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mercoledì 11 febbraio 2026

Nella colonia penale - Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia, Alberto Diana

nella Sardegna delle basi militari, delle pale eoliche, dell'emigrazione dei giovani (e non solo), delle prigioni per i galeotti del 41bis, fra le altre cose, ci sono anche le colonie penali, prigioni a misura di detenuto.

i quattro registi (Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia, Alberto Diana) seguono ciascuno una delle colonie penali, Isili, Mamone e Is Arenas, che sono colonie penali attive, e l'Asinara, una ex colonia penale, ormai diventata un parco naturale.

vediamo il funzionamento della colonia, conosciamo qualche detenuto, spesso africani, un giorno usciranno, tornando alla vita libera.

ci sono altri condannati, nelle colonie penali (ed ex), pecore, capre e agnelli.

un documentario diverso dal solito, che merita di essere visto, se qualche cinema lo presenta.

buona (penale) visione - Ismaele

 

 

Note di regia

Fin dal primo momento, quando abbiamo cominciato a lavorare sul progetto, abbiamo considerato le colonie penali non soltanto uno spazio di privazione della libertà, ma anche come la rappresentazione di uno stato di eccezione.
La fase di scrittura de Nella colonia penale è iniziata in piena pandemia. La riduzione delle attività in pubblico legata al distanziamento fisico e la limitazione della libertà di movimento ci hanno fatto interrogare sulla natura di quei luoghi. Ricordiamo, all’inizio del primo lockdown, le rivolte carcerarie. Nelle colonie penali sarde, invece, sembrava
tutto sospeso. La condizione dei detenuti come lavoratori all’aperto rendeva il loro stato di prigionia ancora più inusuale, quasi fosse un privilegio rispetto a chi trascorre 24 ore chiuso in cella.
È da questa osservazione che è nata una rivelazione importante per noi: la parziale sovrapposizione tra il detenuto della colonia penale (oggi casa di lavoro all’aperto) e il lavoratore salariato, inserito all’interno di meccaniche di discipline, controllo e violenza.
Questo assunto kafkiano è stato fondamentale per riscrivere il film in fase di montaggio. Il film a episodi, girato da quattro registi diversi in altrettanti luoghi, è stato scritto, diretto e montato con l’obiettivo di costruire un discorso unitario sulla natura intrinseca dello sfruttamento, che parte dall’umano fino all’animale, svelandone la normalità codificata e la ritualità, in uno spazio altro da noi, fuori dalla società, ma in cui siamo pienamente addentro, poiché ne è diretta espressione.

da qui

 

In Sardegna, nascoste in luoghi quasi inaccessibili, esistono ancora oggi tre delle ultime colonie penali attive in Europa. In queste case di lavoro all’aperto, i detenuti scontano la pena dividendo il loro tempo tra le mura della cella e il lavoro: coltivano la terra, allevano animali da pascolo, svolgono compiti di manutenzione della stessa struttura in cui sono rinchiusi.

A Isili, Mamone, e Is Arenas i detenuti sono perlopiù persone migranti. Ignoriamo la loro provenienza, il reato per cui sono stati rinchiusi, per quanto tempo ancora dovranno stare lontani dal mondo. Il lavoro scandisce il tempo fermo e dilatato della prigionia, in cui l’uomo e animale vivono a stretto contatto. Il dispositivo di sorveglianza e repressione sembra ripetersi immutato di fronte alla macchina da presa, di colonia in colonia. Cambiano i volti, le guardie e i condannati, ma il sistema di controllo rimane il medesimo.

Nell’ex colonia penale dell’Asinara, quando il rapporto tra carceriere e carcerato viene meno, tra le rovine delle prigioni abbandonate emerge una nuova dialettica di sopraffazione, che vede a confronto l’animale in libertà di fronte all’essere umano.

Nella colonia penale è un film che si immerge in uno spazio di eccezione: un regime carcerario retaggio del passato, sul punto di scomparire, lontano dalla nostra società, ma di cui è allo stesso tempo una diretta emanazione della stessa.

da qui

 

…Scritto e diretto da Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia e Alberto Diana, accompagna lo sguardo nella quotidianità assorbita dai rumori di fondo agresti e lo stridio delle gabbie, ed in quello scrutare finisce di abbattere il muro tra interno ed esterno. Lasciato da parte l’archivio, terreno d’elezione di Gaetano Crivaro e soci, il progetto stavolta usa dei materiali inediti con il medesimo grande lavoro di montaggio visivo e sonoro. Non di conflitto si può parlare per la sceneggiatura quanto piuttosto di una raccolta discreta di atmosfere e respiri, di momenti unici che poi vanno a comporre un puzzle più grande e rivendicano un tesi nella quiete di una comunità unita dagli eventi e dalle necessità. Nelle note di copertina dell’album We’re Only in It for the Money Frank Zappa consigliava di leggere Nella colonia penale di Franz Kafka prima di ascoltare il brano The Chrome Plated Megaphone of Destiny. Sarebbe utile guardare questo lavoro invece per riflettere su modi alternativi di considerare il regime carcerario, fatto di privazione e sovraffollamento, e scoprire quanto possa essere leggera la linea di contrasto tra i buoni ed i cattivi. E quanto l’aspetto ambientale possa risultare terapeutico e non soffocante se inquadrato nel contesto giusto.

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…Un elemento costante che accompagna il film e i detenuti è la presenza degli animali che nell’episodio finale, l’Asinara, diventano centrali.

A: L’animale è un elemento costante perché è uno strumento di lavoro inserito in una dinamica di sfruttamento che si evolve e si trasforma anche quando il carcere scompare. All’Asinara la struttura è diventata un parco, ma di fatto resta un carcere: persistono gli stessi meccanismi di detenzione, monitoraggio e repressione. Avviene una sorta di metamorfosi in cui i prigionieri diventano gli animali e l’essere umano è nuovamente carceriere. Gli animali che vivono e che popolano questi luoghi considerati selvaggi, sono in realtà animali da lavoro che, con la chiusura del carcere, si sono ritrovati a vivere nella riserva.

