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venerdì 17 aprile 2026

La gaffe del segretario Usa Pete Hegseth: cita Pulp Fiction al Pentagono scambiandolo per un versetto biblico

Durante una funzione religiosa al Pentagono mercoledì, il segretario della Difesa Usa, Pete Hegseth, ha recitato un falso versetto biblico tratto da una celebre scena del film di Tarantino del 1994, Pulp Fiction, pensando di invocare le Sacre Scritture. Hegseth stava discutendo della missione di salvataggio di un pilota da caccia americano abbattuto in Iran. Alla fine però ha recitato il versetto Ezechiele 25:17, declamato dal personaggio interpretato da Samuel L. Jackson, prima di uccidere un uomo a colpi di pistola. Hegseth ha spiegato ai presenti che quella preghiera veniva recitata durante la missione di Ricerca e Salvataggio in Combattimento (CSAR) denominata “Sandy 1”, svoltasi in Iran. “La chiamano CSAR 25:17; credo che l’intento sia quello di richiamare il versetto Ezechiele 25:17”, ha affermato il segretario. Invitando i presenti a pregare insieme a lui, Hegseth ha quindi recitato il presunto versetto biblico, ricalcando in realtà quasi parola per parola la battuta pronunciata da Jules Winnfield, il sicario del film. “Il cammino dell’aviatore abbattuto è assediato da ogni parte dalle iniquità degli egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che, in nome del cameratismo e del dovere, guida i dispersi attraverso la valle delle tenebre, poiché egli è veramente il custode di suo fratello e colui che ritrova i figli perduti. E io mi abbatterò su di voi con grande vendetta e furiosa collera, su coloro che tentano di catturare e distruggere mio fratello; e voi saprete che il mio codice identificativo è Sandy 1, quando la mia vendetta si sarà abbattuta su di voi. Amen”. Il passaggio letto da Hegseth riprendeva in realtà in Pulp Fiction.

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sabato 19 agosto 2023

Quel maledetto treno blindato – Enzo G. Castellari

uno dei film italiani dimenticati se non fosse che Quentin Tarantino lo ha lodato e ne ha preso ispirazione.

un gruppo di militari reietti Usa contro i cattivi tedeschi in una missione disperata, spari, botte, corse, avventure senza limiti.

un po' MASH, o Comma 22, un film de menare, azione e divertimento assicurati.

un paio d'ore intense, senza troppi teoremi e verosimiglianze.

buona (bastarda) visione - Ismaele

 

ps: chi ricorda L'altra domenica (di Renzo Arbore) riconoscerà Michael Pergolani

  

QUI si può vedere il film completo, in italiano

 

  

Il destino di Quel maledetto treno blindato è strettamente legato alla scelta, da parte di Quentin Tarantino, di intitolare nel 2009 il proprio geniale e schizofrenico film di guerra Inglorious Basterds (in Italia adattato come Bastardi senza gloria), storpiatura/citazione diThe Inglorious Bastards titolostatunitense della pellicola di Enzo G. Castellari. Escludendo le considerazioni cinefile, la venerazione di Tarantino per il regista italiano e vagliando la recente rivalutazione esterofila di un certo cinema di genere italiano, Quel maledetto treno blindato rimane un discreto film d'azione guerresca, di puro intrattenimento e dall'apprezzabile valore tecnico (ottima la perizia degli stuntmen), dal ritmo sostenuto e popolato di bizzarri personaggi, antieroi sporchi e cattivi, dal taglio quasi fumettistico e caricaturale. Ciò non toglie il modesto valore artistico dell'opera, semplice divertissement ben lontano dal potere metacinematografico dell'opera tarantiniana, che dispensa puro cinema in grado di sovvertire la Storia.

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Prendete un set di un film di guerra e usatelo per ambientarci un film dalle venature comiche e cazzone al massimo: questo è per 40 minuti "Quel maledetto treno blindato", dove umorismo e sparatorie senza sosta si susseguono senza freni, strafregandosene del racconto e prevalendo lo spettacolo. Poi nel secondo tempo questa armonia si stempera a favore della storia e si ride un pò di meno rispetto a prima, ma le parti col treno sono eccezzionali e il tasso d'attenzione è sempre alto. Si capisce subito il perché questa pellicola sia entrata nelle grazie di Tarantino. Un cult di cui andare più che fieri.

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domenica 3 luglio 2022

Una vita al massimo – Tony Scott

un film di Quentin Tarantino diretto da Tony Scott.

i protagonisti sono bravissimi, in un film a cento all'ora, che ha bisogno di molti stunt(wo)men.

una storia d'amore che supera tutti gli ostacoli, e sono molti, quelli che la sorte mette loro davanti.

non ci si annoia un attimo, e poi Tarantino è per sempre Tarantino, no?

buona (adrenalinica) visione - Ismaele


 

QUI si può trovare il film completo, in italiano

 

 

 

La protagonista, Alabama, è sicuramente il personaggio più riuscito, contribuendo ad alleggerire i toni del film e a renderlo quasi una favola romantica. Patricia Arquette e Christian Slater sono poi circondati da un cast di tutto rispetto, che si rivela essere un altro punto di forza della pellicola. Ultimo, ma non meno importante, è il merito che bisogna attribuire alla favolosa colonna sonora del pluripremiato Hans Zimmer.

