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domenica 15 dicembre 2024

Il generale dorme in piedi - Francesco Massaro

una satira della vita militare e dei militari.

Ugo Tognazzi è il colonnello che non riesce a diventare generale, è un veterinario che diventa il medico/chirurgo nell'esercito, innamorato della moglie (Mariangela Melato) e poi vedova di un generale.

la sua opera d'arte è un libro autobiografico con il quale "ricatta" i suoi superiori, e riesce a diventare generale.

non sarà un capolavoro, ma si vede bene.

buona (antimilitarista) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo

 

 

Commedia militare in cui alcuni ottimi spunti satirici sono a tratti annacquati da un registro farsesco e da alcune dispersioni (i flashback, la sottotrama sentimentale). Tognazzi è comunque formidabile nei panni dell’ufficiale arrivista dal subconscio incontrollato, per di più assistito da un cast estremamente valido in cui emergono in particolare Scaccia (grandioso nella sua monoespressività) e Fabrizi (per una volta nei panni di un personaggio dignitoso). Tutt’altro che disprezzabile la Melato, per quanto relegata nelle scene meno interessanti. Tre stelle(tte).

da qui

 

Commedia militare un po' grottesca che incrocia spesso la farsa e "promuove" il grande Tognazzi ai massimi gradi d'attore. Vicenda che tratta di guerra e di pace, prendendo in giro chi ama la guerra ma senza addentrarsi, saggiamente, in particolari o introspezioni che potrebbero appesantire lo spettacolo. Una critica attraverso l'ironia, con un impiego discreto di mezzi e di simboli, per un film piacevole da seguire e che non necessita di particolari predisposizioni per la visione.

da qui

 

Umberto Leone è un colonnello ex veterinario che in guerra si è improvvisato medico per la necessità di operare i feriti. Per ricambiare la sua dedizione sul campo viene nominato direttore della Scuola Superiore di Sanità a Firenze, ma non rinuncia alla sua vera ambizione: diventare generale. Per ottenere la carica inizia a scrivere le sue memorie, raccontando episodi non proprio lusinghieri su alcuni esponenti delle alte gerarchie militari, con il proposito, in seguito, di ricattarli. Ma deve stare attento ad una sua bizzarra peculiarità: mentre dorme tende a raccontare verità scomode, e per questo è costretto a dormire in piedi...

da qui

 

Commedia non disprezzabile, con un buon Tognazzi ed una base critica - sebbene non molto incisiva - all'esercito e, più in generale, al potere, disposto a qualunque compromesso o bassezza pur di autoconservarsi. La regia è un po' assonnata, la trama ogni tanto sussulta con qualche scena godibile, ma in definitiva si riassume in ben poco. Poche pretese, ma mantenute.

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sabato 24 agosto 2024

Faccia di spia – Giuseppe Ferrara

il potere imperialista e colonialista e terrorista degli Usa non esisterebbe senza la CIA.

in questo film documentario del 1975 la CIA è l'assassino seriale che sta dietro il colpo di stato in Cile, nel 1973, il colpo di stato in Guatemala, mandante la United Fruit Company, l'assassinio di Che Guevara, tra le altre atrocità.

dal 1975 a oggi il potere della CIA è solo cresciuto a dismisura (solo adesso la Russia e i BRICS riescono a contrastare la CIA, cioè gli USA (sono loro la Nato, insieme agli inglesi e ai servi europei).

alcuni minuti che rendono il film vietato ai minori sono le scene di tortura.

opera sconosciuta di Giuseppe Ferrara, censurata da sempre, visibile (per ora) grazie a youtube.

non perdetevelo

buona (inquietante) visione - Ismaele


 

 

QUI si può vedere il film completo

 

 

Un documentario dalla visione necessaria, per le verità che propone. Proprio per questo è oggetto di censura immemorabile in Italia: si può (ancora) vedere, solo grazie a internet, su Youtube. Giustamente vietato ai minori per le terrificanti scene di tortura che vengono mostrate per una decina di minuti di fila: roba da cinema horror di livello. Ma poiché sono scene reali, storiche, e realistiche, la riflessione conseguente induce a vederne i colpevoli in chi ha perpetrato migliaia di volte tali atti, e ha fatto di tutto affinché non si conoscessero: non certo in chi li fa vedere, denunciandoli, togliendoli dall’oblio e dall’ignoranza cui sono stati relegati appositamente dalle classe dirigenti che li hanno decise (e non le hanno decise certo dei cani sciolti, né dei poveracci; ma una certa classe dirigente, compatta più delle divisioni di potere interne, tanto ricchissima, quanto potentissima).

