venerdì 10 luglio 2026

Zero club - Jessica Hausner

un esperimento di natura alimentare, con una guru che 'adotta' alcune studentesse e studenti di un college per ricchi.

lei riesce a convincere e manipolare le menti di quel gruppetto di rampolli di buona famiglia.

il film non è perfetto, ma si vede bene, è inquietante quanto basta.

buona (dietetica) visione - Ismaele

ps: mi ha un po' ricordato, mutatis mutandis, L'onda, ma quel film è difficilmente raggiungibile  



 

…Il film esplora la metafora della fede cieca ( tornando circolarmente ad uno dei temi più cari alla regista viennese, dove la scienza dell’alimentazione viene sostituita da un dogma. In un mondo sempre più ossessionato dalle diete e dai regimi alimentari, Hausner critica in modo tagliente l’idea di salute e purezza che diventa ideologia, sottolineando i pericoli delle mode alimentari estreme. L’alimentazione, solitamente una fonte di nutrimento e vita, viene capovolta in uno strumento di controllo e negazione del corpo.

L'opera di Jessica Hausner affronta anche il tema del controllo sugli individui più deboli, rappresentati dagli studenti che, sotto la guida della loro insegnante, perdono progressivamente la capacità di pensare in modo autonomo. 

Hausner mostra come le persone in posizioni di potere possano manipolare e sfruttare le insicurezze altrui per mantenere il controllo. La critica sociale qui è evidente: la regista denuncia la struttura gerarchica della società, dove chi detiene il potere può facilmente sfruttare i più fragili per i propri scopi. La dinamica tra Novak e gli studenti è inquietante e riflette non solo la manipolazione a livello personale, ma anche una più ampia critica alle istituzioni che alimentano e perpetuano queste dinamiche di potere.

La regista austriaca , sebbene in alcuni tratti sembri perdere transitoriamente il controllo della storia, costruisce comunque un impianto scenico efficace nel generare un certo grado di inquietudine, sfruttando ottimamente le ambientazioni cromaticamente e strutturalmente gelide , che sembrano tagliare come un coltello affilato, confermandosi come una delle registe che meglio sanno affrontare tematiche sociali con grande senso critico.

Non a caso il cardine del film , seppur mimetizzato tra altre tematiche,  è anche una potente critica alla società ossessionata dall'immagine corporea e dalla salute come culto. 

Miss Novak, con il suo approccio pseudo-scientifico, rappresenta tutti quei “guru” moderni che propongono regimi alimentari drastici e spesso pericolosi, mascherandoli da scelte di vita sane e illuminate. Il film denuncia il modo in cui queste ideologie possono diventare strumenti di controllo, dove chi propone una visione estrema si pone come detentore della verità assoluta, e chi la segue si sente moralmente superiore rispetto agli altri. Il concetto di alimentazione come fede è quindi non solo una questione personale, ma anche un modo per creare divisioni sociali, per distinguere gli “eletti” dai “profani”.

Seppur opera non perfetta, Club Zero di Jessica Hausner è un film inquietante e provocatorio, che mette in luce temi attuali e scottanti e riesce a colpire nel segno grazie ad  un’atmosfera asfissiante e ipnotica, che ben si adatta al racconto di un plagio psicologico che porta alla distruzione fisica e mentale dei protagonisti. Attraverso la sua critica al controllo sugli adolescenti e alla distorsione del concetto di alimentazione, Hausner ci invita a riflettere su come le ideologie, quando estremizzate, possano condurre a conseguenze devastanti.

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…L’istituto, coadiuvato da un potentissimo comitato formato dai genitori che pagano rette salatissime, ha affidato la formazione di questi giovani, a vario titolo, problematici a una insegnante che risponde al nome di prof.ssa Nowak, un personaggio a dir poco inquietante che – lo apprendiamo quasi subito – è affiliata a una setta (non saprei come definirla altrimenti) che va ben oltre il mandato educativo dell’istituto perché pratica (e intende insegnare) il digiuno completo, di qui la parola “zero”. La professoressa Nowak (interpretata dall’attrice australiana Mia  Wasikowska) è una grande manipolatrice che ha gioco facile perché i ragazzi che finiscono sotto le sue grinfie provengono da situazioni familiari non esattamente ideali, talché i disturbi (alimentari, ma non solo) di cui, fin dall’inizio soffrono, trovano le loro cause nelle famiglie stesse, su cui la regista, pur nel contesto di un racconto assolutamente algido, non esita a scagliare qualche strale satirico, sarcastico, soprattutto laddove viene mostrata la totale cecità in merito alla pericolosità dell’insegnante e dell’istituto nel suo complesso, che la preside non è minimamente in grado di governare.

Ciò detto il film si incista prestissimo su questo assunto, è clamorosamente ripetitivo finendo per mostrare un dato che ripercorrendo a ritroso l’intera filmografia di Hausner appariva fin dall’inizio una minaccia incombente: ridondanza e manierismo che qui sfociano ben presto in una noia a dir poco mortale. A nulla vale l’indicazione della regista che il film si ispirerebbe al Pifferaio Magico dei Fratelli Grimm, fiaba inquietante quanto si vuole, ma comunque breve e a suo modo anche leggera. Il film è invece grevissimo e si compiace delle simmetrie, dei lenti ma ineluttabili movimenti di macchina, di una recitazione fredda e di un profluvio cromatico di costumi in cui, se non sembrasse un paradosso, si ha la sensazione di assistere, quanto a artificialità, a un film di Wes Anderson.