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Nella colonia penale, come si è detto, è un puro e rigoroso documentario osservazionale, che lascia parlare le immagini. Non ci sono passaggi didascalici che per esempio descrivano i detenuti e i reati per cui sono stati condannati. Non è un pamphlet di denuncia, almeno non lo è direttamente, sul rispetto o meno dei principi della giusta detenzione secondo i nostri principi costituzionali. Qualcosa trapela, come l’abbondanza di nomi arabi, come Mustafa, o alcune frasi nell’ora d’aria a Isili: «Siamo sequestrati», «Sono qui per nulla». Nello stesso segmento c’è l’immagine dei “mille occhi”, degli schermi delle telecamere di sorveglianza che tutto controllano. Nel secondo episodio, quello di Mamone, c’è la ricorrenza di un’immagine della Madonna. Si segnala un scena dove in campo lungo, nel carcere, sembra di assistere a una scena di rissa che si rivela poi un gioco tra detenuti, un momento di ambiguità rispetto alla cifra da documentario del film. Alcuni elementi tornano tra gli episodi, come i canti dei detenuti, a Mamone e Is Arenas, come fossero dei gospel. E torna soprattutto la presenza della natura, la nebbia e la neve a Mamone, il cervo a Is Arenas, e il tripudio paesaggistico dell’Asinara, dove si chiude il film con l’immagine dei cavalli allo stato brado. Un finale di libertà e speranza per quell’isola che è un gioiello naturalistico e che ha avuto una parte importante nella storia della lotta alla criminalità organizzata.

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sabato 31 gennaio 2026

Quo Vadis, Sardinna? - Antoni Cònzu (Antonio Congiu)

il film di Antoni Cònzu è costituito "solo" da interviste, montate in modo efficace, per raccontare al mondo cosa succede in Sardegna con le pale eoliche.

chi lo vede capisce tutto, o quasi.

se posso, consiglierei di integrare con la lettura del libro di Maurizio Onnis, Il candidato, allora chiunque capirà tutto, di questa brutta storia di colonizzazione, economia tossica e distruzione ambientale irreversibile e saprà da che parte stare*. 

il film è difficile da vedere, lo porta il regista (qui la sua pagina) dove lo si vuole vedere.

cercatelo e soffrite tutti.

buona (ventosa) visione - Ismaele

 

 

 

…L’opera di Conzu è una sequenza di interviste intervallata da immagini e musica che dura quanto un film: un’ora e venti minuti!

La cosa notevole è, però, che il regista ha toccato TUTTI gli attacchi al territorio e all’identità che stanno investendo la terra sarda. Non solo la speculazione energetica, dunque, ma anche il colonialismo industriale e militare e la minaccia delle scorie nucleari.

Come sapete, non sono nata in Sardegna, ma sento di appartenere profondamente a questa terra nella quale oramai sono radicata da anni e ritengo sia un DOVERE difenderla. Un DOVERE che mi attraversa il cuore e mi sferza l’anima.

Consiglio a tutti la visione del lavoro di Antoni Conzu per sviluppare una consapevolezza a tutto tondo di ciò che sta accadendo in Sardegna e al popolo sardo…

da qui

 

 

qui)

Qui canta Pete Seeger

Qui canta Billy Bragg

 




lunedì 10 novembre 2025

CONFITEOR - come scoprii che non avrei fatto la rivoluzione - Bonifacio Angius

in un film doppio 

il regista finge di essere suo padre mentre lui, figlio di suo padre, viene interpretato dal figlio del regista ,

ma anche il regista è se stesso e il figlio è suo figlio.

sembra difficile, ma seduti in sala si capisce bene.

il cinema salva la vita, nonostante tutto, sembra dire Bonifacio Angius, e noi ci crediamo.

il film è denso di citazioni, e l'ultima scena, con il bambino che si allontana, come Charlot, è un capolavoro.

difficile che un film come questo, senza supereroi e senza omicidi, arrivi in sala, ma cercatelo (e se non lo portano convincete, con le buone, i gestori delle sale che frequentate), è un film che merita davvero.

intanto, se ci riuscite, buona (sorprendente) visione - Ismaele


  

 

Un film su un padre amato, odiato, sofferto e perduto, e al contempo sull’essere padre di un figlio, sulle dinamiche manipolatorie di un amore velenoso e sulla spirale autodistruttiva e tossicodipendente di una conseguente depressione, e nel frattempo inevitabilmente un film magnificamente teorico sul cinema e sul suo senso, sulla sua centralità, sul suo possibile meta-intrecciarsi in un prisma di istanti e di immagini che si inseguono modulari e inalienabili in ogni battito di palpebre. Un cinema da amare da spettatori in sala, un cinema da omaggiare da attore e regista nel teatro di posa, un cinema da scardinare nella forma e soprattutto un cinema da portare a termine a ogni costo, se necessario anche riprendendosi dalle crisi, anche affrontando di petto il dolore, anche risvegliandosi dalla morte. Un cinema che imita e finge una realtà alternativa per trovare la verità in un mondo di bugie, un cinema che parla direttamente all’inconscio e che «può farti una sorpresa dopo anni», un cinema come universo parallelo in cui entrare per «rimanere al riparo» dall’esterno. Un cinema come terapia, come assoluta sincerità, come commozione, come catarsi. Come estremo e definitivo atto d’amore, perché «ci vuole sempre amore per raccontare una storia, e per raccontarla ancora meglio lo devi aver perduto»…

