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sabato 16 aprile 2022

Oscar di cartone

 

Debole, triste, misera. La notte degli Oscar peggiore di sempre – Alberto Crespi

 

Abbiamo trascorso anni gloriosi, all’«Unità», commentando le varie edizioni dell’Oscar. Una volta il commento culturale-politico spettava al nostro glorioso critico, Ugo Casiraghi. Sì, culturale e politico. Perché gli Oscar hanno premiato grandi film e hanno rispecchiato tendenze, mode e momenti sociali importanti: basti pensare alle vittorie di “Platoon”, di “Balla coi lupi”, di “Schindler’s List”. Insomma, per anni è stato interessante commentare gli Oscar. Da un po’ di tempo, lo è molto meno. E quest’anno si è toccato il fondo.

Andiamo per punti

·         Punto 1. È difficile decidere chi, fra Chris Rock e Will Smith, sia stato più buzzurro, volgare e inopportuno. La cosa certa è che mai la cerimonia aveva raggiunto simili livelli di squallore.

·         Punto 2. Il film che ha vinto, remake di un discreto film francese, è fra i vincitori più deboli e insignificanti di sempre. Ma si aggiunge degnamente a una lista di vincitori modestissimi: dal 2011 in poi hanno vinto “Il discorso del re” (2011), “The artist” (2012), “Argo” (2013), “12 anni schiavo” (2014), “Birdman” (2015), “Il caso Spotlight” (2016), “Moonlight” (2017), “La forma dell’acqua” (2018), “Green Book” (2019), “Parasite” (2020) e “Nomadland” (2021). A parte “Argo”, divertente, e il per altro sopravvalutatissimo “Parasite”, una parata di mediocrità sconcertante. L’ultimo film notevole ad aver vinto è “The Hurt Locker” nel 2010. E non sono mancati, in questo decennio, film assai più meritevoli.

·         Punto 3. Siamo tutti contenti per Jane Campion, terza donna (dopo Kathryn Bigelow e Chloe Zhao) a vincere fra i registi, ma speriamo si possa dire che “Il potere del cane” non è il suo film migliore.

·         Punto 4. Siamo contenti (forse non tutti) per l’Oscar ad Ariana DeBose, straordinaria Anita in “West Side Story”, ma il vedere sottolineato dovunque che ha vinto perché portoricana e gay militante fa una tristezza sconfinata.

Drive my car, il film migliore

Potremmo andare avanti. Lasciateci invece dire che il film più bello, fra i candidati, era il giapponese “Drive My Car”. Dispiace per Sorrentino, e dispiace anche per il cartoon danese “Flee” e per il delizioso norvegese “La persona peggiore del mondo” (quest’anno la cinquina dei film stranieri era di altissimo livello).

Ma “Drive My Car” è uno dei grandi film del 2022, nonché di questo inizio di millennio. Una poderosa riflessione sul rapporto fra arte e vita, grazie a una messinscena teatrale di “Zio Vanja” che si insinua in maniera inarrestabile nella dolorosa vita dei protagonisti. Parte lento, “Drive My Car”, ma nell’ultima ora (su tre) vola veramente nello spazio e fa venir voglia di rileggere Cechov, uno degli autori che più ci potrebbero aiutare per superare indenni – almeno psicologicamente – i tempi perigliosi che stiamo vivendo.

E non è un caso che il film si svolga in buona parte a Hiroshima, la città dove il Giappone – ma, diremmo, l’umanità tutta – deve rielaborare il lutto di un’inenarrabile violenza.

da qui

 

 

“Drive my car”, un grande film che doveva vincere l’Oscar – Michele Emmer


Non sono stato spesso d’accordo con Crespi sul cinema. Ma questa volta devo dire che condivido pienamente quanto ha scritto su strisciarossa (leggi qui). Sono d’accordissimo sulla valutazione che “il film CODA che ha vinto, remake di un discreto film francese, (migliore ovviamente, aggiungerei io) è fra i vincitori più deboli e insignificanti di sempre.”

