Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
martedì 2 giugno 2026
mercoledì 11 febbraio 2026
Nella colonia penale - Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia, Alberto Diana
nella Sardegna delle basi militari, delle pale eoliche, dell'emigrazione dei giovani (e non solo), delle prigioni per i galeotti del 41bis, fra le altre cose, ci sono anche le colonie penali, prigioni a misura di detenuto.
i quattro registi (Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia, Alberto Diana) seguono ciascuno una delle colonie penali, Isili, Mamone e Is Arenas, che sono colonie penali attive, e l'Asinara, una ex colonia penale, ormai diventata un parco naturale.
vediamo il funzionamento della colonia, conosciamo qualche detenuto, spesso africani, un giorno usciranno, tornando alla vita libera.
ci sono altri condannati, nelle colonie penali (ed ex), pecore, capre e agnelli.
un documentario diverso dal solito, che merita di essere visto, se qualche cinema lo presenta.
buona (penale) visione - Ismaele
Note di regia
Fin dal primo momento, quando abbiamo cominciato a
lavorare sul progetto, abbiamo considerato le colonie penali non soltanto uno
spazio di privazione della libertà, ma anche come la rappresentazione di uno
stato di eccezione.
La fase di scrittura de Nella colonia penale è iniziata in piena pandemia. La
riduzione delle attività in pubblico legata al distanziamento fisico e la
limitazione della libertà di movimento ci hanno fatto interrogare sulla natura
di quei luoghi. Ricordiamo, all’inizio del primo lockdown, le rivolte
carcerarie. Nelle colonie penali sarde, invece, sembrava
tutto sospeso. La condizione dei detenuti come lavoratori all’aperto rendeva il
loro stato di prigionia ancora più inusuale, quasi fosse un privilegio rispetto
a chi trascorre 24 ore chiuso in cella.
È da questa osservazione che è nata una rivelazione importante per noi: la
parziale sovrapposizione tra il detenuto della colonia penale (oggi casa di
lavoro all’aperto) e il lavoratore salariato, inserito all’interno di
meccaniche di discipline, controllo e violenza.
Questo assunto kafkiano è stato fondamentale per riscrivere il film in fase di
montaggio. Il film a episodi, girato da quattro registi diversi in altrettanti
luoghi, è stato scritto, diretto e montato con l’obiettivo di costruire un
discorso unitario sulla natura intrinseca dello sfruttamento, che parte
dall’umano fino all’animale, svelandone la normalità codificata e la ritualità,
in uno spazio altro da noi, fuori dalla società, ma in cui siamo pienamente
addentro, poiché ne è diretta espressione.
In
Sardegna, nascoste in luoghi quasi inaccessibili, esistono ancora oggi tre
delle ultime colonie penali attive in Europa. In queste case di lavoro
all’aperto, i detenuti scontano la pena dividendo il loro tempo tra le mura
della cella e il lavoro: coltivano la terra, allevano animali da pascolo,
svolgono compiti di manutenzione della stessa struttura in cui sono rinchiusi.
A
Isili, Mamone, e Is Arenas i detenuti sono perlopiù persone migranti. Ignoriamo
la loro provenienza, il reato per cui sono stati rinchiusi, per quanto tempo
ancora dovranno stare lontani dal mondo. Il lavoro scandisce il tempo fermo e
dilatato della prigionia, in cui l’uomo e animale vivono a stretto contatto. Il
dispositivo di sorveglianza e repressione sembra ripetersi immutato di fronte
alla macchina da presa, di colonia in colonia. Cambiano i volti, le guardie e i
condannati, ma il sistema di controllo rimane il medesimo.
Nell’ex
colonia penale dell’Asinara, quando il rapporto tra carceriere e carcerato
viene meno, tra le rovine delle prigioni abbandonate emerge una nuova
dialettica di sopraffazione, che vede a confronto l’animale in libertà di fronte
all’essere umano.
Nella
colonia penale è un film che si immerge in uno spazio di eccezione: un regime
carcerario retaggio del passato, sul punto di scomparire, lontano dalla nostra
società, ma di cui è allo stesso tempo una diretta emanazione della stessa.
…Scritto e diretto da Gaetano Crivaro, Silvia
Perra, Ferruccio Goia e Alberto Diana, accompagna lo sguardo nella quotidianità
assorbita dai rumori di fondo agresti e lo stridio delle gabbie, ed in quello
scrutare finisce di abbattere il muro tra interno ed esterno. Lasciato da parte
l’archivio, terreno d’elezione di Gaetano Crivaro e soci, il progetto stavolta
usa dei materiali inediti con il medesimo grande lavoro di montaggio visivo e
sonoro. Non di conflitto si può parlare per la sceneggiatura quanto piuttosto
di una raccolta discreta di atmosfere e respiri, di momenti unici che poi vanno
a comporre un puzzle più grande e rivendicano un tesi nella quiete di una
comunità unita dagli eventi e dalle necessità. Nelle note di copertina
dell’album We’re Only in It for the Money Frank
Zappa consigliava di leggere Nella colonia penale di
Franz Kafka prima di ascoltare il brano The Chrome Plated Megaphone of
Destiny. Sarebbe utile guardare questo lavoro invece per riflettere
su modi alternativi di considerare il regime carcerario, fatto di privazione e
sovraffollamento, e scoprire quanto possa essere leggera la linea di contrasto
tra i buoni ed i cattivi. E quanto l’aspetto ambientale possa risultare
terapeutico e non soffocante se inquadrato nel contesto giusto.
…Un elemento
costante che accompagna il film e i detenuti è la presenza degli animali che
nell’episodio finale, l’Asinara, diventano centrali.
A: L’animale
è un elemento costante perché è uno strumento di lavoro inserito in una
dinamica di sfruttamento che si evolve e si trasforma anche quando il carcere
scompare. All’Asinara la struttura è diventata un parco, ma di fatto resta un
carcere: persistono gli stessi meccanismi di detenzione, monitoraggio e
repressione. Avviene una sorta di metamorfosi in cui i prigionieri diventano
gli animali e l’essere umano è nuovamente carceriere. Gli animali che vivono e
che popolano questi luoghi considerati selvaggi, sono in realtà animali da
lavoro che, con la chiusura del carcere, si sono ritrovati a vivere nella
riserva.