…Solo attraverso il (meta)cinema è possibile uscirne, fra dialoghi, situazioni, ironia sorniona e le voci fuori campo che legano insieme analessi e prolessi, verità e finzioni, livelli apparentemente infiniti di passato e futuro che continuano a rincorrersi, come a voler intrappolare nelle immagini i dolori e le ossessioni per renderli visibili, affrontabili, battibili. Commossi. Con i padri che ritornano figli e con i figli che incarnano e fanno rivivere i padri, con le locandine dei precedenti lavori di Angius e con i baffi posticci con cui (ri)cambiare identità e tornare se stesso, con le botte che dopo tanti anni ancora fanno male e con quella porta chiusa in faccia proprio nel momento di massima fragilità. Con il bianco e nero che si alterna al colore così come i capitoli si intrecciano in una storia non lineare, e con un’involontaria e chapliniana disobbedienza sul set che sembra quasi un invito all’emancipazione, alla costruzione di un futuro proprio e unico, a un nuovo e ulteriore orizzonte di speranza in cui non smettere mai di raccontare con amore una storia d’amore, e sublimare così ogni sofferenza nella bellezza e nella magia del cinema. Che magari non basterà per arrivare a fare proprio la Rivoluzione, ma sul quale si possono ancora dire tante cose bellissime.

da qui

 

O si sa scrivere con le parole, come l'autore a cui vengono attribuite riflessioni non prive di spessore, oppure lo si può fare con le stesse che trovano spazio in inquadrature sempre alla ricerca di una composizione interna capace di offrire a chi guarda una molteplicità di dimensioni. Si va dal realismo più immediato ad immagini che rendono simbolici gli oggetti (vedi il barchino) alternando colore e bianco e nero. Con al centro un bisogno viscerale di poter riuscire ad essere un padre diverso da quello che è stato il suo anche se il rischio di vedere il figlio allontanarsi non è mai totalmente eludibile…

da qui

 

…L’incipit è una variante di Céline nell’oscurità che tutto fagocita, l’annuncio di un altro viaggio al termine della notte: un dialogo con se stesso, “la storia di un’eterna infanzia da cui tutto prende forma e significato”, una raffica di domande senza risposta in attesa che tutto finisca al crocevia del nulla. “Perché tutto è cambiato e noi non ce ne siamo accorti?” si chiede mentre il tempo passa e affiora la consapevolezza che sarebbe bastato pochissimo per fare del bene senza limitarsi a immaginarlo.

È l’impronta di un cinema che si mette a nudo, consapevole che “vivere non è solo svegliarsi al mattino” perché “vivere è difficile”, disposto a rivelare fragilità e scompensi proprio per la sua natura feroce e fluttuante. Un regista (Angius stesso) è allettato in ospedale, sta più di qua che di là, non riconosce la sorella, vaneggia eppure deve fare assolutamente un film sulla sua vita e quindi assegna al figlio (quello vero di Angius, Antonio) il ruolo di se stesso bambino...

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…il film è infestato da una voce fuori campo (la sua) continua e ossessiva, che si alterna con la voce fuori campo di suo figlio, facendo assomigliare buona parte di quest'opera ambiziosa ad un audiolibro accompagnato da belle immagini (non sempre) intervallato da rare scene di buon cinema. 

La critica ha molto apprezzato questa confessione a schermo aperto, che non ci risparmia dettagli anche crudeli o imbarazzanti della sua vita, in una sorta di terapia pubblica.

Noi umili spettatori paganti siamo colti dal dubbio che che forse, chissà,  qualche anno sul divano di uno psicoterapeuta può essere più utile per un regista sofferente e traumatizzato che passarne altrettanti per fare un film "liberatorio"…

da qui

 

 











giovedì 2 ottobre 2025

Stiamo per vedere l’ennesimo film di cui non avevamo bisogno? - Federica Marrocu

 

C’è grande attesa per l’uscita del film “La vita va così” di Riccardo Milani, basato sulla vicenda di Ovidio Marras, proprietario di un terreno con un insediamento rurale nella zona della spiaggia di Tuerredda. Marras si era opposto all’occupazione di uno stradello da parte della Sitas (una società che fa capo a costruttori come Gaetano Caltagirone, Claudio Toti e i Benetton) per la costruzione di un albergo di lusso. La vicenda giudiziaria si risolse a favore di Marras, il quale assurse agli onori delle cronache diventando un “simbolo”.

E questo, mi viene da pensare, non è sempre un bene perché rischia di annacquare e distorcere le storie, che finiscono quasi per essere svuotate del loro senso.

Per un quadro più completo consiglio la lettura dell’articolo di Alessandra Saiu per S’Indipendente e le considerazioni che Andrìa Pili ha pubblicato sui suoi canali social.

Di questa storia ci interessa davvero la verità?

Un articolo sulla presentazione di alcune immagini del film al Giffoni Film Festival riporta le affermazioni del regista Riccardo Milani il quale dichiara, testualmente: “L’Italia è un Paese che amo, ma che mi fa anche arrabbiare”, fa riferimento all’importanza di “alzare la testa” e dichiara: “lo sguardo sul mondo per me è indispensabile”.

Non posso che essere d’accordo e infatti è proprio questa prospettiva a essere legittimamente oggetto di critica. Milani, nella stessa intervista dice:

“Ho conosciuto questa storia vera nel 2012. È il racconto di un uomo e di una comunità che si spacca tra la necessità di creare posti di lavoro e il rispetto del territorio. Io cerco di raccontare sempre storie che parlano di umanità. Tante realtà del nostro Paese vivono un conflitto. (…) Dovremmo indignarci tutti di più di fronte a delle brutture”.

Trovo molto interessante questo passaggio: Milani ha una predilezione per “le storie vere”. Ed è da qui che vorrei partire perché a me è venuto da chiedermi se al pubblico, alla gente (questo è un film confezionato per il mercato cinematografico italiano), a noi sarde e sardi, di tutta questa storia, interessa o ci è mai interessata davvero la verità?

