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lunedì 20 gennaio 2020

Jojo Rabbit - Taika Waititi

tante scene da sole valgono un film intero, e si ride e ci si commuove con Jojo.
Taika Waititi (maori-ebreo) smonta il nazismo, lo prende in giro, con gli occhi di un bambino che non sa niente e crede a tutto.
Jojo ha anche un amico immaginario, Adolf, oltre a Yorki, un bambino come lui, che appare poco e dice delle parole (stra)ordinarie e indimenticabili.
succedono un sacco di piccole grandi cose, gli attori sono bravissimi, fra gli adulti la mamma (Scarlett Johansson) e il suo istruttore (Sam Rockwell) sopra tutti.
la musica è perfettamente spiazzante, la storia è di quelle che non ti aspetti.
andate al cinema e godetene tutti, è uno dei più bei film dell'anno - Ismaele





JoJo Rabbit è un’opera che è perfettamente inerente a questa realtà. Non si nasce razzisti o fanatici: c’è sempre qualcuno che ti istiga ad esserlo. E JoJo è un classico ragazzino di quel tempo: biondo, occhi azzurri, deviato dalla follia nazista ma con ancora un pizzico di fantasia che, essendo di un bambino, non lo farà mai sembrare un essere malvagio in tutto e per tutto. Viviamo con lui le sue avventure e capiamo il suo essere, senza mai giudicarlo. Giocare a credersi onnipotenti e indistruttibili è comprensibile in un bambino: il contrario è quando capita ad un adulto…

Jojo Rabbit è un film imperfetto, spesso cerca la lacrima facile senza riuscirci, ma è un film che ha qualcosa da dire e da insegnare e in questo periodo di rescrudescenze neonaziste, è un film indispensabile.

Le immagini sono per Waititi una mitragliatrice sempre in azione; il sarcasmo di cui si fanno portatrici ha una mira precisa e infallibile, mentre il montaggio sonoro (in perfetta armonia con quello visivo) è una scarica pronta a colpire lo spettatore sin dai titoli di testa, quando al ritmo della versione tedesca di “I want to hold your hand” dei Beatles, le immagini di repertorio di cittadini tedeschi urlanti in pieno isterismo di massa, alla Beatlemania lasciano spazio alla “Hitlermania”…