CODA, una sceneggiatura sublime

Aggiungerei che l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale (sempre a CODA) è sublime. Che non sia originale è ovvio, copia (si dice in modo più raffinato che è il remake di un altro film, a parte il mestiere dei protagonisti che sono pescatori). E’ originale per il linguaggio “diverso” (dal film francese) che usa un altro linguaggio dei segni? Con una grande eccezione: il premio Oscar a Troy Kotsur come attore non protagonista è veramente meritato. Perché è un grande attore senza aggettivi e spero proprio che gli sia stato assegnato “nonostante” il fatto che fosse sordomuto. Direi che il film decolla solo quanto c’è lui presente. E purtroppo non è sempre presente.

Altri candidati erano il film Il potere del cane della Campion, prima donna candidata (si spera che accada così spesso da non doverlo più ricordare che si tratta di una donna, per qualsiasi categoria di premio Oscar) per la seconda volta alla regia e poi Kenneth Branagh (Belfast), Ryusuke Hamaguchi (Drive my car), Spielberg (West side story) e Paul Thomas Anderson (Licorice pizza).

Voglio anche sottoscrivere le affermazioni di Crespi a proposito di CODA: “Si aggiunge degnamente a una lista di vincitori modestissimi: dal 2011 in poi hanno vinto Il discorso del re (2011), The artist (2012), Argo (2013), 12 anni schiavo (2014), Birdman (2015), Il caso Spotlight (2016), Moonlight (2017), La forma dell’acqua (2018), Green Book (2019), Parasite (2020) e Nomadland (2021).”
E’ vero, c’è stata molta enfasi su Birdman e Parasite ma salverei The Artist, oltre a concordare con il giudizio su Argo.

 

Drive my car, un grande film fantastico

La cosa surreale è che tra i candidati c’era il film Drive my Car di Ryusuke Hamaguchi. Forse bisognerebbe evidenziare il fatto che il film che ha vinto era in diretta competizione con questo che ha vinto l’Oscar come miglior film straniero ma non come film senza aggettivi. Scrive Crespi: “Lasciateci invece dire che il film più bello, fra i candidati, (parla dei candidati per film stranieri) era il giapponese Drive My Car. Dispiace per Sorrentino e per il delizioso norvegese La persona peggiore del mondo (quest’anno la cinquina dei film stranieri era di altissimo livello).”

Sono totalmente d’accordo, anche sul film norvegese. Un film che parte alla lontana, va avanti poco a poco, e ci fa arrivare alla consapevolezza tramite gli occhi della straordinaria protagonista. Ci conduce alla consapevolezza della tragicità della vita, che va sempre vissuta ed affrontata.
Drive my car è un film fantastico, costruito su un testo teatrale che dovrebbe essere parte della educazione di qualsiasi persona in ogni parte del mondo, in tutte le lingue conosciute. Con un attore straordinario, una messa a fuoco, una costruzione, un avanzare a piccoli passi su quella macchina rossa, una Saab svedese che non si produce più da anni. Una macchina non giapponese che nel film diventa il luogo dell’incontro, del dialogo, della vita. E certamente non a caso ambientato ad Hiroshima e chiunque abbia visitato il memoriale e visto quello scheletro di edificio rimasto in piedi dove cadde la bomba, resta raggelato, toccato, cambiato per sempre. Non volendo riprendere le cose agghiaccianti che si sono udite di questi tempi. E Hiroshima è nel film solo una scritta su un muro. Non ha bisogno di effetti il film, sono le voci e i volti, le parole, i commenti. E la macchina rossa, non a caso rossa, la vita.

Ha ragione Crespi a scrivere che Drive My Car è uno dei grandi film del 2022, nonché di questo inizio di millennio. Una poderosa riflessione sul rapporto fra arte e vita, grazie a una messinscena teatrale di “Zio Vanja” che si insinua in maniera inarrestabile nella dolorosa vita dei protagonisti. Parte lento, Drive My Car, ma nell’ultima ora (su tre) vola veramente nello spazio e fa venir voglia di rileggere Cechov, uno degli autori che più ci potrebbero aiutare per superare indenni – almeno psicologicamente – i tempi perigliosi che stiamo vivendo.”

