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venerdì 31 maggio 2024

CON I SUOI FILM VISIONARI E FATALISTI, WERNER HERZOG HA DATO VOCE ALLA POTENZA DEL DESIDERIO - Lucia Brandoli

 


Da adolescente mi chiedevo spesso quando avrei iniziato a rileggere i libri, quel momento mi spaventava e mi sembrava avere il sapore dell’inizio della morte. Non esagero. Non sapevo che il tempo sarebbe passato e corso sempre più velocemente, dandomi via via l’impressione di dimezzare il suo valore e l’intenzione di impedire che ciò accadesse cercando in tutti i modi di rifugiarmi nell’intensità. Ora che ho iniziato a “rileggere” mi rendo conto di una cosa che non avrei mai immaginato: dell’essere arrivata in quella fase della vita in cui ci si inizia ad accorgere dove sono nati i propri pensieri e le proprie convinzioni, le parole che ci identificano, ciò che si è. Al tempo stesso, avendo a mia volta scritto sempre di più, rintraccio sempre più spesso alcune parole e immagini che sembrano innestarsi nella psiche di alcuni individui, riproponendosi lungo i secoli e le epoche, fino a popolarci e affiorarci alle labbra, venirci in mente, vessillo di un’esperienza condivisa. Quando leggo o ascolto pensieri che riconosco mi sento al sicuro e questa cosa succede sempre con le opere del regista tedesco Werner Herzog.

Ho sentito nominare per la prima volta Werner Herzog da molto giovane, perché i primi appuntamenti dei miei genitori avevano avuto luogo proprio in un cinema che faceva rassegne d’essai, davanti ai suoi film. Segnali di vitaAguirre, furore di DioL’enigma di Kaspar HouserNosferatuWoyzeck (ispirato alla grande opera del drammaturgo tedesco Georg Büchner, ripresa anche dal compositore austriaco Alban Berg), FitzcarraldoDove sognano le formiche verdi e così via. Il cinema era vecchio, ed essendo nato in un edificio a ridosso della ferrovia aveva due colonne in mezzo alla sala, che divennero l’incubo di mia madre e che pure sembrano simboleggiare lo sforzo che Herzog ha sempre chiesto a se stesso e ai suoi spettatori. Nei suoi film l’avventura si trasforma in stasi, il desiderio in follia. La terra, silenziosa, appare in tutta la sua severa enormità. Così la bellezza è il sogno effimero e più tenace a cui aggrapparsi. Un coro in cima a un battello scalcagnato, l’opera lirica, un sigaro e un panama bianco: l’inutile, dopo aver attraversato l’inferno. “Chi sogna può smuovere le montagne” si sente dire spesso e si sente in Fitzcarraldo, una delle sue opere più ambiziose e al tempo stesso scevra da qualsiasi visione positivista. La forza di smuovere le montagne, la forza del desiderio, infatti, sembra nascere dalla disperazione e non dall’ambizione – e per fortuna, perché altrimenti Herzog non sarebbe un grande regista ma un videomaker di spot inspirational aziendali.

 

Vediamo così un Klaus Kinski – attore simbolo del cinema di Herzog – sudato e stralunato che grida dal campanile di Iquitos, un minuscolo villaggio amazzonico lontano da qualsiasi cosa, tra fine Ottocento e inizio Novecento, come un bambino disperato e capriccioso: “I want my Opera House!” (“Voglio il mio teatro di opera lirica!”). E pur di averla decide di dedicarsi alla raccolta del caucciù, in modo da finanziare il progetto, lasciando in sospeso imprese imprenditoriali apparentemente più utili e urgenti, come la ferrovia. Viene così a conoscenza di una zona libera ricchissima di alberi di Havea Brasiliensis nel corso superiore del fiume Ucayali, molto pericolosa però a causa della confluenza con il Rio delle Amazzoni e le brutali rapide del Pongo das Mortes. Fitz decide lo stesso di tentare l’impresa e gli viene l’idea di raggiungere la zona passando per il Pachitea, e trascinando il suo battello oltre il poggio che divide i due fiumi. Appena la nave giunge sul Pachitea, però, tra i marinai serpeggia il malcontento, perché è abitato da sanguinari indios Hivaros. Così l’equipaggio impaurito abbandona la nave, lasciando soli Fitz, il capitano, il macchinista e il cuoco alcolizzato. Quando i quattro, ormai allo stremo, decidono di arrendersi e di tornare indietro, arrivano gli indios, ma Fitz li induce a credere di essere il loro Dio (per via del grammofono e della voce di Caruso) e li convince ad aiutarlo a trasportare la nave. Riescono così – anche sacrificando vite umane – a portare la nave oltre il monte e poi sull’altro fiume. Gli indios, però, dopo una notte di festa sciolgono gli ormeggi lanciando la nave nelle rapide, ma miracolosamente riesce a superarle. Tornato a Iquitos Fitzcarraldo rivende il battello, dichiarando il progetto fallito, ma con il ricavato ingaggia un’orchestra e organizza un grande concerto sulla foce del fiume. La storia di Fitzcarraldo, che per essere realizzata necessitò di molti anni di lavoro, riverberò profondamente nella vita di Herzog, che più e più volte fu invitato a riconsiderare l’impresa cinematografica. Ma il regista, coerente e ostinato fino all’ultimo, risposte: “Se io abbandonassi questo progetto sarei un uomo senza sogni, e non voglio vivere in quel modo. Vivo o muoio con questo progetto”. Il resto è storia.

 

Herzog, tra i fondatori del nuovo cinema tedesco, sembra tramandare la voce di Joseph Conrad de La sottile linea d’ombra, di Lord Jim e del Compagno segreto, dell’Hermann Melville di Benito Cereno e Billy Bud, del Jack London del Martin Eden. La follia si mescola al potere, come una sorta di febbre che porta a spingersi oltre, dismettendo l’umano, verso non si sa cosa. Le sue storie fin dall’inizio si ispirano a fatti reali eppure poi li piegano alla narrazione, a riprova che qualsiasi racconto non potrà mai essere del tutto reale. Eppure trasporta in sé una verità.

