un film dei buoni sentimenti, così basato sulla realtà che sembra un documentario, vedi questa scena.
la storia è quella di bambini strappati ai nazisti e portati in Inghilterra (come ha fatto Putin, ma lui è un criminale, mica gli inglesi).
bravo Anthony Hopkins, come sempre, e tutti gli altri, ma non mi ha preso più di tanto.
sarà che ho letto quel libro immenso di George Sebald, che è Austerlitz?
buona visione - Ismaele
…l’opera di Hawes non ha alcuna
intenzione di emulare il cult firmato Spielberg, ma bensì si accontenta di
fermarsi molto prima; la scarsa conoscenza del mezzo da parte dell’autore, in senso più specificatamente
cinematografico, si evince nel momento in cui il lungometraggio non cerca di andare oltre un piatta riproposizione degli
stilemi classici, certo che la forza del reale sia sufficiente e possa accompagnarsi ad una produzione
che non rischia e non pretende da sé null’altro che un’estetica che ne esalti le caratteristiche contestuali, una produzione che tenta un’elevazione solamente per mezzo
di un cast di levatura assoluta, capitanato da un Anthony
Hopkins come sempre in stato di grazia, di una raffinatezza assoluta.
…quella di One Life è una storia vera di coraggio, resilienza e
umiltà che racconta dell’impresa straordinaria di un uomo ordinario e comune
come Nicholas Winton. Agente scenico portato in scena tra passato e presente
narrativo, rispettivamente, da un vivace Johnny Flynn e da un intenso e
misurato Anthony Hopkins. Due facce di uno stesso uomo divise da cinquant’anni
di differenza – seppur unite in un montaggio spesso e volentieri poco armonico,
che alla coerenza preferisce la funzionalità – in cui è possibile leggere però
la stessa passione, la stessa voglia di fare, di cambiare, di fare il possibile
e l’impossibile fino all’ultimo respiro…
un film che racconta ognuno di noi, come saremo, forse.
demenza senile e Alzhameir all'inizio li riconosceremo, poi si cade in un buco nero nel quale la nostra volontà e la nostra memoria non le governeremo più.
qualcuno lo sa per esperienza vissuta, sulla pelle di altri, spesso genitori, e non si torna indietro.
Anthony Hopkins è così bravo che il film sembra quasi un documentario, e ognuno (ri)conoscerà qualcosa del tramonto, è ancora giorno, ma non si vede più bene, poi il buio.
è un film al chiuso, dove il tempo scorre con tempi diversi per ognuno, e distinguere il vero dal non vero diventa sempre più difficile.
uno inizia a dire quello che pensa, ma anche quello che non pensa e ritorna bambino, smarrito e spaventato, in attesa della carezza e dell'abbraccio della mamma, che non arriverà mai più.
anche la figlia, Olivia Colman, è straordinariamente brava.
buona, imperdibile, visione - Ismaele
…The Father è allora soprattutto il veicolo
che dà a Anthony Hopkins uno degli ultimi straordinari ruoli della sua
carriera, che gli è valso un secondo Oscar come Miglior Attore dopo quello
per Il silenzio degli innocenti. Un personaggio che si chiama come lui (Zeller ammette di
averlo portato sul grande schermo proprio per donarlo a Hopkins) e che
all'inizio strizza l'occhio alle tante figure intellettualmente dominanti e in
fondo un po' sprezzanti già interpretate in passato, da Lecter all'amato Lear,
ma che presto si ritrae in una vulnerabilità trasparente che strappa il cuore.
È anche una recitazione insolitamente fisica, articolata a più livelli su tutto
il corpo in ogni istante di girato.
La complessità tecnica è enorme, ma ciò che conta
è il modo in cui l'attore gallese cuce il filo emotivo tra una scena e l'altra
(grazie anche all'espressività di Olivia Colman, perfetta nel ruolo di figlia
generosa), elevando la trovata di sceneggiatura e offrendo una catarsi
autentica a qualunque spettatore che abbia mai avuto a che fare con questo tipo
di malattia.
