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lunedì 3 novembre 2025

Cinque secondi – Paolo Virzì

Paolo Virzì cambia registro, passa dai film nei quali, anche se a volte amaramente, si rideva a film drammatici, come Cinque secondi.

protagonisti Valerio Mastandrea, Galatea Bellugi e Valeria Bruni Tedeschi, in una storia di dolore smisurato e (ri)nascita.

Adriano è un avvocato che si ritira dal mondo, per espiare una colpa terribile. Matilde (con le sue amiche, e amici) invade la bolla nella quale sta Adriano (e riesce a farla scoppiare), restituendolo alla vita.

Adriano "adotta" Matilde come una figlia, anche se lei non lo sa.

un film che riesce a coinvolgere e anche emozionare.

buona (non solo per cinque secondi) visione - Ismaele

 

 

 

 

il team di sceneggiatura, la regia "a mestiere" di Virzì e la recitazione del cast creano personaggi, non algoritmi. E dunque Valerio Mastandrea regala la sua naturale misantropia e la sua incongrua tenerezza al ruolo di Adriano: Valeria Bruni Tedeschi fa di Giuliana una donna di buon carattere, sempre disposta a comprendere e ad alleggerire; Ilaria Spada nel ruolo dell'ex moglie lascia filtrare la sua dolcezza attraverso le crepe dolorose d una maschera di rancore e disperazione. Ma a brillare è soprattutto Galatea Bellugi, di formazione artistica mitteleuropea, restituendo carne, sangue e toscanità ad un personaggio che sulla carta avrebbe potuto rimanere uno stereotipo agreste.
Con Cinque secondi Paolo Virzì fa un j'accuse del sarcasmo con cui, in una certa misura, ha guardato il mondo, anche attraverso i suoi film, e abbandona ogni distacco ironico per immergersi (e immergerci) nel viaggio di redenzione del quale abbiamo disperatamente bisogno oggi…

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Questo Cinque secondi si presenta come un continuo gioco di rimandi tra presente e passato recente: quello del misterioso – e apparentemente bisbetico – Adriano e quello di Matilde; di primo acchito Adriano sembrerebbe un misantropo, mentre Matilde apparirebbe come una giovane donna spensierata e senza problemi.

La sceneggiatura del film – scritta splendidamente, così come splendidi si rivelano i dialoghi – svela poco a poco la verità sui due protagonisti principali, proprio nel mentre della lenta e reciproca conoscenza.

In questa recensione non andremo oltre nel racconto della trama, proprio per non togliere quel gusto di progressivo svelamento di una verità nascosta e protetta, che è al centro del film e dello scriptstesso.

D’obbligo, però, è fare cenno al personaggio secondario interpretato dalla magnetica Valeria Bruni Tedeschi, ovvero la socia e avvocata Giuliana Marziali; se il film di Virzì riesce a trasmetterci con forza un’aura di tenerezza non è solo per il rapporto che si intesse tra Adriano e la giovane Matilde, ma per la tenera amicizia (ai limiti dell’amore platonico) che esiste da anni tra il protagonista e la sua collega/amica Giuliana: l’unica – oltre a Matilde – capace di scrollarlo da una quotidianità divenuta pesante e quasi insopportabile…

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Cinque secondi è un film maturo e catartico, costruito con equilibrio tra scrittura e sentimento. Virzì non cerca il colpo di scena, ma la trasformazione silenziosa, quella che avviene dentro le persone e non davanti allo spettatore. È forse troppo prudente in alcuni passaggi, come se temesse di spingersi oltre la soglia dell’intimo per non perdere il controllo del racconto. Ma questa misura diventa anche la sua forza: un rispetto profondo per i personaggi, per il loro dolore, per il tempo necessario alla guarigione.

Il titolo, Cinque secondi, racchiude l’essenza dell’opera: un istante, una frazione di tempo in cui qualcosa può cambiare per sempre, in cui lui forse, consapevolmente, sceglie di lasciar(si) andare, pagando poi per tutta la vita il prezzo della più alta forma di compassione.

Alla luce del significato di quei CINQUE SECONDI, il finale trova la sua piena quadratura emotiva. Il gesto di accudire Matilde — e con lei la nuova vita che porta dentro di sé — diventa l’immagine più limpida della rinascita: la terra, come l’uomo, può tornare fertile solo se qualcuno ha il coraggio di coltivarla di nuovo.

Nonostante qualche eccesso didascalico nella rappresentazione dei giovani idealisti e un’ironia talvolta ambigua, Cinque secondi resta un film profondo e sincero.

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Non si ride quasi mai, in Cinque secondi, se non per naturale attitudine di Valerio Mastandrea (lui e Valeria Bruni Tedeschi sono il punto di forza maggiore del film, e insieme scatenano una chimica dimessa, sfuggente e dolente che rapisce lo sguardo) ma in effetti Virzì non ha alcuna voglia di sollazzare lo spettatore – e forse anche per questo le dinamiche con i giovani appaiono meccaniche, artificiose, prive di vita reale –, e la sua ispirazione registica tocca l’acme in quei momenti in cui il tempo si fa irreparabile, e irriconciliabile. Le mattine e le sere tutte uguali, in cui si limita a scrivere sempre lo stesso messaggio al figlio quindicenne che come una sentenza immancabile non risponderà; una confessione fatta quando meno ce lo si aspetta; una festa della vendemmia spaesata; una gita al lago con i figli per vivere una vita “normale”, sempre che tale aggettivo abbia un senso. Lì, nelle pieghe di questi passaggi, si avverte un dolore che è sotterraneo ma sa raccontare l’umano e la sua limitatezza nel tempo. Peccato che questa tonalità trovi spazio in modo solo occasionale in una narrazione un po’ sbilenca, a tratti prevedibile e fin troppo semplice.

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lunedì 31 marzo 2025

Nonostante – Valerio Mastandrea

siamo nel limbo prima della morte definitiva.

nell'ospedale, dove quasi tutto il film è girato, convivono i malati, compresi quelli in coma, che sono i più vicini alla morte.

le anime dei malati in coma vagano, si conoscono, addirittura provano sentimenti che confinano con l'amore.

il film è questo, anime in volo, senza peso, come i personaggi dei quadri di Chagall, in attesa di uno sviluppo, quasi sempre tragico.

non c'è molto da ridere, solo da soffrire e sperare insieme ai personaggi.

un film da non perdere, con meno copie di Biancaneve e Follemente, ma un ottantina di cinema lo programmano, per fortuna.

buona (chagalliana) visione - Ismaele

 

 

 

 

È un film su cui aleggia lo spettro della morte, certo, la linea verticale della malattia. E soprattutto il terrore della perdita definitiva, quello della memoria che trascolora nell’indistinzione dell’oblio. È l’affanno del protagonista, che vuole lasciare una traccia impossibile nel suo nuovo amore e che rivede in questa condanna alla dimenticanza il riflesso di suo padre in riva al mare. Ed è significativo che Mastandrea dedichi il film al padre Alberto, scomparso nel 2014, a riprova di come questi argomenti non siano delle semplici tesi astratte. Eppure, nonostante questo, non si tratta di un film lugubre, funerario. Tutt’altro. Sin dalla scena iniziale, in cui Mastandrea attraversa gli spazi dell’ospedale in un movimento continuo che sembra suggerire le traiettorie di un musical, il film è animato da uno slancio, da un’urgenza di vita irriducibile. Quando nell’ultima scena, il medium involontario Giorgio Montanini chiede “Da dove comincio?”, Dolores Fonzi, da poco risvegliatasi dalla sua bolla, risponde: “Conviene sempre dalla fine”. Perché l’epilogo è fondamentale, sì, ma poi occorre risalire nella storia, ritrovare tutto un flusso infinito di cose, di sensazioni ed emozioni, di sentimenti accolti o fuggiti. È chiaro che in questo flusso si possono perdere le coordinate, gli equilibri, il baricentro. Ma è così che va la vita, forse. Va oltre la possibilità e la volontà di un controllo, oltre le difese e le abitudini. Chiede ogni tanto, l’assunzione di un rischio, un salto in lungo che assomiglia a un salto nel vuoto. Anche con l’affanno, con la disperazione, la paura. Qualcosa da fare, anche se non si sa esattamente il motivo, solo per rispondere all’imperativo di un sentimento. Ed è esattamente il rischio che si prende Valerio Mastandrea. Il suo film può mostrare ingenuità, difetti, impasse, giri a vuoto, ma ha il coraggio e la sensibilità di liberarsi, di volare in alto. Di tornare a vivere a cuore aperto.

