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lunedì 13 luglio 2026

Szabadesés (Free Fall) - György Pálfi

una vecchietta cade dal tetto di un palazzo, ma non muore.

è l'occasione di vedere cosa succede, risalendo, piano dopo piano, quello che succede in sette appartamenti.

e vede cose che forse non capisce, e anche noi vediamo cose mai viste prime, assurde e grottesche.

come un film a episodi, alcuni belli, altri bellissimi.

un bel film, György Pálfi è una garanzia.

buona (piano dopo piano) visione - Ismaele

 

 

L'ultimo film di György Pálfi, Free Fall [+], può essere descritto come la dimostrazione di un potente stile visivo insaporito da elementi grotteschi, surrealismo e assurdo. Proposto questa settimana al CinEast Festival e all'Hungarian Film Week, Free Fall narra la storia di un'anziana stanca della sua miserevole vita, che prende le sue cose e la carta di credito e salta giù dal tetto del suo edificio. Ma, in un colpo di scena umoristico, la donna sopravvive e per miracolo e deve scalare nuovamente le scale. Mentre torna su, attraversa i vari appartamenti dell'edificio, e lo spettatore viene introdotto nei piccoli mondi chiusi in questi appartamenti, ognuno con una storia più incredibile dell'altra – un guru spinge giù l'allievo che sta levitando, accusandolo di vanità, una fidanzata trofeo si mescola in un party elegante completamente nuda, una coppia maniaca dell'igiene fa sesso attraverso la plastica per evitare il contatto fisico, una sitcom coreana su uno strano triangolo, una donna che vuole il figlio torni dentro di lei e, in ultimo, un ragazzo che sembra l'unico a vedere un enorme toro nell'appartamento.

Nonostante la rappresentazione di generi diversi (dallo sci-fi al realismo socialista),  tutte le storie che l'anziana conosce mentre torna sul tetto condividono un comune senso dell'umorismo nero e dell'assurdo. Il forte surrealismo delle storie rende possibile l'interpretazione in infiniti modi, ma sono tutti accattivanti abbastanza da mantenere il pubblico attento e interessato per tutto il film. Lo stravagante stile di regia di Pálfi è completato dalla musica elettronica e futuristica di Amon Tobin, che fa sentire allo spettatore sin dall'inizio che sta per accadere qualcosa di strano.

Free Fall è stato commissionato dal Jeonju Film Festival per il Jeonju Digital Project 2014, che presenta ogni anni tre corti ma ha lanciato in questa edizione tre lungometraggi. Sin dall'anteprima al Jeonju, Free Fall ha vinto vari premi, come quello al Miglior Regista e il Premio Speciale della Giuria al Karlovy Vary International Film Festival.

da qui

 

György Pálfi not only never seems to make the same movie twice, each extremely different, but many of them are also unlike any other movie out there. He went from a subtle dialogue-free sound-based movie Hukkle, to extremely nasty gross-outs in Taxidermia, then tried improvisation, then a movie built from pieces of other movies... This movie is pure impossible absurdism and social commentary. It consists of seven shorts intertwined, taking place in one building. There's a sour, broken marriage where even suicide doesn't work, breaking the laws of physics. There is an upper-class apartment where a party is taking place where one or two individuals are completely naked and nobody notices. A cliche-ridden yoga instructor gets annoyed when one of his students shows mystical abilities. An extremely germaphobic couple take safe sex to absurd levels and bug-killing to very fatal violent levels. A child is more afraid of an invisible bull in the house than his father. A woman starts a threesome relationship with two men in the same apartment which results in a silly sitcom when the men fight. And finally, a woman goes to a gynecologist for a special, extremely shocking procedure which, let's just say is the opposite of an abortion.

da qui

 

…Con la sensibilità così tattile per le immagini che lo caratterizza, György Pálfi muta di continuo il suo approccio narrativo: si va da una sguaiata parodia delle sit-com televisive al tono futuristico, che avvolge lo stralunato apologo di una coppia per cui le manie igieniste e salutiste sono sfociate in una condotta di vita assurda. Il camaleontico autore magiaro sa poi come rendere più ansiogeno l’effervescente materiale trattato, appoggiandosi nei momenti giusti alle note ora disturbanti e ora ipnotiche della colonna sonora, alla quale ha ottimamente lavorato Amon Tobin. Simili sonorità si fondono bene con uno stile visivo personalissimo. E questo completa il quadro di un oggetto filmico ancora una volta insolito, seducente, scabroso, spiazzante, che non ci sorprende abbia vinto premi importanti al festival di Karlovy Vary.

