giovedì 10 settembre 2026

Euthanizer (Armomurhaaja) - Teemu Nikki

un artigiano con un secondo lavoro (quello di praticare eutanasia sugli animali, con la sua etica) si trova in mezziìo a un fatto di violenza cieca, lui si difende e poi si vendica.

una storia d'amore (un po') e di vendetta (molta), visti i nemici di Veijo non si puo che parteggiare per lui (e non per il padre di Veijo).

un film che viene dal freddo della Finlandia, tutti lo capiscono, è un film che merita.

buona (vendicativa) visione- Ismaele

 

 

 

Veijo (Matti Onnismaa) è lo «euthanizer» del titolo: svolge infatti un’attività illegale (che però pubblicizza addirittura con dei volantini) di soppressione di animali domestici. I suoi modi burberi e i metodi di uccisione lo fanno inizialmente sembrare un sadico spietato, ma allo spettatore basterà poco per capire che si tratta di un servizio che offre a prezzi più che modesti e a scopo compassionevole: pur di non veder soffrire gli amati cani e gatti ammalati, è disposto ad aiutare chi non avrebbe la disponibilità economica per una soppressione dal veterinario.

Come è prevedibile già dalle primissime scene del film, che introducono senza apparente ragione un gruppo di nazionalisti dai modi violenti, il talento per le uccisioni di Veijo finirà per essere esercitato contro quelli che già dall’inizio identifichiamo come gli antagonisti e – come è ancora più scontato – sarà proprio la loro violenza gratuita da parte loro su un animale inerme ad accendere la scintilla che chiamerà il protagonista all’azione…

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Esta obra del finlandés Teemu Nikki es uno de los alegatos más contundentes en favor del respeto y la valoración urgente de la naturaleza, la cual desde ya se ubica en un estrato infinitamente superior con respecto a la execrable humanidad y su tendencia a destruirlo todo en nombre de sus delirios egocéntricos: utilizando la arquitectura del thriller minimalista, el realizador y guionista enfatiza que hay pocas cosas más satisfactorias que reventar a fascistas y devolverles el dolor que causan a su alrededor, ajusticiándolos como corresponde. La historia de Euthanizer (Armomurhaaja, 2017) se centra en Veijo Haukka (Matti Onnismaa), un hombre que posee un taller mecánico y como segundo trabajo se dedica a matar a animales de compañía que están en la fase terminal de sus vidas, cuyos dueños por lo general no pueden -o no quieren- pagar los más que onerosos servicios de la veterinaria del pueblito rural donde transcurre todo. A la par que comienza una relación romántica con una enfermera, Lotta (Hannamaija Nikander), quien asimismo cuida de su padre enfermo, el señor decide no matar al perro de un tal Petri (Jari Virman), el cual se lo quiere sacar de encima sólo para “hacerse el macho” con el objetivo de impresionar a su grupo de seudoamigos, nada menos que un colectivo de supremacistas blancos. Nikki trabaja muy bien el costado morboso -y hasta cómico- de las distintas subtramas

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"Ho iniziato la mia carriera di regista da adolescente realizzando film splatter con il sangue dei maiali della mia fattoria", ha proseguito il regista. "Non ho frequentato nessuna scuola e il mio lavoro nel mondo del cinema è cominciato con la gavetta. Mi sono serviti molti anni di fatica per realizzare il mio primo vero film ma ho avuto modo di imparare molto portando a termine una dozzina di cortometraggi. Euthanizer è il mio terzo film ed è il frutto delle varie influenze che ho subito da giovane. L'eutanizzatore è quello che definisco un giustiziere finlandese: ho sostituito il classico personaggio del cowboy/poliziotto/militare con qualcosa di inedito, un uomo che si prende cura degli animali in sofferenza. Mi sembrava perfetto: un eroe che fa tutto ciò che gli altri eroi non farebbero mai, uccidere un cane. A Hollywood un eroe può uccidere centinaia di uomini ma mai un cane. Ovviamente, sul set non è stato ucciso alcun animale: quelli morti che si vedono sono vittime di incidenti stradali. Li abbiamo recuperati lungo le strade, non è stato facile ma non avevo abbastanza budget per ricorrere agli effetti speciali".

"Quando ho iniziato a scrivere la sceneggiatura - ha concluso Nikki - avevo in mente un film violento sulla stupidità degli uomini di mezza età. Ne è invece venuto fuori un film il cui messaggio è: il mondo sarà incendiato dagli uomini di sani principi"…

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Arriva da un paese che non ti aspetti, uno dei film più nichilisti e disperati degli ultimi anni. Cinematograficamente, la Finlandia appoggia quasi tutto il suo appeal sulle strampalate, adorabili, pellicole di Kaurismaki, ma il film di Nikki ci porta in territori oscuri, in un "revenge movie" senza un barlume di neve, fra l'altro. Anzi, sono i boschi e i campi fioriti, a coronare il racconto che vede protagonista un uomo di mezza età, Veijo, solitario, misogino e animalista radicale. Ma anche meccanico e, soprattutto, praticante di eutanasie clandestine per animali sofferenti, cosa che è lui a decidere. Da qui s'apre una storia minima, dove il suo presente si mischia con il suo passato, con il padre morente, con un dolore che si porta dentro come un macigno, e con una gang di sbandati che per una serie di situazioni finiranno per portarlo a diventare un vero e proprio killer. Film, a suo modo, strampalato, sorretto dalla bella recitazione di Matti Onnismaa, capace di tratteggiare un personaggio ai limiti ma carismatico, mentre attorno a lui c'è solo desolazione, violenza e morte. "Euthanizer" potrebbe essere il "Dogman" finlandese, anche se il film di Garrone è diverso e decisamente più riuscito. Ma l'atmosfera che si respira è quella, la violenza si muove in ogni luogo, anche nel barlume d'amore che gli regala un'infermiera. Pellicola non del tutto riuscita, che lascia un certo disagio a visione completata. La Finlandia è sempre più una terra misteriosa.

