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sabato 24 maggio 2025

Fuori - Mario Martone

prima un invito, leggiamo qualche libro di Goliarda Sapienza.

il film di Mario Martone racconta, mostra, evidenzia la solitudine della protagonista, il rapporto di Goliarda (una straordinaria Valeria Golino) con Roberta (una straordinaria Matilda De Angelis), che poi contribuisce alla creazione dei materiali di partenza per i libri della scrittrice. 

al cinema, appena si spengono le luci, si entra nel film, con lo sguardo di Goliarda Sapienza, ma noi siamo fuori dalla sua mente e dai suoi pensieri.

non ci sono colpi di scena magici e sorprendenti, il ritmo è quello di Sapienza/Golino, solo i suoi sguardi, il suo respiro, i suoi gesti ci fanno intuire qualcosa di una storia davvero fuori dall'ordinario.

un film da non perdere, e aspettare qualche minuto, nei titoli di coda appare una breve intervista di Enzo Biagi a Goliarda Sapienza.

buona (straordinaria) visione - Ismaele

 

 

 

Un plauso a Martone: solo un regista con la sua esperienza poteva muoversi con tale rispetto tra i silenzi, le pause, i pensieri non detti di una donna come Goliarda Sapienza. Brave anche le interpreti, in particolare Valeria Golino, che restituisce con misura e profondità un personaggio torbido e indomabile, sempre in lotta con se stessa e col mondo. Eppure, qualcosa sfugge. Forse perché è difficile davvero raccontare chi vive ai margini anche del racconto stesso, chi è sempre oltre, mai del tutto afferrabile. I personaggi appaiono come figure complesse che, nel poco tempo concesso, restano un po’ chiuse, inaccessibili. Anche noi spettatori, pur toccati, restiamo parzialmente fuori, come a guardare attraverso una porta accostata. La sceneggiatura, pur curata, sembra non affondare del tutto nel magma emotivo che avrebbe potuto sprigionare dalla scrittura di Sapienza, autrice che oggi consideriamo fondamentale ma che ancora si fa fatica ad ascoltare davvero. E tuttavia, Fuori resta un film necessario, un atto politico e culturale, una chiamata alla memoria. Bello il rimando parallelo alla serie L’arte della gioia, e applausi sinceri a Golino, che con discrezione ha fatto da ponte tra quella donna e noi. Per sentirsi fuori e per sentire Fuori, bisogna stare dentro una sala cinematografica e abbandonarsi a quella libertà che solo il cinema sa offrire…

da qui

 

…Perché tutto questo lavoro formale e narrativo, per Mario Martone, ha senso nella misura in cui si muove al ritmo del sentire di Goliarda Sapienza. Che “vive amori e furori in egual misura”. Che è sempre presente, eppur sempre altrove. Che afferma di aver da fare, ma passa il suo tempo “stronandosi” scrivendo. Che sa di non appartenere più, forse di non di essere mai appartenuta, a quel mondo di intellettuali sterili, “non ne posso più dei salotti. Anzi, loro non ne possono più di me”. E che, perciò, cerca una nuova forma di solidarietà con le sue compagne di cella. Eppure rimane sempre staccata dal piano di realtà, come le rinfaccia, incazzandosi, Roberta, lei sì pienamente immersa nei suoi anni, tra l’eroina e la battaglia politica. Ma, proprio per questo, è Goliarda, solo Goliarda, ad aprire squarci, varchi tra le maglie della storia, delle relazioni, degli sguardi, delle idee.

Ecco. Mario Martone ci regala un film magnifico ed enorme. Grazie alle sue interpreti: Valeria Golino, ovviamente, ormai pienamente dentro l’universo della scrittrice, una stupenda, straordinaria Matilda De Angelis, la sorprendente Elodie. E a tutto il cast di contorno, Daphne Scoccia – James Dean, Sonia Zhou – Suzie Wong, Corrado Fortuna – Angelo Pellegrino. Ma soprattutto grazie al suo sguardo inquieto, inclassificabile, libero. Che diventa straziante nel finale, quando racconta l’ultimo incontro tra Goliarda e Roberta.

