una storia degli equivoci, un ospite per una notte è pieno di soldi, e quella valigia è la protagonista inanimata.
il film inizia piano piano e poi inizia a correre, marito e moglie sono perfetti, e sono gli ottimi protagonisti vivi.
non è un capolavoro, ma non ti annoi un secondo.
un bel film che merita.
buona (sorprendente) visione - Ismaele
…assume i connotati di un thriller sempre più caotico e
adrenalinico, seguendo il classico canovaccio dei personaggi presi dalla gente
comune, due poveri diavoli fondamentalmente innocenti e bastonati dal destino, trascinati
loro malgrado in una vicenda più grande di loro in cui però trovano inaspettate
capacità di cavarsela nelle situazioni più borderline.
Trama banale e già vista e stravista? Assolutamente sì,
ma a rendere questo piccolo film senza troppe pretese particolarmente godibile
è l’alchimia tra i due protagonisti, decisamente riuscita anche perché gli
attori Angga Yunanda e Shenina Cinnamon sono marito e moglie anche nella vita
reale. Nel crescendo di violenza e tensione che circonda e intrappola Malik e Alya,
sempre più incauti e arditi, non possiamo far altro che tifare per loro,
sperando con tutto il cuore che ne escano vincitori. Presentato al Far East
Film Festival di Udine 2026.
il film, come dice il titolo, racconta di madri, e di bambini.
l'adozione di bambini nati da giovani ragazze-madri (Giovani madri è anche il titolo dell'ultimo film dei fratelli Dardenne) è un momento doloroso, una signora, che accoglie le ragazze, è il tramite fra madri naturali e madri adottive, ma, sorpresa, non è un vampiro che fa i soldi.
Naomi Kawase riesce a girare un film non perfetto, ma sincero, senza tesi preconfezionate, con l'incontro delle due madri, che si comprendono.
buona (materna) visione - Ismaele
… È un film che gioca a carte coperte
questo della Kawase, che non ti fa capire la direzione in cui ti conduce. Infatti a metà film arriva l'inattesa svolta narrativa: la sedicente madre
biologica Hikari irrompe nella vita della famiglia con un ricatto: vuole
indietro suo figlio o, in alternativa, del denaro, altrimenti rivelerà ad
Asato ed ai vicini di casa tutta la verità. Da questa tentata estorsione
si dipana il secondo flashback, che ci riporta all'adolescenza di Hikari,
rimasta incinta di un compagno di scuola. Con grande tenerezza segue storia
d'amore di ragazzini e lo scontro con la famiglia che decide di darlo in
adozione, inviando la ragazza alla "Baby Baton",
clinica-agenzia dove i coniugi preleveranno Asato…
…La
circolarità del racconto compie la traccia geometrica perfetta, un percorso
fatto di dolore e di grazia, di vita e di silenzio, di sguardi e di timori sui
quali la luce dello sguardo umanistico di Kawase si posa con leggiadria e con
profonda empatia intrisa di pietas e che culmina con un finale che se
cinematograficamente può lasciare qualche dubbio, dal punto di vista del
percorso personale delle due madri trova la sua pacificazione più naturale.
Convincenti
le due madri, ognuna col suo carico di sentimenti, interpretate con bravura da
Nagasaku Hiromi ( la madre adottiva) e Makita Aju ( quella naturale) che ben si
prestano ad un confronto che è prima di tutto generazionale e poi di ruolo.
…Si sente il
coinvolgimento della regista, si percepisce la tensione emotiva di chi ha la
cognizione dell’adozione e sa entrare in connessione con la molteplicità del
sentimento materno, ma si avverte un po’ troppo la costruzione teorica a
discapito dell’impatto emotivo. Kawase segue l’idea di una maternità liquida,
espressa attraverso più corpi (qui ce ne sono tre: la naturale, l’adottiva e la
responsabile dell’associazione, che fa da tramite tra le due) che appartengono
tutti alla natura.
Una visione panica che si interseca nel paesaggio urbano di una Tokyo
dominata dalle disuguaglianze (i genitori adottivi abitano al trentesimo piano,
segno di un’estrazione benestante; la casa della famiglia mamma naturale
alloggia in una casa troppo piccola per contenere tutti i membri e ancora più
piccola è quella condivisa dalla ragazza con la collega), con il mare che
avvolge e immagini sovraesposte a determinare una fluidità sospesa tra tattile
e cerebrale. Ecco, è in questa sospensione che sta il limite di True Mothers.
…Non spaventino le due
ore e venti di durata complessiva, perché se c'è una cosa che contraddistingue
la sceneggiatura solo apparentemente complicata del nuovo film di Naomi Kawase, True Mothers (Asa ga Kuru), è forse proprio la leggerezza: una leggerezza
tutta orientale, fatta di ellissi nel corso delle quali la storia viene
spezzettata e ricostruita poco per volta, con dettagli seminati qua e là,
momenti di pura emozione, attimi di fascinazione sensoriale, false piste e
colpi di scena. True Mothers è un'opera cangiante divisa idealmente in
tre segmenti, che taglia e cuce il racconto per permettere di familiarizzare
con le sue protagoniste distillando nei dettagli le loro storie: da un lato
quella della madre adottiva, cui dedica il primo lungo flashback, dall'altro
quella della giovane e sfortunata madre naturale - del suo sogno d'amore impossibile,
della sua tirannica genitrice e delle altre ragazze-future-madri che conosce
man mano - che caratterizza il secondo flashback, per intersecarle nel terzo ed
ultimo 'tempo', quello più lungo e per certi versi mutevole, il presente. Kawase fa e disfa con eleganza sublime, ingenera
domande giuste e suggerisce risposte sbagliate, in realtà chiedendo nulla più
che uno sforzo di empatia nei confronti di quelle madri, delle loro
insicurezze, dei loro sensi di colpa e delle loro incomprese richieste di aiuto.