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…Il "Ghost" di Valerio Mastandrea è in balia del fato, di risvegli improvvisi ed indesiderati, di morti inaspettate e irragionevoli ma ciò che più mi ha colpito dell'interpretazione che il film dà dei misteri dell'esistenza è la forza con cui il sentimento irrompe nei cuori. L'amore scardina convinzioni ed abitudini e spinge a spiccare il salto anziché fermarsi per paura sulla linea bianca dello stacco, linea dietro alla quale il piede dovrebbe inarcarsi lasciando esplodere, finalmente, l'energia di un balzo. Quante volte vediamo il "Lui" di Mastrandrea provare qual gesto e poi fermarsi di fronte alla sabbia, intimorito dalla felicità dell'abbandono?

Personalmente ho apprezzato questo film sia per la delicatezza dell'autore sia per motivi personali. Diciamo pure che mi sono sentito in coma per troppi anni, incapace di scrollarmi di dosso abitudini e illusorie certezze per spiccare il salto nel vuoto. Salto che infine è arrivato, elastico ed energico, nel momento in cui un'ospite improvvisa si è impossessata della mia "stanza d'ospedale" mettendola a soqquadro. Sentire il proprio animo volare in una danza di emozioni è stato un attimo ed è ancora emozionante dopo tanti anni.

Il "Ghost" di Valerio Mastandrea ha la sua Whoopi Goldberg, un medium che lavora in ospedale e mette il mondo dei vivi in comunicazione con quello dei "non vivi". Il suo compito è fondamentale nel racconto, fondamentale come l'innamoramento, che altrettanto irrazionale ed inspiegabile congiunge gli amanti in un solo essere, senza logiche apparenti, senza spiegazioni plausibili, senza perché rasserenanti. L'amore obbliga a giocare a carte scoperte e ribaltare le regole della ragione. "Nonostante" ci prova con il linguaggio simbolico dell'uomo che muore all'apatia per risvegliarsi, si spera, all'interno della dimensione intima ed accogliente di una storia d'amore. La speranza c'è ed è per tutti. 

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…A partire da una trama non troppo originale, il film racchiude tutta la brillantezza nel modo fantasioso di rappresentare la morte. Quando gli alter ego attivi dei personaggi in coma si avvicinano a qualcuno che sta rischiando di morire vengono travolti da una bufera di vento. A quel punto devono ancorarsi saldamente a qualcosa o qualcuno, ovvero tenersi forte alla vita.

Il ricorrere delle folate di vento assomiglia agli estratti di musica classica che, in Figli, venivano fatte risuonare quando i neonati iniziavano a piangere disperatamente. La trama realistica, con questa trovata, si fa fantastica – a tratti onirica. Come direbbe Dino Buzzati, attraverso la fantasia “si intensifica il concetto” della morte e della vita. Una versione della copertina del film, non a caso, vede Mastandrea tenere salda Fonzi che fluttua in aria, imitando il quadro La passeggiata di Marc Chagall. È un’immagine vincente perché esprime la commistione tra concretezza reale e fantasia impossibile che dà la cifra più brillante e vincente a NonostanteUn approccio poetico alla narrazione della morte, che fa sorridere anche quando sta accadendo qualcosa di propriamente triste…

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Il registro espressivo si apre così a una serie di libertà che altrimenti sarebbe stato più arduo maneggiare, anche se sotto il punto di vista strettamente narrativo Mastandrea e il suo co-sceneggiatore Enrico Audenino (già al lavoro su Ride) scelgono di non allontanarsi mai dalla prassi, e soprattutto dalle regole. Ed è questo uno degli elementi che contribuiscono ad appesantire la visione di Nonostante: se la scelta della classicità permette una pulizia del racconto esemplare, spingendo lo spettatore verso un canovaccio che già conosce, e può dunque affrontare semplicemente, la pressoché totale mancanza di scarti rendono il film prevedibile, senza che la verve di un gruppo di attori affiatato sia in grado di ravvivare l’interesse per vicende che si sa già dove andranno a parare, in un modo o nell’altro. Anche l’irruzione in scena di un personaggio femminile che fa breccia nel cuore di Mastandrea, costringendolo per la prima volta a riflettere con serietà sul suo ruolo “inanimato”, appare meccanico, come se fosse indispensabile oliare gli ingranaggi di quando in quando. Lo certifica anche la necessità di ricorrere a una figura pienamente viva, un uomo (Giorgio Montanini) che chissà perché e per come riesce a percepire la presenza di queste anime in attesa, e a parlarci: deus ex machina fin troppo esibito, nonostante un ingresso in scena roboante – canta al microfono Non voglio mica la luna, portata al successo da Fiordaliso – si tramuta a sua volta in un personaggio ovvio, cui verrà riservato il compito che è poi l’interrogativo dell’intero film: cosa lasciano dietro di sé le persone che non sono ancora morte ma non possono relazionarsi con i viventi? In questa riflessione sulla morte, sulla sua (non) accettazione, e su cosa significhi “sentirsi vivi” Mastandrea non riesce a infondere la vita, se non dovendo ricorrere alle sue arcinote qualità attoriali. Si percepisce l’apprezzabile volontà di ricercare una leggiadria in aperta opposizione all’ambientazione ospedaliera, e se si fosse osato di più attraverso il grottesco forse alcuni dei passaggi a vuoto del racconto sarebbero stati compensati. Si ha l’impressione che Mastandrea possegga un proprio sguardo, o sia almeno agitato da sussulti e ossessioni non necessariamente conformi alla prassi, ma deve ancora trovare la quadra del proprio discorso espressivo, tra uno svolazzo poetico e una battuta sapida.

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venerdì 8 marzo 2024

La terra dei figli - Claudio Cupellini

tratta da un fumetto di Gipi, è una storia in futuro drammatico, dopo una tragedia che ha distrutto quasi tutta l'umanità.

restano pochi ancora vivi, e per la sopravvivenza si deve combattere tutti i giorni, senza troppi rimpianti, né crisi di coscienza.

un ragazzo cerca di trovare la sua strada, in un mondo difficile, quasi impossibile.

non c'è niente da ridere, in questo film bello e terribile.

buona (futuristica) visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo, su Raiplay


 

 

Proprio il tema della memoria è centrale, all’interno del film, e viene trattato in maniera ambivalente: da un lato c’è un padre che si sforza di non contagiare con la nostalgia il figlio adolescente, ma contemporaneamente ne disciplina la natura selvaggia attraverso una sorta di codice che, comunque la si veda, proviene dal passato. Dall’altra, invece, c’è il ragazzo, che privato di ogni affetto (paradossalmente, per un eccesso di affetto) desidera a tutti i costi conoscere il proprio retaggio.