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Martone ricostruisce meticolosamente l’atmosfera di quell’epoca, un periodo di transizione e contraddizioni per l’Italia, dove alle tensioni politiche si mescolavano nuove forme di espressione e libertà personale. In questo contesto, il percorso di Goliarda e il suo rapporto con Roberta emergono come una forma di resistenza silenziosa ma potente.

Uno degli aspetti più riusciti di “Fuori” è la rappresentazione del legame tra Goliarda e Roberta, un rapporto che sfugge a facili categorizzazioni. Non è semplicemente amicizia, non è solo attrazione, non è solidarietà: è un’alleanza esistenziale, un riconoscersi reciproco che va oltre le convenzioni sociali.
Martone tratta questa relazione con una delicatezza e una profondità rarissime nel cinema contemporaneo. Ogni sguardo, ogni silenzio, ogni gesto tra le due donne è carico di significato. La complicità che si sviluppa tra loro diventa progressivamente una forma di resistenza contro un mondo che non comprende la loro libertà interiore.

“Fuori” è anche una potente riflessione sul processo creativo e sul potere salvifico della scrittura. Il film mostra come l’incontro con le detenute riaccenda in Goliarda la scintilla della creatività, permettendole di ritrovare la sua voce letteraria. Le scene in cui la vediamo scrivere colpiscono. Martone riesce a rendere visivamente il processo creativo: la scintilla dell’ispirazione, la lotta con le parole, l’urgenza di raccontare. Attraverso questa rappresentazione, il film diventa anche una riflessione sul potere dell’arte di trasformare l’esperienza umana, persino quella più dolorosa, in qualcosa di significativo e universale…

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Valeria Golino, che conosce a fondo la figura di Sapienza anche per averla a lungo studiata in preparazione alla sua regia della serie L'arte della gioia, ne coglie alla perfezione l'elusività e lo straniamento, vagando per il film peripatetico diretto da Mario Martone e da lui scritto insieme a Ippolita di Majo con la sensazione palpabile di una non appartenenza, non alla sua epoca o al suo contesto, ma all'esistenza tutta, e del suo sentirsi molto più affine alle carcerate che ai frequentatori dei salotti dell'intellighenzia. La sua Goliarda ha fame di vita (oltre che tentazioni di morte) e trova in Roberta e Barbara, rumorose, sopra le righe e sfacciate, le portavoce del suo grido inespresso.

Per contro l'interpretazione di Golino è magistrale nel mantenersi sottotono e nel giocare in sottrazione, resistendo alla tentazione facile (cinematograficamente parlando) di mostrarsi istrionica e creare il ritratto di un'artista follia e sregolatezza. Le sue tenerezza e malinconia nel dare voce a Goliarda mostrano un rispetto profondo verso un'autrice che desiderava vedere amato il suo romanzo e non ci è riuscita nel suo tempo di vita: "Quel libro sono io", dirà, con commovente sincerità. Lei e le sue due amiche "sono dentro anche quando sono fuori", e solo quando sono insieme si sentono libere: bellissima la scena in cui cantano fuori da Rebibbia e i detenuti rispondo unendosi al canto…

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…rimanendo in superficie, fuori, potrebbe apparire il semplice racconto di un’amicizia improbabile, con accenni saffici; è solo provando ad entrare realmente dentro che il fuoricampo, il non detto, il non visibile, l'impianto tutto – giocato sul sottilissimo crinale tra realtà e immaginazione, e il continuo disinteresse per un racconto “cronologico” è lì a dimostrarlo –, finiscono per depositarsi nelle coscienze, proprio come accadde un tempo con L’odore del sangue, altro film tra i meno “concilianti” e più “selvaggi” del regista partenopeo. 

Ad emergere con strafottenza quasi selvatica è allora la prova di una struggente Matilda De Angelis: la sua Roberta quasi pasoliniana, eroinomane disperata eppur vitalissima, sorta di immaginifico e carnalissimo angelo custode di corrispondenze corsare che, solo nel finale, capiremo quale futuro assegneranno all’amica Goliarda.