Nei film di Herzog, i sogni degli uomini sono sproporzionati rispetto ai loro mezzi, quasi ridicoli nel loro essere tenaci e pervasivi. Sono commoventi deliri. Chi è in grado di vedere, come da migliore tradizione, viene allontanato e punito. Chi ha il coraggio di mettere in guardia è un porta iella. I suoi personaggi sono veggenti, e come tali sembrano folli, emarginati, figli della divinità caduta. Le sue storie, prima di passare ai documentari, sono tratte da personaggi realmente esistiti e trasformati in materiale narrativo. Come nel caso emblematico dell’Enigma di Kaspar Hauser, anche questo ispirato a una storia vera. Kaspar Hauser – interpretato dall’eclettico Bruno Schleinstein – è un ragazzo che viene trovato nella piazza della città di N (Norimberga), con una lettera in mano. Non sa parlare, ripete solo un’unica frase a memoria ed è in grado di scrivere solo il suo nome. Essendo stato rinchiuso in una cella sin dalla nascita, non ha mai visto un essere umano in vita sua e fatica a muoversi e a camminare, incarna insomma non solo la figura dello smemorato (come poteva essere il famoso personaggio di Collegno ripreso da Leonardo Sciascia), ma anche quella del “buon selvaggio” (tema esplorato tra gli altri anche da François Truffaut ne Il ragazzo selvaggio).

 

Kaspar impara piano piano a conoscere un mondo che gli è completamente estraneo, tra chi lo considera un impostore e chi invece lo accoglie e lo aiuta senza farsi problemi, ha una ricca immaginazione artistica, ma agli altri appare impossibile da comprendere: suona il pianoforte seguendo una tecnica tutta sua, inventa storie affermando di “conoscerne solo l’inizio”. Educarlo è difficile: rifiuta l’esistenza di Dio e ha una concezione delle cose ingenua e innocente. Passati cinque anni dal suo ritrovamento il giovane Kaspar, provato dagli svariati tentativi di educarlo, dopo un’aggressione da parte di uno sconosciuto – probabilmente la stessa persona che lo aveva tenuto prigioniero per tanto tempo – viene ferito a morte da una coltellata al petto.

 

Herzog sembra dirci che ciò che per gli altri è irrazionale, non corrisponde all’utile o viene considerato folle, è in realtà essenziale; e se in alcuni casi la follia è fondamentale per sopravvivere è anche vero che si muove su un confine al limite del concesso da cui è facile scivolare nella violenza. È il caso del soldato Franz Woyzeck, costretto a mangiare solo piselli fino al crollo schizoide. Anche qui Herzog, con la faccia delirante di Kinski, sembra ricordarci che senza la bellezza e il piacere l’uomo è destinato a crollare, a soccombere alle forze più oscure che si muovono in lui. Il dramma mostra il soldato che cerca in tutti i modi di sostenere la sua amante Marie e suo figlio. Per guadagnare qualche soldo in più diventa così cavia di un dottore per alcuni esperimenti. Il crescente sospetto che Woyzeck nutre nei confronti di Marie, già alimentato dalla fatica e dalla vita tremenda che è costretto a sostenere, viene attizzato da un nemico, finché non sorprende Marie e il suo rivale a un ballo in una taverna. Il mondo di Woyzeck crolla, in preda al delirio attacca l’ufficiale, ma alla fine la voce che sente nelle sue allucinazioni sempre più frequenti gli dice di uccidere la donna. In lui la tensione psicotica al misticismo, a causa delle condizioni in cui vive, si trasforma in cieca forza distruttrice, punizione. Ancora una volta l’uomo si arroga il diritto di essere dio, ma diventa un dio vendicativo.

 

Di Herzog mi piace la durezza e il fatalismo verso il desiderio, che prende la forma del sogno, o dell’incubo, il mescolarsi tra il paesaggio interiore del soggetto e l’ambiente, con un approccio che ritrovo simile nelle Sovrimpressioni del grande poeta Andrea Zanzotto. Nelle prime pagine de La conquista dell’inutile, una sorta di diario scritto in parallelo alla realizzazione di uno dei suoi film più iconici, Fitzcarraldo, e definito da Herzog  stesso “un paesaggio interiore partorito [forse] dal delirio della giungla”, il regista sancisce uno dei punti fondamentali del suo essere artista scrivendo da casa di Coppola: “Tutti i miei amici non sono qui”. Ed è facile immaginare questa frase pronunciata nel suo inglese ruvido, reso inconfondibile dal suo fortissimo accento. Il riverbero dell’assenza dato da questa struttura tipicamente tedesca – che ogni tanto usava anche Goffredo Parise – risulta ancora più potente alle orecchie italiane. Tutti i miei amici non sono qui – invece di optare per il più semplice “Qui non c’è neanche un mio amico” – trasmette alla perfezione il senso di enorme solitudine necessario per chi “si vuole avvicinare a questo immenso fardello di sogni”. E continua: “solo i libri danno un po’ di conforto”.

Da tutti i film di Herzog emerge in modo inequivocabile la sua forte frequentazione con la parola, o meglio con il linguaggio in tutte le sue forme, dalla musica alla composizione di immagini e al tempo stesso con l’inconscio e le pulsioni profonde che origina. A questo proposito, rispetto a Fitzcarraldo, Herzog dice più volte di avere la consapevolezza – e insieme a essa il terrore – di trovarsi in una strofa di una poesia in una lingua sconosciuta, che non capisce. I suoi film, infatti, sembrano essere la testimonianza di un osservatore che spogliatosi di tutto ciò che ha si avventura nell’ignoto, in un ambiente crudele, per arrivare a una meta che pare irraggiungibile quanto inutile, eppure di vitale importanza.

Solo quando non si è sicuri di nulla si può essere certi di qualcosa. Così fanno Herzog e le sue visioni radicate, incongedabili, le stesse che alcuni autori conoscono bene; immagini che non ti lasciano e ti ossessionano, emerse da chissà quale recesso dell’esperienza. Si dice che le storie migliori si sviluppano ed esistono grazie al conflitto. Vengono così costruite trame estremamente precise per generarlo, farlo crescere, esplodere: Herzog riesce a fare tutto questo con una sola immagine. Una barca in cima a una montagna è già una storia. Le sue opere, siano cinematografiche o letterarie, rasentano la parola poetica, evocativa, parlano direttamente al nostro inconscio, ci invitano a dismettere tutto ciò che la società ci ha insegnato a considerare utile, spingendoci a credere sia necessario alla nostra esistenza. Non è così. Le cose fondamentali non sono mai visibili e per incontrarle e ascoltare ciò che hanno da dirci dobbiamo trovare il coraggio di varcare la soglia dei nostri abissi, avventurandoci nella giungla che abbiamo dentro, e se avremo fortuna riusciremo a ricondurre al silenzio il dolore, la ferita che tutti noi ci portiamo dentro, ritrovando la nostra bellezza.

da qui

domenica 15 ottobre 2023

L'imprevedibile viaggio di Harold Fry - Hettie Macdonald

arriva un momento che uno non ce la fa più a sostenere un peso insostenibile.

così per caso va a trovare a piedi un'amica che muore, convinto che riuscirà a vederla prima della fine (come anni prima ha fatto Werner Herzog)

e il tempo del viaggio gli permette di fare i conti con la sua vita, a rivivere il suo rapporto col figlio, e ritrovare la moglie. 

