Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
venerdì 29 maggio 2026
mercoledì 27 maggio 2026
martedì 26 maggio 2026
lunedì 25 maggio 2026
Amarga Navidad - Pedro Almodóvar
Raúl è uno scrittore di film, è in crisi, ruba le storie e le vite degli altri e delle altre, delle persone che conosce, che un po' si arrabbiano.
un regista o uno sceneggiatore in crisi non è niente di nuovo, ma Pedro Almodóvar dà la sua interpretazione, convincente, non è il suo miglior film, ma un film "minore" di uno bravo è sempre un buon film.
la cosa più bella è che alla fine non si distingue più la realtà dalla finzione.
buona (almodovariana) visione - Ismaele
…il regista, maestro
nel raccontare rapporti irrisolti perché siamo tutti patologicamente irrisolti
– e forse la stessa civiltà umana sta per concludere la sua avventura in
maniera irrisolta (di nuovo La stanza accanto)
– costruisce un magma di situazioni e personaggi irrisolti come la narrazione
stessa. Beau è un personaggio splendido: maschio ma non macho, sexy e
disinibito, è tuttavia delicato e timido. Uomo di tutti i giorni, fa il
pompiere e lo spogliarellista per avere qualche soldo in più e perché lo trova
divertente. Eppure viene abbandonato dalla narrazione. Improvvisamente.
Siamo tutti degli
abbozzi, degli esseri (personaggi) non finiti, non compiuti? Oppure bisogna
lasciare il posto al Beau reale, non idealizzato? Cioè Santi, il fidanzato
discreto di Raúl (il cui nome sembra dire con ironia che bisogna essere santi
per restare accanto ai creatori)? In realtà in questo film molteplice una cosa
non solo non esclude l’altra ma anzi ne ha bisogno, ci si vampirizza
reciprocamente e tutto è transfer: il no gender qui
è anche essere un uomo (gay) che si racconta e confessa per mezzo di una donna.
Donne e uomini che sono tutti sono sull’orlo di una crisi di nervi. O della
depressione.
E tuttavia c’è molta
bellezza, discreta ma evidente, ad avvolgere il film: che si tratti delle
sequenze sulla spiaggia, nelle case – compreso il finale nello studio di Raúl –
è un susseguirsi di geometrie ordinate, ipercolorate ed eleganti messe sullo
sfondo che fanno da contrappunto e antitesi al disordine, al caos totale del
mondo – fiction o realtà quale la differenza ? – come se cercassero di
dargli un po’ di ordine. Illusorio?
In realtà con questo
film possiamo dire più che mai che l’intera cinematografia del maestro spagnolo
ci dice che esistono solo l’amore e le relazioni a esso direttamente connesse.
L’amore è l’unica cosa che conta. Si dirà che non è vero perché nel cinema di
Almodóvar il cinema stesso, e la cinefilia come malattia benefica e mortifera
assieme, contano almeno altrettanto. Ma anche qui si tratta di amore. Quello
per il cinema e, in estensione, per l’arte: tutto è bello, anzi, beau. E quindi tutto è amore e mai come in questo film
Almodóvar ne ha fatto una cosa sola, un’unica sostanza. Anzi, la sostanza.
…Quello di Amarga
Navidad è un racconto corale che si interroga sulla matrice
dell’ispirazione e sul dualismo dei ruoli che interpretiamo tanto nella vita
quanto nella fiction. La scrittura di Raúl, proprio come quella di Almodóvar è
energica e piena di verve, nonostante i protagonisti debbano lottare quasi
costantemente con lutto e problemi psicologici. Tutto si intreccia e i volti
sembrano quasi confondersi, ma è estremamente interessante seguire il processo
creativo dello sceneggiatore, i tagli-cuci, gli errori, i ripensamenti.
Amarga
Navidad inscena il processo creativo all’insegna
dell’autofinzione, con un Almodóvar particolarmente
ispirato e divertito a livello di scrittura. Il viaggio potrebbe essere
tortuoso, a tratti troppo pedissequo nei tentativi di far combaciare ogni
tratto d’esistenza, ma il gioco che ne fuoriesce è altamente intrigante da
seguire.
domenica 24 maggio 2026
Io sono (Jestem) - Dorota Kędzierzawska
a 11 anni un bambino fugge da un istituto per bambini abbandonati, e va nel paesetto dove vive la mamma, che è abbastanza fuori di testa, e non lo vuole.
il bambino vive in un barcone abbandonato, raccogliendo lattine per pochi zloty.
e c'è una bambina che lo sceglie per amico.
i grandi, invece, sono troppo spesso pessimi.
colonna sonora di Michael Nyman.
un film che merita.
buona (pessimistica) visione - Ismaele
…un
film molto attuale che tratta l'infanzia con tatto, ma senza edulcorazioni da
prime time. gli attori bambini protagonisti sono bravi e toccanti e tutti gli
altri sono molto in parte trasmettendo sensazioni intense quali appunto
l'auto-conservazione, la crudeltà, l'indifferenza anche in poche pose. che dona
momenti molto belli in cui il ragazzino vive la sua libertà, ma momenti
shockanti come quando il poliziotto chiede al padre se non riteneva strano e
indegno che un bambino vivesse come un barbone.... recuperatelo.
Un undicenne in cerca del proprio posto
nella vita e di una propria identità, decide di fuggire dall'orfanotrofio in
cui vive. Il ragazzo torna in città da sua madre, ma la donna, che ha gravi
problemi di alcoolismo, non è in grado di prendersi cura di lui. Solo e
abbandonato, il ragazzo fugge di nuovo e trova rifugio su un vecchio barcone.
Sarà l'amicizia con una ragazzina proveniente da una famiglia benestante, anche
lei emarginata nonostante il benessere materiale che la circonda, a far trovare
al ragazzo la forza per diventare padrone del proprio destino...
Mi ha
ricordato molto quelle storie ottocentesche che parlano di bambini incompresi e
poveri che affrontano una vita piena di difficoltà lottando per la
sopravvivenza come piccoli adulti (penso a Tom Sawyer ed ai ragazzi della via
Pal).
