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venerdì 21 novembre 2025

Quando l’arte fa l’impossibile - Alessandra Mecozzi

Il Festival internazionale di cinema delle donne a Gaza: un esempio di resistenza civile, una storia da raccontare

 


Non potremo che ricordare questo evento come un’“utopia realizzata”, tra il 26 e il 31 ottobre 2025, a Deir el Balah nella striscia di Gaza. Anche chi, come me, stentava un anno fa a credere che questo progetto avrebbe preso corpo nel corso di un genocidio, nella distruzione di Gaza, sotto i continui crimini dell’esercito israeliano, con la paura delle bombe, le condizioni di sofferenza, di fame, di mancanza di tutto della popolazione, ha dovuto ricredersi. Sembrava una sfida impossibile, di fronte alle difficoltà materiali, enormi, ma anche al sentire delle persone. Un festival di cinema

Credo che mi abbia convinto a sostenerlo, come ha convinto tutti coloro che hanno aderito attivamente al progetto, la determinazione del suo ideatore Ezzeldeen Shalah, critico e regista, di cui abbiamo più volte ascoltato da Gaza, nelle conversazioni online dei mesi di preparazione, la voce ferma, le parole convinte e irremovibili che dicevano di andare avanti, comprese quelle dette in uno dei momenti più terribili degli attacchi dell’esercito israeliano, l’invasione di terra unita a incessanti bombardamenti, di Gaza City: “Se io non ci sarò più, continuate questo lavoro…”. Parole che ci hanno stretto il cuore, ma anche rafforzati nella convinzione di sostenere la realizzazione del progetto, in tutti i modi possibili.

Il festival è stato presentato, raccogliendo fondi, in varie iniziative in Italia, e in molti paesi delle associazioni e festival di cinema che compongono l’ampia rete internazionale: è arrivato a Cannes, a Venezia, a Firenze gemellandosi con il Festival di cinema delle donne e poi al Festival dei Popoli dove il suo fondatore ha meritatamente ricevuto il premio SUMUD, parola che appartiene storicamente alla cultura palestinese: la perseveranza, la resistenza civile.

Ancora una volta la cultura ha mostrato di essere non lusso, ma risposta a esigenze fondamentali: la speranza in un futuro possibile, la sua capacità di essere vita contro la morteuna forma alta di resistenza.

E a chi gli domanda se ha senso parlare di cultura in tempi di genocidio e di fame, Ezzeldeen ha risposto: “Sì, ed è fondamentale. Il cinema è vita, è una presenza ostinata contro il nulla. Realizzare un festival tra le macerie significa dire che siamo ancora qui, che resistiamo e che c’è speranza. È il nostro modo di sfidare la morte con la vita. Vogliamo trasmettere al pubblico una carica di fiducia: la speranza, in questi tempi, è già una forma di resistenza. (fonte: pungolorosso.com).

Dunque a dispetto di tutti gli ostacoli e le difficoltà, il festival si è fatto, il tappeto rosso è stato steso, le persone che potevano hanno partecipato numerose e attente. È iniziato, come previsto, il 26 ottobre, data scelta per ricordare la Giornata delle donne palestinesi e la prima Conferenza delle donne palestinesi tenutasi a Gerusalemme nel 1929. Si è aperto con la proiezione del film vincitore del Leone d’Argento al Festival di Venezia: “La voce di Hind Rajab” di Kaouther Ben Hania, tunisina, Leone d’Argento a Venezia. Sconvolgente racconto dell’attesa e poi dell’uccisione sotto decine di colpi israeliani, di una bambina in un’auto con i familiari. Terribile e straordinariamente commovente, realizzato con grande capacità tecnica, fa rivivere quei dolorosi momenti in mezzo al genocidio di Gaza.

I 79 film in programma, tra documentari, cortometraggi e lungometraggi di finzione provengono da 28 paesi. Tutti raccontano le vite, le voci e le lotte delle donne. Il Festival è stato poi sospeso per i nuovi bombardamenti nel corso della cosiddetta “tregua” (!) e si è concluso il 31 ottobre con le premiazioni (qui trovate conclusioni e assegnazione dei premi).

La realizzazione di questa edizione del Festival incoraggia a lavorare ad una seconda edizione, come assicura il suo fondatore: “Desideriamo assicurarvi che, a partire da domani, inizieremo i preparativi per la seconda edizione”, ha detto davanti al pubblico Ezzaldeen Shalah, presidente e animatore instancabile del festival che, dal cuore di Gaza, a Deir al-Balah, dove il Sindacato dei giornalisti palestinesi ha offerto la sua sede, ha parlato al cuore del mondo.

https://comune-info.net/quando-larte-fa-limpossibile

domenica 14 settembre 2025

E dalla Mostra del cinema di Venezia, come stronzi, restarono a guardare - Max Renn e Guy van Stratten

 


L’indifferenza e la pochezza culturale che avvolgono il nostro presente fanno capolino anche in quella che si dovrebbe definire come cultura cinematografica: basta leggere le dichiarazioni di alcuni registi e attori italiani presenti a Venezia per la Mostra del cinema che definiscono come stronzate, inutili e scadenti gli appelli per Gaza. Qualcuno di loro ha distrattamente firmato una petizione, probabilmente più per conformismo con la categoria che per altro, salvo poi pentirsene o accorgersi che questa, strada facendo, ha avuto l’ardire di chiedere di starsene a casa a chi pubblicamente ha sostenuto e sostiene la deportazione e lo sterminio per armi e per fame del popolo palestinese. Un vero e proprio atto di “censura”, per carità! Non sia mai.

Altri sono al Lido per passeggiare sul tappeto rosso e per farsi vedere a qualche patetico ricevimento sponsorizzato indossando il vestito buono sulla barba di tre giorni e i capelli un po’ spettinati – che fa sempre tanto “gente di cinema” – per promuovere il loro nuovo filmettino senza nemmeno preoccuparsi che esca nelle sale, confidando al massimo, quando sarà il momento, in qualche autoreferenziale Donatello di consolazione per soddisfare l’ego artistico. Ma in cosa si sta trasformando la Mostra del Cinema? In un sovraffollato centro commerciale di una domenica di fine estate, in cui le opere in concorso sono trattate alla stregua di oggetti di consumo, di merci esposte pronte per essere apprezzate dal primo ricco acquirente, mentre ai confini d’Europa si sta consumando un terribile genocidio? Ma sì, certo, cosa importa ai ricchi e colti ‘artisti’ bianchi europei e italiani dello sterminio del popolo palestinese?