In quel fantasmatico commiato, sulla banchina della stazione Termini, scorrono le possibili e intangibili traiettorie di un abbraccio che fisicamente si era risolto solo qualche minuto poc’anzi e che poco dopo sembra svanire nel nulla ma che in realtà, spiritualmente, sarà lungo per sempre: quello tra una scrittrice aliena alla conformità del mondo che abitava e il grido della vita nella sua forma più ferina e inclassificabile. Che di norma viene invece soffocato, e recluso…

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venerdì 10 marzo 2023

Il sindaco del rione Sanità - Mario Martone

la commedia di Eduardo rivista da Mario Martone.

non è una trasposizione fedele nella forma, ma lo è nella sostanza, il film segue l'opera teatrale di Martone, di qualche anno prima.

il risultato è molto positivo, il film non annoia un secondo, e affonta i temi eterni della colpa, della giustizia, della guerra, Barracano è un dio, che deve dispensare la giustizia, all'interno di un sistema di valori riconosciuto.

bravi gli attori, come il regista, non privatevene.

buona (eduardiana) visione - Ismaele

 

QUI si può vedere il film competo, su Raiplay

 

 

il nuovo linguaggio, vocale e gestuale, si discioglie in una messa in scena che parte dalla fissità teatrale per trascenderla (la molteplicità dei punti macchina), segnata dal realismo scenografico (l’arredamento da cafone arricchito delle due residenze dei Barracano) e da nuove marche interpretative (il Sindaco - un boss del nostro tempo, rintanato nella sua fortezza - è visto come un atleta: Di Leva dice di essersi ispirato a Muhammad Ali), condita dallo stesso hip hop che era già della produzione teatrale (Mario Martone agli attori: «Il testo di De Filippo è uno spartito che può suonare come musica classica. Voi lo dovete far suonare come musica rap»). E disvelante tutta quella parte che nel dramma è solo raccontata, perché ambientata fuori dalle magioni Barracano, e che qui, finalmente, conosce la strada.
La conseguenza quasi paradossale dell’operazione è che, a teatro come al cinema, il testo, sradicato dal mondo eduardiano, messo alla prova della contemporaneità - di una società che conosce una deriva aggressiva al limite del primitivo - mostri nuda e cruda la sua formidabile costruzione, la densità della composizione drammaturgica, la sua ambiguità morale, la potenza (e la ferocia) dei personaggi e l’enigmaticità di alcune figure (quella del medico, che vive in casa Barracano per ragioni che sono da cercare in un passato che - lo stesso Martone lo sottolinea - è 
pinterianamente omesso). Il film allora finisce indirettamente con l’indagare anche i pregiudizi sul dramma che, dopo tanti anni di rappresentazioni codificate, inevitabilmente esistono (e resistono). E nell’indicare nuove possibili strade da percorrere nell’opera tutta di De Filippo, ancora sostanzialmente inviolata.

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Martone riparte da sé stesso e da Eduardo De Filippo trasportando su grande schermo una sua opera teatrale, regalandoci una somma del suo cinema immenso e profondissimo, enciclopedico e immediato, appassionato e appassionante. Il sindaco del Rione Sanità è un mosaico articolato e prospettico, con una calligrafica attenzione a tutti i personaggi in scena e ai movimenti di macchina che miscelano, benissimo, teatro e cinema, cortocircuitando il cinema di Mario Martone sempre sospeso tra i due mezzi espressivi, tra passato e presente, tra luci e ombre.

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mercoledì 8 giugno 2022

Nostalgia – Mario Martone

Felice dopo quarant'anni torna a Napoli, dalla mamma Teresa e sopratutto per incontrare Oreste, un amico delinquente dell'adolescenza, ormai un boss temuto e spietato.

a parte alcune domande, come il troppo tempo senza vedere la mamma, se ci si fa prendere per mano dal regista e da Felice il film ha una sua logica.

l'incontro con la mamma Teresa (interpretata da Aurora Quattrocchi, già vista in tanti film, sempre vecchietta), ormai alla fine della vita, è tornata bambina, bisognosa di cure come i bambini, è la prima delle due ragioni del viaggio.

la seconda ragione è l'incontro con Oreste, cattivo e latitante, l'amico di quando erano ragazzi, inseparabili e senza paura, sopratutto Oreste, in un posto dove la violenza era ed è magistra vitae.