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Hausner tratteggia una scuola d’élite senza una collocazione precisa, gira il film in inglese, adatto per la sua ipotetica universalità (in fin dei conti, il dove ci interessa poco, il discorso è evidentemente indirizzato verso la sfera occidentale), e le sue scelte formali sembrano calzare perfettamente a un ambiente apparentemente ideale, propositivo, ma in realtà castrante. Una sorta di gabbia dorata, un parcheggio per ragazzi facoltosi che tra lezioni di danza, teatro e mille altri stimoli si trovano paradossalmente senza un timoniere, prede di cattivi maestri, di idee balzane, di estremismi fideistici.
È il sistema capitalista, iperproduttivo, a generare l’incolmabile distacco tra la scuola, i genitori e i ragazzi. È il tempo sottratto alla famiglia, alla casa; la propria camera diventa rifugio e solitudine, sempre più amplificata, pericolosa. Ed è in questo distacco, in questa terra di nessuno, che si insinua la professoressa Novak (Mia Wasikowska), moderna incarnazione del pifferaio magico di Hamelin – suggestiva nel finale l’intuizione del quadro, luogo definitivamente altro e irraggiungibile per la scuola e i genitori. Perché, anche per le scelte cromatiche (prevalgono il giallo e il verde, i toni pastello) e il suo essere sospeso in un luogo\tempo indefinito, Club Zero muta lentamente in una favola nera, una parabola dei nostri tempi, un monito…

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La satire est féroce, l’humour est subtil et omniprésent et le film fait mouche dans sa description d’une lente plongée inquiétante dans ce club sélect. On assiste à un engrenage malsain dans ce qui au final peut être perçu comme une relecture à l’inverse du classique La grande bouffe de Marco Ferreri. Il y aussi cette affiliation avec le cinéma de son compatriote Ulrich Seidl (Paradise: Hope en particulier) qui est très présente dans sa conceptualisation. La mise en scène est méticuleuse et précise alors que la photographie froide et la musique traditionnelle ajoutent au climat de tension régnant. Mais attention, le film se veut assez sobre dans sa proposition laissant davantage la place à l’interprétation…

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Club Zero designa a un grupo de esta naturaleza, o ideología, pues hace falta todo un sistema alternativo de ideas para defender lo que creen los miembros que lo integran. Y es que comer no es necesario para vivir. Así termina instruyendo la profesora de un liceo elitista, llamada Miss Novak e interpretada con rigor por Mia Wasikowska, a su reducido y sumiso grupo de alumnos (alguno de ellos inicialmente rebelde, pero luego presionado para seguir la mentalidad del rebaño), en una clase específica dedicada a la nutrición. Lo que empieza como una postura razonable, acorde al consenso, esto es, que comer menos y de forma más pausada (alimentación consciente, lo llama Miss Novak) es beneficioso para la salud (tanto personal como planetaria), pronto deriva al absurdo radical, teniendo en cuenta que el mentado extremo de falta absoluta de alimentación, ajeno a la guía docente de la clase curricular, no es el que se ajusta a los principios de base de sus miembros (salvo la profesora), sino de los de una asociación más opaca y oficiosa, el internacional “Club Zero” del título (al que ella pertenece). En cualquier caso, llegados a este punto, no se suspende la incredulidad ante lo narrado, porque desde el principio la película de Jessica Hausner acentúa su esencia surrealista, ajena a la pura realidad…

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mercoledì 8 luglio 2026

Les Premiers, les Derniers - Bouli Lanners

due investigatori sui generis cercano di fare il loro lavoro, ma niente è facile.

grazie a una sceneggiatura a orologeria e a sapienti incastri, attori bravissimi, e anche più, a colpi di scena continui, abbiamo un film che non si dimentica.

se fosse stato un film a stelle e strisce avrebbe occupato le nostre sale per dei mesi, invece...

bisogna cercarlo e nessuno sarà deluso.

buona (avventurosa) visione - Ismaele

 

 

In equilibrio fragile tra ombra e speranza, Les premiers, les derniers evolve dentro il paesaggio e in un clima di decadenza sociale. Se i personaggi indugiano in un villaggio di bruma ubicato lungo la monorotaia di cemento di un aerotreno dismesso, nondimeno il film può a ragione definirsi un road movie, perché protagonisti e comprimari si spostano in continuazione a piedi o in macchina, lungo la strada e in una transumanza permanente in cerca di un incontro improbabile. Magari con Gesù, un uomo "che era morto ed è ritornato alla vita", che dubita, che ama, che dorme sotto un cielo di stelle, che soccorre gli spiriti semplici e all'occorrenza spara ai cattivi. Accanto a lui i malati guariscono, i defunti riposano in pace, i primi come gli ultimi ritrovano la fiducia e il cammino lungo le linee di un cielo basso.
Cinema crepuscolare, illuminato dai suoi personaggi, Les premiers, les derniers ritorna sul disfacimento della struttura famigliare che si ricostruisce tuttavia attraverso l'amicizia o l'appuntamento fortuito col destino (Eldorado RoadUn'estate da giganti). Racconto crudele (ma confidente) che incontra due adolescenti con anime belle, che offrono quello che la famiglia di origine ha negato, il western di Bouli Lanners trova una dimensione trascendente dove non ce la aspettiamo e un rilievo umano in protagonisti che rinunciano alla prudenza per gli altri. Perché né malattia, né fine del mondo possono impedirgli di vivere (e amare) fino in fondo quello che resta.