da qui

 


domenica 28 giugno 2026

Taxidermia - György Pálfi

tre generazioni di ungheresi un po' surreali, ma molto concreti.

si inizia con un soldatino che vuole sempre infilare il suo membro virile in qualsiasi cavità possibile, la seconda generazione è quella di un campione straordinario in una disciplina che scoprirete, il terzo erede cambia del tutto vita, accudisce il babbo vecchio, finchè ce la fa.

detto così è niente, vederlo è un'altra cosa, inattesa e originale, György Pálfi è sempre sorprendente

buona (imperdibile) visione - Ismaele

 

QUI il film completo con sottotitoli in inglese

QUI il film completo con sottotitoli in spagnolo

 

 

…Taxidermia è un film assolutamente originale opera di un cineasta giovane,folle e con lampi di assoluta genialità.

da qui

 

…Il regista, l’ungherese György Pálfi, è da tenere d’occhio. Il film è di un’originalità assoluta e se qualcosa trapela dalla sua poetica e dal modo in cui padroneggia ogni stile, è sempre dalla grande fucina dell’umore nero dei paesi dell’est europeo che trae ispirazione, penso ai romanzi di Ladislav Fuks (Il bruciacadaveri), al cinema di Dusan Makavejev e Jan Svankmajer…

da qui

 

…TAXIDERMIA è senza dubbio uno degli apici del genere cinematografico grottesco, dove l’eccesso e l’esagerazione animano le gesta folli dei suoi bizzarri protagonisti, senza per forza di cose seguire un filo logico. Se tutto avviene in un mondo quasi parallelo al nostro, György Pálfi non esita a puntare il dito contro la dittatura sovietica e la sua influenza pesante sulla politica ungherese nel dopo guerra (non a caso, i russi durante la gara nella mangiatoia devono vincere sempre), vista però con nostalgia una volta finita solo da chi ne ha beneficiato come il nostro gigante Balatony Kálmán (il quale non esitava a corrompere i compagni medici per modificare l’esito medico della moglie). Nella scala dei valori del grottesco, il film ha una continua crescita esponenziale. Se nel primo capitolo siamo testimoni di un eccesso di erotismo selvaggio e assurdo regime militare, e nel secondo assistiamo allucinati a competizioni sportive surreali (allenamenti compresi) che mescolano abbuffate e vomito, nel terzo e ultimo capitolo siamo al cospetto di un assoluto capolavoro dell’estremo. L’ingombrante (in tutti i sensi) presenza di un padre che non esita a disconoscere il proprio figlio, frustrato anche da un’invisibilità da parte del genere femminile, confluirà in un finale epico, di pura arte estetica, triste ed emblematico su quanto visionato durante i 90 minuti precedenti. Un’opera d’arte, quella finale, figlia delle conseguenze delle azioni estreme subite da György Pálfi non solo dal padre ma anche da decenni di politica repressiva sulla creatività e sul libero pensiero (un taglio simboleggiato al meglio da quell’amputazione finale della testa). TAXIDERMIA è uno dei film di genere estremo più riusciti di sempre, figlio di tutto quel cinema orientale più bizzarro ma anche di opere occidentali che hanno fatto dell’unione tra sesso e cibo la loro forza (‘La Grande Abbuffata’ di Marco Ferreri e soprattutto ‘The Cook, the Thief, His Wife and Her Lover’ di Peter Greenaway, con il quale questo film condivide un finale similare ed altrettanto agghiacciante). Disgustosamente spettacolare!!

da qui

 

…La trama potrebbe essere anche semplice da raccontare (tre generazioni di una famiglia ungherese: un nonno soldatino onanista, un figlio robusto campione di abbuffata veloce negli anni del socialismo reale, un nipote rachitico imbalsamatore), ma le poche parole usate non renderebbero giustizia alla ricchezza visiva e tematica messa in piedi da Pálfi, della quale, ma solo per darne un'idea, si potrebbe dire che sembra mettere insieme Jancsó e Ferreri, Kusturica e John Waters, in una mistura che risulta comunque visivamente moderna e contenutisticamente spunto di riflessione sulla bulimia dello sviluppo della nostra società (e non solo dell'Ungheria).