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Euthanizer è un film crudo, ma indubbiamente colmo di fascino nella sua semplicità e nella maniera diretta in cui affronta gli argomenti che la sceneggiatura, firmata dallo stesso regista, propone; perfino didascalico, si potrebbe dire, a tratti. Ma si tratta parimenti dell’ennesima dimostrazione di come nei paesi scandinavi si riesca con budget modesto, attori sconosciuti al pubblico internazionale e argomenti scabrosi a realizzare del vero cinema, lontano da stereotipi televisivi, buonisti (accomodanti in funzione dei gusti del pubblico, si intende) e genericamente ‘modaioli’. Teemu Nikki, giunto alla sua opera terza, confeziona una pellicola dalla durata limitata – appena un’ora e ventitrè minuti – ma dai temi importantissimi, con pochi personaggi, dialoghi spesso laconici eppure tanta materia di riflessione. L’eutanasia, il rapporto fra esseri umani e animali, la condizione innaturale dell’uomo moderno, il senso di giustizia applicato all’esistenza terrena e la voglia, tipica dell’uomo, di sostituirsi a Dio; la stretta connessione fra amore e morte, il concetto di pietà (misericordia), la violenza esasperata quanto inutile dei nostri giorni: in Euthanizer c’è tutto questo e ancora altro, ma detto con parole povere – non per questo meno vere – e con un evidente senso di sconforto legato a una critica sociale intrinseca al film. La morte, in tutto ciò, è l’argomento principe di un lavoro che si apre con l’uccisione deliberata e si chiude con il suicidio, come un cerchio perfetto. Non mancano, come rilevato, difetti: alcune soluzioni logiche appaiono avventate e discutibili, così come la volontà di risaltare domande importanti e urtanti mette talvolta in luce situazioni finalizzate a turbare (gratuitamente?) lo spettatore. Apprezzabile la prestazione di Matti Onnismaa, protagonista noto in patria ma non altrettanto da noi. 

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mercoledì 9 settembre 2026

L'"architettura dell’accesso": cosa ci insegna il Festival di Venezia sul potere invisibile dei frame - Maylyn López

   

Venezia riapre una domanda che riguarda il cinema, le aziende e la politica del linguaggio: la disuguaglianza nasce nel momento in cui scegliamo o molto prima, quando decidiamo chi potrà arrivare nella condizione di essere scelto?

Alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 2026, un dato merita di essere analizzato oltre la polemica: tra i ventuno film in concorso per il Leone d’Oro, May el-Toukhy è l’unica donna ad aver diretto da sola un film di finzione.

Interpellato sulla sproporzione, il direttore della Mostra, Alberto Barbera, ha ricordato che soltanto il 24% dei film sottoposti alla selezione era diretto da donne, rispetto al 30% dell’anno precedente, e ha ribadito che la commissione sceglie le opere in base alla qualità artistica.

Il dato può chiudere il dibattito: sono arrivate meno opere dirette da donne, quindi era prevedibile selezionarne meno. Oppure aprire la domanda decisiva: perché meno donne sono arrivate alla porta della selezione? La regista in gara, May el-Toukhy, ha raccontato di aver impiegato sei o sette anni, dopo la scuola di cinema, per realizzare il suo primo film, mentre molti colleghi uomini avanzavano con maggiore rapidità. Ha indicato nell’accesso ai finanziamenti una barriera decisiva: budget inferiori limitano la possibilità di coinvolgere attori di rilievo, produrre opere competitive e raggiungere i grandi festival.

Anche Maggie Gyllenhaal, presidente della giuria, ha parlato di un problema “sistemico”, interrogandosi su chi stabilisca quali storie siano importanti, finanziabili o degne di appartenere alla categoria dell’“alta arte”.

Venezia diventa così un punto di osservazione che supera il cinema. Ci obbliga a distinguere tra disuguaglianza nel risultato e disuguaglianza nell’accesso alle condizioni che rendono possibile quel risultato.

 

La selezione comincia prima della selezione

Un processo finale può essere formalmente corretto ed essere preceduto, nello stesso tempo, da anni di accesso asimmetrico alle opportunità. Un consiglio di amministrazione può scegliere in buona fede il candidato con l’esperienza più solida. Se nella lista finale arrivano otto uomini e una donna, però, osservare soltanto l’ultima decisione significa analizzare il sistema quando gran parte della selezione è già avvenuta. Occorre chiedersi chi abbia ricevuto progetti strategici, responsabilità di budget, esposizione internazionale e incarichi capaci di costruire reputazione manageriale.

È la differenza tra guardare chi viene scelto e osservare chi viene progressivamente messo nella condizione di poter essere scelto. Il rapporto Women in the Workplace 2024 di McKinsey e LeanIn.Org rende visibile il meccanismo. Per ogni cento uomini promossi al primo livello manageriale, venivano promosse 81 donne. È il cosiddetto broken rung, il “gradino interrotto”: la perdita di rappresentanza comincia con la prima promozione manageriale e produce un effetto cumulativo. Nel campione analizzato, le donne rappresentavano il 48% dei ruoli di ingresso, il 39% dei manager e il 29% della C-suite.

La metafora del “soffitto di cristallo” colloca la barriera nella parte alta della carriera, ma rischia di oscurare la successione di decisioni che la costruisce: un progetto affidato a una persona e non a un’altra, un incarico internazionale, una nomina temporanea, una seconda possibilità dopo un errore.

 

Le parole costruiscono ciò che consideriamo leadership

Qui il tema dell’accesso incontra quello del linguaggio.