…Nella colonia
penale, come si è detto, è un puro e rigoroso
documentario osservazionale, che lascia parlare le immagini. Non ci sono
passaggi didascalici che per esempio descrivano i detenuti e i reati per cui
sono stati condannati. Non è un pamphlet di denuncia, almeno non lo è
direttamente, sul rispetto o meno dei principi della giusta detenzione secondo
i nostri principi costituzionali. Qualcosa trapela, come l’abbondanza di nomi
arabi, come Mustafa, o alcune frasi nell’ora d’aria a Isili: «Siamo
sequestrati», «Sono qui per nulla». Nello stesso segmento c’è l’immagine dei
“mille occhi”, degli schermi delle telecamere di sorveglianza che tutto
controllano. Nel secondo episodio, quello di Mamone, c’è la ricorrenza di
un’immagine della Madonna. Si segnala un scena dove in campo lungo, nel
carcere, sembra di assistere a una scena di rissa che si rivela poi un gioco
tra detenuti, un momento di ambiguità rispetto alla cifra da documentario del
film. Alcuni elementi tornano tra gli episodi, come i canti dei detenuti, a
Mamone e Is Arenas, come fossero dei gospel. E torna soprattutto la presenza
della natura, la nebbia e la neve a Mamone, il cervo a Is Arenas, e il tripudio
paesaggistico dell’Asinara, dove si chiude il film con l’immagine dei cavalli
allo stato brado. Un finale di libertà e speranza per quell’isola che è un
gioiello naturalistico e che ha avuto una parte importante nella storia della
lotta alla criminalità organizzata.
sabato 31 gennaio 2026
Quo Vadis, Sardinna? - Antoni Cònzu (Antonio Congiu)
il film di Antoni Cònzu è costituito "solo" da interviste, montate in modo efficace, per raccontare al mondo cosa succede in Sardegna con le pale eoliche.
chi lo vede capisce tutto, o quasi.
se posso, consiglierei di integrare con la lettura del libro di Maurizio Onnis, Il candidato, allora chiunque capirà tutto, di questa brutta storia di colonizzazione, economia tossica e distruzione ambientale irreversibile e saprà da che parte stare*.
il film è difficile da vedere, lo porta il regista (qui la sua pagina) dove lo si vuole vedere.
cercatelo e soffrite tutti.
buona (ventosa) visione - Ismaele
…L’opera di Conzu
è una sequenza di interviste intervallata da immagini e musica che dura quanto
un film: un’ora e venti minuti!
La cosa notevole è, però, che
il regista ha toccato TUTTI gli attacchi al territorio e all’identità che
stanno investendo la terra sarda. Non solo la speculazione energetica, dunque,
ma anche il colonialismo industriale e militare e la minaccia delle scorie
nucleari.
Come sapete, non sono nata in
Sardegna, ma sento di appartenere profondamente a questa terra nella quale
oramai sono radicata da anni e ritengo sia un DOVERE difenderla. Un DOVERE che
mi attraversa il cuore e mi sferza l’anima.
Consiglio a tutti la visione
del lavoro di Antoni Conzu per sviluppare una consapevolezza a tutto tondo di
ciò che sta accadendo in Sardegna e al popolo sardo…
*Which Side Are You on? (da qui)
Qui canta Pete Seeger
Qui canta Billy Bragg
lunedì 10 novembre 2025
CONFITEOR - come scoprii che non avrei fatto la rivoluzione - Bonifacio Angius
in un film doppio
il regista finge di essere suo padre mentre lui, figlio di suo padre, viene interpretato dal figlio del regista ,
ma anche il regista è se stesso e il figlio è suo figlio.
sembra difficile, ma seduti in sala si capisce bene.
il cinema salva la vita, nonostante tutto, sembra dire Bonifacio Angius, e noi ci crediamo.
il film è denso di citazioni, e l'ultima scena, con il bambino che si allontana, come Charlot, è un capolavoro.
difficile che un film come questo, senza supereroi e senza omicidi, arrivi in sala, ma cercatelo (e se non lo portano convincete, con le buone, i gestori delle sale che frequentate), è un film che merita davvero.
intanto, se ci riuscite, buona (sorprendente) visione - Ismaele
…Un film su un padre amato, odiato,
sofferto e perduto, e al contempo sull’essere padre di un figlio,
sulle dinamiche manipolatorie di un amore velenoso e sulla spirale
autodistruttiva e tossicodipendente di una conseguente depressione, e nel
frattempo inevitabilmente un film magnificamente teorico sul cinema e sul suo
senso, sulla sua centralità, sul suo possibile meta-intrecciarsi in un prisma
di istanti e di immagini che si inseguono modulari e inalienabili in ogni
battito di palpebre. Un cinema da amare da spettatori in sala, un cinema da
omaggiare da attore e regista nel teatro di posa, un cinema da scardinare nella
forma e soprattutto un cinema da portare a termine a ogni costo, se necessario
anche riprendendosi dalle crisi, anche affrontando di petto il dolore, anche
risvegliandosi dalla morte. Un cinema che imita e finge una realtà alternativa
per trovare la verità in un mondo di bugie, un cinema che parla direttamente
all’inconscio e che «può farti una sorpresa dopo anni», un cinema come universo
parallelo in cui entrare per «rimanere al riparo» dall’esterno. Un cinema come
terapia, come assoluta sincerità, come commozione, come catarsi. Come estremo e
definitivo atto d’amore, perché «ci vuole sempre amore per raccontare una
storia, e per raccontarla ancora meglio lo devi aver perduto»…
…Solo
attraverso il (meta)cinema è possibile uscirne, fra dialoghi, situazioni,
ironia sorniona e le voci fuori campo che legano insieme analessi e prolessi,
verità e finzioni, livelli apparentemente infiniti di passato e futuro che
continuano a rincorrersi, come a voler intrappolare nelle immagini i dolori e
le ossessioni per renderli visibili, affrontabili, battibili. Commossi. Con i
padri che ritornano figli e con i figli che incarnano e fanno rivivere i padri,
con le locandine dei precedenti lavori di Angius e con i baffi posticci con cui
(ri)cambiare identità e tornare se stesso, con le botte che dopo tanti anni
ancora fanno male e con quella porta chiusa in faccia proprio nel momento di
massima fragilità. Con il bianco e nero che si alterna al colore così come i
capitoli si intrecciano in una storia non lineare, e con un’involontaria
e chapliniana disobbedienza sul set che sembra quasi un
invito all’emancipazione, alla costruzione di un futuro proprio e unico, a un
nuovo e ulteriore orizzonte di speranza in cui non smettere mai di raccontare
con amore una storia d’amore, e sublimare così ogni sofferenza nella bellezza e
nella magia del cinema. Che magari non basterà per arrivare a fare proprio la
Rivoluzione, ma sul quale si possono ancora dire tante cose bellissime.
