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venerdì 27 febbraio 2026

Domani interrogo - Umberto Carteni

Anna Ferzetti è la professoressa di una classe nell'anno della maturità, una classe di ragazzi e ragazze in un mondo difficile, come sempre a quell'età.

la professoressa d'inglese è una donna sola, ha solo quegli alunni e alunne, a cui si affeziona senza se e senza ma.

chi ha fatto quel mestiere (l'insegnante intendo, non lo spacciatore) riconosce quelle studentesse e studenti, li abbiamo conosciuti, ci abbiamo parlato, ci hanno fatto star male, ma anche bene, a volte.

dice Paul Nizan: Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita.

buona (scolastica) visione, in non molte sale.

  

 

La regia di Umberto Carteni è nervosa e mobile come s'addice a un film che ha in mente un pubblico di giovani ma alterna anche momenti più statici e riflessivi grazie ai quali studia i personaggi a cui si avvicina con i primi piani. C'è a questo punto uno stupefacente meccanismo narrativo, con una adeguata soluzione linguistica che è meglio non svelare, che emoziona e che consente allo spettatore di empatizzare con ognuno degli studenti di questa classe.
C'è amore per loro, per ognuno di loro, nella scrittura di Gaja Cenciarelli e nei movimenti della regia di Umberto Carteni. E vengono in mente i versi del grande sociologo, poeta e educatore Danilo Dolci: «C'è pure chi educa, senza nascondere l'assurdo ch'è nel mondo, aperto ad ogni sviluppo ma cercando d'essere franco all'altro come a sé, sognando gli altri come ora non sono: ciascuno cresce solo se sognato».
Che è esattamente il punto di Domani interrogo in cui la professoressa ripone fiducia e speranza negli studenti, loro piano piano sentono tutto questo e si predispongono, quasi miracolosamente, per non deludere quella attesa. Sembra facile - invece naturalmente ci vuole un'intera vita dedicata - mentre rischia di essere ancora un'utopia nelle nostre scuole di ogni ordine e grado.

da qui

 

Nell’ottavo film di Umberto Carteni l’attrice – che di recente ha interpretato la figlia del Presidente della Repubblica in La grazia – incarna infatti il prototipo di quegli insegnanti. È una figura quasi mitologica, un simbolo più che un personaggio vero e proprio, non a caso senza nome. O meglio, un nome ce l’ha, ed è l’unico termine per lei possibile: “Professoressa” (anzi, “Pressoré”: siamo pur sempre a Roma). Donna solitaria, senza partner, senza amici, senza nemmeno un animale domestico, Ferzetti vive e respira nelle mura scolastiche. Per lei esistono solo i suoi studenti: Alessandra, Daniele, Sofia, Flavio, Rabhil, Margherita, Tarek, Francesco, Er Faso e Marco, i figli che non ha mai avuto e che sente di dover condurre nelle loro difficoltà, aspirazioni e ansie quotidiane…

da qui

 

…l’operazione di Carteni non rivendica alcuna originalità discorsiva, ma conserva la sincerità del testo da cui prende le mosse. Tuttavia l’ottavo lungometraggio diretto dal cinquacinquenne regista romano è un testo attraversato da luci e ombre, animato da un’intenzione nobile e sostenuto da alcune scelte espressive convincenti, ma non privo di difetti che ne indeboliscono l’esito complessivo.

Tra i punti di forza c’è sicuramente il livello generale delle interpretazioni, guidato dalla rimarchevole prova di Anna Ferzetti, al suo primo ruolo da protagonista. Ma ben assortito è anche il cast dei ventiquattro ragazzi che compongono la classe, capaci di restituire la ruvidezza e la fragilità, la vulnerabilità e la rabbia dei loro coetanei senza che il film scivoli mai nel bozzetto caricaturale. Di assoluto rilievo anche  la fotografia di Vladan Radovic, che contribuisce in modo decisivo alla qualità atmosferica del film, trasformando le aule e i corridoi del liceo di Rebibbia in spazi claustrofobici, attraversati da una luce naturale che filtra come promessa di apertura. Un’ambientazione che riesce così a farsi specchio di uno stato d’animo collettivo, sospeso tra attesa e timore.

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domenica 18 gennaio 2026

La Grazia – Paolo Sorrentino

Paolo Sorrentino torna ai film migliori, grazie anche, come sempre, a Toni Servillo.

il presidente della repubblica, a fine corsa, nel semestre bianco, deve decidere su una grande questione, il fine vita, e su due piccole, le grazie.

arriva, come pure la figlia, in una prigione, per parlare con i detenuti per una possibile grazia (e sembrano la prigione di Elisa, per chi l'ha visto).

il presidente ricorda il suo passato e il poco tempo che gli manca lo rende fragile e determinato insieme.

solo la figlia lo sopporta e lo supporta, anche se lui è sempre solo a decidere.

il presidente è naturalmente un personaggio di fantasia, a differenza de Il Divo, e Toni Servillo è semplicemente perfetto.

tutti i dettagli del film li apprezzerà chi andrà al cinema, e uscirà contento.

