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martedì 25 febbraio 2025

Uomini si nasce poliziotti si muore - Ruggero Deodato

due poliziotti che lavorano nel reparto operazioni speciali, sotto la guida del superiore (Adolfo Celi), devono risolvere casi difficili, che la polizia normale non riesce a risolvere.

usano sistemi poco ortodossi, a essere sinceri, rischiano molto, ma gli va sempre bene.

qualcuno potrà trovare il film molto violento e poco legalitario, vero, ma la questione è se il film merita la visione e la risposta è Sì.

sceneggiatura di Fernando Di Leo, una garanzia.

buona (motociclistica) visione - Ismaele  


 

QUI si può vedere il film completo

 


Ideologicamente questo"uomini si nasce poliziotti si muore" non è proprio cosi'condivisibile.Questa coppia di poliziotti della squadra speciale va un po'troppo per le spicce,seminando morti ovunque(tra i malviventi)coperta da un capo connivente a cui fa comodo che i due suddetti ripuliscano la citta' da cotanta immondizia.Formalmente il film è decisamente riuscito con scene d'azione costruite in maniera eccellente e un po' di sana ironia goliardica romanesca(la parentesi in cui perquisiscono la casa della sorella -ninfomane- del boss cui stanno dando la caccia è dal schiantar dal ridere).

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…Il film, violento, maschilista, corrivo e decisamente impensabile pensare che possa essere portato in scena oggigiorno mantenendo inalterato il carattere e l'indole dei due gradassi protagonisti, alla sua uscita nelle sale cinematografiche italiane fu vietato addirittura ai minori di 18 anni e sottoposto a vari tagli di alcune sequenze violente.

Tuttavia la pellicola, che inserisce nel film anche la figura, pur solo di contorno, di una segretaria disinibita e femminista (la interpreta la bellissima Silvia Dionisio) che tiene testa baldanzosamente ed ironicamente ai due felloni protagonisti, riscosse un buon successo di pubblico, tanto che la produzione pensò anche di girare un sequel, che tuttavia non venne mai realizzato.

La coppia di uomini duri cui tutto è concesso, il biondo e il bruno, formata da Lovelock e Porel funziona, anche se entrambi i personaggi rimangono macchiette scolpite in superficie, personaggi senza nessuna profondità, oltre che dalla opaca moralità di fondo. Vendicatori irriducibili che si ispirano al giovane Eastwood di Callaghan, in un contesto tutto italiano ed in una società d'altri tempi che è bello ritrovare qui, come in molti altri poliziotteschi, confrontando realtà cittadine cupe e disordinate, fumose e sporche, e trovando sollievo nelle occasioni in cui la realtà attuale appare migliore di quel passato non troppo remoto.

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Ainsi le propos social et politique, s’il existe bien, apparait régulièrement comme masqué, dilué par les choix du réalisateur, alors que l’on pressent leur existence dans le scénario initial de Di Leo. Entre autre la scène où l’on voit les deux drôles de flics bruler des voitures de luxe devant le tripot clandestin du parrain Pasquini apparait comme le reflet d’un véritable commentaire politique du cinéaste. D’autres de ses propos ont totalement disparus, comme l’attirance homosexuelle entre les deux personnages principaux, dont nous savons qu’elle était un thème sur lequel Di Leo travaillait depuis longtemps, sans pouvoir financer le projet correspondant, et qui fut une dimension complètement rejetée par Deodato. Au contraire, le réalisateur pousse les curseurs à l’extrême inverse, avec des séquences machistes particulièrement maladroites, notamment dans l’exploitation des personnages féminins, ou dans les dialogues d’Alfredo et Antonio, d’une lourdeur à toute épreuve. Pourtant les deux personnages ne sont finalement pas détestables. La réussite de Deux flics à abattre repose largement sur le charisme des deux acteurs principaux, Marc Porel et Ray Lovelock, qui parviennent à gagner la sympathie du spectateur, malgré la bêtise de leurs personnages. Le film repose sur une mécanique de Buddy Movie, qui mettrait ici en scène deux sales gosses qui finiront, dans l’absolu, par faire triompher la loi.