La classe dirigente in questione è quella statunitense. La denuncia, veritiera, non fa una piega. Semmai pellicole di questo tipo avrebbero avuto più merito se fossero accompagnate anche dalla denuncia delle responsabilità negative della fazione opposta: invece qui non c’è traccia degli orrori delle dittature di sinistra. Si era nel ’75, ovviamente in quel momento l’agone politico era al calor bianco: ma se ciò giustifica l’esibizione della violenza americana senza eccessi, ciò altresì non giustifica la mancata esibizione delle violenze avversarie…

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Giuseppe Ferrara, talvolta chiamato un "allievo" del ben più rinomato Francesco Rosi, viene spesso considerato solamente quando si parla del tardo cinema politico italiano, quello che negli anni '80 lanciava ogni tanto qualche briciola agli spettatori, un triste ricordo del decennio precedente. Ma egli non viene quasi mai citato per il suo secondo lavoro, questo Faccia di spia, un feroce film che attacca frontalmente la Central Intelligence Agency (CIA), decidendo di mostrarci alcuni degli avvenimenti chiave del secolo scorso, nei quali in un modo o nell'altro è coinvolta la famigerata mano dei servizi segreti statunitensi. Baia dei porci, Strage di Piazza Fontana e Colpo di stato in Cile. Un giro del mondo low cost. A guardarlo non avendo alcuna conoscenza storica qualcuno potrebbe pensare ad una storia di fantasia per quanto sono efferati gli atti messi in mostra, ma purtroppo quella mostrata è (almeno in parte) la realtà. Un film più unico che raro, che unisce scene di fiction interpretate da attori pregevoli come Mariangela Melato e Ugo Bologna (con un naso postumo per avvicinarsi ad Allende!) a filmati di repertorio, i quali sono a loro volta in parte fittizi e desaturati/sporcati in fase di montaggio. Quello che si potrebbe dire un mondo movie insomma, ma carico questa volta di un intento politico chiarissimo, praticamente didascalico. Ferrara non lascia alcuno spazio al dialogo, la sua tesi è assolutista: gli Stati Uniti sono un cancro per la democrazia alla stregua di qualsiasi altra dittatura; egli si spinge a mostrare delle scene di tortura impressionanti (ancor più impensabili considerando l'anno di uscita), portando il cinema impegnato politicamente a scontrarsi con quello solitamente considerato "di cassetta", l'exploitation. Un film senza freni, intriso di un coraggio ormai perso, forse proprio a causa dello svanimento di una grande forza politica d'opposizione nel nostro paese; proprio per questo si perdona al film di Ferrara qualche bandiera rossa di troppo o un Che Guevara sempre dolce e grazioso con chiunque. Così una giornata a Wall Street si svolge in contemporanea a un massacro di lavoratori in Guatemala, e dei corpi vengono trivellati mentre si instaura a colpi di fucile una nuova "democrazia" da qualche parte nel mondo. Inquadratura finale a dir poco inquietante: del sangue disegnato scende a rivoli dalla cima delle torri gemelle, ventun'anni prima dell'11 Settembre.

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Forse il film più scomodo e coraggioso di Ferrara, che dopo aver esordito con un bignami sulla mafia, si cimenta sulle malefatte della CIA. Ottimi i segmenti sulla guerriglia in Bolivia (con Merli, la Melato e Camaso/Che Guevara) e sul golpe cileno; più discutibile quello su piazza Fontana (nonostante un ottimo Cucciolla/Pinelli), mentre sul caso Ben Barka (un bravo Rabal) aveva già detto tutto il film di Boisset. Ovviamente di parte, ma istruttivo e poi ti invoglia a saperne di più. Disturbanti, ma realistiche, le scene di tortura.

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Film che ritengo molto importante perché si preoccupa di citare avvenimenti che probabilmente molti ignorano. Girato come un incrocio tra film e documentario, affronta la tesi della presenza della CIA su scenari terroristici in modo diretto e molto crudo (la sequenza delle torture è piuttosto forte da sostenere). I fan dei complotti, delle strategie del terrore, trovano qui pane per i loro denti. Da vedere, anche solo per conoscere "il cosa" (ma non per forza "il come"). Finale tragicamente profetico. Essenziale: 4 pallini per il merito.