A questo processo dove l’importanza dell'educazione convive con la negazione della stessa si accodano progressivamente altri temi, tipo l’inevitabile rito di passaggio o l’importanza delle storie e della loro divulgazione; tutti già presenti nell’opera di riferimento dalla quale il regista non si discosta in maniera radicale, salvo in alcuni casi: penso alla lingua post apocalittica e incasinata, efficace a livello grafico ma probabilmente meno una volta passata in bocca agli attori, e di conseguenza ridimensionata. Ma soprattutto alla scelta di puntare su un unico protagonista anziché sulla coppia di fratelli, che oltre a esaltare il tema del viaggio iniziatico ribadisce la già citata rifondazione prospettica.

Nel complesso, insomma, la reinterpretazione di Cupellini modifica gli equilibri tra i temi, piuttosto che i temi stessi, permettendo al film di emanciparsi dalla fonte senza tradirla…

da qui

 

Lo scenario e' quello della fine della civilta' dove un padre (Pierobon) e suo figlio (La Vallee, giovane rapper) ragazzino giovane vivono (tra in pochi ancora in vita) tra palafitte  e luoghi sfatti in riva a un lago.Tra fame e sopravvivenza ai limiti dell'umano i pochi incontri sono sempre violenti e pericolosi ,solo un quaderno sara' quello che accompagnera' il ragazzo fino alla fine.Tratto dai racconti di Gipi (di cui non ho letto niente) mi portano a giudicare unicamente la versione cinematografica con uno scenario predominante tra il plumbeo e il lugubre per tutto il film,scarsi i momenti di luce,ma sicuramente un fantasy distopico che accontentano i cinefili (come me) attratti da un lavoro (firmato Cupellini) che raramente appare nelle nostre sale,piu' facile trovarlo in produzioni estere ,quasi un ritorno al film di "genere" di anni fa e di cui ne sento la mancanza.Comunque il rapporto padre-figlio assai complesso ,ci insegue per quasi tutta l'opera tra memorie e ricordi mai svelati fino in fondo.Camei anche per Valeria Golino e Valerio Mastrandrea irriconoscibili e la brava Maria Roveran alle prese con un nudo per niente gratificante.Consigliato,questo si,ma non per tutti....anche se opere cosi' ben difficilmente si producono qua da noi....

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mercoledì 24 gennaio 2024

Tutti giù per terra – Davide Ferrario

ci sono film che sono indimenticabili e rasentano la perfezione, 

Valerio Mastandrea è già grandissimo, i dolori del giovane Walter sono quelli di una'intera generazione,

la musica dei CCCP sembra scritta per il film.

non perdetevelo, se vi volete bene.

buona visione - Ismaele

  

 

QUI il film completo, su Raiplay

 

  

Uno sguardo sbilenco su una generazione di sottovuoti spinti creati dalla mancanza di prospettive.L'inizio di un cammino in una società che non fa nulla per essere accogliente,anzi.Un contesto urbano tanto livido e tetro quanto è vivace l'intelligenza del protagonista,ventiduenne in ritardo sugli appuntamenti della vita ma dotato di ironia arguta e sferzante sugli altri ma soprattutto su se stesso.E se poi vogliamo sottilizzare(ma neanche tanto) possiamo anche reperire nel film di Ferrario uno dei temi classici della teen comedy a stelle e strisce:la perdita della verginità come simbolo del termine di una viaggio iniziatico adolescenziale.Solamente che il nostro l'adolescenza l'ha superata da un pezzo.La vita di Walter è un susseguirsi di incontri dal sapore grottesco e surreale descritti in maniera sapida ed esilarante dalla sua stessa voce fuori campo(vivaddio finalmente ua voce fuoricampo che non irrita ma serve a qualcosa).Lo stile registico è modernissimo con inquadrature oblique e tutta una serie di scelte stilistiche che rendono il film totalmente distaccato dalla realtà locale che sta descrivendo che a sua volta viene deformata ad arte,filtrata e in qualche modo resa universale.Tutti giù per terra non sembra un film italiano,sembra un film appartenente al free cinema inglese(e qualcosa vorrà dire la dedica a Lindsay Anderson).Un'opera umorale,anarchica a cui Mastandrea infonde la sua ironia da borgataro acido sempre tra il greve e lo stralunato.La colonna sonora è fondamentale nel film:formalmente è firmata CSI ma sono molti i brani del loro vecchio repertorio quando ancora si chiamavano CCCP.Le parole di Giovanni "Lindo" Ferretti arrivano ad essere il pensiero ad alta voce di Walter,commentando le varie situazioni e sottolineando i vari gradi della sua paranoia esistenziale(vedi l'uso di Oh Battagliero! o dell'incipit di Mi ami  quando Walter è al cinema a vedere il film a luci rosse) Se esiste un icona del malessere generazionale allora quella è il Walter di questo film.E non è detto che la tanto agognata prima esperienza sessuale possa farlo crescere definitivamente.Una crescita modesta,una crescita molesta.Forse neanche quella.

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una commedia molto particolare in cui l'ironia non manca di certo.Tra la critica di certi aspetti della nostra società e la voglia di crescere in qualche modo, viene rappresentata la vita del giovane Walter (Valerio Mastandrea),un ventiduenne forse un pò troppo particolare (ma in fondo nelle sue stranezze c'è molto da imparare).Il film è girato con uno stile fresco e divertente e le voci fuori campo del protagonista introducono molto bene le scene e i suoi stati d'animo.Si parla di un periodo di vita che bene o male tutti abbiamo passato (o stiamo ancora passando!)dall'università al militare, dal sesso al lavoro...tutto per la ricerca della libertà, perchè come introduce all'inizio del film il protagonista l'importante era che "Io mi sentivo libero...nel senso che non c'avevo un cazzo da fare...!"

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Giro giro tondo, senza cadere in terra. La vita dispensa angosce, ma anche sorprese e si può diventare inaspettatamente adulti sul pavimento di un negozio.

A volte accade che qualche film, grazie all'armonica presenza delle giuste componenti, riesca a diventare un perfetto manifesto di un tempo, di un luogo, di una generazione, di un particolare universo del vivere. Ecco, "Tutti giù per terra" è l'impeccabile raffigurazione delle problematiche giovanili di un tempo non troppo lontano, dei turbamenti ed i dubbi che un ragazzo (od una ragazza) si pongono inevitabilmente in una determinata fase della vita. Buono il ritmo, perfettamente calibrata la colonna sonora, perfetto Mastandrea nella parte dell'universitario disilluso che combatte con famiglia, lavoro, istituzioni e sentimento. Una illuminata fotografia generazionale che calza a pennello con gli anni novanta, un contesto storico dove si rischia(va) di essere presi a calci come "animali stronzi". Il difetto: va contestualizzata. Ma se lo si fa, è un piccolo, meraviglioso capolavoro. Storico.

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Questo è un filmone, il classico Romanzo di formazione costruito su misura per gli anni '90 ma allo stesso tempo pregno di quei respiri universali che rendono un'opera adatta ad ogni contesto storico. Il protagonista non può non piacere, Mastrandrea è perfetto nel ruolo un po' scazzato e un po' cazzuto dell'adolescente che sfida il mondo ed il sistema col suo menefreghismo ma anche la sua perspicacia ed il suo amore per l'arte. Inevitabilmente, e con un pizzico di amaro, sarà il sistema a soggiogare in qualche modo lui ma non senza prima averci rimesso alcune delle sue regole. La scena del carro funebre che sfreccia lungo la stradina è emblema perfetto della ribellione del protagonista che accetta il testimone dalla sua defunta zia (una brava Caterina Caselli). La regia è ottima, frizzante e di polso, con segni di stile innegabili ma la vera differenza la fa la colonna sonora, quasi interamente a firma di CCCP/CSI che da sola rappresenta un intero universo adolescenziale con le sue musiche graffianti ed i suoi testi dallo slang eternamente moderno.