George Lakoff ha mostrato che le parole non sono semplici etichette: richiamano cornici concettuali attraverso le quali organizziamo ciò che osserviamo. Robert Entman descrive il framing come un processo di selezione e salienza: alcuni aspetti della realtà vengono evidenziati, favorendo determinate interpretazioni. Il linguaggio non determina automaticamente il pensiero, ma rende alcune letture più disponibili, familiari e legittime di altre.

Che cosa immaginiamo quando pronunciamo la parola “leader”? Decisione, assertività, autorevolezza, controllo, propensione al rischio e capacità di esercitare potere occupano ancora un posto rilevante nel prototipo culturale della leadership.

La teoria della congruenza di ruolo di Alice Eagly e Steven Karau spiega che il pregiudizio verso le donne leader può emergere dalla distanza percepita tra le caratteristiche tradizionalmente associate al ruolo femminile e quelle attribuite alla leadership. Ne deriva un doppio vincolo: una donna può essere giudicata meno adatta a guidare e, quando adotta i comportamenti assertivi richiesti dal ruolo, può essere valutata meno favorevolmente.

Questo non autorizza le semplificazioni. Affermare che un uomo venga sempre definito “deciso” e una donna sempre “aggressiva” sarebbe retorica, non analisi. La domanda rigorosa è un’altra: a parità di comportamento, utilizziamo gli stessi criteri e lo stesso linguaggio quando cambia il genere della persona valutata?

 

Presenza non significa potere

I dati italiani confermano la necessità di distinguere tra presenza e potere. Secondo il Rapporto Consob sulla corporate governance, pubblicato nel luglio 2026 sui dati del 2025, le donne occupano quasi il 44% degli incarichi nei consigli di amministrazione delle società quotate. In circa una società su cinque, la loro presenza è pari o superiore a quella degli uomini.

Nei ruoli apicali, il quadro cambia: nel 2025 le società con una presidente erano 21, in calo rispetto alle 28 dell’anno precedente; quelle guidate da un’amministratrice delegata erano 17, contro le 18 del 2024.

Contare quante donne siedono in una stanza non basta. Bisogna chiedersi chi controlli risorse e budget, partecipi quando le opzioni sono ancora aperte, decida le nomine e possa modificare l’agenda.

Dire che “tutti hanno le stesse opportunità perché tutti possono candidarsi” riduce l’accesso alla possibilità formale di partecipare a una selezione. L’accesso professionale comprende la possibilità di accumulare esperienza, reputazione, risultati e relazioni attraverso gli incarichi ricevuti nel tempo.

 

Il potere comincia prima del risultato

Venezia ci consegna allora una domanda che va oltre il numero di donne in concorso. Se soltanto il 24% dei film sottoposti alla Mostra era diretto da donne, non basta discutere la selezione finale. Bisogna osservare chi abbia avuto accesso ai finanziamenti, quali storie siano state considerate universali o artisticamente rilevanti e chi abbia potuto accumulare il capitale professionale necessario per arrivare fino a quella porta.

Lo stesso vale nelle aziende. Non basta chiedersi quante donne diventino amministratrici delegate. Dobbiamo osservare quante ricevano, anni prima, le responsabilità dalle quali vengono scelti i futuri vertici.

La domanda sulla leadership femminile deve quindi cambiare. Non soltanto: quante donne sono arrivate al vertice? Piuttosto: come viene costruita, distribuita e legittimata, anche attraverso il linguaggio, la possibilità di arrivarci?

Una delle forme meno visibili del potere non consiste nel decidere chi vincerà una competizione. Consiste nel determinare chi potrà parteciparvi con risorse, esperienza, riconoscimento e legittimità sufficienti per essere considerato una scelta possibile. Il risultato finale è soltanto la parte visibile. Il potere comincia molto prima, nell’architettura dell’accesso.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-larchitettura_dellaccesso_cosa_ci_insegna_il_festival_di_venezia_sul_potere_invisibile_dei_frame/60073_68781/

martedì 8 settembre 2026

Duios Anastasia trecea (Dolcemente passava Anastasia) - Alexandru Tatos

in un villaggio romeno, gente semplice e pacifica, arrivano i nazisti di merda, assassini come sempre, come in Italia nel dopoguerra, come in Palestina adesso, contro la Resistenza usano la rappresaglia.

Anastasia, la maestra del villaggio, novella Antigone, fa una brutta fine.

un film che merita.

buona (resistente) visione - Ismaele 

 


QUI si può vedere il film completo, con sottotitoli in inglese



lunedì 7 settembre 2026

30 Door Key - Jerzy Skolimowski

Jerzy Skolimowski dirige un film tratto dal capolavoro di Witold Gombrowicz (qui), impossibile raggiungere le vette toccate dal libro.

la storia è quella di un vecchio professore che vuol tenere i giovani come bambini, e ci riesce!

un film che comunque merita.

buona (infantilistica) visione - Ismaele



QUI si può vedere il film con sottotitoli in inglese

 


An odd art-house satire by Skolimowski on social roles, archetypes and classes. It gleefully twists these around in a surreal fashion and toys with social classes to the point of silliness. A writer of 30 finds himself forced into a series of situations where he is expected to behave in certain ways. His professor of old forces him back into school for re-education where he is bullied and the students have face-making duels, duels where adeptly faking a face and posture can be awe-inspiring and debilitating to others. In a family home, he encounters a sexual fantasy and symbol of carefree youth in the form of a school-girl archetype, her promiscuity both encouraged and deterred by her father. In an upper-class home he finds class struggles with slaves, his friend from school (Crispin Glover) becoming increasingly socialistic and fraternizing with the lower class, feeding a revolution. All the while, odd masked crowds herd in the background like sheep. Somewhat interesting, quite whimsical, and a fitting companion piece to Savages.