…Cineasta
sempre abilissima nel passare da durate contenute a pellicole-fiume, stavolta
il minutaggio appare fuori controllo per un non riuscito dosaggio dei momenti
in sceneggiatura. È una Kawase che gioca una partita sua soltanto in parte,
quella di "True Mothers"; come si diceva in apertura, è come se
avesse cercato di modulare uno stile espressivo che non le appartiene, una
levità e un'universalità di linguaggio che non le sono consueti. Nel ricercare
una grammatica visiva più accessibile al pubblico, l'autrice ha smarrito la sua
prodigiosa e dirompente forza rivoluzionaria. La classe è sempre la stessa,
certo, tanto nell'insistenza dei primi piani quanto nelle panoramiche
contemplative. Manca, purtroppo, quel trasporto che ci aveva annichilito
durante altre visioni.
…True Mothers è
un titolo certamente significativo, ma anche abbastanza fuorviante. A primo impatto, infatti,
sembra fornire un giudizio –
giudizio che, come è stato sottolineato durante l’incontro con Naomi Kawase, è
imposto dalla società – oppure porre una domanda, anzi la domanda: chi è la vera madre? Questo
aspetto non è del tutto errato, perché essendo uno dei temi ricorrenti quando
si parla di adozione è naturale che il quesito ritorni spesso, anche nella
storia. Si tratta però di un’interpretazione
riduttiva dell’intero significato dell’opera di Kawase.
“Vere Madri” pone l’accento sbagliato, andando a
cadere nella ricerca di una realtà che non si può superare: è Madre chi mette al mondo un figlio tanto
quanto lo è chi lo cresce. Ma Kawase svia la risposta trovando
addirittura un terzo elemento: è madre anche la direttrice del centro Baby
Baton. Essa infatti si prende cura tanto delle madri biologiche quanto delle
future madri adottive e dei bambini. Regala una vita migliore…
Rich Peppiatt gira un film sui Kneecap (Giovanni Ansaldo ne parla qui, per chi non li conosce ancora) che non perde un colpo.
due ragazzi un po' sbandati, a Belfast, incontrano un professore che li spinge a fare musica rap in gaelico, la lingua irlandese, e non in inglese, la lingua degli oppressori.
i tre creano un gruppo, i Kneecap, i loro testi e la loro musica diventano un simbolo per gli irlandesi non anglodipendenti, orgogliosi di un gruppo politico, come il loro pubblico.
tutti gli attori, come i tre Kneecap, sono davvero bravi (una piccola parte anche per Michael Fassbender), merito anche del bravo regista.
se vi piacerà la metà di quanto è piaciuto a me, vi piacerà molto,
buona (gaelic rap) visione - Ismaele
…Gli Kneecap non sono nati da una
semplice passione, bensì dalla rabbia e da un riscatto sociale alimentato dal
sangue, dalla droga e dalla disperazione di una vera e propria terra di
nessuno. Laddove non si muovono più cowboy solitari, ma criminali di varia
natura, politicanti e forze d’ordine affamate di potere, eroi locali mai
dimenticati e inevitabilmente artisti. Spetta proprio a loro alimentare un moto
di liberazione (salvandosi a loro volta), per quanto scorretti, discutibili,
immorali e matti da legare. Memorabile!
…La forza del film è proprio questa: sembrare caotico e
sgangherato, mentre in realtà orchestra con precisione una riflessione politica
e culturale. “Un paese senza lingua è solo mezzo paese”, afferma uno dei
personaggi: è la frase che riassume l’anima dell’opera. Il gaelico, lingua
minoritaria riconosciuta ufficialmente solo nel 2022, diventa qui simbolo di
resistenza, testimonianza di una comunità che non si arrende. Kneecap è un’esplosione di energia e di
contraddizioni: sboccato e intelligente, divertente e politico, assurdo e
necessario. È cinema che, proprio come un beat martellante, non concede tregua:
denuncia, ride, balla, provoca, e infine commuove con la sua ostinata
sincerità. È l’urlo di una generazione che non vuole essere definita da
conflitti ereditati, ma nemmeno vuole dimenticarli: una dichiarazione di
appartenenza che trasforma il caos in ritmo, la rabbia in musica, la lingua in
futuro.
Il regista Rich Peppiatt ci dice diritto in faccia che film andremo a
vedere.
Non è una classica storia irlandese fatta di IRA, attentati, morti e
martiri torturati in carcere.
La Belfast raccontata in questo film è decisamente più incazzata,
lasciata a sé stessa, gli irlandesi combattono contro gli inglesi più che altro
per questioni linguistiche e i ragazzi vivono alla giornata strafatti di ogni
tipo di droghe in circolazione più o meno come gli scozzesi di Trainspotting.
In questo contesto si collocano due amici d’infanzia che vivono di
spaccio e altri reati vari, cresciuti da un padre attivista e indipendentista
che ha finto la sua morte per combattere meglio la sua guerra personale e che
li ha educati al motto di “"Every word of Irish spoken is a bullet fired
for Irish freedom"-“Ogni Parola detta in Irlandese è un proiettile per la
libertà dell’Irlanda”…
ho visto il film in una proiezione "speciale" con il collegamento di Bi Gan, da remoto, alla fine, per rispondere alle domande del pubblico.
il regista, 36 anni, è già uno dei più grandi del mondo, di lui ho visto i suoi film precedenti (ecco la recensione di Kaili blues).
Resurrection è un film certamente non minimalista, ci parla della vita, del cinema, del futuro, dei sogni e della realtà, in una storia o storie, che attraversano un secolo, della storia della Cina.
ciascuno potrà vedere tante citazioni della storia del cinema, per esempio alla fine mi è sembrato di (ri)vedere immagini di A bout de souffle, di Jean-Luc Godard, e di Holy Motors, di Leos Carax.
il piano sequenza finale, di quelli che si vedono raramente al cinema, è una gioia per la mente e gli occhi.
e poi c'è una donna, che apre e chiude il film, una donna che segue il sogno, che sostiene il sogno, che protegge il sogno.