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giovedì 21 dicembre 2023

Adagio – Stefano Sollima

dopo ACAB e Suburra, Adagio chiude la trilogia di Stefano Sollima sulla Roma meno turistica.

Francesco Di Leva e Pierfrancesco Favino erano insieme in L'ultima notte di Amore, entrambi poliziotti, in Adagio Favino diventa un delinquente.

i tre delinquenti Daytona, Il cammello, Polniuman sono a fine carriera, ma il loro è un mestiere nel quale godersi la pensione è molto difficile.

il film inizia con una panoramica della città, dall'alto non si sa cosa avviene a livello terra.

tutto accade in poche ore, la prima parte è buia, notturna, poi arriva un mattino luminoso, la seconda parte avviene durante il giorno, la storia è nerissima, due poliziotti corrotti e i tre delinquenti ex amici, un ragazzino che si trova in mezzo a una storia di ricatti, con una politica criminale e una polizia con qualche scheggia impazzita, deviata, al servizio di un potere corrotto e oscuro, in una lotta senza regole. 

come nel film di Petzold un incendio si avvicina, assedia la città, piove cenere.

e poi ci sono quei ragazzini che si incontrano al commissariato, figli di gente dimenticabile, loro saranno il futuro.

ma questà è un'altra storia.

un film che merita, ottimi attori e una sceneggiatura che regge bene al caos di quella maledetta giornata.

buona (criminale) visione - Ismaele


 

 

 

Il cinema di genere più riuscito deve in qualche modo sublimare se stesso, e Sollima non ha paura di "go big or go home"; soprattutto Favino è trasfigurato in una fisicità assieme viscida e ruvida, irriconoscibile sotto una calotta cranica calva che gli riscrive il rapporto tra testa e corpo. Affiancata dal lavoro sulla lingua più vero del vero, risulta in una prova eccellente perfino per la star più luminosa del nostro cinema, che peraltro è riuscito nel giro di un anno a completare una sua personale trilogia di straordinari film sulle città, visto che la Roma di Adagio va a inserirsi tra la Napoli di Nostalgia e la Milano di L'ultima notte di amore.
Il resto è un mix di novità - il volto fresco del protagonista Gianmarco Franchini, all'esordio in mezzo a nomi pesanti senza farsi schiacciare, le belle musiche dei Subsonica - e di conferme di chi un certo genere crime dell'ultimo decennio ha contribuito a crearlo: la fotografia di 
Paolo Carnera, le scenografie sempre speciali di Paki Meduri, e la solida sceneggiatura di Stefano Bises, che scrive a quattro mani con Sollima. Insieme fanno del cinema sporco, sfacciato e consapevole, tutte cose di cui il genere a cui hanno scelto di dedicarsi ha - alle nostre latitudini - un disperato bisogno.

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…Che in Adagio la morte e la distruzione siano le forze primarie ci viene suggerito sin dalle prime inquadrature, con la vista su una Roma notturna illuminata da una serie di gravi incendi sullo sfondo e da una serie di black out che oscurano ogni cosa. In questo contesto si muovono tre generazioni di personaggi: i vecchi, glorie passate della criminalità ormai ritiratisi nell’ombra e desiderosi di rimanerci; i nuovi criminali, uomini adulti con l’ambizione di conquistare ciò che li circonda; e infine i giovani, piccoli teppistelli con giusto qualche esperienza nello spaccio, spaventati e tutt’altro che certi di voler far parte di quel mondo.

Queste tre generazioni si muovono dunque secondo logiche di attacco, difesa o fuga, sono prede e predatori chiamati all’azione nella giungla di cemento che è Roma. Sollima li segue con attenzione, senza mai avvicinarsi troppo e permettendo così agli attori di cercare e trovare nuovi modi di esprimersi con il corpo all’interno delle immagini. C’è dunque molta istintività e fisicità all’interno di Adagio, che porta però tale titolo in quanto si muove calmo tra le vicende di suoi personaggi e i rapporti tra di loro. L’incidente scatenante che mette in moto il film sembra infatti più un pretesto per chiamare all’azione i suoi protagonisti, concentrandosi poi su di loro, il loro vissuto e le loro ferite interiori…

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“Daytona”, “Il cammello”, “Polniuman” sono tre personaggi dolenti, finiti, e ognuno di loro reagisce al loro destino in modo diverso: Servillo, Favino e Mastandrea restituiscono in maniera convincente le sfaccettature dei loro personaggi che hanno sui volti i segni di un’epoca di sangue e morte. Le loro interpretazioni, come quella di Adriano Giannini in un ruolo che non vi sveleremo, e la maestria di Sollima nel dirigere le loro storie sullo sfondo di una Roma distopica, tra fuoco e cenere, sovraffollata, caotica e sporca, immagini potentissime, non bastano a risollevare una trama debole e prevedibile.

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domenica 5 novembre 2023

C’è ancora domani - Paola Cortellesi

ti aspetti un bel film, lo è ancora di più.

in C’è ancora domani Paola Cortellesi è regista e interprete di Delia, voto 10 in tutti e due i ruoli, e anche sceneggiatrice.

il film racconta una storia che molte donne hanno conosciuto bene, e conoscono bene ancora oggi.

in certi momenti sembra di vedere un film dell'orrore, non quello degli effetti speciali, che non spaventano troppo, ma quello dell'orrore quotidiano, che tutti capiscono, e che anche se non lo subiscono (o lo hanno subito) personalmente sanno bene che esiste.

le vittime sacrificali sono le donne, gli angeli del focolare, dicono, cioè le serve del focolare, umiliate e silenziose (per il bene dei figli), il centro di gravità della famiglia, sempre a disposizione del maschio, affascinante all'inizio, una merda tossica dopo.

Valerio Mastandrea (che interpreta Ivano) è bravissimo, nella parte meno "simpatica" della sua carriera. 

tutti gli attori sono bravissimi e ci sono tante scene indimenticabili, tristi, ma anche divertenti.

il film riesce ad essere leggero e denso di significati, e come il film di Scorsese e di Garrone anche questo è un film politico.

il film è ambientato nell'anno 1946, dopo la guerra, quando l'Italia era ancora in ginocchio e provava a rinascere.

l'epilogo del film, per chi non ha voluto sapere prima come andrà a finire, sarà sorprendente.

sarà difficile girare una pellicola così perfetta, ma Paola Cortellesi è sorprendente, tutto sembra possibile, il dio del Cinema la conservi.

non perdetevelo, se vi volete bene, naturalmente al cinema.

buona (Cortellesi) visione - Ismaele


 

 

all’inizio sembra infatti che Delia sia ormai rassegnata a subire ogni tipo di violenza, tanto fisica quanto verbale. Lo fa per i suoi tre figli ma soprattutto per un retaggio che da millenni schiaccia la maggior parte degli esseri viventi di genere femminile, di cui Delia diventa inevitabilmente emblema. Viene subito spontaneo empatizzare con lei, soprattutto se si è donne e ci si è ritrovate, almeno una volta nella vita, ad abbassare la testa o rimanere in silenzio di fronte a qualsivoglia violenza, fisica e non. Ci si domanda se alla fine lei riuscirà a liberarsi dalla convinzione di non meritare di meglio, se sceglierà di ribellarsi e se riuscirà effettivamente a fuggire dal suo orco: il coraggio, in questo caso, arriva anche grazie ai piccoli gesti di solidarietà che persone intorno a lei mettono in atto nei suoi confronti, ma arriva soprattutto dalla sua voglia di avere un ruolo attivo nella propria vita, di ricordarsi chi era Delia, prima di finire nel suo drammatico loop…

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…In C'è ancora domani non si scimmiotta il Cinema neorealista o le grandi interpreti di quel periodo come Anna Magnani, ma si racconta Delia nella sua quotidianità di donna e madre disposta a tutto, non esclusivamente per la sua felicità ma per quella della collettività e, in particolare, di sua figlia: per entrambe lei spera e sogna un futuro migliore.

