delphine e Muriel Coulin – meticolosa, tagliente, visivamente precisa nei dettagli, nelle scene, nella luce – domanda al pubblico un’attenzione partecipata, facendo provare una colluttazione quasi fisica con i fatti narrati: non si può rimanere impassibili davanti ai quesiti che si pone questa figura paterna importante, preoccupato per sempre per il figlio, per il quale vorrebbe ogni bene sebbene le sue scelte non siano condivisibili. Un film tutto maschile, girato da mani femminili che hanno saputo scavare perfettamente nelle psicologie dei personaggi, con dovizia e cuore, supportate da un trio di attori perfetti.

da qui

 

le Coulin puntano gran parte della posta in gioco sul volto “vivo” e stremato del solito, straordinario, Vincent Lindon che, con la sua energia, i suoi occhi e i suoi silenzi, si porta generosamente sulle spalle un film altrimenti rischiosamente schematico e stilisticamente monocorde.  Quando infatti provano a osare visivamente nelle dissolvenze plastiche e oniriche delle danze tribali, inserite quasi a sostituzione delle scene di violenza dei gruppi a cui appartiene Fuss, i risultati sono fin troppo cerebrali e costruiti. E così anche stavolta le registe francesi, a parte pochi momenti – come quello della partita di calcio allo stadio del Metz o della scena in cui Fuss chiede al padre di insegnargli a ballare il rock –  dimostrano di trovarsi più a loro agio con la scrittura che con le immagini. Per questo, appena possibile, si aggrappano ai primi piani e ai monologhi di Lindon, ormai interprete militante e presenza morale del cinema francese contemporaneo, qui quasi inchiodato al ruolo, che per qualsiasi altro attore sarebbe ingombrante ma per lui no, di testimone e portavoce ufficiale di una crisi familiare che si fa sociale.

da qui

 

Vincent Lindon (un nome che costituisce una garanzia di serietà di scelte nel cinema francese) dà al suo personaggio tutte le caratteristiche di un padre che scopre di essere impotente dinanzi a sirene ideologiche e a slogan di facile presa che aprono tra Pierre e Fus varchi sempre più incolmabili.

È un film sulla difficoltà, quando non è addirittura impossibilità, di un dialogo che vede entrare, nella naturale dinamica della necessità di distacco dalle figure parentali propria dell'adolescenza, il veleno di un'ideologizzazione pervasiva che vede l'altro non come avversario con cui dibattere ma piuttosto come nemico da sconfiggere. Anche quando si tratta del proprio genitore al quale non si è smesso, seppure in modo estremamente confuso, di voler bene.

In questo contesto la figura di Louis, il fratello minore, avrebbe potuto risultare di semplice contorno. Invece viene cesellata con cura mostrando al contempo vicinanze e distanze, sia con il fratello che con il padre, a cui è difficile offrire sempre una conciliazione.

Si tratta di un'ulteriore riprova della capacità del cinema d'Oltralpe di affrontare, con partecipazione non disgiunta da verosimiglianza, tematiche sociali di stretta attualità senza trasformarle in pamphlet o in melodrammi a tinte fosche.

da qui

 

Narrativamente, la storia si avvale poi di rigidi schematismi (gli estremisti sono fanatici tifosi e promuovono la cultura del corpo e della virilità), manicheismi (Louis va all’Università ed è quindi di mentalità aperta/ Fus non ha conseguito il diploma da metalmeccanico ed è quindi facilmente influenzabile), addirittura di facili parallelismi (i fumogeni che usa Pierre come ferroviere notturno/quelli degli ultras) o metafore (Fus a un certo punto rompe l'altalena come fa con la sua stessa famiglia). In un film che proprio invita a superare questa forma mentis (la netta divisione "noi e loro" abbracciata dal figlio e rigettata dal padre), è un paradosso più interessante dell’operazione complessiva.

da qui

 

Lo sguardo sulla società francese bianca inoltre – che vista da una prospettiva di questo tipo è piuttosto insolita nel cinema transalpino contemporaneo – appare lucido e spietato. Con la rappresentazione di una provincia sui generis come quella della Lorena: terra di mezzo e contesa fra due popoli, fieramente francese ma allo stesso tempo con una storia molto più giovane di quella di gran parte della Francia continentale. Ma anche di una classe media che si percepisce sempre meno centrale all’interno del discorso pubblico, che è facile preda di ideologie semplici come quelle intrise di populismo della destra estrema. E Fus, ventitreenne disoccupato e non portato per lo studio, perso dietro il calcio e la noia della provincia è in definitiva la perfetta sintesi, oltre che il simbolo, di tutto questo.