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Noir di grande effetto, che privilegia la confezione scenica, indubbiamente suggestiva, sull'azione, a lungo rimandata o sospesa, presa in ostaggio dall'incombere di un risvolto umano che subentra a condizionarne la sua manifestazione ed ul suo apparentemente incombente incedere: questo in sintesi l'interessante ritorno in regia del valido e corpulento attore belga Bouli Lanners, noto, come interprete, per i suoi ruoli eccentrici e spesso al limite della normalità (Louise Michel, Mammuth e Kill me please dovrebbero bastare e rendere l'idea e ricordarlo nelle sue più efficaci interpretazioni). Ma anche valido regista con una manciata di titoli almeno interessanti (Eldorado road in particolare)…

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La puesta en escena lo es todo, una historia muy simple, incluso que cojee, puede trascender mediante la planificación minuciosa de situaciones, de encuadres, de imágenes. ¿hay que crear decorados artificiales para convencer al espectador de que nos encontramos ante un inmimente fin del mundo? ¿Se necesitan cientos de millones en efectos digitales para representar el apocalipsis o basta el retrato de seres humanos desplazados, sus rostros desanimados y solitarios. para convencernos de la dura realidad? Moteles semiabandonados, supermercados arrasados, gasolineras desiertas, naves industriales dejadas enmohecer, estructuras de comunicación llenas de maleza otorgan sentido a una historia de desesperación en la que lo importante es vivir para mantener una esperanza. No contamos con referencias geográficas, vastas llanuras en el desangelado invierno del norte de Francia quizás, o las extensiones de una Bélgica fronteriza, lo importante es demostrar cómo el espacio marca el carácter, cómo la soledad no la proporciona la ausencia sino el aislamiento, cómo el miedo se adentra entre nosotros y nos vuelve violentos por supervivencia innata. Un ciervo que nos mira, imponente, desde el andén de una estación abandonada para, instantes después, aparecer abatido por mera diversión. Del apogeo al fín sin solución de continuidad, el rey del bosque eliminado por la escoria de la tierra, el fin del mundo se acerca…

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martedì 7 luglio 2026

Un inverno in Corea - Koya Kamura

un padre francese mai conosciuto da Sooha (interpretata da Bella Kim) è l'assenza del film, ma sempre presente nella testa di Sooha.

appare nel suo villaggio un turista/disegnatore, Yan (interpretato da Roschdy Zem) cattura l'attenzione della ragazza, che non smette di sperare di conoscere il padre, poi la mamma le dice l'amara verità.

un film mai gridato, con molti silenzi, piccoli spostamenti di situazioni e sentimenti, ottimi protagonisti, e bellissime animazioni (di Agnes Patron), un film che non delude.

buona (gentile) visione - Ismaele

 

 

A cosa serve il disegno? A dare forma alle proprie fantasie. Così almeno succede in Un inverno in Corea, un film sorprendente, malinconico, quasi timoroso nell’offrirsi allo spettatore: fragile verrebbe da aggiungere, ma di quella fragilità che rivela la sua bellezza solo che le si usi la delicatezza e il garbo che richiede. Sembra che succeda poco o niente in questo inverno che imbianca Sokcho, cittadina sul mare vicino alla zona smilitarizzata e al confine con la Corea del Nord dove l’arrivo di un taciturno straniero sembra quasi un controsenso (…) E mentre impariamo a conoscere meglio le personalità dei due protagonisti che le animazioni di Agnès Patron ogni tanto mettono in forma con un tocco di realismo magico e cangiante, senza mairivelazioni eclatanti ma piuttosto per piccole e successive approssimazioni, allo stesso modo l’anima più nascosta di una Corea lontana dai riflettori (e dagli eccessi melodrammatici che piacciono per esempio a Bong Joon-Ho) prende forma davanti ai nostri occhi. Non a caso per merito di una scrittrice e di un regista anche loro sospesi tra identità lontane: lei è Élisa Shia Dusapin, nata in Francia da padre francese e madre sudcoreana ma ora cittadina svizzera e che ha esordito nella scrittura proprio con Inverno a Sokcho (2016, premiato nella traduzione inglese con il National Book Award e pubblicato in Italia da FT-FinisTerrae), lui è il regista franco-giapponese Koya Kamura, esordiente nel lungometraggio con questo film che ha sceneggiato con Stéphane LyCuong. Nasce qui, da due sensibilità così proteiformi, quell’affascinante malinconia che ci accompagna lungo il film, alla scoperta di due identità che si sfiorano e si aiutano quasi controvoglia, regalandoci se non il segreto almeno un’indicazione per riuscire a fare i conti con le piccole o grandi «moltitudini» che fanno parte di noi stessi.

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La cittadina invernale di Sochko, sospesa tra mare e frontiera, diviene così una metafora perfetta dello stato d'animo di Soo-ha: un luogo dove tutto sembra immobile, e sotto la superficie invece ribollono desideri, ferite, mitologie personali. Bella Kim dà vita a un personaggio complesso e sfaccettato, che trova un perfetto contraltare in Roschdy Zem (I figli degli altri).

Il regista Koya Kamura, al suo debutto, gira con mano ferma l'interazione tra i due protagonisti, superando, a tratti, i limiti di un cinema d'autore midcult, pensato chiaramente come prodotto da esportazione: i riferimenti alla zona demilitarizzata e alla guerra di Corea restano didascalici almeno quanto i cliché gastronomici e caratteriali che inquadrano la "francesità", ma sono fragilità perdonabili nel contesto di un coming of age che ha le qualità di un promettente esordio.

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Il film è diretto da Koya Kamura con molta attenzione a non calcare mai la mano, facendo “parlare” gli ambienti, i dettagli e anche i silenzi ritrosi, con appropriata sensibilità. Si veda ad esempio quando nel bagno “gioca” a confondere i corpi della madre e della figlia in “quegli abissi di tiepidità” come canterebbe Paolo Conte. Kamura è al suo primo lungometraggio dopo due corti ma davvero non si direbbe (il testo però gli deve avere dato una grossa mano, e tra gli sceneggiatori spicca il nome della scrittrice). Tra l'altro, oltre alla pregevole colonna sonora di Delphine Malaussena (che vanta bei precedenti come tecnica del suono e si sente!), vanno segnalate le animazioni, coordinate da Agnes Patron, che evidentemente “si ispirano” al tocco rapido, impressionista a inchiostro del protagonista, una personalità che dice di essersi formata sui fumetti di Tin Tin, Filemon e Corto maltese.