…O si sa scrivere con
le parole, come l'autore a cui vengono attribuite riflessioni non prive di
spessore, oppure lo si può fare con le stesse che trovano spazio in
inquadrature sempre alla ricerca di una composizione interna capace di offrire
a chi guarda una molteplicità di dimensioni. Si va dal realismo più immediato
ad immagini che rendono simbolici gli oggetti (vedi il barchino) alternando
colore e bianco e nero. Con al centro un bisogno viscerale di poter riuscire ad
essere un padre diverso da quello che è stato il suo anche se il rischio di
vedere il figlio allontanarsi non è mai totalmente eludibile…
…L’incipit è una
variante di Céline nell’oscurità che tutto fagocita, l’annuncio di un altro
viaggio al termine della notte: un dialogo con se stesso, “la storia di
un’eterna infanzia da cui tutto prende forma e significato”, una raffica di
domande senza risposta in attesa che tutto finisca al crocevia del nulla. “Perché
tutto è cambiato e noi non ce ne siamo accorti?” si chiede mentre il tempo
passa e affiora la consapevolezza che sarebbe bastato pochissimo per fare del
bene senza limitarsi a immaginarlo.
È l’impronta di un
cinema che si mette a nudo, consapevole che “vivere non è solo svegliarsi al
mattino” perché “vivere è difficile”, disposto a rivelare fragilità e scompensi
proprio per la sua natura feroce e fluttuante. Un regista (Angius stesso) è
allettato in ospedale, sta più di qua che di là, non riconosce la sorella,
vaneggia eppure deve fare assolutamente un film sulla sua vita e quindi assegna
al figlio (quello vero di Angius, Antonio) il ruolo di se stesso bambino...
…il film è infestato da una voce fuori campo (la sua) continua e
ossessiva, che si alterna con la voce fuori campo di suo figlio, facendo
assomigliare buona parte di quest'opera ambiziosa ad un audiolibro accompagnato
da belle immagini (non sempre) intervallato da rare scene di buon cinema.
La critica ha molto apprezzato questa confessione a schermo aperto,
che non ci risparmia dettagli anche crudeli o imbarazzanti della sua vita, in
una sorta di terapia pubblica.
Noi umili spettatori paganti siamo colti dal dubbio che
che forse, chissà, qualche anno sul divano di uno psicoterapeuta può
essere più utile per un regista sofferente e traumatizzato che passarne
altrettanti per fare un film "liberatorio"…
giovedì 2 ottobre 2025
Stiamo per vedere l’ennesimo film di cui non avevamo bisogno? - Federica Marrocu
C’è grande
attesa per l’uscita del film “La vita va così” di Riccardo Milani, basato sulla
vicenda di Ovidio Marras, proprietario di un terreno con un insediamento rurale
nella zona della spiaggia di Tuerredda. Marras si era opposto all’occupazione
di uno stradello da parte della Sitas (una società che fa capo a costruttori
come Gaetano Caltagirone, Claudio Toti e i Benetton) per la costruzione di un
albergo di lusso. La vicenda giudiziaria si risolse a favore di Marras, il
quale assurse agli onori delle cronache diventando un “simbolo”.
E questo, mi
viene da pensare, non è sempre un bene perché rischia di annacquare e
distorcere le storie, che finiscono quasi per essere svuotate del loro senso.
Per un
quadro più completo consiglio la lettura dell’articolo di Alessandra Saiu per
S’Indipendente e le
considerazioni che Andrìa Pili ha pubblicato sui suoi canali social.
Di questa storia ci interessa
davvero la verità?
Un articolo sulla presentazione di alcune
immagini del film al Giffoni Film Festival riporta le affermazioni del regista
Riccardo Milani il quale dichiara, testualmente: “L’Italia è un Paese che amo,
ma che mi fa anche arrabbiare”, fa riferimento all’importanza di “alzare la
testa” e dichiara: “lo sguardo sul mondo per me è indispensabile”.
Non posso
che essere d’accordo e infatti è proprio questa prospettiva a essere
legittimamente oggetto di critica. Milani, nella stessa intervista dice:
“Ho
conosciuto questa storia vera nel 2012. È il racconto di un uomo e di una
comunità che si spacca tra la necessità di creare posti di lavoro e il rispetto
del territorio. Io cerco di raccontare sempre storie che parlano di umanità.
Tante realtà del nostro Paese vivono un conflitto. (…) Dovremmo indignarci
tutti di più di fronte a delle brutture”.
Trovo molto
interessante questo passaggio: Milani ha una predilezione per “le storie vere”.
Ed è da qui che vorrei partire perché a me è venuto da chiedermi se al
pubblico, alla gente (questo è un film confezionato per il mercato
cinematografico italiano), a noi sarde e sardi, di tutta questa storia,
interessa o ci è mai interessata davvero la verità?
Sono andata
a ritroso per leggere cosa di Marras veniva detto e scritto, per vedere come la
sua immagine veniva veicolata, come la sua scelta veniva commentata. E mi sono
domandata quando questa storia abbia smesso di essere vera.
Marras era
già stato fagocitato dai meccanismi di stampo coloniale da una parte, e
essenzialista dall’altra, che hanno mitizzato la figura del pastore sardo. Era
già stato proiettato sul filone della lotta impari, trasfigurato in uno degli
epici “Davide contro Golia”.
Non che ci sia di per sé qualcosa di male in questo, sia chiaro. Mi sembra,
però, che questa sublimazione abbia l’effetto di oscurare certi aspetti, come
ad esempio il carattere anticapitalista e anticolonialista dell’accaduto.
Quella di
Ovidio Marras è lotta di classe contro l’arroganza e l’usurpazione, contro
l’estrattivismo spacciato per sviluppo. Contro il ricatto dei posti di lavoro
che costa alla Sardegna inquinamento industriale, occupazione militare, danni
da un turismo fuori scala e non lungimirante. Non è la storiella romantica di
un’azione straordinaria quanto velleitaria portata avanti da un signore
anziano, semplice e ingenuo, pagu bessiu, ma saggio e tutte le
caratteristiche che gli sono state cucite addosso, con un atteggiamento marcatamente
classista.
Questo è uno
degli aspetti da cui mi sembra che questa storia venga epurata, seppellito
dall’esaltazione della figura dell’eroe solitario, che -cito da un pezzo de La
Nuova Sardegna- “era finito anche sulle pagine del New York Times per non
essersi piegato alla modernità.” Un’edulcorazione necessaria per rendere del
tutto innocuo il racconto, spoliticizzandolo.
Già da prima
che Milani iniziasse a pensare di raccontare la sua storia, questa era già
distorta dall’ottica del potere. Marras, che non si era piegato alla modernità,
era già finito nel tritacarne della subalterna lettura resistenziale della
storia e della cultura sarde. La sua storia non era più vera da un pezzo.