da qui

 

…non vi è film più nero di Taxidermia. Si parte con il nonno, soldato nella seconda guerra mondiale ma soprattutto gran visir della deboscia e della depravazione, sognante coiti a raffica con ragazzine o vecchie ciccione, poco importa…perchè soprattutto è importante fomentare la voglia malaticcia che è in lui, nella propria mappa genomica per l’appunto. Con un montaggio mozzafiato Gyorgy Palfi ci fa conoscere la mente deviata del soldato Morosgovanyi, attraverso un uso sapiente della macchina che a volte arriva al virtuosismo, come nella scena della vasca da bagno, che diventa mano a mano culla, tavola autoptica per il maiale scannato e tanto altro o come nella scena delle azioni che compie il militare ogni giorno, illuminante su quanto sia idiota la vita militare. Lo stomaco viene più e più volte solleticato, ma la visione non è mai gratuita e sempre divertita, sublimamente grottesca. Il nostro soldato riesce finalmente ad avere un rapporto da cui nasce il figlioletto. Questo prosegue caparbiamente la devianza della stirpe divenendo un orrendo ciccione campione di abbuffata. Questa seconda fase del film è una summa di tutto il vomito caduto nella cinematografia mondiale…mi ha tanto fatto venire in mente i ritorni a casa a gattoni alla ricerca di un water o di un lavandino o un vaso o perchè no? un sacchetto della Coop, quelli biodegradabili. Anche in questa fase del film si arrivano a toccare immagini di rara bellezza, le sole capaci di farci sopportare una visione globale per stomaci forti! Il dna della stirpe ha una vera e propria virata verso il degrado con l’ultimo discendente, con cui si chiude il film. Egli è un ragazzo secco, emaciato, con lo sguardo spiritato, tipo un Pierre Clementi dopo due martellate in testa e qualche litro di vodka avariata. Ha un negozio di animali tassidermizzati, e cioè per dirla come il compare Gino, quello che va a caccia e tiene le beccacce in salotto, impagliati!. La precisione chirurgica con cui modella gli animali è già sintomo di devianza; oltre al negozio l’impagliatore deve anche badare al padre, l’ex campione di abbuffata ormai ridotto a sorta di Jabba the hut orribile obbligato all’immobilità sulla poltrona del salotto. Il nostro viene maltrattato dal padre, nonostante le cure che gli riserva, e sente sempre di più il peso della vita impostagli, in definitiva, dal proprio corredino genetico. Con impeto salvifico alcune volte si tenta di risalire dall’abisso oscuro per vedere un poco di luce; in un vero e proprio cortocircuito il nostro impagliatore tenterà di virare verso il sublime la propria storia di solitudine e insanità. Dopo aver ucciso e tassidermizzato il padre, il nostro farà lo stesso con il proprio corpo, uccidendosi e impagliandosi nella posa del David di Michelangelo. Ribellione contro i propri cromosomi quando non si può accettare il destino scritto per noi, ribaltare la tenebra in luce!.

da qui

 

…Sembra strano, ma Pálfi con questa sua opera parla dell'umanità meglio di chiunque altro. Parla del suo attraversare le guerre, del suo adattarsi a nuove forme di schiavismo (ecco, forse l'unico difetto è quello di introdurre la dittatura socialista solo per uno sprazzo quasi casuale) fino all'essere schiavi dell'unico, vero, desiderio: l'essere amati.

Perché è il pezzo finale del figlio a dare la chiave di lettura del tutto. Perché altrimenti, sì, sarebbe stato davvero un film ai limiti del voyeristico, ma sarà proprio nelle fattezze quasi repellenti di quel tassidermista che tutto avrà una sua logica, dopo che si è saputo superare ogni volte per il livello di assurdità - ma anche tecnico, perché la confezione è a dr poco ineccepibile e ancor più fantasiosa.

Taxidermia parla d'amore, semplicemente, parla di tre vita che se lo sono viste negato e che lo hanno deformato nella peggiore delle maniere, perché è il mondo stesso - e la sua storia - che lo nega. E quindi ci si maschera dietro la masturbazione compulsiva, dietro la realizzazione agonistica, ma è tutto qualcosa che nasconde una mancanza che non si è avuto e che di ricambio non si riesce a dare.