I suoi gesti sono altruisti e non peccano di castrazione, sa di essere vittima di un sistema che necessita di essere scardinato con i gesti non con le imprese impossibili: non si ribella al marito ignorante e violento, ma lo sfida con forza di volontà sconfiggendolo nel meraviglioso finale che non può che far commuovere e sperare nella bellezza dell’umanità. 

Paola Cortellesi dirige C'è ancora domani con mano abile, utilizzando anche una colonna sonora indovinata che arriva al contemporaneo; ci sono a mio avviso alcune ingenuità in fase di scrittura, tipiche però di chi vuole, appunto, dire tanto e lo deve condensare in poche ore. 

Sa ben mischiare dramma e commedia grazie anche al suo talento comico e alla generosa recitazione di tutti i suoi attori, amici, complici, innamorati di uno degli esordi nostrani più importanti degli ultimi anni. 

Così come ieri anche oggi esistono tante Delie in tutte le parti del mondo, sia nel bene sia nel male, averne ambientato la vicenda nel passato non è un escamotage per non voler parlare di attualità, anzi: serve a ricordare che c’è sempre bisogno di lottare per difendersi.

Quando si parla di rispetto e diritti nessuno può fermare la massa e la sua determinazione, ricordarlo non è mai banale. 

Grazie Paola, ne abbiamo bisogno!

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Cara Paola Cortellesi, mi hai sorpreso.

E non parlo solamente di qualità artistiche (sei una bravissima attrice e nessuno obietta e l’esordio alla regia bello, fermo, deciso di chi sa quello che vuole. Questo denota che hai avuto dei grandissimi maestri e sei arrivata a fare questo passo nel momento giusto).

Mi hai sorpreso per come hai voluto raccontare questa storia, la chiave di lettura che mescola le basi del neorealismo ma al tempo stesso il tuo C’è ancora domani non vuole essere un omaggio ai grandi registi del passato come Dino Risi o Ettore Scola. Il tuo C’è ancora domani è un film di Paola Cortellesi al 100%.

Apri il con un 4:3 e un bianco e nero che può ricordare il “Biglietto Amaro” di Garpelli by Aldo, Giovanni e Giacomo. Quasi una sorta di parodia. Siamo nel 1946, l’Italia deve decidere del proprio futuro dopo una durissima Seconda guerra mondiale e soprattutto dopo la liberazione dal Nazifascimo. Delia e Ivano sono una delle tante coppie che tirano la cinghia per campare, vivono in un seminterrato con 3 figli e il padre di lui allettato a modo suo e la mattina quando si svegliano la prima cosa per Delia è dire Buongiorno e per Ivano tirarle uno sganassone forte. In sottofondo “Aprite le finestre” che fa tanto “Telefoni Bianchi”.

Solo dopo questo bel quadretto familiare che appare la scritta C’è ancora domani e il film si prende tutto lo schermo intero. La cinepresa segue Delia per tutto il suo percorso nella giornata con la colonna sonora di Calvin di Joe Spencer Blues Explosion…

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strepitoso debutto registico di una comica che grazie alla leggerezza del tocco, ha parlato di concetti troppo importanti, con un piede ben saldo nel nostro glorioso passato cinematografico, regalandoci un personaggio importante che rimarrà

un film folgorante, come il suo bianco e nero di una volta.

la creatura di cortellesi brilla di un fermento e di un entusiasmo raro, almeno in certo genere italiano.

la delia di cortellesi inizia la sua giornata con uno schiaffo al suo "buongiorno ivà" e prosegue di corsa dopo aver fatto la colazione a tutti e aver fatto uscire tutti per lavoro e scuola.

poi inizia a correre da un posto all'altro a raccogliere i soldi per i suoi aggiustamenti al negozio di paola tiziana cruciani(grande attrice anche in silenzio o con poche pose, ovviamente quasi non presa in considerazione dal nostro cinema)e al negozio di ombrelli.

cortellesi molto sapientemente organizza la suspence attorno al meraviglioso twist finale, facendoMI credere una cosa invece dell'altra, in un modo spietatamente sovversivo...

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venerdì 10 febbraio 2023

Sei pezzi facili - testi di Mattia Torre, regia di Paolo Sorrentino

Mattia Torre è morto troppo presto, e questo sei pezzi facili sono un bellissimo omaggio alla sua opera, con un regista di serie A e attori perfetti per le loro parti.

i sei pezzi fanno ridere e pensare, fanno immedesimare gli spettatori, e di sicuro guardare i sei pezzi non è tempo perduto, anzi...

buona (speciale) visione - Ismaele

ps: su Raiplay è possibile vedere, di Mattia Torre, anche La linea verticale



QUI si possono vedere i sei pezzi facili, su Raiplay

 

 

 

REZIOSO

…Se volete conoscere un autore gigantesco come Mattia Torre gustatevi questo piccolo gioiello di perfidia e umanità. 6 pezzi facili è un regalo di cui godere a lungo, un'eredità che fortunatamente non ci verrà mai tolta.

da qui

 

Mattia Torre scriveva di noi, di quello che siamo, dell’essenza disinibita delle cose. I suoi spettacoli teatrali erano specchi: il pubblico li vedeva, e intanto si riconosceva. Parlava di cibo, politica e comunità. Di cosa vuol dire stare insieme, e di cosa, poi, significa vivere in solitudine. Torre sapeva, perché partiva dall’assunto di raccontare ciò che aveva visto e provato; e se esagerava, esagerava in modo lungimirante, contando le distanze, affidandosi agli attori, dando a ogni parola e ogni pausa un peso preciso. Non si limitava a scrivere: intesseva trame, le creava; si divertiva a tenerle insieme, a vederle intrecciate, ordinatamente confuse, e a rileggerle. Era preciso. Un fedele, prima che un esperto, di quello che faceva. Descriveva la commedia come una cosa seria, serissima, e sacra. Con le sue regole, i suoi accorgimenti, il suo modo d’essere. Torre usava la realtà come fonte d’ispirazione, e non si allontanava molto nelle sue opere: rimaneva lì, meditabondo, musicale, perfetto. E probabilmente, per raccogliere questa visione, non poteva esserci miglior regista di Paolo Sorrentino. Perché anche lui, come scrittore, è preciso. Anche lui usa l’immagine non per saltare, ma per unire. Da una parte c’è il teatro, con la sua elegante povertà e la sua fiera essenzialità; e dall’altra c’è il cinema da Oscar, che punta ad ammaliare con la sua bellezza e con la sua pienezza.

Eppure, in mezzo, c’è molto di più. C’è, appunto, un’idea precisa di scrittura e messa in scena, di ritmo e dialogo: io inizio, tu continui; tu rilanci, e io rilancio. Un botta e risposta costante, frenetico, che non annoia, non appesantisce, ma regge. Migliora. Supera qualunque tipo di aspettative: non siamo qui per vedere la vita e basta; siamo qui per riderne, per bearcene, per poter ascoltare attivamente, senza mai subire. In Sei pezzi facili, dal 19 novembre su Rai3 e in anteprima su Raiplay, Sorrentino dirige Torre ed è facile notare immediatamente il meglio di entrambi: la mano che guida la camera e che si mette al servizio della parola scritta, e la parola scritta che, grazie alla mano che guida la camera, può essere ancora più libera. «Questo lavoro è il tentativo di valorizzare e amplificare la cassa di risonanza sul teatro di Mattia Torre», ha detto Sorrentino. «Io ho fatto una regia con dei minimi appigli cinematografici, perché è l’unica cosa che so veramente fare. C’è una leggera ibridazione del teatro con il cinema. Però rispettando sempre e comunque quello che aveva in testa Mattia. Che, da quello che ho capito raccogliendo mezze frasi dei suoi attori, aveva delle idee molto, molto precise sui suoi spettacoli. Io ho cercato di intervenire senza alterare le sue decisioni. Anche se tutto questo deve andare in televisione, il teatro di Torre è totalmente compiuto, e quindi non aveva bisogno di interventi, se non di interventi di – appunto – ritmo cinematografico».