Felice ha bisogno di chiudere una ferita aperta e sanguinante da troppi anni, e sembra riuscire a trovare una pace interiore. 

Felice ridiventa un napoletano, da turco-napoletano o egiziano-napoletano che era all'inizio del film, ha comprato casa, aspetta la moglie egiziana, i suoi fantasmi sono spariti, apparentemente.

non sarà perfetto, in certi momenti Felice sembra un flâneur, ma è un film che merita sicuramente - Ismaele


 

 

 

Martone racconta (ancora una volta, come in tutta la sua carriera) la sua Napoli e basterebbe solo quella a far grande il film.

Siamo nel Rione Sanità, uno dei quartieri più popolari e degradati della città (malgrado mi hanno raccontato come, in realtà, questo rione nacque come polo borghese e nobiliare).

E' una Napoli "vecchia", bellissima, fatta di viuzze, mercatini, murales.

Soprattutto nei primissimi minuti del film Martone sfrutta il suo personaggio per aggirarsi in questi vicoli e in mezzo a queste persone (curioso come Felice, probabilmente solo per l'abbigliamento, venga preso sin da subito come uno "di fuori", vedere ad esempio il cameriere che gli fa domande in inglese) facendo calare lo spettatore sin da subito in un contesto tanto affascinante quanto "nervoso" e "stretto", un contesto in cui il personaggio di Felice ci sembra continuamente fuori posto.

In realtà Felice, e questo è un aspetto talmente importante del film da ricavarci fuori quasi una tematica, si sente completamente a suo agio.

La sua felicità ed emozione nell'essere ripiombato (senza che fosse mai tornato prima) nella sua città natale sono talmente forti da nascondere tutto il resto.

E questo sarà il mood, quasi commovente, dell'intero film, ovvero quello di un 55enne che, appena messo piede a Napoli, torna il 15 enne di allora.

E tutto per lui è bello, e tutto è "facile", e tutto può essere risolto col sorriso.

In realtà tutto ora è diverso, Felice si ritrova invischiato in una storia criminosa, tutti provano a dirgli di andarsene (un pò come Capuano al giovane Sorrentino in E' stata la mano di Dio, film che più volte mi è tornato in mente qua) ma lui non si rende assolutamente conto di quello che sta accadendo, come se rifiutasse la vita adulta (o quantomeno rifiutasse il sè adulto di adesso a Napoli).

Lui è ripiombato nei suoi ricordi, lui non ha vissuto quei 40 anni di Rione Sanità.

E l'errore più grande che farà è pensare che il tempo si sia fermato, che quello che si era un tempo si è anche adesso…

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…Nostalgia è tante cose: una tragedia greca, un western, un road-movie, forse persino una love story fra due ex amici che non si vedono da una vita. Ma la cosa importante è ciò che NON È. Non è una puntata apocrifa di “Gomorra”. Non è un’indagine sulla camorra di oggi o di ieri. Non è un instant movie legato alla cronaca, anche se Rea si ispira a una storia vera.

È, semmai, un cripto-documentario sulla Sanità, in ossequio a una vecchia idea di Martone secondo la quale in ogni film di finzione si nasconde un documentario (e viceversa). Ma non sulla Sanità della cronaca e della sociologia, bensì sui misteri che questo quartiere nasconde e che sono legati a quelle caverne pieni di teschi, alla città dei morti sulla quale sorge la città dei vivi.

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Napoli e l’incanto di una seduzione magnetica e pericolosa. È la madre, la memoria, il passato incarnato, la promessa di qualcosa al tempo stesso vecchio e nuovo. Mario Martone con Nostalgia racconta una città, un sentimento, uno stato mentale, fa la cronaca del tempo perduto, chissà poi se ritrovato. La dialettica tra passato e presente si risolve in un tempo della storia che è un tempo ibrido, e non può essere altrimenti. È Napoli che detta le coordinate, ieri e oggi mescolati nel ventre di una città che coltiva e custodisce un rapporto con la morte e la vita aperto e spiazzante. Le catacombe e i bassi non sono geograficamente un sopra e un sotto, ma due strati sovrapponibili di una realtà complessa come l’esistenza.