Qui il
piccolo protagonista (siamo in Polona) scappa da una specie di collegio per
tornare dalla mamma, molto giovane e bella ma un po' schizofrenica e che
rifiuta di tenerlo con sè. Allora lui si adatta a vivere su una barca
abbandonata arrangiandosi a vivere di espedienti, come un barbone, consolato
solo dalla vicinanza e dall'affetto di una bambina più piccola di lui che abita
lì vicino.
L'avventura
finisce con l'arrivo della polizia e, presumibilmente il coinvolgimento di
qualcosa di simile ai servizi sociali; a cui il bambino risponde (da cui i
ltitolo) "io esisto", per giustificare la sua condotta ed il suo
stile di vita.
Bravissimi
i bambini, tutti, resi con grande naturalezza e spontaneità.
Dorota Kedzierzawska continues to demonstrate her strength in
directing young actors (particularly evident in the performance of the lead
actor, Piotr Jagielski) that she had earlier illustrated in The Crows with
her latest film I Am. Recalling Ken Loach’s Kes or
Hirokazu Kore-eda’s Nobody Knows in its modern day,
pseudo-Dickensian tale of instinctual survival shot from a child’s perspective,
the film is a familiar story of a neglected, troubled child’s fugue, retreat
into a makeshift world of his own imagined creation, and inevitable return to
the “outside” world, I Am renders a less metaphoric journey
for parental connection in a similarly suffused and foreboding vein of Andrei
Zvyagintsev’s Return). However, while Kedzierzawska’s execution
is impeccable and remarkably adept, the film, nevertheless, retains an oddly
sterile conventionality to its manner of storytelling, an impression that is
further reinforced by composer Michael Nyman’s swelling and overwrought (if not
patently manipulative) soundtrack that suffuses each dramatic scene with an
inconguent, near-mythic sense of tragedy.
venerdì 22 maggio 2026
Barnvagnen (Carrozzina per bambini) - Bo Widerberg
una ragazza fugge dalla famiglia, incontra un ragazzo cantante che la mette incinta, lei vuole il/la bambina, ma non il padre, poi incontra un altro uomo, ma non è un granchè, lei ama la sua libertà, pur essendo una scelta difficile.
opera prima di Bo Widerberg, Britt è interpretata da una bravissima Inger Taube, ottima musica, una storia difficile e coraggiosa.
un gran bel film, da non perdere.
buona (sorprendente) visione - Ismaele
QUI si può vedere il film completo,con sottotitoli in italiano
Infused with a jazzy, nouvelle
vague–inspired energy, Bo Widerberg’s feature debut has the freshness of youth.
Building on his film criticism’s call for a socially relevant Swedish cinema,
the writer turned director offers a vivid portrait of a young factory worker
(Inger Taube) finding her way toward independence as she weathers unexpected
pregnancy, learns hard lessons from relationships with two very different men,
and leaves behind the only home she has ever known. Abetted by fellow filmmaker
Jan Troell’s coolly beautiful monochrome cinematography, Widerberg takes a bold
first step in his mission to create a cinema that is both engaged and engaging.
giovedì 21 maggio 2026
martedì 19 maggio 2026
Pianta un albero, costruisci una casa (Postav dom, zasad strom) - Juraj Jakubisko
un film del 1980, un film d'amore e d'amicizia.
un uomo appare in un villaggio e riesce a farsi volere bene da tutti (tranne che dalle autorità), riesce a conquistare una donna sola, e il suo bambino.
momenti divertenti e tragici insieme, in un film che merita.
buona visione - Ismaele
Raro film cecoslovacco, ben girato e con un'atmosfera
fiabesca che spesso fa da contorno a lavori di questo tipo. Un uomo appare dal
nulla in un villaggio nei boschi della Cecoslovacchia. Il regista è bravo a
tenere il mistero fitto attorno a questa figura per tutta la durata del film,
svelando solo alcuni particolari e facendolo di volta in volta. Pur con qualche
momento un po' lento in generale la sceneggiatura è ben scritta e il cast è
molto buono in tutte le sue parti. Bella l'ambientazione boscosa. Momenti
leggeri e momenti drammatici sono messi in scena con equilibrio. Buono.
lunedì 18 maggio 2026
Manas - Marianna Brennand
in una specie di (ex)paradiso terrestre ci sono i mostri, che aggrediscono le ragazzine.
come nel film Il sentiero azzurro, ci sono il grande fiume (come un mare), le chiatte e le barche che lo navigano, donne in fuga, in cerca di libertà, se e quando esiste.
Tielle è una ragazzina che vive in una palafitta sul fiume, in una famiglia (in)felice, con una mamma rassegnata senza diritto di parola.
e poi ci sono i mostri, in casa e fuori, e una poliziotta che cerca di aiutare Tielle, in un mondo davvero schifoso, che potra essere sallvato solo dalle ragazzine e le ragazzine.
un film che merita molto, da non perdere, purtroppo in solo 2 (due) sale in tutta Italia, evidentemente Tielle non vale come il diavolo di Prada e neanche come Michael, secondo l'Impero.
buona (amazzonica) visione - Ismaele
Isola di Marajó, foresta amazzonica. Marcielle vive con i genitori e tre
fratelli. Condizionata dalle parole della madre, venera la sorella maggiore
pensando sia fuggita da quella vita squallida trovandosi un «brav’uomo» su una
delle chiatte che solcano la zona. Man mano, però, Tielle si scontra con la
realtà e comprende di essere intrappolata tra due ambienti violenti.
Preoccupata per la sorellina e per il futuro desolante che le attende, decide
di affrontare il sistema che opprime la sua famiglia e le donne della comunità.