Nonostante qualche schematismo e un racconto freddo, quasi asettico e che forse avrebbe potuto osare un po’ di più soprattutto nella direzione del contesto politico – sullo stile del cinema di Brizé, cui evidentemente si ispira – Noi e loro è un film solido e ricco di idee che mette il dito nella piaga di uno dei fenomeni più controversi e preoccupanti del nostro presente. Qualcosa con cui avremo a che fare per molto tempo ancora.

da qui



mercoledì 26 febbraio 2025

Of Money and Blood (D'argent et de sang) - Xavier Giannoli

una serie avvincnte, soldi, truffe, omicidi, indagini, ci sono tutti gli elementi per vedere cinema di serie A.

dirige un regista giovane (e bravissimo, visto il risultato), protagonista il solito eccezionale Vincent Lindon, circondato da tanti bravi attori e attrici.

la serie è composta da 12 episodi, tutti necessari e perfetti.

non mancano i riferimenti politici (Netanyahu e Berlusconi), i maledetti paradisi fiscali, la truffa è quella sui crediti di carbonio (qui qualche informazione).

una serie da non perdere (fra le tante inutili), se vi volete bene.

buona (truffaldina) visione - Ismaele

ps: si può vedere in qualche canale di streaming italiano.


 

 

 

…D’Argent Et De Sang sa catturare dal primo minuto per tutta una serie di motivi. Innanzitutto, abbiamo un cast che definire perfetto è poco. Vincent Lindon usa il solito mestiere per concepire un servitore dello Stato carismatico, astuto e contorto quasi come i criminali a cui dà la caccia, la parte del leone la fanno Bedia e Schneider. Il primo con Fitoussi è la più perfetta riproduzione di truffatore che si sia vista da moltissimo tempo a questa parte, un lestofante in cui l’attore algerino sa far risplendere la totale mancanza di scrupoli, l’astuzia da faina della strada, con l’arsenale fatto di carisma, faccia tosta, bugie e manipolazione psicologica. Quasi più un prestigiatore che un semplice dispensatore di “pacchi”, diventa tutt’uno con l’Attias di un arrogante e infantile Schneider, sorta di totem di ogni furbetto del quartierino appartenente alle tante dinastie patrizie dell’Occidente moderno, cresciuto a Lamborghini e mito dell’impunità come ramo del successo. La volpe e il gatto, il figlio dei bassifondi e il Principe viziato, sono anche l’alto e il basso, il nero e il bianco di un racconto che ci illumina sull’impunità come sine qua non del mercato moderno, che in realtà è truffa legalizzata, speculazione anarchica…

da qui

 

A guidarlo troviamo il consueto, ottimo Vincent Lindon, che qui è chiamato a vestire i panni di un brillante funzionario statale, il quale, tuttavia, si rivela assai meno determinato ed empatico nella gestione del difficile rapporto familiare con la figlia ventenne.
Fortunatamente per la sceneggiatura, non sempre esente da sbavature, anche tutti gli altri interpreti riescono a dare profondità ai propri personaggi e a portare a galla le divergenti motivazioni che covano nell’ombra sotto l’inizialmente amichevole goliardia dei malavitosi, facendo trasparire anche l’implicita ironia che emerge dal bizzarro accostamento di individui dalle estrazioni sociali molto differenti.
Un sorprendente Niels Schneider, in particolare, dà il volto a un villain inquietante e imprevedibile, che svela solo con il passare degli episodi la propria natura più oscura e profonda, evolvendo in maniera tanto imprevedibile quanto coerente con le vicende narrate.
D’argent et de sang è a tutti gli effetti una serie character driven, che mette a nudo l’anima dei suoi personaggi e ci svela come il denaro e l’avidità possano travalicare qualsiasi barriera sociale, economica o culturale.

da qui

 

Extrêmement bien documentée, très bien écrite, très fluide dans sa narration, cette fiction inspirée librement du livre-enquête éponyme de Fabrice Arfi, sorti en 2018 aux éditions du Seuil, montre un Xavier Giannoli aussi à l’aise avec l’écriture et la mise en scène d’une série qu’avec celle d’un film… dans un style qui rappellera Le Loup de Wall Street ou Casino, avec un rythme, une mise en scène et un humour qui font mouche dans la première partie notamment, celle qui raconte l’ascension des voyous.