E’ anche un film profondamente giapponese. Che ci fa cogliere una vicinanza, grazie a Cechov, con una cultura molte volte inafferrabile, non comprensibile fino in fondo. Un film che però è difficile immaginare non girato in giapponese. Bisogna ascoltarlo in lingua originale (con i sottotitoli, almeno per me), sentire i suoni, i silenzi, le parole sussurrate, quelle dette, quelle lasciate in sospeso, nel teatro, nella vita, nella macchina rossa, la vita. Quest’anno la cinquina dei film stranieri era effettivamente di altissimo livello.

Viene il sospetto che assegnando al film giapponese l’Oscar per il miglior film straniero i giurati abbiano tolto di mezzo un concorrente autorevole anche per il premio del miglior film tout court. Peraltro bisogna ricordare che al non paragonabile Parasite nel 2020 erano stati assegnati sia il premio Oscar come miglior film che come miglior film straniero. Se lo avessero preso in considerazione come miglior film avrebbe dovuto vincere.
Come film d’animazione avevo puntato su Luca, con i suoi rimandi al cinema, alla Vespa nel cinema. Certo, sono forse anche stato influenzato dal fatto che nel film che rese divina la Vespa, Vacanze Romane tutte le scene in Vespa per Roma sono state girate da mio padre Luciano Emmer.

da qui

venerdì 14 febbraio 2020

ricordo di Kirk Douglas


Quando Kirk Douglas-Spartacus pretese la riabilitazione del comunista Trumbo - Alberto Crespi

“Amore: la prossima volta che ti dico di voler girare un kolossal in costume, per favore, mi spari?”. Era finita la grande avventura di Spartacus, e Kirk Douglas era talmente esausto che chiese questo favore a sua moglie Anne. Lei rispose: “Se ne fai un altro me ne vado”. E lui: “Se te ne vai vengo con te”. Era il 1960. Sessant’anni fa. Kirk Douglas non ha più fatto kolossal e Anne è rimasta sempre con lui. Per la cronaca, lei è ancora viva: il 23 aprile compirà 101 anni. Che coppia! Lui, invece, se n’è andato a 103 anni compiuti: era nato il 9 dicembre 1916.

Un uomo con un coraggio da leone
Kirk Douglas è stato un grande di Hollywood. E non solo perché era un grande attore, più di presenza e di spavalderia che di tecnica; ma perché è stato per anni un produttore intelligente, uno dei primi divi della vecchia Hollywood a prendere in mano la propria carriera e a produrre i propri film al di fuori delle majors (alle quali poi si affidava per la distribuzione: Spartacus, ad esempio, era un film Universal). E come produttore, aveva un coraggio da leone. Spartacus fu un’avventura incredibile non solo da un punto di vista finanziario e logistico, ma anche da quello politico.
È una storia che lo stesso Douglas ha magnificamente raccontato in un libro bellissimo, Io sono Spartaco!, pubblicato in Italia dal Saggiatore nel 2013. Una storia che ha vari protagonisti, uno dei quali si chiama nientemeno che Stanley Kubrick – ma non è il protagonista principale! La vera storia dietro Spartacus è quella di Dalton Trumbo, lo sceneggiatore comunista che da anni era sulla lista nera del maccartismo e firmava sceneggiature (quando gliele chiedevano) sotto falso nome. Trumbo era uno dei “10 di Hollywood”, i dieci sceneggiatori e registi che rifiutarono di testimoniare davanti alla commissione McCarthy e furono arrestati e messi al bando dall’industria. Uno di loro, Edward Dmytryk, se la cavò denunciando alcuni compagni e passò il resto della sua vita a espiare raccontando nei suoi film storie di amicizie tradite e di amori tormentati (Dmytryk, diciamolo una volta per sempre, era un fior di regista). Altri emigrarono in Europa. Altri ancora, come Trumbo, continuarono a lavorare senza apparire, o firmando con nomi falsi. La cosa incredibile è che Trumbo vinse due Oscar mentre era “persona non grata”: uno per Vacanze romane, assegnato a Ian McLellan Hunter che si era prestato a fargli da “front”, da prestanome; l’altro per La più grande corrida (film francamente non indimenticabile) con lo pseudonimo ironico di Robert Rich (“rich” significa “ricco”).