Il menefreghismo e l’indifferenza hanno una parte considerevole nel nuovo assetto colonialista, fatto di un intangibile e violento dominio culturale e ideologico nell’epoca dei social.

 

Poi ci sono quelli che il problema è sempre “più complesso” e che manco si sporcano le mani per firmare petizioni che poi li costringono a confrontarsi con una marmaglia di colleghi invidiosi, incagabili, presuntuosi, incapaci e concorrenti. Registi e attori non sono gente che può compatirsi di annacquarsi nel mucchio indistinto del mondo del cinema – potrebbero perfino esserci comparse, tecnici e attrezzisti, perdio –, figurarsi poi mescolarsi con emeriti sconosciuti in una manifestazione pubblica ove potrebbe esserci davvero di tutto. La massa indistinta va bene soltanto sotto forma di pubblico in sala o sul divano di casa. Il genio creativo deve essere libero di correre in solitaria. Altri ancora, in preda a irrisolti sdoppiamenti di personalità, si barcamenano nel distinguere ciò che possono affermare da privati cittadini da quanto sentono di poter dire da personaggi pubblici.

Certo, molti di questi signori ci tengono a chiarire che sono ben consapevoli che in Palestina è in atto un genocidio e che è davvero una “cosaccia”, ma tutto ciò non ha nulla a che fare con l’arte cinematografica, con la libertà di espressione, con i tappeti rossi e le cene eleganti del Lido (non di Arcore, per carità: il cinema italiano è signorile per davvero, mica cose da nani e ballerine!). Ci teniamo qui a ricordare quanto ha scritto il grande regista Andrej Tarkovskij nel suo saggio Scolpire il tempo (1985): “Una qualsiasi arte nasce sempre grazie a un’esigenza spirituale e gioca un ruolo speciale nell’impostazione dei profondi problemi che le sorgono dinanzi nella propria epoca” (A. Tarkovskij, Scolpire il tempo. Riflessioni sul cinema, Istituto Internazionale Andrej Tarkovskij, Firenze, 2015, p. 79) ribadendo che “il cinematografo si è presentato come lo strumento del nostro secolo tecnologico necessario all’umanità per un’ulteriore conoscenza della realtà” (ibid.). Ma l’atteggiamento prevalente alla Mostra del cinema sembra quello di nascondere la testa sotto la sabbia dinanzi ai “profondi problemi” della nostra epoca, se si può chiamare “problema” il genocidio di un popolo. E quale “realtà” mai ambiranno a conoscere, questi cinematografari, oltre a quella delle patinate manifestazioni ufficiali?

Poi ci sono i giornalisti accreditati, rigorosamente distinti in caste dai pass che danno diritto a questa o quella proiezione e l’accesso a questo o quel rinfreschino, costretti a guardarsi qualche film tra un evento mondano e l’altro. Se persino i loro colleghi che si occupano del mondo fuori dallo schermo riescono a ridurre i meeting internazionali inerenti le carneficine belliche in corso a disquisizioni sul dress code e sulle posture in favore di telecamera dei protagonisti, ci sta che quella che si fregia di essere la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica venga trattata come il festival sanremese, dunque che si guardi più all’eleganza della mise delle attrici che alla “mise en scène” delle opere proiettate. E per buttar giù due righe sui film bastano e avanzano i patinati pressbook in cui i nostri accreditati trovano anche le rispostine preconfezionate alle domandine di circostanza che farebbero a registi e attori.

È questa l’intellighenzia cinematografica italiana? Una torre d’avorio che pensa solo a realizzare i suoi filmetti, al successo, al red carpet? E alcuni di questi registi avrebbero la pretesa di farsi chiamare intellettuali? Intellettuali dell’indifferenza e del “che ce frega”. Viene da domandarsi cosa differenzi la spocchia e l’ignavia di questi signori dalla meschinità di chi ha definito “gondolieri di Hamas” quanti hanno manifestato a Venezia contro un genocidio in corso.

Da queste vergognose, più ancora che imbarazzanti, dichiarazioni emerge un fatto: l’indifferenza propugnata dall’alto, da una fascistizzazione generalizzata della cultura che sta avvenendo in questo Paese che si estende ben oltre il governo di destra e che si palesa anche nel mondo del cinema. Nessuno aveva chiesto film sul genocidio palestinese, nessuno pretendeva chissà quale presa di posizione militante. Non ci si attendeva quello che nei fatti la Mostra veneziana non poteva essere, non ci si aspettava di certo il Sessantotto in Laguna, ma un minimo di dignità sì.

Il mondo del cinema veneziano avrebbe potuto sfruttare i riflettori per lanciare qualche messaggio significativo per “smuovere le coscienze”, sarebbe potuto uscire dalla sempre più patetica torre d’avorio delle sale festivaliere e manifestare lo sdegno per ciò che sta accadendo in Palestina. E invece si è assistito a un grottesco gioco ai distinguo, al “non è questa la sede”, alla pretesa autonomia dell’arte cinematografica dalla rude realtà. Un universo che si fregia di “fare arte e cultura” che si mostra del tutto simile al mondo dello sport, altrettanto silente, altrettanto ipocrita.

L’asfalto del disimpegno degli anni Ottanta e Novanta ha colpito duro. Se questi sono i registi e gli attori che ci ritroviamo, cosa possiamo attenderci dal loro cinema, dai loro film che magari pretendendo pure di irridere il vuoto patinato dei nostri tempi, salvo poi crogiolarsi in un vuoto estetismo, o che magari, intendendo denunciare le miserie di una sinistra che si è persa per strada, non si accorgono nemmeno che stanno in realtà parlando di sé stessi. Meglio allora sfruttare i personaggi che si sono costruiti per realizzare spot televisivi o trascinarsi nella finta autoironia di qualche serie autoreferenziale sulle piattaforme sul piccolo schermo.