Una vita al massimo è un film fin troppo sottovalutato e spesso finito nel dimenticatoio, un’opera che sa essere divertente e certe volte “profonda”, da vedere per completare il trittico pulp e per ammirare una delle tante sceneggiature di Tarantino, che non bastano mai

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el descubrimiento o la revisión de este título es una excelente oportunidad de revalorar el legado fílmico de Tony Scott, injustamente dejado en segundo plano por un más famoso y exitoso hermano mayor. Incluso, al observar más detenidamente, el trabajo del menor de los Scott parece mucho más coherente en su conjunto, con tópicos recurrentes que se ven en “True Romance” y cruzan toda la obra, como la marcada figura masculina en el sentido clásico del término (aquel que debe asumir responsabilidades, debe proteger, debe hacerse cargo de proveer); la ética torcida de sus personajes, que dejan atrás una moral más tradicional y se vuelven fieles a sus principios o intereses; o el uso dosificado de la violencia, a veces entregada con cuenta gotas, a veces desatada, según la necesidad de la historia. Por esta y más razones, “True Romance” es una muestra representativa del talento de Tony Scott, quizás uno de los últimos artesanos del cine de acción hecho en Hollywood.

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Ed eccolo qua il famoso film sceneggiato ma non diretto da Tarantino. Ragazzi è un gran film! Appassionante, avvincente, divertente. Devo dire che era un po' di tempo che non mi divertivo così tanto a vedere una pellicola. Leggendo gli altri commenti sotto, ho visto che molti utenti hanno disprezzato la regia di Scott lodando solamente il lavoro di Tarantino. Io invece vado controcorrente, in quanto mi è sembrata una regia molto dinamica, pulita e diretta. Non ci si annoia mai, c'è una perfetta alternanza tra scene comiche e scene drammatiche e in generale una perfetta amalgamazione tra i due generi. Poi son rese benissimo le numerose scene di violenza, molto enfatizzate e rese abbastanza pesanti. Quella finale ne è un perfetto esempio. Poi anche la caratterizzazione dei personaggi è ottima, basti pensare ai pochi ma grandi minuti quando sullo schermo compare Walken, il quale appunto, oltre che recitare benissimo lui stesso, viene diretto in maniera esemplare, nonostante la poca durata della sua comparsa. Poi si, la sceneggiatura del buon Quentin, fa tutto il resto del lavoro: dialoghi fantastici, situazioni condite da humor nero a non finire e quant'altro. Ah, poi è grandissima l'idea di far dialogare Clarence e Elvis Presley nei bagni delle varie ambientazioni, come se il primo avesse bisogno sempre di input dal suo idolo per riuscire a trovare la soluzione per i problemi che sorgono. La fotografia l'ho trovata discreta anche se nulla di speciale, mentre invece ho trovato una eccezionale colonna sonora. Buono il montaggio. Il cast è condito qua e la da varie star del cinema in ruoli minori: ci sono appunto Walken, Pitt, Jackson e la Arquette che in realtà poi è tra i protagonisti. Tutti bravi, anche Christian Slater. Scott, con questo lavoro, secondo me, cerca di valorizzare molto l'amore, il quale è mostrato come la cosa più forte che c'è, e che resiste anche nelle circostanze più complicate. Finale bellissimo anche se un po' stereotipato.

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lunedì 23 settembre 2019

C'era una volta a...Hollywood - Quentin Tarantino

Dicono che è un film troppo lungo, dicono che non è più il Tarantino di una volta, dicono che a tratti è noioso, tutti, come è giusto, ma ciascuno veda coi suoi occhi e la sua testa.
Per me, quasi sempre, e questa è una di quelle volte, vedere un film di Quentin Tarantino è come fare un giro in una giostra, come quando eri bambino.
Sai già che sarai a bocca aperta, e che tante scene saranno di un altro pianeta, come il dialogo fra Leonardo Di Caprio e la bambina.
E poi il film è un omaggio esplicito al cinema italiano degli anni '60 e '70, quando era di serie A, senza dubbio.
Tarantino riscrive la storia, non come Benigni che fa entrare per primi gli statiunitensi ad Auschwitz, anziché i russi, e questo e un falso storico.
Tarantino "solo" fa entrare il Male di Manson, e delle sue due scagnozze, in una casa in cui credevano di chiudere i conti con chi li aveva trattati male, pensando in una passeggiata, per poi chiudere la serata con Sharon Tate.
Purtroppo per loro le cose vanno diversamente e Sharon Tate è salva.
Ah, come le cose vanno male nella vita vera, ci dice Tarantino, e si inventa una ucronia, e lo fa con affetto, con delicatezza, per proteggere gli innocenti.
gli interpreti sono strepitosi, guidati con mano ferma e sapiente, e nell'ultima parte Leonardo DiCaprio sembra la controfigura di Jack Black.
Se il film ti piacerà la metà di quanto è piaciuto a me, non sarai deluso, la sala cinematografica ti aspetta, alla tv di casa questo film perderà quasi tutta la sua forza. - Ismaele







C’era una volta a… Hollywood all’apparenza, o almeno per lunga parte della sua durata, pare un film minore, poco ispirato, a tratti anche impersonale nella filmografia del regista de Le iene. Un film seduto, appiattito, col fiato un po’ corto ma tirato per le lunghe. La macchina da presa non è atletica e acrobatica come nei film precedenti, né il montaggio le viene in aiuto. La colonna sonora, però, quella sì, è pienamente tarantiniana, anzi forse è una delle più belle e composite dal Duemila a oggi. Ma come dicevo, è tutta un’impressione, tutta un’apparenza. Perché Tarantino non è ancora un bollito. E ce lo dimostra con un finale in cui “pare” ritrovare se stesso. In realtà, come ho già detto, non si è mai perso. Ma in C’era una volta a… Hollywood lancia un grosso guanto di sfida al suo cinema, allo spettatore e in primis a se stesso. Il finale è godurioso al limite del granguignolesco, sornione e seducente, di un’iper-reale che si fa ir-reale. Dopo averci mostrato il suo animo più realistico (a questi livelli d’integralismo narrativo ci è arrivato solo Jackie Brown), Tarantino libera i propri “freni inibitori” e a briglia sciolta dà sfogo al Cinema in tutta la sua componente più divertita, smodata e immaginifica, alterando e vendicando la realtà dei fatti intorno a quel tragico 8 agosto 1969 in cui Sharon Tate fu massacrata. Nel cinema di Tarantino, ancora una volta il Cinema vince sulla Realtà. E questo è semplicemente meraviglioso, poiché il Cinema veste e sposa il massimo della sua missione, ovvero rendere reale ciò che non è mai avvenuto. Quella realtà che scorre lenta e senza colpi di scena, con tutti i suoi tempi morti, come dimostrano le prime due ore di film.
Tarantino riesce quindi nel far convivere e combaciare gli opposti, mettendo alla prova la resistenza dello spettatore per poi gratificarlo con un finale (che a molti sembrerà stonato!) che ripaga ampiamente le sensazioni di scontento innegabilmente provate durante la visione...