Resurrection è un film impossibile da raccontare, bisogna vederlo e rivederlo, lasciarsi portare dalle immagini, in sala, naturalmente.
buona (imperdibile) visione - Ismaele
Se è vero il detto “chi è stanco di Londra è stanco della
vita, perché c’è a Londra tutto ciò che la vita può permettersi”; si potrebbe
rilanciare il detto sostituendo Londra con Resurrection. Il film di cui parliamo in questo articolo è uno dei film
più anarchici e complessi di questo decennio, ed è davvero tutto ciò che la settima arte è in grado di sfoderare. Colori, inquadrature, carrellate, personaggi, incastri
narrativi escatologici, metacinema, tutto in un unico film. Non è importante
che sia compreso al dettaglio, ma che si esperisca tutto come un’esperienza,
sì. Un’esperienza da grande schermo, una di quelle difficili da dimenticare…
Con Resurrection, Bi Gan firma la sua opera più ambiziosa e
radicale: un’esperienza cinematografica ipnotica, visivamente sbalorditiva e
narrativamente sfuggente, che si interroga sulla natura stessa del cinema e dei
sogni. Non tutto è di facile comprensione, ma ciò che resta è un’impressione
decisamente indelebile
…La forza di Resurrection è soprattutto visiva: ogni episodio
reinventa lo spazio e il tempo del racconto con una libertà rara nel cinema
contemporaneo. Eppure, questa ricchezza formale genera una distanza difficile
da colmare. I personaggi infatti restano presenze più che individui,
attraversano le immagini senza mai radicarsi davvero lasciando lo spettatore ad
ammirare continuamente ma restando ai margini. Anche nei momenti più
suggestivi, come i passaggi contemplativi o il lungo piano sequenza finale,
l’emozione appare filtrata, trattenuta dalla stessa macchina formale che la
produce. È una scelta precisa, Bi Gan privilegia una logica onirica e
associativa, rinunciando quasi del tutto alla costruzione psicologica. Ma è qui
che emerge il limite più evidente del film. Quando tutto diventa possibile sul
piano delle immagini, qualcosa si perde sul piano del coinvolgimento. Resurrection finisce così per essere più un’esperienza da
osservare che da vivere, più un dispositivo da osservare che un racconto in cui
perdersi. Solo nei momenti in cui allenta questa tensione teorica, lasciando
spazio alla pura presenza delle immagini, il film riesce davvero a toccare
qualcosa di più profondo…
…Il rischio, in un’operazione di questo tipo, è quello di
scivolare nel puro formalismo, lasciando che la straordinaria ricchezza visiva
oscuri il contenuto. Ma Resurrectionriesce a evitare
questa trappola proprio grazie alla sua dimensione emotiva.
Ogni episodio, per quanto stilisticamente autonomo, è attraversato da una
malinconia in cui il sogno non è mai evasione ma un modo per
confrontarsi con ciò che non esiste più.
In definitiva, il nuovo film di Bi Gan si impone come un’esperienza
totalizzante, che chiede allo spettatore di abbandonare ogni certezza e di
lasciarsi attraversare dalle immagini.
Non è un film "da popcorn" ma un film che richiede attenzione e
anche una certa familiarità con la cultura e la storia cinese.
Resurrection ci ricorda che il cinema è, prima di tutto, una
macchina dei sogni. E senza sogni, senza quella capacità di perdersi
e credere nell’illusione, il cinema stesso non può esistere.
…Il
cinema stesso, nella visione di Bi Gan, è il sogno per eccellenza. Resurrection
sembra ripartire da il collasso di un'arte ormai priva di senso, di un
dispositivo d'immagine in cui "non è rimasto più nessuno a guardare".
Ma dove qualcuno certificava con amarezza testamentaria la crisi del cinema, Bi
Gan va oltre: il problema, sembra voler dire, non è la macchina organica e
meccanica del cinema, che magari può pure consumarsi e liquefarsi, ma la
capacità di chi guarda di accogliere ancora il sogno, di lasciarsi attraversare
dalle immagini senza difese razionali. Con le sue citazioni, si direbbe quasi spontanee e dotate di forza autonoma ,
Resurrection è così una sorta di visionario remake , forse l'ultimo film nella
storia del cinema, ma anche il primissimo…
i film italiani sul padre padrone (non quello di Gavino Ledda filmato dai fratelli Taviani) di moglie e figlie sono cosette in confronto alla terribilità di questo film filippino.
maschilismo, patriarcato, violenza e incesto minacciano (e non solo) Mila e la madre.
Mila si sposa, nonostante le resistenze del padre, con un collega, Noel.
assillati, stalkerizzati e minacciati i due sposini vivono giornate d'inferno (tutto il film è concentrato in poche settimane), devono fuggire, ma non serve a niente.
un gioiellino da non perdere, se lo trovate (per pochi giorni si può vedere qui)
buona (inquietante e senza speranza) visione - Ismaele
One Sunday in November, Mila (Charo Santos) announces to her
father Dadang (Vic Silayan), a retired police officer, that she is pregnant,
asking for permission to marry her co-worker Noel (Jay Ilangan). Tension mount
as Dadong's unreasonable expectations for a dowry are not met and he exhibits
an increasingly authoritarian streak. The couple marries and soon, Mila's
father begins a game of exclusion and manipulation in the hopes of reasserting
control over his kin. Based on the true crime reportage "The House on
Zapote Street" penned by Nick Joaquin, Mike De Leon's KISAPMATA,
beautifully restored in 4K by L'Immagine Ritrovata, is a stunning example of
psychological horror; a film that meticulously tighten the noose around its
characters' necks until the outcome feels inevitable — culminating in a brutal,
unflinching portrait of the horrors of patriarchy at its most pathological.