Napoli è l’incrocio di passato e presente, bene e male, vita e morte, camorra e riscatto. La promessa di una vita e di una scelta diversa affidata ai ragazzi del prete rivoluzionario Francesco Di Leva. Fa da contraltare Tommaso Ragno, capo criminale con un senso molto drammatico delle cose; nel gioco di opposti schizzato dal film è insieme crudo e surreale il suo male di vivere. La regia di Mario Martone non punta all’esuberanza del dettaglio figurativo e narrativo, la sua visceralità la racchiude nell’intimità progressivamente svelata dei protagonisti. Cede un po’ sui flashback, che col film legano poco, mancano di vitalità ma forse anche questo è parte del gioco. Bravo Favino, il senso del suo passaggio sul film è quintessenza della magia e del mistero del cinema, la fotografia, l’istantanea, la fissazione di un movimento.

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Come la scrittura di Rea, anche la regia di Martone si muove in modo riflessivo, lentamente, come se il tempo e lo spazio contassero in modo relativo. Lo sguardo di Martone possiede lo stesso stupore meravigliato del “napoletano straniero” Felice, che deve riappropriarsi di quelle radici che l’hanno sostenuto quand’era ragazzo e se ne andava in giro in motocicletta portandosi appresso l’amico del cuore, quell’Oreste che nel corso degli anni è diventato per tutti “’O Malommo”, e che gestisce il racket di droga, illeciti vari e prostituzione del quartiere. Ma perché Felice vuole a tutti i costi incontrare di nuovo quello che un tempo era il suo migliore amico e che ora lo accoglie facendogli bruciare la motocicletta e vandalizzare l’appartamento ben più dignitoso che ha affittato per la madre (nel frattempo purtroppo deceduta) con la scritta “Scompari”? Mentre il film procede nella sua narrazione volutamente episodica e frammentata nel tempo – la storia si sviluppa nell’arco di molti mesi, durante i quali Felice sente quotidianamente la moglie egiziana rimasta nella loro splendida casa a Il Cairo –, ci si inizia a rendere conto come il protagonista della vicenda non sia in realtà quest’uomo di mezza età che neanche sa più parlare nella sua madrelingua, e neanche il rapporto conflittuale con il suo amico di quando erano adolescenti. No, esattamente come ne L’amore molesto a prendere possesso di Nostalgia è Napoli, questa città costruita in altezza, dove c’è sempre qualcuno che può guardare dall’alto, controllare, spiare, e dove morire in modo non naturale è qualcosa da mettere in conto, che può accadere. Ogni inquadratura del film è sentimentale, e lo palesa al di là di ogni possibile dubbio la sequenza in cui la salita di Capodimonte viene “vissuta” due volte da Felice, nella contemporaneità e nel ricordo del passato: il muro è sempre lì, la città è rimasta immota, silente e rumorosissima. Felice Lasco, con questo nome che diventa un ossimoro rispetto al valore del personaggio nel film – tormentatissimo, e tutt’altro che allentato rispetto ai legacci che lo avvincono alla città e alla memoria –, si muove in una terra incognita di cui sa tutto, e di cui si vuole riappropriare. Ma è possibile?...

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…Il rapporto tra Felice e Oreste riemerge e scompare per poi ritornare senza mai diventare cuore e viscere di un film in continua oscillazione e privo di baricentro. Finale telefonatissimo, quindi depotenziato del suo pathos. Lunghe peregrinazioni di Felice-Favino dentro e oltre Napoli senza che mai il vagare diventi alla Antonioni geografia dell’anima. Momenti no, come quando il protagonisgta nelle catacombe si sofferma di fronte all’affresco di “una donna di origine nordafricana”, spiega la guida, e da parte della regia repentino cambio di inquadratura con primo piano della moglie al Cairo. Goffaggini che si stenta ad accettare da un regista esperto. Per non dire dell’inesplicabilità di molti fondamentali snodi. Perché Felice torna a Napoli? Perché, se non l’ha mai fatto per 40 anni? Cosa si aspetta dall’incontro con Oreste? Se è un cupo abbandonarsi al proprio destino allora sarebbe dovuto essere questo, da subito e senza troppe deviazioni  (tutta la parte della comunità di Don Luigi per capirci), il centro del film, la sua ragione d’essere. Ma non è così.