Tarantino aveva già usato l'ucronia in Bastardi senza Gloria. Quel rivoltare la Storia era operazione a metà tra il divertente, la vendetta e il gioco.
Stavolta quella che è stata cambiata è una storia molto più piccola e personale, solo quella di 4 uomini.
E, anche se sembra un paradosso - viste le piccole proporzioni della vicenda Tate rispetto alla morte di Hitler - questa scelta è molto molto più delicata, eticamente discutibile e, concedetemelo, profonda.
Io sono molto combattuto.
Al cinema mi sono emozionato, ho vissuto quel finale come un commovente omaggio alla Vita e al Cinema, come un atto d'amore di Tarantino alla figura della Tate, come a un delicatissimo omaggio.
E, al contempo, come un nuovo sberleffo al Male, una presa in giro (come fu per Hitler) di un manipolo di hippie fulminati di testa.
Sì, a fine visione credevo (e forse credo ancora) che questo sia un finale che ricorderò per sempre.
Ma ci sono due problemi.
Il primo è che no, non è andata così, e il Male quella notte vinse su tutto e tutti. Possiamo sbeffeggiarlo ma la realtà è un'altra, vinsero loro.
Però non ci sono vie di mezzo, se uno ha apprezzato questo atto d'amore deve anche accettare il revisionismo immaginario di Quentin (del resto il titolo del film è molto favolistico).
Il problema principale è un altro.
Il problema è che il Tarantino cazzone che conoscevamo, quello che per quasi tutto il film si è nascosto, è forse arrivato nel momento più sbagliato e nel modo più sbagliato.
Perché non puoi fare l'adulto per tutto il film e poi il ragazzino mai cresciuto in un punto delicato come quello. Hai fatto una scelta, forse una grandissima scelta (oh, io mi sono commosso nel vedere la Tate viva, questa realtà alternativa), ma per una buona volta dovevi contenerti, saper gestire tutto, non rendere barzelletta un fatto che, ahimè, è stata una immane tragedia.
E sì, la scena è spettacolare, divertente, esagerata ma non ce n'era bisogno, il tuo omaggio alla vita aveva bisogno di un tatto diverso.
Raramente ho amato e odiato allo stesso tempo un finale come successo con questo.
Ma Quentin è questo, un essere vivente di puro amore, uno che non crescerà mai, un bambino eterno.
Lo si ama per questo ma, a volte, essere adulti è indispensabile
da qui


In risonanza con Django Unchained e Bastardi senza gloria, che offrivano un'alternativa alla Storia facendo un falò dei gerarchi nazisti e dei bianchi schiavisti dell'America alla vigilia della Guerra Civile, C'era una volta...a Hollywood segue lo schema appropriandosi della storia del cinema, di una storia del cinema. La vendetta, sempre. Sempre più catartica, sempre più selvaggia, sempre più appassionante e sadica sul piano della rappresentazione. A compierla è un altro irresistibile tandem, due naufraghi della sottocultura hollywoodiana, un attore di serie B e la sua controfigura, che sembrano sognare ciascuno la vita dell'altro mentre le rispettive carriere colano a picco sotto il peso dei fallimenti e delle frustrazioni. Ma la vendetta questa volta non è quella dei personaggi, inconsapevoli 'dei fatti reali', ma è quella di un autore romantico che crede nell'immenso potere del cinema, che crede che tutto sia ancora possibile, come se la finzione potesse deflagrare la realtà.

Agli spettatori Tarantino offre un'esperienza differente, imbarcandoli nella sua nostalgia e nella deambulazione urbana piuttosto che costruire daccapo intrighi esplosivi. Per la prima volta rinuncia alla cavalleria, evocando con riguardo e pudore il soggetto che gli sta più a cuore: il suo amore per il cinema. C'era una volta...a Hollywood è un film intimo e contemplativo, lisergico e (incredibilmente) lineare su un'età dimenticata, perduta, sul cinema della sua infanzia, quello che lo ha innamorato perdutamente mentre il colore diventava la norma e Hollywood perdeva la sua innocenza sotto i colpi di coltello di Charles Manson e dei suoi adepti…


giovedì 1 novembre 2018

7 Sconosciuti a El Royale – Drew Goddard

mi ricordo un film nel quale i rapinatori si incontrano per prendere i soldi nascosti, quel film è Una calibro 20 per lo specialista, di Michael Cimino, e casualmente anche lì c'era Jeff Bridges.
il film di Drew Goddard strizza l'occhio a Tarantino, ed è ricchissimo di riferimenti che solo uno statiunitense può apprezzare appieno.
saltare da una storia all'altra e giocando con il tempo, andando avanti e indietro hanno il risultato di appesantire il film.
Quella casa nel bosco (qui) era un'altra cosa.
intanto buona visione - Ismaele




7 sconosciuti a El Royale è un film che a una prima superficiale visione non dispiace affatto, ma man mano che lavora interiormente nella mente e nell’animo dello spettatore finisce per divenire l’ennesimo lungometraggio molto ben confezionato e banale, che probabilmente funzionerà al botteghino, ma che certamente non lascerà alcuna traccia nella storia (recente) della cinematografia internazionale.