«Durante
una ricerca per un documentario da girare nei villaggi della foresta
amazzonica, ho incontrato donne vittime di traumi indicibili fin dalla più
tenera età. Avevano subito abusi sessuali all’interno delle loro case, oltre a
essere sfruttate sessualmente su chiatte commerciali, praticamente, senza
alcuna possibilità di fuga. Purtroppo, la maggior parte di noi donne ha una
storia di abuso sessuale, morale o psicologico, che ha lasciato cicatrici
profonde. Il Me Too e altri movimenti per i diritti delle donne ci hanno
incoraggiato e permesso di rompere il silenzio e di denunciare gli abusatori in
tutto il mondo. Ma che dire di queste donne invisibili di cui non conosciamo
nemmeno l’esistenza? Con Manas voglio dare voce a loro che
altrimenti non sarebbero mai state ascoltate, onorando le storie che hanno
condiviso con me. Vedo il cinema come un veicolo efficace per la trasformazione
sociale e politica e spero che Manas sia in grado di
mobilitare gli spettatori rompendo l’enorme tabù che circonda questa difficile
realtà che riguarda noi tutte».
Marianna Brennand
…Manas – Sorelle ha certamente la forza di andare oltre la
semplice e scontata pellicola di denuncia, seguendo la sua storia con il dovuto
realismo, ponendosi il problema di quanto il cinema debba lavorare in
sottrazione, senza mai perdere la capacità di scavare a fondo nelle coscienze.
L’autrice non disdegna di seguire il suo occhio documentaristico, restituendo
al dramma la bellezza naturalistica in cui si è immersi, senza cedere alla
spettacolarizzazione del dolore e delle atroci sofferenze. Manas – Sorelle è prodotto dai fratelli
Dardenne e dal connazionale Walter Salles e pare mostri tutti i presupposti per
presentarsi come un debutto di prospettiva.
…Jamilli Cores Marcielle è la
straordinaria interprete di Tielle, e Fatima Macedo Danielle ritrae sua madre
come una perpetuatrice involontaria dell'abuso, annientata dal dolore e
asservita a un marito-padrone. Tielle invece cerca una via d'uscita, anche
perché si rende conto che la fuga della sorella maggiore e il destino di quella
minore (di qui il titolo del film) è legato alla reiterazione della violenza
sessuale attraverso infinite generazioni femminili: una violenza che Brennard
non mostra proprio per non riprodurre ulteriormente l'abuso (anche sulle
giovanissime interpreti) e per non spettacolarizzare la sofferenza dei suoi
personaggi. Ma ciò che avviene è chiaro, perché se ne vedono le conseguenze su
esseri umani indifesi. Lo stile della regista è a metà fra il documentaristico
e il finzionale, racconta il Male ma restituisce anche la bellezza dei luoghi e
delle persone, dedicando grande cura ad ogni inquadratura. Il
connazionale Walter Salles ha
definito Manas "il grande debutto di una regista di
talento" e Brennard, che ha studiato cinema in California ma è tornata
nella sua terra natale e ha trascorso anni a studiare le donne vittime di
violenze cui ha dedicato il suo film, ha una notevole stoffa.
…non assistiamo al meccanismo d’implementazione di uno
specifico potere, bensì a un campionario, pure piuttosto vago, di pratiche
generalizzate: i riti in chiesa, le recite scolastiche, i pranzi in famiglia.
La camera in Manas sembra più interessata a rimanere
feticisticamente a tre centimetri dalla protagonista piuttosto che a
scandagliare le proprie istituzioni. Non molto diversi da quei palliativi
consumistici risultano allora i momenti di iniziativa femminile destinati al
fallimento (la danza, la pesca, la caccia, la fuga), relegati a sostenere
l’idealizzata visione finale. L’ambizione universalizzante del messaggio finale
(l’esortazione alla denuncia di abusi di genere presenti in tutti i popoli)
costringe il film a incastrarsi anch’esso in un rapporto feticistico: come
Marcielle cerca di farsi passare per sua sorella attraverso un documento
d’identità, così l’opera di Marianna Brennand cerca
di risolvere qualsiasi tensione in un’immagine finale liberatrice, senza
approfondire mai invece i meccanismi profondi della cultura
dell’idealizzazione, senza liberarsi prima di tutto delle proprie
idealizzazioni filmiche.
…Nel dibattito
pubblico e nel panorama mediale brasiliano, l’uso del tema della violenza è
strategicamente utilizzato a fini politici, come si è reso evidente durante il
governo di estrema destra di Jair Bolsonaro, quando le fake news sulla
regione furono mobilitate per promuovere progetti di finanziamento pubblico
associati all’espansione delle chiese evangeliche e all’accaparramento illegale
di terre; dinamica che rimanda al ruolo storicamente svolto dalle missioni
religiose nella colonizzazione dell’Amazzonia e nell’espropriazione dei
territori indigeni.
Bisogna
sottolineare inoltre come lo sfruttamento sessuale e la violenza di genere non
siano fenomeni circoscritti alla sola Isola di Marajó: ciò è fondamentale al
fine di comprendere come la scelta di ambientarvi il film ponga l’opera in
costante attrito con il contesto della sua ricezione. Nella
contraddizione tra la “puntualità” della cornice geografica e la carenza di
un’articolazione critica, emerge il duplice limite del tentato gesto di
denuncia: da un lato si ancora la violenza a Marajó, dall’altro si
rinuncia a uno sguardo radicato nelle condizioni storiche e sociali che la
determinano. In questo modo, la dinamica di sfruttamento è costruita come quasi
inevitabile, come un elemento intrinseco e “naturale”, al pari della foresta o
del fiume che circondano la comunità di Marcielle. Privata di una
prospettiva politica, la violenza viene così presentata come una realtà
atemporale e astorica: non più un problema sociale da sviscerare, ma
una sorta di “maledizione” stereotipata da cui non sembra esserci via d’uscita.
L’unica
possibilità di risoluzione suggerita dal film sembra risiedere nell’arrivo
dello stato brasiliano nella regione, incarnato dalla figura dell’agente di
polizia civile che incontra Marcielle. L’agente induce la ragazza
a rivelare gli stupri commessi dal padre e riesce a procurarle un documento di
identità, come se la sua iscrizione “simbolica” e istituzionale in quanto
cittadina fosse capace di produrre una qualche forma di redenzione.