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Parte bene per poi calare e sfaldarsi sempre di più col passare del tempo. L’idea di base è interessante, originale e bizzarra: non si può dire lo stesso della sua realizzazione. Se la confezione è ricca e curata, il problema principale è l’eccedere in simbolismi e metafore che appesantiscono la pellicola e la sua fruibilità. Peccato, ma in ogni caso non male.

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sabato 5 settembre 2026

In the Heart of the Machine - Martin Makariev

se esistesse una graduatoria dei film da galera, In the Heart of the Machine sarebbe nella parte alta della classifica.

tensione, violenza, prepotenza, speranza (poca) e dignità (tanta), nella storia ci sono tutti gli ingredienti giusti per un film da non dimenticare.

ottimi attori diretti da un regista che merita, ca va sans dire.

buona (volatile) visione.

 

 

 

Calore, ferro, polvere e odore di petrolio: quella che sembra un'altra tipica giornata lavorativa da detenuti nel carcere di massima sicurezza, si rivelerà in realtà fatale per tutti loro. I carcerati scovano qualcosa di straordinario all'interno di una delle macchine e un'inaspettata ondata di compassione spinge i prigionieri a prendere degli ostaggi e a bloccare l'ingresso dell'officina, rischiando la vita, perché a volte il desiderio di essere umani è più forte dell'istinto di sopravvivenza.

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In the Heart of the Machine is a prison drama with plenty of violence. It takes place in 1978, when Bulgaria was controlled by a repressive and brutal Communist regime. The protagonist, Boris Radulov, known as Bohemy (Alexander Sano) seems a bit different from the other murderers and rapists who surround him. Indeed, he has apparently been framed for murder because of his political beliefs. The warden (Hristo Shopov) calls him in and offers him early parole if Bohemy can put together a team that can double production at the local Kremikovtsy Steel Plant. Bohemy agrees, but only on the condition that he can add to his team a much-feared murderer who is on death row for having, in a drunken rage, hacked to death his father and his brother during the brother’s wedding. Bohemy  explains that this man, known as The Hatchet (Igor Angelov), understands lathes and is unusually strong.

The other members of the team are The Needle (Hristo Petkov), who stabbed to death a grandmother and her granddaughter; The Gypsy (Stoyan Doychev), also known by his real name, Krasni, who raped a 14-year-old girl; and The Teacher (Ivaylo Hristov), who serves as a sort of spiritual guide for the others…

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…Remarkably, it’s based on a true story – the film is dedicated to the real Bohemy. Well, almost true: the bird was a sparrow, not a pigeon, and less violence was involved in the resolution. While it certainly does not skimp on that when necessary, it has a lot to say about what it means to be human. The trapped bird is clearly a metaphor for the prisoners (the title could apply to both), and that’s perhaps why The Hatchet feels so strongly about its release, at the risk of his own life. Not everyone agrees with him; among the group of prisoners, some would like to seize the unexpected chance to escape, while others want to surrender at the first opportunity, and Bohemy is just trying  to get through the day. Some will not get what they want.

I loved the character work here in particular. No-one is portrayed as entirely evil; even Vekilsky has reasons for his behaviour, mostly rooted in an understandable fear of the prisoners. We gradually learn about the convicts’ backgrounds, as well as their aspirations – that a child-rapist can be made to seem almost likeable, says a lot about the excellent work put in by Makariev and his cast. By the end, you feel genuinely invested in the outcome for everyone, and it’s very much a bitter-sweet resolution. Albeit one which may leave you with a little bit more faith in humanity, than you had upon entry.

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L’amore fatale – Roger Michell

un salvataggio mancato è il potente inizio del film, poi dopo nessuno dimentica.

e poi c'è un pazzo pericoloso, Parry (interpretato da  Rhys Ifans), che si innamora di Joe (interpretato da Daniel Craig).

tutti sono bravi, ma Samantha Morton di più.

buona (inquietante) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film, su Raiplay

 

 

Tratto da un romanzo di Ian McEwan, che funge anche da produttore associato, L’amore fatale è un film capace di catturare lo spettatore fin dal magnifico incipit. In effetti, il primo capitolo di Amore fatale è forse il più bello di tutto il libro ed era assolutamente necessario renderne l’intensità anche sullo schermo per non perdere subito la forza dell’opera su cui la pellicola è basata e portare l’intero film al fallimento. E Michell, regista spesso incapace di esprimere totalmente il proprio talento, realizza una scena poetica e al tempo stesso sconvolgente, impressionante nella sua forza drammatica, anche pensando al fatto che usa con eleganza il ralenti e rifiuta le altre tecniche manipolatorie tipiche del cinema drammatico E il modo in cui Michell e lo sceneggiatore Joe Penhall raccontano per immagini un romanzo particolarmente ricco di introspezione come questo di McEwan è efficace per tutta la durata della pellicola. Con il fattivo supporto dello stesso McEwan, gli autori sono sempre riusciti a trovare la giusta via per riproporre sullo schermo i discorsi del romanzo senza diventare pedanti e senza disperdere la forza delle pagine scritte. Chi ha letto e amato il romanzo ne ritroverà qui lo spirito perfettamente intatto, mentre chi non lo ha ancora letto si troverà davanti una pellicola affascinante e intensa, capace tra l’altro di metter voglia di leggere il libro…