Tutto, insomma, sembra ridursi (o allargarsi?) a questo: al modo in cui la forma cerca il contenuto, e in cui il contenuto, in un’altra dimensione, può finalmente trovare spazio. Guardando “Gola” con Valerio Aprea, si vede subito la semplicità della scenografia, con il leggio, le luci, un solo uomo fermo sul palco. Poi intervengono i suoni, le inquadrature a tradimento di Sorrentino sul pubblico che ride, che si diverte, che – incredibilmente – partecipa. Ci sono due velocità, e sono due velocità che non vanno mai in contrasto: quella della sceneggiatura, e quindi dell’interpretazione, e quella della regia, e quindi delle immagini. Valerio Mastandrea, parlando di Sei pezzi facili, l’ha descritto come un «viaggio sentimentale»: «Voglio ringraziare Paolo perché ha portato la sua emozione vicino alla nostra, e non sopra di essa: non è stato invasivo, è stato rispettosissimo e ha avuto un approccio sano». Sorrentino ha, prima di tutto, osservato. E poi capito, appreso e, solo alla fine, agito. Nelle foto delle prove, scattate da Ago Panini, si riconoscono l’allegria trascinante dell’esercizio e la condivisione genuina con gli attori.

«Mattia era un regista molto rigoroso, perché era uno scrittore molto rigoroso, e dirigeva i suoi spettacoli come una prosecuzione della sua scrittura», ha detto Francesca Rocca. «Paolo è stato un’intuizione, e io ho avuto il privilegio di poter intuire e desiderare una persona come Paolo avendo al mio fianco un amico e un fratello come Lorenzo [Mieli, produttore e AD di The Apartment, ndr]. Perché Paolo? L’ho capito solamente ieri, lo ammetto. Quando abbiamo celebrato Mattia all’Ambra Jovinelli, l’apertura l’ha fatta Lorenzo e ha detto delle cose incredibili. Da lui, però, me lo aspettavo: Lorenzo era lo sposo lavorativo di Mattia. […] Paolo ha letto un pezzo che aveva scritto per Mattia, e ascoltandolo ho capito che Paolo aveva fotografato Mattia pur non conoscendolo da molto tempo. Ha mantenuto una distanza rispettosa, goliardica, raccontando il Mattia dei loro incontri lavorativi, delle cena; ed era esattamente quello che amo di Mattia».

Ora, in Sei pezzi facili, ritroviamo Torre, il suo genio, la sua penna onesta, magnetica, assoluta, e anche, come sguardo silenzioso, Sorrentino: i due, insieme, si muovono su due strade parallele; non c’è sfida, non c’è voglia di trasformare tutto in qualcos’altro; c’è – e ne abbiamo già parlato – il rispetto di un autore per un altro, e la centralità, conquistata così duramente, della parola scritta sul resto. Gli attori, le figure, le facce, sono la sostanza viva e vibrante, il ponte di carne ed espressioni che chiude, in modo piuttosto preciso, questo cerchio. Sei pezzi facili è qualcosa di cui essere felici: come spettatori, certo; ma pure come persone. Perché un gruppo d’amici s’è riunito, ha lavorato insieme, e ha ascoltato un altro regista, un altro direttore d’orchestra, per suonare la musica di chi non c’è più. E il merito, per una volta, è tutto loro. Non del fato, non di qualcosa più grande: da Francesca Rocca a Lorenzo Mieli, e da Paolo Sorrentino al cast di attori e attrici. Mattia Torre vive nella sua parola, e finalmente, anche se solo per pochi sabati, avrà il pubblico che ha sempre meritato.

Sei pezzi facili raccoglie alcune delle opere più famose e apprezzate di Mattia Torre. È una produzione di Fremantle in collaborazione con The Apartment, parte Fremantle, per Rai Cultura. La regia televisiva è curata da Paolo Sorrentino. Sei pezzi facili andrà in onda dal 19 novembre per cinque sabati conseguitivi, alle 22, su Rai3. Andranno in scena: “Migliore” con Valerio Mastandrea, “Perfetta” con Geppi Cucciari (26 novembre), “Qui e ora” con Valerio Aprea e Paolo Calabresi; “456” con Giordano Agrusta, Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino e Carlo De Ruggieri (10 dicembre), “In mezzo al mare” e “Gola” con Valerio Aprea (17 dicembre).

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lunedì 30 gennaio 2023

Il primo giorno della mia vita – Paolo Genovese

quando vai a vedere questo film sai cosa aspettarti, un’altra versione di La vita è meravigliosa, di Frank Capra (qui si può rivedere), con bravi attori del cinema italiano.

un deus ex machina, anche nel senso che è l’autista, Toni Servillo, un angelo di seconda classe, chissà, ha il compito di convincere a una seconda occasione di vita quattro suicidi.

ci riesce anche, il povero Toni, in parte, ma è il film che non riesce a volare alto, gli attori sono bravi, ma sembrano recitare col freno a mano tirato, il critico Guzzanti-Ghezzi direbbe che il film "arranchia" (qui).

se uno pensa a cosa poteva essere questo film, potrebbe restare deluso.

lasciate ogni aspettativa a casa, il film non vi deluderà, come se fosse un usato garantito.

buona (suicida) visione - Ismaele

 

 

Più in generale, il materiale narrativo – e umano – presente ne Il primo giorno della mia vita avrebbe potuto dar luogo a un’opera più interessante e lucida; il film di Genovese, invece, si ammanta di un coté accattivante (la metallica fotografia di Fabrizio Lucci fa il suo lavoro) ma non si libera di una certa sensazione di incompiutezza, accentuata anche dalla dilatazione della storia e dalla dispersività delle vicende dei personaggi. Alcuni passaggi che avrebbero forse meritato un maggior rilievo (il filmato che raffigura il futuro dei quattro) vengono toccati in modo quasi timido dalla regia, mentre al contrario si calca troppo la mano – in modo non sempre credibile – su altri aspetti (il background familiare del piccolo Daniele). Proprio questi, comunque – interpretato dal piccolo Gabriele Cristini – offre alcuni dei momenti migliori del film, specie nell’interazione con la madre in lutto interpretata da Margherita Buy; i rispettivi personaggi restano probabilmente i più riusciti e credibili, al netto di alcuni dialoghi poco efficaci (il confronto conclusivo tra Arianna e il personaggio di Servillo). Si ha l’impressione, comunque, che il regista non sia riuscito a caricare della necessaria forza emotiva i momenti più pregnanti della storia, al punto che tutto il film pare gravato da una freddezza non voluta, che ne limita in gran parte il potenziale. Un peccato, vista la buona confezione e le ottime potenzialità del soggetto.

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Anche i dialoghi sembrano più declamati che sentiti, più artificiosi che ispirati. Ogni emozione è tenuta a distanza sia dal copione che dalla regia, e i quattro "walking dead" attraversano davvero come zombie questa storia, senza creare la risonanza emotiva necessaria per coinvolgere lo spettatore.
Impossibile non fare un paragone mentale con altri film di tema simile, ma di impatto emotivo infinitamente maggiore, come 
La vita è meravigliosa o La ragazza sul ponte, che rappresentavano la scelta del suicidio come l'estrema ratio di nature profondamente romantiche e idealiste, non come un gesto di inerte disperazione. Forse la chiave di lettura più interessante come cartina di tornasole della contemporaneità è la scelta di fare del "maschio bianco privilegiato" l'elemento più fragile, quello che, pur essendo stato favorito dalla vita per cultura e tradizione, non riesce comunque a darle un senso nel presente.