Jim Broadbent è straordinario, come sempre, e Penelope Wilton non è da meno.

non sarà un capolavoro, ma è un film che ha molto da dire, e lo dice bene.

buona (coi piedi) visione - Ismaele


ps: 

scrive Antonio Machado

Caminante, son tus huellas

el camino, y nada mas;

caminante, no hay camino,

se hace camino al andar.

Al andar se hace camino, 

y al volver la vista atrás

se ve la senda que nunca

se ha de volver a pisar.

Caminante, no hay camino, 

sino estelas en la mar.

 

Viandante, sono le tue impronte 

il cammino, e niente più, 

viandante, non c’è cammino, 

il cammino si fa andando.

Andando si fa il cammino,

e nel rivolger lo sguardo

ecco il sentiero che mai 

si tornerà a rifare.

Viandante, non c’è cammino, 

soltanto scie sul mare. 

 

da qui

 

 

 

 

Il limite de L’imprevedibile viaggio di Harold Fry, al di là delle parentesi in cui la sospensione dell’incredulità scricchiola maggiormente (la presenza di un cane in gran parte del viaggio, per fare l’esempio più evidente) sta nella sostanziale prevedibilità tanto dei suoi sviluppi, quanto della backstory del protagonista, di cui intuiamo praticamente da subito i tratti. Il tono scelto dalla regista per raccontare la traversata del protagonista – probabilmente mutuato dalla fonte letteraria – rende fin da subito chiari le caratteristiche di “redenzione” della sua scelta di mettersi in cammino, e persino il rimosso della sua storia. Più che nei macroelementi che compongono la sua narrazione, quindi, i pregi del film di Hettie Mcdonald vanno cercati appunto nella sua dimensione più intima e nei suoi elementi meno manifesti: nelle nuances di una realtà familiare che rende molto meno “eroico” (e tuttavia non meno necessario) il viaggio di Harold, e in quegli incontri/scontri casuali con una galleria di personaggi generalmente ben cesellati, che aggiungono credibilità e sostanza a una vicenda che, nei suoi limiti, riesce comunque generalmente a toccare le corde giuste.

da qui

 

I temi affrontati dal film sono universali: il lutto, la perdita, il senso di colpa e la cura. Ma dentro questo film c’è anche tanta gioia. Harold, sorretto dalla grande interpretazione di Jm Broadbent, si rivela un eroe straordinario. Con il suo coraggioso salto nell’ignoto dimostra che è possibile guarire attraverso un atto di fede ed è possibile trovare lo straordinario nel quotidiano. Dentro Harold covano grandi inquietudini e conflitti interiori, ma il suo viaggio è emozionante, poetico. L’incredibile viaggio di Harold Fry è girato in ordine sequenziale: da Kingsbridge a Berwick-Upon-Tweed. 62 giorni dall’inizio della camminata, e mancano solo 30 km all’arrivo.

Il paesaggio che Harold attraversa, sia esso naturale che urbano, diventa qualcosa di più di uno sfondo, e il suo viaggio diventa un vero e proprio on the road della memoria. Basti pensare ai rapporti con coloro che il protagonista incontra lungo il tragitto: sono ritratti di un’umanità che sente il bisogno di condivisione anche quando finisce con il negare il bisogno stesso. Dentro L’imprevedibile viaggio di Harold Fry ci sono il desiderio di un’ultima, folle avventura, il peso del tempo che passa e che scorre inesorabilmente, la consapevolezza di dover chiudere i conti col proprio passato, ma anche la possibilità di trasmettere qualcosa al prossimo. L’eccezionale storia di Harold Fry ci dimostra che tutto è possibile. E la visione della vita del protagonista contribuisce a rendere il film coinvolgente ed emozionante.

da qui

   


domenica 7 febbraio 2021

Fitzcarraldo - Werner Herzog

Fitzcarraldo ha i piedi per terra e la testa fra le nuvole, impresario d'imprese di poca fortuna, nel tempo e nello spazio, ha una passione senza profitto, l'opera e vuole diventare ricco per costruire un teatro d'opera a Iquitos, una cosa inutile, ascoltare la musica.

e l'inutile muove Fitzcarraldo verso il caucciù, allora la domanda era in forte crescita e i profitti sicuri, mancava solo avere il caucciù da vendere, un dettaglio da niente.

Fitzcarraldo s'imbarca verso l'ignoto, portandosi dietro un grammofono e tutto il resto, in un'avventura bella e impossibile.

film da non perdere, se amate il Cinema.

e non perdetevi per niente al mondo La conquista dell’inutile, un libro di Werner Herzog, che racconta gli anni di lavoro di Fitzcarraldo.

buona imperdibile visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo in spagnolo, con sottotitoli in spagnolo

 

 

 

Brian Sweene Fitzgerald, detto Fitzcarraldo, è un curioso personaggio che ha le sembianze allucinate di Klaus Kinski: vive nella foresta amazzonica, dove sogna di costruire il più grande teatro d'opera del mondo e di farlo inaugurare addirittura da Caruso. Dopo essere stato scambiato per un Dio dagli indios della foresta, il nostro folle eroe riuscirà a realizzare almeno in parte il suo sogno, portando in Amazzonia un gruppo di musicisti e di cantanti d'opera. Werner Herzog è capace di compiere azioni inaudite in nome di una sua concezione titanica e assoluta del cinema. Fra le sue imprese più incredibili c'è proprio Fitzcarraldo la cui vicenda è emblematica del cinema di questo autore. Fitzcarraldo è un film caotico e poco compatto, un film in cui ci sono ingenuità clamorose e cadute di tono seccanti. Ma è un film che riesce ad allargare i confini del visibile, una specie di viaggio lungo i confini del cinema. Un film d'amore e di follia. Un film assurdo che ha un metodo e una logica rigorosa. Quando, dopo avere tanto sofferto con Kinski e con Herzog, vediamo entrare in porto la nave di Brian Sweeny Fitzgerald, con le note di Bellini sparate a tutto volume da un grammofono, perdente di fronte alla tirannia del capitale, vincitore nell'ottica degli uomini e del destino, ogni resistenza cade e gli occhi si riempiono di gratitudine

da qui

 