Ben oltre la frontiera dell'empatia, The Father spinge ad affrontare
la prospettiva del declino cognitivo che vive in ognuno di noi, smontando la
realtà sotto i nostri occhi.
… Fra le tante cose che The Father riesce a fare alla
perfezione è l'uso dello spazio. Il film è infatti un dramma da
camera, che viene da una pièce teatrale dello stesso Zeller.
Tutto ciò che vediamo è importante, tornerà alla fine e avrà un piccolo grande
ruolo nel palcoscenico mentale del Padre interpretato da Anthony Hopkins. La
decrittazione della sceneggiatura avviene tramite gli oggetti, la loro perdita
o il loro ritrovamento, in una continua marea che cancella le orme nella sabbia
cerebrale del protagonista.
Nulla è lasciato al caso, e fin dall'inizio The
Father destabilizza nel suo stesso gioco dei generi, con sottofondi
horror, venature investigative e una coperta di mistero che noi cerchiamo di
togliere, mentre Zeller lo sta già facendo al posto nostro.
Ed è proprio quando ogni cassetto inizia ad aprirsi e pensiamo di essere
totalmente persi che The Father schiocca le sue dita e
ci riporta nella lancinante realtà della demenza senile, facendoci capire una
singola e cruciale cosa: abbiamo sempre avuto il punto di vista di Anthony
Hopkins, prigionieri del suo dramma che nemmeno il sipario riesce a cancellare…
… Anche se The
Father – Nulla è come sembra rifugge dal patetismo e dalla
pornografia del dolore, è inevitabile che con il suo progredire la storia
diventi sempre più amara e che il tunnel in cui è imprigionato Anthony si
stringa sempre di più intorno al protagonista. In questo racconto di
sovrapposizioni di volti e di ricordi, di fantasmi del passato, di presenti
alternativi, di futuri mai scritti e di solitudine mentale, prima ancora che
fisica ed emotiva, stupisce ancora una volta la delicatezza con cui Zeller
mette in scena il crepuscolo dell’esistenza, trasformando anche una fredda
stanza di ospedale in un luogo di riflessione sulla memoria e sul cammino che
ognuno di noi intraprende mentre si avvicina alla fine: quello verso casa e
verso gli affetti più profondi, anche se lontani nel tempo e nel ricordo.
Smarrito negli anfratti più reconditi della sua mente,
sospeso fra tante diverse proiezioni della realtà e incapace di assegnare alle
facce che gli stanno intorno la giusta collocazione temporale e affettiva,
Anthony non può più contare su nessuna Rosabella, né su qualche scritta che lo
aiuti a raccapezzarsi. Non resta così che aggrapparsi ai sentimenti più
universali e inscalfibili, come l’amore materno, e a una natura silenziosa ma
accogliente, a cui affidarsi senza remore per sentire ancora il vento sulla
pelle. Insieme alla memoria, scompaiono così anche i traumi e i dolori, le
delusioni e le menomazioni. Resta solo un flebile anelito di vita, perso nel
tempo e nello spazio, da assaporare e custodire, come questo splendido lavoro
di Zeller.
"The
Father" è un film inquietante e poetico al tempo stesso, interpretato da
due straordinari attori protagonisti. Caratterizzata dall'apparente assenza di
una storia, la pellicola è la rappresentazione di una condizione, di una lenta
ma inesorabile discesa in uno stato di inconsapevolezza. Case che cambiano
disposizione, persone che trasformano i loro volti e decisioni smentite, mai
prese, portano alla domanda: qual è la realtà? Mentre il racconto scorre tra
ripetute e continue modifiche, lo spettatore entra sempre di più nella mente
del personaggio chiedendosi cosa stia accadendo. Nonostante si tratti di un
film fortemente drammatico, un velo del genere thriller e mistery pervade ogni
scena e si percepisce in ogni sequenza. La trama si intreccia a quella verità
intangibile e illusoria che diventa sempre più lontana e che, giorno dopo
giorno, acquista forma e spessore.