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L’amore fatale è quello non contraccambiato, subito drammaticamente dall’oggetto del desiderio. Parry è folle vittima della sindrome di de Clérembault, una forma di psicosi passionale (scoperta nel secolo scorso dall’omonimo psichiatra) nei confronti di un altro soggetto, spesso inconsapevole, con ossessione a sfondo religioso. E’ un amore perdurante in cui ci si sente investiti dalla missione di rendere consapevole dell’amore l’oggetto della passione. Il soggetto è persuaso di essere in comunicazione amorosa con l’oggetto d’amore, attraverso particolari segnali segreti (secondo Parry il modo in cui Joe sposta le tende dalle finestre di casa è per lui un chiaro segnale di intesa). “Io ti amo e tu mi ami, e questo è tutto” dice assolutisticamente Parry a Joe; “Dio solo sa cosa sarei senza di te!” : ecco esplicitato il delirio amoroso a sfondo religioso, che rende la beachboysiana God only knows funzionale al messaggio mistico ossessivo…

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Nonostante manchi di un perfetto equilibrio narrativo il film di ha una densità emotiva ed un’efficacia espositiva davvero sorprendenti.
Efficace la recitazione che non cade mai nel caricaturale, neppure quando si tratta di Ifans.
L'intensità drammatica della pellicola rimane costante proprio grazie agli interpreti, e grazie alla capacità del regista di restituire gli stati d'animo più con i movimenti di macchina che con l'uso dei dialoghi.
Splendida e fortemente suggestiva la sequenza dell’incidente della mongolfiera.

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…Ottima l’introspezione dei protagonisti, sia quella allucinata di Daniel Craig, altrettanto quella più vicina alla pazzia di Samantha Morton. Entrambi gli attori, in stato di grazia, sebbene di ognuno, alla fine si potrebbe raccontare come la storia finisca alla maniera di tutti insieme disperatamente.
Di grande efficacia l’opera scultorea dello stesso regista, la sua insistenza sui volti scolpiti, duri e scalfiti fin nell’interno, attraverso cui ci fa passare dalla biologia alla meccanica (materialità) dei sentimenti, anche quelli più intimi, celati sotto la dura roccia della nostra umanità.
Il finale è tutto affidato all’immagine (iniziale) di una bottiglia di champagne. L’incarto esterno del tappo è ancora intatto: evidentemente è vero che “tutte le cose hanno un significato per qualcuno. Tutte le cose accadono per un motivo”.

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La bellezza abbagliante della campagna inglese, un bambino su una mongolfiera rossa che un vecchio da terra non riesce più a controllare, quattro uomini che corrono in suo soccorso, si appendono alle corde, si sollevano, oscillano, finché un colpo di vento più forte degli altri li fa innalzare ancora di più, li costringe a mollare. Tutti tranne uno, che finirà col precipitare. Cambia così la vita di tutti i personaggi coinvolti nell’incidente, in quello che è stato definito uno degli incipit più affascinanti della letteratura contemporanea, un momento di immediata, potente evocazione visiva. L’amore fatale di Ian McEwan è un romanzo sinuoso, oscuro e romanticamente disperato, del quale il regista Roger Michell riesce solo in parte a trasferire sullo schermo le suggestioni. Fin dalla sequenza iniziale, nata per il cinema, che è bella, ma non riesce a conservare l’impatto sconvolgente della pagina scritta. Costretto all’inevitabile semplificazione del flusso interiore ossessionante su cui si costruiscono le dinamiche e gli interrogativi del romanzo, il film finisce per colorarsi di thriller e per annacquare invece la lacerante predestinazione melodrammatica del suo triangolo amoroso. E questo nonostante la bravura degli interpreti, soprattutto Rhys Ifans, stralunato e persino tenero nei panni del persecutore sentimentale.

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giovedì 3 settembre 2026

Krik (Il grido) - Jaromil Jireš

in una Praga senza overtourism, piena di persone normale, il film racconta la storia di due ragazzi che dopo un incontro casuale si sposano. e quando lei è in ospedale par partorite lui la cerca per telefono, non c'erano i telefoni cellulari, per fortuna, da qualsiasi telefono che si trova sotto le mani.

una storia d'amore e anche una storia di speranza, prima dell'invasione di Praga del 1968.

un film che merita, semplice e profondo.

buona (praghese) visione - Ismaele


QUI il film completo, con sottotitoli in spagnolo

 

 

Storia di un giorno di importante riflessione e di ricordi nella vita di una coppia: lei è in clinica in attesa di partorire; lui è in giro per la città in attesa del lieto evento. Ognuno per proprio conto, torna con la mente al proprio passato. Pensano al loro amore, ai giorni vissuti insieme e, contemporaneamente, fanno progetti per il futuro e cercano la soluzione ai loro problemi pratici e psicologici. La nascita del bambino li riporta alla realtà del presente e alle probabili difficoltà di un futuro in cui adesso al primo posto c'è il nuovo nato a cui vorrebbero poter offrire un futuro migliore e senza guerre

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The Cry focuses on a relationship of a young married couple, expecting birth of their first child. While TV-repairman Slávek (Josef Abrhám) fares between his customers, he keeps trying to call to the maternity hospital where his wife Ivana (Eva Límanová) lies. For one reason or another, Slávek never gets the right number or has not enough time to make the important call and ask if he is already a father. Meanwhile, his wife wonders why he doesn´t call and if that could mean something. They are both thinking at each other, remembering moments from their past and questioning their future.