Fitzcarraldo è un film difficile. Quanti di noi spettatori non hanno fatto fisicamente fatica a stargli dietro? A capire un passaggio, tenere alta l’attenzione, a seguire il filo della progressività drammatica? (i tamburi nella giungla sono intra- o extra-diegetici? gli indios sono ostili o amichevoli? perché il battello è improvvisamente alla deriva? il battello è veramente alla deriva o sta solo tergiversando? quanto diavolo dura questo maledetto piano sequenza del battello che si arrampica?Il fatto è che Herzog e soci hanno sudato troppo per farci partecipare alla festa senza avere un ruolo attivo, senza sacrificare un pezzo di noi, senza prodigarci in uno sforzo e guadagnare la pagnotta con impegno e attenzione, fatica e grande, grandissima, concentrazione. Nell’epoca del tutto e subito Herzog non spiega ma mostra, non impone ma ispira, non invade il campo con il suo sguardo selettivo ma lascia a noi spettatori decidere cosa osservare, codificare, desiderare, sognare e, soprattutto, pensare. La sua prospettiva è sempre inclusiva e non filtra mai a priori (si veda Fitzcarraldo che dalla sommità di un albero ingloba l’intero orizzonte di Iquitos con una muscolosa panoramica).

Ma, il punto cruciale, è che non si può parlare di Fitzcarraldo scindendo il piano della narrazione dal piano della lavorazione, il filmico dal pro-filmico, la realtà dalla finzione, la storia dalla Storia (e dal Mito). Perché Herzog durante i 4 (quattro!) anni di lavorazione richiesti dal film, ha davvero spianato una montagna per portare la Molly-Aida al di la di essa. Perché Klaus Kinski è davvero quasi impazzito per interpretare l’eccentrico hidalgo irlandese. Due persone sono davvero morte per girare le scene più titaniche. E soprattutto: quella nave è davvero passata sopra una montagna per dimostrare la forza di un sogno. E’ questo il punto. Se vista in questi termini, Fitzcarraldo non è solo una grande pellicola ma è tutti gli effetti un’opera d’arte, una testimonianza storica, sociologica, museale, monumentale, del limite oltre il quale può spingersi l’amore di un uomo per un sogno, per un’idea, che sia essa bella, buona, o totalmente inutile. Una testimonianza che sul piano morfologico non è né solo fiction né solo documentario, ma è docufiction, performance art, insieme memoria e immaginario, fatto e verità, arte e vita, la materia di cui sono fatti i sogni…

da qui

 

Werner Herzog's "Fitzcarraldo"is a movie in the great tradition of grandiose cinematic visions. Like Coppola's "Apocalypse Now" or Kubrick's "2001: A Space Odyssey," it is a quest film in which the hero's quest is scarcely more mad than the filmmaker's. Movies like this exist on a plane apart from ordinary films. There is a sense in which "Fitzcarraldo" is not altogether successful -- it is too long, we could say, or too meandering -- but it is still a film that I would not have missed for the world.

The movie is the story of a dreamer named Brian Sweeney Fitzgerald, whose name has been simplified to "Fitzcarraldo" by the Indians and Spanish who inhabit his godforsaken corner of South America. He loves opera. He spends his days making a little money from an ice factory and his nights dreaming up new schemes. One of them, a plan to build a railroad across the continent, has already failed. Now he is ready with another: He seriously intends to build an opera house in the rain jungle, twelve hundred miles upstream from the civilized coast, and to bring Enrico Caruso there to sing an opera.

If his plan is mad, his method for carrying it out is madness of another dimension. Looking at the map, he becomes obsessed with the fact that a nearby river system offers access to hundreds of thousands of square miles of potential trading customers -- if only a modern steamship could be introduced into that system. There is a point, he notices, where the other river is separated only by a thin finger of land from a river that already is navigated by boats. His inspiration: Drag a steamship across land to the other river, float it, set up a thriving trade, and use the profits to build the opera house -- and then bring in Caruso! This scheme is so unlikely that perhaps we should not be surprised that Herzog's story is based on the case of a real Irish entrepreneur who tried to do exactly that…

da qui


Burden of dreamsLes Blank


Che miseria i maneggi del potere, le iene che si agitano intorno all’escremento parlamentare, la tratta degli incarichi. Meglio guardare il film di Herzog e pregare la venuta dell’Eroe dell’Inutile - Davide Brullo                                


Il fetore è ovunque. Congiunto al sadico ghigno di chi ficca il muso nel corpo putrescente del potere, del potente, che esiste – è l’esigenza intestinale della ‘poltrona’ – per la caduta, per essere inghiottito dalla propria immagine, cibo agli alleati/moscerini. Che scene patetiche, in questi giorni: giornalisti, come mosche, avvoltoi, iene, che s’industriano intorno all’escremento parlamentare; il capo del decrepito Governo che fa la conta della cricca, raduna accoliti, portieri, confratelli; l’immane sottana di San Pietro, svergognata, sotto cui si accalcano politici, vassalli del lusso, lacchè; il gergo giornalistico, di definitivo imbarazzo: “responsabili” – perché, sarebbero forse irresponsabili quelli che preferiscono andare a elezioni, rimandando la scelta al popolo bue, e irreprensibili gli altri? –, i “volenterosi”, gli “sherpa del Governo”, la “giustizia a orologeria”, i retroscena di chi non inscena altro che la propria voglia di un incarico, di un ruolo nel roveto burocratico. E a reti unificate, infine, l’insediamento del Presidente degli Stati Uniti, degno segno del nostro patrio servaggio, in un girotondo di sorrisi. “Assisto con pop corn il lento cupio dissolvi del sistema democratico”, mi scrive un amico che, come dire, ne sa, schifato dal regno delle chiacchiere.

Assediato dal fango, dunque, dal giornalismo fatto di ammissioni, omissioni, confessioni, sospetti, sospette dichiarazioni, discorsi ornamentali, elegie sul nulla, il carisma dei caramellai, ogni divagazione nell’avventura è lecita, beneaugurante, una benedizione nel bailamme dei furbi. Ecco: quarant’anni fa Werner Herzog gira Fitzcarraldo, il suo film più bello, più avido di senso. La storia è quella nota. Un tizio, dai natali incerti, irlandese, Brian Sweeny Fitzgerald, detto dai nativi ‘Fitzcarraldo’, è guidato dall’assoluto e dalle imprese impossibili. L’ultima, funambolica, è quella di portare l’opera italiana, di cui è fanatico, a Iquitos, nel fitto dell’Amazzonia: quasi potesse istituire un gemellaggio tra l’armonia occidentale, l’eleganza inquieta della musica, e il selvaggio equatoriale, il caos verde, l’aristocrazia del selvaggio.