Jojo Rabbit è davvero una satira anti-odio e si impegna nel far capire allo spettatore che questo bambino, cresciuto tra sentimenti di superiorità razziale, non è per natura nazista, così come la ragazza ebrea non è ovviamente un demone con ali da pipistrello attratto dal denaro. 
Lo scopo diventa quello di utilizzare il conflitto suscitato nel ragazzo nell'incontrare la ragazza ebrea per creare un livello di umanità che vada oltre e diventi un antidoto all'odio, svelando come l'amore si possa costruire anche quando l'odio sembra prendere il sopravvento sulle cose e sulle persone. 
Jojo ed Elsa diventano il centro narrativo dell'intero film, spingendo il bambino a scoprire i suoi lati più umani, maturando un'empatia poco esercitata, sperimentando le farfalle nello stomaco, la compassione e umanizzandosi rispetto a una condizione di partenza che non è mai inumana, quanto piuttosto quella di un essere umano la cui anima è stata intorpidita. 
Nel suo racconto satirico dirompente Waititi non fa l'errore di cavalcare l'onda dell'umorismo e ricorda come si renda necessario raccontare, anche in una satira, cosa sia il Male, al fine di non vanificare lo sforzo di creare un'antitesi ad esso, mettendo in scena la paura della Gestapo, l'orrore delle ferite e lo sguardo desolato di chi torna dal fronte, la devastazione dei bombardamenti e gli stenti di chi incolpevole deve continuare a vivere e mangiare cercando tra le macerie e i rifiuti.
Jojo Rabbit mette in scena il fango e i cadaveri, mostra le pubbliche esecuzioni, il dolore di amori partiti e mai più tornati o persi chissà dove, risalta il coraggio di chi decide di continuare a nascondersi dietro un vessillo che non gli appartiene anche nella morte, porta in cima un gesto eroico umano e infine ricorda come questa piaga, questa terrificante ideologia, sia spietata e disumana. 
Jojo Rabbit è un film che fa anche male, che fa un po' soffrire, che torce un po' le budella e porta Waititi a sfoggiare una meravigliosa umanità nell'esercitare in Cinema la bontà e nel contrapporre l'amore al terrore, come nel suo mostrare qualcosa di terrificante con una crudezza commovente.
Il lavoro del regista è impreziosito da un utilizzo intelligente del racconto per immagini, ai fini della satira e dei cambi di umore che si alternano ad essa, evitando di portare sullo schermo un canovaccio intelligente ma tecnicamente scolastico - gli stessi Monty Python hanno girato alcuni film geniali ma, formalmente parlando, un po' piatti
Taika Waititi mette insieme un racconto meraviglioso, una satira costruita perfettamente e che davvero si propone come vaccino all'odio, mettendo l'amore e la vita e il sorriso di un'elegante Scarlett Johansson al centro di molte scene, portando in cima un protagonista bambino molto in parte, di grande talento e al quale è praticamente impossibile non affezionarsi. 
Jojo Rabbit riesce a raccontare una storia pregna di significati e bellezza, comunicando significati universali sfruttando elementi quotidiani e terreni e utilizzando in modo magnifico gli attori a sua disposizione, che rispondono meravigliosamente alla sceneggiatura e all'estro dell'autore. 
Jojo Rabbit ha mantenuto le premesse e consegna al pubblico un film necessario, capace di comunicare un messaggio portante per l'umanità non con lo scherno saccente e fine a se stesso, ma proponendo una cura, utilizzando l'amore come stendardo a rappresentanza del genere umano e rassicurandoci, dandoci speranza e ricordando con pudore e rispetto l'orrore di un marchio indelebile sul percorso umano su questa terra. 





sabato 15 settembre 2018

7 psicopatici - Martin McDonagh

un filmetto divertente, basato su interpretazioni di grandi attori, che danni valore aggiunto (anche senza aggiunto).
fra In Bruges e Tre manifesti... ci sta.
buona visione - Ismaele






…Se però il rapporto uomo-sorte resta pressoché invariato, così come d'altronde il legame con l'alcol, fattore onnipresente, e un certo gusto per il grottesco, il bizzarro, il dettaglio weird, il regista aggiunge a "7 psicopatici" una non trascurabile dose di autoironia che, pur senza sottrarre nulla all'originaria visione ironica, rassegnata e disincantata del mondo, si adegua meglio al gioco del metacinema, fluidificando i tanti, rischiosi incroci tra il piano reale e il piano finzionale. Quest'ultimo, avanzando sulla base di uno stralunato disegno aneddotico, spesso si sovrappone alla vicenda principale, a volte addirittura riducendola a semplice cornice (come nel caso del bellissimo racconto di Zachariah - un monumentale Tom Waits - o dell'improbabile vicenda del prete vietnamita).
Forse il difetto più rilevante di "7 psicopatici" è una tendenza alla prolissità che, specialmente nel corpo centrale della pellicola, frena un po' la tensione e il ritmo. Ma, in fin dei conti, anche le varie lungaggini possono esser lette come strambe specificità di questo fluviale esperimento di cinema dell'assurdo che non può non intrattenere (dall'inizio al doppio finale con sparatoria) perché, per dirla con Hans/Christopher Walken, "insomma... è stratificato!".