Liberazione delle classi subalterne e anticapitalismo non possono, a
piacimento, essere sconnessi tra loro e visti fuori dal quadro politico,
economico e sociale in cui si verificano.
lo ho l’impressione che la vicenda di Marras fosse stata già universalizzata,
fatta aderire a un archetipo letterario. E sradicata dalla relazione di
colonialismo interno tra stato italiano e Sardegna in cui andrebbe situata.
Lo sguardo coloniale
È vero, il
film non è ancora uscito, ma la prospettiva che l’ha concepito è deviata in
partenza. Il punto di vista di cui Milani parla e quello del pubblico destinato
a “consumarla” coincidono nel potere che rappresentano nella società. Come è
accaduto spesso (almeno dall’Ottocento) la verità di chi gestisce la narrazione
conta più della realtà stessa.
Nonostante
le intenzioni del regista (che è inconsapevole come tante e tanti, anche tra i
più progressisti, del carattere orientalista e classista dell’immaginario sulla
Sardegna), quello che questi tentativi di documentare la realtà fanno, è
restituire all’esterno il fascino, il gusto (a tratti morboso) per il primitivo
e per il selvaggio. Incontrano, e allo stesso tempo incarnano, l’approccio
paternalista portatore di civiltà.
In questa
prospettiva risulta chiaro il perché, per interpretare Ovidio Marras sia stato
scelto Giuseppe Ignazio Loi, un “vero pastore”, descritto come ambasciatore
della bellezza della Sardegna come crocevia di popoli, a cavallo tra Oriente e
Occidente. La definizione è dello stilista Antonio Marras.
Lo stereotipo del pastore
Quella che
riguarda Loi è una narrazione nella narrazione: non è solo un interprete nel
film, ma è il personaggio del “pastore sardo” nella vita reale. Corrisponde
all’estetica del pastore stereotipato, fuori dal tempo. Barba ispida, anziano,
copricapo. Non importano le reali ragioni, della vita vera di
questa persona non frega niente a nessuno: ciò su cui ci si sofferma è che non
è mai salito su un aereo e che non andava al mare da 50 anni.
È l’emblema
del pastore sardo che conduce uno stile di vita “arcaico”, quindi non è
corrotto dalla modernità (lontano dalle città e dalla Sardegna del mare, della
costa, percepita come meno autentica rispetto alla Sardegna selvaggia e incontaminata dell’interno).
Loi viene
portato a Milano (per eccellenza il centro, il luogo dove succedono le cose che
contano, di Milano gli piace tutto, ci tengono a farci sapere). Un viaggio
nella terra promessa perché, insomma, sarà anche il simbolo della bellezza
della cultura sarda e della sua ancestralità, ma qualcuno dovrebbe dargli
l’occasione di uscire dalla sua condizione, secondo la logica classista,
primitivista e razzista del progresso. La quale, sotto sotto, lo percepisce
come un poveraccio “da salvare”.
Viene
esibito come un accessorio in sfilate di moda e ritratto mentre Diego
Abatantuono gli tiene la faccia per il mento.
È la prova in carne e ossa del fatto che la Sardegna autentica resistente alla
modernità esiste, tant’è che ci si può andare pure in vacanza, per provare la
vita semplice, fingendosi più poveri, living like a sardinian, cosa
che piace e intrattiene perché è temporanea.
È un elemento di prestigio ed è così perché sta nei i limiti entro cui la
cultura dominante legittima la sardità. Che deve essere innocua, deve
intrattenere, deve essere abbastanza esotica. Deve essere addomesticata,
secondo le norme del disciplinamento culturale (colonialità dell’essere), fuori
dalle quali viene tacciata di essere arretrata e, qualche volta, barbara.
È vero, il
film non lo abbiamo ancora visto, ma quello che sappiamo sembra essere
abbastanza per immaginare che una parte del pubblico che consumerà questo
prodotto, oggi si commuove guardando bonariamente questo
anziano signore che va per la prima volta a Milano e al mare dopo 50 anni,
e ieri accusava il popolo sardo di sindrome di NIMBY per la
sua lotta contro la speculazione energetica. Un sentimento in continuità con i
rimproveri rivolti a suo tempo a Ovidio Marras (oggi eroe mitizzato) che stava
impedendo la creazione di chissà quanti posti di lavoro.
Concludo
dicendo che per rendersi conto e parlare di queste problematiche non serve
essere persone sardofone: l’italianità non impedisce di per sé di analizzare
criticamente il modo in cui la Sardegna viene rappresentata. La
decolonizzazione culturale non avviene necessariamente attraverso la negazione
o il ripudio di tutto ciò che ha, o pare avere, connessioni con la cultura
dominante. A partire dalla lingua con cui si veicola: l’italofonia non è un
ostacolo a sentirsi sardi e al legame emotivo con lingue
autoctone dell’Isola (un dato che emerge ne “Le Lingue dei sardi, una ricerca
sociolinguistica”, l’indagine più compiuta e recente condotta dalle università
di Cagliari e Sassari dalla Regione Sardegna, come parte dell’attività della
“Commissione tecnica –scientifica sullo stato delle lingue della Sardegna”).
Non serve essere persone sardofone (molte di noi il sardo non hanno mai scelto
di non impararlo) per essere abbastanza sarde e per “alzare la
testa” quando una storia di anticapitalismo e resistenza viene edulcorata e
finisce per fare essa stessa quello che si proponeva di denunciare. Diventando,
cioè, l’ennesima forma di estrattivismo e sfruttamento.
Lo sguardo
sul mondo per me è indispensabile.
Dovremmo
alzare la testa.
Dovremmo
indignarci tutti di più di fronte a delle brutture.
Ha ragione Riccardo
Milani, non
abituiamoci alle brutture. Indigniamoci.
giovedì 24 luglio 2025
sabato 28 giugno 2025
Milarepa - Louis Nero
"girato in una Sardegna post-apocalittica, cioè realista" (come scrive Roberto Silvestri), il film di Louis Nero rivisita la storia di Milarepa (interpretato/a da Isabelle Allen).
il film sembra una storia di fantascienza, dove il passato e il futuro si confondono, non sai mai se vedi una storia del passato o del futuro.