Pálfi ha tassidermizzato il mondo e la sua storia, mettendoci in mostra come l'opera che apre e chiude il film. Solo un corpo, alla fine siamo solo quello, perché c'è la nostra storia e il nostro vissuto a riempire tutti i buchi, anche i più discutibili, e tutto quel poco amore che ci è stato concesso e non abbiamo saputo dare, o che non abbiamo ricevuto. 

Tanto vale svuotarsi, anche se rimarrà lo spiraglio prima della fine... 

Sarà una cosa da schizzati, farà schifo in più punti... ma un'opera che riesce a restituire tutto questo con una tale lucidità, per me, ha vinto a prescindere. 

Davvero, uno dei film più belli che io abbia mai visto.

Solo che non so quando lo rivedrò...

da qui

 


giovedì 11 giugno 2026

Hukkle (Singhiozzo) - György Pálfi

in un paesetto di campagna (ungherese, ma le facce sembrano le stesse dei nostri paesi) non succedono molte cose, ma succedono tutte le cose.

nel film ci sono pochissime parole, molti singhiozzi, moltissimi suoni e versi di animali.

e in quel paese si muore, in un modo non troppo misterioso, per noi che vediamo il film.

un opera prima davvero buona e interessante.

buona (silenziosa?) visione - Ismaele


 

 

QUI si può vedere il film completo, senza bisogno di sottotitoli

 


 

Hukkle(singhiozzo) è il primo lungometraggio di Gyorgy Pàlfi che già avevo adorato nel folle Taxidermia di qualche anno successivo a questo.
Partendo da un villaggio ungherese immerso in una campagna rigogliosa e i cui abitanti sono impegnati nelle attività lavorative e ludiche che scandiscono una normale routine quotidiana, il film di Palfi è un bizzarro melting pot tra sguardo documentaristico e racconto di fiction.
Hukkle formalmente è un film senza dialoghi( a parte la parole pronunciate nel finale dal coro mentre intona le canzoni alla festa, parole che comunque riescono a chiarire qualcosa) ma non è un film muto.
E' un film dove il sonoro assume massima importanza(come ad esempio in Tati a cui più volte questo film rimanda) e che è scandito come un metronomo dal ritmo del singhiozzo che affligge il vecchio che vediamo all'inizio del film mettersi placidamente sulla panchina fuori della sua casetta bianca, quasi una casetta delle fiabe.
Un punto d'osservazione decisamente privilegiato.
Introdotto da una suggestiva sequenza che fa intuire il processo di exuvie di un serpente e con una cinepresa che spesso si mette ad altezza d'animale rasentando l'effetto Microcosmos( bellissimo documentario di Claude Nuridsany e Marie Perènnou,visto anche qui da noi) il film di Palfi ha un modo estremamente originale di proseguire usando il meccanismo dell'associazione logica, quasi una reazione a catena che in questo modo riesce a dare uno sguardo complessivo a quello che accade nel paese.
Però...però..c'è anche qualche altra cosa che distacca Hukkle dall'essere un documentario.
Una donna armeggia con una bottiglietta di cui ignoriamo il contenuto,ne versa nel cibo di suo marito e parte di quel cibo viene pure consumato da un bambino e da un gatto.
Bara bianca e morte del gatto in preda a convulsioni.
Gli uomini(pare solo loro siano colpiti) muoiono, cadono come mosche, si abbattono come pioppi tagliati alla base.
E colpisce anche come una sequenza che apparentemente non ha significato particolare assume tratti realmente inquietanti.
Il verro da monta prima accompagnato sempre dal suo padrone che lo conduceva agli accoppiamenti ora vaga da solo per il paese con andatura zigzagante.
Che fine ha fatto il padrone? E che verrà a sapere il poliziotto che sta indagado?
Hukkle è ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto:un gruppo di donne ,chiamate le avvelenatrici di Nagyrev capeggiate dalla misteriosa Giulia Fazekas ,tra il 1914 e il 1929 riuscì ad avvelenare circa 300 uomini per vendicarsi di soprusi subiti, sfrondando così diversi alberi genealogici.
Nel film di Palfi non c'è nessuna deriva pulp o splatter: è solo uno sguardo, filtrato attraverso una lente grottesca, sull'insensatezza a cui può arrivare l'uomo(la donna in questo caso).
Noi vediamo solo gli effetti, nessuna volontà di procurare shock epidermici gratuiti ma solo una sana , ribalda voglia di stupire e magari anche di sorridere a denti strettissimi per quello che accade.
Hukkle è un film dalla polifonia sgraziata garantita da tutti gli elementi di un villaggio prigioniero di un caos scandito dal ritmo di un singhiozzo.
Una pellicola decisamente originale di cui è difficile anche descrivere le affinità stilistiche con altre opere.