…Une fois Mila de nouveau prise au piège malgré elle,
la mise en scène fait de la maison un véritable personnage secondaire
articulant les jeux de pouvoirs qui s’y jouent. Hormis deux envolées oniriques,
le réalisateur délaisse les atmosphères gothiques qui donnaient également une
importance majeure à la demeure de Itim, pour travail des motifs purement géométriques et de lignes
de fuite. En journée les pièces du premier étage (les chambres et la salle de
bain) sont des échappatoires à l’autorité du père régnant sur le
rez-de-chaussée où il est le seul à recevoir des visites, où il est au centre
de l’attention et le seul à avoir la parole – les compositions de plan lors des
scènes de repas. La nuit venue, l’ombre s’étend et l’aura maléfique de Dadong
avec. Il peut s’immiscer dans la chambre de Mila pour abuser d’elle, et garder
tel un cerbère la porte d’entrée et l’accès au téléphone, seules ouvertures
pour l’extérieur. Mike De Leon nous fait ressentir tout cela par les nuances de
la photographie de Rody Lacap ainsi que par un jonglage habile entre
plongées et contre-plongées pour exprimer ces sentiments de dominants/dominés –
Noel ivre de colère qui se désagrège totalement lorsque Dadong l’écrasera de
son regard…
…Kisapmata est tiré d’un fait-divers, le meurtre en 1961 de sa
famille par un ex-flic, immortalisé par le compte-rendu qu’en fit le
journaliste et écrivain Nick Joaquin sous le titre The House on Zapote Street. Mike de Leon utilise ce point de départ pour
brosser une critique acide de la dictature de Ferdinand
Marcos et de la société patriarcale philippine, la maison de
Dadong servant de parallèle à l’état du pays. Il dépeint par la même occasion
une situation glaçante tristement réaliste d’emprise d’un homme sur son
entourage. Mila ne peut se résoudre à partir, une inaction liée à la peur
permanente dans laquelle elle baigne depuis sa naissance, cumulée au risque de
perdre son emploi et que Dadong la rattrape grâce à son réseau dans la police ;
sa mère n’a nulle part où aller et essaye de contenter son conjoint pour dévier
la violence ; et leur bonne, probablement une campagnarde sans le sou, a besoin
de son travail pour vivre. Même Noel s’écrase face à Dadong quand il doit le
confronter. Kisapmata est une tragédie oppressante dont on sait dès le début
qu’elle va se terminer dans le sang (l’affiche d’origine spoile d’ailleurs
allègrement la conclusion et j’ai dû me rabattre sur un poster alternatif d’une
piètre qualité). Les interprètes sont excellents, la photographie est superbe,
avec une magnifique restauration proposée
par Carlotta en Blu-Ray. Les thèmes traités sont extrêmement durs, notamment celui
de l’inceste, mais c’est fait de façon fine, sans voyeurisme ou excès. C’est à
la fois un efficace thriller psychologique et un portrait juste de violences
intra-familiales.
leggo qui che The Bone Man è uno dei quattro grandi thriller che in questi ultimi anni hanno sconvolto sotterraneamente le regole del noir; gli altri sono Memories of a Murder di Bong Joon Ho, Il segreto dei suoi occhi di Juan José Campanella (miglior Oscar film straniero 2010) e Zodiac di David Fincher.
e allora come faccio a non guardarlo?
e dopo la visione posso dire che è proprio un gran film, pieno di colpi di scena, e non ci si annoia un secondo.
un gioiellino da non perdere, promesso.
buona (leasing e gulash) visione - Ismaele
…Der Knochenmann è un thriller che non ha nulla da invidiare al
modello americano, molto ben confezionato, che parla del sempiterno ciclo
vita/morte simboleggiato dalla catena alimentare dei polli che sono costretti a
mangiare una farina di carne ricavata dagli scarti e dalle ossa di loro simili
in una riedizione industriale del cannibalismo. Inutile sottolineare che la specialità della
casa dell'osteria Loschenkol sia proprio il pollo e che il padrone faccia un
gulasch fantastico usando ingredienti segreti. Ecco,però io di quei sughetti non mi fiderei
troppo...
…Dans une ambiance de suspens, non sans un fond de critique
sociale, se déroule le film. Le récit est traité avec un coté satirique, teinté
d'un fort humour noir, composant ainsi un étonnant cocktail. Son ambiance
glauque et sombre entraîne le public dans les méandres du restaurant où il se
passe des choses étranges. Et où de nombreuses scènes pourront heurter les âmes
sensibles des plus jeunes spectateurs. Mais le mélange triller et humour fait
du film une oeuvre originale.
On se demande parfois jusqu’où ira le scénario et on a
l'impression d'une certaine absence de limites. Mais le dosage entre scènes
tirant en longueurs et image léchée montre toute la maîtrise du réalisateur. La
quête de la vérité et les nombreuses sous-intrigues du film, fomentent un
scénario bien ficelé, qui fait de ce film un « ofni » très
intéressant à découvrir sur grand écran.
quando i bambini erano bambini (ma ce ne sono ancora, solo che non li ri-conosciamo più), su un'isola ai margini della modernità (per loro fortuna) due bambini, Ettore e Giovannino sono un tutt'uno, esplorano la loro piccola isola tutti i giorni, con le loro biciclette.
e poi Ettore parte, a Giovannino sembra mancare un arto, almeno, e aspetta che torni, e quando succede è commovente (solo i morti non si commuovono).
e poi tutti partiranno, purtroppo.
un film d'altri tempi, sembra, ma è attuale e necessario.
un film da non perdere, promesso.
buona (Ettore e Giovannino) visione - Ismaele
In una piccola isola nel cuore del Mediterraneo, Ettore e
Giovannino, due amici inseparabili di undici e sette anni, si preparano a
vivere l’ultima estate insieme. Ettore, costretto a trasferirsi sulla
terraferma per proseguire gli studi, lascia sull’isola un vuoto che Giovannino
dovrà colmare. Attraverso l’archivio e la videocamera di Pino, un anziano video
amatore, il tempo si fa me- moria condivisa, e il soffio dell’isola – sciatu –
diventa il respiro di un’intera comunità.
…La vicenda del film Sciatunostro si concentra su Ettore
(Pesaresi) e Giovannino (Cardamone), due amici di undici e sette anni. Con
l’arrivo della fine dell’estate, Ettore si prepara a lasciare l’isola per
trasferirsi sulla terraferma, dove proseguirà gli studi. Questa separazione
segna un momento di passaggio, non solo nella relazione tra i due bambini, ma
anche nella loro esperienza dell’infanzia.
La presenza di Pino (Sorrentino), un
anziano videoamatore che ha documentato la vita isolana nel corso degli anni,
introduce nel film un secondo livello temporale: le sue riprese diventano un
archivio visivo che dialoga con il presente, offrendo un ritratto stratificato
della comunità.
Un’umanità da prima
fila
I personaggi che compaiono nel film Sciatunostro non sono attori professionisti
ma abitanti dell’isola. Ettore e Giovannino sono ritratti nella loro
quotidianità, mentre Pino svolge un ruolo chiave come custode della memoria visiva.
Le sue immagini, realizzate nel corso del tempo, si integrano al racconto
contemporaneo.