La parabola del gladiatore schiavo
Quando Douglas decide di fare Spartacus, e di farlo scrivere a Trumbo costi quel che costi, sa di andare incontro a un mare di guai. Tanto per cominciare, è comunista anche l’autore del romanzo al quale ci si ispira, Howard Fast; e poi è profondamente “comunista” anche la storia, quella del gladiatore schiavo che si ribella all’impero romano, sfida gli eserciti di Crasso e finisce crocifisso sulla via Appia con tutti i suoi compagni. Talmente comunista che dal 1928, in Urss e poi nei paesi del Patto di Varsavia, si svolgono le Spartachiadi, la risposta bolscevica alle Olimpiadi; e la squadra di calcio più amata e famosa di Mosca si chiama Spartak. Ma Douglas è un attore di enorme successo, e va avanti come un treno: mette insieme un cast pazzesco, con i romani interpretati da attori britannici (Laurence Olivier, Peter Ustinov, Charles Laughton) e gli schiavi da americani di varia etnìa (l’ebreo Tony Curtis, l’afroamericano Woody Strode… e naturalmente l’ebreo bielorusso Kirk Douglas!). Inventa per Spartaco una storia d’amore, nel nome del box-office, e chiama la bellissima inglese Jean Simmons a interpretare la schiava Varinia. E alla regia convoca un veterano, Anthony Mann, autore di alcuni tra i più bei western degli anni ’50.
Dopo poche settimane di lavorazione, Douglas capisce che Mann non funziona. Girando le scene della scuola dei gladiatori dà troppo spago a Peter Ustinov, che si riscrive le battute e tenta di dirigere il film in prima persona. Il veterano viene gentilmente cacciato e Douglas si ricorda di un regista poco più che trentenne, con il quale ha lavorato tre anni prima per un filmetto sulla prima guerra mondiale intitolato Orizzonti di gloria. Avevano litigato non poco, ma il film era venuto fuori bene, un capolavoro. Nel libro suddetto, Douglas racconta di aver raggiunto Kubrick al telefono mentre gioca a poker, offrendogli 150.000 dollari per subentrare a Mann nel giro di 24 ore. “Avevo due certezze. Primo, a soli trent’anni Stanley aveva il talento e la fiducia in se stesso indispensabile per portare avanti un’impresa così ambiziosa. Secondo, a volte la sua sicurezza rasentava l’arroganza. Il che poteva esserci sia d’aiuto che di ostacolo, lavorando con attori come Olivier, Laughton e Ustinov, personaggi di prim’ordine ma talvolta difficili da tenere a bada”.

Lo scontro sul set con Stanley Kubrick
La più famosa litigata sul set fra Douglas e Kubrick riguarda proprio la scena che dà il titolo al libro: quella in cui gli schiavi, sconfitti dai romani, vengono arringati da Crasso. Avranno salva la vita se indicheranno chi di loro è Spartaco, altrimenti verranno tutti crocifissi. E tutti, uno dopo l’altro, si alzano a dire “Io sono Spartaco!”. È una scena fortissima, un’incredibile metafora dell’uguaglianza e… sì, del comunismo: e Kubrick non vuole girarla. La trova stupida! Douglas lo affronta sul set, rimanendo a cavallo, sovrastandolo e apostrofandolo “Ehi, Eisenstein!”. La vince lui. Kubrick gira la scena, che diventerà la più famosa del film. Nel frattempo quasi tutti, sul set e in produzione, sono convinti che la sceneggiatura che stanno girando sia firmata da “Sam Jackson”. Ma Douglas si è stufato della finzione, e a film finito decide di forzare la mano. In un drammatico e buffo showdown con Trumbo, decide di “uccidere” Sam Jackson e di resuscitare Dalton Trumbo. Alla fine tutta Hollywood accetta, chi con gioia, chi obtorto collo, che la lista nera sia finita.
Kirk Douglas non è stato solo un grande attore e un produttore coraggioso. È stato anche un bravo scrittore. Ha pubblicato libri di poesie, una notevole autobiografia, e il libro suddetto: scritti da lui, niente ghost writers. Ha lavorato anche in Italia, nell’Ulisse di Camerini, voluto da De Laurentiis (Silvana Mangano, in quel film, interpreta sia Penelope sia la maga Circe: scelta intrigante). Ha girato decine di film, è stato tre volte candidato all’Oscar senza vincerlo (l’ha vinto suo figlio, Michael, che lo adorava). Ha avuto una vita lunga e splendida: non bisogna essere tristi per lui. E uno dei modi migliori di ricordarlo è rivedere Spartacus e leggere lo splendido libro di cui vi abbiamo parlato.