è una storia eterna, shakesperiana in fondo (diremmo oggi), nella quale la famiglia, i tradimenti, gli interessi, muovono le guerre, e poi Milarepa cerca una via d'uscita interiore, cerca di andare aldilà dell'avida vita, in un rinascimento spirituale, attraverso l'obbedienza e l'umiltà.
il film si può vedere solo in un pugno di sale, non saprei dire se è un film che resterà, di sicuro è un film coraggioso e non minimalista, che merita di essere visto.
buona visione - Ismaele
…Milarepa è
un film mistico e meditativo, una volontà di far riflettere, di
porsi domande esistenziali che vanno dall’attaccamento a tutto ciò che è
proprietà materiale fino alla continua devastazione della natura da parte dell’uomo,
proponendo una riconciliazione e un ricongiungimento tra essi. Un messaggio
ecologista che passa attraverso un mondo post-apocalittico dove la natura ha
superato la tecnologia. Dove gli esseri umani, per vivere, dipendono dalla
natura, mostrando come questo abbia un senso e un significato molto più
profondo rispetto a quello che è dimostrativo di una certezza ingannevole
attuale. Perché nel mondo del progresso e della modernità si vive nella
fittizia sicurezza di dipendere ormai dalla tecnologia. Per quanto questa
rilettura in chiave più contemporanea della figura di Milarepa, che passa
attraverso interpretazioni e punti di vista femminili, il film di
Louis Nero è liturgia, devozione e spiritualità. E la parte
psicologica viene sempre più lasciata a margine, rendendo quella ricercato
finalità e quel richiesto ruolo ascetico ed estatico, il vero messaggio, quello
più intrigante e trascinante. Tutto in un’epoca senza tempo, tra passato e
futuro, in un luogo di inestimabile fascino, che ben si adatta a terre che
possono apparire indefinite, remote, antiche e primitive. Dove appunto è la
natura a distruggere o accudire chi ha intenzione di abitarla.
…Se il materiale narrativo è gonfio di rimandi e
forme previste, lo stile fa altrettanto, tra primi piani insistiti, dialoghi
altisonanti, scenografie zeppe di cianfrusaglie, droni onnipresenti,
accompagnamento musicale onnipresente, costumi che mescolano elementi
arabeggianti e anticheggianti, fuoco, vento, terra, deserto, fulmini... Per non
dire dell'apparato spirituale, che fonde misticismo e spiritualismo buddista
secondo un'idea di sincretismo che ormai da tempo mette in guardia sulla
decadenza della civiltà occidentale e sulla possibilità di palingenesi
attraverso un ritorno al magico.
Il problema, in ogni caso, non è tanto, o solo, la confusione dell'idea
di cinema di Louis Nero, o la scelta semplicistica di mettere in scena una
favola sul bene e sul male attraverso il percorso di crescita fisica e
interiore di una giovane donna. Il problema è proprio l'impossibilità che tutto
questo armamentario si faccia cinema, e cioè immaginario autonomo, consapevole,
credibile, a partire dal fatto che in quasi due ore di film non c'è un picco
drammatico, l'azione scolora in dialoghi verbosi, la ricostruzione fantasiosa
di un mondo passato (costruito tra la Sardegna e il Lazio) non si fa mai spazio
e tempo cinematografici e, ancora, la dimensione fantastica suona purtroppo
posticcia, più declamata che realizzata.
La passione - che non manca, perché per fare un cinema così altisonante bisogna
essere coraggiosi e amare il cinema, questo è giusto riconoscerlo - a volte non
basta per essere cineasti.
…Per Louis
Nero non era, dunque, semplice riscrivere per la terza volta e in
modo originale una storia ambientata in un complesso terrain vague tra
fiaba e mito, misticismo e religione, dove poi i confini spesso tendono a
sovrapporsi o a confondersi. Il risultato, a larghi tratti, è suggestivo grazie
soprattutto alla fotografia di Micaela Cauterucci e
ad un’attenta scelta delle location (soprattutto sarde) che vogliono forse
alludere, riflettere la condizione ambivalente e cangiante della psiche della
protagonista. Mila, infatti, vive un viaggio iniziatico, dove l’inizio e la
fine della vicenda, come nel film di Liliana Cavani, coincidono,
tornando allo stesso punto della storia. Nel mezzo c’è l’ascesa, la caduta e
infine la redenzione di chi, infine, trova la giusta strada maestra tra tanti
dolori, errori ed illusioni ma sempre comunque guidata da una profonda forza
interiore che la porta alla verità.
In una vasta gamma di sfumature, tra il candido e il demoniaco, Isabelle
Allen conferisce, con una certa abilità e in modo sostanzialmente
convincente, corpo e anima al suo cangiante personaggio. Autorevole e ieratico
come sempre, Harvey Keitel dona alla figura del guru
quel giusto tocco di ambiguità per spingere Mila sul cammino della salvezza.
Come di frequente nelle opere di Louis Nero, troviamo, in
diversi ruoli secondari, altri attori di nome come l’oscar F.
Murray Abraham oppure Angela Molina e Franco
Nero ad arricchire un cast importante – peccato che il doppiaggio
dell’edizione italiana spesso non sia all’altezza, appiattendo un po’ il
potente coro attoriale del film, comunque arricchito dalla presenza della
musica di Andrea Guerra.
Cosa
concludere? Milarepa ci è sembrato
un film meditativo molto classico, quasi “antico” nella sua impostazione e
nella costruzione del plot, quasi al guado nell’esibire e alternare luci e
ombre. Possiede, anche con qualche pausa e lungaggine di troppo, momenti di
buon cinema, nel narrarci una parabola insieme etica, mistica e religiosa, a
tratti emozionante, altre volte, più statica o scontata. Comunque sia, un’opera
non pensata per un pubblico mainstream che cerca solo azione o spettacolarità
pura.
…E comunque finora le parole più belle su questo film
le ho lette su un post di Instagram. L'ha scritto l'attrice Diana Dell'erba (Damena nel Milarepa di Louis Nero): «Grazie all’incredibile
fuoco sacro di Louis Nero, al team sempre più accuratamente folto de
L'altrofilm produzioni e ai tanti straordinari sardi che si sono uniti a questa
avventura. Grazie a questa troupe, per lo più femminile. Grazie al film
MILAREPA, al personaggio di Damena, a tutte le eccezionali donne che hanno
contribuito a crearlo, alle ossidiane dei su kokku, alle sincronicità e alla
potenza dei ricercatori, desiderosi di vedere oltre. Grazie alla Sardegna,
terra senza eguali… che con la sua infinita e ancora protetta magia ci mostra
cosa sia davvero Madre Natura… e ci richiama alla Verità, stuzzicandoci e
bussando silenziosamente alla parte più intima, vera e profonda del nostro
essere. Grazie a chi mi ha detto che sono solo le dinamiche intorno all’essere
attore a non piacermi, perché sì, sono da sempre infinitamente innamorata della
purezza di quest’arte. Grazie a chi mi ha suggerito come esistano
“informazioni”, che in luoghi diversi del mondo possono avere nomi diversi…
perché sì, il malocchio che troviamo in Sardegna prende il nome di energia
negativa al di là dell’oceano... Grazie al Nuraghe di Santu Antine per avermi
accompagnato al mio buco nero, quel luogo in cui respira tutta la sofferenza
che ho incontrato in questa vita… e grazie per avermi suggerito con forza come
spetti solo a noi… aprirlo o chiuderlo. Grazie agli elementi che, tutti insieme,
mi hanno fatto vivere momenti di estasi (o unione) senza uguali».
giovedì 12 giugno 2025
sabato 31 maggio 2025
Balentes - Giovanni Columbu
intanto il titolo, la parola balentes riprende il significato originario di uomini di valore, che affrontano imprese difficili e rischiose, non per un vantaggio personale, ma per una legge superiore, che non è quella dello stato italiano.
