Paolo Virzì cambia registro, passa dai film nei quali, anche se a volte amaramente, si rideva a film drammatici, come Cinque secondi.
protagonisti Valerio Mastandrea, Galatea Bellugi e Valeria Bruni Tedeschi, in una storia di dolore smisurato e (ri)nascita.
Adriano è un avvocato che si ritira dal mondo, per espiare una colpa terribile. Matilde (con le sue amiche, e amici) invade la bolla nella quale sta Adriano (e riesce a farla scoppiare), restituendolo alla vita.
Adriano "adotta" Matilde come una figlia, anche se lei non lo sa.
un film che riesce a coinvolgere e anche emozionare.
buona (non solo per cinque secondi) visione - Ismaele
…il team di sceneggiatura, la regia "a
mestiere" di Virzì e la recitazione del cast creano personaggi, non
algoritmi. E dunque Valerio Mastandrea regala la sua naturale misantropia e la
sua incongrua tenerezza al ruolo di Adriano: Valeria Bruni Tedeschi fa di
Giuliana una donna di buon carattere, sempre disposta a comprendere e ad
alleggerire; Ilaria Spada nel ruolo dell'ex moglie lascia filtrare la sua
dolcezza attraverso le crepe dolorose d una maschera di rancore e disperazione.
Ma a brillare è soprattutto Galatea Bellugi, di formazione artistica
mitteleuropea, restituendo carne, sangue e toscanità ad un personaggio che
sulla carta avrebbe potuto rimanere uno stereotipo agreste.
Con Cinque secondi Paolo Virzì fa un j'accuse del sarcasmo con
cui, in una certa misura, ha guardato il mondo, anche attraverso i suoi film, e
abbandona ogni distacco ironico per immergersi (e immergerci) nel viaggio di
redenzione del quale abbiamo disperatamente bisogno oggi…
… Questo Cinque secondi si presenta
come un continuo gioco
di rimandi tra presente e passato recente: quello del misterioso
– e apparentemente bisbetico – Adriano e quello di Matilde; di primo acchito
Adriano sembrerebbe un misantropo, mentre Matilde apparirebbe come una giovane
donna spensierata e senza problemi.
La sceneggiatura del film –
scritta splendidamente, così come splendidi si rivelano i dialoghi – svela poco
a poco la verità sui due protagonisti principali, proprio nel mentre della
lenta e reciproca conoscenza.
In questa recensione non andremo
oltre nel racconto della trama, proprio per non togliere quel gusto di progressivo
svelamento di una verità nascosta e protetta, che è al centro del
film e dello scriptstesso.
D’obbligo, però, è fare cenno al
personaggio secondario interpretato dalla magnetica Valeria
Bruni Tedeschi, ovvero la socia e avvocata Giuliana
Marziali; se il film di Virzì riesce a trasmetterci con forza un’aura
di tenerezza non è solo per il rapporto che si intesse tra Adriano e la giovane
Matilde, ma per la tenera amicizia (ai limiti dell’amore platonico) che esiste
da anni tra il protagonista e la sua collega/amica Giuliana: l’unica – oltre a
Matilde – capace di scrollarlo da una quotidianità divenuta pesante e quasi
insopportabile…
…Cinque secondi è un film maturo e
catartico, costruito con equilibrio tra scrittura e sentimento. Virzì non
cerca il colpo di scena, ma la trasformazione silenziosa, quella che
avviene dentro le persone e non davanti allo spettatore. È forse troppo
prudente in alcuni passaggi, come se temesse di spingersi oltre la soglia
dell’intimo per non perdere il controllo del racconto. Ma questa misura diventa
anche la sua forza: un rispetto profondo per i personaggi, per il loro dolore,
per il tempo necessario alla guarigione.
Il titolo, Cinque secondi,
racchiude l’essenza dell’opera: un istante, una frazione di tempo in cui
qualcosa può cambiare per sempre, in cui lui forse, consapevolmente, sceglie di
lasciar(si) andare, pagando poi per tutta la vita il prezzo della più alta
forma di compassione.
Alla luce del significato di quei CINQUE SECONDI,
il finale trova la sua piena quadratura emotiva.
Il gesto di accudire Matilde — e con lei la nuova vita che porta dentro di sé —
diventa l’immagine più limpida della rinascita: la terra, come l’uomo, può
tornare fertile solo se qualcuno ha il coraggio di coltivarla di nuovo.
Nonostante qualche eccesso didascalico nella
rappresentazione dei giovani idealisti e un’ironia talvolta ambigua, Cinque
secondi resta un film profondo e sincero.
…Non si ride quasi mai, in Cinque secondi, se non per naturale attitudine di Valerio Mastandrea (lui e
Valeria Bruni Tedeschi sono il punto di forza maggiore del film, e insieme
scatenano una chimica dimessa, sfuggente e dolente che rapisce lo sguardo) ma
in effetti Virzì non ha alcuna voglia di sollazzare lo spettatore – e forse
anche per questo le dinamiche con i giovani appaiono meccaniche, artificiose,
prive di vita reale –, e la sua ispirazione registica
tocca l’acme in quei momenti in cui il tempo si fa irreparabile, e
irriconciliabile. Le mattine e le sere tutte uguali, in cui si limita a
scrivere sempre lo stesso messaggio al figlio quindicenne che come una sentenza
immancabile non risponderà; una confessione fatta quando meno ce lo si aspetta;
una festa della vendemmia spaesata; una gita al lago con i figli per vivere una
vita “normale”, sempre che tale aggettivo abbia un senso. Lì, nelle pieghe di
questi passaggi, si avverte un dolore che è sotterraneo ma sa raccontare
l’umano e la sua limitatezza nel tempo. Peccato che questa tonalità trovi
spazio in modo solo occasionale in una narrazione un po’ sbilenca, a tratti
prevedibile e fin troppo semplice.
nell'ospedale, dove quasi tutto il film è girato, convivono i malati, compresi quelli in coma, che sono i più vicini alla morte.
le anime dei malati in coma vagano, si conoscono, addirittura provano sentimenti che confinano con l'amore.
il film è questo, anime in volo, senza peso, come i personaggi dei quadri di Chagall, in attesa di uno sviluppo, quasi sempre tragico.
non c'è molto da ridere, solo da soffrire e sperare insieme ai personaggi.
un film da non perdere, con meno copie di Biancaneve e Follemente, ma un ottantina di cinema lo programmano, per fortuna.
buona (chagalliana) visione - Ismaele
È un film su cui aleggia lo spettro della
morte, certo, la linea verticale della malattia. E soprattutto il terrore della
perdita definitiva, quello della memoria che trascolora nell’indistinzione
dell’oblio. È l’affanno del protagonista, che vuole lasciare una traccia
impossibile nel suo nuovo amore e che rivede in questa condanna alla
dimenticanza il riflesso di suo padre in riva al mare. Ed è significativo che
Mastandrea dedichi il film al padre Alberto, scomparso nel 2014, a riprova di
come questi argomenti non siano delle semplici tesi astratte. Eppure, nonostante questo, non si tratta di un film
lugubre, funerario. Tutt’altro. Sin dalla scena iniziale, in cui Mastandrea
attraversa gli spazi dell’ospedale in un movimento continuo che sembra
suggerire le traiettorie di un musical, il film è animato da uno slancio, da
un’urgenza di vita irriducibile. Quando nell’ultima scena, il medium involontario Giorgio Montanini chiede “Da dove comincio?”, Dolores Fonzi, da poco
risvegliatasi dalla sua bolla, risponde: “Conviene sempre dalla fine”.