Sono andata a ritroso per leggere cosa di Marras veniva detto e scritto, per vedere come la sua immagine veniva veicolata, come la sua scelta veniva commentata. E mi sono domandata quando questa storia abbia smesso di essere vera.

Marras era già stato fagocitato dai meccanismi di stampo coloniale da una parte, e essenzialista dall’altra, che hanno mitizzato la figura del pastore sardo. Era già stato proiettato sul filone della lotta impari, trasfigurato in uno degli epici “Davide contro Golia”.
Non che ci sia di per sé qualcosa di male in questo, sia chiaro. Mi sembra, però, che questa sublimazione abbia l’effetto di oscurare certi aspetti, come ad esempio il carattere anticapitalista e anticolonialista dell’accaduto.

Quella di Ovidio Marras è lotta di classe contro l’arroganza e l’usurpazione, contro l’estrattivismo spacciato per sviluppo. Contro il ricatto dei posti di lavoro che costa alla Sardegna inquinamento industriale, occupazione militare, danni da un turismo fuori scala e non lungimirante. Non è la storiella romantica di un’azione straordinaria quanto velleitaria portata avanti da un signore anziano, semplice e ingenuo, pagu bessiu, ma saggio e tutte le caratteristiche che gli sono state cucite addosso, con un atteggiamento marcatamente classista.

Questo è uno degli aspetti da cui mi sembra che questa storia venga epurata, seppellito dall’esaltazione della figura dell’eroe solitario, che -cito da un pezzo de La Nuova Sardegna- “era finito anche sulle pagine del New York Times per non essersi piegato alla modernità.” Un’edulcorazione necessaria per rendere del tutto innocuo il racconto, spoliticizzandolo.

Già da prima che Milani iniziasse a pensare di raccontare la sua storia, questa era già distorta dall’ottica del potere. Marras, che non si era piegato alla modernità, era già finito nel tritacarne della subalterna lettura resistenziale della storia e della cultura sarde. La sua storia non era più vera da un pezzo.
Liberazione delle classi subalterne e anticapitalismo non possono, a piacimento, essere sconnessi tra loro e visti fuori dal quadro politico, economico e sociale in cui si verificano.
lo ho l’impressione che la vicenda di Marras fosse stata già universalizzata, fatta aderire a un archetipo letterario. E sradicata dalla relazione di colonialismo interno tra stato italiano e Sardegna in cui andrebbe situata.

Lo sguardo coloniale

È vero, il film non è ancora uscito, ma la prospettiva che l’ha concepito è deviata in partenza. Il punto di vista di cui Milani parla e quello del pubblico destinato a “consumarla” coincidono nel potere che rappresentano nella società. Come è accaduto spesso (almeno dall’Ottocento) la verità di chi gestisce la narrazione conta più della realtà stessa.

Nonostante le intenzioni del regista (che è inconsapevole come tante e tanti, anche tra i più progressisti, del carattere orientalista e classista dell’immaginario sulla Sardegna), quello che questi tentativi di documentare la realtà fanno, è restituire all’esterno il fascino, il gusto (a tratti morboso) per il primitivo e per il selvaggio. Incontrano, e allo stesso tempo incarnano, l’approccio paternalista portatore di civiltà.

In questa prospettiva risulta chiaro il perché, per interpretare Ovidio Marras sia stato scelto Giuseppe Ignazio Loi, un “vero pastore”, descritto come ambasciatore della bellezza della Sardegna come crocevia di popoli, a cavallo tra Oriente e Occidente. La definizione è dello stilista Antonio Marras.

Lo stereotipo del pastore

Quella che riguarda Loi è una narrazione nella narrazione: non è solo un interprete nel film, ma è il personaggio del “pastore sardo” nella vita reale. Corrisponde all’estetica del pastore stereotipato, fuori dal tempo. Barba ispida, anziano, copricapo. Non importano le reali ragioni, della vita vera di questa persona non frega niente a nessuno: ciò su cui ci si sofferma è che non è mai salito su un aereo e che non andava al mare da 50 anni.

È l’emblema del pastore sardo che conduce uno stile di vita “arcaico”, quindi non è corrotto dalla modernità (lontano dalle città e dalla Sardegna del mare, della costa, percepita come meno autentica rispetto alla Sardegna selvaggia e incontaminata dell’interno).

Loi viene portato a Milano (per eccellenza il centro, il luogo dove succedono le cose che contano, di Milano gli piace tutto, ci tengono a farci sapere). Un viaggio nella terra promessa perché, insomma, sarà anche il simbolo della bellezza della cultura sarda e della sua ancestralità, ma qualcuno dovrebbe dargli l’occasione di uscire dalla sua condizione, secondo la logica classista, primitivista e razzista del progresso. La quale, sotto sotto, lo percepisce come un poveraccio “da salvare”.

Viene esibito come un accessorio in sfilate di moda e ritratto mentre Diego Abatantuono gli tiene la faccia per il mento.
È la prova in carne e ossa del fatto che la Sardegna autentica resistente alla modernità esiste, tant’è che ci si può andare pure in vacanza, per provare la vita semplice, fingendosi più poveri, living like a sardinian, cosa che piace e intrattiene perché è temporanea.
È un elemento di prestigio ed è così perché sta nei i limiti entro cui la cultura dominante legittima la sardità. Che deve essere innocua, deve intrattenere, deve essere abbastanza esotica. Deve essere addomesticata, secondo le norme del disciplinamento culturale (colonialità dell’essere), fuori dalle quali viene tacciata di essere arretrata e, qualche volta, barbara.

È vero, il film non lo abbiamo ancora visto, ma quello che sappiamo sembra essere abbastanza per immaginare che una parte del pubblico che consumerà questo prodotto, oggi si commuove guardando bonariamente questo anziano signore che va per la prima volta a Milano e al mare dopo 50 anni, e ieri accusava il popolo sardo di sindrome di NIMBY per la sua lotta contro la speculazione energetica. Un sentimento in continuità con i rimproveri rivolti a suo tempo a Ovidio Marras (oggi eroe mitizzato) che stava impedendo la creazione di chissà quanti posti di lavoro.