Ventura e Michele, due ragazzi sardi, intorno al 1940, vogliono evitare che i cavalli vadano a morire in guerra, seguono la legge morale che hanno dentro, e scusate se è poco.
il cavallo è un simbolo di libertà e di vita, dappertutto, e non può essere mandato a morire, in guerra o al palio di Siena (bestemmia?).
il film d'animazione, girato come agli albori del cinema, sulla base di 30000 disegni di Giovanni Columbu, disegni che vengono "animati", da qui nasce il cinema di animazione!
il disegno è spesso "suggerito", tocca allo spettatore "partecipare" alla storia, dando la propria lettura e visione.
in certi momenti sembra un western, i due balentes potrebbero essere dei giovani indiani d'America, che liberano i cavalli dei soldati che uccidono gli indigeni.
anche il treno sembra un treno del far west, come in certi casi sono i treni sardi.
che sia un treno sardo si capisce dal fatto che trasporta le casse da morto degli uccisi, nell'incivile America gli indiani morti li avrebbero lasciati in balia di avvoltoi e lupi.
Giovanni Columbu racconta che per questo film (eccezionale, se non si è capito) ci sono voluti sette anni di lavoro, mica è un cinepanettone.
se vi volete bene cercatelo e soffrite insieme a Ventura e Michele, nessuno se ne pentirà, vedrete un film che resterà nella storia del cinema.
buona (unica) visione - Ismaele
…Columbu, che viene da una prolifica carriera tra arte, televisione e
cinema stesso, si mette alla prova in un formato nuovo e sforna un'opera di folgorante
originalità stilistica.
Sue sono infatti le migliaia di disegni, su acrilico e carta, che vengono poi
animate al rotoscopio per dar vita a immagini di grande dinamismo pittoriale in
bianco e nero. Una tecnica che suggerisce gli eventi più che catturarli
appieno, e che gioca con le sagome e le ombre sui paesaggi a contrasto.
Benché riempiano spesso lo schermo attraverso lo spazio negativo, tali
composizioni non sono mai inerti; grande merito è anche del notevole lavoro sul
sonoro, attento ad accompagnare i dialoghi con un tangibile spettro uditivo
elevato al medesimo livello: il vento, il crepitio del fuoco, i passi sul
terreno e tutti gli altri elementi del luogo radicano le animazioni in un reale
che si costruisce passo passo nella mente dello spettatore.
…Ventura e il suo amico Michele corrono, in fuga.
Perché il furto di cavalli? Tutto è ammantato di leggenda. I due erano
benestanti, non rubavano per il denaro. Forse si trattava di liberare gli
animali per salvarli da una brutta fine in guerra, come teme il bambino della
famiglia di contadini che ha venduto quei cavalli all’esercito, proprio per
poterlo mantenere agli studi, o di rubare ai ricchi per dare ai poveri. Forse
proprio per pura “balentia”, la virtù, lo spirito cavalleresco dell’uomo sardo
che porta avanti nelle condizioni sociali e ambientali più avverse. Spirito
incarnato in questo eroe definito come un “cabaddeddu”, un cavallino, per il
suo amore per i cavalli e per il suo portamento. C’è qualcosa di cristologico –
ancora per l’autore di Su re –
nella morte di Ventura, con le donne velate sarde che lo piangono, intonando
gli “attitos”, i pianti funebri. In fondo si tratta ancora di un archetipo
declinato nella cultura sarda. La stessa consistenza eterea dei personaggi
disegnati prefigura una loro esistenza da fantasmi, o da risorti. I personaggi
si muovono in una Sardegna, come il resto dell’Italia, avvolta nelle fosche
nubi del fascismo, in una Sardegna interna premoderna attraversata da cavalli e
treni a vapore. Per Columbu si tratta anche di un primitivismo dell’immagine in
movimento stessa, tra citazioni del Vampyr di Dreyer (la
ripresa dal basso del punto di vista di Ventura morto come quella dalla bara di
quella pellicola classica, anche riprendendone la musica), tra i cavalli di
Muybridge e i treni dei Lumiére, le didascalie, in sardo, da cinema muto,
l’iris, le ombre cinesi. Uno scavare fino ad arrivare ai meccanismi primari
delle immagini in movimento messi a nudo, righe e cerchi che sono
l’intelaiatura grafica dei treni in viaggio. In parallelo con lo scavare nella
cultura ancestrale sarda.
…Basterebbero
forse i paesani che, non capendo le intenzioni dei ragazzi, li identificano
come «senza testa sulle spalle», pensando al loro atto semplicemente come a una
bravata, o al massimo come a un furto per necessità. Eppure, a differenza del
loro amico che non parteciperà all’azione, ma che metterà loro la pulce
nell’orecchio parlando di come il padre abbia dovuto vendere i propri cavalli
all’esercito per pagargli gli studi, i due protagonisti di Balentes non
sembrano avere problemi economici di alcun tipo. Il loro atto di coraggio è
semplicemente figlio di un eroismo poetico e naïf, utopista, visionario, che il
film fa proprio nel narrarli nel suo altrettanto coraggioso, altrettanto lirico
e altrettanto visionario mosaico di stili animati, e nel suo prodigioso tappeto
di suoni, rumori, voci, passi, crepitii, spari e musiche noise
straordinariamente ipnotiche e realistiche, così perfettamente complementari
all’impressionismo suggestivo e pittorico delle immagini (im)possibili, dei
contrasti, delle trasparenze, della fluidità dei movimenti più e meno dinamici
di figure a cui non serve un volto, perché il loro volto siamo tutti noi. E poi
delle linee, dei cerchi, delle forme ora stilizzate e ora definite. Dei corpi
che emergono dal buio come in un prisma di ricordi e di sogni, o forse
semplicemente di storie che, dai loro apparenti margini caliginosi e
indistinti, contribuiscono a fare la Storia di una famiglia, di un paese, di
un’isola, di un popolo, dell’Italia, dell’Europa, forse dell’intero mondo.