Giannoli montre aussi, de manière très pédagogique, comment cette bande d’escrocs a réussi à trouver la faille et à mettre en place un jeu de sociétés écrans et de prête-noms pour développer leur business. Pas facile, quand on sait la complexité du système financier et des échanges boursiers. Et le pari et réussi ! La série parvenant, même, au-delà du simple fait divers, à sensibiliser le spectateur à la question écologique, en montrant clairement que la mondialisation et la croissance des profits sont liées au réchauffement climatique, et que, d’une certaine manière, la réussite de cet arnaque est aussi une conséquence d’un capitalisme sauvage qui continue de malmener le Monde et de créer des ravages sur toute la planète.

da qui

 

…L’inquirente-narratore ci presenta dunque la psicopatologia del gioco, dell’azzardo, che motiva le azioni così eccessive da poter risultare inverosimili (benché vere) dei suoi rivali, i quali si sono conosciuti sui tavoli dei casinò per poi, a ridosso della crisi della Lehman Brothers, darsi impunemente ai raggiri in borsa. Malgrado la complessità della sua trama, la serie riesce così ad avvincere, anche grazie a un’ambientazione che corre dietro ai personaggi da una parte all’altra del pianeta (da Panama alle Filippine) con due centri nevralgici: la Parigi dei bassifondi e dell’upper-class; e Israele dove i truffatori operano regolarmente perché protetti dalle rispettive comunità famigliari e d’interesse e dove possono riparare senza rischiare più alcuna estradizione facendo l’aliyah, il ritorno alla Terra Promessa. Tanto più che il vero Mamrin e il fittizio Attias non perdono occasione di vantarsi d’aver finanziato gli affari e le campagne elettorali di Netanyahu. Mentre una delle sue amanti era assidua delle feste “bunga bunga” del premier allora in carica oltralpe…

da qui

 


lunedì 21 novembre 2022

Incroci sentimentali (Avec Amour et Acharnement) - Claire Denis

i film di Claire Denis non sono pacificati e consolatori, e quando sembra che le cose possano andare bene il diavolo si mette al lavoro.

Juliette Binoche e Vincent Lindon sono sempre attori di serie A, tormentati e convincenti.

che cose strane sono l'amore e la passione, e come sono diverse le teste degli esseri umani.

se uno pensa che sia un film di lei, lui e l'altro, che sia una favoletta con il lieto fine, e se così non fosse potrebbe stare un po' male, allora stia a casa.

un film che non delude, ma il titolo sì.

buona (complicata) visione - Ismaele





...Se la protagonista qui è una donna divisa tra due uomini, per scelta sua o più probabilmente per incapacità-impossibilità di scegliere, è ai suoi partner che Denis rivolge il più della sua attenzione. Benché Sara, ossessivamente, chieda a Jean, l’ex rugbista dal passato complicato con cui si è messa dopo aver lasciato il marito, “ma tu mi ami? ma perché non me lo dici” neanche fossimo in un tossico commercial per San Valentino, non è su di lei che ci si cincentra ma sulle (non) risposte di lui. Lo zucchero lascia il posto al ritegno, al riserbo virile, all’asciuttezza, il discorso amoroso al minimalismo verbale se non al silenzio. L’amore diventa in Denis, in questo film di Denis, estensione della lotta, scontro muscolare e barbaro, feroce, all’interno e al di fuori della vita di coppia, benché i modi appaiano civilizzati...

da qui 


Claire Denis accentua questo senso diffuso di prigionia chiudendo i personaggi dentro primi o primissimi piani, o inquadrandoli spesso come carcerati nello stipite di una porta o nella cornice di una finestra. Fra omissioni, sospetti e menzogne, il clima si fa irrespirabile (letteralmente: Sarah accusa Jean di non darle il tempo di respirare) e tutto diventa chiuso, otturato, ostruito. Sino al finale che non possiamo e non vogliamo rivelare, se non per invitare che legge a riflettere sul fatto che anche la fine – come l’inizio – è nell’acqua. Ma all’acqua libera del mare subentra l’acqua chiusa e imprigionata a sua volta in una vasca da bagno. E nella vasca c’è un solo personaggio, non due come all’inizio. Segno che l’amore ha davvero ferito e tagliato. Da tutte e due le parti della lama.

da qui


…La semplicità lineare della storia - sulla carta il più tradizionale dei "lui, lei, l'altro" - non tragga in inganno, perché Avec Amour et Acharnement coglie di sorpresa a ogni sua curva, e la psicologia dei personaggi diventa un labirinto di doppiezza e perversione. Tutto inizia da un'acqua cristallina e corpi in armonia, perché quello tra Sara e Jean è un "discorso amoroso" del tutto sano, ancora in divenire, e Denis ci tiene a mettere in chiaro che in questa relazione non c'è banalmente del marcio in attesa soltanto di essere svelato…

da qui

 

Identità, convenzioni, percezione, in fondo il film è tutto qui, nel suo ragionare continuamente sul suo senso profondo e, soprattutto, sull’orizzonte di attese che lo spettatore ha nei suoi confronti.