Di certo spendere qualche parola di denuncia a proposito del genocidio mediorientale sotto i riflettori della Mostra non avrebbe redento il mondo del cinema italiano dalla pochezza culturale che lo contraddistingue, ma almeno avrebbe permesso a qualche suo protagonista di mostrarsi meno indifferente di quel che è. Magari, un giorno, folgorati sulla via di Damasco, alcuni di loro si chiederanno se di fronte a un genocidio avrebbero potuto almeno dire qualcosa sfruttando la loro notorietà e si vergogneranno per non averlo fatto. Vorrà dire che faranno i conti con la loro coscienza, ma sappiano sin da ora che nessun ravvedimento cancellerà la codardia di cui hanno dato prova.

Nel frattempo continuino pure con i loro film furbini, scadenti, inutili e ipocriti. A noi viene alla mente un efficace titolo di un film di alcuni anni fa diretto e interpretato da PifE noi come stronzi rimanemmo a guardare. Già, i protagonisti del cinema italiano – con qualche lodevole eccezione di cui non ci dimenticheremo –, di fronte a un genocidio, come stronzi sono restati a guardare. Anche di questo ci ricorderemo.

da qui

venerdì 12 settembre 2025

La coscienza di facciata: l’ipocrisia di “The Voice of Hind Rajab” - Mohammad Aaquib

 

Piuttosto che rappresentare solidarietà, questi gesti cinematografici funzionano come performance simboliche che pacificano il pubblico globale lasciando intatte le strutture della violenza.


Di recente, un film su Hind Rajab, la  bambina palestinese massacrata senza pietà dall’esercito israeliano, è stato presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia e ha ricevuto una lunga standing ovation. L’immagine della sua storia messa in scena per il pubblico internazionale è stata celebrata come un momento di “consapevolezza”. Eppure, viene da chiedersi: cosa c’è da sensibilizzare a questo punto? Ogni singolo essere umano connesso ai media sa cosa sta succedendo a Gaza. La difficile situazione dei palestinesi non è nascosta. Viene trasmessa ogni giorno in tempo reale, in streaming dalle macerie delle case bombardate, dalle rovine degli ospedali e dalle tende delle famiglie sfollate. Tutti lo sanno, eppure nulla cambia.

Ecco perché “La Voce di Hind Rajab” sembra meno un atto di solidarietà e più un vuoto simbolo di guadagno capitalista. È, in realtà, una feticizzazione della violenza in nome della sensibilizzazione. La storia di Hind non è storia. Non è un’atrocità lontana congelata nel tempo, che richiede un trattamento cinematografico affinché il pubblico possa essere istruito. È la storia di oggi, di adesso, di questo preciso momento. Bambini come lei vengono ancora martirizzati e famiglie come la sua vengono completamente annientate. Milioni di persone muoiono ancora di fame e Gaza sta attraversando una carestia provocata dall’uomo, mentre cibo e medicine vengono deliberatamente negati. Trasformare tutto questo in uno spettacolo da festival, applaudito da un pubblico che poi tornerà a bere vino, a sorseggiare yacht e a cena con gli addetti ai lavori, è grottesco.

Questo schema di ipocrisia occidentale non è nuovo. Durante il genocidio ruandese, l’Occidente e le Nazioni Unite sono rimasti a guardare senza fare nulla mentre migliaia di cadaveri si accumulavano ogni giorno. La comunità internazionale aveva gli strumenti per intervenire, ma mancava la volontà politica. In seguito, quando il sangue si era seccato, le stesse potenze che avevano distolto lo sguardo hanno improvvisamente trovato nel Ruanda un oggetto di interesse. Hanno scritto libri, girato film, prodotto ricerche e mercificato la tragedia per il consumo globale. Il genocidio è diventato oggetto di studio, fonte di capitale culturale e un modo per dimostrare il proprio impegno morale. Ciò che è mancato è stata la responsabilità. Ciò che è mancato è stata l’azione quando era necessario.

Questo film rischia di ripetere lo stesso vuoto simbolismo. La lunga standing ovation cinematografica non ha aiutato in alcun modo i palestinesi. Non ha rotto il blocco, non ha sfamato bambini affamati e non è riuscita a fermare le bombe. Ha, tuttavia, generato applausi a Venezia e forse profitti sul mercato cinematografico globale. La società di produzione di Brad Pitt, Plan B, che ha finanziato il film, è detenuta per la maggior parte da Mediawan, una società di private equity francese da miliardi di dollari con legami con azionisti sionisti. In altre parole, qualsiasi profitto realizzato dal film confluirà nelle stesse reti di capitale che sostengono i crimini in corso di Israele. Questa non è solidarietà, è simbolismo avvolto in un’estetica ipocrita. In questo senso, l’intera iniziativa non funziona come resistenza, ma come consumismo ipocrita. Permette ai pezzi grossi di Hollywood e al loro pubblico di apparire svegli, di sentirsi parte della soluzione, mentre il problema continua inesorabilmente. In altre parole, lo stesso capitale estratto dalla storia di Hind Rajab arricchirà strutture connesse alle stesse reti che sostengono il regime di apartheid israeliano. Questa non è solidarietà, è complicità. È un gesto simbolico avvolto in un’estetica abilitante.

Il commentatore turco-americano Hasan Piker ha catturato l’assurdità con una tagliente analogia sulla sua X. Ha affermato che guardare questo film ora è come “dei registi socialisti tedeschi che girano un film su Auschwitz mentre le camere a gas sono ancora in funzione”. Il paragone può essere sgradevole, ma è proprio il disagio a rivelarne l’ipocrisia. L’arte ha il suo ruolo nel documentare la storia, ma quando l’atrocità è in corso, quando le camere a gas sono ancora in funzione, tali gesti non liberano, ma anestetizzano. Leniscono la coscienza di chi guarda, dandogli un modo per sentirsi moralmente impegnato senza mai dover rischiare o pretendere nulla.

Gli applausi a Venezia non erano per Hind Rajab. Erano per il conforto di coloro che potevano consumare la sua storia in un pacchetto ordinato di due ore. Erano per l’illusione che guardare, applaudire e piangere equivalgano a fare qualcosa. Erano per la dimostrazione di cura senza conseguenze, ma i palestinesi non hanno bisogno di vuoti simboli di coscienza. Non hanno bisogno di applausi in teatri con aria condizionata mentre dormono affamati in tende. Non hanno bisogno di spettacoli cinematografici che feticizzano la loro morte lasciando intatte le loro vite. Ciò di cui hanno bisogno è solidarietà materiale: cibo, medicine, aiuti, boicottaggi, sanzioni, pressione politica e una mobilitazione della volontà internazionale che non si limiti a riconoscere la loro sofferenza, ma si impegni attivamente per porvi fine.