Accanto a loro compaiono altri abitanti,
tra cui Teresa Randazzo, che contribuiscono alla rappresentazione della vita
sull’isola. Il film si sviluppa attraverso osservazione diretta e materiali
d’archivio, senza l’uso di ricostruzioni finzionali…
Tagliare la cultura,
taglieggiare il cinema, compromettere gli archivi, marginalizzare – fino ad
eliminare – la voce di quelli che danno fastidio. Questa è la politica
culturale del governo di destra del nostro paese. Ma come possiamo rimproverare
a qualcuno di essere quello che è per sua natura? È una politica di destra e
quindi è una politica liberticida: si procede con piccole ma crescenti e
progressive restrizioni su diritti e libertà, per far a tutti chi
comanda. L’agone politico ci presenta con tutta evidenza un agire normativo
forte con i deboli e debole con i forti. E i forti sono quelli che davvero
configurano il programma, quelli che tengono in mano il congegno socioeconomico
della nostra vita quotidiana. Abbiamo sentito spesso diversi esponenti del
governo attuale prendersela con la cultura di sinistra, perché è woke e radical chic (è
emblematico che i paladini della patria e della nazione italiana utilizzino
parole non italiane per stigmatizzare chi non la pensa come loro) e quindi
sparare, con provvedimenti che non sono a salve, contro la cultura tout court.
Perché a loro la parola cultura in fondo ha sempre dato fastidio; e come disse
un loro lontano “parente”, il solo sentire quella parola li spinge
istintivamente a impugnare la pistola. Fuor di metafora loro interpretano
letteralmente la lezione e sentono fisicamente quell’impriting: alcuni
trotterellano con i revolver in tasca anche nelle feste comandate. E sparano
contro la cultura tout court, dicevo, perché gli dà fastidio chi studia e chi
vuole sapere spinto dal desiderio di studiare e di sapere. Perché loro non amano
studiare e non amano il sapere se non è dentro un disegno finalizzato a tenere
sotto controllo la stanza dei bottoni. E quindi non amano la memoria, a meno
che non sia una mitologia tecnicizzata e calzante con il loro background
storico-ideologico. Con buona pace degli imbarazzi di intellettuali troppo
intellettuali come Marcello Veneziani e Franco Cardini: anche loro in fondo
danno un po’ fastidio ed è meglio tenerli fuori dal grande gioco delle
poltrone. I recenti tagli al comparto cinematografico sono dentro questa
strategia. Loro che odiano Gramsci, perché è una delle tantissime spine sul
fianco della loro storia, cercano di annichilirlo e di svuotarlo brandendo un
diritto alla “egemonia di destra”. Sarebbe troppo pretendere che possano capire
che l’egemonia non la si conquista a colpi di provvedimenti normativi e di
tagli alla cultura: qui si capisce che non sanno nulla di Gramsci. Confondono
il terreno del “dominio” con quello della “egemonia”. Invece l’egemonia è il
risultato di un lavoro politico e culturale paziente e capillare sul campo, ed
è un lavoro complesso, a stretto contatto, per interpretarlo, con il desiderio
di sapere e di conoscere di tutti, per coltivarlo e farlo crescere, non per
deprimerlo, indirizzarlo, guidarlo e annichilirlo. Non amano la Cultura e
quindi non amano la Memoria. Ecco perché uno degli effetti dei recenti tagli
del governo sul tessuto culturale del nostro paese è un altro segno delle
politiche liberticide. L’obiettivo è quello di compromettere il lavoro
straordinario fatto in tanti anni – non senza difficoltà legate anche a
precedenti governi – dagli Archivi. Uno degli Archivi più colpiti dai tagli,
per il prestigio che si è conquistato in tanti anni di lavoro costante al
servizio di tutti, è l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico
di Roma (AAMOD). Quando sono stati resi pubblici gli effetti dei tagli, sulla
stampa si è parlato prevalentemente della scandalosa bocciatura dei lavori su
Regeni e su Bertolucci, ma pochi hanno parlato degli altri effetti, come quelli
sul lavoro dell’AAMOD. Così gli operatori dell’Archivio hanno organizzato un
incontro pubblico e, a seguire, hanno diramato un comunicato stampa che
pubblichiamo qui su «Teorema». Questo è un nostro piccolo contributo alla loro
e alla nostra battaglia.
Comunicato Stampa
TAGLIARE GLI ARCHIVI È TAGLIARE LA MEMORIA DEL PAESE
Oltre due ore di confronto all’AAMOD con
autori, operatori e rappresentanti della cultura: il settore si mobilita contro
i tagli del Ministero e chiede riforme, trasparenza e tutela del patrimonio
audiovisivo
Roma, 10 aprile 2026 –
Si è svolto oggi, presso la sede dell’AAMOD – Archivio Audiovisivo del
Movimento Operaio e Democratico, un partecipato incontro durato oltre due ore e
mezza per discutere le gravi conseguenze dei recenti tagli operati dal
Ministero della Cultura nel settore cinematografico e audiovisivo. L’evento è
stato coordinato da Aurora Palandrani, Luca Ricciardi e Matteo Angelici, oltre
che dal presidente dell’AAMOD Vincenzo Vita.
Al centro del dibattito,
la drastica riduzione dei finanziamenti pubblici che colpisce non solo l’AAMOD
– con un taglio di circa il 25% alle proprie attività – ma anche opere e
progetti di grande rilevanza culturale e civile: dall’esclusione del
documentario sul caso Regeni fino alla mancata valorizzazione di lavori di alto
profilo storico, come la sceneggiatura di Bernardo Bertolucci.
L’incontro ha
evidenziato con forza il valore insostituibile degli archivi audiovisivi, non
soltanto come strumenti di conservazione, ma come veri e propri laboratori del
presente. La memoria storica, custodita e reinterpretata attraverso il lavoro
creativo, rappresenta infatti una chiave essenziale per comprendere e costruire
il futuro. Il patrimonio audiovisivo, pubblico e privato, vive grazie
all’impegno quotidiano di archivisti, tecnici, autori e operatori culturali
che, con passione, competenza e spirito collettivo, contribuiscono alla
costruzione di opere documentarie e alla diffusione di una coscienza condivisa.
In questo contesto,
appare particolarmente grave il ridimensionamento delle attività AAMOD, che
negli ultimi anni avevano registrato una crescita esponenziale di interesse da
parte del pubblico e degli operatori del settore, soprattutto nei campi del
riuso creativo delle immagini d’archivio e dei processi di digitalizzazione.