Ed in effetti Incroci sentimentali, tratto dal romanzo Un tournant de la vie di Christine Angot (che ha anche scritto la sceneggiatura con la regista), parte come drama sul tradimento dalle coordinate riconoscibili: Sara e Jean, ex giocatore di rugby, disoccupato e con un passato da piccolo criminale sono sposati da anni, ma la loro relazione non sembra sentire il peso del tempo. Un giorno, però, Sara riconosce, in un uomo intravisto per la strada, François, suo ex fidanzato e vecchio amico dello stesso Jean. La donna cerca di non pensare all’incontro fugace ma non può negare l’emozione che le ha suscitato. Tutto cambia però nel giro di un’inquadratura: Francois riallaccia infatti i rapporti con Jean, l’amico lo coinvolge nello sviluppo di un’agenzia sportiva e così mentre Sara subisce sempre più il ritorno di fiamma, in realtà è Jean a comportarsi come un marito fedigrafo: si gode il suo riscatto, torna a tarda notte dopo aver passato la giornata con François e nel frattempo isola sempre di più la moglie, inconsapevole, forse, della stranissima gelosia che la attanaglia.

E allora ecco che Incroci sentimentali si rivela racconto d’infedeltà che ripensa i codici e le strutture di un genere con un’ironia sottile ma soprattutto senza tregua, spingendosi fino al paradosso. Il tradimento è solo evocato, suggerito, traslato in uno spazio borghese che lo fa coincidere con la realizzazione professionale, mentre il centro della narrazione lentamente si allontana da Sara e tutto il film sembra scriversi sul corpo muscoloso, sui gesti misurati e sull’affascinante fragilità di Vincent Lindon...

da qui

 

Claire Denis ritrae bene l’ambiguità del tradimento amoroso, il pensiero ossessivo e strisciante che si insinua quando si teme che il proprio coniuge sia infedele. Il film restituisce quest’ambiguità con forza e lo spettatore stesso non riesce bene a identificare quali siano i reali sentimenti dei protagonisti verso l’uno o l’altro componente del triangolo amoroso. Risultano poco azzeccati determinati riferimenti alla situazione politica e sociale francese, brevi incursioni troppo decontestualizzate e che distraggono dal cuore del film: i sentimenti dei protagonisti.

Both Sides of the Blade è un film che in definitiva può dirsi riuscito, funziona l’idea di base che fa da perno al film e coinvolge per tutta la sua durata. La grossa pecca è che il distacco e la freddezza dello sguardo di Claire Denis possono mal conciliarsi con la volontà di raccontare sentimenti così travolgenti. Appare comunque eccessivo il premio alla regia a Berlino, trattandosi di un film fin troppo classico e che in definitiva non porta nulla di realmente innovativo.

da qui

 

mercoledì 16 novembre 2022

Mea culpa - Fred Cavayé

un padre e un figlio, una mamma disperata, una minaccia criminale, mors tua vita mea, una grande sorpresa finale.

un'americanata francese che non delude gli amanti del cinema tutto di corsa, attori bravi, bambino compreso.

buona (polar) visione - Ismaele


 

 

Senza discostarsi dallo spirito poliziesco della sua antecedente produzione cinematografica, Cavayé realizza con Mea Culpa un thriller ancora più rapido, crudo e violento dei precedenti. Scene di lotta e inseguimenti rocamboleschi si avvicendano in un caotico e coerente flusso di reazioni a catena fino al “duello finale” che permetterà a tutti i differenti piani della narrazione di confluire e intersecarsi, ridisegnando così una nuova trama, riveduta e corretta per entrambi i protagonisti. Realizzato con esperienza e intelligenza, Mea Culpa è un prodotto cinematografico di intrattenimento assolutamente ben confezionato (che nulla ha da invidiare alle produzioni action di Hollywood). Privilegiando lo stile al contenuto e giocando egregiamente tra generi, Cavayé fa confluire a tratti il noir nel melodramma e il poliziesco nel thriller, confermandosi, con Olivier Marchal, tra i registi più di talento dell’odierno cinema d’azione francese.

da qui

 

Convincono i due attoroni francesi protagonisti: Vincent Lindon e Gilles Lellouche. Il primo in particolare stupisce per l’abilità con cui mette in scena la durezza e il tormento di un personaggio dal passato tormentato, proprio come i migliori anti-eroi da film noir. Il secondo lo spalleggia con mestiere, senza mai rubargli la scena.

