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lunedì 6 febbraio 2023

Gli spiriti dell'isola (The Banshees of Inisherin) - Martin McDonagh

anche senza effetti speciali The Banshees of Inisherin è davvero un film speciale.

una piccola isola dove tutti sanno di tutti, nascondersi è impossibile.

il tempo che passa, fra una birra e l'altra e due chiacchiere fra amici, è il motore della scelta di Colm (Brendan Gleeson), di non perdere più tempo, solo darsi alla musica è importante.

da qui nasce il dramma della storia, Padraic (Colin Farrell) si sente rifiutato dal suo migliore amico, e sta male, molto male, e non si rassegna.

e tutto si complica quando la banshee (una specie di strega) dell'isola comincia a parlare.

musica di Carter Burwell, che fa la sua parte.

attori straordinari, e poi c'è anche Jenny, l'asinella.

un film da non perdere, se non si era capito.

buona (musicale) visione


ps: a chi l'ha visto tornerà in mente il bellissimo Il segreto dell'isola di Roan, di John Sayles, e a chi l'ha letto tornerà in mente Nel cuore dell'inverno, un bellissimo e terribile romanzo di Dominic Cooper, pubblicato da Einaudi nel 1997.

 


 

 

 

Il film dimostra che una scrittura inattaccabile e una recitazione superlativa bastano per avvincere lo spettatore, magicamente calato in un microcosmo dove ironia e dramma si alternano senza soluzione di continuità e che diventa specchio universale della tragica follia umana. Sublime.

da qui

 

È un cinema di parole quello di Martin McDonagh.Parole urlate (come quelle di Siobhán, interpretata perfettamente da Kerry Condon), sussurrate, balbettate (come quelle di Dominic Kearney, alias Barry Keoghan), tenute in silenzio.

Le battute di McDonagh sono lasciate scorrere con calma, trascinandosi stanche, colme di sarcasmo e sputate fuori da teatranti inconsapevoli su palcoscenici naturali.Belfast è lontana, e con lei la guerra civile che la distrugge, la lacera, la rasa al suolo riducendola in cenere. Tra le colline erbose dell'isola immaginaria di Inisherin si combatte un'altra lotta, più silente, privata, tra un'anima pura, umile e quella del suo migliore amico che quella parola così confortante e di vicinanza, ha voluto negargliela. Un'esplosione senza ordigno, che scoppia in silenzio, e proprio per combattere quel silenzio che Pádraic chiama a sé parroco e sorella, gestori dell'unico pub del paese e il giovane del villaggio, facendo di ogni conoscente soldato di un esercito senza uniformi - ma tante domande - comandati dall'adorata asinella nel ruolo di generale, per cercare la verità e convincere Colm di svestirsi della funzione di nemico, e ritornare in quello di complice. In un abbraccio intimo, continuo, dove la commedia si unisce al dramma generando un ibrido commovente e terribilmente umanoGli spiriti dell'Isola si sveste dei fasti dell'ironia superficiale, per abbigliarsi di brillante malinconica, svelando così la reale natura dei sentimenti di chi prova difficoltà ad aprirsi al mondo…

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Quindici anni dopo In Bruges McDonagh riprende la coppia Farrell-Gleason immergendola nel paesaggio ventoso e selvaggio di un’isola irlandese della costa occidentale e in un contesto narrativo anche stavolta scandito dall’impasse, dall’attesa di un evento drammatico di là da venire. All’inizio sembra una commedia dell’assurdo in costume scritta da Beckett: due uomini un tempo amici litigano senza un motivo preciso e la situazione via via degenera fino a sposare linee sanguinolente, quasi horror. Poi il ritmo diventa tragico, quasi ineluttabile, come quello di una ballata irlandese. Gli spiriti dell’isola riprende un testo che l’autore ha inizialmente scritto a chiusura della sua trilogia teatrale sulle Isole Aran (Lo storpio di Inishmaan e Il tenente di Inishmore sono le opere precedenti). Anche in questo caso, come negli altri film scritti e diretti dal drammaturgo di origini irlandesi, emerge la natura di scrittore e fine battutista, con i dialoghi ostentatamente “perfetti” nel condensare ironia ed elementi stranianti. E quindi permane quella sospetta inclinazione all’intrattenimento a cronometro, gigionesco, quasi a voler offuscare l’anima dark delle storie e dei personaggi…

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…Il crescendo narrativo sempre più carico di dramma in cui l’amicizia si trasforma ben presto in contrapposizione carica di odio soprattutto da parte di Padraic, trova nel finale un epilogo che per alcuni versi appare persino ambiguo, nel quale è chiara e nitida l’incapacità di entrambi i protagonisti della faida di liberarsi dal giogo della solitudine che l’isola infonde in chi ci vive, e da quel legame ancestrale che risulta impossibile da troncare.