…Nonostante quindi 7 psicopatici alla fine non abbia la forza, la chiarezza d'intenti e la determinazione di In Bruges, pur mantenendo una visione di mondo e una volontà di mostrare e raccontare storie e personaggi in maniera inedita, rimane indubitabilmente uno dei migliori film della stagione. Perchè anche al netto dei suoi difetti, e ancora una volta, Martin McDonagh riesce lo stesso nel corso del film, con un crescendo di sorprese spiazzanti, a portare ogni singolo spettatore in una zona di se stesso mai esplorata. E' quella parte che, per l'appunto, mescola il massimo dell'empatia e della pietà con il massimo del disprezzo ridicolo e del distacco umoristico, una combinazione di sensazioni particolare e stimolante, capace di generare idee, pensieri e consapevolezze nuove.
Una vera opera d'arte.

Attorniato, come detto, da un manipolo sceltissimo di teste e facce grandiose e memorabili (impossibile descriverli tutti, tra l’impareggiabile Tom Waits con in braccio un coniglio bianco che accarezza sempre, l’immenso Christopher Walken mistico e inquietante, lo “specialista” Woody Harrelson sempre divertentissimo e più che a suo agio in una parte da squilibrato, e lo psicopatico N. 1, Sam Rockwell, semplicemente fantastico), McDonagh evita il pericolo farsa e crea un componimento credibile, per quanto folle, e sicuramente personale, autentico. Tra l’altro avrà pur “suggerito” qualcosa di suo al protagonista, Marty, interpretato da Colin Farrell (bravo pure lui, si vede che cotanta compagnia lo ha stimolato).
In conclusione, Seven Psychopaths è sì un progetto ambizioso che si presta a più livelli di lettura, e certo non è di facilissima collocazione e comprensione (chi si aspetta un action-pulp puro rimarrà deluso), però possiede una carica vitale, a tratti alquanto originale, che lo rende irresistibile.

The film fails to be cohesive, its rant against violence by being ultra-violent goes nowhere, its cartoonish take on Hollywood is shallow and the humor was too silly to hit my funny bone, but it takes a few choice whacks at writers who try too hard to fit into the Hollywood system and thereby forget about scripting anything literary (like this film!). A talented cast seems wasted on a story line that wants to say something important but can only utter unconvincing cliched bromides such as violence begets violence and that Hollywood films need for their action pictures to have inevitable bloody endings to thrill an audience. Now Tarantino can pull off a queasy film like this and make it seem right, while McDonagh has too much the heavy hand to pull off a Tarantino-esque film. In my view, if it weren't for the star-filled cast this would be a straight to cable flick. You might like this film better if you think exploding heads is a funny bit and that weird equals funny.

martedì 16 gennaio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri - Martin McDonagh

una sceneggiatura che non ti fa distrarre mai, una fissazione, quella dei tre manifesti, che diventa subito realtà, musica di Carter Burwell (che di solito fa le musiche per i fratelli Coen), un attore che c'era anche nel gran film In Bruges (Martin McDonagh fa pochi film, e buonissimi).
ci sono altri attori straordinari, li vedrai, e poi il colpo di genio,
alcune lettere di un morto, che aiuteranno gli altri a vivere meglio, sono davvero bellissime, dopo anche il peggior poliziotto del mondo (quel Dixon che sembra una caricatura di se stesso, all'inizio) cerca nuove strade (non sappiamo se abbandonerà quella madre inutile e dannosa, ma lo speriamo).
c'e azione, violenza, odio, rancore, ma sopratutto è un film di rapporti umani, confrontandosi con gli altri si può cambiare.
non sarà perfetto, ma avercene di film così vivi.
vuoiti bene, la maggior parte delle cose che devi fare potrai farle dopo, esci e vai a guardare questo film, soffrirai e sorriderai, non te ne pentirai, è sicuro. 
buona visione - Ismaele





Andarci. Senza indugiare. Da qui a febbraio – per effetto degli Oscar e per esaurimento dei film italiani che cercano di intercettare lo spettatore stufo dei cognati e del panettone – un po’ di film belli finalmente usciranno nelle sale. Se cominciate ad accumulare ritardi, va a finire che vi perdete qualcosa. “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” è un film su cui non si discute, è bello senza riserve. E non offre maniglie a cui appigliarsi, tipo: non sopporto quell’attore, non voglio più vedere quell’attrice, non sopporto i film dove cantano, non sopporto i film d’animazione. Neanche “non voglio più vedere film americani” (magari qualcuno c’è, tra chi si imbatte in questa pagina, non sa cosa si perde)…