Credo che dentro questo script possa esserci veramente tutta l'America (intesa come States) ma per uno spettatore italiano è davvero difficile cogliere tutti i riferimenti che, nascosti o no, vengono mostrati nel film.
Si tratta comunque di un film ambiziosissimo, pieno di personaggi, cose e tematiche.
Eppure l'incipit è tutto sul minimalismo.
Inquadratura fissa, una camera d'albergo...
da qui

…Il suo ritorno dietro la macchina da presa, narrativamente parlando, insegue ma non tiene il passo di Quella casa nel bosco, dove era l’insieme a fare la differenza, ossia quel patchwork di generi rielaborato e riportato a nuova vita. Se nel film del 2012 il “magma” di stereotipi, immaginari, citazioni e topos di riferimento legati al filone fanta-horror rappresentava la materia prima alla quale l’autore aveva attinto a piene mani per dare forma e sostanza ad un cocktail di trovate drammaturgiche e soluzioni visive originali, qui il modus operandi, seppur replicato seguendo traiettorie diverse e attingendo da altre fonti, non raggiunge i medesimi risultati. Qui Goddard parte dal thriller vecchia scuola di hitchcockiana memoria per poi dirigersi dalle parti del Tarantino di The Hateful Eight, con il chiaro intento di partorire un mistery scatologico circoscritto tra le mura di un’intramontabile location come l’albergo…

martedì 23 maggio 2017

Get Out - (Scappa: Get Out) - Jordan Peele

opera prima di Jordan Peele, ma se non lo sai sembra di vedere un'opera di Kevin Smith, o di qualcuno di esperienza.
ogni definizione di genere è riduttiva, è solo cinema come si deve, non perfetto, ma cosa si vuole di più da un esordiente alla regia?
le avventure e gli incubi di Chris sono terribili, ma ha un amico che più di un fratello vero.
è comunque un film sul razzismo, le apparenze ingannano, i negri buoni sono i negri servi, i negri oggetto, i negri ogm.
la fine mi ha ricordato un po' quella del gran film che è Django unchained.
non avete bisogno di consigli, lo so, ma sappiate che se andrete a vedere Get Out sarete soddisfatti come non succede spesso, promesso - Ismaele






Se vuoi vederti il classico filmetto standard, insomma, te l'ho già detto e te lo ripeto: scappa!
Magari scappa su Canale 5!
Ah no, lì manco di filmetti standard ne danno più, solo fiction, reality o talent.
Se invece vuoi vederti un film a basso budget (4 milioni e mezzo di dollari) che in patria è diventato uno dei maggiori campioni di incasso dell'anno (oltre 170 milioni di dollari nei soli Stati Uniti fino ad ora), quindi una pellicola in stile Sundance Film Festival (dove infatti è stato presentato), ma godibile come il più commerciale tra i popcorn-movies, e se cerchi un film che non sarà il capolavoro totale o l'opera cult rivoluzionaria che hanno cercato di spacciare negli Usa, però è comunque capace di far ridere (soprattutto grazie al mitico personaggio dell'agente TSA interpretato da LilRel Howery), inquietare e riflettere allo stesso tempo, scappa subito!
Dove?
Al cinema!

Scappa – Get Out è una sorta di Indovina chi viene a cena? aggiornato e inquietante, abile nel parlare di razzismo con una forza davvero impressionante e con metafore ben calibrate.
Coinvolgente e capace di trasmettere una tensione costante dall'inizio alla fine, è una pellicola che riesce anche a stemperare i passaggi più angoscianti con sottile ironia e con inserti che non si prendono troppo sul serio…

 La cosa migliore, però, e mi rendo conto che qui si toccano i gusti personali, è che il film sceglie di non farci vedere le mazzate in testa, ma di deviare in qualcosa di simil-paranormale, in una delirante conclusione che però, a me, è piaciuta da impazzire. Inaspettata e folle, prende per il collo i nostri privilegi bianchi e, prendendoci abbondantemente per il sedere, li rispedisce al mittente, senza privarci di un po' di sana umiliazione…

A prescindere, infatti, dalla parte scientifica dell'evoluzione della trama - comunque interessante, considerata l'esigenza e la presunzione di alcuni esponenti delle classi sociali "alte" di potersi permettere di vincere anche il Tempo e la Natura -, Get Out funziona come thriller e come survival, inchioda come si deve alla poltrona e tiene benissimo il campo - un campo difficile, come già sottolineato - dal primo all'ultimo minuto, senza sbruffoneggiare con ambizioni troppo alte ma allo stesso tempo mostrando tutta la solidità dei prodotti con le palle.
Di quelli che sopravvivono ai confronti ed ai pregiudizi.
Di quelli che gli appassionati cercano e bramano come l'aria.
Ed è bello, in questi casi, venire soddisfatti.
Anche se il prezzo è una visione a cuore non troppo leggero.