Gli spiriti dell’isola è un ritorno all’antico per Martin McDonagh, un rivolgere lo sguardo a quei toni più intimistici  che avevano contribuito nel suo film d’esordio In Bruges ad un’opera di grande valore, a tutt’oggi probabilmente ancora il suo miglior lavoro; di certo il regista irlandese dà ancora una volta prova di una grande capacità di scrittura, grazie ai dialoghi e a quella maniera molto abile che ha nel passare dal dramma alla commedia nell’arco di poche battute, che è in Gli spiriti dell’isola una delle caratteristiche più valide, supportata peraltro splendidamente da una regia poderosa.

L’aver ricostituito la coppia di attori protagonista di In Bruges, Collin Farrell e Brendan Gleeson, si è dimostrata infine una scelta azzeccata, soprattutto riguardo al primo, premiato a Venezia con la Coppa Volpi per il migliore attore e candidato all’Oscar per il premio come miglior attore protagonista, dà una definitiva ed inappellabile prova della sua grande versatilità e della sua bravura che non sempre hanno trovato estimatori; con Gli spiriti dell’isola ogni dubbio viene definitivamente fugato riguardo alla bravura e alla classe dell’attore irlandese.

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C’è un incredibile e continuo gioco di dare e avere tra questi due, e mentre diamo per scontato il carisma eccentrico di Gleeson da The General del 1998, la performance che lascia il segno è quella di Farrell (Coppa Volpi a Venezia 79). È difficile pensare a un ritratto che trovi così tante sfumature emotive e livelli di profondità nell’incomprensione; il suo Pádraic non riesce a cogliere la logica dietro la decisione del suo amico più di quanto possa controllare le sue reazioni, il suo illogico bisogno o la vergogna di aver fatto qualcosa di sbagliato non avendo sfruttato a pieno la sua vita. Capirete anche perché un amico potrebbe essere tentato di allontanarsi pure da lui, eppure non percepirete mai che Farrell provi simpatia o antipatia per quest’anima straordinariamente semplice. Non è un caso che i due uomini diano alla fine del film un senso di ambiguità riguardo a ciò che potrebbe accadere dopo i titoli di coda. Eppure non è sbagliato che Farrell abbia l’ultima parola, e che sia il tipo che ti lascia con la sensazione di aver appena assistito a ferite che potrebbero non rimarginarsi mai. Possano gli spiriti gridare sempre per questo duo. E per quanto riguarda McDonagh: bentornato.

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giovedì 18 ottobre 2018

Calvary - John Michael McDonagh

Padre James (Brendan Gleeson) aspetta una punizione, da parte di qualcuno che lui ha capito chi è.
non fugge, sopporta sulle sue spalle il peso dei preti merda, qualcuno si vuole vendicare su di lui, come esempio, o perché è a portata di mano.
il regista segue il protagonista per una settimana e Brendan Gleeson rende il film indimenticabile.
non privartene, se ti vuoi bene - Ismaele






…McDonagh dimostra di essere un regista carismatico dalla superba capacità di gestire soggetti e toni diversi. Interpretato magnificamente, con una scrittura pungente, Calvario è una precisa commedia nera, che senza indugiare immerge lo spettatore dentro i dubbi morali e lampeggia tra gli stati d’animo divini e dannati; e Padre James si muove in una via crucis tra la compassione e il perdono delle crisi esistenziali e dei peccati del mondo, o meglio della sua comunità di fedeli, sul lato Nord-Ovest dell’Irlanda.

