Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
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venerdì 18 dicembre 2020
lunedì 3 luglio 2017
D'Ardennen (Le Ardenne - Oltre i confini dell'amore) - Robin Pront
Inizia come un film alla Dardenne (qualcuno può immaginare il titolo come un
omaggio ai due fratelli cineasti) e finisce alla Calvaire, di
Fabrice du Welz.
Il cinema
belga è davvero in grande salute, e questo film lo dimostra.
I
protagonisti sono azzeccati, c’è anche Jan
Bijvoet, protagonista di Borgman e El
abrazo de la serpiente.
Un’opera
prima davvero forte, arriva al cinema, da noi, dopo due anni, e meno male che
possiamo vederlo.
Colpo di
scena finale che da solo vale il prezzo del biglietto.
Solo in
una cinquantina di sale, non perdetevelo, non ve ne pentirete - Ismaele
…Robin Pront sembra avere chiara la rotta su cui
dirigere la propria opera, anche in prospettiva futura. "Le Ardenne"
stringe i nodi di ogni relazione famigliare e si fa domande riguardo a vincoli,
debiti e ambiguità dell'espressione emotiva riportandole a un criterio in
sottraendo dell'enunciazione cinematografica. Non è peccato che i
personaggi siano evidentemente legnosi, inamovibili, tipizzati (non per niente
indossano lungo tutto il film gli stessi vestiti), e pazienza se estetica e
metafore sanno di scuola. Nel situarsi fra calcolo e padronanza questo esordio
cammina dritto e saldo, e dimostra meno acerbità di quanti siano i margini di
crescita del suo regista.
…La caratterizzazione dei personaggi, resi in maniera
ambigua e inquietante, è curata almeno quanto quella del contesto sociale in
cui si muovono. Certe sonorità tecno-elettroniche, la luce plumbea, la pioggia
e il grigiore creano una sensazione di tragedia incombente. Quello descritto è
un mondo in cui non c'è posto per sognare altro se non la normalità e in cui la
scelta è tra lavori umili o delinquenza. Su di uno sfondo cinico e corrotto
fatto di malavita, povertà, droga e alcool, il film disegna la discesa negli
inferi del dolore esistenziale e racconta di amori, tradimenti e fratellanza
con tonalità shakespeariane.
Le Ardenne del titolo incarnano per i protagonisti
l'infanzia rimpianta e l'innocenza perduta eppure è proprio in quelle aree
forestali che avrà luogo il climax violentissimo della parte finale del film…
Le Ardenne è un bel noir dalle tinte veramente cupe. Un
dramma familiare che si origina da un rapporto che è profondamente mutato
durante la permanenza in carcere di uno dei due fratelli. Tale cambiamento
provoca un processo narrativo che si fonda principalmente nelle verità che non
vengono esplicitate. Un continuo rimandare che da una parte fa salire alle
stelle la tensione fra i personaggi, specialmente tra i due fratelli, e
successivamente esplodere con tutta la sua violenza nei boschi delle Ardenne, luogo
dove trascorrevano l'estate durante l'infanzia e ora teatro oscuro della resa
dei conti. Molto buona la caratterizzazione dei personaggi e la fotografia che
dipinge in tonalita scure il contesto degradato della periferia di Anversa e i
luoghi delle Ardenne. Un'umanità priva di qualsiasi possibilità di redenzione.
Inizia come un film alla Dardenne (qualcuno può immaginare il titolo come un omaggio ai due fratelli cineasti) e finisce alla Calvaire, di Fabrice du Welz.
mercoledì 9 marzo 2016
Alléluia - Fabrice Du Welz
con Fabrice Du Welz il confine fra la follia e la normalità non esiste, racconta storie che non si misurano con i metri usuali.
qui due infelici si trovano e si perdono, per ritrovarsi e stare insieme, non si sa chi con chi.
si conoscono, si amano, Gloria gli dà dei soldi, Michel ne ha bisogno, poi sparisce, è la sua strategia, ma non sapeva quanto è tosta Gloria.
lo ritrova, lascia la figlia, diventa la sua partner in tutte le sue attività, al di là del bene e del male.
ma come si fa a raccontare un film di Fabrice Du Welz?
bisogna entrare nella storia e farsi prendere per mano, mica facile, ma non si dimentica - Ismaele
qui due infelici si trovano e si perdono, per ritrovarsi e stare insieme, non si sa chi con chi.
si conoscono, si amano, Gloria gli dà dei soldi, Michel ne ha bisogno, poi sparisce, è la sua strategia, ma non sapeva quanto è tosta Gloria.
lo ritrova, lascia la figlia, diventa la sua partner in tutte le sue attività, al di là del bene e del male.
ma come si fa a raccontare un film di Fabrice Du Welz?