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…Ruggero Deodato lascia il segno con un fiero esponente di categoria, uno di quelli che rientrano tranquillamente in un ipotetico (e, per fortuna, nutrito) gruppo di titoli da consigliare a un neofita che decide di approfondire il mitico poliziesco all’italiana. Una sorta di ‘buddy cop’ ante litteram, che segue le regole del genere a cui il regista aggiunge e integra lo stile delle proprie, dal ritmo elevato, scorretto e con una dose di violenza sopra la media che porta a ricordarlo come uno dei più crudi e brutali in questo senso.

L’idea di Uomini si Nasce Poliziotti si Muore viene a un altro pezzo da novanta come Fernando Di Leo, il quale firma prima il soggetto (con i produttori Alberto Marrias e Vincenzo Salviani) e poi la sceneggiatura, che viene proposta ad un Ruggero Deodato in piena risalita dopo il discreto successo di Ondata di Piacere dell’anno precedente, che aveva segnato il suo ritorno al cinema dopo un lungo periodo di tv e spot pubblicitari, altri campi in cui si è sempre mosso con disinvoltura. I due ebbero modo di incontrarsi una sola volta per la prima lettura del copione, a Ruggero Deodato venne concessa piena libertà creativa e di scelte, con Di Leo che in seguito si disse molto soddisfatto della riuscita sullo schermo del suo script.

A mettere le cose in chiaro ci pensa un prologo che diventa specchio dell’intero film. Musica pop/soft rock in sottofondo, i due protagonisti girano in moto capelli al vento quando la quiete viene interrotta da un ferocissimo scippo in cui una malcapitata viene prima trascinata e poi presa a calci in faccia da due malviventi in sella ad un altro ciclomotore.

E’ la miccia che scatena una sequenza funambolica che finisce di diritto tra le note di merito di Uomini si Nasce Poliziotti si Muore, un lungo inseguimento motociclistico nel mezzo del traffico romano, da Via del Corso a Piazza del Popolo, passando per gli interni (letteralmente) del bar nei pressi della Chiesa degli Artisti, il Muro Torto, la scalinata delle Belle Arti, fino a Piazza Monte Grappa. Una serie di prodezze a oltre cento all’ora, moto che salgono sulle auto, percorrono gradini, sfrecciano tra veicoli e pedoni, con piloti rigorosamente senza casco…

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Un film mitologico, e non soltanto perché prima-e-unica volta di Deodato con il poliziottesco (fu scelto dopo l’ottimo thriller Ondata di piacere nda), e nemmeno per il leggendario inseguimento Via del Corso-Piazza del Popolo-Piazza Monte Grappa fatto di soggettive e ritmo filmico travolgente e girato senza i permessi del Comune di Roma, ma perché piena e pura espressione di un cinema controverso, rischioso e meravigliosamente autentico, sempre più lontano dagli attuali paradigmi industriali, eppure leggendario nell’essere ancora oggi – e Quentin Tarantino in questo la sa lunghissima («Uomini si nasce poliziotti si muore? Uno dei più grandi titoli di tutti i tempi, perfettamente all’altezza del suo nome») – quintessenza di un genere da preservare come il cinema poliziottesco all’italiana.

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martedì 17 agosto 2021

Proibito rubare - Luigi Comencini

finita la guerra Napoli era una rovina, un prete missionario, un giovane e magro Adolfo Celi, di passaggio per prendere un traghetto per l'Africa capisce che Napoli è l'Africa, e si ferma.

decide di creare la città dei ragazzi, levarli dalla strada, dargli da mangiare e dormire, e anche un po' di scuola.

il film racconta le avventure del prete e dei bambini, quando ancora si pensava in grande e per gli altri, nonostante tutto.

gran bel film, uno dei primi di Luigi Comencini.

buona visione - Ismaele


 

 

 

QUI il film completo, in italiano

 

 

Nella Napoli del primo dopoguerra un padre missionario veneto, in procinto d'imbarcarsi per il Kenya, si accorge che è meglio portare il Vangelo tra gli scugnizzi napoletani che tra gli africani, e fonda una piccola Città dei ragazzi. Primo film di L. Comencini, buon esempio di neorealismo minore in rosa. Vivace descrizione di una Napoli alla Marotta, sagace equilibrio tra toni drammatici e sorridente ottimismo, qualche concessione al folclore, un bel crescendo nella seconda parte. Primo ruolo importante per il giovane A. Celi. Scritto dal regista con Suso Cecchi D'Amico esordiente.
Il Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli

 

Nel cinema c'è sempre una regola di cui non si riesce a liberarsi: si è sempre schiavi di quello che si è fatto, e i produttori tendono a farlo ripetere. Aveva riscosso grande successo un film americano con Spencer Tracy e Mickey Rooney, La città dei ragazzi, prodotto prima ma distribuito da noi dopo la guerra, e con il mio documentario Bambini in città ero stato individuato come regista che amava i bambini. Mi convoca l'ingegner Gatti della Lux e mi offre di fare una "città dei ragazzi" all'italiana. Naturalmente ho agito poi secondo le mie idee; il film americano era ottimista e positivo, la mia "città" al contrario (era a Napoli) finisce a gambe all'aria. Era la storia di un prete idealista; arrivava a Napoli col suo barbone da missionario per andare oltremare; gli rubano la valigia, penetra nei vicoli e, venuto dal nord, scopre una realtà che non immaginava esistesse. Chiede di restare lì, convinto ormai che è inutile evangelizzare i paesi lontani, e la sua semplice mentalità di contadino veneto si scontra con la sottigliezza degli scugnizzi napoletani. La situazione di Napoli era tragica, quella dei bambini in particolare. Gli scugnizzi fingono di accettare la sua idea di "repubblica dei ragazzi", ma in realtà lo fanno per nascondervi quello che rubano. Il film aveva naturalmente i limiti dell'opera prima. Voleva essere comico-satirico, con momenti patetici.
La lavorazione di quel film fu veramente una tragedia perché Comencini volle e trovò dodici scugnizzi veri. Be', la produzione li alloggiò tutti e dodici dalle Suore di Santa Chiara, tanto per non perderli. Questi, invece, erano abituati a vivere di furtarelli e a dormire sulle grate di una tipografia che da sotto mandava loro un po' di calore. Quindi, messi nei letti regolari, invece di trovarsi comodi fecero l'inferno, urlando a tutto fiato contro le "cape ‘e pezza" - ossia le suore, come le evevano battezzate - e sfasciando tutto. I più delinquenti del gruppo erano i due protagonisti. Difatti, finito il film, vennero arrestati perchè non so cosa avessero combinato. Noi dovevamo ancora fare dei rifacimenti. Allora fummo costretti a prendere un avvocato per farli uscire di galera in fretta e furia. Ma in galera gli avevano rapato a zero i capelli, quindi dovemmo fargli confezionare al gran galoppo delle parrucche. Che però si toglievano di testa ogni due minuti, se le palleggiavano, le lanciavano in aria .. Insomma, del cinema non gliene fregava niente, e neppure del guadagno. Se per ipotesi uno del gruppo sbagliava una battuta o un movimento ed eravamo costretti a ripetere la scena, nasceva subito una zuffa tra loro a base di calci, pugni, graffi e sputi, e ci toccava pure precipitarci a dividerli perché se no si massacravano. L'unico che sopportava tutto con filosofia, come se niente fosse, era Comencini.
Aldo Tonti
Luigi Comencini, autore popolare, a cura di Tullio Masoni e Paolo Vecchi (1982)
 