Elementi cardine di un film, presentato nella multiforme sezione Harbour
dell’International Film Festival Rotterdam dopo il primo passaggio in Alice
nella Città all’ultima Festa del Cinema di Roma, che testimonia ancora una
volta e pure nell’animazione lo straordinario stato di salute che sta vivendo
negli ultimi anni il cinema sardo, con Giovanni Columbu intento a passarsi di
volta in volta il testimone con Bonifacio Angius e Salvatore Mereu in una
piccola Nouvelle Vague isolana fatta di identità e di inquietudine, di antico e
di moderno, di malinconia e di orgogliosa appartenenza a una cultura primigenia
e proprio per questo così pura e ancestrale. Un cinema che si identifica nel
territorio da cui nasce e che si immerge fino alle sue radici più mistiche e
profonde, arroccate, tradizionali, magiche, immutabili come gli spiriti. A
salvare dall’oblio una memoria familiare, custode di un’intera civiltà, che
sarebbe altrimenti andata perduta, e (letteralmente) con le proprie mani
consegnarla all’eterno.
…Amassing around 30,000 drawings and paintings over the course of
production, Columbu invokes the elemental Sardinian landscape as a series of
abstract minimalist visas, sometimes using just the sparest of brushstrokes, or
even an entirely blank screen. He also incorporates scratches and stains, inky
smudges and runic blotches randomly generated during the animation process into
the film’s overall aesthetic, creating a looping, flickering, glitchy feel
similar to that of degraded vintage celluloid.
The trade-off for all these arty flourishes is that the narrative
thread of Balentes sometimes get a
little lost in stylistic swerves and loops: dialogue is fragmentary, the
timeline diffuse, naturalistic performances reduced to blocky modernist
graphics by rotoscoping and other techniques. But Columbu helps ease this
problem with sparing use of explanatory inter-titles written in the Sardinian
language, a dialect closer to Latin than modern Italian. In another knowing nod
to silent-era cinema, the soundtrack also incorporates elements of Wolfgang
Zeller’s mournful orchestral score from Carl Theodor Dreyer’s early horror
classic Vampyr (1932). The cumulative effect is a
melancholy memory palace of a film that feels both antique and modern,
strikingly avant-garde yet hauntingly beautiful.
…La tecnica adottata parte da una
ricerca sulle origini dell’animazione, su soluzioni espressive dimenticate o
escluse, come i primi esperimenti di fine Ottocento, ma anche dai riferimenti
alla pittura iperrealista e all’espressionismo cinematografico. Ogni fotogramma
nasce da un’interazione tra gesto impulsivo e forma contenuta,
grazie all’uso di mascherature in pellicola plastica che permettono al colore –
acrilico – di seguire percorsi imprevisti, restando però nei contorni definiti.
Ne risulta un’animazione
rarefatta, dove le figure emergono e scompaiono come fantasmi,
attraversando “porte invisibili”, evocando la memoria, la
perdita, la persistenza. “L’emozione che si provava allora – racconta Columbu –
mi suggeriva che qualcosa non si fosse mai del tutto dissolto”.
Il racconto di Balentes nasce da
un ricordo familiare, da un racconto della nonna del
regista, che aveva conosciuto uno dei protagonisti: Ventura, detto Cabaddeddu,
giovane nuorese dal portamento fiero, appassionato di cavalli. La sua morte,
durante la fuga, colpito dai barracelli, è diventata leggenda popolare e
oggetto di canti funebri (“attitidos”) che ancora oggi vengono ricordati.
Il film è, al tempo stesso, atto
di resistenza artistica e civile: resistenza alla normalizzazione del
segno, alla velocità del gesto digitale, ma anche alle narrazioni imposte della
Storia. La Sardegna che racconta Columbu è una terra di contrasti – tra
tradizione e modernità, natura e meccanizzazione – in cui la memoria non è mai
solo evocazione, ma parte viva e politica del presente…
qui un'interessante intervista a Giovanni
Columbu
domenica 25 maggio 2025
La guerra di Cesare - Sergio Scavio
il film è ispirato a La vita agra, di Luciano Bianciardi, racconto della lotta individuale contro il mostro economico dalle mille teste, inafferrabile e invincibile.
un paesetto dipendente per molti anni dalla miniera si trova in difficoltà esistenziale quando la miniera chiude e lascia tutti in miseria.
i due amici Mauro (interpretato da Alessandro Gazale) e Cesare (Fabrizio Ferracane) vengono tenuti al lavoro come guardiani della miniera morta, e poi c'è Francesco (interpretato da Luciano Curreli), il fratello, un po' ritardato, ma molto amato, di Mauro.
intanto c'è una vertenza sindacale con il padrone, il delegato sindacale (disabile, come lo è il sindacato, incapace) riesce a ottenere come buonuscita solo una miseria, e lo comunica ai lavoratori in un'assemblea degli ex minatori.
solo Mauro non si rassegna, s'incazza di brutto, ma è impotente contro il Padrone...
...il resto lo saprà chi avrà la fortuna di vedere il film.
è l'opera prima del regista, con attori tutti bravi e convincenti, con un cuore che batte anche per gli altri.
non sono più tempi di rivoluzione, la forza collettiva, il partito, non ci sono più, il sindacato è solo un patronato, nulla più.
come dice Warren Buffett, è in corso una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo, parole vere, anche se forse nessuno di quei minatori ha mai sentito parlare di quel riccone.
curiosa la figura del responsabile per la Sardegna dell'impresa proprietaria della miniera, un po' alcolista, un po' artistoide (un coglioncello della scuola di Elon Musk).
e come il Tognazzi de La vita agra, nel film diretto da Carlo Lizzani, Cesare e Francesco (con una foto di Cossiga e Pertini) vanno in città per vendicare i morti.
e la città ha il suo fascino e le sue trappole, ma anche questo lo saprà solo chi vedrà il film.
e poi ci sono anche il ballo e gli asini, uniche consolazioni per chi non vedrà nessuna rivoluzione.
ho visto il film in una sala nella quale, alla fine, regista, qualche produttore, qualche attore e attrice, altri elementi della troupe, la responsabile delle luci, mi sembra, e ci hanno raccontato difficoltà, ambizioni, amicizie, collaborazioni, e il film è il risultato di tanti elementi.
un'opera prima convincente, un piccolo film che non delude.
buona (danzante) visione, se ve lo fanno vedere - Ismaele
…Uomini al tramonto, frustrati dal fallimento di una
rivoluzione operaia che sembra ormai definitivamente destinata a non
realizzarsi, Cesare e Mauro raccontano la fine di un'epoca e dei suoi ideali.