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domenica 5 luglio 2026

Lady Nazca - Damien Dorsaz

la realtà supera la fantasia, il film racconta lascoperta e il recupero e la conservazione delle linee di Nazca, in Perù.

Maria Reiche (interpretata da una bravissima Devrim Lingnau) intuisce che quelle linee sono importanti, e testardamente fa di tutto per salvare quel patrimonio dell'umanità, contro tutti.

un bel film da non perdere.

buona (testarda) visione - Ismaele


  

Il film è silenziosamente incantevole, e la sua grazia non va confusa con la gentilezza innocua. Al contrario, proprio nella sua misura raccolta, Lady Nazca – La signora delle linee esercita una forma di resistenza al rumore contemporaneo, al bisogno costante di spiegare, accelerare, emozionare. In tempi dominati da narrazioni sempre più aggressive e da un immaginario audiovisivo che fatica a concedere spazio alla durata e alla contemplazione, questa opera sceglie di essere un balsamo senza diventare evasione, di offrire bellezza senza sottrarsi alla responsabilità della storia. C’è qualcosa di profondamente commovente in questo modo di fare cinema: un modo che non urla il proprio impegno, ma lo lascia emergere dalla relazione paziente tra un volto, un deserto e le linee millenarie che li attraversano entrambi. Più che una biografia, dunque, Lady Nazca – La signora delle linee è una meditazione sulla memoria, sul rispetto e sulla resistenza. Rende omaggio a una donna che ha scelto di proteggere il passato perché il futuro non lo smarrisse del tutto, e nel farlo interroga anche noi: la nostra capacità di custodire ciò che non produce profitto immediato, di riconoscere la bellezza dove non coincide con lo spettacolo, di comprendere che alcune vite contano non per il clamore che generano, ma per la dedizione silenziosa con cui difendono ciò che il mondo, lasciato a se stesso, finirebbe per dimenticare. In questo sta la delicatezza e insieme la profondità del film: nel ricordarci che i veri gesti eroici non hanno la forma dell’impresa, ma quella più austera, più rara e più vulnerabile della veglia.

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Monumentale. Non il film, che è un gran bel film, ma Maria Reiche. Perché la donna merita un monumento, perché è unastoria biografica monumentale, perché la studiosa è l’emblema della donna che combatte contro tutti affermando non solo le sue intuizioni ma anche il suo essere donna, senza voler essere, almeno all’inizio, una femminista nel senso classico, ma per affermare la propria persona e le identità di visione scientifica che l’hanno spinta fino ad un limite che lei stessa neanche conosceva. Andava avanti nelle sue ricerche e nelle sue convinzioni solo perché non vedeva altre strade da percorrere, rinunciando a tutto, persino all’affetto della sua cara compagna. Per tutto ciò, monumentale….

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Maria ha avuto qualcosa, all’inizio, che somiglia ad un’allucinazione, ad una magica intuizione, vedendo dall’alto di un dirupo, durante un’escursione con Paul, strane linee a raggera perdersi verso l’orizzonte.

E’ giovane, poco più che ventenne, dedicherà tutta la sua vita a quelle linee di cui capirà il mistero, la forma complessa, la bellissima costellazione disegnata nella sabbia.

Dopo dura battaglia la zona sarà dichiarata patrimonio dell’umanità e protetta da leggi, ma Maria non si sposterà più di là, la sua tomba è vicino alle sue linee.

Una lotta impari contro la società degli uomini e dei politici è stata coronata da vittoria perenne.

Inutile rivelare qui il mistero, si priverebbe la visione del suo alto gradiente emotivo, possiamo solo dire che la scena di Maria che capisce, di fronte al sole che tramonta, illuminando il tracciato della riga, commuove, trascina, fa pensare che non tutto è perduto se una piccola donna e poverissimi Quechua hanno insegnato all’uomo per cosa è giusto vivere.

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…«Ho conosciuto Maria Reiche nel 1996, durante un viaggio in Perù. Nel mio diario di viaggio scrissi allora: “Per i peruviani, Maria Reiche resterà sempre la donna che ha scoperto e amato la loro cultura. Per il mondo, sarà la pioniera di Nazca. Per me, è la donna che non consuma il mondo, ma lo nutre e ne fa parte; sarà sempre la donna che mi ha reso consapevole della forza della mia vita e di ciò che posso farne.” Ciò che mi interessava erano la forza e l’energia che scaturiscono dalla vita di questa donna. Ed è proprio questa forza che ho voluto trasmettere al pubblico.» (Damien Dorsaz)

«L’intimità e la dimestichezza del regista con la protagonista, i suoi spazi e le sue linee, è netta ed inequivocabile. Oltre ad intercettare tematiche attuali come quelle ecologiche e femministe, Lady Nazca. La signora delle linee è un film ispirato anche nelle coincidenze fortuite, come la libellula che si posa su Maria durante il bagno in uno stagno. Con sensibilità, Dorsaz accompagna la protagonista Devrim Lingnau nella sua scoperta e nel suo percorso di consapevolezza.» (Leonardo Ricci Lucchi, Sentieri Selvaggi)

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sabato 4 luglio 2026

Charlatan - Il potere dell'erborista - Agnieszka Holland

un erborista riesce a curare molti malati analizzando l'urina dei pazienti, tutto va bene, fino a che il potere politico decide di decretare la fine dell'attività.

Mikolášek è un personaggio non facile, sicuro di sè, devoto al giuramento di Ippocrate (anche se non è medico), e però le cose si complicano, e Mikolášek non riesce a gestire tutto al meglio, purtroppo.