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Finché si tratta del torso denudato di Francisco Rabal/Mehdi Ben Barka, dove gli aguzzini dei servizi segreti del Marocco si divertono ad affondare un lungo stiletto, nelle spalle, nel ventre, fino al colpo finale con cui gli spaccano il cuore, il livello dell’emotività per lo spettatore di Faccia di spia resta alto ma contenuto. Niente che faccia voltare la testa o induca ad abbassare lo sguardo. La stessa cosa può dirsi per la sequenza in cui due infermieri segano via una mano, per conservarla nella formalina, al cadavere del “Che” (Claudio Camaso). Il film si presenta civilmente impegnato, denuncia i maneggi e le turpitudini commesse ovunque nell’universo dalla Central Intelligence Agency, ma con immagini da mattatoio a corredo; come nelle sequenze che ricostruiscono, intercalandole a spezzoni documentari, le ore della strage di piazza Fontana, dove la mdp di Giuseppe Ferrara va cercando con insistenza e precisione chirurgica i dettagli di arti maciullati e di facce spappolate dall’esplosione…

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domenica 9 luglio 2023

Basta guardarla - Luciano Salce

negli ultimi anni dell'avanspettacolo, probabilmente alla fine degli anni sessanta e all'inizio degli anni settanta (sembra un secolo fa), si girava ancora nei teatri di paese portando barzellette, musica, ragazze in bella mostra, e il successo popolare era assicurato, poi la televisione, tra l'altro, ha seppellito l'avanspettacolo.

due compagnie a confronto, quella di Silver boy (Carlo Giuffrè), con Mariangela Melato, che scopre (in diversi sensi) la contadinella Maria Grazia Buccella (Erica Rikk) e quella di Farfarello (Luciano Salce), con Franca Valeri.

ritratto malinconico di un mondo che sta scomparendo, con ottimi attori e un grande regista.

un film da non perdere.

buona (sorprendente) visione - Ismaele



 

Uno dei film più sottovalutati del cinema di genere italiano, ma anche pellicola di culto per tutti gli estimatori dell’indimenticato Luciano Salce. La scelta di utilizzare come setting di una storia il mondo della Rivista o dell’Avanspettacolo, cioè quella forma di intrattenimento derivata dal varietà che dagli anni quaranta anticipava nei cinematografi la proiezione di un film, era stata già stata anticipata nel 1950 da Monicelli (Vita da Cani) e dalla coppia Fellini-Lattuada (Luci del Varietà), poi, dopo poco più di vent’anni, anche Sordi ha ripreso l’argomento dirigendo se stesso e la Vitti nell’ambizioso Polvere di Stelle, ma tra tutte queste apprezzabili opere, il ritratto fornito da Salce resta senz’altro quello più compiuto. Il suo film non si esaurisce con una semplice rappresentazione nostalgica, e pur recuperando il tono del repertorio originale con scrupoloso spirito filologico (“Cesare cosa oggi la tua cavalla? Eh, Oggi è nervosa perché gli hanno rotto la biga”), il regista dimostra che non vuole prendersi troppo sul serio e per questo lo sguardo sui personaggi non è mai compiaciuto o eccessivamente indulgente. Eppure per lui non deve essere stato facile, perché ogni membro della “compagnia” ha saputo fornire un interpretazione assolutamente al di sopra i personali standard. Se per Giuffré, la Melato e la Valeri si può parlare di eccellenti conferme, non è certo così per la Buccella che trova qui il ruolo della sua vita. Morbida, ingenua e stucchevolmente romantica, Maria Grazia Buccella sta al personaggio di Erica Rikk, come Vivien Leigh sta a quello di Rossella O’Hara. Davvero un peccato che nel proseguo della sua carriera l’attrice non abbia saputo più trovare parti così azzeccate e si sia inevitabilmente persa…

da qui

 

Spassosa e insieme malinconica rievocazione del mondo dell'avanspettacolo al tramonto e dei suoi litigiosi retroscena, diretta dall’esperto Salce con stile fumettistico e qualche occhiata a classici come Eva contro Eva e È nata una stella. Gli attori sono assai brillanti: gli artisti da strapazzo Giuffrè e Salce, la superba finta spagnola Melato e la vecchia primadonna Valeri, sorta di Wanda Osiris dei poveracci. Un elogio particolare alla Buccella non solo per le gambe, ma soprattutto per il carattere di contadinella ingenua e di buon cuore conservato anche quando diventa soubrette.