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…Un cast, quello de Il primo giorno della mia vita, che si giostra alla perfezione seguendo un racconto introspettivo, che parla di problemi di attualità, della disperazione che guida ognuno di noi, chi più chi meno, e di quanto sia difficile combattere i propri demoni, di come la sofferenza ti si appiccica addosso e resta, tanto che finiamo per sentirne la mancanza quando il tempo la porta con sé. Dialoghi precisi e necessari, la scrittura non straborda di parole superflue, come purtroppo spesso succede, riuscendo a lasciare allo spettatore un po’ di respiro per poter provare emozioni.

Unica pecca il finale, che forse toglie un po’ di serietà trasformandosi in qualcosa che non è in linea con tutto il resto. Esageratamente stereotipato, cambia atmosfera e cade nella rete delle commedie all’italiana, tipiche dei film di Gabriele Muccino, dalle quali ci si aspetta sempre la solita minestra, esaltando i momenti cruciali con musiche e battute un po’ banali, perdendo un po’ di vista i dettagli.

Nonostante questa piccola caduta, possiamo tranquillamente dire che Il primo giorno della mia vita è uno di quei film che ci fanno sperare che il cinema italiano torni ai livelli del passato, grazie alla sua eleganza ed estrema attualità, per un tema che non è uno dei più “gettonati” in questo momento particolare, ma che é sempre reale, l’invisibilità della sofferenza e, soprattutto, delle persone che la portano con sé ogni giorno…

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Una regia mai sopra le righe, che delicatamente accompagna lo spettatore per immergersi in un contesto difficile e doloroso ma pieno di significato. Questa organicità delle emozioni fa trascorrere il tempo in un lampo, tra grandi verità, silenzi, gioie, prese di coscienza. Ancora una volta un film che riflette in maniera efficace sul significato della vita.

Usciti dalla sala si ha la sensazione di voler abbracciare tutti, per sentire che non siamo soli, che la sofferenza appartiene a tutti anche se in maniera diversa.

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…Un film che vuole parlare di suicidio in relazione ad un percorso di rinnamoramento alla vita, deve riuscire ad emozionare lo spettatore senza fare leva solo su una lunga sequela di dolori, tragedie e perdite. Senza scomodare il già citato capolavoro di Frank Capra, ciò che scarseggia qui è l’empatia necessaria a far appassionare lo spettatore alla vicenda, e di certo non aiuta la superficialità con cui sono trattate tematiche come il cyberbullismo o l’abuso psicologico in famiglie disfunzionali. Restano oltretutto alcune questioni profonde e molto interessanti affrontate in maniera soltanto parziale, come l’evoluzione del dolore col passare del tempo o l’effettiva libertà di decidere di togliersi la vita. Dilemmi a cui è difficile dare una risposta, ma che sarebbe stato bello affrontare con più attenzione.

Come nel caso di The Place, anche Il primo giorno della mia vita appare come un oggetto escludente, un film da osservare attraverso una grande vetrata che tiene lo spettatore ben al di fuori della storia.

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l’operazione è talmente costruita, posticcia, priva di sincerità, che gli elementi più incongrui – l’arco narrativo del bambino, per esempio – risultano ancora più palesi, complici gli attori che praticamente declamano il copione senza dare vita alle parole. Ci provano un po’ Servillo e Buy, con dei ruoli che molto probabilmente riuscirebbero a fare con un minimo di carisma anche nel sonno, e soprattutto Mastandrea, quello con la materia più verosimile tra le mani in quello che è un susseguirsi di banali peripezie mortifere. Un inizio non esattamente promettente per quella che vorrebbe essere la nuova annata di cinema d’autore di produzione italiana.

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giovedì 23 dicembre 2021

Diabolik – Manetti Bros

è la riproduzione del fumetto che abbiamo letto in gioventù, la coppia diabolica vince sempre, contro la polizia che viene bruciata sul tempo tutte le volte.

qui si racconta la nascita del sodalizio Diabolik - Eva Kant, il fascino del proibito è troppo invitante per Eva, e l'ispettore Ginko rincorre i due, ma non arriva mai, come Achille con la tartaruga.

gli interpreti sono tutti bravissimi e "ingessati" nei ritmi e nelle espressioni del fumetto.

quello che colpisce è la staticità, la freddezza, il rispetto delle tavole del fumetto, non ci sono supereroi a velocità folli, in Diabolik la velocità è quella degli anni sessanta.

da lodare il lavoro sui costumi, sugli interni, è proprio un film degli anni sessanta.

sempre attuale il ruolo del politico corrotto fino al midollo.

tutti bravi gli attori, nelle mani dei fratelli Manetti sono tutti perfetti.

buona (diabolica) visione, al cinema, naturalmente - Ismaele

 

 

 

 

Come sostiene il guappo interpretato da Toni Servillo in 5 è il numero perfetto di Igort (di nuovo un film tratto da una graphic novel): “I fumetti americani – dice al figlio – stanno tutti dalla parte sbagliata. Stanno con i supereroi. Nei fumetti italiani invece, da Diabolik a Kriminal, gli eroi sono tutti delinquenti”. Diabolik è la quintessenza di questo paradosso. Ed è bene non scordarlo.

Diabolik non è – per dirla con Umberto Eco – un superuomo di massa. Non è un uomo qualunque che si traveste da supereroe per proteggere i deboli dalle vessazioni dei forti. E non è neppure un ladro gentiluomo alla Arsenio Lupin. Ma allora: come rendere affascinante un simile personaggio senza tradirne la natura “criminale” ma anche senza inseguire un epos tribale alla The Godfather? Questa è l’ulteriore sfida che i Manetti Bros si sono trovati davanti. E l’hanno vinta costruendo un film che – a differenza dei suoi personaggi – non mette maschere per fingere di essere quello che non è: il Diabolik dei Manetti mostra – senza ostentazioni ma anche senza reticenze – la sua natura di oggetto filmico al tempo stesso ludico (i Manetti giocano con i loro idola) e rituale (c’è quasi una liturgia celebrativa di tutto un immaginario nazional-popolare), acrobatico (per le acrobazie e le capriole del montaggio, se non altro) e carnevalesco (tutti si mettono in maschera), iconico (la visività prevale sulla narrazione) e in ultima istanza metafilmico. Perché i Manetti portano la creatura delle sorelle Giussani a dialogare con il fantasma di Hitchcock (le magnetiche  entrate in scena della biondissima Eva sono squisitamente hitchcockiane, così come il diamante rosa a cui si dà la caccia risulta alla fine poco più che un macguffin…) e con quello del poliziottesco italiano, senza scordare l’impronta visuale di tutta la tradizione del cinema noir. Operazione raffinata. Molto più raffinata (e sospesa, ipnotica, rallentata) di quanto molti si aspettassero da un blockbuster da 10 milioni di euro. Ma tant’è: anche i Manetti ci regalano hitchcockianamente la loro tanche de gateau, la loro fetta di torta. Un po’ ipoglicemica e senza zuccheri aggiunti, forse. Ma per la nostra salute di spettatori golosi, e per il piacere dei nostri occhi, va davvero meglio così.

