Visualizzazione post con etichetta Richard Jenkins. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Richard Jenkins. Mostra tutti i post

domenica 16 maggio 2021

Olive Kitteridge - Lisa Cholodenko

un film sorprendentemente grande, un film di 4 ore diviso in quattro parti (la chiamano miniserie).

se Richard Jenkins è straordinario, Frances McDormand lo è anche di più (tutti sono comunque bravissimi).

già solo le due interpretazioni renderebbero il film di serie A, ma se aggiungiamo la storia e la sceneggiatura, le (poche) tempeste e le (numerose) sfumature dei due protagonisti, allora siamo dalle parti del capolavoro, che coinvolge, convince e avvince.

se non lo cercate vuol dire che non vi volete bene, peggio per voi, ma se lo fate sarete saziati, promesso.

buona, imperdibile, visione - Ismaele


 

 

 

 

…El trabajo de McDormand es cosa de otro planeta. Un monstruo de la actuación que se entrega en cuerpo y alma dando tal vez uno de los mejores trabajos de su extensa y prolífica carrera. Si piensan que exagero, vean cómo la ganadora del Oscar por Tres Anuncios por un Crimen se transforma al paso de esos 25 años de tristeza, de silencios, de madre dura y detestada, de amante imposible, de esposa inmutable, de vecina que intenta salvar lo condenado al fracaso. Su rostro envejece gracias al maquillaje, pero el traspaso a la pantalla de esa alma estancada lo logra con una interpretación de premio.

Tengo la impresión de que he tenido que aportar todos y cada uno de mis recursos interpretativos. He tenido que usar toda mi experiencia para dar vida a Olive. Es de ese tipo de historias que no suaviza los defectos de la gente, ni su capacidad de herir. Son personas complicadas en una vida que es como una odisea caótica, que oscila entre la comedia y el sufrimiento…

da qui

 

Con una descripción de personaje tan concienzuda, el espectador va a seguirla hasta el final, maravillado ante la manera en que la escritura es casi invisible y son los detalles lo más revelador de muchas de las escenas. Con la ya nombrada estructura de momentos selectos, aprendemos que todo lo mostrado es vital, incluso en las pocas ocasiones en que Olive no está en escena. Cada momento nos da información clave sobre los personajes, y es nuestra tarea la de tener en cuenta esos rasgos para componer la tridimensionalidad de los secundarios. Con su mirada descreída y una venenosa réplica siempre en la lengua para ganar las discusiones, Olive llega a la recta final de sus días y se cuestiona lo que ha hecho, funcionando de espejo deformante la inesperada relación que establece con Jack Kennison (Murray). Manteniendo siempre ese equilibrio tonal y con una sabia filtración de la esencia de los personajes en sus diálogos y acciones, la miniserie avanza hasta un final conmovedor, donde nosotros, como le pasa a la propia Olive, estamos desconcertados con este mundo, pero no lo queremos dejar.

da qui

 

HBO non tradisce, insomma. Anche se è giusto sottolineare che, come spesso accade nei prodotti seriali, l’originalità d’impianto va disperdendosi lungo il percorso. Le prime due puntate sono sicuramente migliori delle due conclusive, in cui la convenzione da saga televisiva prende il sopravvento in un prevedibile tessuto di recriminazioni e di mamma-perché-non-mi-capisci. Così come uno dei personaggi più interessanti, il fragile Kevin, ex-allievo prediletto di Olive con madre disturbata, viene congedato nella seconda puntata senza alcuna chiusura narrativa. In ogni caso si tratta di alta televisione, innegabilmente, a cui portano il proprio prezioso contributo due comprimari di lusso come Richard Jenkins e Bill Murray.

da qui

 

domenica 18 febbraio 2018

La Forma dell'Acqua - Guillermo Del Toro



due donne protagoniste, Sally Hawkins (La felicità porta fortuna - Happy Go Lucky, di Mike Leigh) e Octavia Spencer (Il diritto di contare), Richard Jenkins, oltre al solito bravissimo Michael Shannon.
una storia anni '50, con l'american way of life protagonista, rullo compresore per i deboli e i non adatti, il razzismo, lo sfruttamento della natura per il petrolio, un mostro di cui si capisce poco, e di cui non sanno cosa fare, il poliziotto torturatore e assassino, all'occorrenza, farà il suo sporco lavoro.
tranne Elisa, lei sa capirlo ed essere capita.
come in Arrival il contatto con l'alieno avviene attraverso un vetro, unica separazione e legame fra i due mondi.
un film che è un po' fantascienza, un po' d'amore, un po' spy story, indefinibile in una sola categoria, meno male.
buona visione - Ismaele