 

Un paio di anni fa, ho chiacchierato con Jan Brokken, notevole romanziere olandese, che in Jungle Rudy ha raccontato la storia di una specie di Fitzcarraldo. Costui, in verità, si chiamava Rudy Truffino, olandese, di lontane ascendenze italiane – il nonno, Carlo Giuseppe Domenico Truffino, veniva dal lago di Como, divenne “gioielliere di corte del primo re d’Olanda” –, che per indole avventuriera si trasferì nella Gran Sabana, immane altopiano venezuelano, quasi inaccessibile. “Si nutriva di formiche e vermi… aveva barattato i vestiti con arco e freccia, ma ci vogliono anni di allenamento per colpire un pesce nel fiume e portarlo in superficie… aveva ventisette anni e nessuna certezza di arrivare ai ventotto”. Rudy si arrangiò facendo la guida per archeologi ed esploratori in cerca di fatate El Dorado, per registi in favore di film mozzafiato (una foto lo immortala con Anthony Perkins, quello di Psycho, mentre gira Green Mansions). Morì nel 1994, “Jungle Rudy” – soprannome affibbiatogli da un cineoperatore americano –, roso da oceani di nostalgia (quante altre vite avrebbe potuto vivere?), non prima di aver incrociato Werner Herzog: “Il cineasta tedesco trascorse una settimana nella Gran Sabana alla fine degli anni Ottanta e, durante le nottate passate a chiacchierare, Truffino scoprì la storia di Fitzcarraldo, l’avventuriero irlandese che si era messo in testa di costruire nella foresta amazzonica un teatro dell’opera, alla cui serata inaugurale avrebbe cantato Enrico Caruso”. Ma questa è una storia che, se mi va, racconterò altrove.

Werner Herzog, come si sa, è attratto dall’insolito, da eroi che reagiscono al mondo per eccesso – o per difetto –, immolati a una gloria dispari. Così, ha dato vita a Aguirre e a Kaspar Hauser, a Nosferatu, a Woyzeck, a Fitzcarraldo. Spesso questi personaggi vengono raffigurati dall’impareggiabile Klaus Kinski; “un adolescente di sessant’anni, tutto in bianco, con una criniera di capelli gialli”, così lo descrive Bruce Chatwin, che lo incontra, qualche anno dopo, sul set di Cobra verde.

Fitzcarraldo – ecco il punto – raffigura la vittoria dell’assurdo sui dettami della ragione, l’impero del desiderio e del sogno su quello dell’utile e del ricavo, “la sfida all’impossibile” più che la grigia gestione del possibile. Esprime, cioè, la necessità di sovvertire i canoni del mondo, di alienare il tempo, acida fogna di scaltri, coglioni e usurai, banchieri della protervia e dell’ignavia, in una clamorosa capriola. Già, Fitzcarraldo è il sovrano del ‘bel gesto’ contro la macchinazione partitica, è il partigiano delle scelte inaudite e del rischio, indecoroso. Fitzcarraldo non è un ‘idiota’, non è un’anima pia, al contrario: tratta coi potenti fino all’ultimo, frequenta il bordello, la sua amante/finanziatrice/fidanzata è una prostituta d’alto bordo, s’incazza, pretende il privilegio dell’indignazione. Riconosce nella giungla il proprio carisma e intravede la medesima eleganza nella spirale del pitone come nell’acuto di Caruso.

Va imposta la lettura del romanzo/soggetto di Fitzcarraldo – lo edita Guanda – ai caimani parlamentari e ai tanti girini, pronti a tutto per un giro sulla giostra di governo: mette in chiaro l’orizzonte dei progetti, promuove, contro l’idolatria del potere, il dio dell’incongruo.

“Come è vero che sono qui, un giorno porterò la Grande Opera a Iquitos. Io sono l’Eccesso e il Soprannumero. Io sono l’Ultima Battaglia. Io sono i Miliardi. Io sono lo Spettacolo nella foresta vergine”

urla Fitzcarraldo, proclamato “Eroe dell’Inutile”, mentre un magnate sparge “un mazzo di banconote che peserà mezzo chilo” in un lago colmo di pesci, finché “subito l’acqua si trasforma in un’unica furibonda battaglia, come se mostri marini stessero lottando fra loro. Un gigantesco paiche, una specie di enorme luccio dell’Amazzonia, lungo quasi tre metri, afferra con la bocca il fascio di banconote e lo trangugia con orrendo rumore”. Fitzcarraldo non è degno del denaro di un possibile sponsor più di quegli orridi pesci. Nella scena cardine del film, di fronte all’impossibile – varcare le ripide di un fiume per raggiungere una zona ricca di alberi da cui estrarre il caucciù, indispensabile a finanziare la propria follia – Fitzcarraldo reagisce con l’assurdo: trascina il suo scassato battello lungo la montagna, da un lato all’altro. Una barca che naviga nel bosco, con sovrana lentezza: Fitzcarraldo, l’uomo che vive al di là degli argini della ragione e del sensato, riesce in un’impresa mostruosa.

Il soggetto di Herzog termina con la parola “felice”. Fitzcarraldo riesce a portare la Grande Opera nel cuore della giungla: “un miracolo è accaduto, qualcosa d’incomprensibile”. Egli ci appare, alla fine del film, “come un vero re”: non ha guadagnato nulla, ma ha realizzato l’impensato. Per questo si è re, per questo vale la pena vivere – il resto è per quelli che giocano a poker con le poltrone e con gli incarichi, una miseria che non ci riguarda.

da qui


mercoledì 27 gennaio 2021

Family Romance, LLC - Werner Herzog

sembra che Werner Herzog abbia girato molti documentari (dipende dalla definizione di documentario, naturalmente), e un po' di film di finzione. Family Romance, LLC è un documentario di finzione, o sulla finzione, che di più non si può.

chi ha studiato economia sa che beni e servizi nascono dai bisogni delle persone (si chiamano consumatori se spendono i soldi necessari a soddisfare i loro bisogni).