Calvario disegna un microcosmo negativo, irriverente, nel quale ogni personaggio pare sopravvivere in modo casuale, senza uno scopo e senza la benché minima morale. Difatti McDonagh attornia il prete (interpretato da un convincente Brendan Gleeson) di caratteri cinici, arroganti e degenerati, quasi a voler rappresentare un mondo non solamente negativo, ma anche privo di speranza. Calvario procede per stazioni, ostenta confessioni e incontri che fanno vacillare il parroco di paese, che non trova pace nell’introspezione e continua a invocare integrità.
Pellicola che si professa baluardo del massacro etico, Calvario giustappone umorismo nero e destino ineluttabile (i Coen lo insegnano in modo meno cinico nelle loro parabole vitali), ma probabilmente non trova la giusta chiave di volta e, a causa di ciò, appare come un film a tratti fine a se stesso. Accanto alla meravigliosa fotografia di Larry Smith, lo spettatore trova un corollario di cattiveria, figlia di un mondo degenerato e distruttivo; e al centro di tutto ciò un pastore che cerca indissolubilmente di interrogarsi, di trovare all’interno dei suoi “parrocchiani” qualcosa per cui valga la pena salvarsi dal proprio tragico destino.

Il film, in più, è una chiara accusa e critica nei confronti dell’ipocrisia e della negligenza della chiesa, anzi degli uomini di chiesa (rappresentati nel film dal pragmatico aiutante di padre James, che stanco delle sue bigotte considerazioni sui fedeli, gli rivolgerà parole dure: «Perché sei un prete? Dovresti essere un dannato commercialista! O un dannato assicuratore»). Brendan Gleeson, con il suo volto ruvido e autentico, è il mediatore, colui che ascolta senza giudicare e il regista lo eleva ad una sorta di faro della comunità, che illumina il cammino di questi penitenti senza scrupoli e li indirizza verso la sublimazione della loro trasgressione in qualcosa di costruttivo.
La pellicola è un tuffo nel nero mare del cinismo in cui questi personaggi restano a stento a galla e, proprio la forzata concentrazione e interazione di tutte queste mostruose personalità in un solo paesino, rende la vicenda poco credibile agli occhi di qualsiasi spettatore. Nonostante ciò la sceneggiatura (dello stesso regista) caustica ed essenziale, conferisce alla storia ritmo e qua e là concede qualche brillante battuta detta sottovoce. Il film inoltre è impreziosito dalla suggestiva fotografia del maestro Larry Smith che riesce a catapultarci in un universo dark e dal paesaggio mozzafiato delle coste irlandesi.
Evocativo e perverso Calvary è la metafora perfetta dell’umanità moderna: come diceva Eric Fromm «l’uomo è l’unico animale per il quale la sua stessa esistenza è un problema che deve risolvere».

un ritratto impietoso, agghiacciante, che ti lascia addosso un senso di sporcizia e la voglia di farti una lunga doccia. Il problema è che raccontare una storia del genere attraverso un cast di personaggi così schizzatino (per quanto forse neanche troppo surreale, considerando l'ambientazione, e comunque contestualizzabile come gran metaforone del rapporto fra l'irlandese medio e la Chiesa) può generare risultati un po' stranianti. In parte la cosa è sicuramente voluta ma, tant'è, si tratta di un approccio che McDonagh non padroneggia forse nel migliore dei modi, faticando qua e là a centrare il tono giusto. Io non ho particolari problemi con questi strani mix ma, insomma, tanto vale sottolinearlo. Detto questo, Calvario merita comunque una chance, perché affronta temi forti senza tirarsi indietro e anche perché McDonagh riempie lo schermo con una splendida Irlanda, ritratta con uno sguardo dalla forza limpida.

domenica 20 marzo 2016

Suffragette – Sarah Gavron

strano, in questi giorni in cui c'è chi fa la campagna perché al referendum del 17 aprile non si vada a votare (per far mancare il quorum), che appaia un film che ricorda come le donne hanno lottato per avere il diritto al voto, anche a costo della vita, provando la galera e i manganelli, tra le altre cose.
la sceneggiatura è di Abi Morgan, già sceneggiatrice di Shame con Steve McQueen, dove appariva Carey Mulligan, che qui è la protagonista.
il film è abbastanza documentaristico, forse un po' freddo, interessante la ricostruzione della lotta delle suffragette.
altrettanto interessante è la descrizione del dispositivo poliziesco repressivo (guidato da Brendan Gleeson), antenato di quelli odierni, sorvegliare e punire (come qui, o non punire, come qui).
un film da vedere, anche per ricordare come può avere successo una rivoluzione (quando i cervelli non sono spenti) - Ismaele