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Il film definitivo sull'avanspettacolo. Carlo Giuffré giganteggia nei panni indimenticabili di Silver Boy. Lo segue a ruota Maria Grazia Buccella, alias Richetta/Erica/Erica Rikk. Ed è grandioso - anche se un po' meno dei primi due - il divertitissimo Luciano Salce nel ruolo dell'impresario Farfarello. La storia è quella dell'amore tra una contadinotta ciociara divenuta teatrante (di nascosto allo zio prete, sennò 'gli schiaffoni si sprecavano') e il decadente musicista siciliano Silver Boy. Non c'è altro film che dipinga con tanta ironica precisione la tipologia della ragazzina ingenua che s'innamora del teatro e, più in generale, tutta la squallida e cialtrona umanità che compone il mondo dello spettacolo. Ma non finisce qua, perché "Basta guardarla" è anche - e non poteva non essere - un atto d'amore consapevole e folle per il teatro e lo show business. Chi può coniugare dissacrazione e tributo senza trasformare il film in un pugno nello stomaco - tipo "L'angelo azzurro" - e, d'altro canto, senza rinunciare alla profondità dell'analisi? Solo Salce, uomo di teatro intelligente, colto e navigatissimo, il quale inserisce in un contesto farsesco e talvolta surreale - con tanto di spietate didascalie da fotoromanzo che irrompono sullo schermo per dissacrare i momenti sentimentali - dei personaggi pieni di tenerezza e umanità sottocutanea (soprattutto l'eccelsa Franca Valeri). Il prodotto definitivo è un affresco satirico esilarante, ma al tempo stesso realistico e affettuoso. Indubbiamente tra i massimi capolavori salciani.

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La morte del vaudeville italiano è qui rappresentata con la forza dell'italianità più pura: la naturale bellezza delle attrici, la cialtroneria, l'affastellamento di gerghi e dialetti, i luoghi comuni più tenaci (Franco gay, Giuffré gelosone) e una batteria di caratteristi d'eccezione oggi impensabile. Salce non riesce mai a elevare lo sguardo (non è Fellini) e talvolta si compiace nello spingere i toni popolari sino alla farsa; il retrogusto malinconico, tuttavia, è sincero e mai volgare. Come il vino buono non può che migliorare.

da qui

 

 

venerdì 2 giugno 2023

L’arbre de Guernica - Fernando Arrabal

il film fu girato durante il franchismo, a Matera, in francese, e racconta la storia di una cittadina (Villa Ramiro) assaltata dai fascisti durante il colpo di stato di Francisco Franco.

è la storia della resistenza degli abitanti di Villa Ramiro, combattono e perdono, e verranno poi ammazzati dai franchisti.

bravissima Mariangela Melato.

buona (antifascista) visione - Ismaele

 

ps: qui una piccola biografia di Fernando Arrabal

 

 

Fernando Arrabal ya nos mostró su visión de la Guerra Civil en su debut cinematográfico, “Viva la muerte”; pero mientras en dicha obra se centraba en como le marcó la guerra a él de niño, a través del personaje de Fando, aquí la contienda no es solo el marco en el que transcurre la acción, sino la verdadera protagonista de la función, ya que se nos muestra varias de las caras de la misma. Arrabal sigue apostando una vez más por su particular surrealismo, pero mientras en sus dos anteriores trabajos la diferencia entre mundo real y el mundo onírico era clara, aquí ambos se fusionan para retratar los horrores de la guerra con toda su crudeza. El surrealismo de Arrabal sirve para conectar la Guera Civil y al franquismo directamente con la Inquisición y la historia de España previa, subrayando la pésima importancia que tuvo la Iglesia y el prejuicio en ella, algo que define también al ejército vencedor de la contienda, al fascista, al régimen que se instituyó, el franquismo, y, por supuesto, a su herencia actual.