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…Il Diabolik 2.0 è un film fascinoso ed elitario, che punta tutto sul revival e su una confezione di incredibile eleganza formale: ogni cosa (gli esterni, il covo, l'auto, i vestiti di Diabolik) è stata pazientemente pensata e ricreata ad hoc, sfruttando appieno l'importante budget stanziato (circa 10 milioni di euro). Certo non è esente da difetti: Luca Marinelli non appare particolarmente a suo agio nel ruolo (e, mi sia permesso, sentire un Diabolik che parla con accento romanesco fa un po' sorridere...) e di sicuro i 133 minuti di durata un poco pesano (in particolar modo verso la fine, forse troppo "filosofica" anche per un pubblico consapevole), ma resta comunque la soddisfazione per aver assistito a un'opera di tutto rispetto e che non deluderà i fan (anche se forse solo loro, temo). Le buone notizie vengono dal cast di supporto: Miriam Leone incarna una Eva Kant semplicemente divina per fascino e presenza scenica, mentre Valerio Mastandrea è impacciato e "impostato" al punto giusto, perfetto per interpretare il ruolo, sempre dimesso e "ingrato", dell'integerrimo ispettore Ginko.

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Diabolik dei Manetti Bros è un film controverso. Vive una doppia anima: una fin troppo patinata, afflitta da una scrittura a tratti ingenua e da un protagonista talvolta persino fuori ruolo. Ma anche un’altra, quella di un prodotto visivamente unico nel panorama cinematografico italiano (e, forse, non solo), di un noir d’altri tempi, concentrato sulle origini di una Eva Kant sorprendentemente protagonista. Una pellicola molto efficace nella forma ma scricchiolante in parte nel suo contenuto: un’operazione che farà felici i fan più sfegatati del leggendario ladro di Clerville, ma che difficilmente saprà farsi apprezzare al di fuori della sua nicchia.

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…È una storia delle origini, in qualche modo. Ed è un buon soggetto con la sua particolarità stilistica: mette in scena la staticità del fumetto e l’iconicità dei personaggi di Diabolik. Che sono fatti di inquadrature fisse, di movimenti di camera moderna a spalla ma con pose molto marcate, quasi esagerate. Non sempre e non a tutti riesce, ma l’effetto è quello voluto dai Manetti Bros.: un leggero straniamento, la sensazione di vivere dentro un fumetto e dentro gli anni Sessanta, che sono un’epoca lontana (parliamo di quasi settant’anni fa) con movenze e gestualità molto differenti da quelle di oggi.

Ci sono insomma questi tempi dilatati, queste gestualità differenti, queste pose esasperate da fumetto che per qualche strano miracolo vengono veramente bene solo a Miriam Leone, in parte a Claudia Gerini e stranamente anche a Valerio Mastrandrea (che interpreta sempre se stesso ma senza accento romano, un po’ come fa George Clooney tra un film e l’altro). Tutto questo serve ai Manetti Bros., che producono un film decisamente lento. E lo sottolineo: lento.

Come è stato detto, non aspettatevi supereroi, superpoteri e supercattivi mostruosi con poteri mutanti e ultraterreni. Questo è un film che ha un passo molto diverso dalla maggior parte delle cose che si trovano al cinema oggi. È un film italiano, ma non l’ha fatto Netflix. Richiede uno sforzo da parte dello spettatore: accettare una diversità. È un film dal passo lento, ambizioso, a tratti lungo, sicuramente perfetto per la storia e il tempo in cui si colloca. Fumettistico ma al tempo stesso realistico, anche se in un suo modo molto particolare.

In conclusione, perché non voglio fare spoiler e raccontare la storia, è un bel film. Molto ben diretto, con una colonna sonora fantastica (le musiche sono di Pivio e Aldo De Scalzi con due canzoni interpretate da Manuel Agnelli) e attori che fanno il loro mestiere più che bene, con l’eccezione di Miriam Leone che è oggettivamente fantastica (e non mi riferisco all’aspetto fisico), portando avanti il film per la maggior parte del tempo, aiutata anche da Mastrandrea e da Roja. Mi è piaciuta molto la fotografia di Francesca Amitrano, che collabora spesso con i Manetti Bros., e il lavoro epico su scenografia e costumi guidato rispettivamente da Noemi Marchica e Ginevra De Carolis.

Per due ore e dieci sono andato in vacanza in un immaginario italiano che è genuinamente una nostra fantasia, non un adattamento storico o una qualche narrazione contemporanea più o meno realistica. No, i Manetti Bros. hanno fatto la cosa più simile alla creazione di un universo cinematico e, se andranno avanti le cose, l’inizio di un’esperienza molto godibile destinata a durare nel tempo ancora per un po’. Ma attenzione, ve lo ripeto: se lo andrete a vedere preparatevi, perché è un film con un suo passo, decisamente non frenetico, anzi lento, che può prendere in contropiede. Ma è un gran bel film e vale la pena.

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Iperrealista ma carnale, cartoonesco ma feroce, il Diabolik dei Manetti si è fatto molto attendere, ma si rivela oggi come un esperimento di cinema prezioso.

Un’opera anomala, soprattutto rispetto all’industria cinematografica italiana, ma soprattutto un film fuori dallo spazio e dal tempo, distinto da una eleganza micidiale.

Com’era forse prevedibile, una parte della stampa condanna fatalmente la mancanza di ritmo, una tensione certo intesa secondo i canoni dei cinecomic a stelle e strisce. Cerchiamo allora di capire come si differenzia il cinefumetto Diabolik, un’opera complessa, forse a tratti imperfetta, eppure capace di negarsi agli standard del mercato, per uscirne comunque vincitrice

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Senza voler svolgere il ruolo dei menagrami, o fungere da latori di profezie nefaste, non sono pochi i dubbi che accompagnano la visione di Diabolik. Non dubbi, sia ben chiaro, legati alle qualità del film, su cui si tornerà tra poco, ma all’accoglienza tutt’altro che benevola cui rischia di andare incontro. Già le prime reazioni che hanno fatto seguito all’anteprima stampa hanno mostrato una certa freddezza, una mal disposizione d’animo sia verso l’apparato cinematografico in quanto tale sia verso la storia che i Manetti hanno scelto di raccontare; il primo indizio, forse, di ciò che accadrà quando il film sarà effettivamente nelle sale, e parteciperà all’agone del botteghino natalizio, il periodo dell’anno al quale viene chiesto il miracolo di salvare un’annata condizionata da un rapporto difficoltoso tra il pubblico e il grande schermo. La domanda, che a qualcuno forse potrà apparire superflua ma è necessario in ogni caso porsi di fronte a un film dalla natura così popolare e dalle esigenze commerciali (i due elementi non sarebbero da confondere mai) è dunque la seguente: il pubblico si farà convincere – o conquistare, se si preferisce – dalle avventure di Diabolik? È su tale quesito che si concentrano i dubbi cui si faceva riferimento in precedenza. Se ci si immagina Diabolik come una gallina dalle uova d’oro in grado di risollevare le sorti del mercato si rischia – almeno questa è l’impressione, sarebbe bello fosse negata dai fatti – di andare a sbattere contro un muro a velocità folle, come quelle che raggiunge la splendida Jaguar E-Type guidata dal ladro più astuto del mondo. Il perché è presto detto: in modo del tutto cosciente Antonio e Marco Manetti hanno costruito un film d’altri tempi, del tutto distante dal ritmo del contemporaneo, dallo scandire del montaggio d’oggi, dalle pratiche del cinema mainstream attuale. Il loro tornare indietro fino alla fine degli anni Sessanta, prima volta all’interno del loro cinema di uno spaesamento temporale simile, non è solo narrativo, ma diventa un elemento di senso, di lettura dell’industria. Una dichiarazione di appartenenza a un mondo che non esiste più, e che si può ricreare solo aderendo a un immaginario dichiaratamente falso, bidimensionale, fumettistico…

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