Poderoso sul piano scenografico (riflesso del desiderio d’autenticità della Gavron), piacevole sul piano narrativo. Nonostante Suffragette sia un film storico, non appare in nessun modo polveroso o stantio, vantando una piacevolezza sospesa fra lo struggente e il liberatorio. Sarah Gavron “accarezzava” da molto tempo il sogno di realizzare un film sul movimento delle “Suffragette”.
La rappresentazione della donna così tormentata, “stuprata” coscienzialmente da un indomabile potere maschilista, funziona sotto tutti i punti di vista. Far trasparire questa crudezza, datata (ma anche no), è una scelta ponderata all’unanimità dalla stessa regista bretone e da ambedue le produttrici…

Suffragette è il classico film sospinto da nobilissime intenzioni – persino urgente e necessario nonostante il trapassato remoto – e sostenuto da un cast superbo, ma destinato a storcere gli occhi dei critici e degli spettatori: s’intende, quelli devoti al mezzo cinematografico, e non al mero megafono contenutistico.
Per farla breve, la regia non c’è: le Suffragette erano organizzate, Suffragette è spontaneistico.
da qui

Mélange di tutte le suffragette britanniche, Maud Watts è interpretata da un'attrice capace di esprimere le sue evoluzione sottili, le emozioni di un'eroina dentro primi piani instabili in cui emerge la presa di coscienza e da cui sembra pronta a fuggire verso un impegno che le farà perdere impiego e famiglia. L'epifania toccante di Carey Mulligan si accompagna alla solidarietà militante dell'operaia tribolata e magnifica di Anne-Marie Duff e alla determinazione della farmacista di Helena Bonham Carter, che rende omaggio, non solo nel nome, a Edith Garrud e alle sue jiu-jit suffragettes. Professionista delle arti marziali, Edith Garrud organizzò dal 1913 dei corsi riservati esclusivamente alle donne incoraggiandole a difendersi dai poliziotti durante le manifestazioni duramente represse. Icona, fuori e dentro lo schermo, è Meryl Streep a incarnare Emmeline Pankhurst in una breve ma vigorosa apparizione perché Sarah Gravon al biopic su una donna straordinaria dentro una causa straordinaria, preferisce la vicenda di donne ordinarie, operaie che hanno incarnato l'avanguardia del cambiamento in grembiule o gonne lunghe. Morte sotto i colpi della polizia, arrestate, alimentate con forza a causa dello sciopero della fame, dopo quarant'anni di campagne pacifiche, che ottengono soltanto promesse infrante, le suffragette abbandonano la compostezza indulgente e decidono per la disubbidienza civile, senza esitare a ricorrere ad azioni radicali e violente. Ma sono donne e non lo fanno con leggerezza, diversamente dai terroristi che uccidono innocenti, colpiranno soltanto sedi vuote ma distinte per attirare l'attenzione sul movimento e la causa…

Raccontare il passato utilizzando il linguaggio del documentario (o il presupposto tale), simulando una “presa diretta” sugli eventi storici utile, almeno sulla carta, a ricusare ogni sbavatura retorica. Non è certo questa una scelta di per sé errata, tutt’altro, la regista Sarah Gavron (Brick Lane) vi si attiene però con un rigore quasi auto-castrante, pur di fornire al suo Suffragette uno stile ruvido, privo di ogni prosopopea, in grado di rappresentare una Londra di inizio ‘900 bigia e gretta, ma nella quale serpeggia un impeto di rivolta.
Proiettato in apertura della 33esima edizione del Torino Film Festival, il film della Gavron resta dunque sin troppo fedele alle proprie scelte stilistiche e narrative e finisce per risultare, paradossalmente, piuttosto affettato, ed eccessivamente programmatico. La macchina da presa a mano ondeggia vanamente intorno ai personaggi, sia che questi siano inerti nel loro talamo o intenti in qualche azione sediziosa. Nell’unica scena di protesta poi, una sassaiola contro le lussuose vetrine di Oxford Street, la regista decentra continuamente il nucleo della nostra attenzione, gioca con il montaggio rapido e sul movimento, ma non ci mostra né la rabbia delle autrici di questo gesto dimostrativo, né le vetrine infrante…