bisogna entrare nella storia e farsi prendere per mano, mica facile, ma non si dimentica - Ismaele
…il belga Fabrice Du Welz conferma con Alleluia di disporre di un tocco ineguagliato per disturbare lo spettatore, trasmettergli inquietudine e trascinarlo poi con sé sui binari del delirio. Un talento di certo consapevole, ma non per questo meno impressionante, che non lascia al caso neanche un'inquadratura: nella scena di seduzione iniziale, ad esempio, i primi piani parziali, in cui la figura di un personaggio copre il viso dell'altro, prefigurano già la simbiosi che si verrà a creare tra i due e la singolarità di questo rapporto. Per Michel (già con Du Welz in Calvaire) sono i traumi dell'infanzia ad averlo portato con la sua dura scorza ad essere ciò che è, un mercante di attenzioni sessuali e sentimenti. Per Gloria sono le radici profonde e insondabili di una solitudine aggravata dalla macabra professione notturna all'obitorio ad aver gettato i semi per la trasformazione…
…Le figure dei protagonisti sono talvolta ridotte a silhouette oscure
o frammentate in dettagli anatomici, deformati fino a diventare mostruosi.
E’ il concetto artistico attraverso cui Du Welz sbalza i suoi
protagonisti e ce ne restituisce l’interiorità sepolta.
Dialoghi e interazioni avvengono spesso tra occhi, bocche, lingue,
denti, dita, inquadrature ravvicinate che contribuiscono ad acuire il senso di
irrealtà e angoscia che pervade e incrementa durante tutto il film fino alle
sequenze finali, ambientate in una frontiera di catarsi mentale ormai
disconnessa da qualunque appiglio visivo alla realtà.
La pellicola è sgranata, materica, sfilacciata, in un contrasto
all’inizio destabilizzante, ma infine ben riuscito, fra la ricerca di
naturalismo e l’innesto di elementi grotteschi e assurdi (con una coraggiosa disinvoltura nella direzione di una scena
sconcertante in cui la rottura della quarta parete si accompagna a un numero
musicale che non sfigurerebbe in un film di Ozon, se non fosse per la presenza
di un cadavere e di una sega, una rappresentazione della follia amorosa così
intrisa di differenti toni e sensazioni che tra qualche anno la riconosceremo
come geniale).
La camera a spalla la fa da padrona eppure potreste affermare il
contrario…
…La
sensazione che si ha, dunque, vedendo Alleluia e quella di una percezione della
realtà trasformata in rappresentazione. Una rappresentazione delirante e questo
perché Du Welz si cala completamente nello sguardo di Gloria, particolarmente
suggestionabile dalla personalità paranoica e fanatica del proprio partner. Da
qui si capisce il perché di una regia allucinata, che dà forma ad un paesaggio
psichico convulso: questa si plasma sulle spinte pulsionali della protagonista,
sui flussi mentali che scaturiscono dalle zone più oscure del suo essere. Per
dirla pasolinianamente, Du Welz realizza una soggettiva
libera indiretta capace di
restituire un'immagine «onirica, barbarica, irregolare, aggressiva, visionaria»
(Pasolini 2003, p. 179).
sabato 7 luglio 2012
Vinyan – Fabrice Du Welz
un
viaggio senza pause, nel profondo della foresta, e non solo, senza sconti.
fa un film ogni quattro anni, Du Welz è un
regista altro, puoi vedere tutto da fuori o provare ad entrare, e non è la
stessa cosa.
provaci, è un'avventura diversa - Ismaele
straordinario
come un'opera così asciutta e senza fronzoli abbia tanto da dire e lo dica
evitando di fare ricorso a tutto quel che di "superfluo" si può
vedere al cinema, partendo da una situazione base abbastanza comune in un certo
tipo di pellicole e arrivando a una conclusione fieramente fuori da ogni schema
o aspettativa…
… Quel che serve, per far decollare il film, il
regista lo trova proprio allontanando sempre più la coppia dalle ultime
vestigia della società, separandoli dai cascami dell'Occidente e immergendoli
in una natura indifferente, lussureggiante e in grado di ospitare ben altro che
una risibile e ovvia banda di rapitori di bambini.
Una volta innestato il turbo, Vinyan prosegue nel suo viaggio allucinante, fra lanterne nella notte, antichi edifici in rovina nella giungla e un mare di pioggia pressoché continua.
Il tutto alternato a flashback, deliri e sogni, in un progressivo frammentarsi della visione che accompagna la discesa in un Averno verde e misticheggiante che non riserva alcuna salvezza all'uomo occidentale.
La vicenda perde giustamente coesione man mano che aumenta il minutaggio e i personaggi paiono aggirarsi un limbo emotivo, distaccati da qualsiasi evento e con ben poco altro da fare se non inoltrarsi sempre di più nel cuore di una terra che non è la loro, che non li vuole e che farà tutto il necessario per annullare la loro presenza.
Chi si aspettava la facilità di lettura di un Calvaire sarà deluso da un prodotto come questo che è destinato, nella mia opinione, a lasciare insoddisfatti gli amanti dell'horror fracassone che si lasciano turbare più facilmente da quattro chili di coratella e una secchiata di vernice rossa piuttosto che dalla micidiale, morbosissima giungla di Benoît Debie.