La brutalidad del fascismo, para Arrabal, hay que combatirla por todos los medios, tanto por la fuerza del fúsil como, principal e ineductiblemente, por la cultura. Por eso, el llamado que hace Arrabal, y que se aprecia en toda la cinta, a la educación de las masas, a la lectura, a la formación de los trabajadores, como medio de enfrentar y vencer a la brutalidad de las clases dirigentes.

da qui

 

The Spanish Civil War as experienced by a small Spanish village, with a heavy bias towards the Republicans, seekers of democracy, liberalism, Communism and even anarchy. The opposing force consisted of conservatives, Catholics, Fascists and even monarchists. The bias blames atrocities, torture, murders and wrong-headedness only on the winning side while the villagers are portrayed as mostly peace-loving, much weaker victims. As this is an Arrabal movie however, surrealists are emphasized, Catholic imagery is attacked and blasphemed with midgets masturbating on Mary statues, etc., and violence is mixed with numerous shocking, bizarre images to underline the didactic political propaganda. A village woman is almost raped by rich powerful men but she fights back with snakes, midgets want equality but are treated as toy bulls in a cruel matador performance, the imagery associated with villagers are innocent, dancing naked children, and the tree of Guernica stands as a symbol of liberty after surviving a bombing massacre.

da qui

 

L'albero di Guernica (come pianta) è una quercia, che fu l'unica cosa rimasta in piedi dopo il terrificante bombardamento della cittadina basca ad opera dell'aviazione nazista (immortalato da un celebre dipinto di Picasso), durante la Guerra Civile Spagnola. Rappresentò anche l'ultimo brandello di speranza per una vittoria repubblicana contro i fascisti. Naturalmente, ad Arrabal, che è un fuoriuscito spagnolo ed a suo modo un surrealista, non interessa indagare sulle cause della sconfitta del fronte repubblicano: egli accenna ad una generica superiorità in uomini e mezzi, dovuta all'appoggio delle Germania nazista e dell'Italia fascista (in realtà il governo legittimo ebbe notevoli aiuti militari dall'Unione Sovietica staliniana, seppure a caro prezzo), senza menzionare le divisioni all'interno delle "sinistre", tra stalinisti, trotzkisti ed anarchici, che condussero alla catastrofe. L'intento di Arrabal è di coltivare la speranza nella lotta contro le dittature, mettendo al contempo in una luce sinistra e grottesca il regime franchista: a questo proposito vi sono scene significative, come quella in cui Onesimo in divisa da falangista si scambia il copricapo con un prete, mentre quest'ultimo gli lecca la faccia, oppure quella del processo farsa al maestro elementare, condannato a morte per omicidio, anche dopo che la presunta vittima si è presentata in tribunale. Lo stile cinematografico di Arrabal è molto simile a quello - per chi li abbia visti - dei film di Jodorowsky (che, tuttavia, ha un andamento più onirico e un sottofondo più filosofico), e le simbologie abbondano, come dimostrano i nani martirizzati e crocifissi, come simbolo di una Spagna violentata e poi proposta all'estero sotto la forma del suo folclore, come dimostra la tremenda pantomima della corrida con il toro sostituito da un nano legato a una carriola. Un film imperfetto ma interessantissimo. Brava, come quasi sempre, e qui anche bella, Mariangela Melato in un ruolo da pasionaria della resistenza al fascismo.

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mercoledì 28 febbraio 2018

La violenza: quinto potere - Florestano Vancini

tratto da un'opera di Giuseppe Fava, il film è ambientato in un'aula di tribunale, dove il dibattito processuale è vivissimo, sia per la materia che per i bravissimi attori.
Enrico Maria Salerno, Ciccio Ingrassia, Gastone Moschin, Riccardo Cucciolla, Mario Adorf e Mariangela Melato (unica donna del film) interpretano un film che non ti dimentichi.
musica di Ennio Morricone.
un piccolo capolavoro da non perdere - Ismaele