…L'indagine al centro di "Tre manifesti a Ebbing, Missouri" è per il regista l'innesco per riflettere su un tema caro alla coppia Schrader-Scorsese, cioè la dialettica tra senso di colpa e redenzione; e il personaggio di Willoughby sembra indicare la via per diventare persone migliori, il miraggio a cui cercano tutti di aggrapparsi per non scivolare in una spirale di follia e cieca violenza. Ma si può essere veramente persone migliori quando il mondo smette di funzionare? È questo il dramma che vive Mildred e in parte anche gli altri personaggi, Dixon compreso, tutti tesi come sono alla ricerca di un colpevole o perlomeno di un capro espiatorio su cui sfogare la propria rabbia.
McDonagh si discosta quindi sia dalla rappresentazione della provincia americana dei fratelli Coen sia dal Quentin Tarantino al quale è sempre stato paragonato per via del talento nei dialoghi, andando per la propria strada in un affresco diretto con uno stile registico asciutto e preciso. Il mélange di registro in bilico tra black comedy e tragedia greca non blocca la creatività visiva dell'autore, che sviluppa il proprio lavoro puntando sì sulla bravura degli interpreti ma anche sulla gestione degli spazi e dei paesaggi su cui aleggiano suggestioni western. "Tre manifesti a Ebbing, Missouri" mostra il lato sconsolato ma ancora vivo di un mondo in cui né Dio né Patria riescono a rimettere la realtà sui giusti binari, spostando la catarsi al di là dei titoli di coda quando lo spazio della cittadina si allarga virtualmente in un on the road che potrebbe coinvolgere tutta l'America…

…La guerra personale della combattente Mildred scoperchierà collusioni, ignavie, ipocrisie, paure. Tutto il repertorio del marcio di provincia, con il sovrappiù della violenza americana. Il film si lascia seguire come un western, un uno-contro-tutti nella più pura tradizione dell’individuocentrismo americano. E onore a Frances McDormand che si produce in un’interpretazione travolgente conferendo alla sua Mildred una determinazione da eroina della frontiera. Gli attori sono tutti (anche il meraviglioso Woody Harrelson) alla corte e al servizio della star, dell’ape regina. Film tiratissimo, senza un momento di noia, che strappa l’applauso. Con McDonagh abilissimo nel giostrare tra drammatico e grottesco, impresa ad alto quoziente di difficoltà che non riesce a tutti (vedi il Clooney ultimo di Suburbicon). Eppure qualcosa non funziona in questa irresistibile macchina narrativa. Si prova un certo malessere di fronte alla cittadina Mildred certo assai provata dalla vita che però ostinatamente vuole, esige, pretende giustizia anche in mancanza di prove, fino a volersi fare giustizia da sola. Su questa zona oscura della psiche si sono costruiti film e interi generi cinematografici…

…Tre Manifesti è un film completo, secco ma debordante, doloroso ma divertente, una specie di western in cui ci sono tre pistoleri a sfidarsi.
Ma non c'è nessun vincitore, nessuno.
Solo tre vite senza quasi più un senso, solo un combattere il proprio odio.
Ma anche un sapere, per tutti e tre, un arrivare a conoscere l'ebrezza di diventare migliori.
Mildred è davanti ad Harrelson.
Si stanno scannando, lei lo umilia senza pietà.
Ad un certo punto gli arriva sulla faccia un fiotto di sangue.
Gli occhi di Mildred, gli occhi di Frances, cambiano del tutto, la pietà e l'umanità che l'assalgono sono talmente vere che fanno spavento.
La scena più grande in un film difficile da dimenticare,