This is expressed by a more or less chronologically sorted line of flashbacks (mostly from Slávek´s perspective), constantly interrupting the present-day storyline. Besides it, there are some lyrical shots of trees accompanied by a fatal soundig Bach´s music, reportage shots of daily life in Prague, and also some slightly surreal blackouts as, for example, still frames of kids from some third world country, which altogether make The Cry more an subjective essay about lives, hopes and fears of certain people in certain time and place than a traditional plot-driven film…

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mercoledì 2 settembre 2026

Den røde kappe (The red mantle o Hagbard and Signe) - Gabriel Axel

la lotta senza quartiere di due clan, la pace ritrovata e poi persa ad opera di uno squallido e del suo sodale cieco che insinuano sospetti e minacce (oggi diremmo che si comportano come gli inglesi, dove passano loro scoppiano le guerre, si sa).

non ci sono castelli, solo stazzi dispersi nella campagna, e c'è anche la storia di Romeo e Giulietta (anche Shakespeare aveva letto quella storia islandese) e nella sua essenzialità e profondità il film lo possono capire in qualsiasi parte del mondo.

come nella storia di Ulisse (e come oggi, l'uomo non cambia mai) la fine è un bagno di sangue, e l'eroe vince, ma Signe muore.

un gioiellino senza tempo, promesso.

buona (vendicativa) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo, con sottotitoli in inglese

 

 

The picture is fascinating. It is Romeo and Juliet drama performed in Swedish by a small cast. It was co-produced by a Swedish-Danish-Icelandic company, and photographed in magnificent natural colors against the bleak spendor of an Icelandic mountainside.As a tender love drama of two youngsters that surges and explodes with the hate and vengeance of two warring clans, the story unfolds awash in a flow of crimson. Some of the mayhem—two decapitations and continual skewerings—is horrifying.Yet the context of the film and the integration of its components make for such simple affecting unity and visual impact, that no one should miss it…

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The storyline has the familiarity of a classic archetype but director Axel makes it fresh and engaging with a visual approach that emphasizes the volcanic landscapes of Iceland (where it was filmed) and the physical actions and behavior of the main characters. Dialogue is used sparingly and the sound design is particularly evocative of another time with its mixture of clattering swords and armor, horses snorting and galloping, the crashing surf and discordant musical cues that utilize horns, a solo piano and male and female choruses…

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scrive Roger Ebert:

“Hagbard and Signe” is a beautiful, lean, spare film, which reaches back into the legends of the past to find its strength. I think it must be reckoned the sleeper of the year; I had not heard of it previously, either under the present title or as “The Red Mantle” (its title as the Danish entry at Cannes).

Director Gabriel Axel set his story in the year 1100 and shot entirely on location in Iceland to find the virgin landscapes of the middle ages. His experiment was a splendid success: From scenes of conflict, the camera often looks up to unbroken panoramas of mountains, ice, mist and tough green vegetation.

The plot has the simplicity of legend, as if it had been retold for many years until only the most important contours remained. The film involves three brothers who come to avenge their father’s death.

They fight the king’s three sons with sword and spear, but the match is a standoff, and at day’s end the king declares a truce. The brothers spend the night at his castle. One of them, Hagbard, falls in love with the king’s daughter, Signe, and she with him.

What follows has its roots in a dozen folk tales from as many lands; I would rather praise the marvelous craft of this film. There is a battle scene halfway through that is among the most perfect and brutal I have ever seen; it ranks with the battle in Orson Welles’ “Falstaff.”

In most battle scenes, we become aware that we are shown first one swordsman, then the other, but never both actually chopping at each other. Here, however, we are drawn right in to the heart of battle. Then there are the horses; enormous, muscular, slow, strong war-horses. Not since the short “Dreams of the Wild Horses” have horses been shown with such effect in film.

The actors are more than accomplished. The king and queen are played by Gunner Bjornstrand and Eva Dahlbeck, two veteran members of Ingmar Bergman’s repertory company. The young lovers are physically and spiritually lovely: Gitte Haenning (Signe) is a greater beauty, in my eyes, than Pia Degermark of “Elvira Madigan.”

Two more things need to be said. The dialog is rare and sparse; for long passages, we hear nothing but natural sounds, and when the characters do speak they say only what is necessary. This helps to establish the film as legend; talking too much would only get us bogged down. The other thing that must be mentioned is the photography by Henning Bentsen. He places us so firmly in the breathtaking lonely vastness of Iceland that we can believe only heroes could inhabit this land.

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martedì 1 settembre 2026

The wave - Roar Uthaug

prima di The quake Kristian lavorava in un ufficio che monitorava la situazione di un costone di una montagna, poteva crollare in un fiordo.

e come ci si poteva attendere la montagna si spezza e crolla, provocando uno tsunami devastante.

Kristian è l'eroe che salva molte persone e sopratutto la sua famiglia.

non è un capolavoro, ma ha la giusta dose di catastrofe e adrenalina che tiene incollati allo schermo.

buona (eroica) visione - Ismaele


 

QUI si può vedere il film completo

 

 

 

…Produzione interamente norvegese, che ricalca l'iter di quelle mainstream, ma lo fa nel complesso con molto meno retorica. Utahug prima incornicia il fiordo con delle riprese aeree mozzafiato riempiendo gli occhi con un paesaggio da cartolina, poi lo demolisce con un disastro che restituisce una Norvegia desolante e funerea, grazie ad alcune inquadrature che ricordano la "Raccoon City " di Resident Evil, un vero inferno tra fiamme, polvere ed un sapiente uso della luce. Molto bella la scena dello tsunami, da seguire tutta d'un fiato (guardatevi bene la scena dell'auto che si ribalta). Tutto scontato e prevedibile ovviamente, ma almeno ci vengono risparmiate le lungaggini narrative di Emmerich. Finale al marzapane consolatorio come regola Blockbuster impone.

Poco male, per un film che non offre nulla di più rispetto al solito copione da disaster movie (ma neanche nulla di meno), con personaggi che si affannano a restare vivi e che scontano i soliti luoghi comuni, ma almeno non dilapida budget faraonici (il film è costato 6 mln).