L’arte ha sempre avuto un duplice ruolo. Può esporre, sfidare e ispirare all’azione. Ma può anche distrarre, mercificare e pacificare. Nel caso del film di Hind Rajab, la bilancia pende fortemente verso quest’ultimo. Questo non significa che le storie palestinesi non debbano essere raccontate. Devono esserlo. Ma devono essere raccontate dai palestinesi, in modi che siano al servizio della loro lotta, non da società di produzione occidentali con azionisti sionisti che trasformano il dolore in profitto. Devono essere raccontate con l’urgenza della liberazione, non con il distacco degli applausi da festival.

Il problema non è che il mondo non ne sia consapevole. Il problema è che il mondo non ne è disposto. E film come questo permettono a questa riluttanza di continuare, mascherata dal linguaggio della consapevolezza e del progresso. Gli applausi a Venezia non cambiano nulla della situazione a Gaza. Hind Rajab non c’è più, e insieme a lei, molti altri bambini ogni singolo giorno. La carestia continua a crescere. Le bombe continuano a cadere.

Piuttosto che rappresentare solidarietà, questi gesti cinematografici funzionano come performance simboliche che pacificano il pubblico globale lasciando intatte le strutture della violenza. Operano meno come interventi e più come rituali di coscienza, progettati per produrre gratificazione morale per gli spettatori piuttosto che sollievo materiale per le vittime. Ciò che emerge non è consapevolezza – poiché la consapevolezza satura già la sfera mediatica globale – ma uno spettacolo di sofferenza accuratamente curato, tradotto in capitale culturale. Lo stesso applauso che segue diventa un segno di sicurezza morale, consentendo agli spettatori di affermare la propria umanità mentre le condizioni di disumanità rimangono immutate.

Traduzione a cura di Grazia Parolari

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domenica 31 agosto 2025

Regno Unito, la polizia arresta lo sceneggiatore di Ken Loach, Paul Laverty, per una maglietta contro il genocidio

                                  Paul Laverty. Foto: BBC films

 Lo sceneggiatore di Io, Daniel Blake è stato arrestato perché indossava una maglietta con la scritta Genocidio in Palestina, è ora di agire

La polizia ha arrestato lo sceneggiatore di Io, Daniel Blake, Paul Laverty perché indossava una maglietta con la scritta Genocidio in Palestina, è ora di agire.

L’arresto è avvenuto nella capitale della Scozia Edimburgo durante una protesta contro l’appoggio del governo del Regno Unito ad Israele nel corso del genocidio a Gaza.
Lunedì scorso un annuncio su X a nome del regista di Io, Daniel Blake Ken Loach e della sua società di produzione Sixteen Films, ha confermato l’arresto di Laverty.
Paul Laverty si trova attualmente trattenuto in custodia nella stazione di polizia di St. Leonard di Edimburgo, presumibilmente a causa del sostegno a Palestine Action, scrive la nota sulla piattaforma social.
Un portavoce della polizia scozzese ha dichiarato: ”In seguito ad una protesta di fronte alla stazione di polizia di St Leonard lunedì 25 agosto 2025 un uomo di 68 anni è stato arrestato in base al Terrorism Act 2000 per aver espresso sostegno ad un’ organizzazione messa al bando. Le indagini proseguono”.

A luglio il Regno Unito ha messo al bando l’organizzazione Palestine Action, un gruppo di protesta che avrebbe presuntamente preso di mira fabbriche di armi e attrezzature militari in una serie di episodi di azione diretta.
Esprimere o sollecitare il sostegno a Palestine Action nel Regno Unito è un crimine punibile con la detenzione fino a 14 anni, in base al Terrorism Act 2000.
L’11 agosto sono state arrestate più di 500 persone, in maggioranza sopra i 50 anni, per presunto sostegno all’organizzazione mentre partecipavano ad una protesta che chiedeva al governo di togliere il bando. Decine di altre sono state arrestate in altre proteste nel Paese.
Volker Turk, alto commissario ONU per i diritti umani, a luglio ha detto che la decisione del Regno Unito di mettere al bando l’associazione di attivisti in quanto organizzazione terrorista era sproporzionata e non necessaria ed ha chiesto che la definizione venisse revocata.
Ha affermato: “La legislazione antiterrorismo interna al Regno Unito definisce gli atti terroristici così ampiamente da includere ”gravi danni alla proprietà”.
“Ma, in base agli standard internazionali, gli atti di terrorismo dovrebbero essere circoscritti ad atti criminali finalizzati a provocare morte o gravi ferite o la presa di ostaggi, con lo scopo di intimidire una popolazione o costringere un governo ad intraprendere o meno una certa azione”.
”È un travisamento della gravità e dell’impatto del terrorismo ampliarne la definizione al di là di quei precisi limiti, per includere ulteriori condotte che costituiscono già un reato in base alla legge”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

da qui


lunedì 3 marzo 2025

From Ground Zero

all'interno del festival Al Ard (qui) è stato proiettato un film che sarà il più clandestino dell'anno, From Ground Zero, a cura di Rashid Masharawi.

si tratta du 22 brevi e intensi cortometraggi, girati da Aws Al-Banna, Ahmed Al-Danf, Basil Al-Maqousi, Mustafa Al-Nabih, Muhammad Alshareef, Ala Ayob, Bashar Al Balbisi, Alaa Damo, Awad Hana, Ahmad Hassunah, Mustafa Kallab, Satoum Kareem, Mahdi Karera, Rabab Khamees, Khamees Masharawi, Wissam Moussa, Tamer Najm, Abu Hasna Nidaa, Damo Nidal, Mahmoud Reema, Etimad Weshah e Islam Al Zrieai, all'interno della striscia di Gaza sotto le bombe isrealiane.

sarebbe un film da far vedere dappertutto, mostra 22 volte, in modo diverso e originale, un'umanità che non sa se l'indomani sarà in vita, ma che continua a sognare e a pensare a un futuro.

eppure, nel film, nessuno dice che buona parte dei morti israeliani del 7 ottobre del 2023 sono stati uccisi dalle armi del loro esercito (leggi qui), nessuno dice che odia gli israeliani o gli ebrei, nessuno cita il genocidio (come fa MrFish, qui), nessuno dice che Israele è una delle più brutali, crudeli tirannie sulla terra (come fa Gideon Levy, qui), i palestinesi di Gaza vogliono solo vivere in modo umano a Gaza, in Palestina.

un film da non perdere, se riuscite a trovarlo.

buona (palestinese) visione - Ismaele





Il pavido servilismo di Cannes ha deciso di non presentare questo From Ground Zero per “non suscitare polemiche”. Eppure, i film che compongono questa raccolta di cortometraggi, ciascuno della durata di tre-sei minuti, non discutono di politica né di chi abbia ragione o torto, la domanda quindi suona piuttosto allarmante, cos’è esattamente che non si deve mostrare?