Il confronto tra il 2024
e il 2025 restituisce un quadro preciso e allarmante: i contributi complessivi
destinati all’AAMOD passano da 380.000 euro nel 2024 a 290.000 euro nel 2025,
con un taglio totale di 90.000 euro (-23,68%). Nel dettaglio, il progetto di
recupero e trattamento del patrimonio audiovisivo scende da 200.000 euro a
150.000 euro, con una riduzione del -25% e un calo del punteggio da 81 a 64. Il
festival UnArchive Found Footage Fest passa da 80.000 euro a 60.000 euro
(-25%), con una perdita di 14 punti (da 79 a 65), mentre il Premio Zavattini
scende da 30.000 euro a 25.000 euro (-16,67%), con un punteggio che cala da 78
a 68. Anche L’Aperossa registra una diminuzione da 25.000 a 20.000 euro (-20%),
con punteggio da 73 a 65, e il progetto “Il cinema politico” passa da 20.000 a
15.000 euro (-25%), con punteggio da 69 a 64. Persino la residenza artistica
Suoni e Visioni, pur aumentando il punteggio da 63 a 67, subisce un taglio
economico da 25.000 a 20.000 euro (-20%). Si tratta di interventi che
colpiscono progetti consolidati e già realizzati nel 2025, aggravati da un
ritardo superiore a un anno nell’assegnazione delle risorse.
Questa tendenza non
riguarda soltanto l’AAMOD ma si inserisce in un contesto più ampio di
redistribuzione squilibrata delle risorse, che penalizza realtà storiche e
iniziative di comprovato valore. Subiscono infatti riduzioni rilevanti il
Festival Cinema Oltre del Palladium, il Festival dei Popoli, il Filmmaker
Festival e le attività di Doc/it, mentre viene addirittura azzerato il sostegno
all’Archivio Cinematografico della Resistenza. Analogamente, la Cineteca Lucana
registra un drastico ridimensionamento. Al contrario, emergono situazioni di
forte incremento per soggetti meno strutturati, come l’associazione Kabuto, che
quasi triplica il proprio finanziamento.
Il tutto avviene in un
quadro di stabilità della dotazione complessiva dei bandi, che resta
sostanzialmente invariata rispetto all’anno precedente. A rendere il quadro
ancora più preoccupante sono le prospettive per il 2026, che prevedono
ulteriori tagli alla promozione e, soprattutto, l’azzeramento dei finanziamenti
destinati alla digitalizzazione del patrimonio audiovisivo.
Alla manifestazione
hanno preso parte numerosi esponenti del mondo culturale, politico e
cinematografico, sia in presenza che in collegamento, esprimendo un sostegno
unanime all’AAMOD e una forte preoccupazione per il futuro del settore. Tra gli intervenuti, tra gli altri: Peppe Servillo, Giuseppe
Giulietti, Barbara Scaramucci, Gaetano Amato, Stefano Rulli, Francesco Ranieri
Martinotti, Sabrina Di Marco, Wilma Labate, Monica Maurer, Christian Carmosino,
Emiliano Leonetti, Rossana Rummo, Michele Conforti, Alex Hobel, Maurizio
Sciarra e Paola Scarnati.
Numerosi inoltre, i
messaggi di solidarietà ricevuti sui canali social e le partecipazioni durante
la diretta, aperta anche in streaming sul canale Youtube dell’AAMOD.
Dagli interventi è
emersa con chiarezza la necessità di una riforma profonda dei criteri di
selezione e delle commissioni di valutazione, affinché siano realmente composte
da figure con comprovata esperienza e competenza nel settore. Queste le
somme tirate in conclusione dal presidente dell’AAMOD, Vincenzo Vita, che ha
dichiarato:
«Se è vero che il
ministro della cultura Alessandro Giuli e la sottosegretaria Lucia Borgonzoni
hanno dichiarato la loro insoddisfazione per le scelte delle apposite
commissioni di valutazione dei contributi “selettivi” ai film e delle attività
di promozione, a questo punto può essere agito l’”annullamento in autotutela”.
Si tratta di uno strumento tutt’altro che inedito a fronte di procedure
concorsuali dall’esito discutibile. Insomma, davanti a quanto è successo ciò
che – comunque- appare urgente è procedere ad una profonda revisione dei
meccanismi che presiedono a simili scelte. In generale, si pone il problema di
una vera riforma del settore, in preda oggi ad un pericoloso
“liber-sovranismo”: tutto il potere ai soggetti più forti del mercato con la
maschera dell’interesse nazionale. Si è proposto di dare vita ad un
coordinamento tra tutti i soggetti interessati alla tutela attiva della
memoria, nella stagione in cui il passato va oscurato e rimosso, perché lì si
può rintracciare qualche album
di famiglia assai imbarazzante. Serve un
movimento “intersezionale”, che voglia dialogare con i diversi momenti di
attivazione sociale: da Gaza al NO al referendum sui magistrati alle
manifestazioni contro i Re e le Regine. Siamo addolorati per il mancato
finanziamento a film che lo meritavano, a partire da quello sulla tragedia di
Giulio Regeni. Così siamo – ovviamente – colpiti enormemente per
la diminuzione delle risorse dell’AAMOD del 24%, oltre tutto con una
decisione arrivata con oltre un anno di ritardo. Non ci arrendiamo, la
storia non finisce qui.».
L’incontro ha
rappresentato un momento di forte coesione tra operatori culturali e
istituzioni, con l’obiettivo di difendere il valore del lavoro collettivo che
anima il cinema documentario e la tutela della memoria audiovisiva. È
stato annunciato il ricorso contro le decisioni del Ministero della Cultura,
con la volontà di ristabilire criteri equi e trasparenti che riconoscano il
merito, la qualità e l’impatto culturale delle attività svolte. La battaglia
intrapresa non riguarda soltanto la sopravvivenza di singole istituzioni, ma la
difesa di un ecosistema culturale fondato sull’esperienza viva del cinema,
sulla trasmissione della memoria e sul lavoro condiviso di chi, ogni giorno,
costruisce futuro attraverso le immagini del passato.
dal Cile arriva un film (sotto forma di serie tv, alla produzione anche Pablo Larraín) con due ottimi protagonisti, Alfredo Castro (già protagonista di Tony Manero) e Paulina Garcìa (la protagonista di Gloria), in una storia che ricorda La promessa di Dürrenmatt (da cui è stato tratto un gran film con Jack Nicholson).
il detective Montero e la sua squadra indagano per molto tempo sulla sparizione di un ragazzo, senza riuscire a dimostrare quello che è successo, con la complicazione di un prete che sa, ma non può/vuole parlare.
ambientata a Concepción, al sud di Santiago, è una serie che merita.
buona (misteriosa) visione - Ismaele
…los episodios de Alguien tiene que saber van mostrando una
sociedad chilena marcada por las apariencias y los silencios, donde todos
parecen saber algo que no cuentan, por temor a lo que se pueda decir de ellos.