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mercoledì 15 settembre 2021

Qui rido io - Mario Martone

Toni Servillo è da leone d'oro e da oscar insieme, di una bravura olimpica, al servizio di un grande film di Mario Martone.

quella che nel film chiamano famiglia allargata è praticamente un harem, Eduardo Scarpetta è un trombeur de femmes, che sanno convivere le une con le altre, solo che ci sono figli e figliastri.

Eduardo Scarpetta è un mostro di bravura, scrive e fa teatro popolare, amato da molti, meno da Peppino de Filippo, con tutte le ragioni del mondo, e anche più.

Eduardo de Filippo è invece devoto al padre/zio e succhia la capacità di scrivere teatro, e di stare sul palcoscenico.

la sceneggiatura è perfetta (come gli attori) e D'Annunzio è un imbroglione, e molto antipatico, per non dire stronzo, lo vediamo in una scena che fa pisciare dalle risate.

Eduardo Scarpetta è un po' Chaplin, un po' Totò, sempre sopra le righe, umiltà zero, cantore dell'anima popolare napoletana, peccato per noi che cinema e televisione non si siano incrociati con lui, e per noi Eduardo Scarpetta sarà per sempre Toni Servillo, il dio del cinema lo protegga.

non perdetevi questo gran film, non ve ne pentirete - Ismaele



 

 

Si vola alto, in Qui rido io. Ma lo si fa senza snobismo, senza spocchia. Con un gusto e un piacere del racconto che respira libero in ogni scena. E con una gioia di fare cinema sul teatro, e nel teatro e per il teatro, che fa bene agli occhi e al cuore. Sino a un finale di grande cinema, che è bene non rivelare, ma che rivendica al cinema la capacità di giocare con le maschere e con i miti, e di rendere eterno ciò che a teatro è inevitabilmente effimero e precario, esattamente come nella vita.

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Come dice Benedetto Croce all’attonito Scarpetta, quando gli annuncia che lo difenderà dalle accuse di D’Annunzio in tribunale, “Ma come, voi che ridete di tutto non sapete ridere sul tempo che passa?”. Alla fine il cuore del film è questo. Centrato sulla figura unica di questo capocomico arrogante, padre-padrone, pronto a rubare la scena a figli e figliastri fino all’ultimo istante, anche a costo di umiliarli, “Qui rido io” ci ricorda che lo spettacolo è ancora l’arma migliore per combattere l’angoscia del tempo e della morte. Che poi lo faccia prendendo a prestito le forme e i codici del teatro per trasformarli in cinema, non fa che accrescerne la grandezza. Altro che “semplice biopic”, come abbiamo sentito dire in giro.

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La Napoli di Scarpetta è per Martone l'emblema di un'Italia più vasta, il repertorio di tutte le emozioni del mondo e la lente attraverso cui analizzare a fondo il rapporto tra il singolo e la società, tra genitori e figli. La parola canta e le canzoni declamano dentro uno spettacolo che celebra Napoli, il suo splendore e le sue miserie, la sua umanità irriducibile e barocca. Per una tale impresa serviva un attore-mostro, una risata enorme, rabelesiana. Toni Servillo vive da sempre nel mondo di Scarpetta e di De Filippo, è lo specchio di quel mondo, una città aperta. Come Napoli è un teatro en plein air, dove corpo e lingua vanno insieme. Dietro al trucco interpreta un predatore sessuale che possiede e disprezza le donne, un avventuriero prima che un padre e un marito. Sul palcoscenico è 'Felice', un personaggio contenitore fuori dal tempo, perché Scarpetta non concettualizzava, era un pittore di emozioni non un architetto di riflessioni.