Sebbene il titolo sembri suggerire un unico e solo protagonista della storia
narrata, La guerra di Cesare racconta in realtà la ribellione
fallita di tre personaggi, con i cui punti di vista il regista decide di
giocare fin dalla prima scena. Sergio Scavio sceglie infatti di aprire la sua
opera prima con la ripresa di un uomo impacciato intento a guidare un motorino
per le vie assolate della Sardegna. Quell'uomo non è Cesare, il citato
protagonista del titolo, bensì il fratello del suo migliore amico: si chiama
Francesco e presto scopriremo la sua bislacca passione per il suo omonimo e
conterraneo Cossiga. Mentre accompagniamo l'incedere incerto di Francesco ci
scontriamo con un altro personaggio, che gli si pone improvvisamente davanti: è
l'imponente e scorbutico Mauro, guardia giurata nonché fratello di Francesco.
Iniziamo così a seguire Mauro nelle sue giornate lavorative; conosciamo la sua
storia da ex minatore, le vicende del giacimento in disuso in cui un tempo era
impiegato e che ora sta per essere acquisito da una multinazionale cinese,
incontriamo il suo collega e migliore amico. Solo a questo punto abbiamo
effettivamente raggiunto Cesare, presentato quindi al pubblico, inizialmente,
come il collega del fratello dell'uomo in motorino della prima scena…
…Cesare alleggerisce il cuore tramite il ballo, e quando
incontra una donna che condivide la sua stessa passione, ecco che scocca la
scintilla. L’altro che si
riversa in te, ti comprende e ti accoglie con tutte le tue particolarità. È
quello che avviene tra Lori e Cesare, una coppia apparentemente improbabile ma
che regala a Cesare la gioia dell’innamoramento, e anche la tipica futilità
degli amori impossibili. Lori è una donna in frantumi, sensuale ma anche
inafferrabile, un oggetto di desiderio vitale, ma che sfugge continuamente
perché destinata a perire lontana da occhi indiscreti.
Ma la pellicola è anche un racconto infarcito di
situazioni grottesche e surreali di morettiana memoria. Scavio orchestra
una serie di personaggi nello stesso tempo comici e tragici, drammatici e
teneri. Ma non per questo distanti dalla realtà, anzi, tutt’altro,
la realtà sembra addirittura troppo stretta per contenerli. Come
la follia timida del fratello di Mauro, Francesco, in stato di venerazione nei
confronti di Francesco Cossiga. Le sue fragilità e i suoi discorsi strampalati
sono una espressione di sincerità e rarità…
Crollati i sistemi difensivi e di tutela
del lavoro, disintegrata quella che si chiamava “coscienza operaia”, sparita da
ogni orizzonte una sia pur minima coscienza di classe anche nella politicamente
sensibile Sardegna, trasformati i luoghi della politica in improbabili scuole
di ballo, non resta che raccontare la desertificazione di tutta quella che era
la ribellione operaia e dei lavoratori delle miniere in una favola sospesa tra
un surreale molto somigliante ad una realtà sognante e il senso di frustrazione
per ciò che mai sarà realizzato.
Ispirato, per dichiarazione dello stesso regista
e co-sceneggiatore, a La vita agra, il ribellistico
romanzo di Luciano Bianciardi, antesignano di una stagione di lotte sindacali e
previgente racconto sulla disintegrazione di ogni ideologia davanti alle
prospettive dorate del capitale, La guerra di Cesare ne
ricalca la trama sebbene con una propria autonomia e idea di racconto, a suo
modo lontano da un realismo stringente e al tempo stesso con un procedere che
sa riversare dentro questo presente la presenza smarrita di un personaggio
tradito nelle proprie idee radicate negli anni…
Mauro
Chessa (Gazale) guardia giurata infelice e manesca fa il tiro a segno nel nulla
e vorrebbe padroni arabi invece che cinesi. Cesare Manca (Ferracane) guardia
giurata un po’ surreale ha una moglie infelice e fa danza nel dopolavoro con
l’idea che la musica è finita nel 1983. Stanno per perdere il lavoro in una
miniera sarda che sarà ceduta. Il sindacalista che dovrebbe difenderli gira con
la bombola d’ossigeno (metafora del sindacalismo sfiatato?). A questo punto
temi un documentario deprimente sulle realtà lavorative abbandonate dalle
multinazionali, e invece, dopo un’inutile fiammata di protesta in cui Mauro
salta in aria, ecco che Cesare molla tutto e come l’eroe del Bianciardi
della Vita agra va in guerra contro l’azienda che sta per
svendere la miniera ai cinesi: porta con sé candelotti di dinamite e il
fratello fragile di Mauro, Francesco (Curreli), svanito e maniaco
dell’eleganza che gira con una foto di Cossiga sottobraccio e ne tesse le lodi
con aneddoti gustosi. Un on the road sardo tra il demenziale e il surreale, in
certi momenti una variante isolana degli eroi di Kaurismaki: affittacamere
paralitici (il regista Grimaldi), travestiti che amano danzare, locali disco
pieni di segni religiosi, riferimenti cinefili e bombaroli (Il
bandito delle 11 di Godard, qui in versione originale, Pierrot
le Fou). Film discontinuo, malinconico, a volte esilarante, con una
metafora tragica: attenti all’asino cieco.
…“La guerra di Cesare – continua
il regista – è anche un film sull’amicizia e
sull’accudimento che l’amicizia richiede. È importante imparare a volersi bene
l’un l’altro. Cesare, che all’inizio è un po’ una materia inerte nel film,
attraverso alcune relazioni molto assurde e grottesche, come quelle con Mauro e
Francesco, i personaggi principali, riesce a trasformarsi e inizia a militare
per loro, a lottare per loro, nonostante siano due personaggi fuori dalle
righe, due reietti. La vera forza di Cesare è il coraggio, quello che mostra
per gli altri, con i quali riesce a creare una relazione di grande generosità”.
“Cesare è un essere umano con tutte le sue debolezze,
i suoi dubbi, il suo non sapere come possano andare le cose – aggiunge l’attore protagonista Fabrizio Ferracane – non è un superuomo, come quelli che di solito siamo abituati a
vedere, che non sbagliano o non cadono mai; e forse per questo Cesare è il
personaggio che mi somiglia di più tra quelli che ho incontrato nel mio lavoro.
Con lui sento di avere in comune uno sguardo sulle cose e sulla vita. Questa
interpretazione mi ha dato una maggiore consapevolezza sul fatto che le mie
tante domande, le mie increspature, le non certezze e i miei errori, in fondo
vanno bene così ed è la cosa che mi ha fatto innamorare di Cesare perché è un
uomo con dei dubbi e forse i dubbi se li pongono proprio le persone più
sensibili e intelligenti”…