https://www.filmtv.it/film/33365/hukkle/recensioni/591213/#rfr:none

 

…L'occhio da entomologo del regista scava sui volti degli abitanti, sui tanti animali testimoni del progredire dei giorni e di eventi apparentemente insignificanti. Poi, però, ci si rende conto che lo sguardo documentaristico di Gyorgy Palfi è  solo un pretesto e nasconde una sottile vena caustica. Il film si trasforma infatti, in modo totalmente inaspettato, in una sorta di thriller. Sicuramente originale lo stile adottato dal regista e interessante l'idea di spiazzare lo spettatore dopo averlo confuso. Le troppe divagazioni, però, con tante immagini belle e ben fotografate, non aggiungono a posteriori nulla alla narrazione e, pur svolgendo la funzione di disorientare, paiono gratuite. Tanto che l'inatteso cambio di registro arriva ormai fuori tempo limite. Privo di dialoghi, il film si affida solo alle immagini e agli effetti sonori. Più efficace laddove è la natura ad essere protagonista, perde spontaneità in primi piani ed espressioni che rivelano l'artifizio. 

https://spietati.it/hukkle/

 

1h15 d'un fluide hoquet visuel et sonore suffisent à nous enivrer dans ce premier film de György Pálfi. Ce cinéaste hongrois de 29 ans nous emmène dans un ovni cinématographique au comble de sa poésie, dans une histoire empreinte à la fois d'humour et de noirceur. Tout s'enchaîne comme dans une partition, chaque image fonctionnant telle une note qui en appelle une autre. Evoluant de fil en aiguille, l'image et le son nous tissent une toile infinie, créant, trouvailles après trouvailles, des liens surprenants qui nous font par exemple passer d'une boule de jeu de quille à un gros plan d'énormes testicules de porc !

Le sujet est une série de crimes, pourtant c'est bien de la vie dans sa globalité dont nous parle Pálfi. La mort n'est ici qu'un événement parmi d'autres, rythmant la vie du monde qui nous est offert à voir et à entendre. La caméra s'attarde tour à tour sur des hommes et des femmes, jeunes et vieux, mais aussi sur une quantité incroyablement variée d'espèces animales (du serpent à la taupe en passant par la coccinelle, le chat ou encore la cigogne) et végétales (muguet, arbres, etc). "Hic" est aussi régulièrement parsemé de sublimes très gros plans, nous montrant les détails de cette vie si diversifiée, jusqu'à la rendre parfois presque abstraite.

Mais finalement tout contribue à faire du spectateur le principal enquêteur dans une histoire complexe dépourvue de dialogues où chacun doit se fier à sa propre perception des images et des sons. Un fascinant jeu de piste où fourmillent les indices, à mille lieues de ces films américains où le spectateur n'est qu'un œil voyeur complètement manipulé par l'investigation des personnages principaux. Ici pas de personnage principal, si ce n'est nous-même !

https://www.abusdecine.com/critique/hic-de-crimes-en-crimes/

 

 

sabato 6 giugno 2026

HEN - Storia di una gallina - György Pálfi

chi non va vedere Hen non sa cosa si perde.

una gallina rifiutata perchè nera fa la sua vita, gira, viaggia, fa le uova, mangia, cerca di sopravvivere, e ci riesce.

il mondo umano è proprio una merda, campi di sterminio come sono i mattatoi e campi di concentramento come sono i capannoni delle galline da uova, traffico di esseri umani, violenza senza fine.

ma la nostra gallina (che poi sono otto) sopravvive al mondo terribile nel quale le tocca vivere.

se l'Oscar si ricorda, queste otto galline dovrebbero avere il premio ex-aequo come migliori attrici protagoniste, il mio voto è per loro, senza dubbio.

il film si può vedere solo in una trentina di sale, cercatelo e godetene tutti.

buona (nonumana) visione - Ismaele

 

  

…L'intero film è girato senza l’uso di CGI o intelligenza artificiale; HEN è un film realizzato con animali veri, protagonisti di un lavoro straordinario di addestramento e messa in scena a cura di Árpád Halász, addestratore ungherese che ha lavorato anche sui set di di altri celebri film come Alien, Romulus, Midsommar, Crawl e Blade Runner 2049.