buona (nel dubbio) visione - Ismaele


 

 

 

 

Sotto il profilo interpretativo, il legame tra Sorrentino e Servillo si sublima in quest’opera raggiungendo un’autorevolezza composta e dolente. Ne emerge un uomo scisso: diviso tra il rigore inappellabile del giurista e la vulnerabilità di un vedovo segnato da silenzi e rimpianti. La ricerca della verità si configura, in tale contesto, come una sorta di “tossicodipendenza” affettiva: imprescindibile e vitale, ma al contempo potenzialmente devastante. Rispetto al passato, il confronto con Coco segna una rottura: l’arguzia non riesce più a contenere il vissuto. Quando il linguaggio perde la sua armatura, la parola cede il passo a una verità interiore a lungo ibernata, che riaffiora in tutta la sua nudità. Non è più il linguaggio a dominare il sentimento; è il sentimento, nella sua prepotenza, a svuotare il linguaggio medesimo. Sorrentino rivendica, inoltre, una decisa autonomia rispetto alla critica e al giudizio immediato: una volta affidato al pubblico, il film diviene un oggetto autonomo, “gettato a mare” e sottoposto alle correnti interpretative. La grazia si delinea pertanto come il lento e paziente pedinamento di un uomo alla ricerca della propria grande bellezza, non più nell’estasi estetica o artistica, bensì in una clemenza autentica rivolta innanzitutto verso sé stesso. Al cuore dell’opera resta l’interrogativo devastante che muove l’intera pellicola: «Di chi sono i nostri giorni?», un’indagine profonda sull’autodeterminazione, intralciata da obblighi morali e vincoli familiari. In questo contesto, il vagabondare del Presidente nel Quirinale diventa il simbolo perfetto del cinema di Sorrentino: un’estetica che, pur accettando la sofferenza, riesce sempre a isolare un gesto di autonomia e amore.

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…Un qualcosa che vive, sottovoce, nelle immagini crude e ruvide avvolte di quella coltre onirica morbida tipica della cifra stilistica che ha reso grande Sorrentino, e che nel caso de La grazia dà forma a un'opera elegante di grande sensibilità, percorsa di umorismo e dolcezza essenziali, eppure manifestazione di una profonda crisi esistenziale: quella del Presidente Mariano di un Servillo carismatico ma fragile, affettuosamente soprannominato Cemento armato dai vicini, perché granitico e incapace di prendere posizione.

L'unica a spronarlo è la figlia Dorotea, interpretata dalla bravissima Anna Ferzetti, che se ne prende cura come fosse il suo angelo custode quando in fondo vorrebbe soltanto riavere il proprio padre, vero e vitale. Ed ecco, quindi, il suo pulsante cuore emotivo: La grazia è un film sull'immobilismo – d'azioni e di sentimenti – generato dal sentirsi rotti dentro. Quel tipo di rottura che genera distanza, dissipa ogni emozione e fa spegnere gli occhi; riflesso condizionato di quando l'amore è assente e vive soltanto nella memoria di ricordi malinconici…

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In "La grazia" si squadernano le ossessioni tematiche formulate da Sorrentino nel corso della sua carriera, ossia la senilità, l'attesa dell'epifania decisiva, il potere e il suo fine/la sua fine, la contrapposizione tra levità e gravità, calate all'interno di una forma estetica altamente codificata in venticinque anni di pratica con la macchina da presa ma che qui aderisce al grigiore di De Santis. È dunque sì un film che ha come prologo una sequenza iperbolica commentata dalla musica elettronica, una teoria di dolly che staccano all'improvviso sulla figura di De Santis che, osservando il volo delle frecce tricolori dall'alto del Campidoglio, compie l'umano rituale di fumarsi l'unica sigaretta del giorno. Eppure, i movimenti della macchina da presa di Daria D'Antonio, in particolare le abituali carrellate, appaiono meno roboanti: Sorrentino lavora su uno spartito in minore e, ricorrendo a soluzioni di messa in scena più intime, indugia sulle vulnerabilità e le ferite di chi è soverchiato dagli oneri del potere…

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…La trama de La grazia ricalca, almeno in apparenza, la parabola tipica di un film di Sorrentino, in cui il protagonista è costretto da un evento esterno a fare i conti con il proprio passato e a modificare la propria postura rispetto al presente. Un percorso che lo mette in relazione con la sua sfera emotiva, piano in cui si celano i misteri che regolano il nostro modo di rapportarci con il tempo e con lo spazio. Stavolta, però, la direzione è ribaltata.

La figura di Mariano è infatti messa fin da subito e costantemente in crisi, preda di una spinta alla destrutturazione che si era già avvertita, per esempio, in Parthenope, pellicola in cui cominciava a emergere una certa autoironia, connaturata al desiderio di smentire le formule codificate della poetica del regista napoletano. Una tensione qui portata maggiormente a fuoco, soprattutto nella svolta profondamente umana che investe il protagonista, rappresentante simbolico – come accennato in apertura – del “Sorrentino pensiero”…

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