…el protagonista no está solo en el plano cultural (se supone que está cubierto en el romántico, pero eso está por verse), ya que si bien todos los sujetos de su propia raza con los que se encuentra en este entorno son demasiado raros para que pueda relacionarse con ellos, se mantiene permanentemente en contacto telefónico con su mejor amigo Rod (Lil Rel Howery), un simpático guardia de seguridad que, además de convertirse en su mejor consejero, posee toda la gracia y el carisma de una persona de barrio.
Pese a las ramificaciones de su mensaje y a las posibilidades de conversación que ofrece, “Get Out” mantiene las cosas simples en el plano narrativo, hasta el punto de que su última parte recurre a una de esas voces en off que terminan explicándolo todo y que suelen ser un recurso demasiado fácil. Pero en ese momento, Peele nos tiene ya completamente de su lado, y ni siquiera necesita recurrir a un despliegue de violencia demasiado salvaje para completar lo logrado con el invaluable soporte de Kaluuya, cuyas expresiones emocionales no tocan una sola nota falsa.

…Los planos son siempre claros, optando siempre por la claridad de imagen y narración. El montaje también sigue esta línea, dejando de lado los flashbacks u otras técnicas, y enfocándose en lo concreto. Junto con esto, el tiempo de duración son unos muy agradables y bien aprovechados 104 minutos, de los cuales ninguno es desperdiciado en tomas que puedan responder más a un capricho que a lo que en verdad necesita la historia.
“¡Huye!” es exactamente el tipo de película que necesita esta época: cine emocionante que al mismo tiempo tenga el valor de poner sobre la mesa los temas más complejos de la actualidad. Si a esto se le suma una ejecución casi impecable de todas las partes involucradas, resulta una película que de seguro estará entre lo mejor de este año.
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mercoledì 10 febbraio 2016

The Hateful Eight - Quentin Tarantino

Quentin Tarantino va a manifestare con le famiglie delle vittime uccise dalla polizia e la polizia invita al boicottaggio dei suoi film.
“Quando vedo degli assassini non posso far finta di nulla...devo chiamare un omicidio un omicidio e devo chiamare assassini degli assassini.
Sono un essere umano con una coscienza. Se penso che sia avvenuto un omicidio allora sento il bisogno di reagire e oppormi. Sono qui per dire che sono dalla parte delle vittime” (qui).
ecco un motivo per andare al cinema a vedere il film, se non sei un poliziotto obbediente.
ci sono tanti altri motivi per vederlo, naturalmente.
la grandezza dello schermo è avvolgente e rara, aspettare di vederlo solo a casa non conviene (anche se purtroppo ho visto la versione da 167 minuti e non quella da 187 minuti).
nelle varie interviste Tarantino (a cui piace il cinema) elenca 39 film (qui) che ha citato o lo hanno influenzato per The Hateful Eight.
il film è ricco, quindi, con una struttura ad incastro che ricorda Dieci piccoli indiani.indiani non ce n'è, tutti sono bianchi, tranne un nero (anzi due, ma si saprà dopo).
il nero è Samuel L. Jackson, e come tutti i neri non è ben visto.tutti fingono, tutti dicono qualche bugia o non dicono tutta la verità, un po' come i cretesi o i personaggi di Pirandello, che hanno un autore, un vero deus ex machina, Tarantino va più in là, nessuno resta vivo, lui sa tutto e ce lo racconta, chissà se dice la verità, ma abbiamo pagato il prezzo per un film normale, d'altronde, mica possiamo pretendere anche la verità.
i giudizi che si leggono in giro sono vari, fra il brutto e inutile al capolavoro, magari è solo un gran bel film vecchio stile.
ciascuno giudichi da sé, come sempre.
buona visione - Ismaele




Tarantino, celebrando il cinema che ha sempre amato, restituisce al mittente ciò che ha sempre odiato, sfruttando proprio l’irripetibilità auratica di un evento merceologico pensato come unico. Creando un agguato feticistico, Tarantino affonda le sue mani nelle piaghe dello stato dell’unione. E non fa prigionieri. 
The Hateful Eight, inoltre, nella sua enorme complessità di oggetto composito, come è composito lo sguardo di Tarantino, rivela una volta per tutte l’adesione ideale del cineasta alla grande stagione del cinema della Nuova Hollywood degli anni Settanta. 
Tarantino vuole appartenere alla classe dei Penn, dei Peckinpah, degli Altman e così via. Il cinema italiano di genere, è il suo giardino dei giochi d’infanzia al quale tornare sempre e comunque. Ma è la tradizione del grande cinema statunitense alla quale lui vuole appartenere. 
E con The Hateful Eight mette piede in Arcadia a titolo pienissimo. 
Il cinema statunitense raramente è stato più politico. 

Tarantino si diverte a raggiungere i limiti-tarantino in ogni componente del film, Lui può dialogare 40 minuti su una mosca che scoreggia perchè lui è tarantino che sta usando i limiti-tarantino.
Lui può caricare i suoi personaggi fino ai limiti-tarantino.
Lui può essere cinico e violento fino ai limiti-tarantino.
Lui può eccedere dovunque, perchè dovunque ha portato i suoi limiti a livelli altissimi.
O.k, sì, ormai lui crede che dapertutto può far quello che vuole. Ma poi ci sono spettatori che lo stimano molto, come me, ma che non lo idolatrano, che vorrebbero dirgli "Ehi, Quentin, stai andando un tantinello oltre, non è che ti puoi permettere tutto eh, rischi di sbracare".
E, infatti, il primo tempo di Hateful Eight è uno sbracamento di dialoghi da restarci secchi se non sei del fan club…

…Ed è curioso come e quanto i charachters tutti d'un pezzo che tanto hanno fatto la fortuna della settima arte del passato siano spazzati via in favore di quelli che, al contrario, vivono di sfumature, profondamente umani nel loro essere in bilico tra senso comune ed istinti primordiali: e nel film meno "musicato" - nonostante il lavoro splendido di Morricone - di Tarantino a fare la parte del leone sono soprattutto i personaggi, pensati e sentiti profondamente dal Quentin sceneggiatore, prima che regista, coccolati nel bene e nel male dal primo all'ultimo minuto, ed a prescindere dal tempo concesso agli stessi davanti alla macchina da presa.