Il regista palestinese Rashid Masharawi, ideatore del progetto, si trovava fuori da Gaza quando la situazione ha degenerato, lo scorso anno. Ha deciso quindi di affidare la macchina da presa a cineasti rimasti nella zona assediata, rendendoli protagonisti di un progetto corale e di estrema importanza….

C’è un senso di urgenza che attraversa tutte le opere, e uno stile essenziale che amplifica l’impatto di ogni idea, si racconta il bombardamento di Gaza e la crisi umanitaria dal punto di vista dei civili, con otto elementi che ricorrono incessantemente: droni che ronzano ossessivi, ambulanze, taniche per trasportare acqua, checkpoint, bambini, macerie, mare, esplosioni…

da qui

 

…Preme sottolineare, anche se non dovrebbe essercene bisogno, che From Ground Zero non ha nessuna sfumatura antisemita.

Raccontare quello che vive il popolo palestinese, dare loro voce, mostrare la loro quotidianità ridotta in frantumi dalla guerra non significa mancare di rispetto a nessuno…

da qui


Tra i migliori ci sono, per esempio, No Signal, sugli sforzi di un uomo che cerca di salvare il fratello sepolto sotto le macerie che ha una forza dirompente proprio per la sua dimensione claustrofobica perché girato in uno spazio di pochi metri ed A School Day, sullo studente Khaled che attraversa tende, mercati e rovine fino ad arrivare davanti alla tomba del suo insegnante morto durante la guerra. Ma di ogni frammento di From Ground Zero resta qualcosa, proprio come documento storico, politico e soprattutto umano. E può essere visto anche come un unico film soprattutto per come rimbalzano e ritornano tutti i rumori e i suoni della quotidianità su Gaza. In più, pur sommersi dalle proibitive condizioni in cui si trovano ad operare, molti registi sottolineano la vitalità del panorama culturale e artistico palestinese.

Il sogno perduto del cineasta Ahmed Assouna che ora si deve occupare di salvare la vita della sua famiglia in Sorry Cinema o il comico stand-up che porta conforto in un campo profughi in Everything is Fine sono insieme una drammatica frattura con il passato ma anche uno sguardo verso il futuro.

da qui

 

Progetto collettivo lanciato da Rashid Masharawi, regista palestinese originario di Gaza, in risposta alla guerra scoppiata dopo gli attentati del 7 ottobre 2023. Un'idea che nasce da una constatazione: è complicato riuscire a raccogliere e diffondere le parole degli abitanti di Gaza, ed è necessario tenere traccia di quello che stanno vivendo per conservarne la memoria affinché la storia dell'occupazione della Palestina non possa essere riscritta senza tenere conto del punto di vista dei civili palestinesi. Venti racconti brevissimi - tre minuti ciascuno - che illustrano lo spazio della Striscia di Gaza utilizzando ogni tecnica creativa e cinematografica.

da qui

 

 

lunedì 2 settembre 2024

Appello di centinaia di artisti contro il Festiva di Venezia: “Indignati dal silenzio sul genocidio in corso a Gaza”

  

Articolo pubblicato originariamente sul Fatto Quotidiano

“Noi sottoscritti, artisti, registi e operatori culturali, rifiutiamo la complicità con il regime israeliano di apartheid e ci opponiamo all’artwashing del genocidio di Gaza contro i palestinesi all’81° Festival del cinema di Venezia. Due film proiettati al Festival, Of Dogs and Men e Why War, sono stati creati da società di produzione israeliane che sono complici nel mascherare l’oppressione di Israele contro i palestinesi”.

È un passaggio dell’appello di solidarietà con il popolo palestinese e di critica al festival di Venezia firmato da oltre 700 tra artiste, artisti, tecnici e professionisti del cinema. Tra i sottoscrittori ci sono Laura Morante, Antonio De Matteo, Brian Eno, Enrico Parenti, Alessandra Ferrini, Niccolò Senni, Simona Cavallari, Chiara Baschetti, Paola Michelini e Davide Serino.

L’appello ricorda come “la più alta corte del mondo, la Corte Internazionale di Giustizia, ha dichiarato che Israele sta plausibilmente perpetrando un genocidio contro 2,3 milioni di palestinesi a Gaza e che il suo regime di apartheid e di occupazione militare è illegale. Il procuratore della Corte penale internazionale ha chiesto alla Corte un mandato d’arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant, con l’accusa di “sterminio” e di “aver affamato deliberatamente la popolazione civile e causato la morte di decine di migliaia di persone innocenti”.

E ancora: “La Mostra del Cinema di Venezia è rimasta in silenzio sulle atrocità di Israele contro il popolo palestinese. Questo silenzio ci indigna profondamente. Come operatori artistici e cinematografici di tutto il mondo, chiediamo misure efficaci ed etiche per chiedere a Israele dell’apartheid di rispondere dei suoi crimini e del sistema di oppressione coloniale contro i palestinesi”

I promotori della sottoscrizione ricordano come in Europa già molti artisti si siano mossi con campagne di sensibilizzazione sul tema. Tra i nomi presi ad esempio Ken Loach, Brian Eno e Roger Waters che hanno anche espresso il loro sostegno alla campagna Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) nei confronti di Israele.

da qui

martedì 23 aprile 2024

Se il genocidio è un rumore di fondo - Naomi Klein

È una tradizione degli Oscar: un discorso politico squarcia il velo della mondanità e dell’autocelebrazione. Ne scaturiscono reazioni contrastanti. Alcuni lodano l’oratore, altri lo ritengono l’usurpatore egoista di una notte di celebrazioni. Poi tutti girano pagina. Eppure sospetto che l’impatto delle parole del regista Jonathan Glazer, che il 10 marzo hanno fermato il tempo alla cerimonia di premiazione di Los Angeles, durerà molto più a lungo, e il loro significato sarà oggetto di analisi per anni.