Otto galline – ciascuna con caratteristiche e abilità diverse – danno vita a un’unica eroina e il risultato è un’opera sorprendente, che ribalta il punto di vista tradizionale e invita lo spettatore a guardare il mondo da una prospettiva inedita (come già ci invitava a fare Lev Tolstoj nel lontano 1876 con il suo racconto Storia di un cavallo).

Feri – La leader, la geniale, l’eroina senza paura. Feri era il cervello e il cuore del personaggio. Ha imparato ogni percorso, attraversato ogni terreno e sapeva sempre cosa fare. Coraggiosa, intelligente e velocissima a imparare: l’anima del ruolo.

Anett – La stratega, precisa e calma. Intelligente e riflessiva. Le sue scene immobili? Inscalfibili.

Nóra – La migliore attrice di tutte, con espressioni quasi umane. Non si limitava a guardarsi intorno… recitava con gli occhi. Una vera presenza sullo schermo.

Il cast di supporto

Eti – Correva, volava, saltava. Instancabile, per oltre un’ora. Maestra nei salti dal nido, su e giù, take dopo take. Una vera atleta.

Szandi – Poteva restare immobile su un fianco come una professionista. Non aveva molte altre abilità, ma quando serviva una gallina che fingesse di essere morta, lei lo faceva al 100%.

Enci – Non si affrettava mai. Quando era necessario camminare lentamente e con decisione, Enci interveniva con… i suoi tempi. Per quei momenti in cui servivano grazia, calma e… lentezza.

Eszter – Accovacciata durante raffiche di vento, droni e ventilatori in rotazione: impassibile.

Enikő – La passionale. Poteva beccare su comando, o meglio, su qualsiasi cosa. Non importava cosa ci fosse davanti a lei. Se una finestra era chiusa, ci avrebbe provato lo stesso. Rumorosa, caotica, inarrestabile.

I galli

Árpi – Doveva essere il re del pollaio e ha rifiutato di cedere a chiunque tranne a Laura, la gallina dal collo spennato dei suoi sogni. Devoto al suo ruolo di gallo innamorato di una sola gallina. Emotivamente indisponibile. Intensamente leale. Possibile genio incompreso.

Rozsdás – Gestiva il proprio harem e credeva con orgoglio che ogni gallina fosse sua. Iniziava tutti i cori di sottofondo su comando per incoraggiare delicatamente il canto riflessivo di Árpi. Sempre pronto a esibirsi. Sempre un po’ troppo pronto.

da qui

 

…Pálfi non si limita però al didascalismo dell’assimilazione uomo-animale, che anzi rimane piuttosto superficiale rispetto alla connotazione antitetica del rapporto tra la gallina e le persone con cui viene a contatto.

 

L’uccello è innanzitutto presentato come vittima incolpevole e inconsapevole del mondo circostante, dove i predatori naturali lasciano presto spazio all’insensibilità dell’essere umano.

Assumere il suo punto di vista significa accendere i riflettori sullo sfruttamento quotidiano a cui viene sottoposta, immergendola in una dimensione emotiva propria che, seppur prettamente artificiale, funge da espediente perfetto per denunciare la noncuranza e l’oppressione spesso riservate con automatismo a un animale da cortile.

Salvo un unico personaggio capace di dimostrare dell’empatia nei suoi confronti, tutti gli altri umani sono infatti nemici impietosi con cui si generano situazioni antagonistiche che il regista sa sfruttare abilmente a livello cinematografico.

 

Il modo in cui viene dipinta la protagonista di Hen - Storia di una gallina smentisce il falso mito sulla scarsa intelligenza del pennuto, giocando attraverso la sua astuzia per trasformare momenti intrisi di reale drammaticità in irresistibili scene di comicità slapstick o viceversa, mantenendosi nei limiti della credibilità pur spingendo costantemente sui toni dell’assurdo.