The hateful eight diviene, dunque, una versione della maturità de Le iene, un dramma da interno che potrebbe essere inserito in qualsiasi contesto ed epoca, vissuto più come una lettura dell'animo umano - ed in particolare statunitense - che non come un omaggio al Cinema di genere che tanto Tarantino ha dichiarato di amare: e senza dubbio, è uno dei suoi lavori più puri, in termini di settima arte…

C’è chi si diverte da matti a vedere tre ore di uno splatter cupo e mortuario girato con inutile maestria da un citazionista accanito che gode a mostrare sangue e vomito e agonie e a ricordarci sghignazzando che tutto è urlo e furore, l’Uomo e la Storia, e c’è anche chi, come me che qui scrivo, si annoia e sbadiglia.
Certo, si ammira l’abilità tecnica, e si pensa che, ahinoi, qualcosa di vero c’è nella visione del mondo che hanno i tarantini e i tarantinati, ma non si può fare a meno di compiangerli, pronti come sono ad applaudire i massacri e forse anche a massacrare, ma non ancora a farsi massacrare come è probabile che possa invece capitare anche a loro, dato lo stato del mondo e delle cose…

The Hateful Eight is a repugnant film. It marks the third time that Tarantino has projected his revenge fantasies into the past in order to settle scores cinematically. First, he sent Jewish-American soldiers to unleash hell on the Nazis in Inglourious Basterds (fighting fascism with fascism, as we said at the time). Then came Django Unchained and the massacre of slave-owners. Now Tarantino drains the racists of the post-Civil War United States of their blood as well.
With each new film, Tarantino is compelled to outdo himself in terms of violent imagery and a depraved scenario. One of the most disturbing sequences inThe Hateful Eight involves a story told by Warren to General Smithers, who has come to Wyoming to provide a tombstone for the grave of his son, missing and presumed dead…

Parlano allo sfinimento gli hateful eight e quando esauriscono le parole, caricano i colpi e si sparano addosso. Tarantino insiste sul cambio di marcia realizzato con Bastardi senza gloria e sulla politicizzazione del suo cinema, svolta in superficie dalla contaminazione di immaginari e iconografie, innescata al fondo nei dialoghi e portata alle stelle da personaggi che hanno (anche) qualcosa di serio da dire. Dopo aver rinfacciato al western americano classico il suo razzismo e restituito colpo su colpo i torti cinematografici inflitti da D.W. Griffith (Nascita di una nazione), Tarantino guadagna al suo eroe nero un diverso ruolo sociale. Samuel L. Jackson, 'negro di casa' infame in Django Unchained, scende in campo e guadagna sul campo (di battaglia) la sua libertà…

Tarantino orchestra la sua danza infernale con occhio mai indulgente verso i suoi personaggi – per la prima volta nel suo cinema non esiste la possibilità di uno schieramento, quale che sia, visto che tutti gli attori in scena sono bastardi, stavolta davvero senza alcuna gloria da reclamare – e dà ulteriore dimostrazione della sua sapienza registica. Basterebbe la sequenza in cui Warren rievoca al generale Smithers il modo in cui umiliò e uccise suo figlio Charles, con gli occhi del vecchio Bruce Dern che si stagliano in sovrimpressione sulla montagna innevata, o il cambio di fuoco a creare un ipotetico campo/controcampo mentre la prigioniera Daisy Domergue canta Jim Jones At Botany Bay, per inserire The Hateful Eight tra le visioni indispensabili di questi anni. Mentre altrove si cerca nella maestosità della natura il senso dell’umano e dell’americano (Revenant – Redivivo di Alejandro González Iñárritu, ovviamente), Tarantino riduce tutto a una serie di assi malmesse, e a uno scalcinato camino. Niente orsi, niente nativi belligeranti, nessun fiume in piena. Solo l’uomo, con le sue “qualità” inestirpabili come la gramigna: qualità che parlano di violenza, sopraffazione, ingiustizia, razzismo, crudeltà, livore. Se una redenzione è possibile, passa solo una volta di più attraverso l’omicidio. Eppure da qualche parte, in un altro non luogo come la Casa Bianca, un presidente degli Stati Uniti abbandona l’amico di penna perché la moglie ha oramai preparato il letto per la notte. Ma la Storia, si sa, non è mai quella che viene davvero raccontata…





sabato 4 gennaio 2014

Philomena – Stephen Frears

un film che deve tutto all’interpretazione di due bravissimi attori, Stephen Frears è bravo a dirigerli in una storia di peccato e perdono, schiavitù e vendita di bambini, Aids e ritorno a casa.
dialoghi fulminanti e colpi di scena fanno sempre ripartire il film, non ci si annoia.
il film avrebbe avuto stupito il pubblico se il convento fosse bruciato, con suor Hildegarde fra le fiamme, e il diavolo che la riceveva all’inferno, ma la sceneggiatura doveva avere una certa coerenza, peccato. Tarantino l’avrebbe fatto, chissà.
“My beautiful laundrette” e “Piccoli affari sporchi” sono ormai d’altri tempi, ma “Philomena” una visita al cinema la merita, Judi Dench e Steve Coogan sono uno spettacolo - Ismaele



L'aver romanzato la vicenda genera personaggi contraddittori (come la stessa Philomena, signora svagata di mezza età che legge con entusiasmo romanzetti Harmony, e contemporaneamente figura di alto spessore morale), limitando di fatto a un livello superficiale il coinvolgimento dello spettatore. Anche nel tirare le fila, il film mantiene il piede in due scarpe: da un lato denuncia senza mezzi termini (e in maniera manichea) i misfatti e il successivo atteggiamento omertoso delle strutture cattoliche in Irlanda, dall'altro lascia che la protagonista "perdoni" i colpevoli, sperando che l'assoluzione coinvolga moralmente anche lo spettatore.