QUI il film completo


Florestano Vancini è stato un buon artigiano della macchina da presa ed ha spesso saputo darci opere in equilibrio tra la denuncia sociale e la spettacolarità cinematografica. Secondo alcuni in questo film ha prevalso il secondo aspetto, ma, a parer mio, siamo nell'ambito di un discreto prodotto d'impegno, realizzato grazie all'apporto di validissimi professionisti. Forse è vero che il copione prevede, più che veri personaggi, semplici funzioni narrative, affidate ad interpreti di valore affinché le riempissero di contenuti "umani" ed è pur vero che la procedura penale italiana (soprattutto prima della riforma entrata in vigore nel 1989) non si presta alla spettacolarizzazione come quella americana, ma la messinscena è più che decorosa, la narrazione serrata, gli assolo intonati e i fatti raccontati, purtroppo, sono piuttosto credibili. Gli interpreti ci aggiungono del loro, dal pubblico ministero appassionato di Enrico Maria Salerno all'istrionico avvocato difensore Gastone Moschin, dal boss sbruffone Mario Adorf a quello gelido di Georges Wilson. Ma tra gli attori si segnalano due comprimari della vicenda, cioè un Ciccio Ingrassia per la prima volta e più che credibilmente in un ruolo drammatico e Guido Leontini, uno che di questo genere cinematografico è stato un piccolo pilastro e che forse avrebbe meritato più spazio: qui, in ogni caso è bravissimo a tratteggiare il personaggio di una delle tante vittime/carnefici di cui è costellata la storia infame della mafia.

Florestano Vancini, regista recentemente scomparso, ha sempre dato una particolare attenzione all'impegno sociale. I suoi migliori risultati li ha ottenuti nel genere storico: pensiamo a "La lunga notte del 43", "Bronte" e "Il delitto Matteotti". Qui siamo di fronte alla descrizione di un processo contro uomini accusati di connivenza con il mondo mafiosi e che resteranno impuniti grazie alla protezione loro offerta da alcuni "amici" importanti. L'unico privo di protezione (peraltro poco sano di mente) sconterà le colpe degli altri. Un altro poi verrà spinto al suicidio per evitare ritorsioni contro la sua famiglia. Un film un po' plateale, reso agiografico grazie alla performance di attori famosi o comunque molto conosciuti (Salerno, Moschin, Adorf e addirittura un Ciccio Ingrassia in versione drammatica) ma che resterà facilmente impresso nella mente dello spettatore.

All'interno dell'onorevole e suggestivo filone del cinema 'civile', a fianco di nomi di registi e di titoli sicuramente più blasonati o memorabili (il Cittadino sopra ogni sospetto di Petri o Le mani sulla città di Rosi, per dire due dei lavori più rappresentativi), anche Vancini ha un suo posto. E questo La violenza: quinto potere, tratto da un'opera teatrale di Giuseppe Fava, è una delle pellicole che in definitiva lancia il poliziesco - che poi degenererà in poliziottesco, assumendo in sè la componente comica - nel cinema italiano degli anni '70. La struttura della narrazione è molto semplice, ma tenuta insieme efficacemente dal regista ferrarese; si tratta soltanto di un processo per mafia, raccontato attraverso le deposizioni di tutti gli imputati. Per ciascuno di essi partono i debiti flashback, che aiutano anche la visione allo spettatore, evitando di rinchiudere il racconto nel claustrofobico ed immobile ambiente del salone del tribunale. Di questo lavoro colpiscono essenzialmente due fattori: il primo è formale, ovverosia la scelta di mostrare una giustizia gambizzata, annichilita, sovrastata dal potere occulto della mafia (più volte accostata alla politica); l'emblema sostanziale di tale caratteristica è tutto nell'intervento della vedova (la Melato) di un uomo ucciso e fatto scomparire dalla mafia perchè testimone di un altro omicidio: mentre lei urla la verità, nota a tutti i presenti ('non ho nemmeno un cadavere su cui piangere', additando l'imputato che si professa chiaramente innocente), le guardie sono costrette a portarla fuori dall'aula. Sempre in linea con tale impostazione troviamo l'assassinio finale del giudice, affiancato dalla nascita di un nuovo 'picciotto' che perpetuerà il cancro della mafia nel tessuto politico, istituzionale, economico, sociale. Secondo fattore, ma questa volta tecnico, di tutto risalto è il cast: è soltanto da pazzi, lasciarsi sfuggire un film in cui gli avvocati sono Enrico Maria Salerno (mostruoso) e Gastone Moschin, l'imputato principale è Mario Adorf, il giudice è Turi Ferro e fra i testimoni sfilano Mariangela Melato (che, per questioni di accento, è però la meno credibile della combriccola) e Ciccio Ingrassia, qui chiamato - altro enorme merito di Vancini - per la prima volta ad un ruolo drammatico (complice uno degli estemporanei litigi con il partner artistico Franco). Un film importante. 7,5/10.
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domenica 28 agosto 2016