Mea culpa è quindi uno di quei film che, pur indossando più maschere e costumi di genere, sceglie di privilegiare lo stile al contenuto, cosciente di come l’ingerenza del primo possa compensare il secondo. In fin dei conti, il cinema è anche questo: mixage, equilibrio, capacità di tenere in pari l’ago della bilancia.

da qui 


Se c'è un genere in cui i film francesi non mi deludono mai, sono i "polar", un po' la loro versione, più raffinata, dei nostri "poliziotteschi" degli anni settanta. I registi francesi che vi si cimentano, non sbagliano praticamente mai un colpo. Cavayé, poi, sceglie i volti perfetti del grande Vincent Lindon e del bravo Gilles Lellouche, scavati il giusto, facce da pugni e disperazione in ogni ruga, e aggiunge una presenza femminile importante, nella bellissima attrice libanese Nadine Labaki, già protagonista di "Caramel". Insomma, per fare dei buoni polar ci vogliono buone facce, un po' come per fare i buoni western, di cui, in fondo, sono una versione moderna e virata di notte e pioggia. "Mea Culpa" è un film portentoso, di una forza spaventosa, con una storia di tradimenti, redenzioni e amicizie virili, tutto piuttosto tipico, che non concede un attimo di tregua, e ha, nel suo svolgersi, almeno due sequenze memorabili, specialmente quella finale, sul treno. C'è azione, certo, ma mai superficiale o tanto al chilo, proprio per la bravura dei protagonisti, e dello sceneggiatore, nel dare parecchio spessore ai loro personaggi. C'è, come sempre, una sottile patina di malinconia e di sconfitta che aleggia per tutta la durata del film, che davvero fila spedito e sicuro fino allo splendido finale. Il regista, nella sua bravura, è capace di "scomparire" nelle scene più importanti, e questo è un punto importante a suo favore, rispetto all'egocentrismo di altri colleghi molto più quotati. Niente, nessun punto debole: purissimo Cinema. Da recuperare assolutamente.

da qui

 

5 raisons pour lesquels le troisième film de Fred Cavayé est un authentique film de merde.

1. Fred Cavayé semble déterminé à transposer tous les stéréotypes et les vices du nanar hollywoodien dans un paysage de téléfilm français, y compris la promotion de l’auto-justice et de la loi du talion.

2. Dans la même idée, le film est baigné d’une misogynie crasse. C’est simple, il n’y a que deux personnages féminins : le premier est une ex-femme ingrate, le deuxième une pute.

3. Mea Culpa « bénéficie » en outre de l’interprétation monolithique et crispée de Vincent Lindon (acteur généralement des plus intéressants et fins) qui sait probablement qu’il est dans un navet mais s’en fout, voire s’en amuse.

4. Incroyable mais vrai : ce cinéma binaire, principalement constitué de gentils et de méchants qui se poursuivent et se tapent dessus passe pour un chantre d’obsessions d’auteur auprès de certains crétins de la critique.

5. En bonus, un ultime effet de manche scénaristique, livré dans un flashback à la truelle, qui se veut touchant et inattendu mais qui n’est que pathétiquement grotesque.

da qui



domenica 10 aprile 2022

Un altro mondo - Stéphane Brizé

Philippe Lemesle è un sicario del capitalismo, la forma di economia che neanche i diavoli potevano immaginare.

gli chiedono di fare il killer di lavoratori e chi glielo chiedo, un capo che ha ancora una faccia, si giustifica dicendo che anche lui deve obbedire, i mercati, i consigli di amministrazione, gli azionisti, i fondi.

la vita di Philippe è una merda, il divorzio è vicino, il figlio è fuori di testa, lui vive per il lavoro e nella menzogna.

quando gli chiedono cose inaccetabili fa la cosa giusta, diserta, il sistema (di merda) andrà avanti, i disertori sono sempre soli, nessun partito li accoglie, ma si possono guardare allo specchio senza sputarsi in faccia.

Sandrine Kiberlain e Vincent Lindon sono bravissimi, se fosse un film muto non importerebbe, le loro facce dicono tutto.


un altro mondo è possibile, sempre meno in forma collettiva.


non perdetevelo, il film è addirittura in una ventina di sale.