Ora, storicamente, è proprio lo stato brasiliano ad aver contribuito a
trasformare regioni del Nord del paese, dapprima, in un vero e proprio cimitero
delle popolazioni indigene e, poi, in uno spazio in cui si articolano in
maniera particolarmente crudele la devastazione ambientale e la
subalternizzazione sociale. Non mancano esempi di tale articolazione nel cinema
brasiliano, come Iracema – Uma Transa Amazônica (Jorge
Bodanzky, Orlando Senna, 1974), ambientato intorno alla costruzione, durante la
dittatura militare, della strada destinata a tagliare in due il Nord del paese
in nome della modernizzazione e del progresso.
Difatti,
lo sfruttamento sessuale dei minori attraverso la prostituzione denunciato nel
film è intimamente legato al circuito del turismo sessuale
e dell’estrazione mineraria clandestina nella regione. Tuttavia,
il gesto di finzionalizzazione sembra operare meno come un dispositivo capace
di mettere criticamente in tensione la violenza denunciata e più come una “una
domesticazione semplificata” della complessità storica e sociale che la
produce.
La regista
Marianna Brennand ha parlato, in diverse interviste, dell’ampio lavoro di
ricerca che ha preceduto la realizzazione di Manas – Sorelle,
inclusa la cura nei confronti delle giovani attrici. Il film, infatti, sceglie
di non mettere in scena esplicitamente gli atti di violenza sessuale,
ricorrendo a espedienti indiretti per suggerirli. Tali scene finiscono per
produrre una sorta di “decoro” della rappresentazione, quasi come se il film si
mettesse moralmente al riparo mediante la soppressione della prospettiva
geografica e storica, in favore della costruzione fittizia di un microcosmo
isolato.
Eppure, dinanzi al
rifiuto giustificabile di rappresentare direttamente la violenza che racconta,
il film decide di filmare il dolore della protagonista, il trauma che si
iscrive in Marcielle, ricorrendo alla contemplazione silenziosa della
sofferenza della ragazzina, come se si trovasse dinanzi a una vita ormai morta
sulla quale nessuna prospettiva storica o politica può essere innestata.
Tuttavia, man mano
che la violenza si intensifica, la macchina da presa si avvicina al volto di
Marcielle, come se cercasse di estrarne un residuo di vitalità. Dinanzi
al volto della protagonista, quasi soffocato dalla presenza ravvicinata della
macchina da presa, il campo visivo si paralizza, la profondità di campo si
riduce al minimo, come se il film si dimostrasse incapace di muoversi
all’interno del proprio voyeurismo.
Un paragone
potrebbe essere articolato con l’uso del primo piano in La voce di Hind Rajab (Kaouther
Ben Hania, 2025), in cui la rivolta dinanzi a ciò che viene narrato convive con
una diffidenza nei confronti delle forme attraverso cui tale narrazione si
costruisce. Di fronte alla constatazione che i personaggi del film
sono braccati e schiacciati da un orizzonte di violenza che precipita lasciandoli
senza via d’uscita, è come se anche le immagini sembrassero rassegnarvisi e,
così facendo, riponessero la propria fiducia nella sensibilizzazione dello
spettatore attraverso la contemplazione di tale dolore: in La
voce di Hind Rajab attraverso l’espressività facciale, in Manas
– Sorelle attraverso l’avvicinamento fisico della macchina da presa.
La rassegnazione,
di per sé, non costituirebbe un problema. Film come Les Salauds (Claire
Denis, 2013) hanno filmato la rassegnazione alla misoginia e alla violenza
sessuale, e lo hanno fatto attraverso il dispositivo del primo piano,
de-spazializzando le proprie inquadrature al punto che i volti divenissero
manifestazione di una “spossessione”: una storia di volti decapitati che narra
il fallimento stesso di qualsiasi orizzonte di riconciliazione all’interno di
una società di violenza patriarcale. Non si tratta dunque di condannare
l’estetizzazione della forma quando si filma la violenza o il dolore degli
altri, ma di saper inscrivere la denuncia nella prospettiva del film, invitando
lo spettatore a pensare criticamente il suo emergere, senza credere
ingenuamente nella “funzione terapeutica” dell’esporsi al dolore degli altri,
come se ciò, di per sé, lo assolvesse dall’elaborarlo criticamente.
E così, nel film
di Brennand, il pudore dinanzi alle immagini esplicite della violenza sembra
funzionare come una forma di assenso alla strumentalizzazione del dolore
altrui. Al tempo stesso, è al virtuosismo della macchina da presa che
l’attenzione torna costantemente: solo esso ci ricorda come la crudeltà del
mondo e le sue forme di espressione possano ancora essere discusse, non solo
dal cinema. La questione diviene: cosa può dirci il film come
altra “forma di pensabilità”, e non soltanto in quanto istanza di denuncia sostenuta
da una piatta narrazione finzionale?
domenica 17 maggio 2026
sabato 16 maggio 2026
venerdì 15 maggio 2026
Zappa - Alex Winter
un film che ci voleva, per ricordarci di Frank Zappa, grande uomo e grandissimo musicista, un fuoriclasse.
un film da non perdere.