Il principale motivo per cui La forma dell’acqua piace così tanto è il suo regista. Del Toro ha 53 anni e i suoi film più famosi sono Hellboy, Il labirinto del fauno e Pacific Rim. I mostri c’entrano quasi sempre, nei suoi lavori; le storie d’amore quasi mai. È uno di quei registi apprezzati perché in grado di fare cose diverse e originali ed è noto per la dedizione che mette nei suoi film. Per La forma dell’acqua, per esempio, ha preparato per ogni ogni personaggio principale delle storie, lunghe decine di pagine, da far leggere agli attori: per far capire loro chi è, cosa pensa, cosa ha fatto e da dove arriva il loro personaggio. Del Toro è anche un po’ strano: dopo avergliele consegnate ha infatti detto agli attori che, se volevano, potevano fregarsene e pensare loro a delle storie alternative per “trovare il personaggio”.
Del Toro ha raccontato più volte che questo è il suo film migliore e più personale, e che dopo essersi ispirato per anni ai suoi incubi di ragazzo, ha scelto di ispirarsi ai suoi sogni. Ha raccontato di aver dedicato anni alla preparazione del film, e di averlo presentato solo quando aveva già ben chiaro quasi ogni dettaglio: molto spesso si ha invece un’idea, se ne parla ai produttori e da lì si vede se è il caso di mettercisi a lavorare insieme…

Wow! Si resta incantati davanti a tanto amore per il cinema. E a tanto amore per lo spettatore, deliziato e non punito (che la punizione arrivi per incapacità o per cattiva volontà dei registi poco importa, la sofferenza rimane). Guillermo del Toro ha sempre avuto una passione per i mostri, del cinema e della letteratura, da decenni colleziona vecchi manifesti e statuette. Per la prima volta che ne fabbrica uno sommamente fascinoso. La saggista Marina Warner dedicò un saggio alle variazioni sulla Bella che incontra la Bestia, la scrittrice Angela Carter rivoltò la storia di Barbablù in “La camera di sangue” (altri tempi, meno isterici dei nostri). All’elenco manca la creatura anfibia con le squame, ghiotta di uova sode. Ne avevamo vista una molto simile – uova sode a parte – nel film “Il mostro della laguna nera” di Jack Arnold, anno 1954…

È una favola ultraterrena, una storia d’amore pura e semplice. Un racconto in cui i buoni sono buoni e i cattivi sono cattivissimi (non a caso è ambientato sullo sfondo dell’America della Guerra Fredda), in cui i sentimenti fra una donna delle pulizie muta e un mostro solo all’apparenza spaventoso sono dipinti con gentilezza e in cui la semplicità diventa purezza. Un antidoto grazie al quale il suo autore vorrebbe contrastare il cinismo imperante e l’ossessione deleteria nei confronti del progresso, del futuro. Una dichiarazione di poetica, un testamento visivo: la messa in scena di un’idea.
Ed è ovvio che quando un mondo, un universo o un immaginario è costruito a partire dai sentimenti, quando quindi è con l’amore che si creano e rappresentano le idee, il rischio è apparire fin troppo ingenui e  artificiosi. Eppure, senza troppi giri di parole, Guillermo Del Toro invita semplicemente a guardare e credere - nulla di più. 
Il suo discorso e la sua rappresentazione partono dal cinema e dal suo passato (il passato del cinema hollywoodiano, ovviamente): le idee, secondo La forma dell'acqua, nascono dalla forma di racconto più pura, a cui bastano la forza e l'immediatezza del gesto. È infautti solo attraverso le immagini dei film classici, e in particolare dei musical in bianco e nero degli anni Trenta e Quaranta, che l’idea di cinema di Del Toro può prendere vita; può diventare personaggio ed essere salvata. 
La forma dell'acqua diventa così un passaggio obbligato nella filmografia del regista, dopo il fallimento (magari anche solo commerciale) di Crimson Peak; una commistione di elementi derivanti da un preciso immaginario culturale e cinematografico, tra citazioni e riferimenti, auto-citazioni e auto-riferimenti.
Una lettera a cuore aperto. Il film non è niente più di questo, ma niente meno di questo.
I personaggi di The Shape of Water sono scritti con tale maestria da diventare ben presto chiare e distinte identità, eccellentemente integrate nella rete di eventi che con bellezza man mano crescente si susseguono con la stessa fluidità di un corso d’acqua. Ad interpretarli, attori dalla bravura tale da giungere fino al punto di perdersi interamente nei loro ruoli tanto da scomparire, restituendo al pubblico degli individui coscienti e pensanti, capaci delle più meravigliose, delle più terribili e delle più commoventi azioni.
Se l’ottima protagonista interpretata dall’attrice britannica Sally Hawkins è il filo conduttore della storia, a sostenere maggiormente la spina dorsale di The Shape of Water sono gli incredibili personaggi di contorno, partendo dall’ironia dirompente con cui Octavia Spencer e Richard Jenkins riescono ad illuminare con sporadica acutezza il film arrivando all’enorme, ponderosa prova di recitazione dell’immenso Michael Shannon, fuoriclasse del cinema contemporaneo. Nei panni di uno spietato capo della sicurezza, Shannon rende tangibile un sadismo sanguinario, feroce come quello di un animale, un uomo che ricerca nella sfida con il mostro la conferma di potersi dichiarare Dio in terra, affrontando un’interpretazione grandiosa e totalizzante….