Philippe è un supereroe, come Julie e come Diana, di quelli veri, non finti come quelli dei fumetti e dei cinecomics.


buona (imperdibile) visione - Ismaele









…Lemesle, interpretato dal solito, magnifico Lindon, è un dirigente quadro che, d’improvviso, vede enormemente ridotti margini di manovra e libertà d’azione che credeva infiniti. La dissoluzione familiare, con un divorzio e un figlio che, schiacciato dalla pressione, si chiude in un mondo mentale fatto d’impossibile controllo su ogni particolare, accompagna la dismissione, in azienda, di un consistente numero di dipendenti, pena la cacciata ignominiosa dal listino di Borsa. Il piano di ristrutturazione da lui proposto è sensato (rinunciare ai bonus annuali per tentare di salvare il salvabile senza toccare i posti di lavoro) ma completamente rigettato dal “sistema”, fatto di tagliatori seriali di teste e un CEO americano che comunica decisioni via Zoom, e dagli stessi colleghi, che fanno quadrato sulla difesa del privilegio, percepito come diritto inalienabile. Lemesle/Lindon mentirà spudoratamente ai rappresentanti del consiglio di fabbrica, e da questo fondo tenterà pian piano di risalire, per mantenere, se non il lavoro, almeno un barlume di coscienza e umanità.

Il cineasta francese narra questa complessa materia con il suo stile sobrio e senza fronzoli, tutto teso al raggiungimento del risultato, probabile frutto di un lungo lavoro di documentazione sul campo: nessuno come lui (forse solo il gigante Frederick Wiseman, ma lì parliamo di riprese “dal vero”) è capace d’inquadrare dinamicamente una riunione aziendale, alternando sapientemente primi piani e macchina a mano, restituendoci una sensazione di realismo perfettamente accompagnata dalla recitazione fortemente naturalistica degli attori in campo. Non un segmento o un’inquadratura sovrabbondante, in poco meno di un’ora e mezza si arriva al punto senza tralasciare nulla, e in una Mostra con film dalle durate spesso (inutilmente) elefantiache questo non può che rappresentare un ulteriore punto a favore

da qui


 

…Non ha l'aria di un dibattito Un autre monde ma di una guerra. Piantato in una terra di nessuno senza più parole e senso dell'altro, il personaggio di Vincent Lindon incarna una crisi intima e mette in evidenza le ferite che provoca la logica del capitalismo, le cicatrici che lascia, anche sull'avversario.

Sempre in scena, sempre incollato alla scrivania, il protagonista non riesce a uscire dallo spazio confinato che ha creato il conflitto sociale. Sull'altare dell'azienda ha sacrificato tutto quello che gli era più caro e adesso non ha modo di fuggire lo scacco, deve incassare lo choc e attenersi ai suoi obiettivi. Sul corpo di Lindon, che ama abitare le storie rivelatrici di una realtà sociale, pesa un'altra volta la legge del mercato. Chiuso dentro l'ufficio e il sistema, il protagonista non riesce più a ritagliarsi margini di libertà. L'intimo è divorato tutto intero dal mercato.

Tuttavia, se le opere precedenti mostravano che non viviamo affatto in un mondo ideale, il nuovo film di Brizé dimostra che un altro mondo è possibile. Philippe Lemesle, integrato nel sistema, riafferma dentro al sistema la sua singolarità. Certo l'autore mette in difficoltà il suo protagonista, che parla poco e ascolta tanto. Possiamo sentire il problema di coscienza che lo rode e che il ruolo di leader gli impone. Perché il capitalismo spreme anche la dirigenza come limone…

da qui

 

 

sabato 29 gennaio 2022

Mademoiselle Chambon - Stéphane Brizé

una storia banale, la maestra e il muratore, padre di un suo alunno, vengono attratti dalla calamita della passione.

e le cose vanno avanti, fra silenzi, sguardi, tutto in modo misurato e però irresistibile.

ottimi attori, la maestra, il muratore e la moglie, che sa soffrire e aspettare.

un fran bel film, per gli amanti del cinema francese, e di ogni cinema.

buona (musicale e tormentata) visione - Ismaele


 

 