“Come attore è facile fare l’eroe; lottiamo contro i cattivi e ci battiamo per la giustizia. Nella vita reale le scelte non sono sempre così semplici. Le liste nere di Hollywood, che sono state ricreate in maniera potente nel film “L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo”,  fanno parte di un’epoca che ricordo molto bene. Le scelte erano difficili, le conseguenze dolorose e molto reali. Nel periodo delle liste nere ho avuto amici che sono stati costretti ad esiliare, perché nessuno li faceva lavorare; attori che si sono suicidati dalla disperazione. Lee Grant, mia giovane co-protagonista nel film “Detective Story” (1951), non ha potuto lavorare per quasi dodici anni, dopo essersi rifiutata di testimoniare contro il marito di fronte al Comitato per le Attività Antiamericane.

Fui minacciato di essere additato come comunista e rovinare così la mia carriera, se avessi fatto lavorare  in “Spartacus”, il mio amico Dalton Trumbo, sceneggiatore proscritto nelle liste nere. Ci sono momenti in cui bisogna lottare per i proprio principi. Sono davvero orgoglioso dei miei colleghi attori che usano la loro influenza pubblica per lottare contro le ingiustizie. A 98 anni ho imparato una lezione dalla storia: spesso si ripete. Spero che “L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo”, importante pellicola, ricordi a tutti noi che le liste nere sono state un periodo terribile per la nostra nazione, ma che possiamo trarne insegnamento in modo che fatti del genere non si ripetano mai più”.

venerdì 10 maggio 2013

Sergio Leone

Sul Mucchio n. 706, maggio 2013, Alberto Crespi parla, per un’intera pagina, di una canzone di Jackson Browne, del 2002, intitolata “Sergio Leone”.

ecco il testo:

He came 'round here with his camera and some of his American friends
Where the money is immortal and the killing never ends
He set out from Cinecittà through the ruined streets of Rome
To shoot in Almeria and bring the bodies home

He said 
I'll be rich or I'll be dead
I've got it all here in my head

He could see the killers' faces and he heard the song they sang
Where he waited in the darkness with the Viale Glorioso gang
He could see the blood approaching and he knew what he would be
Since the days when he was first assisting The Force of Destiny

He worked for Walsh and Wyler with the chariot and sword
When he rode out in the desert he was quoting Hawks and Ford
He came to see the masters and he left with what he saw
What he stole from Kurosawa he bequeathed to Peckinpah

From the Via Tuscolana to the view from Miller Drive
He shot the eyes of bad men and kept their deaths alive
With the darkness and the anguish of a Goya or Van Cleef
He rescued truth from beauty and meaning from belief

qui la versione italiana che sta sul Mucchio:

È venuto da queste parti con la sua macchina da presa e i suoi amici americani
Dove il denaro è immortale e le stragi sono infinite
È uscito da Cinecittà nelle strade sconnesse di Roma
Per girare in Almeria e riportare a casa i cadaveri

Disse:
“Sarò ricco o sarò morto,
ho tutto qui nella mia testa”

Riusciva a vedere le facce degli assassini e ad ascoltare le loro canzoni
Là dove aspettava nel buio con la gang di Viale Glorioso
Vedeva arrivare il sangue e sapeva cosa sarebbe diventato
Fin dai giorni in cui era il primo assistente per “La forza del destino”

Lavorò per Walsh e Wyler con i carri e con le spade
Quando si avventurò nel deserto stava citando Hawks e Ford
Venne a vedere i maestri e fece tesoro di ciò che aveva visto
Quel che rubò a Kurosawa lo lasciò in eredità a Peckinpah

Dalla via Tuscolana ai panorami di Miller Drive
Inquadrò gli occhi dei cattivi e rese vive le loro morti
Con l’oscurità e il tormento di un Goya o di un Van Cleef
Ha salvato la verità dalla bellezza e il senso dalla fede.