ps: qualcosa su Frank Zappa:
Si attendeva da decenni un documentario che mettesse il punto su una delle personalità più sfuggenti e inafferrabili della galassia rock - dove rock è inteso in senso molto lato, visto che si potrebbe definire Zappa anche compositore di musica contemporanea o classica. Zappa assomiglia molto al raggiungimento di quell'obiettivo, grazie alla possibilità privilegiata di accesso al materiale della Zappa Family di cui ha goduto il regista Alex Winter. Oltre ad aver composto una quantità enorme di musica, infatti, Frank Zappa ha anche collezionato e conservato filmini, video, registrazioni e ogni genere di documentazione audiovisiva. Grazie a questa miniera di opportunità, Winter ha potuto lavorare su un montaggio serrato di materiali e testimonianze, per raccontare la storia della vita di Zappa e unire i puntini dove manca una linea ben marcata…
C'è un aggettivo che ricorre spesso nel documentario che Alex Winter, già autore di Downloaded, ed è weird. Weird come strano, bislacco. Perché Frank Zappa - il più grande e talentuoso musicista del Novecento - strano lo era davvero agli occhi di quei benpensanti contro i quali si accaniva il sarcasmo dei suoi testi. La forza del documentario di Winter - al quale la vedova di Zappa ha aperto i giganteschi archivi del marito - sta nel concedere molto proprio alla dimensione umana del chitarrista di Baltimora, senza ovviamente tralasciare quella squisitamente artistica. Per gli orfani di Zappa, il film di Winter è un'autentica manna che propone una quantità di materiale inedito da indigestione, tanti sono i filmati privati, quelli giovanili o quelli drammatici durante la malattia che diede la morte a Zappa a soli 52 anni, da richiedere più di una visione. Dentro c'è proprio tutto e questo è anche il limite (forse l'unico) del film: non fai a tempo a fermarti su un'immagine, una frase, un brano musicale, che già vieni catapultato altrove. In questo "tutto" ci sono l'infanzia povera, la passione giovanile per gli esplosivi, la musica che irrompe nella vita del nostro soltanto intorno ai 14 anni, il racconto di sei mesi di prigione per avere scritto la colonna sonora per un film porno (America parruccona e sessuofoba!), il perfezionismo maniacale, l'avversione radicale nei confronti della droghe, la sigaretta - al contempo - perennemente accesa, il rapporto con le altri arti (Lenny Bruce, il disegnatore Cal Shenkel e l'animatore Bruce Brickford, autentici maverick come lui), lo sberleffo costante nei confronti dell'industria musicale (la cui epitome fu la copertina di We're only in it for the Money, caricatura del beatlesiano Sgt. Pepper's, sulla quale campeggiava anche Jimi Hendrix). Né mancano gli episodi privati, dalla frattura alla gamba causatagli da un esagitato durante un concerto, alla nascita dei quattro figli. E c'è inevitabilmente il Zappa musicista, quello in grado di scalare le classifiche con una canzone come Valley Girl, di scrivere pezzi complicatissimi come Black Page (il titolo deriva dalla quantità di nero presente sul pentagramma) o di pagare di tasca propria un'intera orchestra (la London Symphony Orchestra, mica robetta) pur di sentire eseguire la propria musica come si deve. Zappa era tutto questo e il film, pur in un montaggio serratissimo, riesce a raccontarlo: un workhaolic capace di sfornare musica a getto continuo, un genio irriverente, refrattario a qualsiasi censura, un libertario autarchico (fu il primo musicista a metter su una propria etichetta discografica) dalla dialettica sopraffina e dal carisma smisurato, il cui mito, a più di un quarto di secolo dalla sua morte, è più vivo che mai.
giovedì 14 maggio 2026
venerdì 1 maggio 2026
Dopamine - Teddy Soeriaatmadja
una storia degli equivoci, un ospite per una notte è pieno di soldi, e quella valigia è la protagonista inanimata.
il film inizia piano piano e poi inizia a correre, marito e moglie sono perfetti, e sono gli ottimi protagonisti vivi.
non è un capolavoro, ma non ti annoi un secondo.
un bel film che merita.
buona (sorprendente) visione - Ismaele
…assume i connotati di un thriller sempre più caotico e
adrenalinico, seguendo il classico canovaccio dei personaggi presi dalla gente
comune, due poveri diavoli fondamentalmente innocenti e bastonati dal destino, trascinati
loro malgrado in una vicenda più grande di loro in cui però trovano inaspettate
capacità di cavarsela nelle situazioni più borderline.
Trama banale e già vista e stravista? Assolutamente sì,
ma a rendere questo piccolo film senza troppe pretese particolarmente godibile
è l’alchimia tra i due protagonisti, decisamente riuscita anche perché gli
attori Angga Yunanda e Shenina Cinnamon sono marito e moglie anche nella vita
reale. Nel crescendo di violenza e tensione che circonda e intrappola Malik e Alya,
sempre più incauti e arditi, non possiamo far altro che tifare per loro,
sperando con tutto il cuore che ne escano vincitori. Presentato al Far East
Film Festival di Udine 2026.
giovedì 30 aprile 2026
True mothers – Naomi Kawase
il film, come dice il titolo, racconta di madri, e di bambini.
l'adozione di bambini nati da giovani ragazze-madri (Giovani madri è anche il titolo dell'ultimo film dei fratelli Dardenne) è un momento doloroso, una signora, che accoglie le ragazze, è il tramite fra madri naturali e madri adottive, ma, sorpresa, non è un vampiro che fa i soldi.
Naomi Kawase riesce a girare un film non perfetto, ma sincero, senza tesi preconfezionate, con l'incontro delle due madri, che si comprendono.
buona (materna) visione - Ismaele
… È un film che gioca a carte coperte
questo della Kawase, che non ti fa capire la direzione in cui ti conduce. Infatti a metà film arriva l'inattesa svolta narrativa: la sedicente madre
biologica Hikari irrompe nella vita della famiglia con un ricatto: vuole
indietro suo figlio o, in alternativa, del denaro, altrimenti rivelerà ad
Asato ed ai vicini di casa tutta la verità. Da questa tentata estorsione
si dipana il secondo flashback, che ci riporta all'adolescenza di Hikari,
rimasta incinta di un compagno di scuola. Con grande tenerezza segue storia
d'amore di ragazzini e lo scontro con la famiglia che decide di darlo in
adozione, inviando la ragazza alla "Baby Baton",
clinica-agenzia dove i coniugi preleveranno Asato…
…La
circolarità del racconto compie la traccia geometrica perfetta, un percorso
fatto di dolore e di grazia, di vita e di silenzio, di sguardi e di timori sui
quali la luce dello sguardo umanistico di Kawase si posa con leggiadria e con
profonda empatia intrisa di pietas e che culmina con un finale che se
cinematograficamente può lasciare qualche dubbio, dal punto di vista del
percorso personale delle due madri trova la sua pacificazione più naturale.