La serie habla de la solidaridad performativa, de la crueldad online y de las
miserias que surgen ante casos y situaciones como este, que involucra la
desaparición de un adolescente en apariencia impoluta. Quizás las cosas sean un
poco más complicadas de lo que se ve a primera vista. Quizás lo «performativo»
no solo sea para los que lo miran de afuera. Desde adentro también muchas veces
se vive así.
Con muy buenas actuaciones de García y
Castro –los dos actores chilenos más internacionales de la actualidad si no
tomamos en cuenta a Pedro Pascal–, Alguien tiene que saber husmea
en cuestiones éticas, morales, religiosas, en la violencia social, en los
rituales y tensiones entre los jóvenes y en esa diferencia generacional que, de
a poco, va permitiendo entender que quizás no sepamos tanto de las vidas de
nuestros hijos como creemos.
…Alguien tiene que saber se distancia de las
estructuras más convencionales del género y apuesta por una ambigüedad
sostenida. La tensión no depende de giros, sino de la persistencia de lo no
dicho. Al mismo tiempo, esa
elección exige un tipo de atención que puede resultar incómoda, ya que desplaza
el interés del desenlace hacia el proceso. No hay respuestas cerradas ni
conclusiones definitivas, sino una acumulación de indicios que, lejos de
ordenar el relato, lo mantienen abierto.
tutto il mondo è paese, anche dove in teoria, come in Francia, esistono anticorpi contro gli "eccessi" della polizia il gioco è truccato, vince sempre la polizia, longa manus del Potere.
il film racconta la lotta di Sisifo della squadra di Stéphanie (interpretata benissimo da Léa Drucker, già vista in Close, testarda contro tutti, e rassegnata, alla fine), la poliziotta incaricata dell'indagine, fa tutto bene, ma non serve, contro i poliziotti violenti mascherati, la fine è nota.
anche la registrazione dell'esecuzione del ragazzo, filmata col cellulare da un'addetta delle pulizie di un albergo di lusso (Guslagie Malanda, già vista in Saint Omer) non serve a niente, il Banco (il Potere) vince sempre.
un film da non perdere, in non troppe sale, naturalmente.
buona (drammatica) visione - Ismaele
ps: come non pensare ai poliziotti, di ogni ordine e grado, a Genova 2011, condannati, con estreme difficoltà e omertà, nei tribunali?
e poi sono stati tutti promossi, il Potere premia gli esecutori fedeli.
…Il film si permette, dopo aver lavorato
sui toni trattenuti ma pieni di verità di una splendida Léa
Drucker, di ragionare sul potenziale di verità e menzogna intrinseco a
ogni immagine – sia una foto, un video, un materiale di repertorio, un
contenuto social – con la forma che si modella quasi d’istinto sulle necessità
della storia. Ora poliziesco standard, ora accenno di cinema della
quotidianità, di una bella forza documentaria nella ricostruzione degli
interrogatori (una messa in scena pazzesca), Il caso
137 trova un efficace punto di equilibrio tra fatti e
rielaborazione drammaturgica, tra sostanza – la lotta per la verità in un mondo
ostile e ingiusto – e forma, quest’ultima che mai scade in pretenziosa ricercatezza. Dominik
Moll ha cura, con il suo cinema, di scegliere le domande giuste,
lasciando piena libertà sullo spettatore circa le risposte. Rinfrescante,
potente, vero, Il caso 137 può permettersi
aggettivi interessanti.
…I gattini svuotano la mente e un po’ alla volta
svuoteranno la democrazia, come dice il padre di Stéphanie in una scena. Se
tutti i personaggi sono scritti magnificamente, una menzione particolare va a
quello della protagonista, carattere stratificato e, come Guillaume, infine
simbolo di tanti di noi: cerchiamo di fare la nostra parte, ci mettiamo tanto
impegno. È sufficiente così? Il cineasta francese lascia lo spettatore con un
discreto magone per le sorti poco progressive di un mondo chiuso in se stesso,
in cui le posizioni non cambieranno a meno di una rivoluzione che non pare
affacciarsi all’orizzonte. Siamo soli, nella frammentazione dei nostri compiti
individuali, sovrintesi da un sistema inattaccabile. La regia eccellente lavora
con precisione sui materiali eterogenei della contemporaneità (cellulari,
schermi di pc, reel) e si esprime pienamente con un naturalismo raffinato, che
si accende in scene cariche di tensione (l’inseguimento in metropolitana di
Stéhpanie) e deflagra in un senso sordo di ingiustizia. Siamo tutti Guillaume,
potenzialmente, siamo tutti Stéphanie, bene che vada. Il resto è una pagina tutta
da scrivere.
…Dossier
137 mescola a mio avviso fiction e realtà con intelligenza.
Oltre al
palese riferimento ai veri Gilet Gialli all’interno della narrazione vengono
inseriti materiali d’archivio, video di reali manifestazioni girati con gli
smartphone e immagini dalle telecamere di sorveglianza, una stratificazione
mediatica che dà corpo e verità al racconto e che non risulta essere un mero
espediente stilistico, quanto una precisa scelta politica: mostrare la
carne viva della protesta e i volti dei giovani che sfilano pieni di speranza,
prima che le manganellate inizino a piovere sulle loro teste.