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Terzo film del giovane Luigi Comencini, che prosegue la strada del precedente, Bambini in città (1946), con al centro del suo interesse il mondo minorile. Un mondo mai molto esplorato dal cinema, sino ad allora ed anche in seguito, che il bravo regista milanese cerca di mettere in luce in tutti i suoi aspetti. Un mondo minorile che ha sempre contrassegnato il suo cinema ed è sempre stato al centro del suo interesse filmico. Un cinema apparentemente semplice... apparentemente facile a tutti ma con più chiavi di lettura, che partono, in una sorta di scala piramidale, dalla base sino ad avere dei piani di lettura molto più profondi ed intensi di denuncia di una malessere diffuso e di un problema sociale molto sentito ed intenso. Un malessere per questi (e quei) bambini che non hanno genitori, e che all'indomani della II Guerra Mondiale dovevano arrangiarsi a vivere come potevano, e ai quali non era sufficiente l'ala protettiva di uno "zi prete" caritatevole e "cristiano", ma di sentirsi importanti e autosufficienti. Ovvero crescere in fretta ed emulare gli adulti nei loro comportamenti peggiori ed insani. Napoli, ma come tante altre città, ma lei in particolare, vedeva in strada molti bambini, molti teen, alla ricerca di una loro identità, alla ricerca della sopravvivenza quotidiana, senza sapere se ci sarebbe stato un domani, neanche un futuro. Una vita che al massimo poteva vedere oltre le 24 ore successive e null'altro.
Proibito rubare ci racconta questo, questo malessere che come il colera si era diffuso in tutta la città, in tutte le città distrutte dalla guerra e che aveva lasciato vedove ed orfani in ogni angolo delle strade. Bambini che non sapevano cosa fare e che condotti da adulti privi di scrupoli si davano al furto. Bambini svegli, bambini attenti, ma ancora "macchiati ed impregnati" di quell'innocenza che li faceva credere nei valori dell'amicizia e del rispetto del gruppo, pieni di quel senso di appartenenza a qualcosa, anche se di malaffare. E Comencini indaga in modo serrato e profondo in questo "altro mondo" senza però sprofondare mai nel lacrimevole, forse giusto nel finale viene qualche groppo alla gola per uno sciorinare facili sentimenti. Ma a parte questa "leggera scivolata" il film ha quel giusto piglio autoriale e deciso di chi sa cosa vuole mostrare, e questo maestro del mondo infantile riesce a cogliere ogni sfumatura, ogni più piccolo dettaglio per dare un senso compiuto e "vero" alla storia di questo gruppo di sbandati che vengono riuniti dal prete in questa grande utopia della "Città per ragazzi"... un utopia che pero poco alla volta diventa realtà, anche se non del tutto onestamente, ma con grande partecipazione di quei malandrini cresciuti troppo in fretta, ma che alla fine tornano a fare i bambini. Quindi un ritorno ai ruoli prefissati che Comencini decide di restituire ad ognuno lanciando un segnale di speranza in quell'Italia che stava tentando lentamente di ricostruirsi... E lui, da bravo demiurgo del cinema riesce a lanciare un piccolo grido di allarme e di aiuto...
Mauro Conciatori

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giovedì 7 gennaio 2021

Il sospetto - Daniele D'Anza

quando le serie non esistevano in televisione c'erano gli sceneggiati, spesso tratti da opere di scrittori di serie A. 

la tv non era ancora a colori, venivano rappresentate opere che oggi si direbbero difficili, non adatte a essere interrotte dalla pubblicità, la televisione serviva anche ad elevare gli spettatori, che mai sarebbero andati a teatro.

gli attori venivano dal teatro, gli sceneggiati erano di impianto teatrale, quasi sempre ambientate in interni.

il commissario Hans Bärlach (Paolo Stoppa) è un poliziotto non troppo amato dai superiori, per i suoi metodi, integrità e testardaggine.

qui dà la caccia a un torturatore nazista (Adolfo Celi), con l'aiuto di Gulliver (Mario Carotenuto) , ebreo scampato al campo di concentramento.

a volte si dice che i tedeschi hanno fatto i conti non il nazismo, gli italiani poco e niente. 

vedere per credere, ma anche leggere, Friedrich Dürrenmatt è uno degli scrittori più grandi.

e grazie a Raiplay si possono recuperare tanti gioielli.

buona visione - Ismaele

 

 

QUI lo sceneggiato, in due parti

 

Sceneggiato molto particolare, "Il sospetto", per i contenuti, i temi trattati, il ristretto numero di attori e di scenografie; riguardo quest'ultime, tutta la prima puntata è girata dentro una stanza d'ospedale, caso più unico che raro nella storia degli sceneggiati TV.
Cambia il luogo, ma non la sostanza, nella seconda: una futuristica, angosciosa, fredda stanza in una clinica di Zurigo. La verità, comunque, è che in questa produzione il giallo in senso stretto c'entra ben poco: qui non contano le locations, la cerchia dei sospetti, i colpi di scena, gli omicidi mirati; ne "Il sospetto" si conosce già tutto, ossia un probabile indiziato, accusato di orribili torture e una quantità immane di morti sulla coscienza (che non possiede). Se tutto è già scritto, allora cos'è che ci spinge a restare incollati davanti alla TV? La straordinaria prova degli attori, questa l'immediata risposta, ed il titanico, suggestivo scontro filosofico/dialettico tra l'ispettore Barlach ed il chirurgo Fritz Emmemberger. Il trio Stoppa-Celi-Carotenuto è un perfetto mix di emozioni e di alta scuola di recitazione da tramandare ai posteri ed inserire come materia obbligatoria di studi per le giovani leve.
Un altro lavoro targato D'Anza che rimarrà per sempre nel mio cuore.