Perché l’epilogo è fondamentale, sì, ma poi occorre risalire nella storia,
ritrovare tutto un flusso infinito di cose, di sensazioni ed emozioni, di
sentimenti accolti o fuggiti. È chiaro che in questo flusso si possono perdere
le coordinate, gli equilibri, il baricentro. Ma è così che va la vita, forse.
Va oltre la possibilità e la volontà di un controllo, oltre le difese e le
abitudini. Chiede ogni tanto, l’assunzione di un rischio, un salto in lungo che
assomiglia a un salto nel vuoto. Anche con l’affanno, con la disperazione, la
paura. Qualcosa da fare, anche se non si sa esattamente il motivo, solo per
rispondere all’imperativo di un sentimento. Ed è esattamente il rischio che si
prende Valerio Mastandrea. Il suo film può mostrare ingenuità, difetti,
impasse, giri a vuoto, ma ha il coraggio e la sensibilità di liberarsi, di
volare in alto. Di tornare a vivere a cuore aperto.
…Il "Ghost" di Valerio Mastandrea è in balia del fato, di
risvegli improvvisi ed indesiderati, di morti inaspettate e irragionevoli ma
ciò che più mi ha colpito dell'interpretazione che il film dà dei misteri
dell'esistenza è la forza con cui il sentimento irrompe nei cuori. L'amore
scardina convinzioni ed abitudini e spinge a spiccare il salto anziché fermarsi
per paura sulla linea bianca dello stacco, linea dietro alla quale il piede
dovrebbe inarcarsi lasciando esplodere, finalmente, l'energia di un balzo.
Quante volte vediamo il "Lui" di Mastrandrea provare qual gesto e poi
fermarsi di fronte alla sabbia, intimorito dalla felicità dell'abbandono?
Personalmente ho apprezzato questo film sia per la delicatezza
dell'autore sia per motivi personali. Diciamo pure che mi sono sentito in coma
per troppi anni, incapace di scrollarmi di dosso abitudini e illusorie certezze
per spiccare il salto nel vuoto. Salto che infine è arrivato, elastico ed
energico, nel momento in cui un'ospite improvvisa si è impossessata della mia
"stanza d'ospedale" mettendola a soqquadro. Sentire il proprio animo
volare in una danza di emozioni è stato un attimo ed è ancora emozionante dopo
tanti anni.
Il "Ghost" di Valerio Mastandrea ha la sua Whoopi Goldberg,
un medium che lavora in ospedale e mette il mondo dei vivi in comunicazione con
quello dei "non vivi". Il suo compito è fondamentale nel racconto,
fondamentale come l'innamoramento, che altrettanto irrazionale ed inspiegabile
congiunge gli amanti in un solo essere, senza logiche apparenti, senza
spiegazioni plausibili, senza perché rasserenanti. L'amore obbliga a giocare a
carte scoperte e ribaltare le regole della ragione. "Nonostante" ci
prova con il linguaggio simbolico dell'uomo che muore all'apatia per
risvegliarsi, si spera, all'interno della dimensione intima ed accogliente di
una storia d'amore. La speranza c'è ed è per tutti.
…A partire da una
trama non troppo originale, il film racchiude tutta la brillantezza nel modo
fantasioso di rappresentare la morte. Quando gli alter ego attivi dei personaggi
in coma si avvicinano a qualcuno che sta rischiando di morire vengono travolti
da una bufera di vento. A quel punto devono ancorarsi
saldamente a qualcosa o qualcuno, ovvero tenersi forte alla vita.
Il ricorrere delle
folate di vento assomiglia agli estratti di musica classica che, in Figli,
venivano fatte risuonare quando i neonati iniziavano a piangere disperatamente.
La trama realistica, con questa trovata, si fa fantastica – a
tratti onirica. Come direbbe Dino Buzzati, attraverso la fantasia “si
intensifica il concetto” della morte e della vita. Una versione della
copertina del film, non a caso, vede Mastandrea tenere salda Fonzi che fluttua
in aria, imitando il quadro La passeggiata di Marc Chagall.
È un’immagine vincente perché esprime la commistione tra concretezza reale e
fantasia impossibile che dà la cifra più brillante e vincente a Nonostante. Un
approccio poetico alla narrazione della morte, che fa sorridere
anche quando sta accadendo qualcosa di propriamente triste…
…Il registro espressivo si apre così a una serie di
libertà che altrimenti sarebbe stato più arduo maneggiare, anche se sotto il
punto di vista strettamente narrativo Mastandrea e il suo co-sceneggiatore
Enrico Audenino (già al lavoro su Ride) scelgono
di non allontanarsi mai dalla prassi, e soprattutto dalle regole. Ed è questo
uno degli elementi che contribuiscono ad appesantire la visione di Nonostante: se la scelta della classicità permette
una pulizia del racconto esemplare, spingendo lo
spettatore verso un canovaccio che già conosce, e può dunque affrontare
semplicemente, la pressoché totale mancanza di scarti rendono il film
prevedibile, senza che la verve di un gruppo di attori affiatato sia in grado
di ravvivare l’interesse per vicende che si sa già dove andranno a parare, in
un modo o nell’altro. Anche l’irruzione in scena di un personaggio femminile
che fa breccia nel cuore di Mastandrea, costringendolo per la prima volta a
riflettere con serietà sul suo ruolo “inanimato”, appare meccanico, come se
fosse indispensabile oliare gli ingranaggi di quando in quando. Lo certifica
anche la necessità di ricorrere a una figura pienamente viva, un uomo (Giorgio
Montanini) che chissà perché e per come riesce a percepire la presenza di
queste anime in attesa, e a parlarci: deus ex machina fin troppo esibito,
nonostante un ingresso in scena roboante – canta al microfono Non voglio mica la luna, portata al successo da
Fiordaliso – si tramuta a sua volta in un personaggio ovvio, cui verrà
riservato il compito che è poi l’interrogativo dell’intero film: cosa lasciano
dietro di sé le persone che non sono ancora morte ma non possono relazionarsi
con i viventi? In questa riflessione sulla morte, sulla sua (non) accettazione,
e su cosa significhi “sentirsi vivi” Mastandrea non riesce a infondere la vita,
se non dovendo ricorrere alle sue arcinote qualità attoriali. Si percepisce
l’apprezzabile volontà di ricercare una leggiadria in aperta opposizione
all’ambientazione ospedaliera, e se si fosse osato di più attraverso il
grottesco forse alcuni dei passaggi a vuoto del racconto sarebbero stati
compensati. Si ha l’impressione che Mastandrea possegga un proprio sguardo, o
sia almeno agitato da sussulti e ossessioni non necessariamente conformi alla
prassi, ma deve ancora trovare la quadra del proprio discorso espressivo, tra
uno svolazzo poetico e una battuta sapida.
…Proprio
il tema della memoria è centrale, all’interno del film, e viene trattato in
maniera ambivalente: da un lato c’è un padre che si sforza di non
contagiare con la nostalgia il figlio adolescente, ma contemporaneamente ne
disciplina la natura selvaggia attraverso una sorta di codice che, comunque la
si veda, proviene dal passato. Dall’altra, invece, c’è il ragazzo, che privato
di ogni affetto (paradossalmente, per un eccesso di affetto) desidera a tutti i
costi conoscere il proprio retaggio.
A questo processo dove l’importanza
dell'educazione convive con la negazione della stessa si accodano progressivamente
altri temi, tipo l’inevitabile rito di passaggio o l’importanza delle storie e
della loro divulgazione; tutti già presenti nell’opera di riferimento dalla
quale il regista non si discosta in maniera radicale, salvo in alcuni casi:
penso alla lingua post apocalittica e incasinata, efficace a livello grafico ma
probabilmente meno una volta passata in bocca agli attori, e di conseguenza
ridimensionata. Ma soprattutto alla scelta di puntare su un unico protagonista
anziché sulla coppia di fratelli, che oltre a esaltare il tema del viaggio
iniziatico ribadisce la già citata rifondazione prospettica.