…Philomena e Martin si confrontano e anche si scontrano in materia (anche perché il giornalista non le risparmia mai il proprio scetticismo) ma non si tratta qui di chi abbia ragione o abbia torto. Si tratta piuttosto di un incontro che è sempre possibile quando si è capaci di andare al di là delle barriere che il pregiudizio erige tra le persone. Frears riesce a raccontarlo grazie all'umanità che ha pervaso i suoi film migliori e alle doti di narratore di grande spessore.

... In un film senza difetti come questo, il suo difetto è, paradossalmente, la sua precisione millimetrica, il suo essere sempre "medio". Un film che fa piangere e ridere, una ricetta splendidamente tragicomica, in cui le emozioni sono calmierate e livellate, ma per il quale non si perderà mai la testa con la pancia e con il cuore come per il cinema più irregolare e conflittuale.

En Philomena, la veterana actriz británica muestra toda su habilidad para encarnar personajes entrañables y amables, a pesar, como en este caso, de ser víctima de uno de los dramas más terribles que se puedan concebir. Y es que la historia de Philomena Lee, personaje que interpreta Dench en la película, es tan real como muchas que, por desgracia, hemos ido leyendo en los periódicos de nuestro país últimamente: una mujer a la que separaron de su hijo, que fue vendido en adopción, sólo por haberse quedado embarazada en el tiempo y el lugar equivocados. Años después, ayudada por un periodista caído en desgracia (Steve Coogan, también co-guionista de la película, en un trabajo sorprendente), le buscará cueste lo que cueste. La intensa vitalidad, la alegría que desprende Philomena a pesar de lo horrible de su situación, empapan la película de principio a fin. Gracias a ella, lo que podría haber sido un simple drama británico estándar se convierte en toda una lección de interpretación. 

venerdì 18 gennaio 2013

Django Unchained - Quentin Tarantino

il dottor Schultz (Christoph Waltz) è il personaggio e l'attore che fa la differenza.
il film è una gioia per lo spettatore (per me lo è stato), Tarantino gioca con chi guarda, cita, gigioneggia (purtroppo l'attore peggiore è lui, solo pochi minuti, per fortuna).
ho letto che l'ispirazione del film sia "Django" di Sergio Corbucci, già solo titolo e musica lo indicano, io ci vedo un po' de "Il grande silenzio", sempre di Sergio Corbucci, e penso che l'ispirazione maggiore provenga sopratutto da quel piccolo unico capolavoro che è "Addio zio Tom", di Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi (qui).
"Django Unchained" ha molto di epico, la visita per comprare Broomhilda sembra la preparazione del cavallo per i troiani da parte di Schultz e Django, le parole del dottore sembrano quelle di un oratore greco.
e poi è anche la storia di un rispetto che diventa un'amicizia, fino al sacrificio, fra Schultz e Django.
personalmente mi è piaciuto di più, poco più, "Bastardi senza gloria", ma siamo a livelli davvero alti.
non privatevene, non ve ne pentirete - Ismaele





Il regista di Reservoir Dogs ha ormai raggiunto un livello di consapevolezza e conoscenza del medium tale da trascendere i consueti confini del cinema, dando vita a vere e proprie opere d'arte pop. La bellezza di alcune sequenze (il fiore di cotone intriso di sangue, la stereotipata danza con la quale la servitù apparecchia la tavola per i “padroni”) va ben oltre la loro effettiva importanza narrativa: il linguaggio cinematografico diventa semplicemente un mezzo per suscitare emozioni in chi guarda. È per questo che le tre ore di Django Unchained trascorrono avvolte da un’aura di epica sospensione, mentre la storia cambia forma muovendosi con agilità tra stili e generi diversi – chi altri se non Tarantino avrebbe potuto immaginare l’hip hop nella soundtrack di un “western”; l’avventura dei due protagonisti deve essere lunghissima e contrastata, perché solo in questo modo può rendere giusto merito all’eroismo dei suoi interpreti. Al pari del solito Christoph Waltz (una garanzia), Leonardo DiCaprio si rivela eccezionale caratterista, nel ruolo di un eccentrico proprietario terriero la cui crudeltà è forse giustificata dall’ambiente nel quale è stato cresciuto…

Il meglio di Django Unchained sta però nei dialoghi, così ben scritti, ambigui, sottili, allusivi, sinuosi, da lasciare incantati. Il confronto in sottofinale tra Schultz e Candie è da rimanere a bocca aperta, il cazzeggio degli incappucciati che se la prendono con chi ha confezionato cappucci così scomodi è incongruo quanto irresistibile. A valorizzare il verbo di Tarantino (che, in my opinion, è prima di tutto un grande sceneggiatore e dialoghista) è soprattutto Christoph Waltz con il suo accento vagamente teutonico che si inerpica sulle ampollosità e volute del testo con lo stesso impegno con cui affronterebbe Shakespeare o Schiller. Onore a Samuel L. Jackson, irriconoscibile e strepitoso nel personaggio meno scontato e più ambiguo di tutti, quello del nero che governa con pugno di ferro la servitù di colore dello spietato Candie/DiCaprio, il corrispettivo di quello che erano i kapò nei campi di sterminio nazisti, l’oppresso che passa dalla parte dell’oppressore e si fa suo complice e strumento…

…Nelle sue quasi tre ore di durata, il film non mostra mai un attimo che non sia funzionale alla integrità della storia, tiene il ritmo, si lascia gustare grazie ad una messe infinita di dialoghi e battute  e conduce al finale liberatorio in cui riconosciamo il talento visivo e narrativo del regista…