Convincenti
le due madri, ognuna col suo carico di sentimenti, interpretate con bravura da
Nagasaku Hiromi ( la madre adottiva) e Makita Aju ( quella naturale) che ben si
prestano ad un confronto che è prima di tutto generazionale e poi di ruolo.
…Si sente il
coinvolgimento della regista, si percepisce la tensione emotiva di chi ha la
cognizione dell’adozione e sa entrare in connessione con la molteplicità del
sentimento materno, ma si avverte un po’ troppo la costruzione teorica a
discapito dell’impatto emotivo. Kawase segue l’idea di una maternità liquida,
espressa attraverso più corpi (qui ce ne sono tre: la naturale, l’adottiva e la
responsabile dell’associazione, che fa da tramite tra le due) che appartengono
tutti alla natura.
Una visione panica che si interseca nel paesaggio urbano di una Tokyo
dominata dalle disuguaglianze (i genitori adottivi abitano al trentesimo piano,
segno di un’estrazione benestante; la casa della famiglia mamma naturale
alloggia in una casa troppo piccola per contenere tutti i membri e ancora più
piccola è quella condivisa dalla ragazza con la collega), con il mare che
avvolge e immagini sovraesposte a determinare una fluidità sospesa tra tattile
e cerebrale. Ecco, è in questa sospensione che sta il limite di True Mothers.
…Non spaventino le due
ore e venti di durata complessiva, perché se c'è una cosa che contraddistingue
la sceneggiatura solo apparentemente complicata del nuovo film di Naomi Kawase, True Mothers (Asa ga Kuru), è forse proprio la leggerezza: una leggerezza
tutta orientale, fatta di ellissi nel corso delle quali la storia viene
spezzettata e ricostruita poco per volta, con dettagli seminati qua e là,
momenti di pura emozione, attimi di fascinazione sensoriale, false piste e
colpi di scena.
True Mothers è un'opera cangiante divisa idealmente in
tre segmenti, che taglia e cuce il racconto per permettere di familiarizzare
con le sue protagoniste distillando nei dettagli le loro storie: da un lato
quella della madre adottiva, cui dedica il primo lungo flashback, dall'altro
quella della giovane e sfortunata madre naturale - del suo sogno d'amore impossibile,
della sua tirannica genitrice e delle altre ragazze-future-madri che conosce
man mano - che caratterizza il secondo flashback, per intersecarle nel terzo ed
ultimo 'tempo', quello più lungo e per certi versi mutevole, il presente.
Kawase fa e disfa con eleganza sublime, ingenera
domande giuste e suggerisce risposte sbagliate, in realtà chiedendo nulla più
che uno sforzo di empatia nei confronti di quelle madri, delle loro
insicurezze, dei loro sensi di colpa e delle loro incomprese richieste di aiuto.
…Cineasta
sempre abilissima nel passare da durate contenute a pellicole-fiume, stavolta
il minutaggio appare fuori controllo per un non riuscito dosaggio dei momenti
in sceneggiatura. È una Kawase che gioca una partita sua soltanto in parte,
quella di "True Mothers"; come si diceva in apertura, è come se
avesse cercato di modulare uno stile espressivo che non le appartiene, una
levità e un'universalità di linguaggio che non le sono consueti. Nel ricercare
una grammatica visiva più accessibile al pubblico, l'autrice ha smarrito la sua
prodigiosa e dirompente forza rivoluzionaria. La classe è sempre la stessa,
certo, tanto nell'insistenza dei primi piani quanto nelle panoramiche
contemplative. Manca, purtroppo, quel trasporto che ci aveva annichilito
durante altre visioni.
…True Mothers è
un titolo certamente significativo, ma anche abbastanza fuorviante. A primo impatto, infatti,
sembra fornire un giudizio –
giudizio che, come è stato sottolineato durante l’incontro con Naomi Kawase, è
imposto dalla società – oppure porre una domanda, anzi la domanda: chi è la vera madre? Questo
aspetto non è del tutto errato, perché essendo uno dei temi ricorrenti quando
si parla di adozione è naturale che il quesito ritorni spesso, anche nella
storia. Si tratta però di un’interpretazione
riduttiva dell’intero significato dell’opera di Kawase.
“Vere Madri” pone l’accento sbagliato, andando a
cadere nella ricerca di una realtà che non si può superare: è Madre chi mette al mondo un figlio tanto
quanto lo è chi lo cresce. Ma Kawase svia la risposta trovando
addirittura un terzo elemento: è madre anche la direttrice del centro Baby
Baton. Essa infatti si prende cura tanto delle madri biologiche quanto delle
future madri adottive e dei bambini. Regala una vita migliore…
martedì 28 aprile 2026
Kneecap – Rich Peppiatt
Rich Peppiatt gira un film sui Kneecap (Giovanni Ansaldo ne parla qui, per chi non li conosce ancora) che non perde un colpo.
due ragazzi un po' sbandati, a Belfast, incontrano un professore che li spinge a fare musica rap in gaelico, la lingua irlandese, e non in inglese, la lingua degli oppressori.
i tre creano un gruppo, i Kneecap, i loro testi e la loro musica diventano un simbolo per gli irlandesi non anglodipendenti, orgogliosi di un gruppo politico, come il loro pubblico.
tutti gli attori, come i tre Kneecap, sono davvero bravi (una piccola parte anche per Michael Fassbender), merito anche del bravo regista.
se vi piacerà la metà di quanto è piaciuto a me, vi piacerà molto,
buona (gaelic rap) visione - Ismaele
…Gli Kneecap non sono nati da una
semplice passione, bensì dalla rabbia e da un riscatto sociale alimentato dal
sangue, dalla droga e dalla disperazione di una vera e propria terra di
nessuno. Laddove non si muovono più cowboy solitari, ma criminali di varia
natura, politicanti e forze d’ordine affamate di potere, eroi locali mai
dimenticati e inevitabilmente artisti. Spetta proprio a loro alimentare un moto
di liberazione (salvandosi a loro volta), per quanto scorretti, discutibili,
immorali e matti da legare. Memorabile!