Il film cattura lo
spettatore tenendolo sospeso per tutti i 97 minuti che lo compongono. Suspence,
tensione e apprensione rendono "The Father" coinvolgente nella sua
magica scoperta di un mistero. Analogia, simbolismo, metafore e associazioni
ricalcano gli elementi del thriller e del crime-detection, ma il
tutto all'interno di una storia senza reati né crimini. Oggetti che si spostano
da soli, figlie che diventano assistenti e ricordi che diventano sogni, non c'è
alcuna certezza nella storia di "The Father". Ma nonostante la verità
si faccia attendere, la pellicola trasmette tutta la sofferenza e l'angoscia di
una vita che non si riesce più a sostenere da soli. Ogni giorno ci saranno le
stesse domande, ma le risposte saranno sempre diverse…
un film multinazionale, ambientato principalmente nel Vaticano e a Buenos Aires, con capitali Usa (Netflix), regista brasiliano, attori inglesi, sceneggiatore neozelandese (già scrittore di quel gran libro che è Morte di un supereroe). gli attori sono straordinari, con dialoghi da leccarsi i baffi, in una storia così vera che sembra finta (o viceversa). c'è da sorridere, commuoversi, pensare, ridere, insomma un film completo. papa Francesco giovane è Juan Minujin (attore bravissimo, già visto in Zama). per quanto possa sembrare un film prodotto dall'ufficio marketing del Vaticano, vedendolo capirete che non è così. un film da non perdere, promesso - Ismaele
…I due Papi è un film che funziona per la finezza dei dialoghi, sovente
costellati di humour, e per le performance dei suoi attori. Se il maquillage
crea una prodigiosa somiglianza, è l'arte di Anthony Hopkins e Jonathan Pryce
ad aggiungere un tocco inusitato ai rispettivi personaggi. Hopkins interpreta
con precisione emozionale un ruolo cerebrale, Pryce assume con empatia e
semplicità la quota 'simpatia' della coppia. Scambi e repliche appartengono
senz'altro al regno della finzione ma ugualmente aderiscono ai personaggi e
suonano autentici. I dubbi di due uomini sul peso della loro missione e sulla
loro capacità di svolgere un ruolo chiave in un contesto di cambiamento sociale
e di rimessa in discussione delle posizioni della Chiesa, acquistano una nuova
luce. Girato in décor naturali e riscostruiti, perché il Vaticano non fa entrare
nessuno tra le sue mura, il film gioca con gli spazi e coi brani musicali
(dagli Abba a Mercedes Sosa, passando per la musica classica tedesca),
dimostrando che la lezione sonora e inventiva di Paolo Sorrentino (The Young Pope) non è
passata invano. Ma nello sguardo dell'autore brasiliano sedimenta pure la crisi
di potere, collettiva e intima, di Habemus Papam. La
forza drammatica di un Papa in preda al dubbio è appannaggio questa volta di
Anthony Hopkins, che la statura di attore eccezionale predispone all''incarico'
e a quella sua forma passiva e ultima di resistenza. Perché I due Papi non
è (solo) un film sul Papa, i Papi, la Chiesa e la religione. È soprattutto un
film di uomini e sulla difficoltà di essere uomini.
…uno straordinario“match” di bravura fra
un graffiante Anthony Hopkins, un Ratzinger anziano, solo e amareggiato nel
pieno dello scandalo 'Vatileaks' , e un bonario e allegro Jonathan Pryce, un
cardinale Bergoglio che non vede l’ora di tornare nel caos della vita cittadina
fra i suoi amati poveri. Certo, non mancano le semplificazioni e le “licenze
poetiche”. La scelta drammaturgica, infatti, è quella di una iniziale
contrapposizione fra i capitani di due squadre in una Chiesa divisa: il
conservatore da una parte e l’innovatore dall’altra, il burbero e il simpatico,
l’irremovibile tedesco e il rivoluzionario sudamericano. Nella realtà, come sappiamo,
le cose non stanno così, basta leggere gli scritti ricchi di umanità di
Ratzinger, mentre Bergoglio non è mai uscito dai canoni della Chiesa nel suo
sacerdozio.