Concludo dicendo che per rendersi conto e parlare di queste problematiche non serve essere persone sardofone: l’italianità non impedisce di per sé di analizzare criticamente il modo in cui la Sardegna viene rappresentata. La decolonizzazione culturale non avviene necessariamente attraverso la negazione o il ripudio di tutto ciò che ha, o pare avere, connessioni con la cultura dominante. A partire dalla lingua con cui si veicola: l’italofonia non è un ostacolo a sentirsi sardi e al legame emotivo con lingue autoctone dell’Isola (un dato che emerge ne “Le Lingue dei sardi, una ricerca sociolinguistica”, l’indagine più compiuta e recente condotta dalle università di Cagliari e Sassari dalla Regione Sardegna, come parte dell’attività della “Commissione tecnica –scientifica sullo stato delle lingue della Sardegna”).

Non serve essere persone sardofone (molte di noi il sardo non hanno mai scelto di non impararlo) per essere abbastanza sarde e per “alzare la testa” quando una storia di anticapitalismo e resistenza viene edulcorata e finisce per fare essa stessa quello che si proponeva di denunciare. Diventando, cioè, l’ennesima forma di estrattivismo e sfruttamento.

Lo sguardo sul mondo per me è indispensabile.

Dovremmo alzare la testa.

Dovremmo indignarci tutti di più di fronte a delle brutture.

Ha ragione Riccardo Milani, non abituiamoci alle brutture. Indigniamoci.


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sabato 28 giugno 2025

Milarepa - Louis Nero

"girato in una Sardegna post-apocalittica, cioè realista" (come scrive Roberto Silvestri), il film di Louis Nero rivisita la storia di Milarepa (interpretato/a da Isabelle Allen).

il film sembra una storia di fantascienza, dove il passato e il futuro si confondono, non sai mai se vedi una storia del passato o del futuro.

è una storia eterna, shakesperiana in fondo (diremmo oggi), nella quale la famiglia, i tradimenti, gli interessi, muovono le guerre, e poi Milarepa cerca una via d'uscita interiore, cerca di andare aldilà dell'avida vita, in un rinascimento spirituale, attraverso l'obbedienza e l'umiltà.

il film si può vedere solo in un pugno di sale, non saprei dire se è un film che resterà, di sicuro è un film coraggioso e non minimalista, che merita di essere visto.

buona visione - Ismaele


 

 

Milarepa è un film mistico e meditativo, una volontà di far riflettere, di porsi domande esistenziali che vanno dall’attaccamento a tutto ciò che è proprietà materiale fino alla continua devastazione della natura da parte dell’uomo, proponendo una riconciliazione e un ricongiungimento tra essi. Un messaggio ecologista che passa attraverso un mondo post-apocalittico dove la natura ha superato la tecnologia. Dove gli esseri umani, per vivere, dipendono dalla natura, mostrando come questo abbia un senso e un significato molto più profondo rispetto a quello che è dimostrativo di una certezza ingannevole attuale. Perché nel mondo del progresso e della modernità si vive nella fittizia sicurezza di dipendere ormai dalla tecnologia. Per quanto questa rilettura in chiave più contemporanea della figura di Milarepa, che passa attraverso interpretazioni e punti di vista femminili, il film di Louis Nero è liturgia, devozione e spiritualità. E la parte psicologica viene sempre più lasciata a margine, rendendo quella ricercato finalità e quel richiesto ruolo ascetico ed estatico, il vero messaggio, quello più intrigante e trascinante. Tutto in un’epoca senza tempo, tra passato e futuro, in un luogo di inestimabile fascino, che ben si adatta a terre che possono apparire indefinite, remote, antiche e primitive. Dove appunto è la natura a distruggere o accudire chi ha intenzione di abitarla.

da qui

 

Se il materiale narrativo è gonfio di rimandi e forme previste, lo stile fa altrettanto, tra primi piani insistiti, dialoghi altisonanti, scenografie zeppe di cianfrusaglie, droni onnipresenti, accompagnamento musicale onnipresente, costumi che mescolano elementi arabeggianti e anticheggianti, fuoco, vento, terra, deserto, fulmini... Per non dire dell'apparato spirituale, che fonde misticismo e spiritualismo buddista secondo un'idea di sincretismo che ormai da tempo mette in guardia sulla decadenza della civiltà occidentale e sulla possibilità di palingenesi attraverso un ritorno al magico.

Il problema, in ogni caso, non è tanto, o solo, la confusione dell'idea di cinema di Louis Nero, o la scelta semplicistica di mettere in scena una favola sul bene e sul male attraverso il percorso di crescita fisica e interiore di una giovane donna. Il problema è proprio l'impossibilità che tutto questo armamentario si faccia cinema, e cioè immaginario autonomo, consapevole, credibile, a partire dal fatto che in quasi due ore di film non c'è un picco drammatico, l'azione scolora in dialoghi verbosi, la ricostruzione fantasiosa di un mondo passato (costruito tra la Sardegna e il Lazio) non si fa mai spazio e tempo cinematografici e, ancora, la dimensione fantastica suona purtroppo posticcia, più declamata che realizzata.