Nel complesso, insomma, la
reinterpretazione di Cupellini modifica gli equilibri tra i temi, piuttosto che
i temi stessi, permettendo al film di emanciparsi dalla fonte senza tradirla…
Lo scenario e' quello della fine della civilta' dove un padre
(Pierobon) e suo figlio (La Vallee, giovane rapper) ragazzino giovane vivono
(tra in pochi ancora in vita) tra palafitte e luoghi sfatti in riva a un
lago.Tra fame e sopravvivenza ai limiti dell'umano i pochi incontri sono sempre
violenti e pericolosi ,solo un quaderno sara' quello che accompagnera' il
ragazzo fino alla fine.Tratto dai racconti di Gipi (di cui non ho letto niente)
mi portano a giudicare unicamente la versione cinematografica con uno scenario predominante
tra il plumbeo e il lugubre per tutto il film,scarsi i momenti di luce,ma
sicuramente un fantasy distopico che accontentano i cinefili (come me) attratti
da un lavoro (firmato Cupellini) che raramente appare nelle nostre sale,piu'
facile trovarlo in produzioni estere ,quasi un ritorno al film di
"genere" di anni fa e di cui ne sento la mancanza.Comunque il
rapporto padre-figlio assai complesso ,ci insegue per quasi tutta l'opera tra
memorie e ricordi mai svelati fino in fondo.Camei anche per Valeria Golino e
Valerio Mastrandrea irriconoscibili e la brava Maria Roveran alle prese con un
nudo per niente gratificante.Consigliato,questo si,ma non per tutti....anche se
opere cosi' ben difficilmente si producono qua da noi....
Uno sguardo sbilenco su una generazione di sottovuoti spinti
creati dalla mancanza di prospettive.L'inizio di un cammino in una società che
non fa nulla per essere accogliente,anzi.Un contesto urbano tanto livido e
tetro quanto è vivace l'intelligenza del protagonista,ventiduenne in ritardo
sugli appuntamenti della vita ma dotato di ironia arguta e sferzante sugli
altri ma soprattutto su se stesso.E se poi vogliamo sottilizzare(ma neanche
tanto) possiamo anche reperire nel film di Ferrario uno dei temi classici
della teen comedy a stelle e strisce:la perdita della verginità come simbolo
del termine di una viaggio iniziatico adolescenziale.Solamente che il nostro
l'adolescenza l'ha superata da un pezzo.La vita di Walter è un susseguirsi di
incontri dal sapore grottesco e surreale descritti in maniera sapida ed
esilarante dalla sua stessa voce fuori campo(vivaddio finalmente ua voce
fuoricampo che non irrita ma serve a qualcosa).Lo stile registico è
modernissimo con inquadrature oblique e tutta una serie di scelte stilistiche
che rendono il film totalmente distaccato dalla realtà locale che sta
descrivendo che a sua volta viene deformata ad arte,filtrata e in qualche modo
resa universale.Tutti giù per terra non sembra un film italiano,sembra un film
appartenente al free cinema inglese(e qualcosa vorrà dire la dedica a Lindsay
Anderson).Un'opera umorale,anarchica a cui Mastandrea infonde la sua ironia da
borgataro acido sempre tra il greve e lo stralunato.La colonna sonora è
fondamentale nel film:formalmente è firmata CSI ma sono molti i brani del loro
vecchio repertorio quando ancora si chiamavano CCCP.Le parole di Giovanni
"Lindo" Ferretti arrivano ad essere il pensiero ad alta voce di
Walter,commentando le varie situazioni e sottolineando i vari gradi della sua
paranoia esistenziale(vedi l'uso di Oh Battagliero! o dell'incipit di Mi ami quando Walter è al cinema a vedere il film a luci rosse)Se esiste un icona del malessere generazionale
allora quella è il Walter di questo film.E non è detto che la tanto agognata
prima esperienza sessuale possa farlo crescere definitivamente.Una crescita
modesta,una crescita molesta.Forse neanche quella.
una commedia molto particolare in cui l'ironia non manca di
certo.Tra la critica di certi aspetti della nostra società e la voglia di crescere
in qualche modo, viene rappresentata la vita del giovane Walter (Valerio
Mastandrea),un ventiduenne forse un pò troppo particolare (ma in fondo nelle
sue stranezze c'è molto da imparare).Il film è girato con uno stile fresco e
divertente e le voci fuori campo del protagonista introducono molto bene le
scene e i suoi stati d'animo.Si parla di un periodo di vita che bene o male
tutti abbiamo passato (o stiamo ancora passando!)dall'università al militare,
dal sesso al lavoro...tutto per la ricerca della libertà, perchè come introduce
all'inizio del film il protagonista l'importante era che "Io mi sentivo
libero...nel senso che non c'avevo un cazzo da fare...!"
Giro giro tondo, senza cadere in terra. La vita dispensa angosce,
ma anche sorprese e si può diventare inaspettatamente adulti sul pavimento di
un negozio.
A volte accade che qualche film,
grazie all'armonica presenza delle giuste componenti, riesca a diventare un
perfetto manifesto di un tempo, di un luogo, di una generazione, di un
particolare universo del vivere. Ecco, "Tutti giù per terra" è
l'impeccabile raffigurazione delle problematiche giovanili di un tempo non
troppo lontano, dei turbamenti ed i dubbi che un ragazzo (od una ragazza) si
pongono inevitabilmente in una determinata fase della vita. Buono il ritmo,
perfettamente calibrata la colonna sonora, perfetto Mastandrea nella parte
dell'universitario disilluso che combatte con famiglia, lavoro, istituzioni e
sentimento. Una illuminata fotografia generazionale che calza a pennello con
gli anni novanta, un contesto storico dove si rischia(va) di essere presi a
calci come "animali stronzi". Il difetto: va contestualizzata. Ma se
lo si fa, è un piccolo, meraviglioso capolavoro. Storico.
Questo è un filmone, il classico Romanzo di formazione
costruito su misura per gli anni '90 ma allo stesso tempo pregno di quei
respiri universali che rendono un'opera adatta ad ogni contesto storico. Il
protagonista non può non piacere, Mastrandrea è perfetto nel ruolo un po'
scazzato e un po' cazzuto dell'adolescente che sfida il mondo ed il sistema col
suo menefreghismo ma anche la sua perspicacia ed il suo amore per l'arte. Inevitabilmente,
e con un pizzico di amaro, sarà il sistema a soggiogare in qualche
modo lui ma non senza prima averci rimesso alcune delle sue regole. La
scena del carro funebre che sfreccia lungo la stradina è emblema perfetto della
ribellione del protagonista che accetta il testimone dalla sua defunta zia (una
brava Caterina Caselli). La regia è ottima, frizzante e di polso, con segni di
stile innegabili ma la vera differenza la fa la colonna sonora, quasi
interamente a firma di CCCP/CSI che da sola rappresenta un intero universo
adolescenziale con le sue musiche graffianti ed i suoi testi dallo slang
eternamente moderno.
dopo ACAB e Suburra,Adagio chiude la trilogia di Stefano Sollima sulla Roma meno turistica.