Ishii Yuichi, protagonista del film, ha un impresa che soddisfa bisogni, non i piccoli bisogni di tutti i giorni, ma quelli profondi, che nessuno si immagina di poter soddisfare, Ishii è un grande conoscitore dell'animo umano, e in quelle profondità si immerge, è un lavoro difficile e pericoloso, non c'è niente da ridere, molto da soffrire.

la società giapponese è piena di persone che si sentono non adatte, che non riescono a parlare, ancora desiderano, ma non sanno la strada, Ishii soddisfa bisogni (un po' come Wolf, mutatis mutandis, che risolve problemi).

cercate questo film, non ve ne pentirete, promesso.

il dio del Cinema conservi Werner Herzog, amen - Ismaele


ps: musiche bellissime


 

 

 

Filmato in bassa definizione, Family Romance, LLC illustra l'utopia di un uomo che vorrebbe ristabilire da solo l'equilibrio della (sua) società. Herzog si insinua nelle sue giornate, frequenta i suoi clienti, registra i desideri dei suoi clienti in ambasce per indagare da vicino questa pratica singolare, per decifrarla. Al cuore del film e di una mancanza si muove una sorte di giustiziere dei tempi moderni, che fabbrica verità e affetto. Forse il denaro non compra l'amore ma può comprare l'illusione dell'amore. E tutto nel mestiere del protagonista è 'apparenza'. Basta chiedere (e pagare) e lui può diventare il vostro migliore amico o un parente caro da piangere al funerale.
La società, fondata nel 2011, può coprire tutti i ruoli e recitare tutte le situazioni immaginabili, colmando assenze insopportabili o mitigando gli scacchi della vita. Family Romance, LLC è lo 'spin-off' del progetto ambizioso e onirico di Roc Morin, giornalista, fotografo, regista e produttore americano (del film di Herzog) che ha curato "World Dream Atlas", una collezione di sogni (e di incubi) raccolti in diciotto paesi. Herzog mette in immagini il male della società giapponese del Ventunesimo secolo, tracciando una riflessione sulla derealizzazione del mondo, dove tutto diventa simulazione e i robot si impongono.
Condottiere dell'impossibile, sovente confuso col suo attore feticcio, Klaus Kinski (Aguirre, furore di DioNosferatu il principe della notteFitzcarraldo), Werner Herzog conferma ancora una volta l'impossibilità di ricondurre il suo cinema a un registro preciso. Eterogenea e sempre impegnata a flirtare con la follia o il primitivismo, l'opera dell'autore interroga costantemente il posto dell'uomo nel mondo. Family Romance, LLC, finzione filmata come un documentario, affonda le radici in un Paese in cui la solitudine è diventata un fenomeno nazionale, addirittura un modo di vita (hikikomori), specificatamente, una resistenza passiva a una società esigente…

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Family Romance, LLC, filme planeado de manera casi casual, recurre a un imaginario muy popular en el mundo globalizado: el que corresponde al Japón de lo otaku y lo hipertecnológico. La mirada de Herzog renueva la nuestra propia, realzando lo que hay de extraño e inquietante en realidades que hemos aprendido a normalizar. Pese a que por momentos podría parecernos un registro de episodios casi aleatorios —desde una visita al Hotel Henn-na, atendido por robots, hasta los cosplays en Yoyogi—, en realidad Herzog está tomándole el pulso al estado de una civilización. Con la calculada ligereza de un dorama, el cineasta esboza intuiciones, no exentas de poesía, a propósito de un país donde conviven tradiciones primitivas, de raíz mágica, con un estado avanzado de la sociedad del simulacro y la simulación. Por primera vez en la filmografía del alemán —y este es uno de los aspectos que hacen de Family Romance, LLC una obra importante en su carrera—, el ser humano ha alcanzado en su conquista de cimas absurdas su último límite. Aquel que ya no puede franquear sin convertirse en algo distinto, inédito. Un diálogo sencillo y emocionante sigue resonando tras concluir esta fábula:

—¿Estás intentando comunicarte con alguien muerto?

—No, intento hablar con alguien vivo.

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Cittadino di un mondo senza confini e con ancora pochi limiti da superare, il gigante e temerario regista tedesco Werner Herzog si trasferisce in Giappone per studiare il fenomeno di questa incredibile, stravagante concezione di business, che prende origine da uno spunto sconcertante: la solitudine e, come causa e conseguenza, l'indifferenza che regna sovrana in una società realizzata ed evoluta a tal punto da perdere di vista quell'umanità di fondo che ci ha reso esseri viventi sensibili e premurosi almeno nei confronti del ceppo familiare tradizionale.

Herzog utilizza l'approccio curioso e senza fronzoli di chi mira con concretezza al cuore del problema, ma stavolta aggiunge alla sua scandagliata indagine, che prende in esame anche quanto il progresso tecnologico possa incidere su questa specie di disumanizzazione in corso, una sorta di apporto narrativo che differenzia il film dai suoi più recenti ed ottimi lavori documentaristici, utile a definire il fulcro della problematica, e la soluzione a cui il business si spinge per risolvere da una parte un problema ormai generalizzato, dall'altra per lucrarvi sopra in cambio di una efficace soluzione di fondo.

E' davvero incredibile come l'uomo Herzog riesca ad adattarsi a tutte le circostanze, a tutti i luoghi e situazioni che lo vedono acuto indagatore di fenomeni o processi interessanti o curiosi che ci circondano, da abile uomo di mondo quale egli è sempre stato, nonché esploratore instancabile dei misteri più profondi di un pianeta in continua evoluzione anche quando minacciato da una presenza umana invasiva e molesta, ed una medesima umanità sempre più sola e sempre meno capace di interagire all'interno di se stessa, che sempre più spesso avrebbe bisogno di fermarsi un attimo per riflettere e fare il punto sul traguardo raggiunto, lasciando da parte tentazioni commerciali e consumistiche.  

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Family Romance LLC è un film unico. Non somiglia a nulla, non ha un genere. Non è realmente un documentario ma non è un film di finzione. È un’opera costruita a partire dalla realtà, in collaborazione con i suoi protagonisti che qui diventano attori come in un film di Roberto Minervini. Werner Herzog spoglia il cinema di ogni ammennicolo, limitandosi ad intendere il mezzo come una semplice possibilità di inquadrare, riprendere e raccontare una storia. Senza musica, senza recitazione, senza soldi e senza fotografia la realtà diventa finzione.