 Sconsiglio la visione di questo bellissimo film alle persone che lamentano l’eccessiva lentezza di un certo cinema francese. La raccomando invece vivamente a chi ama i film costruiti sulla qualità dei dialoghi, sull’intensità della recitazione e sull’introspezione dei caratteri dei personaggi. Inizialmente, Jean e Véronique esitano addirittura sul modo in cui parlarsi e comportarsi l’uno con l’altra. Piccole frasi, reciproca gentilezza nei modi, reciproco rispetto. Per arrivare al primo bacio si deve attendere una quarantina di minuti e faranno l’amore una sola volta, a film quasi terminato. Il finale, poi, porta da tutt’altra parte. Vincent Lindon, attore capace veramente di tutto, si cala in maniera sorprendente per autenticità nella parte del bravo muratore, forte, uomo semplice ma onesto e di grande umanità. Di fronte a lui l’eccellente Sandrine Kiberlain, quasi stupita dei sentimenti che sente nascere dentro di sé nei confronti di un personaggio lontano anni luce dal suo modo di vivere. Il film è privo di scene erotiche, ma si respira aria di desiderio sessuale fin dal primo incontro. Questo approccio a tentoni, il lento avvicinamento dei due protagonisti e l’esito che non va rivelato suscitano nello spettatore una crescente tensione da thriller psicologico in una vicenda ambientata nella quotidianità di persone di ogni giorno, in contesti semplici quali il lavoro e la vita familiare. Tutto avviene alla luce del sole, non ci sono incontri segreti, né scoperte traumatiche. A nudo vengono messi soltanto i sentimenti, le incertezze, la paura mista a desiderio di cambiare vita. In questo risiede la grandezza di un film delicato quanto profondo. Nell’adattare il romanzo di Eric Holder da cui è tratta la sceneggiatura, il regista Stéphane Brizé riconosce di essersi lasciato volutamente influenzare da « I ponti di Madison County » (1995) di Clint Eastwood (fonte « Allociné.com »). Ne condivide in effetti la sobria tonalità ed una conclusione che lascia con il groppo in gola. Da notare che, nella vita reale, Sandrine Kiberlain e Vincent Lindon sono stati moglie e marito...

da qui

 

Mademoiselle Chambon is an exquisite and well-acted French film directed by Stephane Brize. There isn't a wasted moment in this subtle and slowly unfolding story of an extramarital romance. Both Jean and Veronique are opened to fresh territory inside themselves that they had not explored before. And their lives are enriched by what happens between them. Vincent Lindon and Sandrine Kiberlain give stellar nuanced performances which make the most out small moments that signal the soundings of the heart.

da qui

 

Mademoiselle Chambon es una película sobre las otras gramáticas, las evanescentes, las que nacen y mueren cada día, las que están implícitas en el silencio, en las miradas, en las ventanas que se rompen, se abren y se cierran. En la manera de acomodar las masitas en un plato. En la paz cifrada en unos pies dormidos. En la pose fingida de los amantes que dicen sentir la música cuando lo único que pueden escuchar son sus propios latidos, que ya no dan más. También están los frágiles códigos de la cobardía que las mujeres leen a la perfección (no, Jean, no tenías que montar la escena del cumpleaños para “hablarle” a tu mujer), y aún más extendidos están los códigos de la resignación y los de la fantasía romántica. ¿Pero qué resignamos exactamente? ¿Qué anhelamos? ¿Podemos definirlo acaso? De nuevo la paradoja, el deseo que no puede hacerse de su objeto. Porque cuando lo consigue, ya dejó de ser deseo.

da qui

 


sabato 9 ottobre 2021

Titane - Julia Ducournau

in fondo, a suo modo, è un drammatico, estremo, diverso, film d'amore, scrivo a Giuseppe e lui mi risponde: quasi tutti i grandi film, in qualche modo, sono film sull'amore.

è un film d'amore (senza aggettivi), Alexia non lo sapeva, avrebbe sempre voluto un padre, Vincent non lo sapeva, voleva un figlio, chiunque fosse.

e si trovano, all'inizio era lui ad avere necessità di un figlio, dopo è lei a capire di avere bisogno di un padre.

è un film violento, duro, estremo, è la vita di Alexia che è così.

Vincent vive in una casa-caserma di pompieri, accoglie lì Alexia, che riesce a farsi accettare da tutti.

alla fine nasce un bambino, e quando Vincent lo tiene in braccio la prima volta come fai a non commuoverti?

solo in una trentina di sale, così va il mondo, ma cercatelo, dopo saprete cosa avete rischiato di perdere - Ismaele


ps1: Vincent Lindon e Agathe Rousselle sono perfetti


ps2: a me ha ricordato un po' Cars, della Pixar, il rapporto amoroso di Alexia con la Cadillac sembra uscito da lì, la Cadillac arriva da Cars.