Mettete il pilota automatico e vedetevi il film se vi piace il genere. Una sei meno meno.

da qui

 

Un tracollo completo, e non parlo della falda che ha provocato lo tsunami, quello che viene fatto per rimediare un finale happy and, che nemmeno il più radicale degli spettatori di disaster movimento avrebbe preteso. Auspicarsi che almeno uno dei protagonisti muoia non è bello, ma nemmeno lasciarsi andare all'improponibile salvataggio in extremis che ci viene proposto. Il ridicolo (anche quando è inconsapevole ) strappa almeno un'amara risata liberatoria, che consola in parte alla delusione per un'occasione persa per non aver assistito ad un film catastrofico finalmente europeo.

da qui

 

 


domenica 30 agosto 2026

Ulisse – Mario Camerini

anche in Italia sono stati girati dei kolossal, come il grande Ulisse di Mario Camerini.

Kirk Douglas (avversario del maccartismo e amico di Dalton Trumbo (leggi qui), è Ulisse, e la storia omerica viene interpretata in maniera indimenticabile.

ottimi tutti gli altri attori e attrici, SIlvana Mangano interpreta Penelope e anche Circe.

un film da non perdere, promesso.

buona (Kirk) visione - Ismaele

 

QUI, su Raiplay, e QUI si può vedere il film 

 

 

Viene rappresentato un Ulisse molto legato all’immaginario degli anni Cinquanta, tanto dal punto di vista fisico quanto da quello psicologico. Nonostante la rilettura cinematografica, la sua caratterizzazione rispecchia in molti aspetti la figura dell’Ulisse omerico. L’eroe appare infatti duro, categorico, superbo e segnato dalla hybris; non è soltanto astuto, ma anche arrogante.

Ed è proprio attraverso questa caratterizzazione che la componente umana diventa centrale. L’eroe non viene presentato come una figura perfetta e distante, ma come un uomo capace di errori, debolezze e contraddizioni. La fragilità emerge soprattutto nell’incontro con Circe, dove l’astuzia di Ulisse lascia spazio alla tentazione e alla vulnerabilità. Il film riduce inoltre notevolmente la presenza fisica e diretta delle divinità, rendendo il racconto più umano. Il conflitto diventa soprattutto terreno e psicologico.

Kirk Douglas è particolarmente efficace proprio in questo aspetto. La sua interpretazione mette in luce tanto i lati positivi quanto quelli negativi del personaggio, fino al culmine rappresentato dalla spietatezza della scena finale, quando Ulisse affronta i pretendenti nel palazzo di Itaca.

Questa forte concentrazione sul protagonista è allo stesso tempo uno dei punti di forza e uno dei limiti del filmUlisse domina quasi completamente la narrazione, mentre il senso dell’attesa, del ritorno e della separazione da Penelope rimane più marginale rispetto alla centralità dell’eroe.

Un classico da riscoprire

Ulisse è un film cult del cinema italiano degli anni Cinquanta e rimane un’opera di grande livello, capace di unire spettacolo, avventura e interpretazioni memorabili. Il principale limite è la semplificazione della storia omerica e il taglio di numerosi episodi, ma la qualità della messa in scena è tale che, una volta entrati nel suo mondo, si vorrebbe quasi che durasse molto più a lungo.

È uno di quei film che, nonostante gli oltre settant’anni trascorsi, riescono ancora a dimostrare quanto il cinema italiano sapesse costruire grandi spettacoli destinati al pubblico internazionale, e continua ancora oggi a contare molti affezionati.

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Sostanzialmente considerato il primo kolossal del dopoguerra Made in Italy (inteso prodotto da italiani e quindi non solo girato in Italia con soldi stranieri) l’Ulisse di Camerini è un bell’esempio di rappresentazione del capolavoro di Omero che, nonostante le necessarie semplificazioni imposte dallo strumento cinematografico, dimostra una grande sensibilità verso i propri personaggi. Precisiamo che rispetto ai magniloquenti prodotti d’oltreoceano, il budget a disposizione da De Laurentiis e Ponti è tutt’altra cosa: basta osservarne la durata, ben lontana da quelle dei kolossal coevi hollywoodiani, per constatare che la vicenda ha dovuto necessariamente comprimere o scartare interi episodi nonchè semplificarne altri, così come sono ben contenute le scene di massa. Ma questo non è assolutamente un difetto per un genere di film che a un certo momento sembrava fare gara a stordire lo spettatore con sequenze sempre più spettacolari; difatti si può constatare invece una volontà di dare spessore ai protagonisti e tutto sommato forse anche il ritmo della storia ne ha beneficio. Si possono apprezzare sia delle intrepretazioni accorate, ad esempio Kirk Douglas, in splendida forma fisica passa dall’esuberanza del suo personaggio (colpevole di momenti di alterigia verso Nettuno) a momenti di malinconia (l’incontro con Telemaco o con Argo) o ad altri di profonda riflessione con l’eroe che decide di rinunciare all’immortalità offertagli da Circe. Anche il resto del cast è eccellente: vediamo un prorompente Anthony Quinn in un ruolo arrogante e feroce e Silvana Mangano, all’epoca una star dopo le prove in film come Riso amaro, che qui assurge ad un ruolo nobile e orgoglioso. Le trovate registiche peraltro non mancano, l’idea stessa di far interpretare due ruoli, quello Penelope e Circe, a Silvana Mangano creando un perfetto bilanciamento tra le due figure femminili che attraggono il protagonista è uno spunto meraviglioso…

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sabato 29 agosto 2026

Gloria! – Margherita Vicario

un film sorprendente, che somiglia un po' a Primavera, una storia di orfanelle destinate a essere comprate da ricchi pedofili.

appare un pianoforte, e grazie a Teresa la musica cambia, a sorpresa.

un bel film, un'opera prima, con ottimi attrici (e attori).

buona (musicale) visione - Ismaele

 

QUI si può vedere il film completo, su Raiplay


 

Gloria! è un omaggio alla passione e al genio musicale femminile, un film che rende onore alle voci silenziose di quelle donne che, nonostante le barriere del loro tempo, hanno saputo trovare una via per esprimere il loro talento. È un canto di lode per le compositrici dimenticate che Margherita Vicario riesce a portare sullo schermo con grande abilità e delicatezza.