La passione - che non manca, perché per fare un cinema così altisonante bisogna essere coraggiosi e amare il cinema, questo è giusto riconoscerlo - a volte non basta per essere cineasti.

da qui

 

…Per Louis Nero non era, dunque, semplice riscrivere per la terza volta e in modo originale una storia ambientata in un complesso terrain vague tra fiaba e mito, misticismo e religione, dove poi i confini spesso tendono a sovrapporsi o a confondersi. Il risultato, a larghi tratti, è suggestivo grazie soprattutto alla fotografia di Micaela Cauterucci e ad un’attenta scelta delle location (soprattutto sarde) che vogliono forse alludere, riflettere la condizione ambivalente e cangiante della psiche della protagonista. Mila, infatti, vive un viaggio iniziatico, dove l’inizio e la fine della vicenda, come nel film di Liliana Cavani, coincidono, tornando allo stesso punto della storia. Nel mezzo c’è l’ascesa, la caduta e infine la redenzione di chi, infine, trova la giusta strada maestra tra tanti dolori, errori ed illusioni ma sempre comunque guidata da una profonda forza interiore che la porta alla verità.
In una vasta gamma di sfumature, tra il candido e il demoniaco, Isabelle Allen conferisce, con una certa abilità e in modo sostanzialmente convincente, corpo e anima al suo cangiante personaggio. Autorevole e ieratico come sempre, Harvey Keitel dona alla figura del guru quel giusto tocco di ambiguità per spingere Mila sul cammino della salvezza. Come di frequente nelle opere di Louis Nero, troviamo, in diversi ruoli secondari, altri attori di nome come l’oscar F. Murray Abraham oppure Angela Molina e Franco Nero ad arricchire un cast importante – peccato che il doppiaggio dell’edizione italiana spesso non sia all’altezza, appiattendo un po’ il potente coro attoriale del film, comunque arricchito dalla presenza della musica di Andrea Guerra.

Cosa concludere? Milarepa ci è sembrato un film meditativo molto classico, quasi “antico” nella sua impostazione e nella costruzione del plot, quasi al guado nell’esibire e alternare luci e ombre. Possiede, anche con qualche pausa e lungaggine di troppo, momenti di buon cinema, nel narrarci una parabola insieme etica, mistica e religiosa, a tratti emozionante, altre volte, più statica o scontata. Comunque sia, un’opera non pensata per un pubblico mainstream che cerca solo azione o spettacolarità pura.

da qui

 

E comunque finora le parole più belle su questo film le ho lette su un post di Instagram. L'ha scritto l'attrice Diana Dell'erba (Damena nel Milarepa di Louis Nero): «Grazie all’incredibile fuoco sacro di Louis Nero, al team sempre più accuratamente folto de L'altrofilm produzioni e ai tanti straordinari sardi che si sono uniti a questa avventura. Grazie a questa troupe, per lo più femminile. Grazie al film MILAREPA, al personaggio di Damena, a tutte le eccezionali donne che hanno contribuito a crearlo, alle ossidiane dei su kokku, alle sincronicità e alla potenza dei ricercatori, desiderosi di vedere oltre. Grazie alla Sardegna, terra senza eguali… che con la sua infinita e ancora protetta magia ci mostra cosa sia davvero Madre Natura… e ci richiama alla Verità, stuzzicandoci e bussando silenziosamente alla parte più intima, vera e profonda del nostro essere. Grazie a chi mi ha detto che sono solo le dinamiche intorno all’essere attore a non piacermi, perché sì, sono da sempre infinitamente innamorata della purezza di quest’arte. Grazie a chi mi ha suggerito come esistano “informazioni”, che in luoghi diversi del mondo possono avere nomi diversi… perché sì, il malocchio che troviamo in Sardegna prende il nome di energia negativa al di là dell’oceano... Grazie al Nuraghe di Santu Antine per avermi accompagnato al mio buco nero, quel luogo in cui respira tutta la sofferenza che ho incontrato in questa vita… e grazie per avermi suggerito con forza come spetti solo a noi… aprirlo o chiuderlo. Grazie agli elementi che, tutti insieme, mi hanno fatto vivere momenti di estasi (o unione) senza uguali».

da qui

 





sabato 31 maggio 2025

Balentes - Giovanni Columbu

intanto il titolo, la parola balentes riprende il significato originario di uomini di valore, che affrontano imprese difficili e rischiose, non per un vantaggio personale, ma per una legge superiore, che non è quella dello stato italiano.

Ventura e Michele, due ragazzi sardi, intorno al 1940, vogliono evitare che i cavalli vadano a morire in guerra, seguono la legge morale che hanno dentro, e scusate se è poco.

il cavallo è un simbolo di libertà e di vita, dappertutto, e non può essere mandato a morire, in guerra o al palio di Siena (bestemmia?). 

il film d'animazione, girato come agli albori del cinema, sulla base di 30000 disegni di Giovanni Columbu, disegni che vengono "animati", da qui nasce il cinema di animazione!

il disegno è spesso "suggerito", tocca allo spettatore "partecipare" alla storia, dando la propria lettura e visione.

in certi momenti sembra un western, i due balentes potrebbero essere dei giovani indiani d'America, che liberano i cavalli dei soldati che uccidono gli indigeni.

anche il treno sembra un treno del far west, come in certi casi sono i treni sardi.

che sia un treno sardo si capisce dal fatto che trasporta le casse da morto degli uccisi, nell'incivile America gli indiani morti li avrebbero lasciati in balia di avvoltoi e lupi.

Giovanni Columbu racconta che per questo film (eccezionale, se non si è capito) ci sono voluti sette anni di lavoro, mica è un cinepanettone.

se vi volete bene cercatelo e soffrite insieme a Ventura e Michele, nessuno se ne pentirà, vedrete un film che resterà nella storia del cinema.

buona (unica) visione - Ismaele

 

 

Columbu, che viene da una prolifica carriera tra arte, televisione e cinema stesso, si mette alla prova in un formato nuovo e sforna un'opera di folgorante originalità stilistica.
Sue sono infatti le migliaia di disegni, su acrilico e carta, che vengono poi animate al rotoscopio per dar vita a immagini di grande dinamismo pittoriale in bianco e nero. Una tecnica che suggerisce gli eventi più che catturarli appieno, e che gioca con le sagome e le ombre sui paesaggi a contrasto.
Benché riempiano spesso lo schermo attraverso lo spazio negativo, tali composizioni non sono mai inerti; grande merito è anche del notevole lavoro sul sonoro, attento ad accompagnare i dialoghi con un tangibile spettro uditivo elevato al medesimo livello: il vento, il crepitio del fuoco, i passi sul terreno e tutti gli altri elementi del luogo radicano le animazioni in un reale che si costruisce passo passo nella mente dello spettatore.