Glazer stava ritirando il premio per il miglior film internazionale per La zona d’interesse, ispirato alla storia di Rudolf Höss, il comandante del campo di concentramento di Auschwitz. Il film segue l’idilliaca vita domestica di Höss con la moglie e i figli, che si svolge in una residenza signorile con giardino adiacente al campo di concentramento. Glazer ha descritto i suoi personaggi non come mostri, ma come “orrori non-pensanti, borghesi, ambiziosi-arrivisti”, persone capaci di trasformare il male in rumore di fondo. Prima della cerimonia del 10 marzo, La zona d’interesse era già stato acclamato da molte star del mondo del cinema. Alfonso Cuarón, il regista premio Oscar per Roma, l’ha definito “probabilmente il film più importante di questo secolo”. Steven Spielberg l’ha descritto come “il miglior film sull’Olocausto che io abbia visto dopo il mio”, riferendosi a Schindler’s list, che sbancò agli Oscar trent’anni fa.

L’impatto delle parole del regista Jonathan Glazer, che il 10 marzo hanno fermato il tempo alla cerimonia degli Oscar, durerà molto a lungo e il loro significato sarà oggetto di analisi per anni

Ma mentre il trionfo di Schindler’s list rappresentò un momento di unità per la maggioranza della comunità ebraica, La zona d’interesse capita in un momento diverso. Oggi infuria il dibattito su come debbano essere ricordate le atrocità naziste: l’Olocausto dovrebbe essere considerato solo un dramma degli ebrei, o come qualcosa di più universale? Fu una lacerazione unica della storia europea, oppure un ritorno a casa dei genocidi coloniali, insieme alle logiche e alle teorie razziali che ne erano alla base? Quel “mai più” significa mai più per tutti o mai più per gli ebrei, una promessa che rende Israele intoccabile?

Questi conflitti sull’universalismo del trauma, sull’eccezionalismo e sulla comparazione sono al centro dell’accusa di genocidio mossa dal Sudafrica a Israele presso la Corte internazionale di giustizia, e stanno lacerando le comunità ebraiche in tutto il mondo. In un minuto Glazer ha coraggiosamente preso posizione su ciascuna di queste dispute. “Tutte le nostre scelte sono state fatte per riflettere e metterci di fronte al presente, non per dire ‘guardate cos’hanno fatto allora’, ma piuttosto ‘guardate cosa facciamo adesso’”, ha detto, sbarazzandosi dell’idea che paragonare gli orrori di oggi ai crimini nazisti significhi di per sé minimizzare, e non lasciando dubbi sul fatto che fosse sua intenzione tracciare una continuità tra il passato mostruoso e il nostro mostruoso presente. Ed è andato oltre: “Siamo qui in quanto uomini che rifiutano di lasciar manipolare le proprie identità ebraiche e l’Olocausto da un’occupazione che ha trascinato nel conflitto tante persone innocenti, sia le vittime del 7 ottobre in Israele sia quelle dell’attacco in corso a Gaza”. Per il regista Israele non può passarla liscia, e non è etico usare il trauma dell’Olocausto come giustificazione o copertura per le atrocità commesse oggi dallo stato israeliano.

Altri hanno sostenuto queste argomentazioni in passato, e in tanti hanno pagato a caro prezzo, soprattutto se palestinesi, arabi o musulmani. Glazer ha sganciato la sua bomba retorica protetto da un’armatura identitaria: si è presentato alla platea come un uomo ebreo bianco e di successo – con al suo fianco altri due uomini ebrei bianchi e di successo – che, insieme, avevano fatto un film sull’Olocausto. E questo privilegio non l’ha messo al riparo dall’ondata di calunnie che hanno travisato le sue parole affermando che stava ripudiando la sua identità ebraica, un’accusa che rafforza la tesi del regista.

Altrettanto significativo è quello che è successo dopo il suo intervento. Appena Glazer ha finito il discorso – dedicando il premio ad Aleksandra Bystroń-Kołodziejczyk, una donna polacca che di nascosto portava da mangiare ai prigionieri di Auschwitz e che combatté i nazisti tra le file dell’esercito polacco – sul palco sono saliti gli attori Ryan Gosling ed Emily Blunt. Senza neppure una pausa pubblicitaria, siamo stati catapultati in una gag sul fenomeno “Barbenheimer”, con Gosling che dice a Blunt che Oppenheimer, il film sull’invenzione di un’arma di distruzione di massa in cui lei ha recitato, avrebbe sfruttato il successo di Barbie al botteghino, e Blunt che accusa Gosling di essersi dipinto degli addominali finti. All’inizio ho temuto che questo improbabile accostamento avrebbe indebolito l’intervento di Glazer: come potevano coesistere le strazianti realtà appena invocate con questa energia da ballo del liceo californiano?

Glazer ha sottolineato che il soggetto del suo film non è l’Olocausto, ma la capacità umana di convivere con le atrocità, di farci pace, di trarne un beneficio

Poi ho capito: l’artificio scintillante che ha incorniciato quel discorso aiutava in realtà a ribadire il concetto. “Il genocidio diventa il sottofondo della loro vita”: Glazer ha descritto così l’atmosfera del suo film, dove i personaggi badano ai loro problemi quotidiani – figli insonni, una madre incontentabile, l’infedeltà – all’ombra delle ciminiere che sbuffano resti umani. Queste persone non ignorano che al di là del loro giardino stia operando una macchina di morte su scala industriale. Semplicemente hanno imparato a vivere delle vite appaganti sullo sfondo di un genocidio. È questo l’aspetto del film di Glazer che appare più contemporaneo. Dopo più di cinque mesi di massacri quotidiani a Gaza, con Israele che ignora gli ordini della Corte internazionale di giustizia e i governi occidentali che lo rimproverano bonariamente continuando a inviargli armi, il genocidio sta diventando ancora una volta un rumore di fondo. Glazer ha sottolineato che il soggetto del suo film non è l’Olocausto, ma qualcosa di più duraturo e pervasivo: la capacità umana di convivere con le atrocità, di farci pace, di trarne un beneficio.