Caro Michele – Mario Monicelli

il protagonista del film non c'è, è sparito, probabilmente è fuggito perché ricercato per terrorismo.
la madre (Delphine Seyrig) gli scrive sempre, lo aspetta, appare una ragazza (Mariangela Melato) che ha conosciuto Michele, con un bambino forse suo, è sempre presente un amico di Michele (Lou Castel), Osvaldo, che sa un po' di cose.
i protagonisti sono straordinari, grazie anche a Monicelli, il film è ricco di episodi da ricordare, un piccolo gioiellino da non perdere - Ismaele






Un ragazzo di famiglia borghese, coinvolto nel Sessantotto e in fatti e fattacci collegati, è costretto a lasciare l’Italia e andarsene a Londra. Incomincia un dialogo a distanza, e in forma epistolare, con la famiglia e altre persone vicine. Ma lui non tornerà più. Cos’abbia attratto Monicelli in una materia simile, così lontana dalla sua sensibilità corrosiva, non è dato sapere. Ma conviene guardarcelo, questo film anomalo così poco monicelliano, anche perché porta con sè, come pochi, umori e dolori di quegli anni balordi (il film è del 1976). Bellissimo cast: Mariangela Melato, la mitologica Delphine Seyrig di Marienbad, Lou Castel. Può bastare?

Caro Michele,
qui tutto bene, altrettanto sperasi di te.
Devo dire che il film dedicatoti (o, meglio, dedicato alle belle donne che hanno costellato la tua vita) mi è piaciuto molto.
La Mara ("Castorelli? Pastorelli? Insomma, quell'amica di Michele che ha tanto bisogno", come direbbe tua madre) interpretata dalla Melato è un piccolo capolavoro di surreale pietas (ella stessa si compatisce, in tristi momenti di lucidità) e la sua costanza nel perpetrare innumerevoli errori è quasi commovente. Il suo (vostro?) bimbo, Ciccetto, è un adorabile fagotto che, come tanti altri bambini di Monicelli, assiste, suo malgrado, alle tragicomiche vicende imbastite dai grandi. Penso che Monicelli avesse un occhio dolente ed affettuoso nei confronti dei "piccoli": dall'infante di Brancaleone, al figlio di Tiberio ne I soliti ignoti, fino ai nipotini di Parenti serpenti, emerge l'ineluttabilità della loro condizione di inascoltati e di destinati all'emulazione pateticamente negativa.
Tua sorella Angelica (Aurore Clément) è una delicata e un po' sfiorita casalinga che, come vostra madre (Delphine Seyring), tanto rimpiange la tua presenza. La scena, apparentemente inutile, della doccia (un must altrove pruriginoso della commedia italiana) non è qui fine a sé stessa: il corpo ancora bello e formoso di Angelica è prossimo all'oblio, nonostante la giovane età, e Monicelli indulge con tenerezza sul biancore delle sue carni.
Osvaldo (Lou Castel) è l'amico (innamorato, come suppone l'altra tua sorella, Viola) migliore che un uomo possa incontrare sul suo cammino e la sua apparente distonìa, il suo incedere lentamente nella tua vita, è molto toccante.
Come spesso accade nei lavori del regista viareggino, le case hanno un'importanza fondamentale, sono lo specchio delle vicende che egli decide di raccontare. Così, le case in cui si aggira Mara sono sconclusionate come lei, quella di tua madre è un caldo nido medio-borghese traboccante di persone, vettovaglie e libri, il tuo scantinato è privo di carattere perché manchi tu.
Caro Michele,
che bel film.

…Caricature di uomini come Monicelli amava ideare e sempre fin troppo veri.
L’ultimo atto di una borghesia stanca e decadente vista attraverso il ritratto di una famiglia smembrata, (ri)composta da una moltitudine di personaggi che il regista rende inafferrabili e aleatori. Buttati addosso allo spettatore senza il tempo di capire nemmeno bene chi siano si moltiplicano continuamente tra madri, padri, zie, figli, amici, amanti. Vediamo il loro re morente, il capo famiglia, che agonizza dando le ultime disposizioni dal suo letto/trono circondato da inutili ricchezze. Cerca come conforto quel suo unico erede maschio ormai perduto dietro a moti rivoluzionari, inghiottito da quel mondo che voleva cambiare.  Volti femminili di fine porcellana contrapposti a volti maschili unti e rozzi sprofondano insieme in un liquame affettivo in cui ormai le emozioni si sono dissolte per sempre ed è calato uno strano abbandono nel tempo andato…