martedì 23 giugno 2026

L’amore che rimane - Hlynur Palmason

Anna e Magnus si separano, non sappiamo perchè, è Anna che ha deciso, anche se Magnus vorrebbe sempre tornare a casa, gli mancano la moglie e i figli, che lo cercano sempre.

l'opera di Hlynur Palmason, islandese, è un film freddo, dove il conflitto si riduce a sogni e a un pupazzo, tutt'altra cosa rispetto alla separazione de L'isola di Andrea, di Antonio Capuano.

buona (algida) visione - Ismaele



Quasi nulla accade, si diceva. E in effetti "L’amore che rimane" pare quasi un documentario, perché Pálmason spesso fissa la macchina da presa in un punto preciso, la tiene lì a lungo e lascia che i personaggi si muovano nell’orbita dell’inquadratura, con i loro tempi. A volte le inquadrature si ripetono ma a cambiare sono la luce e il cielo perché nel frattempo le stagioni scorrono, l’autunno cede il posto all’inverno. Pálmason si fa cantore della semplicità, la sua è un’elegia del quotidiano messa in scena con delicatezza ma anche con passione: il personaggio che emerge più compiutamente è proprio il paesaggio, un’Islanda che non è solo geografia ma vero e proprio spazio emotivo, osservatore benevolo e testimone silenzioso. Il paesaggio e i suoi abitanti, animali di ogni tipo, accolgono la famiglia come parte di sé e si ribellano contro chi non li rispetta, come il gallerista svedese, che ruba un uovo di oca e subisce le conseguenze del vento.

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L’amore che rimane è un film coraggioso che sceglie il silenzio e l’osservazione quieta piuttosto che il dramma urlato, e per questo merita rispetto. Non è un capolavoro — la struttura vacilla, il pacing è discutibile, i toni non sempre collimano — ma è un’opera onesta che non condisce la realtà di melodramma gratuito. Se sei il tipo di cinefilo che preferisce le domande alle risposte, che ama stare nel disagio narrativo senza fretta di uscirne, lo consiglio. Se no, aspetta qualcos’altro. Voto definitivo: 6.4/10 — opera imperfetta ma consapevole.

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Le cose più importanti per gli esseri umani
sono quelle piccole e intime,
quelle che ci sono vicine…

Hlynur Pálmason

Questo pensiero riflette pienamente L’amore che rimane, l’ultimo film del cineasta islandese Hlynur Pálmason che dopo aver esplorato le radici storiche del suo Paese con il precedente Godland – Nella terra di Dio ha sentito l’esigenza di tornare alla contemporaneità, filmando la vita intorno a lui, nel suo ambiente quotidiano e senza alcuna ricostruzione cinematografica d’ambiente. Elemento che, unito alla presenza di tutti e tre i suoi figli tra gli attori – già separatamente coinvolti in progetti precedenti – rende questo nuovo film ancora più personale rispetto agli altri titoli che lo hanno preceduto, comunque originati sempre da una scrittura originale in solitaria.
Un anno nella vita di una famiglia che sta andando in pezzi, il susseguirsi delle stagioni mentre i coniugi Anna e Magnús affrontano la frattura della loro separazione, tra confusione emotiva e contraddizioni che investono inevitabilmente anche i loro figli: la maggiore Ída e i gemelli più piccoli, Grímur e Þorgils. Coppia formatasi quando entrambi erano troppo giovani, spinti da una gravidanza ad accelerare il consolidamento di una relazione ancora acerba, adesso lei si occupa della famiglia ed esprime la creatività attraverso l’arte visiva ‘dipingendo’ con la ruggine su tela, mentre lui, come membro dell’equipaggio di un peschereccio, è costretto a lunghe trasferte lontano da casa, in cui affronta il timore di essere escluso dalla crescita dei suoi bambini. Nella rappresentazione di un quotidiano quieto, tra momenti leggeri o malinconici, il film s’interroga su ciò che resta dell’amore quando i ricordi condivisi non sono più sufficienti a tenere unite le persone, nonostante i sentimenti non siano mai del tutto scomparsi…

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…Il passato è presente, ma mai mostrato; la società esiste, ma non entra più di tanto nel quadro. Vediamo così un nucleo umano fondativo (la famiglia) che desidera trovare il proprio baricentro con la storia e gli altri, dando con ciò il regista un messaggio umanista e di speranza. In questo senso l’incipit (con la demolizione di un tetto) e la scena di montaggio con immagini incongrue sovrapposte a parole negative, ma di uso comune, dice molto circa l’obiettivo di ricostruzione e traduzione che ognuno di noi potrebbe fare per non soccombere alla catastrofe.