Con Vinyan Du Welz si conferma autore lontano da ogni possibile compromesso, in possesso di una cifra artistica molto personale e in grado di proporre soluzioni e visioni ben distanti da ogni trend, anche a rischio di parziali fallimenti che non fanno che confermarne ambizioni e mire molto alte.
Una volta innestato il turbo, Vinyan prosegue nel suo viaggio allucinante, fra lanterne nella notte, antichi edifici in rovina nella giungla e un mare di pioggia pressoché continua.
Il tutto alternato a flashback, deliri e sogni, in un progressivo frammentarsi della visione che accompagna la discesa in un Averno verde e misticheggiante che non riserva alcuna salvezza all'uomo occidentale.
La vicenda perde giustamente coesione man mano che aumenta il minutaggio e i personaggi paiono aggirarsi un limbo emotivo, distaccati da qualsiasi evento e con ben poco altro da fare se non inoltrarsi sempre di più nel cuore di una terra che non è la loro, che non li vuole e che farà tutto il necessario per annullare la loro presenza.
Chi si aspettava la facilità di lettura di un Calvaire sarà deluso da un prodotto come questo che è destinato, nella mia opinione, a lasciare insoddisfatti gli amanti dell'horror fracassone che si lasciano turbare più facilmente da quattro chili di coratella e una secchiata di vernice rossa piuttosto che dalla micidiale, morbosissima giungla di Benoît Debie.
Con Vinyan Du Welz si conferma autore lontano da ogni possibile compromesso, in possesso di una cifra artistica molto personale e in grado di proporre soluzioni e visioni ben distanti da ogni trend, anche a rischio di parziali fallimenti che non fanno che confermarne ambizioni e mire molto alte.
… La
regia di Fabrice Du Welz si conferma forte ed efficace. Tanta camera a mano e
tanta attenzione per i corpi e i volti (quasi sempre centrati nel quadro) dei
suoi protagonisti, fino a farli divenire un tutt'uno con il paesaggio che li
circonda, affinché sia questo il modo migliore di seguire la narrazione -
meglio ancora il modo stesso di narrare. E la fotografia di Benoit Debie è
assolutamente perfetta in tal senso, capace di catturare oniriche atmosfere
notturne, in maniera del tutto naturale, e di trasformare i paesaggi in
ambienti spettrali vivi che avvolgono in una misteriosa nebbia e che
sprofondano in un fango angosciante e mortifero…
…Du Welz gira in stato di grazia permanente, come se ogni
scenario naturale e umano fosse insieme un'apparizione e una conferma, una
rivelazione e un ritrovamento. Inutile e fuorviante tirare in ballo modelli di
riferimento e ispirazioni stilistiche (curiosa coincidenza: Herzog, uno degli
autori amati da Du Welz, ha lasciato la Thailandia proprio all'inizio del
tournage di Vinyan, dopo aver terminato le riprese di Rescue
Dawn): più e meglio che in Calvaire, con una
compostezza che mette i brividi, il cineasta belga fa del linguaggio filmico il
luogo dello stupore impassibile, assegnando alle soggettive il compito di
dischiudere l'inquieta fermezza della natura. Una pellicola lacerata tra la
greve terra maschile (non a caso Thaksin Gao verrà sepolto vivo) e la
rigenerante acqua femminile (si presti attenzione al finale di gocciolante
solarità), ma orgogliosamente ritto sulle proprie gambe, quelle di un belga
che, come un etnologo insubordinato, filma un horror fertilmente palingenetico.
… Du Weltz conferma il suo limpido disamore per la
didascalia: il rapporto tra i due coniugi non è mai spiegato, dominato dal
disperato senso di perdita che lo fa deteriorare lentamente; tutto il film si
snoda in un continuo divenire che non si appoggia mai ad alcuna segnalazione
del soggetto, ma si decreta come immersione graduale in un contesto sempre più
astratto e inquietante (il parallelo con Flandres di Dumont si impone a questo punto): è soltanto
un'ipotesi quella per la quale la scomparsa del figlio sia stata determinata da
una negligenza paterna (vera o supposta dalla madre) e che il finale ferino e
paranoide sancisca l'espiazione dell'uomo, poiché a rilevare è, più che la
definizione significativa degli eventi, il loro inserimento nel quadro generale
della messa in scena.
Vinyan offre motivi a palate per entusiasmarci: è denso e pieno di personalità; non è un film riducibile all'esposizione di una storia (al contrario: delega al linguaggio specifico del cinema la sua espressività, se vi par poco); è diretto e girato magnificamente; è, decisamente, l'opera di un talento vero.
Vinyan offre motivi a palate per entusiasmarci: è denso e pieno di personalità; non è un film riducibile all'esposizione di una storia (al contrario: delega al linguaggio specifico del cinema la sua espressività, se vi par poco); è diretto e girato magnificamente; è, decisamente, l'opera di un talento vero.
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