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martedì 5 luglio 2016

El abrazo de la serpiente – Ciro Guerra

un film che cresce piano piano e arriva al cervello e cuore. 
Karamakate è l'indigeno che non potrà più vivere come e dove ha sempre vissuto, con la sua gente e i suoi antenati, da millenni.
i segreti e la sua cultura moriranno con lui, qualcuno va a conoscerlo, molti a derubarlo, e ucciderlo, non ha pezzi di carta, atti di proprietà, certificati catastali, non ha, lui è.
è un film che non fa stare bene, bellissimo e terribile, un mondo che finisce, un genocidio continuo e strisciante, dimenticato.
è sempre la stessa storia, se hai letto Francisco Coloane, o hai visto BirdWatchers - La terra degli uomini rossi, di Marco Bechis (che gira troppi pochi film, peccato) conosci le storie, e anche se hai visto Avatar, secondo me, e sopratutto se hai visto uno straordinario cortometraggio di Werner Herzog (qui).
non perderti El abrazo de la serpiente, dopo saprai perché - Ismaele








non ci sono parole migliori di quelle ritrovate nel vero diario di uno dei due esploratori, Theodor Koch-Grunberg:
“Non mi è dato sapere in questo momento, caro lettore, se già la sterminata foresta abbia iniziato anche in me quel processo che già in tanti altri, tra coloro che si sono avventurati fin qui, ha condotto alla completa e irrevocabile pazzia. Se questo è il caso, non mi resta altro che scusarmi e invocare la tua comprensione, giacché la varietà di cose a cui ho assistito durante queste ore fantastiche è stata tale che mi sembra impossibile descriverla con parole che facciano capire agli altri tanta bellezza e splendore; so soltanto che, come tutti coloro che hanno visto squarciarsi il pesante velo che li accecava, quando ritornai in me, ero diventato un altro uomo.”

 Guerra utiliza un único hilo narrativo no lineal y un exclusivo espacio físico para, mediante la introducción de dos momentos temporales diferentes, mostrar la evolución del hombre blanco en su proceso de comprensión de las tribus aborígenes de la amazonia colombiana. En su empeño de realizar este complejo estudio, el director plantea una única narración basada en el empirismo y en la descripción de registros anecdóticos y procedimentales de dos diferentes exploradores que recorrieron idénticos caminos con 20 años de diferencia. Cualquier separación entre escenas queda completamente erradicada, hecho que aporta una mayor fluidez al relato y obliga al espectador a permanecer atento a los cambios, no sólo de protagonista, ya que en ocasiones la transición es tan sutil que apenas logramos percatarnos, sino también del propio entorno y las vicisitudes que encontramos a su paso, cada vez más demacrado y explotado por el paso de la evolución y la contaminación social en un territorio profanado. La no obviedad de la película en ese sentido eleva su narración al desvanecer la línea espacio-temporal, haciendo que las dos diferentes etapas transitorias se vean unidas por hábiles trucos de cámara que juntan lugares comunes en momentos diferentes. Pasado y futuro se confunden gracias a la astucia de la cámara y el sensacional aprovechamiento del espacio. Como nexo de historias y agente estabilizador, que da orden y sentido en todo momento a las alteraciones cronológicas, encontramos a Karamakate, último superviviente de una tribu amazónica. La película se centrará en la relación de éste con dos exploradores, el biólogo alemán Theodor Koch-Grüngberg, y el estadounidense Richard Evans Schultes —ambos figuras reales en el campo de la etnología— en su intento de encontrar una planta curativa milenaria cuya efectividad depende de la conexión espiritual y el entendimiento de unos conocimientos esotéricos ancestrales…

…Ciro Guerra explora en la naturaleza humana y lo hace por medio de la confrontación de los dos científicos, Theo y Evans, que son contrastados alternativamente por Karamakate, un superviviente coihuano que ha visto todo el horror de la destrucción de su esencia. El panorama que muestra la cinta no puede ser más lúgubre: la ambición, la avaricia y la superchería han anclado en las culturas amazónicas, de manera que Karamakate puede encarar a Evans al ver el resultado: «Ahora son lo peor de ambos mundos». Una desoladora visión del paso del hombre blanco por la Amazonía colombiana que adquiere tintes míticos con la búsqueda de una planta que representa la esencia de la sabiduría de sus pueblos originarios: la yakruna.
El guion nos interpela constantemente, y a eso que llamamos civilización y progreso, con nuestras grandes lacras: el nativo toma de la tierra lo que le hace falta y respeta sus prohibiciones, y es por eso que se espanta del amor de los blancos hacia sus cosas, pues toda su ciencia conduce a la violencia y a la muerte, se lamenta…

Au cœur de son récit il y a ce survivant. Sorcier ou médecin, notre société actuelle ne saurait le classifier. Le tiraillement intérieur qui sous-tend son personnage, entre ouverture à l'autre et conscience du danger, entre désir de survie de sa culture et volonté de partage, se dessine progressivement au fil de parcours lascifs qui s'entremêlent avec intelligence à 40 années d'écart. Une fresque hors du temps, qui mérite une vision sur grand écran, comme pour mieux s'imprégner d'une folie humaine et d'un "progrès" qui fait toujours bien peu de cas des cultures. Un film passionnant, prix Art Cinema Award à la Quinzaine des réalisateurs de Cannes 2015.

El abrazo de la serpiente es un viaje hacia el pulmón del mundo. Sin embargo, en la primera escena, ya lo hallamos parcialmente marchito. En 1909, Theodor es consciente que sus ojos contemplan algo que sus hijos ya no podrán observar y aunque intente preservar la belleza y singularidad de la cultura indígena, no puede evitar que su presencia traiga consecuencias. Es destacable la secuencia en la cuál los indígenas descubren su brújula y se quedan con ella, pese a que Theodor intente arrebatársela. El alemán ve que ese cachivache destruirá el conocimiento natural del pueblo colombiano, pero sus componentes se sienten fascinados por el objeto. Pese a todo, debemos puntualizar que Theodor es un alma buena y bondadosa en comparación con los otros males que ha vivido esa tierra: caucheros, colonos y clérigos.