…Como es tradición, el norteamericano saca lo mejor del elenco que tiene entre manos, y en su segunda colaboración con Christoph Waltz, vuelve a dar con uno de los personajes más memorables de su filmografía. La interpretación del austriaco es una de las principales razones para ver “Django Sin Cadenas”. Waltz transforma a su Dr. King Schultz en el personaje más entrañable de la cinta, cumpliendo el rol del mentor de Django, personificado por Jamie Foxx, quien va construyendo la naturaleza vengativa de su personaje hasta explotar en el sangriento acto final. Si en sus primeros filmes Tarantino devolvía el brillo a estrellas en decadencia, en sus últimos trabajos se ha dedicado a dirigir a súper estrellas de Hollywood, como lo hizo con Brad Pitt en “Inglourious Basterds”. En estaocasión, Leonardo DiCaprio se luce y toma el rol de uno de los típicos maniáticos presentes en la filmografía de Tarantino, y aunque Calvin Candie es un pervertido civilizado, tiene un par de escenas donde el estadounidense ofrece una de sus interpretaciones más inquietantes.
“Django Sin Cadenas” es un festín del mejor Tarantino, entregando un filme superior a sus producciones más recientes, gracias a que concentra todas sus virtudes en pos del desarrollo del relato. Todos sus códigos están ahí, todas sus convenciones están ahí, toda la genialidad que tanto se le ha querido cuestionar, están presentes en este western que se sale de la regla de todo lo que nos llega desde Norteamérica, para dispararnos de frentón con una película que no dejara indiferente a nadie.
da qui


giovedì 15 dicembre 2011

classifica 2009-2010 (2)

La pivellina (Non è ancora domani) – Tizza Covi, Rainer Frimmel
Uno di quei film che fa ricordare, e forse capire, la frase di Bukowski, "solo i poveri riescono ad afferrare il senso della vita, i ricchi possono solo tirare a indovinare".
Racconta di una vita difficile, di gente che non sa chiudere la porta a chi ha più bisogno, di persone che sono i figli e i nipoti delle persone dei film sceneggiati da Zavattini, con cuore e anima. Ci sono pochissime copie in giro, non ci sono scuse per non vedere questo gioiello, cercatelo, non ve ne pentirete, promesso. - Ismaele


Bastardi senza gloria - Quentin Tarantino
Un film sempre sopra le righe, con attori davvero bravi. Tarantino riesce a fare un film eccessivo, estremo, concreto, sempre tenuto con briglia tenuta da un fantino che sembra Dettori  su un cavallo che sembra Varenne . Amore per il cinema, alla magia del cinema, da Cenerentola a qualsiasi altro film mai girato, si diverte e ci fa divertire (mi è sembrato anche che sia apparso in qualche fotogramma quando nel film il cecchino spara dalla torre). Dopo “Pulp fiction” il suo film che mi è piaciuto di più, fa volare un aquilone che fa  le giravolte più incredibili e con abilissime manovre lo fa tornare ordinatamente a terra.  I dialoghi sono eccezionali, i ritmi da artigiano orologiaio non fanno pesare le due ore e mezza del film.- Ismaele


Welcome – Philippe Lioret
Racconta un pezzo di mondo meglio di tanti reportages e libri, non si può far finta di non vedere e di non capire. Essenziale, senza mai annoiare, fa capire che essere qui o lì è solo un giro della roulette e che questo bel mondo per molti è un inferno. Grande film, musica di Piovani. - Ismaele


La doppia ora – Giuseppe Capotondi
A tratti sembrava che fosse un fiume che si ferma e muore nelle sabbie del deserto, invece ogni volta riprende fiato e arriva al mare, grazie a una sceneggiatura che fa la finta e poi riparte per una strada laterale. Bravissimo Filippo Timi, subito dopo Ksenia Rappoport. A Ksenia capita il premio, ma se lo meritava di più per “La sconosciuta”, esattamente come Kate Winslet, che lo meritava più per “Revolutionary road” che per “The reader”, ma forse sono sottigliezze. Bellissime le ultime facce disperate e innamorate di Guido e Sonia, in un universo parallelo avrebbero vissuto insieme e felici. Io andrei a vederlo al cinema, dai, lascia il divano e il telecomando – Ismaele


Avatar – James Cameron
Finalmente ho visto “Avatar”. Bello il 3D, avvincente la storia, magari prevedibile, con un lieto fine (temporaneo?), è stato detto tutto e di più.
Vorrei invece parlare di qualcosa che risulta, in tutti, o quasi, i commenti letti, assente o in secondo piano.
James Cameron fa un’operazione coraggiosa, racconta i meccanismi e le strategie di dominio, di conquista e di sterminio dell’Impero. Sembra che Cameron tolga il velo e ci faccia vedere quello che è successo, e succede, con gli indiani d’America, con gli indios e la natura dell’Amazzonia, con i popoli del Centro e Sud America, e non solo. Cose già dette e viste, mai con questa forza e chiarezza. Nella scena della ruspa come non pensare a Rachel Corrie, e, per tutto il film, come non pensare a come viene sfruttata la figura dell’etnologo o del ricercatore nei territori vergini del pianeta, a cosa è servita la figura romantica dell’esploratore? Da vedere di sicuro! - Ismaele


Cosmonauta – Susanna Nicchiarelli
Davvero una bella sorpresa, un film che racconta una storia di 50 anni fa, come fosse oggi, con bravi attori, Luciana bravissima. Una storia di quando ancora esistevano gli ideali. La musica è insostituibile, un personaggio del film. Dai, un paio d'ore al cinema, non ve ne pentirete. Bellissimo il cartone che precede il film - Ismaele