 


dice Nanni Moretti: "Invecchiare di colpo. Succede. Soprattutto se un tuo film partecipa a un festival. E non vince. E invece vince un altro film, in cui la protagonista rimane incinta di una Cadillac. Invecchi di colpo. Sicuro"

dice Julia Ducournau: "Titane non è nato per scandalizzare. È un film d’amore. Il mio amore per il cinema: David Cronenberg e Alfred Hitchcock su tutti. E l’amore di un padre che ha perso il figlio e una figlia che cerca quel padre che non ha mai avuto. L’amore, meglio il bisogno e la mancanza d’amore, fanno fare strane cose. In realtà è un film sulla paternità esattamente come Tre piani di Nanni Moretti che ho amato tantissimo. solo che qui i padri sono due. Alexis, la protogonista, si “divide” tra quello “adottivo” interpretato da Lindon e quello biologico (ndr interpretato da un altro regista che Julia ama tantissimo: Bertrand Bonello). Sono due padri in contrasto. Quello di Lindon cerca di riempire il vuoto dell’altro. Lui vuole costruire quel legame che l’altro ha negato da subito." (qui)

 

 

  

Titane es radical, arrolladora, violenta, ruidosa, perturbadora, y visualmente poderosa. Pero también delicada, sugerente, emotiva y sensible.

da qui

 

un bimbo nascerà.

Ed è giusto che lei non ce la faccia perchè è maledettamente coerente col film, perchè tutto deve essere portato alle estreme conseguenze, perchè non c'è dolore se non c'è dolore massimo e non c'è rischio di morire se non c'è morte.

Ma il bambino nasce.

E non si sa come sia possibile ma quando quell'uomo cinge a sè quel corpicino, quel corpicino da "molecole d'acciaio", noi abbiamo una sensazione.

Che quel bimbo sia un atto d'amore.

Che in quella stanza si sia compiuto un miracolo.

Che quella madre abbia affrontato tutti i dolori dell'umanità per regalare quella nuova vita.

E che ci sia qualcuno pronto a proteggerla.

E' questo il miracolo di questo film a suo modo indimenticabile.

Che noi, malgrado tutto quello che abbiamo visto prima, in quella scena crediamo.

E' tutto sbagliato, è tutto fastidioso, è tutto apparentemente disumano.

Eppure, forse anche perdendo una lacrima, noi ci crediamo.

da qui

 

 

Titane es una de las películas más revolucionarias y transgresoras que jamás se hayan hecho. Una película adelantada a su tiempo, la que nos obsequia la audaz realizadora parisina Julia Ducournau. Su historia y personaje principal, rompe con todos los arquetipos y construcciones sociales relacionados con la identidad de género, haciendo que la trama vaya atrapando más y más al espectador.

Por otro lado, cuenta con un tándem protagonista casi insuperable, que consiguen sumergirnos en una mezcolanza de emociones encontradas. Queer y feminista a más no poder, Titane va a ser una de esas películas que recordaremos con el paso del tiempo. La revolución cinematográfica está aquí y tiene nombre y apellido: Julia Ducournau.

da qui

 

Titane, dunque, è innanzitutto un film sulla consapevolezza e l’accettazione di sé, sulla scoperta del proprio corpo e sull’importanza dei legami famigliari (tematiche, queste, che già facevano da colonne portanti in Raw). Il tutto, ovviamente, condito da una gradita componente horror/splatter (come possiamo notare già da una delle prime scene, in cui alla giovane Alexia viene impiantata la placca di titanio in sala operatoria) e da un’ambientazione cyberpunk che ben si addice alla sua giovane protagonista. Una giovane protagonista magnetica, perfettamente rappresentata dalla Rousselle e il cui corpo viene plasmato, modificato, sfigurato fino all’estremo dalla macchina da presa della regista…

da qui

 


…Indubbiamente, Titane è un film estremo ed eccessivo in molti sensi, ma è nel suo complesso una produzione che funziona nel trattamento metaforico di tutte le tematiche che coinvolge. L’universo fluido di “mostri” creato da Julia Ducournau non fa solo una rivisitazione moderna del body horror, ma scommette su un cinema più libero a livello espressivo e, perciò, a un cinema futurista (ri)pensato come forma d’arte.

Il film non ha la pretesa di piacere a tutti, come neanche Ducournau, nonostante hanno entrambi delle qualità che li rendono meritevoli di riconoscimento per fare cinema in tutto il senso della parola. Titane è una poesia contemporanea sul potere dell’amore, la solitudine e la diversità, che risalta proprio per non seguire degli schemi e stereotipi ordinari, che spiazza e abbaglia allo stesso tempo e che, nell’esperienza viscerale che offre, nasconde un cuore tenero che, alla fine, non lascia indifferente a nessuno.

da qui