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Ventura e il suo amico Michele corrono, in fuga. Perché il furto di cavalli? Tutto è ammantato di leggenda. I due erano benestanti, non rubavano per il denaro. Forse si trattava di liberare gli animali per salvarli da una brutta fine in guerra, come teme il bambino della famiglia di contadini che ha venduto quei cavalli all’esercito, proprio per poterlo mantenere agli studi, o di rubare ai ricchi per dare ai poveri. Forse proprio per pura “balentia”, la virtù, lo spirito cavalleresco dell’uomo sardo che porta avanti nelle condizioni sociali e ambientali più avverse. Spirito incarnato in questo eroe definito come un “cabaddeddu”, un cavallino, per il suo amore per i cavalli e per il suo portamento. C’è qualcosa di cristologico – ancora per l’autore di Su re – nella morte di Ventura, con le donne velate sarde che lo piangono, intonando gli “attitos”, i pianti funebri. In fondo si tratta ancora di un archetipo declinato nella cultura sarda. La stessa consistenza eterea dei personaggi disegnati prefigura una loro esistenza da fantasmi, o da risorti. I personaggi si muovono in una Sardegna, come il resto dell’Italia, avvolta nelle fosche nubi del fascismo, in una Sardegna interna premoderna attraversata da cavalli e treni a vapore. Per Columbu si tratta anche di un primitivismo dell’immagine in movimento stessa, tra citazioni del Vampyr di Dreyer (la ripresa dal basso del punto di vista di Ventura morto come quella dalla bara di quella pellicola classica, anche riprendendone la musica), tra i cavalli di Muybridge e i treni dei Lumiére, le didascalie, in sardo, da cinema muto, l’iris, le ombre cinesi. Uno scavare fino ad arrivare ai meccanismi primari delle immagini in movimento messi a nudo, righe e cerchi che sono l’intelaiatura grafica dei treni in viaggio. In parallelo con lo scavare nella cultura ancestrale sarda.

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…Basterebbero forse i paesani che, non capendo le intenzioni dei ragazzi, li identificano come «senza testa sulle spalle», pensando al loro atto semplicemente come a una bravata, o al massimo come a un furto per necessità. Eppure, a differenza del loro amico che non parteciperà all’azione, ma che metterà loro la pulce nell’orecchio parlando di come il padre abbia dovuto vendere i propri cavalli all’esercito per pagargli gli studi, i due protagonisti di Balentes non sembrano avere problemi economici di alcun tipo. Il loro atto di coraggio è semplicemente figlio di un eroismo poetico e naïf, utopista, visionario, che il film fa proprio nel narrarli nel suo altrettanto coraggioso, altrettanto lirico e altrettanto visionario mosaico di stili animati, e nel suo prodigioso tappeto di suoni, rumori, voci, passi, crepitii, spari e musiche noise straordinariamente ipnotiche e realistiche, così perfettamente complementari all’impressionismo suggestivo e pittorico delle immagini (im)possibili, dei contrasti, delle trasparenze, della fluidità dei movimenti più e meno dinamici di figure a cui non serve un volto, perché il loro volto siamo tutti noi. E poi delle linee, dei cerchi, delle forme ora stilizzate e ora definite. Dei corpi che emergono dal buio come in un prisma di ricordi e di sogni, o forse semplicemente di storie che, dai loro apparenti margini caliginosi e indistinti, contribuiscono a fare la Storia di una famiglia, di un paese, di un’isola, di un popolo, dell’Italia, dell’Europa, forse dell’intero mondo. Elementi cardine di un film, presentato nella multiforme sezione Harbour dell’International Film Festival Rotterdam dopo il primo passaggio in Alice nella Città all’ultima Festa del Cinema di Roma, che testimonia ancora una volta e pure nell’animazione lo straordinario stato di salute che sta vivendo negli ultimi anni il cinema sardo, con Giovanni Columbu intento a passarsi di volta in volta il testimone con Bonifacio Angius e Salvatore Mereu in una piccola Nouvelle Vague isolana fatta di identità e di inquietudine, di antico e di moderno, di malinconia e di orgogliosa appartenenza a una cultura primigenia e proprio per questo così pura e ancestrale. Un cinema che si identifica nel territorio da cui nasce e che si immerge fino alle sue radici più mistiche e profonde, arroccate, tradizionali, magiche, immutabili come gli spiriti. A salvare dall’oblio una memoria familiare, custode di un’intera civiltà, che sarebbe altrimenti andata perduta, e (letteralmente) con le proprie mani consegnarla all’eterno.

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…Amassing around 30,000 drawings and paintings over the course of production, Columbu invokes the elemental Sardinian landscape as a series of abstract minimalist visas, sometimes using just the sparest of brushstrokes, or even an entirely blank screen. He also incorporates scratches and stains, inky smudges and runic blotches randomly generated during the animation process into the film’s overall aesthetic, creating a looping, flickering, glitchy feel similar to that of degraded vintage celluloid.

The trade-off for all these arty flourishes is that the narrative thread of Balentes sometimes get a little lost in stylistic swerves and loops: dialogue is fragmentary, the timeline diffuse, naturalistic performances reduced to blocky modernist graphics by rotoscoping and other techniques. But Columbu helps ease this problem with sparing use of explanatory inter-titles written in the Sardinian language, a dialect closer to Latin than modern Italian. In another knowing nod to silent-era cinema, the soundtrack also incorporates elements of Wolfgang Zeller’s mournful orchestral score from Carl Theodor Dreyer’s early horror classic Vampyr (1932). The cumulative effect is a melancholy memory palace of a film that feels both antique and modern, strikingly avant-garde yet hauntingly beautiful.

