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giovedì 4 settembre 2014

Róza - Wojciech Smarzowski

un gran film, che dimostra una volta di più il grande talento di Wojciech Smarzowski e la salute del cinema polacco.
la storia è terribile, ha qualche punto di contatto con Adelheid, stesso periodo storico, con la caccia alle minoranze indifese, e in entrambe i casi alle donne, le più indifese dei deboli, ma fortissime, per sopravvivere.
Róza è Agata Kulesza, che interpreta Wanda in Ida.
un film da non perdere, promesso - Ismaele


QUI il film completo, con sottotitoli in spagnolo



I have a great admiration for Wojciech Smarzowski's work. “Rose”, his new feature film, is even murkier than “Dark House”(2009). Not so dynamic or appealing as this last one, though very compelling. With a brutal story inspired from historical facts, we can understand how the Masurian people started disappearing along the time until become completely extinct. Bleak, with strong content, this is another movie to take into account in the very solid career of a remarkable director. 

Wojciech Smarzowski's Rose is at times so brutal that its more tender touches can startle. The 2011 film opens with Tadeusz (Marcin Dorociński) lying wounded in the ruins of World War II Warsaw, watching helplessly as the woman we guess to be his wife is raped and murdered. By the movie's end there are multiple rape scenes, in present time and in flashbacks.
But Rose is, above all, a love story. Tadeusz, now a widower, arrives in a Masurian village to tell a strange woman, Rose (Agata Kulesza), that she's also been widowed. With restrained silence, she receives a mangled photograph of her husband as proof of his death. The year is 1945, the war's end, and Poland has been plundered and burned, its fields so littered with mines that they can't be plowed. Like the landscape, Rose and Tadeusz bear deep emotional scars: he's a former Home Army soldier, a persona non grata after the communists rather than the exiled government in London take power; she's a Masur, a group of people who, as the opening caption explains, are culturally distinct but had once been subjugated by the Germans, only to find themselves at the mercy of Poles following the war. Rose mistrusts Tadeusz at first, as she does all the others. And if their romance seems somewhat inevitable, it's saved by Smarzowski's lavishing more attention on the portrait of a woman who must survive, come what may, rather than on amorous advances…

lunedì 17 marzo 2014

Ida – Pawel Pawlikowski

meglio non vedere questo film, se pensi che il bianco e nero, al cinema, sia meno efficace del colore, se quando leggi che è un film polacco ti ricordi che hai un altro impegno, se pensi che al cinema si va per rilassarsi, se al cinema non puoi rinunciare a chiacchierare, se non riesci a dimenticarti di possedere un telefonino cellulare, se sfuggi come la morte i film dove non si ride, e che non ti fanno ridere, se pensi che il cinema deve venire incontro ai gusti medi del pubblico medio, ecco, questo non è un film per te.
ma se ti va di vedere un film “classico” (così diranno in futuro), di quelli che dentro c’è Dreyer e Bergman, e tanto altro, se non hai paura di un film che non finge, se le parole morte, colpa, coscienza, banalità del male non le rimuovi, “Ida” è per te.
bravissime le due protagoniste, e anche gli altri, grazie a Pawel Pawlikowski e a una sceneggiatura come si deve; purtroppo è in poche sale, occorre andare a cercarlo, e se ti piacerà quanto ti è piaciuto a me dirai che è uno dei film più importanti dell’anno, e non solo - Ismaele




Il vero difetto del film è dunque il suo grande pregio, ovvero la poca accessibilità con i codici di un pubblico medio, mentre gli addetti ai lavori si trovano a confrontarsi con un’imponenza simbolica che raramente viene portata sugli schermi…

Ida è in bianco e nero e in formato 4:3, come tanta roba che si vedeva nei gloriosi anni Sessanta ai Cineforum. E nei primissimi Sessanta è difatti ambientato, in una Polonia plumbea e innevata come si conviene a un film polacco autoriale, e naturalmente c’entra la Shoah. Però. Però liquidarlo solo come un film da festival – cosa che, intendiamoci, è pienamente – sarebbe un attimo riduttivo e pure ingiusto. Questo film è di più. Prende quel genere, quella convenzione, per immettervi nuove inquietudini, nuove crepe, per forzarne la forma (e i contenuti), portare quei caratteri al limite e al punto di rottura. Si racconta di Olocausto, ma del lascito psicologico sui sopravvissuti, e anche sui carnefici, e su coloro che né collaborarono né si attivarono per salvare. La zona grigia. È una ricerca sul passato, è una resa dei conti. Dove Male e Bene si possono confondere, dove il giusto può rovesciarsi di colpo nel suo contrario. Due donne si ritrovano nel 1960, e insieme scaveranno nel loro comune passato. Come le due donne – l’aguzzina di un lager e la sua vittima – che si ritrovano per caso su una nave in un film polacco anni Sessanta sicuro riferimento di questo, La passeggera di Andrzej Munk. Si intravedono, in Ida, l’influenza e l’ombra di altri Shoah-movies centro-europei di quel decennio, magnifici, potenti, squassanti, anche se oggi dimenticati, come il cecoslovacco Il negozio al corso o Romeo, Giulietta e le tenebre

…Película seca, austera, casi ascética (un estado al que ayuda la fotografía en blanco y negro más espectacularmente bella de los últimos años, obra de Lukasz Zal), corre el riesgo, si no se ve en el estado de ánimo adecuado, de ser vista como un ejercicio de estilo, bellísimo pero frío, y no como la experiencia emocional que puede llegar a ser.

Ida supone una propuesta estimulante, bella y compleja dentro de su escaso metraje, donde sus imperfecciones acaban pasando más desapercibidas y se sobrepone aquello que no muestra, lo que sugiere su fotografía, su música y sus personajes, lo que, en definitiva, hace más grande al cine: su poder evocador.

…Il atteste d’une épure esthétique qui tient du sublime tant chaque plan est parfaitement maîtrisé. Il emploie avec une rare acuité les effets de cut et opère un montage brillant tant d’un point de vue visuel que sonore. Toutefois de sa démarche émane une froideur quelque peu stupéfiante qui engendre une troublante mise à distance et qui semble également faire écho à celle d’une société qui a enterré son passé. S’il évite le piège d’une exacerbation pathétique du ressenti de ses protagonistes, il ne parvient à en transcender l’émoi – qui est tout de même au coeur de la représentation – que de manière mécanique. Une distanciation qui suit la logique de l’écriture où un basculement de point de vue d’une à l’autre protagoniste s’opère, comme par pudeur.

Ida n’est absolument pas la caricature de film intellectuel que l’on pouvait imaginer. Pawel Pawlikowski signe une œuvre puissante et assez dure, même si son long-métrage fait passer ses idées avec une douceur rare. Le film mérite d’être vu ne serait-ce que pour sa photographie et ses cadres sublimes, mais il dit aussi des choses passionnantes sur la Pologne des années 1960. Bref, Ida est une réussite que vous auriez tort de bouder…
da qui