Francesco Di Leva e Pierfrancesco Favino erano insieme in L'ultima notte di Amore, entrambi poliziotti, in AdagioFavino diventa un delinquente.
i tre delinquenti Daytona, Il cammello, Polniuman sono a fine carriera, ma il loro è un mestiere nel quale godersi la pensione è molto difficile.
il film inizia con una panoramica della città, dall'alto non si sa cosa avviene a livello terra.
tutto accade in poche ore, la prima parte è buia, notturna, poi arriva un mattino luminoso, la seconda parte avviene durante il giorno, la storia è nerissima, due poliziotti corrotti e i tre delinquenti ex amici, un ragazzino che si trova in mezzo a una storia di ricatti, con una politica criminale e una polizia con qualche scheggia impazzita, deviata, al servizio di un potere corrotto e oscuro, in una lotta senza regole.
come nel film di Petzold un incendio si avvicina, assedia la città, piove cenere.
e poi ci sono quei ragazzini che si incontrano al commissariato, figli di gente dimenticabile, loro saranno il futuro.
ma questà è un'altra storia.
un film che merita, ottimi attori e una sceneggiatura che regge bene al caos di quella maledetta giornata.
buona (criminale) visione - Ismaele
…Il cinema di genere più riuscito deve
in qualche modo sublimare se stesso, e Sollima non ha paura di "go big or
go home"; soprattutto Favino è trasfigurato in una fisicità assieme
viscida e ruvida, irriconoscibile sotto una calotta cranica calva che gli
riscrive il rapporto tra testa e corpo. Affiancata dal lavoro sulla lingua più
vero del vero, risulta in una prova eccellente perfino per la star più luminosa
del nostro cinema, che peraltro è riuscito nel giro di un anno a completare una
sua personale trilogia di straordinari film sulle città, visto che la Roma
di Adagio va a inserirsi tra la Napoli di Nostalgia e la
Milano di L'ultima notte di amore.
Il resto è un mix di novità - il volto fresco del protagonista Gianmarco
Franchini, all'esordio in mezzo a nomi pesanti senza farsi schiacciare, le
belle musiche dei Subsonica - e di conferme di chi un certo genere crime
dell'ultimo decennio ha contribuito a crearlo: la fotografia di Paolo Carnera, le scenografie sempre speciali
di Paki Meduri, e la solida sceneggiatura di Stefano Bises, che scrive a quattro mani con Sollima.
Insieme fanno del cinema sporco, sfacciato e consapevole, tutte cose di cui il
genere a cui hanno scelto di dedicarsi ha - alle nostre latitudini - un
disperato bisogno.
…Che in Adagio la morte e la
distruzione siano le forze primarie ci viene suggerito sin dalle prime
inquadrature, con la vista su una Roma notturna illuminata da una serie di
gravi incendi sullo sfondo e da una serie di black out che oscurano ogni cosa.
In questo contesto si muovono tre generazioni di personaggi: i vecchi, glorie
passate della criminalità ormai ritiratisi nell’ombra e desiderosi di
rimanerci; i nuovi criminali, uomini adulti con l’ambizione di conquistare ciò che
li circonda; e infine i giovani, piccoli teppistelli con giusto qualche
esperienza nello spaccio, spaventati e tutt’altro che certi di voler far parte
di quel mondo.
Queste tre generazioni si muovono dunque secondo logiche
di attacco, difesa o fuga, sono prede e predatori chiamati all’azione nella
giungla di cemento che è Roma. Sollima li segue con attenzione, senza mai
avvicinarsi troppo e permettendo così agli attori di cercare e trovare nuovi
modi di esprimersi con il corpo all’interno delle immagini. C’è dunque molta
istintività e fisicità all’interno di Adagio, che porta però tale
titolo in quanto si muove calmo tra le vicende di suoi personaggi e i rapporti
tra di loro. L’incidente scatenante che mette in moto il film sembra infatti
più un pretesto per chiamare all’azione i suoi protagonisti, concentrandosi poi
su di loro, il loro vissuto e le loro ferite interiori…
…“Daytona”, “Il cammello”, “Polniuman” sono tre
personaggi dolenti, finiti, e ognuno di loro reagisce al loro destino in modo
diverso: Servillo, Favino e Mastandrea restituiscono in maniera convincente le
sfaccettature dei loro personaggi che hanno sui volti i segni di un’epoca di
sangue e morte. Le loro interpretazioni, come quella di Adriano Giannini in un
ruolo che non vi sveleremo, e la maestria di Sollima nel dirigere le loro
storie sullo sfondo di una Roma distopica, tra fuoco e cenere, sovraffollata,
caotica e sporca, immagini potentissime, non bastano a risollevare una trama
debole e prevedibile.
in C’è ancora domani Paola Cortellesi è regista e interprete di Delia, voto 10 in tutti e due i ruoli, e anche sceneggiatrice.
il film racconta una storia che molte donne hanno conosciuto bene, e conoscono bene ancora oggi.
in certi momenti sembra di vedere un film dell'orrore, non quello degli effetti speciali, che non spaventano troppo, ma quello dell'orrore quotidiano, che tutti capiscono, e che anche se non lo subiscono (o lo hanno subito) personalmente sanno bene che esiste.
le vittime sacrificali sono le donne, gli angeli del focolare, dicono, cioè le serve del focolare, umiliate e silenziose (per il bene dei figli), il centro di gravità della famiglia, sempre a disposizione del maschio, affascinante all'inizio, una merda tossica dopo.
Valerio Mastandrea (che interpreta Ivano) è bravissimo, nella parte meno "simpatica" della sua carriera.
tutti gli attori sono bravissimi e ci sono tante scene indimenticabili, tristi, ma anche divertenti.
il film riesce ad essere leggero e denso di significati, e come il film di Scorsese e di Garrone anche questo è un film politico.
il film è ambientato nell'anno 1946, dopo la guerra, quando l'Italia era ancora in ginocchio e provava a rinascere.
l'epilogo del film, per chi non ha voluto sapere prima come andrà a finire, sarà sorprendente.
sarà difficile girare una pellicola così perfetta, ma Paola Cortellesi è sorprendente, tutto sembra possibile, il dio del Cinema la conservi.
non perdetevelo, se vi volete bene, naturalmente al cinema.
buona (Cortellesi) visione - Ismaele
…all’inizio sembra infatti che Delia sia
ormai rassegnata a subire ogni tipo di violenza, tanto fisica quanto verbale. Lo fa per i suoi tre figli ma
soprattutto per un retaggio che da millenni schiaccia la maggior parte degli
esseri viventi di genere femminile, di cui Delia diventa inevitabilmente
emblema. Viene subito spontaneo empatizzare con lei, soprattutto se si è donne
e ci si è ritrovate, almeno una volta nella vita, ad abbassare la testa o
rimanere in silenzio di fronte a qualsivoglia violenza, fisica e non. Ci si
domanda se alla fine lei riuscirà a liberarsi dalla convinzione di non meritare
di meglio, se sceglierà di ribellarsi e se riuscirà effettivamente a fuggire
dal suo orco: il coraggio, in questo caso, arriva anche grazie ai piccoli gesti
di solidarietà che persone intorno a lei mettono in atto nei suoi confronti, ma
arriva soprattutto dalla sua voglia di avere un ruolo attivo nella propria
vita, di ricordarsi chi era Delia, prima di finire nel suo drammatico loop…
…In C'è ancora domani non si scimmiotta il Cinema
neorealista o le grandi interpreti di quel periodo come AnnaMagnani,
ma si racconta Delia nella sua quotidianità di donna e madre disposta a tutto,
non esclusivamente per la sua felicità ma per quella della collettività e, in
particolare, di sua figlia: per entrambe lei spera e sogna un futuro migliore.
I suoi gesti sono altruisti e non peccano di castrazione, sa di essere
vittima di un sistema che necessita di essere scardinato con i gesti non con le
imprese impossibili: non si ribella al marito ignorante e violento, ma lo sfida
con forza di volontà sconfiggendolo nel meraviglioso finale che non può che far
commuovere e sperare nella bellezza dell’umanità.