All’anteprima di maggio, prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre e prima dell’aggressione di Israele a Gaza, si poteva considerare il film come un’opera intellettuale da contemplare con distacco. Le persone che dalla platea del festival di Cannes hanno accolto La zona d’interesse con un applauso di sei minuti probabilmente si sentivano al sicuro ad accarezzare la sfida di Glazer. Forse alcuni avranno riflettuto su quanto ci siamo assuefatti alle nuove imbarcazioni cariche di persone lasciate annegare nel Mediterraneo. O forse avranno pensato ai jet privati che li avevano portati in Francia e a come le loro emissioni sono legate alla scomparsa delle fonti di sostentamento per le persone povere in luoghi lontani.

Glazer voleva che il suo film provocasse questo genere di pensieri scomodi. Però, da quando è arrivato nei cinema a dicembre, la sfida con cui il regista invitava gli spettatori a contemplare l’Höss che è dentro di noi ci ha toccato molto di più. La maggior parte degli artisti tenta d’intercettare lo spirito dei tempi, ma La zona d’interesse potrebbe aver risentito di qualcosa di raro: un eccesso di rilevanza e di attualità.

In una delle scene più memorabili del film un pacco di vestiti e biancheria femminile rubati agli internati del campo arriva in casa Höss. La moglie del comandante, Hedwig (interpretata da Sandra Hüller), stabilisce che tutte, comprese le domestiche, possono scegliere un capo. Lei tiene per sé una pelliccia, e prova perfino il rossetto che trova in una tasca. È questa intimità con i morti a essere agghiacciante. E non ho idea di come qualcuno possa guardare questa scena e non pensare ai soldati israeliani che si sono filmati mentre frugavano nella biancheria delle palestinesi a Gaza o mentre si vantavano di rubare scarpe e gioielli per le loro fidanzate o mentre si facevano selfie di gruppo con le macerie di Gaza sullo sfondo. Sono tanti questi echi che il capolavoro di Glazer sembra un documentario. È come se, girando La zona d’interesse con lo stile di un reality show, con telecamere nascoste nella casa e nel giardino (il regista ha parlato di “Grande fratello nella casa nazista”), il film avesse anticipato il primo genocidio in diretta streaming.

Tutti quelli che conosco che hanno guardato il film non sono riusciti a pensare ad altro che a Gaza. Questo non vuol dire stabilire un paragone con ­Auschwitz. Non esistono due genocidi identici. Ma il motivo stesso per cui è stato costruito l’edificio del diritto internazionale umanitario era proprio darci gli strumenti per riconoscere alcuni elementi distintivi. E alcuni di essi – il muro, il ghetto, le uccisioni di massa, l’intento di sterminio più volte dichiarato, la riduzione alla fame, il saccheggio, la disumanizzazione, e l’umiliazione – si stanno ripetendo. E allo stesso modo è così che il genocidio diventa un sottofondo, è così che quelli di noi un po’ più lontani da quei muri possono bloccare le immagini, spegnere le grida e semplicemente andare avanti. Ed ecco perché l’Academy ha rafforzato il messaggio di Glazer con quel brusco passaggio a “Barbenheimer”. L’atrocità sta di nuovo diventando un sottofondo.

Cosa possiamo fare per interrompere la normalizzazione? In tanti stanno offrendo le loro risposte con proteste, con la disobbedienza civile, inviando convogli di aiuti a Gaza o raccogliendo fondi. Ma non basta.

Guardando gli Oscar, dove Glazer è stato l’unico nella passerella di ricchi a parlare di Gaza, mi è tornato in mente che erano passate due settimane da quando Aaron Bushnell, un soldato di 25 anni dell’aviazione statunitense, si è dato fuoco davanti all’ambasciata israeliana a Washington.

Non voglio che nessun altro metta in atto quella spaventosa forma di protesta. Ma dovremmo meditare sulla dichiarazione che Bushnell ha lasciato, parole che considero un finale contemporaneo del film di Glazer: “Molti di noi si chiedono: ‘Cosa farei se vivessi durante la schiavitù? O durante l’apartheid? Cosa farei se il mio paese stesse commettendo un genocidio?’. La risposta è: lo stai facendo. Proprio in questo istante”.  fdl

Questo articolo è uscito sul numero 1555 di Internazionale, a pagina 43.

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lunedì 26 febbraio 2024

La zona d'interesse - Jonathan Glazer

il film inizia con uno schermo nero per alcuni minuti e allo stesso modo finisce.

le musiche di Mica Levi sono perfette, aggiungono angoscia e terrore in questo film d'orrore (quotidiano, sorridente, felice)

e quei rumori, spari, urla di dolore, latrati dei cani, dall'altra parte del muro sono ignorati, qualcosa di naturale, come un tuono in lontananza.

il film è a tratti insostenibile, toglie il respiro, stai male.

il film è straordinario, il non detto, il non visto si fa sentire, si fa vedere, questo è un film che sta negli occhi di chi guarda.

una critica che posso fare, Jonathan Glazer mi perdonerà, quei pochi istanti nel museo del campo, oggi, sono didascalici, sono forse un di più, tutti abbiamo già capito tutto.

e quelle buste piene di vestiti che arrivano dal campo, che cosa terribile, e quelle minacce di morte della padrona di casa a una povera serva ebrea, come se nulla fosse*.

il film riesce a mostrare, a trasmettere non solo la banalità del male, ma anche il Male vero e proprio.

un film da non perdere, anche se farà soffrire.

buona (al di qua del muro) visione - Ismaele



Malcolm X (qui) parlava del negro da cortile e del negro da campo, nel film ci sono gli ebrei da cortile (e da casa) e gli ebrei da campo (di concentramento), niente di nuovo sotto il sole.


ps: il muro, come non pensare al muro costruito dagli israeliani, di là il genocidio, lo sterminio, le distruzioni, la colonizzazione della terra e del popolo palestinese, al qua l'ordinata vita degli israeliani, allegra, ordinata, senza proccupazioni, se non quella di opprimere nel modo più inumano e burocratico il popolo palestinese, tutti e ciascuno, al di qua del muro a comandare c'erano i nazisti, adesso i sionisti.

e come allora le nazioni democratiche sanno cosa accade al di là del muro, lasciano fare e appoggiano ("si costerna, s'indigna, s'impegna

poi getta la spugna con gran dignità", direbbeFabrizio De André), poi, forse, faranno un museo.

come dice Malcolm X (qui) "la democrazia è ipocrisia"


  

 

La zona d’interesse è un’opera che sposta gli equilibri, che si giova di quanto il cinema – e non solo – ha detto/documentato sull’Olocausto (con le vette rappresentate da Schindler’s list e Il pianista, scostamenti di campo come Il bambino con il pigiama a righe) per fare un paio di passi in più che gli spalancano praterie da (far) solcare. Levigato in superficie e perturbante nelle viscere, estremo e rigoroso, con poche parole e fatti, ma più che sufficienti per togliere/sgretolare certezze, con una produzione di effetti collaterali situate ai massimi storici.