Agnieszka Holland è brava come sempre, come pure gli attori.

buona (curante) visione - Ismaele



La visioni registica di Holland è geometrica, austera, elegante e spietata come la realtà all'interno della quale si muove Mikolášek, cui si contrappone la presenza vitale e generosa di Palko, uomo del popolo animato da slanci impetuosi e incapace di calcolo. Dai totali filmati dall'alto ai primissimi piani di Jan e Frantisek, Holland gestisce lo spazio con competenza e metodicità, raffreddando intenzionalmente il potenziale incandescente (e sensazionalistico) della storia, pubblica e privata, che racconta.

Ancora una volta la regista estrae dall'oscurità una figura storica poco conosciuta e ne fa la metafora di un secolo, e di un comportamento umano, ancora tutti da esplorare. La fotografia desaturata di Martin Strba, la scrittura calibrata di Mark Epstein e le ottime interpretazioni di Ivan Trojan e Juraj Loj nei ruoli di Jan e Frantisek sono a servizio della sua visione nitida e rigidamente controllata come il carattere di Mikolášek, e il passo lento e grave è necessario per raccontare un'epoca già lontana ma ancora così determinante del futuro a seguire, e del nostro presente.

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…Il nuovo film della Holland si configura dunque ben più che come una semplice biografia. La volontà di ricostruire un’epoca e la sua atmosfera è riscontrabile nell’opprimente modo in cui i personaggi vengono inquadrati, nei colori spenti e nell’austerità della messa in scena. Tutto tende a suggerire l’idea di contesto cupo, dove ognuno è in costante pericolo. Per contrasto, i ricordi di giovinezza di Mikolášek sono ricchi di colore, di luce, di bellezza. Sono scene che sanno di aria fresca, uno stacco necessario prima di rigettarsi negli abissi della tensione degli anni Cinquanta.

Se da un punto di vista dell’immagine Charlatan è dunque particolarmente curato, non lo stesso si può però dire di determinate scelte narrative. Nel ritrarre gerarchi nazisti e funzionari comunisti si avvertono delle semplificazioni eccessive, che non permettono di dar vita ad un significativo cambio di prospettiva a riguardo. L’impressione dunque è che, alle prese con questioni particolarmente importanti e da riscoprire, la regista confezioni un film esteticamente attraente e con un protagonista estremamente interessante, senza avere però qualcosa di nuovo da dire.

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Charlatan: Il potere dell’erborista è un film affascinante e complesso che va oltre il semplice racconto biografico e che diventa al contempo uno spunto di riflessione più ampia sulla natura del potere, della fede e della morale. Agnieszka Holland, con una regia intensa e sensibile, dipinge un ritratto di un uomo che vive nel perenne conflitto tra l’ombra e la luce, tra la necessità di proteggere i propri doni e l’incapacità di evitare il giudizio altrui. Mikolášek non è solo dunque un eroe tradizionale, ma anche è sopratutto un simbolo universale della complessità umana: fallibile, straordinario, enigmatico.

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La vita tutta protesa all'aiuto verso il prossimo, ma anche disposta a scendere a compromessi ed incapace di amare senza l'impeto da rettile di prendersi ciò che è proprio e fagocitarlo a danno degli altri, disegnano le luci ed ombre di una figura tutta contraddizioni e ambiguità, che l'attore Ivan Trojan riesce lodevolmente a far emergere durante il racconto, filmato con la calligrafica, lodevole precisione anche scenografica a cui la prolifica ed affidabile autrice di Europa Europa, Olivier Olivier, Poeti dall'inferno, The Spoor e tanti altri film, ci ha abituato da ormai oltre un trentennio di costante lavoro sui personaggi e sul contesto storico che li corconda.

Dalla Holland inutile aspettarsi sottigliezze narrative e raffinatezze tecniche di rappresentazione, così come novità stilistiche: l'autrice predilige una certa linearità di racconto che dà la precedenza alla presa emotiva, ma si riconduce anche stavolta ad un risultato efficace e solido, in grado di raffigurarci senza inutili didascalie un personaggio davvero complesso, indecifrabile, sintesi indistricabile di bene e male fusi in un corpo ed in una personalità di fatto fuori dal comune per sensibilità ed abilità pratiche e diagnostiche.

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venerdì 3 luglio 2026

Kontinental '25 - Radu Jude

a Cluj, seconda città della Romania, in Transilvania, territorio ungherese un secolo prima, il capitalismo immobiliare corre come dappertutto, e non fa prigionieri.

Radu Jude ci racconta una storia romena ma potrebbe essere italiana, al 100%, in comune c'è la speculazione immobiliare, ragazzi che hanno studiato, ma il lavoro che trovano è il rider, nulla più, e poi ci sono i preti, refugium peccatorum, provate a far parlare in romano, anzichè in romeno, e vediamo chi capisce la differenza.

a Cluj i lavori "migliori" sono quelli degli schiavi da ufficio delle multinazionali di rapina.

Orsolya è uno di quei dipendenti che fanno il lavoro sporco per i padroni lontani e a lei restano i dubbi etici, che la legge assolve, ma la sua anima è turbata.

la Romania (e tutto il mondo) è in una crisi dove il 99% delle persone non sta bene.

Radu Jude è sempre più bravo, non fa film inutili, sono pieni di sostanza, realismo, cattiveria, ironia, con attori bravissimi, nelle sue mani.

un film da non perdere, come capita sempre ai suoi film.

buona (capitalistica e non etica) visione - Ismaele


 

 

…Pur meno caleidoscopico dei suoi capolavori recenti, Kontinental '25 porta tutti i segni del genio di Jude, con un'elegante struttura bipartita e il consueto gusto per l'assurdo che lascia nella memoria immagini (si pensi ai dinosauri e ai robot poliziotti) tanto ridicole quanto risonanti, capaci di far collassare le nozioni di alto e basso. Il concetto di pittoresco, che spesso complica l'identità di Cluj, viene qui smantellato formalmente filmando attraverso iPhone che sviliscono l'architettura locale (a sua volta simbolo dell'emergenza abitativa locale e globale) e posizionano le figure umane come spettri buffi che infestano lo spazio pubblico. Ma è soprattutto attraverso la conversazione - motore instancabile che però gira a vuoto - che Jude mette in scena l'insoddisfazione e la frustrazione, confermandosi come l'autore del cinema europeo più rilevante della nostra epoca.