Gloria! si fa portavoce di un linguaggio cinematografico fresco e potente, fondendo una vicenda storica con la musica contemporanea, opera della stessa Vicario, tessendo così un dialogo tra passato e presente. Le musiche che vengono scritte e composte dalle allieve durante le prove segrete sono musiche sempre molto liturgiche, istituzionali, legate al segno del tempo, musiche che raccontano un’ideologia ben precisa di fede, scrittura, visione e tempo.

Mentre le musiche che compone Teresa sono diverse, hanno un sapore moderno, sono più avanti di qualsiasi cosa abiti quel collegio, e non vengono comprese, sono inascoltabili secondo le altre ragazze perché Teresa non è stata istruita in senso più strutturale e pedagogico alla musica ecclesiale, non ha cognizione della liturgia, non ha dalla sua la conoscenza degli strumenti e del suono, non sa leggere il pentagramma, suona a suo modo, segue il suo spartito, sente il ritmo, e il suo approccio alla musica per questo è diverso, incomprensibile…

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…Gloria! non è un film storico tout court così come non è un musical, bensì è un film musicale ad ampio raggio, sulla scia di Sister Act, ma con trama e intenti diversi. La musica è il cuore pulsante dell’intera opera, dove la colonna sonora (musiche e canzoni lavorate dalla stessa Vicario) dona un ritmo incalzante alle varie sequenze. È affidato alle protagoniste l’onere di scrivere quel canto ribelle che travalica la contemporaneità.

Seguendo involontariamente le orme di Barbie e C’è ancora domani, Vicario prosegue la traccia femminista donando un messaggio cinematografico diverso, offrendo un debutto dietro la macchina da presa di qualità, tra il pop ricercato e l’intellettuale. Gloria! è un’opera riuscita.

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loria! è rivoluzionario. Non tanto perché unisce il film in costume, la commedia, il backstage musicale, ma per come lo fa. Certo, non è compatto, se ci si impunta a trovarne i difetti, se ne trovano quanti se ne vogliono. Ma segue l’onda e l’energia della musica e soprattutto crea una frattura sensibile con la visione più classica, con la “bella forma”. Perché della ‘bella forma’ a Gloria! non gliene può fregare di meno. Tutti quegli incontri di notte in cantina davanti al pianoforte sono pura magia, conflitto, passione. Tempo. Ritmo. La clessidra si gira. Ancora stacco. Fuori ci sono gli echi della Rivoluzione Francese ma lì in quell’istituto il mondo sembra essersi fermato. C’è anche il piacere e l’inganno, componimenti promessi da Cristiano al Maestro Perlina che non sono all’altezza. “Cosa sente il mio orecchio?” dice il personaggio di Paolo Rossi. Ecco in Gloria! sentiamo prima di vedere. È pura percezione nella ricerca dell’armonia, del tempo, della passione e della bellezza. Dalle luci della candele si intravedono forse da lontano le fiamme del cinema di Céline Sciamma. Ma soprattutto Gloria! è il grande incrocio (im)possibile tra X-Factor e Sofia Coppola. Proprio come Marie Antoinette prende di petto la Storia e diventa pop. Per questo contagia e stravolge. Prima ti descrive, poi ti racconta, infine ti abbraccia. È un film che ha un cuore grande così e da un certo momento ti trascina dentro, a ballare e a cantare. Un’inaspettata e bellissima rivelazione.

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Conscia di dover travalicare il senso dell’accuratezza storica per potersi davvero garantire la riuscita della sfida che ha voluto affrontare – quella di ridare dignità e voce alle centinaia di musiciste che non vennero riconosciute come autrici e morirono nella più totale ignoranza storica nei loro confronti – l’esordiente cineasta costruisce Gloria! come una fiaba, dove dal suicidio ci si riprende grazie all’amorevole cura delle amiche, i cattivi non dormono in pace (e anzi magari passano anche a miglior vita), le mute tornano a parlare, e tutte le protagoniste possono vivere felici e contente, con un orizzonte che le gratifichi anche sotto il profilo strettamente professionale. Un’utopia, certo, ma che trova nel cinema e nell’immagine pittorica (notevole la fotografia lavorata da Gianluca Palma) il grimaldello per scardinare la prassi, anche quella produttiva concernente la famigerata “ricostruzione storica”. Le splendide protagoniste del film – ottime le interpretazioni di Galatéa Bellugi, Carlotta Gamba, Veronica Lucchesi in arte La rappresentante di lista, Maria Vittoria Dallasta, Sara Mafodda – parlano come ventenni di oggi, desiderano come ventenni di oggi, si ribellano al potere costituito senza tanti salamelecchi o inchini d’osservanza. Quello che potrebbe apparire come un “errore” storico rivela in profondità l’anima più dirompente di Gloria!, la volontà di negare ogni codice di rappresentazione per ribadire la necessità di ricostruire sempre tutto, di rileggere e rivedere ogni idea precostituita, sia essa data da un insieme di note in ordine sparso o dal ruolo sociale che è stato già deciso aprioristicamente. Con la stessa fiera libertà che agitava le notti rivoluzionarie dei collegiali raccontati da Jean Vigo in Zero in condotta le protagoniste di Gloria! si prendono il proscenio con la forza, e osano rovinare la festa in un crescendo finale che emoziona, coinvolge, e diverte. Opera prima tra le più rimarchevoli del cinema italiano degli ultimi anni, quella di Margherita Vicario è anche la sfida vinta a un’idea di cinema “impegnato” che deve sottolineare i propri motivi sociali nascondendosi dietro la trama: qui avviene l’esatto contrario, ed è dall’immagine che scaturisce l’ideologia, e non viceversa. Come dovrebbe sempre essere.

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