 

Un turbinio instabile e sorprendente, in cui il contrasto tra gallina e uomini crea una pungente matrice dark comedy, che esalta le capacità cognitive dell’animale e ne dichiara con veemenza una certa superiorità morale e intellettiva…

da qui

 

…Dopo la coraggiosa fuga dall’allevamento intensivo, la nostra eroina piumata trova rifugio nel cortile di un ristorante fatiscente. In questo microcosmo scopre l’amore, impara a navigare la rigida gerarchia del pollaio e lotta con le unghie e con il becco per proteggere le sue uova.

Sullo sfondo di questa incredibile avventura, la vita degli umani segue il suo corso drammatico. Tra piccoli e grandi imprevisti, la gallina si ritrova – a volte ignara testimone, altre volte elemento scatenante – coinvolta in una rete clandestina di traffico di migranti. La sua odissea, ironica e toccante, si trasforma così in una potente metafora delle disuguaglianze, delle ingiustizie e delle lotte silenziose che segnano la nostra società.

da qui 

 


giovedì 26 marzo 2026

Final Cut - Hölgyeim és Uraim (Final Cut: Ladies and Gentlemen) - György Pálfi

una storia d'amore in un secolo di cinema, György Pálfi citando 500 film, con musiche indimenticabili.

non si può raccontare, bisogna vederlo (si può vedere online)

buona (amorosa e cinematografica) visione - Ismaele

 

 

il film si può vedere QUI o QUI

 


Questo film dell'ungherese Palfi, classe 1974, è uno dei più incredibili omaggi al Cinema che io abbia mai visto. Con una lavorazione durata otto anni, Palfi taglia e incolla, trapianta e dà nuova vita a circa 500 film che hanno fatto, chi più chi meno, la storia della settima arte: ne esce un Frankenstein cinematografico di purissima bellezza, la storia d'amore delle storie d'amori del cinematografo. Un'opera di montaggio virtuosistico, in cui, anche per pochi secondi, si susseguono situazioni similari montate ad arte per creare un nuovo canovaccio, per niente scontato, fra le altre cose. E' un film davvero unico, straniante e molto divertente, anche perché spinge inevitabilmente a cercare d'indovinare il film da cui, in quel momento, è stata utilizzata la sequenza cinematografica. E' impossibile per un cinefilo, (ma non necessariamente, attenzione!), non esaltarsi davanti a un'opera di questo calibro. L'ora e mezza circa vola via senza nemmeno accorgersene e lascia in bocca quella sensazione agrodolce di malinconia e di bellezza per un Cinema che in qualche modo avevamo dimenticato. La colonna sonora, anch'essa montata e scelta, ovviamente, da famose musiche dei film, è perfetta pur'anche e contribuisce non poco alla meraviglia di questa visione. Un film assolutamente geniale.

da qui

 

film ungherese, per altro prodotto anche da Bela Tarr, costituito dal faraonico lavoro di montaggio di circa cinquecento spezzoni della storia del cinema, quasi sempre su musiche estranee alla colonna sonora della sequenza specifica. Un ora e venti di autentiche emozioni con qualche chicca godibilissima (una per tutte Charlie Chaplin su Disco Inferno). Come non bastasse è anche rintracciabile una trama filmica. Divertitevi a riconoscere da quali film sono estratte le sequenze. Film di assoluto alleggerimento ma, a mio parere, imperdibile.

da qui

 

…Operazione per cinefili incalliti che difficilmente può interessare il grande pubblico.

Ma questo non e' per forza un male, il cinema ungherese degli ultimi anni non puo' che ricercare una nicchia di consensi (tipo Fuori orario) schiacciato dalla crisi mondiale e soprattutto dal Cinema mainstream d'oltreoceano.

Sono stato particolarmente incuriosito nella visione di alcuni spezzoni che non conoscevo e cio' mi spingerà a ricercare i titoli dei vari film per me ignoti.

La scelta delle singole porzioni di pellicola e' stata così minuziosa da estrapolare solo momenti di alto Cinema per cui solo la visione di quei pochi secondi (dai 2 ai 5 di media) di ogni singolo loop risulta gradevole.

In coda il lungo elenco delle sequenze estrapolate con, in maniera puntuale, il titolo del film, gli attori presenti, il regista, l'anno di produzione e il nome della casa di produzione.

da qui