Martone osserva il quadro d'epoca, raccoglie le prove e le lascia interagire, dando 'na voce al segreto di Eduardo De Filippo, che viveva la sua nascita come una vergogna, e alla rassegnazione muta delle donne, perennemente ingravidate, che troveranno domani la forza di Filumena Marturano. La 'prostituta' che sovverte i codici borghesi e forma una famiglia dove il principio di paternità legittima perde il suo significato.

A ossessionare lo Scarpetta di Martone è il desiderio di essere riconosciuto, la volontà che "Il figlio di Iorio", parodia della tragedia pastorale di D'Annunzio difesa in tribunale da Benedetto Croce, perito di parte, venisse 'riconosciuta'. Disattesa resta la frustrazione legittima dei figli illegittimi, invitati a partecipare soltanto a un apprendistato artistico e professionale.

Frammentato e intimo, eccessivo e ludico, il film tradisce più una sconfitta che una conquista, ribadendo una relazione padre-figlio esclusivamente scenica. Qui rido io è la storia tragicomica di un capocomico-patriarca e di una compagnia di figli-nipoti, che a turno ripetono la parte: "Scarpetta m'è pate a me".

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lunedì 27 ottobre 2014

Il giovane favoloso – Mario Martone

le cose positive: Elio Germano è un bravissimo attore e Giacomo Leopardi è e resterà uno dei più grandi della letteratura italiana.
in realtà dentro c’è di tutto un po’ e Germano recita alcune poesie e alcune prose di Leopardi.quando ero bambino avevo un disco di Arnoldo Foà (oltre allo Zecchino d’Oro, naturalmente) che recitava “Canto notturno di un pastore errante dell'Asia” (qui), adesso ho ascoltato anche Elio Germano che recita Leopardi, sempre brani e poesie più brevi, per non stancare lo spettatore.
il film è meglio nella seconda parte (in alcuni tratti mi ha ricordato “Faust”, di A. Sokurov, che non mi aveva entusiasmato), ma complessivamente mi sembra un film nazional-popolare, didascalico e superficiale di cui non sentivo il bisogno, ma tanti altri forse sì, a vedere la fila che ho fatto per entrare al cinema.forse qualche ragazzina/o in più leggerà Leopardi pensando a Elio Germano, qualcun altro si ricorderà di quando era giovane, chissà…
mi sa che fra qualche mese vedremo il film in due domeniche consecutive su Rai1 in prima serata, amen - Ismaele

ps: aggiungo le considerazioni di Letizia (mia figlioccia di 15 anni), e di Andrea, un amico, che 15 anni li ha avuti, qualche decennio fa.




Film emozionante dove l' arte della poesia e del cinema si fondono creando un'opera intensa, malinconica e sopratutto profonda. Un Elio Germano dallo sguardo infinito che ci mostra un Leopardi introverso, ipersensibile, geniale e tormentato;un Leopardi scomodo nella sua epoca per il suo materialismo (derivato dagli ideali illuministi) e per il suo pessimismo attribuitogli ingiustamente per il suo stato fisico, pessimismo di cui i letterati e gli intellettuali si lamentano ricevendo come risposta:"dovrete convincermi che l'umanità felice è formata da individui infelici". Un film poetico dall'immensa conclusione dove Leopardi ammirando in una notte stellata il Vesuvio recita "la ginestra, o fiore del deserto" sua personificazione :" E tu, lenta ginestra, che di selve odorare queste campagne dispogliate adorni, anche tu presto alla crudel possenza soccomberai del sotterraneo foco, che ritornando al loco già noto, stenderà l'avaro lembo su tue molli foreste..."
Letizia


Vedo recensioni entusiastiche sul Leopardi di Martone e trasecolo. Certo, Elio Germano è bravo, ma il film si spiaggia continuamente su banalità e buone cose di pessimo gusto per solleticare senza posa le reminiscenze dello spettatore medio italiano, con media cultura liceale. Nessun coraggio, quasi nessuna impennata che possa spingere questo film oltre il sano obiettivo di essere amato dai nostalgici di oggi e da tutte le quinte liceo da quest'anno fino all'eternità. Che occasione sprecata e che ruffianeria!
Andrea


Mario Martone ha fatto de “Il giovane favoloso” un riassunto di lezioni scolastiche, mettendo insieme un cast importante, composto di grandi nomi, come Isabella Ragonese e Iaia Forte, per mascherare la sceneggiatura un po’ debole e didascalica. Ovviamente andando a vedere un film su Giacomo Leopardi nessuno si aspetta le forti emozioni di Fast and Furious, ma probabilmente “Il giovane favoloso” non è un film da sala cinematografica, ma da divano, pantofole e pop corn.