Ciro Guerra es especialmente duro con estos tres denominadores, considerándolos los verdaderos exterminadores de la cultura del Amazonas. Quisiera remarcar el tramo “religioso” de la cinta, que además, se acentúa con su aparición en los dos viajes, separados por 30 años de diferencia. En 1909, los católicos educan a los niños con mano dura y los cristianizan des de su infancia. En 1940, sin embargo, asistimos a un espectáculo aún más aterrador. El culto a los dioses providente de las culturas indígenas se ha mezclado con una devoción desmesurado a la figura de Jesús dando lugar a unos ritos espantosos y satánicos. Lo que vemos con Theodor es turbador, pero lo que observamos en el viaje de Schultes nos eriza la piel.
Simplemente con ese dato, ya comprobamos que el joven Ciro Guerra ha sido muy inteligente al estructurar su película en dos viajes miméticos que comparten un mismo personaje central (Karamakate) y que están separados por un corto periodo de tiempo. El impacto de la destrucción, el paso del tiempo como proceso devastador y la madurez de los personajes se acentúan con este mecanismo. En cierto modo, los científicos alemanes se configuran como simples acompañantes del viaje de Karamakate hacia la aceptación de su destino, el perdón de los actos de los demás y la redención personal. Éste complejo recorrido interior que sufre el protagonista se convierte en uno de los muchos puntos fuertes de la película…

Ancrant rapidement deux lignes narratives, son approche se veut ethnographique et métaphorique. L’homme blanc fait bientôt place à un autre, Evan, qui suit les traces du premier à la recherche de la yakrura. Il rencontre Karamakate ou celui qu’il pourrait être des années plus tard. Il n’a plus de mémoire. Il ne sait plus qui il est ou si seulement il existe encore. Evan lui demande d’être son guide, il accepte de le suivre. Les rôles s’inversent. Les périples se croisent, se recoupent, se superposent. Le temps s’efface pour se révéler être le témoin essentiel d’un devenir commun ; le témoin de la folie des hommes.
Optant pour un hypnotique noir et blanc, Giro Guerra nous charme, nous trouble, afin de nous emporter, au-delà du temps et de toute narration. L’approche est d’une fluidité rare semblant faire de la forêt vierge le personnage principal du film. N’est-ce pas son esprit qui semble guider la caméra qui observe d’entrée de jeu Karamakate plongé dans son propre reflet avant d’être troublé par l’arrivée de l’ethnologue et de son compagnon ? La mobilité du cadrage, toujours gracieuse, ne fait-elle pas écho au rythme du fleuve et des oscillations d’un corps cylindrique et infini à l’image de celui du serpent tandis que le son nous enveloppe au coeur de la nature ? L’étreinte de ce serpent, effective au générique, conduit au fil de son déploiement à une lente mutation qui est symboliquement celle de l’humanité et devient effectivement la nôtre.
L’expérience est d’autant plus envoûtante que le caractère sensoriel de la réalisation rompt toute frontière représentationnelle : nous pénétrons l’écran et survolons le fleuve, forts de partager un rêve total et salvateur que le cauchemar ancré par la colonisation ne peut détruire dès lors qu’il sommeille au plus profond de nous.

…Nonostante l'interesse acceso sul “polmone del mondo”, quanto ne sappiamo dei nativi? Ad oggi, le popolazioni sopravvissute non hanno avuto voce in merito.
Ci sono i resoconti degli esploratori occidentali, ma nessun contributo di chi conosce l'ecosistema di questo polmone verde grande quanto un continente.
Ciro Guerra in El abrazo de la serpiente ha il merito di aver portato sul grande schermo un'Amazzonia, di cui oggi non c'è più traccia: un'opera che ha del miracoloso per la fedeltà alla memoria di un immenso patrimonio culturale, tramandato oralmente per secoli, ora risucchiato dall'oblio.
Eppure, l'Amazzonia avverte che Madre Terra presenta il conto, da un passato (presente) attivo nel depradarla in nome del profitto, non possiamo che aspettarci scenari futuri nefasti…

El título de la película y algunas imágenes de las serpientes aumentan el enigma y el miedo de los dos exploradores, que en algún caso viven en una especie de delirio y estado febril, que parecen sometidos al efecto de un dardo narcotizante para no desviarse de la senda que marca el jefe de la tribu Chamán. Con una referencia astrológica en la parte final y la búsqueda de una planta medicinal, como objetivo inicial de ambos viajes. Una propuesta interesante, pero a la que se podía haber sacado más jugo en su segunda mitad, que termina siendo bastante plana y aburrida. 
Recomendable a los aficionados a las películas diferentes de una gran calidad visual…

Cualquiera que se encuentre en la tesitura de reseñar una película como El abrazo de la serpiente ha de hacerlo siempre con el mayor de los respetos, con la mirada de aquel que se encuentra ante una rara joya, única, merecedora de ser descubierta, con el espíritu del explorador (nunca mejor dicho) en busca del arte definitivo, aquel que alimenta el conocimiento absoluto y transporta al espectador a un estado casi místico de comunión entre el ego y una obra capaz de sublimar conceptos únicos y dispares entre sí. Bueno, esa es una opción. La otra es olvidarse de todos los laureles conseguidos por la película, las críticas apasionadas y enfrentarse a la película como lo que es, una obra de ficción que merece ser analizada con objetividad de una puñetera vez…


Era duro encontrarse con la frustración diaria. Muchas puertas se cerraban cuando Cristina Gallego y su esposo Ciro Guerra buscaban la manera  de dar vida a una idea llamada ‘El abrazo de la serpiente’, nominada al Óscar a Mejor Película Extranjera.
Fueron  tres años de dar la pelea por un proyecto en el que Cristina tenía fe. “Necesitó mucho tiempo para tomar forma y en esa medida el interés fue creciendo pero era difícil porque la idea no era clara, concisa, el guion se empezó a escribir pero no tomaba una forma  satisfactoria para producirla. Y de ahí financiarla...”, recuerda Cristina. 
La historia está  inspirada en los diarios de los primeros exploradores que recorrieron la Amazonía Colombiana, Theodor Koch-Grünberg y Richard Evan Schultes. La idea era narrar  la historia de Karamakate,  chamán amazónico y último sobreviviente de su pueblo, quien vive en aislamiento voluntario en lo más  profundo de la selva. Años de total soledad lo  convirtieron en chullachaqui, una cáscara vacía de hombre, privado de emociones y recuerdos.
Ciro y su esposa consideraron abandonar la idea pero “no hubo  nunca una decisión de dejar el proyecto, aunque él  dice que  tuvo momentos en que perdió la fuerza, pero también estaba ese ánimo   de perseverar y hacerlo pese a  las negativas. Queríamos y creíamos en  la historia, sentíamos un compromiso. Fueron tres años de negativas y un poco de terquedad”, reconoce la productora. 
“Pero al final vimos la luz al lograr una coproducción con Colombia, Venezuela y Argentina y vincular a  un importante socio como el Canal Caracol”.
Mientras tocaban puertas, Ciro trabajaba en  el guion y en 2013 lograron la anhelada financiación y apostaron por salir a rodar sin tener  los aportes de una productora…

qui un’intervista con Ciro Guerra