Pálmason ha scelto di girare un film piccolo piccolo, non privo di un suo fascino, libero come la colonna sonora jazz che lo incornicia spesso. La scelta però, da qualche parte, si sconta e forse è improbabile che le passioni moderate facciano battere troppo il cuore. Va notato, infine, che il regista è anche un artista visuale e, guardando le sue opere, pare che assomiglino molto a quelle di Anna, il che fa pensare a maggior ragione che L’amore che rimane sia un film molto sentito e caro al suo autore. Il che si vede: la tenerezza di sicuro non manca.

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Anna e Magnus, detto Maggi, si stanno separando: è un processo graduale, che la coppia porta avanti trascorrendo ancora del tempo insieme ai tre figli, in escursioni o in cene a casa. Mentre l'unità coniugale si va sfaldando, Anna si concentra sul suo lavoro di artista, anche se i riconoscimenti tardano ad arrivare; Maggi, invece, lavora su un peschereccio ed è quasi sempre in mare aperto. Quando i genitori non ci sono, i figli si dedicano a passatempi curiosi: in particolare i due gemelli, che tendono a creare giochi bizzarri e talora pericolosi per la loro incolumità…

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Uno degli elementi centrali del film L’amore che rimane è il modo in cui viene rappresentata la separazione tra i due adulti. Pálmason ha dichiarato di non voler prendere posizione né offrire una sola prospettiva. Secondo il regista, nella vita reale le persone possono desiderare qualcosa e il suo contrario, e nessuno è soltanto “il buono” o “il cattivo” della storia. Per questo la separazione viene raccontata come una zona grigia, in cui l’amore continua a esistere anche quando non è più sufficiente a sostenere la forma precedente della relazione.

Il titolo stesso sembra suggerire una domanda: che cosa resta dell’amore quando una famiglia si divide? Che cosa succede ai momenti condivisi, ai ricordi, al senso di appartenenza costruito nel tempo? Pálmason ha spiegato che il cuore del film non riguarda tanto la possibilità che i genitori tornino insieme, quanto il rapporto tra tempo, memoria e famiglia…

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L’utilizzo ostinato della camera fissa trasforma le inquadrature in teche, dove ogni scena è un quadro vivente con l’azione che non viene inseguita, ma attesa. Così facendo, Pálmason (e di rimando lo spettatore) osserva, non giudica: la macchina da presa rimane immobile anche quando, ad esempio, i figli della coppia (in particolare i due gemelli) inventano giochi bizzarri nei prati battuti dal vento.

Questa fissità produce un effetto di perturbante intimità: ci obbliga a osservare i dettagli, i resti di una cena, i silenzi imbarazzati, il modo in cui i corpi degli ex coniugi occupano lo spazio cercando una distanza che il cuore non ha ancora del tutto metabolizzato, con lui che tenta di tanto in tanto nuovi approcci e lei che invece sembra più convinta del percorso verso la fine del rapporto…

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L’amore che rimane è attraversato da continue metafore visive che riflettono il turbinio interiore dei personaggi. Una spada medievale che cade dal cielo, una mina inesplosa ritrovata in un campo desolato, pronta a detonare da un momento all’altro, o ancora il lavoro artistico stesso di Anna — lastre di ferro adagiate su teli, la cui immagine emerge lentamente dalla ruggine lasciata dallo scorrere del tempo — diventano simboli evidenti ma mai didascalici di relazioni consumate dall’erosione emotiva. Nulla esplode davvero, ma tutto sembra costantemente sul punto di farlo.

La struttura narrativa, distesa lungo quasi un anno, segue il mutare delle stagioni islandesi, ma soprattutto mette in scena l’imperturbabilità di un paesaggio che si fa riflesso diretto dell’anima di chi lo abita. La natura islandese di Pálmason non è mai semplice sfondo: è presenza viva, eterna, indifferente eppure profondamente empatica. I personaggi si muovono con una compostezza quasi rassegnata, trattenendo emozioni enormi dietro gesti minimi, come se il paesaggio stesso imponesse loro una forma di silenziosa resistenza.

Con L’amore che rimane, Pálmason realizza una riflessione lucida e profondamente sentita sullo scorrere del tempo, sulla fine delle relazioni e su ciò che rimane quando un amore non esiste più ma non si è ancora trasformato in qualcos’altro. Il suo sguardo, rivolto a esaltare la figura femminile come perno emotivo della famiglia e a sgretolare le fragili illusioni della mascolinità, resta sempre sincero, mai manipolatorio o compiaciuto. Ne emerge un’opera forse più divertita che realmente divertente, attraversata da una dolce ironia malinconica che finisce inevitabilmente per scaldare il cuore dello spettatore.

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