…Non c’è niente di filologicamente sbagliato o trasandato nel film. E anche se ci fossero errori o forzature filologiche davvero poco importerebbe. C’è piuttosto una sorta di tensione illustrativa, più che narrativa, che ricorda una certa tradizione (penso ai film della Cavani dedicati a Galileo o a Nietzsche) che io pensavo ci si fosse lasciati alle spalle.
Mi son così trovato, non senza vergogna, ma quasi spontaneamente e inconsapevolmente, ad accondiscendere con gli occhi, alla fine del film, all’esclamazione sgraziata e sconveniente di una terribile e antipatica signora seduta al mio fianco, con i vestiti da maschio anni ’70 che sapevano di migliaia di sigarette e caffè delle macchinette:
Piacerà moltissimo alle professoresse democratiche.

….Il giovane favoloso racconta un Leopardi profondamente umano, prendendo il più possibile le distanze dalla storiografia scolastica (non sempre riuscendoci, però), e assolutamente tutt'altro che rassegnato: la sua proverbiale infelicità infatti non deriva tanto dalla salute malferma, quanto dalla sconsolata visione di un Paese che rifiuta senza mezzi termini le aspirazioni e le capacità dei suoi cittadini più illustri, tarpando loro le ali anzichè stimolarne il talento. Che siano i rigidissimi genitori o gli spocchiosi 'colleghi' degli odiati salotti letterari poco importa: traspare evidente in Martone la volontà di rappresentare una realtà e una classe sociale poco aperta al progresso e prigioniera del proprio egoismo. IlLeopardi errante, ripudiato dalla famiglia, costretto a vagare povero in canna in giro per lo stivale, è l'emblema (purtroppo molto attuale) di una nazione che spreca i propri talenti migliori…

Il giovane favoloso, e non poteva essere altrimenti, procede con lo stesso passo del suo protagonista, instancabile flâneur: diseguale nel ritmo, si muove a strappi e a salti, alternando corse forsennate a pause inaspettate. Un perfetto correlato visivo della prosa leopardiana e del suo Pensiero “stupendo e tremendo”, in continuo mutamento. Non è un caso che le pagine meno efficaci del film siano soprattutto quelle in cui Martone sembra sforzarsi di “illustrare” le visioni leopardiane o di “dare voce” alla sua poesia. Con risultati, occorre dirlo, irrimediabilmente didascalici, e alcune cadute francamente evitabili (l'ultimo bacio di Consalvo, ad esempio, o il dialogo tra Giacomo e la Natura, ripreso dalle Operette)…

La visione del film Il giovane favoloso di Mario Martone richiede uno specifico livello di spettatorialitá. Fin dalle prime immagini, la macchina da presa costringe lo sguardo a seguire le linee tracciate dalle scelte stilistiche dell’autore. Lo scenario che predomina nella prima parte del film è quello di Recanati e di Palazzo Leopardi, da cui il giovane poeta sente sempre più forte il desiderio di andare via. Come scrive in una delle lettere a Pietro Giordani (lo scrittore italiano con il quale intrattiene una lunga corrispondenza) «unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia». Il desiderio di fuga appare, fin da subito, come un anelito alla conoscenza più profonda delle cose, che la casa paterna e i luoghi conosciuti non possono dargli. Leopardi non può far altro che immaginare, al di là della siepe che, come il «rovente muro d’orto» o la «muraglia con cocci aguzzi di bottiglia» di Montale, ostacolano la visione e si frappongono tra il poeta e l’esistenza. Riuscita contaminazione di cinema e letteratura, cinema e poesia, laddove quest’ultima trova il suo naturale prolungamento nelle immagini, mai banali, che vanno a tracciare la storia di un uomo reso immortale dai suoi versi…