…La forza del film è proprio questa: sembrare caotico e
sgangherato, mentre in realtà orchestra con precisione una riflessione politica
e culturale. “Un paese senza lingua è solo mezzo paese”, afferma uno dei
personaggi: è la frase che riassume l’anima dell’opera. Il gaelico, lingua
minoritaria riconosciuta ufficialmente solo nel 2022, diventa qui simbolo di
resistenza, testimonianza di una comunità che non si arrende. Kneecap è un’esplosione di energia e di
contraddizioni: sboccato e intelligente, divertente e politico, assurdo e
necessario. È cinema che, proprio come un beat martellante, non concede tregua:
denuncia, ride, balla, provoca, e infine commuove con la sua ostinata
sincerità. È l’urlo di una generazione che non vuole essere definita da
conflitti ereditati, ma nemmeno vuole dimenticarli: una dichiarazione di
appartenenza che trasforma il caos in ritmo, la rabbia in musica, la lingua in
futuro.
Il regista Rich Peppiatt ci dice diritto in faccia che film andremo a
vedere.
Non è una classica storia irlandese fatta di IRA, attentati, morti e
martiri torturati in carcere.
La Belfast raccontata in questo film è decisamente più incazzata,
lasciata a sé stessa, gli irlandesi combattono contro gli inglesi più che altro
per questioni linguistiche e i ragazzi vivono alla giornata strafatti di ogni
tipo di droghe in circolazione più o meno come gli scozzesi di Trainspotting.
In questo contesto si collocano due amici d’infanzia che vivono di
spaccio e altri reati vari, cresciuti da un padre attivista e indipendentista
che ha finto la sua morte per combattere meglio la sua guerra personale e che
li ha educati al motto di “"Every word of Irish spoken is a bullet fired
for Irish freedom"-“Ogni Parola detta in Irlandese è un proiettile per la
libertà dell’Irlanda”…
lunedì 27 aprile 2026
Resurrection - Bi Gan
ho visto il film in una proiezione "speciale" con il collegamento di Bi Gan, da remoto, alla fine, per rispondere alle domande del pubblico.
il regista, 36 anni, è già uno dei più grandi del mondo, di lui ho visto i suoi film precedenti (ecco la recensione di Kaili blues).
Resurrection è un film certamente non minimalista, ci parla della vita, del cinema, del futuro, dei sogni e della realtà, in una storia o storie, che attraversano un secolo, della storia della Cina.
ciascuno potrà vedere tante citazioni della storia del cinema, per esempio alla fine mi è sembrato di (ri)vedere immagini di A bout de souffle, di Jean-Luc Godard, e di Holy Motors, di Leos Carax.
il piano sequenza finale, di quelli che si vedono raramente al cinema, è una gioia per la mente e gli occhi.
e poi c'è una donna, che apre e chiude il film, una donna che segue il sogno, che sostiene il sogno, che protegge il sogno.
Resurrection è un film impossibile da raccontare, bisogna vederlo e rivederlo, lasciarsi portare dalle immagini, in sala, naturalmente.
buona (imperdibile) visione - Ismaele
Se è vero il detto “chi è stanco di Londra è stanco della
vita, perché c’è a Londra tutto ciò che la vita può permettersi”; si potrebbe
rilanciare il detto sostituendo Londra con Resurrection. Il film di cui parliamo in questo articolo è uno dei film
più anarchici e complessi di questo decennio, ed è davvero tutto ciò che la settima arte è in grado di sfoderare. Colori, inquadrature, carrellate, personaggi, incastri
narrativi escatologici, metacinema, tutto in un unico film. Non è importante
che sia compreso al dettaglio, ma che si esperisca tutto come un’esperienza,
sì. Un’esperienza da grande schermo, una di quelle difficili da dimenticare…
Con Resurrection, Bi Gan firma la sua opera più ambiziosa e
radicale: un’esperienza cinematografica ipnotica, visivamente sbalorditiva e
narrativamente sfuggente, che si interroga sulla natura stessa del cinema e dei
sogni. Non tutto è di facile comprensione, ma ciò che resta è un’impressione
decisamente indelebile
…La forza di Resurrection è soprattutto visiva: ogni episodio
reinventa lo spazio e il tempo del racconto con una libertà rara nel cinema
contemporaneo. Eppure, questa ricchezza formale genera una distanza difficile
da colmare. I personaggi infatti restano presenze più che individui,
attraversano le immagini senza mai radicarsi davvero lasciando lo spettatore ad
ammirare continuamente ma restando ai margini. Anche nei momenti più
suggestivi, come i passaggi contemplativi o il lungo piano sequenza finale,
l’emozione appare filtrata, trattenuta dalla stessa macchina formale che la
produce. È una scelta precisa, Bi Gan privilegia una logica onirica e
associativa, rinunciando quasi del tutto alla costruzione psicologica. Ma è qui
che emerge il limite più evidente del film. Quando tutto diventa possibile sul
piano delle immagini, qualcosa si perde sul piano del coinvolgimento. Resurrection finisce così per essere più un’esperienza da
osservare che da vivere, più un dispositivo da osservare che un racconto in cui
perdersi. Solo nei momenti in cui allenta questa tensione teorica, lasciando
spazio alla pura presenza delle immagini, il film riesce davvero a toccare
qualcosa di più profondo…
…Il rischio, in un’operazione di questo tipo, è quello di
scivolare nel puro formalismo, lasciando che la straordinaria ricchezza visiva
oscuri il contenuto. Ma Resurrection riesce a evitare
questa trappola proprio grazie alla sua dimensione emotiva.