Paola Cortellesi dirige C'è ancora domani con mano abile, utilizzando anche una
colonna sonora indovinata che arriva al contemporaneo; ci sono a mio avviso
alcune ingenuità in fase di scrittura, tipiche però di chi vuole, appunto, dire
tanto e lo deve condensare in poche ore.
Sa ben mischiare dramma e commedia grazie anche al suo talento comico e
alla generosa recitazione di tutti i suoi attori, amici, complici, innamorati
di uno degli esordi nostrani più importanti degli ultimi anni.
Così come ieri anche oggi esistono tante Delie in tutte le parti del mondo,
sia nel bene sia nel male, averne ambientato la vicenda nel passato non è
un escamotage per non voler parlare di attualità, anzi: serve a ricordare che
c’è sempre bisogno di lottare per difendersi.
Quando si parla di rispetto e diritti nessuno può fermare la massa e la sua
determinazione, ricordarlo non è mai banale.
E non parlo solamente di qualità artistiche (sei una bravissima
attrice e nessuno obietta e l’esordio alla regia bello, fermo, deciso di chi sa
quello che vuole. Questo denota che hai avuto dei grandissimi maestri e sei
arrivata a fare questo passo nel momento giusto).
Mi hai sorpreso per come hai voluto raccontare questa storia, la
chiave di lettura che mescola le basi del neorealismo ma al tempo stesso il tuo
C’è ancora domani non vuole essere un omaggio ai grandi registi del passato
come Dino Risi o Ettore Scola. Il tuo C’è ancora domani è un film di Paola
Cortellesi al 100%.
Apri il con un 4:3 e un bianco e nero che può ricordare il “Biglietto
Amaro” di Garpelli by Aldo, Giovanni e Giacomo. Quasi una sorta di parodia.
Siamo nel 1946, l’Italia deve decidere del proprio futuro dopo una durissima
Seconda guerra mondiale e soprattutto dopo la liberazione dal Nazifascimo.
Delia e Ivano sono una delle tante coppie che tirano la cinghia per campare,
vivono in un seminterrato con 3 figli e il padre di lui allettato a modo suo e
la mattina quando si svegliano la prima cosa per Delia è dire Buongiorno e per
Ivano tirarle uno sganassone forte. In sottofondo “Aprite le finestre” che fa
tanto “Telefoni Bianchi”.
Solo dopo questo bel quadretto familiare che appare la scritta C’è
ancora domani e il film si prende tutto lo schermo intero. La cinepresa segue
Delia per tutto il suo percorso nella giornata con la colonna sonora di Calvin
di Joe Spencer Blues Explosion…
strepitoso debutto registico di una comica che grazie alla
leggerezza del tocco, ha parlato di concetti troppo importanti, con un piede
ben saldo nel nostro glorioso passato cinematografico, regalandoci un
personaggio importante che rimarrà
un film
folgorante, come il suo bianco e nero di una volta.
la creatura
di cortellesi brilla di un fermento e di un entusiasmo raro, almeno in certo
genere italiano.
la delia di
cortellesi inizia la sua giornata con uno schiaffo al suo "buongiorno
ivà" e prosegue di corsa dopo aver fatto la colazione a tutti e aver fatto
uscire tutti per lavoro e scuola.
poi inizia
a correre da un posto all'altro a raccogliere i soldi per i suoi aggiustamenti
al negozio di paola tiziana cruciani(grande attrice anche in silenzio o con
poche pose, ovviamente quasi non presa in considerazione dal nostro cinema)e al
negozio di ombrelli.
cortellesi
molto sapientemente organizza la suspence attorno al meraviglioso twist finale,
facendoMI credere una cosa invece dell'altra, in un modo spietatamente
sovversivo...
Mattia Torre è morto troppo presto, e questo sei pezzi facili sono un bellissimo omaggio alla sua opera, con un regista di serie A e attori perfetti per le loro parti.
i sei pezzi fanno ridere e pensare, fanno immedesimare gli spettatori, e di sicuro guardare i sei pezzi non è tempo perduto, anzi...
buona (speciale) visione - Ismaele
ps: su Raiplay è possibile vedere, di Mattia Torre, anche La linea verticale
QUI si possono vedere i sei pezzi facili, su Raiplay
REZIOSO
…Se volete conoscere un autore gigantesco come Mattia Torre gustatevi
questo piccolo gioiello di perfidia e umanità. 6 pezzi facili è un regalo di
cui godere a lungo, un'eredità che fortunatamente non ci verrà mai tolta.
Mattia Torre scriveva di noi, di quello che siamo, dell’essenza disinibita
delle cose. I suoi spettacoli teatrali erano specchi: il pubblico li vedeva, e
intanto si riconosceva. Parlava di cibo, politica e comunità. Di cosa vuol dire
stare insieme, e di cosa, poi, significa vivere in solitudine. Torre sapeva,
perché partiva dall’assunto di raccontare ciò che aveva visto e provato; e se
esagerava, esagerava in modo lungimirante, contando le distanze, affidandosi
agli attori, dando a ogni parola e ogni pausa un peso preciso. Non si limitava
a scrivere: intesseva trame, le creava; si divertiva a tenerle insieme, a
vederle intrecciate, ordinatamente confuse, e a rileggerle. Era preciso. Un
fedele, prima che un esperto, di quello che faceva. Descriveva la commedia come
una cosa seria, serissima, e sacra. Con le sue regole, i suoi accorgimenti, il
suo modo d’essere. Torre usava la realtà come fonte d’ispirazione, e non si
allontanava molto nelle sue opere: rimaneva lì, meditabondo, musicale,
perfetto. E probabilmente, per raccogliere questa visione, non poteva esserci
miglior regista di Paolo Sorrentino. Perché anche lui, come scrittore, è
preciso. Anche lui usa l’immagine non per saltare, ma per unire. Da una parte
c’è il teatro, con la sua elegante povertà e la sua fiera essenzialità; e
dall’altra c’è il cinema da Oscar, che punta ad ammaliare con la sua bellezza e
con la sua pienezza.
Eppure, in mezzo, c’è molto di più. C’è, appunto, un’idea precisa di
scrittura e messa in scena, di ritmo e dialogo: io inizio, tu continui; tu
rilanci, e io rilancio. Un botta e risposta costante, frenetico, che non
annoia, non appesantisce, ma regge. Migliora. Supera qualunque tipo di
aspettative: non siamo qui per vedere la vita e basta; siamo qui per riderne,
per bearcene, per poter ascoltare attivamente, senza mai subire. In Sei
pezzi facili, dal 19 novembre su Rai3 e in anteprima su Raiplay, Sorrentino
dirige Torre ed è facile notare immediatamente il meglio di entrambi: la mano
che guida la camera e che si mette al servizio della parola scritta, e la
parola scritta che, grazie alla mano che guida la camera, può essere ancora più
libera. «Questo lavoro è il tentativo di valorizzare e amplificare la cassa di
risonanza sul teatro di Mattia Torre», ha detto Sorrentino. «Io ho fatto una
regia con dei minimi appigli cinematografici, perché è l’unica cosa che so
veramente fare. C’è una leggera ibridazione del teatro con il cinema. Però
rispettando sempre e comunque quello che aveva in testa Mattia. Che, da quello
che ho capito raccogliendo mezze frasi dei suoi attori, aveva delle idee molto,
molto precise sui suoi spettacoli. Io ho cercato di intervenire senza alterare
le sue decisioni. Anche se tutto questo deve andare in televisione, il teatro
di Torre è totalmente compiuto, e quindi non aveva bisogno di interventi, se
non di interventi di – appunto – ritmo cinematografico».