…A pesar de ello, a pesar de sus notorios errores de bulto históricos (de los que la muy criticada ausencia de personajes de color es el más visible, aunque no el único), y de la absurda utilización de Meryl Streep como gancho comercial cuando apenas aparece en un cameo glorificado, Suffragette es una película que se hacía necesaria. En un momento en que las desigualdades de género se han hecho más visibles que nunca, que ha visto el surgimiento de absurdos como los “activistas pro derechos de los hombres” o la demonización absoluta de la palabra feminista hasta el punto de provocar que muchas mujeres no quieran identificarse con ella, no está de más recordar que, por desgracia, nada de eso es nuevo. Que, hace más de un siglo, miles de mujeres tuvieron que enfrentarse a los mismos prejuicios, ataques y desprecios –mucho peores, en realidad—. Que feminista hoy es un término tan satanizado como lo fue sufragistaentonces. Y que, aun con todo, las cosas terminaron cambiando. Porque ni los peores ataques, ni las burlas más crueles, pueden detener el avance de la historia. Mujeres como Maud lo sabían, lo hicieron posible. Ahora, la pelota está en nuestro tejado. 

martedì 11 dicembre 2012

The Guard (Un poliziotto da happy hour) - John Michael McDonagh

la cosa peggiore del film è il titolo italiano, tutto il resto fila che è una bellezza.
protagonista il bravissimo Brendan Gleeson di "In Bruges", regista un Mc Donagh, ma non è lo stesso di "In Bruges".
un film del quale non ti pentirai mai di averlo visto, promesso - Ismaele




All builds up to a shoot-out on a boat docked at an obscure pier. The framing and cinematography here are unobtrusive but efficient. The drama builds remorselessly. Much is at stake. I am exhausted by shootouts in which countless rounds are exchanged in displays of special effects. But a scene like this, which depends on topography, characters and logistics, can be a gift of the cinema. "The Guard" is a pleasure. I can't tell if it's really (bleeping) dumb or really (bleeping) smart, but it's pretty (bleeping) good.

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Après un générique de début façon western, face auquel on se dit que les héros sont fatigués, le film embraye sur une complexe enquête mêlant trafic de stupéfiants et divers règlements de compte entre gros bonnets. Sous ses allures de film sympathique, qui rentre dans le lard des clichés (et des irlandais), se cache cependant une véritable intrigue, qui une fois le twist final arrivé, donne envie de revoir le film avec un œil neuf. « The guard » est donc une formidable comédie policière, aussi référencée que bavarde, aussi drôle qu'inquiétante, aussi faussement superficielle que le spectateur est parfois facile à manipuler.

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…Aunque el gusto por la espontaneidad origine en ocasiones diálogos deslavazados y el ritmo se escape un tanto al dominio del director, John Michael McDonagh. Con todo, su debut en el cine no deja de ser exitoso, y el resultado es un buen film de género, divertido, que merece la pena ver en versión original por el juego de lenguas y estilos, desde inglés con acento irlandés al americano, pasando por el gaélico y que crea un personaje rompedor que daría, en mi opinión, para toda una eficaz serie televisiva. La fotografía del paisaje entre abrupto y verde de la costa irlandesa contribuye a orquestar esta singular comedia negra.

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Gli ingredienti ci sono tutti per far sì che il film risulti un prodotto sfizioso ed eccentrico: un protagonista originale in tutto e per tutto; tre cattivi imprevedibili; una spalla che non ha una reale consapevolezza di ciò che accade; nonché una location, quella dell'aspra e selvaggia Connemara, dai tratti epici. The Guard (questo il titolo inglese) è dunque una black comedy a cui non mancano elementi quali imprevedibilità, scenografie e costumi provocatoriamente stilizzati che in qualche modo avvicinano l'opera dell'esordiente John Michael McDonagh ai lavori di registi classici come John Ford e Preston Sturges. Sicuramente gran parte della riuscita del film è dovuta all'entusiasmante interpretazione di Brendan Gleeson, perfettamente calato nel ruolo di un uomo caparbio ma cinico, ferocemente onesto nei confronti dei propri ideali, ma allo stesso tempo tutt'altro che un accanito sostenitore della legge, anzi spesso si trova ad infrangere le regole. Gerry Boyle è un irlandese verace, pessimista ed idealista allo stesso tempo, i cui “unici” punti deboli sono le sostanze illegali e le donne. Il film di McDonagh sa dunque fondere un cupo umorismo con un'azione dal ritmo serrato in una pellicola visivamente stilizzata ed allo stesso tempo poetica…

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