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Come sempre, quelle di Radu Jude sono cronache sarcastiche di un paese alla deriva. Forse di un intero continente. Kontinental ‘25 non è solo il fratello di Do Not Expect Too Much From The End Of The World, ma ne è il controcampo grottesco financo brutale, altrettanto netto nella scelta di un formato lo-fi digitale, altrettanto scortese con etica e cattivo gusto comuni, altrettanto evocativo di quanta politica ci sia anche nella chiacchierata più inoffensiva e di quanto non esista davvero il disengangement, nonostante sia tanto declamato e rivendicato nel mondo. Proprio visto che nessuno è innocente, comunque, nessuno dovrebbe mai nemmeno prendersi sul serio, sembra dire il film. Forse si dovrebbero invece accogliere le proprie responsabilità e al massimo conviverci senza rompere troppo le palle agli altri…

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Ci sono film che non ti baciano sulla bocca, ma ti lasciano un sapore di ferro tra i denti e un foglietto spiegazzato in tasca, di quelli con la lista della spesa che hai scordato di fare. Kontinental '25 è esattamente questo, una fotografia mossa scattata da un treno in corsa che non sai bene dove stia andando, con i finestrini troppo sporchi per guardare fuori e troppo lucidi per non vederci riflessi i nostri stessi difetti. Radu Jude si conferma un geometra dei sentimenti storti, un regista che non cerca l'inquadratura perfetta da cartolina ma preferisce l'inquadratura continua che ti stringe alla gola, proprio come quando cerchi disperatamente le chiavi sul fondo dello zaino e ci trovi solo scontrini sbiaditi. Lo sguardo dietro l'obiettivo segue tutto con cura, sembra quasi distratto e invece ti sta prendendo le impronte digitali a tradimento, supportato da una sceneggiatura che è un frullatore di parole affilate e silenzi che fanno rumore. I dialoghi sembrano rubati a un tavolo di un autogrill alle tre di notte, intrisi di quella burocrazia dell'anima che ci fa sembrare tutti dei moduli da compilare in triplice copia, dove non esistono eroi ma solo persone che cercano di non scivolare sul pavimento bagnato della storia contemporanea. In questo scenario gli attori si muovono con la grazia goffa dei funamboli senza rete ma a un centimetro da terra, senza recitare davvero. Eszter Tompa, Gabriel Spahiu e Adonis Tanta respirano dentro i propri personaggi con una verità disarmante nei loro sguardi, capaci di passare dal cinismo più feroce a una fragilità da bicchiere di cristallo lavato male, tanto che ti verrebbe voglia di entrare nello schermo anche solo per offrirgli un caffè o una strada secondaria. Alla fine il film diventa un grandangolo sulla nostra Europa distratta, un continente che viaggia orgoglioso in prima classe ma ha il motore visibilmente in avaria, trasformandosi in una riflessione amara su come l'assurdo sia diventato la nostra nuova normalità. È una ballata cinica e dolcissima che ci ricorda che siamo tutti quanti passeggeri con un biglietto di sola andata per una destinazione che continua a cambiare nome sui tabelloni elettronici. Se la perfezione assoluta rimane un'illusione da collezionisti, questa pellicola ci va vicinissimo e si ferma un attimo prima, proprio dove iniziano i sogni che ti lasciano un po' di amaro in bocca ma anche tanta voglia di parlarne a colazione, meritando quasi il massimo dei voti e lasciando libero solo quel piccolo spazio finale per il mistero.

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…Nato da un fatto di cronaca avvenuto diversi anni addietro, il soggetto del film viene però contaminato coi modelli di un paio di capolavori mondiali: il tema della donna consumata dal senso di colpa in cerca di redenzione potrebbe essere estrapolato di peso da Europa ’51 di Roberto Rossellini (evocato pure nella sua vocazione al cinema low-budget), con la differenza che in questo mondo reso insensibile dal consumismo capitalista la protagonista di questo film non riesce a trovare nessuno che la capisca e che le consenta di sublimare il suo dolore. L’altro prestito riguarda la struttura drammaturgica di Psycho di Alfred Hitchcock: come accade in quel capolavoro, anche qui il film inizia con una lunga sequenza in cui il protagonista è la vittima, per poi spostare l’attenzione sul carnefice, lì materiale (eccome!) qui morale.

 

Ma a prescindere da questi prestiti d’autore, la forza del film risiede nella sua capacità di prendere di petto i problemi sociali e politici nella Romania odierna, che poi certamente vengono affrontati – come è proprio dello stile del regista – in una chiave ironica e surreale.
Interessante anche (altro topos della filmografia di Jude) il passaggio continuo dal format documentaristico a quello più tradizionalmente fictional, che qui diventa però proprio stilisticamente esplicito: il film parte adottando uno stile in cui predomina il taglio schiettamente documentaristico, con una serie di riquadrature che enfatizzano il caotico sviluppo immobiliare del paese, per poi adottare una narrazione più canonica da “feature film” narrativo, e infine chiudersi con l’affastellarsi anonimo dei palazzoni moderni che raccontano un paese che è passato dalla dittatura di Ceausescu verso un modello neoliberista con scarsa protezione sociale; sancendo così, persino schematicamente, la vittoria del “documentario” sulla “fiction”: dell’urgenza necessaria di documentare il reale, rispetto al lusso di romanzarlo.
Il risultato? Un apologo socio-politico svolto sotto forma di satira feroce, in felice equilibrio tra commedia e dramma, che interroga e diverte.