Tutto, insomma, sembra ridursi (o allargarsi?) a questo: al modo in cui la
forma cerca il contenuto, e in cui il contenuto, in un’altra dimensione, può
finalmente trovare spazio. Guardando “Gola” con Valerio Aprea, si vede subito
la semplicità della scenografia, con il leggio, le luci, un solo uomo fermo sul
palco. Poi intervengono i suoni, le inquadrature a tradimento di Sorrentino sul
pubblico che ride, che si diverte, che – incredibilmente – partecipa. Ci sono
due velocità, e sono due velocità che non vanno mai in contrasto: quella della
sceneggiatura, e quindi dell’interpretazione, e quella della regia, e quindi
delle immagini. Valerio Mastandrea, parlando di Sei pezzi facili,
l’ha descritto come un «viaggio sentimentale»: «Voglio ringraziare Paolo perché
ha portato la sua emozione vicino alla nostra, e non sopra di essa: non è stato
invasivo, è stato rispettosissimo e ha avuto un approccio sano». Sorrentino ha,
prima di tutto, osservato. E poi capito, appreso e, solo alla fine, agito.
Nelle foto delle prove, scattate da Ago Panini, si riconoscono l’allegria
trascinante dell’esercizio e la condivisione genuina con gli attori.
«Mattia era un regista molto rigoroso, perché era uno scrittore molto
rigoroso, e dirigeva i suoi spettacoli come una prosecuzione della sua scrittura»,
ha detto Francesca Rocca. «Paolo è stato un’intuizione, e io ho avuto il
privilegio di poter intuire e desiderare una persona come Paolo avendo al mio
fianco un amico e un fratello come Lorenzo [Mieli, produttore e AD di The
Apartment, ndr]. Perché Paolo? L’ho capito solamente ieri, lo
ammetto. Quando abbiamo celebrato Mattia all’Ambra Jovinelli, l’apertura l’ha
fatta Lorenzo e ha detto delle cose incredibili. Da lui, però, me lo aspettavo:
Lorenzo era lo sposo lavorativo di Mattia. […] Paolo ha letto un pezzo che
aveva scritto per Mattia, e ascoltandolo ho capito che Paolo aveva fotografato
Mattia pur non conoscendolo da molto tempo. Ha mantenuto una distanza
rispettosa, goliardica, raccontando il Mattia dei loro incontri lavorativi,
delle cena; ed era esattamente quello che amo di Mattia».
Ora, in Sei pezzi facili, ritroviamo Torre, il suo genio, la
sua penna onesta, magnetica, assoluta, e anche, come sguardo silenzioso,
Sorrentino: i due, insieme, si muovono su due strade parallele; non c’è sfida,
non c’è voglia di trasformare tutto in qualcos’altro; c’è – e ne abbiamo già
parlato – il rispetto di un autore per un altro, e la centralità, conquistata
così duramente, della parola scritta sul resto. Gli attori, le figure, le
facce, sono la sostanza viva e vibrante, il ponte di carne ed espressioni che
chiude, in modo piuttosto preciso, questo cerchio. Sei pezzi facili è
qualcosa di cui essere felici: come spettatori, certo; ma pure come persone.
Perché un gruppo d’amici s’è riunito, ha lavorato insieme, e ha ascoltato un
altro regista, un altro direttore d’orchestra, per suonare la musica di chi non
c’è più. E il merito, per una volta, è tutto loro. Non del fato, non di
qualcosa più grande: da Francesca Rocca a Lorenzo Mieli, e da Paolo Sorrentino
al cast di attori e attrici. Mattia Torre vive nella sua parola, e finalmente,
anche se solo per pochi sabati, avrà il pubblico che ha sempre meritato.
Sei pezzi facili raccoglie alcune delle opere più famose e
apprezzate di Mattia Torre. È una produzione di Fremantle in collaborazione con
The Apartment, parte Fremantle, per Rai Cultura. La regia televisiva è curata
da Paolo Sorrentino. Sei pezzi facili andrà in onda dal 19
novembre per cinque sabati conseguitivi, alle 22, su Rai3. Andranno in scena:
“Migliore” con Valerio Mastandrea, “Perfetta” con Geppi Cucciari (26 novembre),
“Qui e ora” con Valerio Aprea e Paolo Calabresi;
“456” con Giordano Agrusta, Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino e Carlo De
Ruggieri (10 dicembre), “In mezzo al mare” e “Gola” con Valerio Aprea (17
dicembre).
quando
vai a vedere questo film sai cosa aspettarti, un’altra versione di La vita è meravigliosa, di Frank Capra (qui si può rivedere), con bravi attori del
cinema italiano.
un
deus ex machina, anche nel senso che è l’autista, Toni Servillo, un angelo di
seconda classe, chissà, ha il compito di convincere a una seconda occasione di vita quattro
suicidi.
ci
riesce anche, il povero Toni, in parte, ma è il film che non riesce a volare alto,
gli attori sono bravi, ma sembrano recitare col freno a mano tirato, il
critico Guzzanti-Ghezzi direbbe che il film "arranchia" (qui).
se
uno pensa a cosa poteva essere questo film, potrebbe restare deluso.
lasciate
ogni aspettativa a casa, il film non vi deluderà, come se fosse un usato
garantito.
buona
(suicida) visione - Ismaele
…Più in generale, il materiale narrativo
– e umano – presente ne Il primo giorno della mia vita avrebbe
potuto dar luogo a un’opera più interessante e lucida; il film di Genovese,
invece, si ammanta di un coté accattivante (la metallica fotografia di Fabrizio
Lucci fa il suo lavoro) ma non si libera di una certa sensazione di
incompiutezza, accentuata anche dalla dilatazione della storia e dalla
dispersività delle vicende dei personaggi. Alcuni passaggi che avrebbero forse
meritato un maggior rilievo (il filmato che raffigura il futuro dei quattro)
vengono toccati in modo quasi timido dalla regia, mentre al contrario si calca
troppo la mano – in modo non sempre credibile – su altri aspetti (il background
familiare del piccolo Daniele). Proprio questi, comunque – interpretato dal
piccolo Gabriele Cristini – offre alcuni dei momenti migliori del film, specie
nell’interazione con la madre in lutto interpretata da Margherita
Buy; i rispettivi personaggi restano probabilmente i più riusciti e
credibili, al netto di alcuni dialoghi poco efficaci (il confronto conclusivo
tra Arianna e il personaggio di Servillo). Si ha l’impressione, comunque, che
il regista non sia riuscito a caricare della necessaria forza emotiva i momenti
più pregnanti della storia, al punto che tutto il film pare gravato da una
freddezza non voluta, che ne limita in gran parte il potenziale. Un peccato,
vista la buona confezione e le ottime potenzialità del soggetto.
…Anche i dialoghi sembrano più declamati che
sentiti, più artificiosi che ispirati. Ogni emozione è tenuta a distanza sia
dal copione che dalla regia, e i quattro "walking dead" attraversano
davvero come zombie questa storia, senza creare la risonanza emotiva necessaria
per coinvolgere lo spettatore.
Impossibile non fare un paragone mentale con altri film di tema simile, ma di
impatto emotivo infinitamente maggiore, come La vita è meravigliosa o La ragazza sul ponte,
che rappresentavano la scelta del suicidio come l'estrema ratio di nature
profondamente romantiche e idealiste, non come un gesto di inerte disperazione.
Forse la chiave di lettura più interessante come cartina di tornasole della
contemporaneità è la scelta di fare del "maschio bianco privilegiato"
l'elemento più fragile, quello che, pur essendo stato favorito dalla vita per
cultura e tradizione, non riesce comunque a darle un senso nel presente.