Tra stati d’animo imperturbabili e la tragedia che si consuma alle loro spalle, ordini da eseguire e obiettivi da centrare, immagini pubbliche e private (con quello scarto che si fa solitamente fatica a decriptare/accettare), assunti e controcampi, angosce e alienazioni, con stimolazioni sensoriali che non conoscono confini (dinamiche riprese con camera termica, un paio di oscuramenti visivi, uno squarcio che conduce in un’area museale rimandando all’imprescindibile conservazione della memoria) e un indotto tanto sterminato (nei fatti) quanto variabile (a seconda della singola sensibilità e alla volontà di guardarsi dentro).

Lucido e annichilente.

da qui

 

Oltre il giardino c’era Auschwitz.

Di qua aiuole fiorite, piscina, serra di piante tropicali, stalla per il cavallo di razza a cui il padrone parla con affetto,

Il buio oltre la siepe, di là.

Glazer sceglie il buio: all’inizio il titolo sfuma in lentissima dissolvenza, segue schermo nero per lunghi secondi, quindi un cinguettìo rompe l’angoscia.

Stessa cosa alla fine, schermo nero e il rumore assordante, cupo, dei suoni di cui Tarn

Willers e Johnnie Burn disseminano il film, un mix che solo il paesaggio sonoro dell’Inferno di Dante può eguagliare.

Immersa nel nero la villa di Rudolf Höss (Christian Friedel), grigia costruzione severa anni quaranta, ampia metratura e confort ideali per una vita agiata in cui crescere i figli secondo i dettami della mistica nazista e della devozione alla patria,..

da qui

 

La zona d’interesse utilizza la suggestione e il suono – ciò che il regista definisce «male ambientale» – per evocare come gli esseri umani possano considerare l’uccisione metodica di altri esseri umani come un rumore di fondo nelle loro vite piuttosto che una tragedia profonda. Mentre le pittoresche scene domestiche si svolgono in giardini soleggiati e in sale da pranzo splendidamente progettate, il suono dei cani che abbaiano, degli spari e delle urla si intreccia con la colonna sonora. L’autore ha anche deciso di far iniziare il film con una lunga sequenza di schermo nero, accompagnata solo dalla colonna sonora atonale di Mica Levi. «Volevo che gli spettatori si rendessero conto di essere come sommersi», spiega Glazer, riferendosi al vuoto che accoglie gli spettatori prima di passare alla famiglia Höss che fa un picnic in riva al lago. «Era un modo per sintonizzare le orecchie prima di sintonizzare gli occhi su ciò che si sta per vedere. C’è il film che si vede, e c’è il film che si sente»…

da qui

 

 

mercoledì 20 dicembre 2023

La coraggiosa presa di posizione di Gabriele Muccino su Gaza - Agata Iacono



Tra tantissimi, troppi, artisti, registi, intellettuali muti dinanzi alla strage del popolo palestinese, pochi esempi di persone libere meritano di essere evidenziati.

Roger Waters ha subito e continua a subire la censura e il boicottaggio  dei suoi spettacoli,  l'attrice e produttrice Susan Sarandon si è vista cancellare contratti ed è stata isolata come un'appestata.

Solo per aver mostrato pubblicamente solidarietà a Gaza...


Già, rischi di non lavorare più.


L'artista deve riflettere e amplificare il pensiero unico e la narrazione dominante, deve essere il testimonial dei suoi mecenati...


Oggi non è concepibile che un Dante collochi  il papa ancora vivo all'inferno, un Michelangelo che raffigura il Papa nella Cappella Sistina...

Altrimenti se ne può fare a meno, guai ad introdurre dubbi e capacità di analisi, c'è sempre l'intelligenza artificiale che può sostituire un artista...

 

È per questo che "stupisce", ahimè, come un caso raro e degno di essere citato, il post Istagram di Muccino.

"Se vuoi sapere, davvero conoscere cosa sta succedendo in Israele e Palestina, aggira facilmente i media e troverai decine di testimonianze di ex militari israeliani, professori israeliani, sopravvissuti all’Olocausto che sono stati espulsi dalle loro professioni in cui erano eccellenze per aver raccontato la propria storia ed aver detto a voce alta, il contrario di quello che lo Stato “democratico” di Israele permette ai propri cittadini di esprimere. L’ignoranza e la distrazione sono i più antichi strumenti di propaganda. Ma nonostante i tentativi di nascondere la verità, se la vuoi cercare, la trovi. Trovi tutto semplicemente navigando su internet. Altrimenti continua pure nel tuo sonnambulismo. Su Gaza sono state sganciate l’equivalente del potere distruttivo delle due bombe nucleari di Hiroshima e Nagasaki. Lo sapevi? Cercalo e lo troverai"…

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giovedì 14 maggio 2015

Red Carpet a Gaza



Un tappeto rosso disteso sulle macerie lasciate dall'ultima guerra combattuta la scorsa estate a Gaza. In questo red carpet non sfilano le star internazionali del festival di Cannes ma curiosi, persone comuni, cineasti e filmaker indipendenti che hanno presentato i loro lavori. Il 12 maggio scorso si è aperto a Gaza il "Karama-Gaza Human Rights Film Festival", manifestazione cinematografica dedicata a corti, lungometraggi e documentari focalizzati sui diritti umani in Palestina e nel resto del mondo che proietterà i film in concorso in un cinema all'aperto, ovvero fra le case distrutte durante l'ultima guerra. Il drone che ha ripreso la messa in posa del tappeto rosso sulle case distrutte nel sobborgo di Sheja’eya, nella zona orientale di Gaza, ha così dato ufficilamente inizio al festival iniziato in contemporanea con la kermesse gemella del Karama Festival for Human Rights Films tenuto ad Amman, in Giordania