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La messa alla berlina in cui si lancia Jude non risparmia nessuno, tra nazionalisti rumeni che insultano la protagonista in quanto di etnia ungherese, e la madre della stessa che a sua volta si appiglia a una fantomatica superiorità ungherese sul popolo rumeno rimpiangendo il pre-1918, vale a dire la data in cui la Transilvania scelse di appartenere politicamente alla Romania in luogo dell’Ungheria – e quindi provando nostalgia per un tempo mai vissuto, quell’anemoia che sta imperversando sempre più nella vecchia, vecchissima, dinosaurica Europa acuendo la sua naturale propensione alla balcanizzazione. Si compiangono i poveri bambini rom, ma non si fa lo stesso con gli adulti della medesima etnia, verso cui si spalancano le forche caudine di una società brutale, incattivita, e sempre più giudicante. Se Orsolya può evitare l’istituto psichiatrico in cui veniva condotta in forma coatta la povera Irene è perché l’intera società è oramai un vasto manicomio, dove nulla ha più senso, e l’unica ideologia che ha vinto è quella della sopraffazione, del potere sociale accumulabile attraverso il denaro, e della schiavitù legalizzata. In tal senso, in un film che procede di dialogo in dialogo, con la disperata Orsolya alla ricerca di una assoluzione che non può trovare e per farlo incontra un suo superiore, un’amica, sua madre, il suo ex-studente, e perfino un pope (in quello che è forse il vis à vis più surreale, e spiazzante) mentre suo marito e i figli sono in vacanza in Grecia – non a caso la nazione che più di ogni altra ha potuto saggiare il concetto di “comunità” dell’Unione Europea – prende corpo la suggestione di un continente già impazzito, sconfitto, destinato alla distruzione, allo studio paleontologico. Conscio di come la produzione cinematografica non sia che un altro strumento nelle mani di tale sistema, Jude si muove in maniera completamente laterale, sceglie una prospettiva “povera”, gira in una decina di giorni con una troupe ridotta all’osso e con un cellulare. Non per obbligo, ma per scelta, per precisa volontà di restituire attraverso lo stesso esercizio produttivo prima ancora che estetico la necessità di un cambio politico, strutturale, di una visione differente, di una prospettiva che sappia rivoluzionare lo stato delle cose. Ne viene fuori l’ennesima opera nitida e integerrima, mai conciliante, che sa far sua la lezione rosselliniana come fosse l’organo costituente ed eternamente vivo della ridefinizione dello sguardo collettivo. Non sarà dirompente come alcune delle sue opere precedenti, Kontinental ’25, ma conferma come di registi come Radu Jude ce ne siano pochi, pochissimi in circolazione oggi, ma anche di come la via per una messa in discussione dell’intero apparato dell’immaginario sia indicata. Basta seguirla.

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giovedì 2 luglio 2026

Vsichni dobrí rodáci (All My Good Countrymen) - Vojtěch Jasný

prima di essere censurato dal governo ceco-russo dopo l'invasione del 1968, Vojtěch Jasný ha fatto in tempo a girare Vsichni dobrí rodáci, la storia di un paese di campagna (ispirato alla cittadina del regista, Telc) con la sua birra, la sua orchestrina, i suoi cittadini alle prese con i problemi quotidiani.

però l'economia del paese è in mano di emissari del governo, che vuole collettivizzare la produzione dei contadini, che provano a resistere.

un film che merita.

buona (contadina) visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo con sottotitoli in spagnolo

 

 

 

The film is based on real events and many of the characters were inhabitants of Jasny’s native Kelc. It’s a labor of love film, a personal story reflecting a significant historical time that Jasny felt had to be told. It tells of the break up of long friendships among the countrymen (the seven pals of the Merry Widow), and how Communism caused disharmony to a functioning farming community that was proud of its heritage. It led to ruin in the community as farm properties were collectivized by those who cared little about farming.

What’s exceptional is how the Bruegel-like landscape comes alive as a pastoral paradise, as its illuminated in its green fields, blooming trees and from the golden sun. An old wrinkle-faced woman periodically pops into focus without saying anything, and she represents the old ways elevating the story into an allegory. It has been said by others that the film is “a psalm sung about the destinies of the land.” In any case, it’s certainly one of the best films to tell about the grave problems created by collectivization of the countryside and is considered by most as the best work in Jasny’s long career.

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Called the spiritual father of the Czech New Wave by Milos Forman, Vojtěch Jasný, whose father died at Auschwitz and who participated in the anti-Nazi resistance, began as a true believer in Communism. Vsichni dobrí rodáci is the rich product of his disillusionment. A tapestry of the interwoven lives of Moravian villagers based on actual persons Jasný knew from his own small village, it was one of the last Czech films to be made prior to the 1968 Soviet invasion, after which it was promptly banned.
 The film covers postwar life in a small village beginning in summer 1945. The opening movement, set prior to the advent of Communism, is a good-humored idyll, executed charmingly and with restrained lyricism. The second movement, in spring 1948, announces the changeover—literally, by an official voice over a loudspeaker! Some of the characters who were introduced in the first part are now reintroduced as members of Party officialdom. (Others leave.) But one image encapsulates the shift to collectivization and Party constraint: a white horse galloping every which way across the snow-clad earth, seemingly in frantic search for evaporated freedom.
The young postal carrier is killed by a bullet meant for another Communist; the village priest is arrested. A man slips ever deeper into drunkenness, haunted by the ghost of his wife, whom he divorced during the war because she was Jewish, thereby sending her to her death. Dogs and geese at a barnyard standstill symbolize the unhappy village. A dream of death becomes real: a man is buried by an avalanche of goose feathers in a field.
 One man, František, emerges as the leading opponent of the new order. The gorgeous seasons, communal celebrations full of song and dance—life itself fortifies this opposition. Oh, and the collective farm fails.