…Un cast, quello
de Il primo giorno della mia vita, che si giostra
alla perfezione seguendo un racconto introspettivo, che parla di
problemi di attualità, della disperazione che guida ognuno di noi, chi più chi
meno, e di quanto sia difficile combattere i propri demoni, di come la
sofferenza ti si appiccica addosso e resta, tanto che finiamo per sentirne la
mancanza quando il tempo la porta con sé. Dialoghi precisi e necessari, la
scrittura non straborda di parole superflue, come purtroppo spesso
succede, riuscendo a lasciare allo spettatore un po’ di respiro per poter
provare emozioni.
Unica pecca il
finale, che forse toglie un po’ di serietà trasformandosi in qualcosa che non è
in linea con tutto il resto. Esageratamente stereotipato,
cambia atmosfera e cade nella rete delle commedie all’italiana, tipiche dei
film di Gabriele Muccino, dalle quali ci si aspetta sempre la solita minestra,
esaltando i momenti cruciali con musiche e battute un po’ banali, perdendo un
po’ di vista i dettagli.
Nonostante questa
piccola caduta, possiamo tranquillamente dire che Il primo giorno
della mia vita è uno di quei film che ci fanno sperare
che il cinema italiano torni ai livelli del passato, grazie alla sua
eleganza ed estrema attualità, per un tema che non è uno dei più “gettonati” in
questo momento particolare, ma che é sempre reale, l’invisibilità della
sofferenza e, soprattutto, delle persone che la portano con sé ogni giorno…
…Una regia mai sopra le righe, che delicatamente
accompagna lo spettatore per immergersi in un contesto difficile e doloroso ma
pieno di significato. Questa organicità delle emozioni fa trascorrere il tempo
in un lampo, tra grandi verità, silenzi, gioie, prese di coscienza. Ancora una volta
un film che riflette in maniera efficace sul significato della vita.
Usciti dalla sala
si ha la sensazione di voler abbracciare tutti, per sentire che non siamo soli,
che la sofferenza appartiene a tutti anche se in maniera diversa.
…Un film che vuole parlare di suicidio in relazione ad
un percorso di rinnamoramento alla vita, deve riuscire ad emozionare lo
spettatore senza fare leva solo su una lunga sequela di dolori, tragedie e
perdite. Senza scomodare il già citato capolavoro di Frank Capra, ciò che
scarseggia qui è l’empatia necessaria a far appassionare lo spettatore alla
vicenda, e di certo non aiuta la superficialità con cui sono trattate tematiche
come il cyberbullismo o l’abuso psicologico in famiglie disfunzionali. Restano
oltretutto alcune questioni profonde e molto interessanti affrontate in maniera
soltanto parziale, come l’evoluzione del dolore col passare del tempo o
l’effettiva libertà di decidere di togliersi la vita. Dilemmi a cui è difficile
dare una risposta, ma che sarebbe stato bello affrontare con più attenzione.
Come nel caso di The Place,
anche Il primo giorno della mia vita appare come un
oggetto escludente, un film da osservare attraverso una grande vetrata che
tiene lo spettatore ben al di fuori della storia.
…l’operazione è talmente costruita, posticcia, priva di
sincerità, che gli elementi più incongrui – l’arco narrativo del bambino, per
esempio – risultano ancora più palesi, complici gli attori che praticamente
declamano il copione senza dare vita alle parole. Ci provano un po’ Servillo e
Buy, con dei ruoli che molto probabilmente riuscirebbero a fare con un minimo
di carisma anche nel sonno, e soprattutto Mastandrea, quello con la materia più
verosimile tra le mani in quello che è un susseguirsi di banali peripezie
mortifere. Un inizio non esattamente promettente per quella che vorrebbe essere
la nuova annata di cinema d’autore di produzione italiana.
è la riproduzione del fumetto che abbiamo letto in gioventù, la coppia diabolica vince sempre, contro la polizia che viene bruciata sul tempo tutte le volte.
qui si racconta la nascita del sodalizio Diabolik - Eva Kant, il fascino del proibito è troppo invitante per Eva, e l'ispettore Ginko rincorre i due, ma non arriva mai, come Achille con la tartaruga.
gli interpreti sono tutti bravissimi e "ingessati" nei ritmi e nelle espressioni del fumetto.
quello che colpisce è la staticità, la freddezza, il rispetto delle tavole del fumetto, non ci sono supereroi a velocità folli, in Diabolik la velocità è quella degli anni sessanta.
da lodare il lavoro sui costumi, sugli interni, è proprio un film degli anni sessanta.
sempre attuale il ruolo del politico corrotto fino al midollo.
tutti bravi gli attori, nelle mani dei fratelli Manetti sono tutti perfetti.
buona (diabolica) visione, al cinema, naturalmente - Ismaele
…Come sostiene il guappo interpretato
da Toni Servillo in 5 è il numero
perfetto di Igort (di nuovo un film tratto da una graphic novel): “I
fumetti americani – dice al figlio – stanno tutti dalla parte sbagliata. Stanno
con i supereroi. Nei fumetti italiani invece, da Diabolik a Kriminal, gli eroi
sono tutti delinquenti”. Diabolik è la quintessenza di questo paradosso. Ed è
bene non scordarlo.
Diabolik
non è – per dirla con Umberto Eco – un superuomo di massa. Non è un uomo
qualunque che si traveste da supereroe per proteggere i deboli dalle vessazioni
dei forti. E non è neppure un ladro gentiluomo alla Arsenio Lupin. Ma allora:
come rendere affascinante un simile personaggio senza tradirne la natura
“criminale” ma anche senza inseguire un epos tribale alla The
Godfather? Questa è l’ulteriore sfida che i
Manetti Bros si sono trovati davanti. E l’hanno vinta costruendo un film che –
a differenza dei suoi personaggi – non mette maschere per fingere di essere
quello che non è: il Diabolik dei
Manetti mostra – senza ostentazioni ma anche senza reticenze – la sua natura di
oggetto filmico al tempo stesso ludico (i Manetti giocano con i loro idola) e rituale (c’è quasi una liturgia
celebrativa di tutto un immaginario nazional-popolare), acrobatico (per le
acrobazie e le capriole del montaggio, se non altro) e carnevalesco (tutti si
mettono in maschera), iconico (la visività prevale sulla narrazione) e in
ultima istanza metafilmico. Perché i Manetti portano la creatura delle sorelle
Giussani a dialogare con il fantasma di Hitchcock (le magnetiche entrate
in scena della biondissima Eva sono squisitamente hitchcockiane, così come il
diamante rosa a cui si dà la caccia risulta alla fine poco più che un
macguffin…) e con quello del poliziottesco italiano, senza scordare l’impronta
visuale di tutta la tradizione del cinema noir. Operazione
raffinata. Molto più raffinata (e sospesa, ipnotica, rallentata) di quanto
molti si aspettassero da un blockbuster da 10 milioni di euro. Ma tant’è: anche
i Manetti ci regalano hitchcockianamente la loro tanche de gateau, la loro
fetta di torta. Un po’ ipoglicemica e senza zuccheri aggiunti,
forse. Ma per la nostra salute di spettatori golosi, e per il piacere dei
nostri occhi, va davvero meglio così.