Ma l’escamotage
cinematografico, attraverso due “caratteri” contrapposti, è atto a rendere
ancora più eclatante nel film il colpo di scena delle dimissioni di Benedetto
XVI, che diventa, con un ribaltone, il vero “rivoluzionario”. Ambedue
sono dipinti con profonda simpatia: mentre Benedetto XVI suona al
pianoforte musica classica di rara eleganza e passa la serata a guardare alla
tv Il commissario Rex, ogni volta che entra in scena Bergoglio
attacca una hit pop come Dancing Queen degli Abba, o un tango
argentino appassionato. Ma questi sono i “cotillon” con cui il regista rende
immediato e popolare il tratteggio dei due caratteri attraverso una regia
vivace che ben presto affonda negli angoli più reconditi dell’anima dei due
uomini e nei pesi che gravano sui loro pensieri. Sotto gli affreschi di una
Cappella Sistina ricostruita in modo strepitoso, a grandezza naturale a
Cinecittà, il confronto si fa sempre più denso e il legame spirituale sempre
più profondo. Entrambi mettono a nudo i dubbi e le fragilità di due apparenti
fallimenti…
…Bergoglio, que
es evidentemente el personaje con el que se busca la mayor identificación, es
mostrado en medio de todos sus conflictos espirituales y morales, y Mereilles
acierta particularmente al no evitar el todavía controvertido suceso de su
pasado que lo vio en una suerte de colaboración indirecta con la dictadura
argentina de los ’70. Esta es probablemente la secuencia más intensa de la
cinta, así como una que remite a otros momentos similares del cine
latinoamericano debido a su ambientación y a su puesta en escena.
De todos modos,
¿cómo no sentir cariño en la pantalla por un Papa que, como aparece aquí
retratado -porque Mereilles ha admitido que no todo lo que muestra es cierto-,
adora el futbol, tararea ‘Dancing Queen’, cuestiona la construcción de muros,
se enfurece por el encubrimiento de casos de pedofilia, aboga por los
refugiados del mundo entero, baila tango en el Vaticano y se arrepiente de no
haberse opuesto a los militares cuando le tocó hacerlo?
Todo esto es
llamativo, ciertamente. Pero no hay que dejar tampoco que una película nos
impida ver que Bergoglio sigue siendo un hombre profundamente religioso que
reprueba el aborto y el matrimonio entre personas del mismo sexo y que,
recientemente, fue acusado de encubrir esos mismos casos de abuso sexual que
prometió poner al descubierto.
…Contudo, são Jonathan Pryce e Anthony Hopkins que
recompensam nosso investimento emocional. Se este se revela com o antipático
distanciamento a que estávamos habituados durante seu pontificado, encarnada
por tiques e maneirismos característicos do ex-Hannibal Lecter, aquele está em
uma de suas melhores composições, instigando o desejo de estar em sua companhia
por sua sabedoria e, mais importante, facilidade de comunicá-la. E Meirelles
sabe que está diante de atuações grandiosas, a ponto de abusar de primeiríssimos
que, limitados a enquadrar seu semblante, ciente de que não precisamos de
distrações senão conferir suas performances. Com seus símbolos intrigantes,
como a cortina que, se parece as asas de um anjo detrás de Bergoglio, é tratada
como um estorvo por Ratzinger, e ideias complexas manifestadas em diálogos
simples e eficazes – “bancos imploram por desregulação como tigres para sair de suas jaulas” -, “Dois Papas” é
agradável e interessante, embora reprise a mesma covardia por que seu
protagonista se penitencia, na forma casual com que emudece o problema mais
importante enfrentado pela Igreja Católica…