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martedì 30 giugno 2026

Valkoinen peura (Il bianco pastore di renne) - Erik Blomberg

per una stregoneria Pirita viene trasformata in una renna bianca.

in quella comunità lappone, costantemente immersa nella neve, popolo di allevatori di renne, il loro sostentamento.

Pirita (interpretata da Mirjami Kuosmanen) è eccezionale, e il film è un grande film corale, con pochi paragoni.

un film da non perdere, promesso.

buona (renna) visione - Ismaele

ps: un altro straordinario e imperdibile film nella neve è Atanarjuat.


 

QUI il film completo con sottotitoli in inglese

 

70 anni prima che Ari Aster, col suo straordinario “Midsommar – Il villaggio dei dannati” (2019), ci facesse apprezzare la più limpida luce diurna come perfetto paesaggio dell’orrore, la Lapponia di Erik Blomberg proponeva un classico senza tempo, dalla narrazione delirante, che eccede tutti gli obblighi del cinema occidentale: “Il bianco pastore di renne” (1952), traduzione errata di “Valkoinen peura”, “la renna bianca”…

…Uno degli elementi che più colpiscono lo spettatore è il colore dominante della scena. Le bianchissime distese della Lapponia sono infatti teatro, sempre luminoso, di atrocità inaudite, che raccolgono gli spunti centrali del folklore sui vampiri e sui lupi mannari senza ammantarle nel buio delle notti gotiche. La fotografia è limpida, splendida nei suoi contrasti talvolta invertiti, nelle sue inquadrature fatte di palchi e ossa disseminati nella neve, di mandrie di renne che fluiscono come sangue su una tela e di falò che sparpagliano galassie di scintille nel cielo della notte.

Il personaggio femminile di Pirita, con costanti primi piani sul volto della Kuosmanen che anticipano di una decina d’anni le magnetiche inquadrature baviane del viso della Steele, risulta sempre esposto nelle sue manifestazioni angeliche e ferine. In questo senso, il trattamento è analogo a quello che Jacques Tourneur aveva riservato, nel 1942, a Simone Simon ne “Il bacio della pantera”, capolavoro (e capostipite) di quel modo antispettacolare di fare horror che ne consacrò il produttore Val Lewton a paladino del fuori scena. Ma, laddove Tourneur pone l’ombra, simbolo dell’ambiguità tra realtà e pazzia, Blomberg riempie l’immagine col candore abbacinante della mitologia. Non c’è spazio per il dubbio: la magia esiste, ed è la fibra della nostra esistenza.

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Il bianco pastore di renne, girato in un potente bianco e nero, colpisce non tanto per il soggetto, tutto sommato piuttosto semplice (la sceneggiatura è dello stesso Erik Blomberg e della protagonista Mirjami Kuosmanen, che di Blomberg è stata la moglie). Rendono il film particolarmente interessante il contrasto fra gli immacolati paesaggi nordici e l’oscuro dramma che lì vi si compie. L’apparente quiete del Grande Nord, sottolineata efficacemente dalle riprese in campo lungo o lunghissimo, in cui la vita è scandita dal ritmo delle stagioni, viene rotta dallo scatenarsi della furia della creatura vampiro, mezza donna e mezzo animale.

L’uso sapiente della fotografia (diretta dallo stesso regista), nei momenti di massima tensione gioca sui contrasti del bianco e nero – con giochi di ombre che possono rimandare, in alcune scene, all’espressionismo tedesco – accentuando il climax della vicenda.

La Kuosmanen, inoltre, fornisce una prova di notevole bravura, offrendo il suo bel volto alla macchina da presa che, con intensi primi piani, ne coglie tutta la dolente intensità nei momenti di passaggio da donna profondamente innamorata del proprio uomo alla condizione di belva assetata di sangue.

Il film dura poco più di un’ora, ma si tratta di sessanta minuti di grande cinema che ci permettono di scoprire – o riscoprire – un regista dimenticato, qui alla sua opera prima.

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Essendo un prodotto girato all’inizio degli anni cinquanta, “Il Bianco Pastore Di Renne” risente non poco del tempo trascorso: non a caso si tratta di un film invecchiato male, dove la colonna sonora orchestrale (curata da Einar Englund) si rivela fin troppo invasiva rispetto al necessario. Per giunta la pellicola si dimostra relativamente lucida quando si tratta di penetrare nel contesto antropologico del popolo Sámi (qui viene sempre utilizzata la lingua finlandese, a discapito proprio dell’idioma autoctono, una scelta comprensibile ma poco plausibile). Eppure “Il Bianco Pastore Di Renne” ha tante frecce al suo arco, a cominciare da una storia di indubbio fascino che affonda le sue radici nella mitologia pre-cristiana e nelle pratiche sciamaniche dei Sámi. Un prototipo di chiara matrice folk-horror, nel quale la figura del vampiro prende doverosamente le distanze dal precedente modello espressionista. Dopotutto quella del regista Erik Blomberg è un’immersione nel bianco della neve, una luce accecante dove uomini, animali, slitte e cumuli di ossa compongono un paesaggio spoglio ma altamente suggestivo.
Ormai siamo prossimi al settantennale di “Valkoinen Peura”, un film importante che non può mancare nella collezione di ogni appassionato di folk-horror o di chiunque voglia rivolgere uno sguardo alle usanze dei Sámi, il cui animismo ha avuto una certa influenza su tutto l’immaginario nordico (già Hans Christian Andersen, nella sua celebre fiaba “La Regina Delle Nevi”, aveva percepito la componente magico-misteriosa di queste popolazioni). Un’esperienza unica, al di là del misero budget e dei tanti anni sul groppone.

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