…Il Diabolik 2.0 è un film fascinoso ed elitario, che punta
tutto sul revival e su una confezione di incredibile eleganza formale: ogni
cosa (gli esterni, il covo, l'auto, i vestiti di Diabolik) è stata pazientemente pensata e ricreata ad hoc, sfruttando appieno l'importante budget stanziato
(circa 10 milioni di euro). Certo non è esente da difetti: Luca Marinelli non appare particolarmente a suo agio nel ruolo
(e, mi sia permesso, sentire un Diabolik che parla con accento romanesco fa un po'
sorridere...) e di sicuro i 133 minuti di durata un poco pesano (in particolar
modo verso la fine, forse troppo "filosofica" anche per un pubblico
consapevole), ma resta comunque la soddisfazione per aver assistito a un'opera
di tutto rispetto e che non deluderà i fan (anche se forse solo loro, temo). Le
buone notizie vengono dal cast di supporto: Miriam Leone incarna una Eva Kant semplicemente divina per fascino e presenza
scenica, mentre Valerio Mastandrea è impacciato e "impostato" al
punto giusto, perfetto per interpretare il ruolo, sempre dimesso e
"ingrato", dell'integerrimo ispettore Ginko.
Diabolik dei Manetti Bros è un film controverso. Vive una doppia
anima: una fin troppo patinata, afflitta da una scrittura a tratti ingenua e da
un protagonista talvolta persino fuori ruolo. Ma anche un’altra, quella di un
prodotto visivamente unico nel panorama cinematografico italiano (e, forse, non
solo), di un noir d’altri tempi, concentrato sulle origini di una Eva Kant
sorprendentemente protagonista. Una pellicola molto efficace nella forma ma
scricchiolante in parte nel suo contenuto: un’operazione che farà felici i fan
più sfegatati del leggendario ladro di Clerville, ma che difficilmente saprà
farsi apprezzare al di fuori della sua nicchia.
…È una storia
delle origini, in qualche modo. Ed è un buon soggetto con la sua
particolarità stilistica: mette in scena la staticità del fumetto e l’iconicità
dei personaggi di Diabolik. Che sono fatti di inquadrature fisse, di movimenti
di camera moderna a spalla ma con pose molto marcate, quasi esagerate. Non
sempre e non a tutti riesce, ma l’effetto è quello voluto dai Manetti Bros.: un
leggero straniamento, la sensazione
di vivere dentro un fumetto e dentro gli anni Sessanta, che sono
un’epoca lontana (parliamo di quasi settant’anni fa) con movenze e gestualità
molto differenti da quelle di oggi.
Ci sono insomma questi tempi
dilatati, queste gestualità differenti, queste pose esasperate da fumetto che
per qualche strano miracolo vengono veramente bene solo a Miriam Leone, in
parte a Claudia Gerini e stranamente anche a Valerio Mastrandrea (che
interpreta sempre se stesso ma senza accento romano, un po’ come fa George
Clooney tra un film e l’altro). Tutto questo serve ai Manetti Bros., che
producono un film decisamente lento.
E lo sottolineo: lento.
Come è stato detto, non aspettatevi
supereroi, superpoteri e supercattivi mostruosi con poteri mutanti e
ultraterreni.Questo è un film che ha un passo molto diverso dalla maggior
parte delle cose che si trovano al cinema oggi. È un film
italiano, ma non l’ha fatto Netflix. Richiede uno sforzo da parte dello
spettatore: accettare una diversità. È un film dal passo lento, ambizioso, a
tratti lungo, sicuramente perfetto per la storia e il tempo in cui si colloca.
Fumettistico ma al tempo stesso realistico, anche se in un suo modo molto
particolare.
In conclusione, perché non voglio
fare spoiler e raccontare la storia, è un
bel film. Molto ben diretto, con una colonna sonora fantastica (le
musiche sono di Pivio e Aldo De Scalzi con due canzoni interpretate da Manuel
Agnelli) e attori che fanno il loro mestiere più che bene, con l’eccezione di
Miriam Leone che è oggettivamente fantastica (e non mi riferisco all’aspetto
fisico), portando avanti il film per la maggior parte del tempo, aiutata anche
da Mastrandrea e da Roja. Mi è piaciuta molto la fotografia di Francesca
Amitrano, che collabora spesso con i Manetti Bros., e il lavoro epico su
scenografia e costumi guidato rispettivamente da Noemi Marchica e Ginevra De
Carolis.
Per due ore e dieci sono andato in
vacanza in un immaginario italiano
che è genuinamente una nostra fantasia, non un adattamento storico o
una qualche narrazione contemporanea più o meno realistica. No, i Manetti Bros.
hanno fatto la cosa più simile alla creazione di un universo cinematico e, se
andranno avanti le cose, l’inizio di un’esperienza molto godibile destinata a
durare nel tempo ancora per un po’. Ma attenzione, ve lo ripeto: se lo andrete
a vedere preparatevi, perché è un film con un suo passo, decisamente non
frenetico, anzi lento, che può prendere in contropiede. Ma è un gran bel film e
vale la pena.
…Iperrealista ma carnale, cartoonesco ma
feroce, il Diabolik dei Manetti si è fatto molto attendere, ma
si rivela oggi come un esperimento di cinema prezioso.
Un’opera anomala, soprattutto rispetto
all’industria cinematografica italiana, ma soprattutto un film fuori
dallo spazio e dal tempo, distinto da una eleganza micidiale.
Com’era forse prevedibile, una parte
della stampa condanna fatalmente la mancanza di ritmo, una tensione certo
intesa secondo i canoni dei cinecomic a stelle e
strisce. Cerchiamo allora di capire come si differenzia il cinefumettoDiabolik,
un’opera complessa, forse a tratti imperfetta, eppure capace di negarsi agli
standard del mercato, per uscirne comunque vincitrice…
…Senza voler svolgere il ruolo dei
menagrami, o fungere da latori di profezie nefaste, non sono pochi i dubbi che
accompagnano la visione di Diabolik. Non dubbi, sia ben chiaro, legati alle qualità del film, su
cui si tornerà tra poco, ma all’accoglienza tutt’altro che benevola cui rischia
di andare incontro. Già le prime reazioni che hanno fatto seguito all’anteprima
stampa hanno mostrato una certa freddezza, una mal disposizione d’animo sia
verso l’apparato cinematografico in quanto tale sia verso la storia che i
Manetti hanno scelto di raccontare; il primo indizio, forse, di ciò che accadrà
quando il film sarà effettivamente nelle sale, e parteciperà all’agone del
botteghino natalizio, il periodo dell’anno al quale viene chiesto il miracolo
di salvare un’annata condizionata da un rapporto difficoltoso tra il pubblico e
il grande schermo. La domanda, che a qualcuno forse potrà apparire superflua ma
è necessario in ogni caso porsi di fronte a un film dalla natura così popolare e dalle esigenze commerciali (i due elementi non sarebbero da confondere
mai) è dunque la seguente: il pubblico si farà convincere – o conquistare, se
si preferisce – dalle avventure di Diabolik? È su tale quesito che si
concentrano i dubbi cui si faceva riferimento in precedenza. Se ci si immagina Diabolik come una gallina dalle uova d’oro in grado di
risollevare le sorti del mercato si rischia – almeno questa è l’impressione,
sarebbe bello fosse negata dai fatti – di andare a sbattere contro un muro a
velocità folle, come quelle che raggiunge la splendida Jaguar E-Type guidata
dal ladro più astuto del mondo. Il perché è presto detto: in modo del tutto
cosciente Antonio e Marco Manetti hanno costruito un film d’altri tempi, del
tutto distante dal ritmo del contemporaneo, dallo scandire del montaggio
d’oggi, dalle pratiche del cinema mainstream attuale. Il loro tornare indietro
fino alla fine degli anni Sessanta, prima volta all’interno del loro cinema di
uno spaesamento temporale simile, non è solo narrativo, ma diventa un elemento di senso, di lettura
dell’industria. Una dichiarazione di appartenenza a un mondo che non esiste
più, e che si può ricreare solo aderendo a un immaginario dichiaratamente falso, bidimensionale, fumettistico…