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Il sospetto andò in onda sul Programma Nazionale della RAI in prima serata domenica 13 febbraio e martedì 15 febbraio 1972; regia di Daniele D’Anza e sceneggiatura di Diego Fabbri, dal romanzo omonimo di Friedrich Dürrenmatt, Der Verdacht, pubblicato nel 1951. Negli anni Cinquanta, Dürrenmatt (1921-1990) ha ripetutamente usato l’arma del poliziesco per investigare sull’oscurità insita nella natura umana.

Paolo Stoppa interpreta l’anziano commissario Hans Bärlach, Adolfo Celi è il terribile dottor Emmenberger, Mario Carotenuto è il giustiziere ebreo che si fa chiamare Gulliver, Ferruccio De Ceresa è il dottor Samuel Hungertobel, Mila Vannucci è la dottoressa Edith Marlock, Franco Volpi è il capo della polizia di Berna, diretto superiore di Bärlach; nel cast anche Jole Fierro (un’infermiera) e Olga Gherardi (la dottoressa Irene).

Impianto teatrale, uso impetuoso dello zoom per arrivare ai primi piani, foto raccapriccianti dai campi di concentramento, e pochi attori in scena: Stoppa, Carotenuto e Celi formano un terzetto di fuoriclasse.

Fedelissimo al romanzo (solo il finale è un po’ diverso), con alcuni pensieri di Bärlach trasformati in dialoghi, lo sceneggiato ne enfatizza la staticità. Gran parte delle scene è girata nelle stanze delle due cliniche dove è ricoverato il commissario Bärlach: la prima è la classica, bianca clinica di Berna diretta dall’amico Hungertobel, la seconda è la metallica, avveniristica clinica di Zurigo diretta da Emmenberger…

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Nonostante la figura del commissario protagonista, quello di Durrenmatt non è il classico giallo, ma un'indagine sui lati più oscuri dell'animo umano. Esempio di fiction oggi improponibile, con un ritmo piuttosto lento e le riprese effettuate esclusivamente in interni (ospedalieri). Eppure si resta con la sensazione di aver assistito a un prodotto di classe e in grado di ispirare riflessioni non banali. Grande cast: a colpire maggiormente è forse lo scontro dialettico tra Stoppa e Celi, ma la prova di Carotenuto non è certo da meno.

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C'è chiaramente il sapore di altri tempi in questo "sceneggiato", che nonostante gli anni non ha affatto perduto il suo fascino, sostenuto com'è dalla recitazione di grandi attori oggi purtroppo scomparsi. Diretto a un pubblico che allora era in grado di recepire e apprezzare i contenuti indipendentemente dall'azione, è sicuramente un manuale involontario su come strutturare un'ottima storia con pochi mezzi. Come altre opere realizzate allora per la televisione, ha i pochi esterni girati su pellicola (16mm) e gli interni con telecamere.

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Va immediatamente rilevato che si tratta di film televisivi e pertanto, seguendo gli standard dell’epoca, a basso budget e con pretese estetiche minimali: bianco e nero, scenografie e costumi sostanzialmente teatrali, luci palesemente di studio di registrazione (ove si svolge la maggior parte della trama), azione ridotta al minimo e dialoghi preponderanti. Detto ciò, Il sospetto è nel suo contesto un validissimo lavoro che sfoggia un cast di indubbio appeal (i principali interpreti sono Paolo Stoppa, Ferruccio De Ceresa, Mario Carotenuto, Adolfo Celi, Franco Volpi e Olga Gherardi) con una sceneggiatura firmata da Diego Fabbri e la mano salda di D’Anza dietro la macchina da presa – ma al di là dei citati limiti produttivi, va anche riscontrata una durata forse un po’ eccessiva, vale a dire due ore e mezza circa, dovuta alla necessità di riempire due prime serate.

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