Tra i
momenti più forti penso di poter annoverare l’incontro tra Stéphanie e Alicia,
una donna delle pulizie di un hotel che diventa fondamentale ai fini della
risoluzione dell'indagine: il loro dialogo, pur leggermente sopra le righe,
tocca le corde profonde della sfiducia, della rassegnazione e del giustificato
timore di esporsi contro un sistema che punisce chi parla e difende chi
sbaglia…
…Para
el espectador argentino el asunto recuerda a las múltiples manifestaciones
contra el gobierno del neonazi y hambreador de Javier Milei y concretamente el
martirio de Pablo Grillo, un fotógrafo que fue herido en su cabeza de manera
brutal con una granada de gas lacrimógeno de Gendarmería -disparada por el cabo
Héctor Guerrero- durante una marcha de jubilados del 12 de marzo de 2025 en la
zona del Congreso de la Nación, en la Ciudad de Buenos Aires, una de las muchas
víctimas de la represión y la violencia institucional de Milei y su por
entonces ministra de seguridad, la borracha y fascista Patricia Bullrich. El
director, todo un especialista en thrillers como lo demuestra la excelente
retahíla de Harry, un amigo que te quiere bien (Harry,
un ami qui vous veut du bien, 2000), Lemming (2005), Sólo
las Bestias (Seules les Bêtes, 2019) y La Noche del
12 (La Nuit du 12, 2022), insinúa la militarización mediante
aviones volando en escuadrón, la estupidización masiva a través de la costumbre
de ver muchos videítos de gatos, escapismo descerebrado que la madre de
Bertrand (Geneviève Mnich) contagia a su hija, e incluso la paradigmática
amnesia de la posmodernidad vía la destrucción con una pala mecánica, por parte
del Estado y luego del frenesí inicial del movimiento, de los campamentos que
habían construido al costado de las rutas los chalecos amarillos, adalides de
la desobediencia civil contra el poder concentrado. La burocracia está
representada en esas medidas de prueba leídas en off por el personaje de la
extraordinaria Drucker, suerte de concesión republicana que cae en saco roto
porque el propio armazón jurídico que posibilita el proceso termina frenándolo
para no desmontar el discurso represivo contra la “insurgencia”, de allí que la
propuesta enfatice la disparidad de fuerzas y desde ya la cobardía y el sadismo
de siempre de los energúmenos de la policía y las fuerzas armadas en general,
en este sentido la dimensión humana queda atrapada por la impunidad del
capitalismo y toda su ofensiva contra cualquier voz opositora o alternativa…
…Il
caso 137 è potenzialmente una bomba a mano, in un momento storico in
cui spesso è sul banco degli imputati l’esistenza stessa delle forze
dell’ordine, i cui eccessi di violenza, abusi di potere ed episodi d corruzione
vengono sempre più interpretati da voci critiche come questioni di sistema, il
contrario della retorica della mela marcia e del caso isolato. Portandoci dentro
il reparto dell’IGPN (Inspection Générale de la Police Nationale), la
sezione che indaga gli abusi interni della polizia, Moll sembra pronto ad
affrontare questo quesito esistenziale: se un agente, eroe della strage del
Bataclan, commette una violenza contro un manifestante inerme, è un delinquente
che ha commesso un crimine o un dipendente statale il cui mestiere prevede
l’uso della forza e dal quale bisogna quindi “aspettarsi” l’abuso della stessa?
È
una domanda che scorre sottotraccia da tempo nel cinema francese, almeno in
quello che racconta la contemporaneità, riflesso delle
inquietudini della società d’Oltralpe. Per ogni film che elogia l’operato delle
forze dell’ordine nei suoi momenti di massimo eroismo, come November –
I cinque giorni dopo il Bataclan di Cédric Jimenez, c’è un Athena di
Romain Gavras, titolo che ne rilegge l’operato come sistematicamente, appunto,
violento e coercitivo. In una pellicola dove si raccontano le lotte di potere
tra gruppi dentro le infinite palazzine popolari delle periferie, la guerriglia
fratricida tra i protagonisti si scatena proprio nel tentativo di decidere una
risposta all’uso della forza impiegato dalla polizia, raccontando il punto di
vista degli abitanti delle banlieue per cui gli agenti sono il vero, spietato
nemico in una guerra di sopravvivenza urbana.
Sono
due film intensi e ben realizzati che quasi si contrappongono per il modo in
cui raccontano l’esistenza e il ruolo della polizia dentro la società
francese. Athena e November sono arrivati
entrambi nel 2022, ovvero nello stesso anno del successo di La notte
del 12. Considerandoli i due estremi dello spettro delle posizioni
ideologiche che si possono tenere nei confronti della polizia, si può dire che
il film che ha lanciato Moll a livello internazionale si colloca più vicino al
polo occupato da November, con la sua esaltazione del lavoro di
polizia come vocazione professionale (simile a quella del medico o del prete)
che a quello di Athena, con la sua critica esistenziale alla
polizia. Sin dalla premessa della storia vera che sceglie come
ispirazione, Il caso 137 si dimostra invece assai più
critico, scegliendo di ambientare la sua storia nel contesto lavorativo di
agenti il cui lavoro è controllare ogni giorno i controllori, tenendo gli occhi
aperti sull’operato dei loro colleghi poliziotti…
…Il caso 137è cinema stilisticamente tesissimo e
inappuntabile, dove non si cercano scorciatoie empatiche per attirare
lo spettatore nella trappola di un generico sentimentalismo politico simbiotico
(anche perché qualcuno, in Italia, in passato ha detto: “i gilets jaunes non
sono Genova”). Il percorso percettivo imposto da Moll consiste nell’afferrare
una verità che sembra sempre lì, a un passo — nitida e incontrovertibile — ma
che un minuto dopo è di nuovo lontana, illeggibile, trasformata. L’iniziativa
arbitraria e violenta degli agenti (arrivano perfino a girare bendati di nero,
con caschi comprati all’Ikea, sparando ad altezza d’uomo come in un far west) è
lampante, ma è soprattutto l’intrico filosofico che l’evidenza visiva
costruisce tra liceità giuridica, ira sociale e prevaricazione impunita
dell’ordine politico ad affascinare e interessare Moll (la sceneggiatura è sua
e di Gilles Marchand).
Il monologo finale della Drucker, di fronte a una sua
superiore (diverse le donne “cattive” rispetto a quelle “buone” nel film), è un
momento vibrante — e apparentemente remissivo — di sintesi dell’intera opera:
la democrazia come sintesi brutale di un permanente e incontestabile status
quo.