Ogni episodio, per quanto stilisticamente autonomo, è attraversato da una
malinconia in cui il sogno non è mai evasione ma un modo per
confrontarsi con ciò che non esiste più.
In definitiva, il nuovo film di Bi Gan si impone come un’esperienza
totalizzante, che chiede allo spettatore di abbandonare ogni certezza e di
lasciarsi attraversare dalle immagini.
Non è un film "da popcorn" ma un film che richiede attenzione e
anche una certa familiarità con la cultura e la storia cinese.
Resurrection ci ricorda che il cinema è, prima di tutto, una
macchina dei sogni. E senza sogni, senza quella capacità di perdersi
e credere nell’illusione, il cinema stesso non può esistere.
…Il
cinema stesso, nella visione di Bi Gan, è il sogno per eccellenza. Resurrection
sembra ripartire da il collasso di un'arte ormai priva di senso, di un
dispositivo d'immagine in cui "non è rimasto più nessuno a guardare".
Ma dove qualcuno certificava con amarezza testamentaria la crisi del cinema, Bi
Gan va oltre: il problema, sembra voler dire, non è la macchina organica e
meccanica del cinema, che magari può pure consumarsi e liquefarsi, ma la
capacità di chi guarda di accogliere ancora il sogno, di lasciarsi attraversare
dalle immagini senza difese razionali. Con le sue citazioni, si direbbe quasi spontanee e dotate di forza autonoma ,
Resurrection è così una sorta di visionario remake , forse l'ultimo film nella
storia del cinema, ma anche il primissimo…
domenica 26 aprile 2026
Kisapmata (In the Wink of an Eye) - Mike De Leon
i film italiani sul padre padrone (non quello di Gavino Ledda filmato dai fratelli Taviani) di moglie e figlie sono cosette in confronto alla terribilità di questo film filippino.
maschilismo, patriarcato, violenza e incesto minacciano (e non solo) Mila e la madre.
Mila si sposa, nonostante le resistenze del padre, con un collega, Noel.
assillati, stalkerizzati e minacciati i due sposini vivono giornate d'inferno (tutto il film è concentrato in poche settimane), devono fuggire, ma non serve a niente.
un gioiellino da non perdere, se lo trovate (per pochi giorni si può vedere qui)
buona (inquietante e senza speranza) visione - Ismaele
One Sunday in November, Mila (Charo Santos) announces to her
father Dadang (Vic Silayan), a retired police officer, that she is pregnant,
asking for permission to marry her co-worker Noel (Jay Ilangan). Tension mount
as Dadong's unreasonable expectations for a dowry are not met and he exhibits
an increasingly authoritarian streak. The couple marries and soon, Mila's
father begins a game of exclusion and manipulation in the hopes of reasserting
control over his kin. Based on the true crime reportage "The House on
Zapote Street" penned by Nick Joaquin, Mike De Leon's KISAPMATA,
beautifully restored in 4K by L'Immagine Ritrovata, is a stunning example of
psychological horror; a film that meticulously tighten the noose around its
characters' necks until the outcome feels inevitable — culminating in a brutal,
unflinching portrait of the horrors of patriarchy at its most pathological.
…Une fois Mila de nouveau prise au piège malgré elle,
la mise en scène fait de la maison un véritable personnage secondaire
articulant les jeux de pouvoirs qui s’y jouent. Hormis deux envolées oniriques,
le réalisateur délaisse les atmosphères gothiques qui donnaient également une
importance majeure à la demeure de Itim, pour travail des motifs purement géométriques et de lignes
de fuite. En journée les pièces du premier étage (les chambres et la salle de
bain) sont des échappatoires à l’autorité du père régnant sur le
rez-de-chaussée où il est le seul à recevoir des visites, où il est au centre
de l’attention et le seul à avoir la parole – les compositions de plan lors des
scènes de repas. La nuit venue, l’ombre s’étend et l’aura maléfique de Dadong
avec. Il peut s’immiscer dans la chambre de Mila pour abuser d’elle, et garder
tel un cerbère la porte d’entrée et l’accès au téléphone, seules ouvertures
pour l’extérieur. Mike De Leon nous fait ressentir tout cela par les nuances de
la photographie de Rody Lacap ainsi que par un jonglage habile entre
plongées et contre-plongées pour exprimer ces sentiments de dominants/dominés –
Noel ivre de colère qui se désagrège totalement lorsque Dadong l’écrasera de
son regard…
…Kisapmata est tiré d’un fait-divers, le meurtre en 1961 de sa
famille par un ex-flic, immortalisé par le compte-rendu qu’en fit le
journaliste et écrivain Nick Joaquin sous le titre The House on Zapote Street. Mike de Leon utilise ce point de départ pour
brosser une critique acide de la dictature de Ferdinand
Marcos et de la société patriarcale philippine, la maison de
Dadong servant de parallèle à l’état du pays. Il dépeint par la même occasion
une situation glaçante tristement réaliste d’emprise d’un homme sur son
entourage. Mila ne peut se résoudre à partir, une inaction liée à la peur
permanente dans laquelle elle baigne depuis sa naissance, cumulée au risque de
perdre son emploi et que Dadong la rattrape grâce à son réseau dans la police ;
sa mère n’a nulle part où aller et essaye de contenter son conjoint pour dévier
la violence ; et leur bonne, probablement une campagnarde sans le sou, a besoin
de son travail pour vivre. Même Noel s’écrase face à Dadong quand il doit le
confronter.
Kisapmata est une tragédie oppressante dont on sait dès le début
qu’elle va se terminer dans le sang (l’affiche d’origine spoile d’ailleurs
allègrement la conclusion et j’ai dû me rabattre sur un poster alternatif d’une
piètre qualité). Les interprètes sont excellents, la photographie est superbe,
avec une magnifique restauration proposée
par Carlotta en Blu-Ray. Les thèmes traités sont extrêmement durs, notamment celui
de l’inceste, mais c’est fait de façon fine, sans voyeurisme ou excès. C’est à
la fois un efficace thriller psychologique et un portrait juste de violences
intra-familiales.