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…La tecnica adottata parte da una ricerca sulle origini dell’animazione, su soluzioni espressive dimenticate o escluse, come i primi esperimenti di fine Ottocento, ma anche dai riferimenti alla pittura iperrealista e all’espressionismo cinematografico. Ogni fotogramma nasce da un’interazione tra gesto impulsivo e forma contenuta, grazie all’uso di mascherature in pellicola plastica che permettono al colore – acrilico – di seguire percorsi imprevisti, restando però nei contorni definiti.

Ne risulta un’animazione rarefatta, dove le figure emergono e scompaiono come fantasmi, attraversando “porte invisibili”, evocando la memoria, la perdita, la persistenza. “L’emozione che si provava allora – racconta Columbu – mi suggeriva che qualcosa non si fosse mai del tutto dissolto”.

Il racconto di Balentes nasce da un ricordo familiare, da un racconto della nonna del regista, che aveva conosciuto uno dei protagonisti: Ventura, detto Cabaddeddu, giovane nuorese dal portamento fiero, appassionato di cavalli. La sua morte, durante la fuga, colpito dai barracelli, è diventata leggenda popolare e oggetto di canti funebri (“attitidos”) che ancora oggi vengono ricordati.

Il film è, al tempo stesso, atto di resistenza artistica e civile: resistenza alla normalizzazione del segno, alla velocità del gesto digitale, ma anche alle narrazioni imposte della Storia. La Sardegna che racconta Columbu è una terra di contrasti – tra tradizione e modernità, natura e meccanizzazione – in cui la memoria non è mai solo evocazione, ma parte viva e politica del presente…

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qui un'interessante intervista a Giovanni Columbu

 

 

domenica 25 maggio 2025

La guerra di Cesare - Sergio Scavio

il film è ispirato a La vita agra, di Luciano Bianciardi, racconto della lotta individuale contro il mostro economico dalle mille teste, inafferrabile e invincibile.

un paesetto dipendente per molti anni dalla miniera si trova in difficoltà esistenziale quando la miniera chiude e lascia tutti in miseria.

i due amici Mauro (interpretato da Alessandro Gazale) e Cesare (Fabrizio Ferracane) vengono tenuti al lavoro come guardiani della miniera morta, e poi c'è Francesco (interpretato da Luciano Curreli), il fratello, un po' ritardato, ma molto amato, di Mauro.

intanto c'è una vertenza sindacale con il padrone, il delegato sindacale (disabile, come lo è il sindacato, incapace) riesce a ottenere come buonuscita solo una miseria, e lo comunica ai lavoratori in un'assemblea degli ex minatori.

solo Mauro non si rassegna, s'incazza di brutto, ma è impotente contro il Padrone...

...il resto lo saprà chi avrà la fortuna di vedere il film.

è l'opera prima del regista, con attori tutti bravi e convincenti, con un cuore che batte anche per gli altri.

non sono più tempi di rivoluzione, la forza collettiva, il partito, non ci sono più, il sindacato è solo un patronato, nulla più.

come dice Warren Buffett, è in corso una lotta di classe, è vero, ma è la mia classela classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo, parole vere, anche se forse nessuno di quei minatori ha mai sentito parlare di quel riccone. 

curiosa la figura del responsabile per la Sardegna dell'impresa proprietaria della miniera, un po' alcolista, un po' artistoide (un coglioncello della scuola di Elon Musk). 

e come il Tognazzi de La vita agra, nel film diretto da Carlo Lizzani, Cesare e Francesco (con una foto di Cossiga e Pertini) vanno in città per vendicare i morti.

e la città ha il suo fascino e le sue trappole, ma anche questo lo saprà solo chi vedrà il film.

e poi ci sono anche il ballo e gli asini, uniche consolazioni per chi non vedrà nessuna rivoluzione.

ho visto il film in una sala nella quale, alla fine, regista, qualche produttore, qualche attore e attrice, altri elementi della troupe, la responsabile delle luci, mi sembra, e ci hanno raccontato difficoltà, ambizioni, amicizie, collaborazioni, e il film è il risultato di tanti elementi.

un'opera prima convincente, un piccolo film che non delude.

buona (danzante) visione, se ve lo fanno vedere - Ismaele


 

 

Uomini al tramonto, frustrati dal fallimento di una rivoluzione operaia che sembra ormai definitivamente destinata a non realizzarsi, Cesare e Mauro raccontano la fine di un'epoca e dei suoi ideali.
Sebbene il titolo sembri suggerire un unico e solo protagonista della storia narrata, La guerra di Cesare racconta in realtà la ribellione fallita di tre personaggi, con i cui punti di vista il regista decide di giocare fin dalla prima scena. Sergio Scavio sceglie infatti di aprire la sua opera prima con la ripresa di un uomo impacciato intento a guidare un motorino per le vie assolate della Sardegna. Quell'uomo non è Cesare, il citato protagonista del titolo, bensì il fratello del suo migliore amico: si chiama Francesco e presto scopriremo la sua bislacca passione per il suo omonimo e conterraneo Cossiga. Mentre accompagniamo l'incedere incerto di Francesco ci scontriamo con un altro personaggio, che gli si pone improvvisamente davanti: è l'imponente e scorbutico Mauro, guardia giurata nonché fratello di Francesco. Iniziamo così a seguire Mauro nelle sue giornate lavorative; conosciamo la sua storia da ex minatore, le vicende del giacimento in disuso in cui un tempo era impiegato e che ora sta per essere acquisito da una multinazionale cinese, incontriamo il suo collega e migliore amico. Solo a questo punto abbiamo effettivamente raggiunto Cesare, presentato quindi al pubblico, inizialmente, come il collega del fratello dell'uomo in motorino della prima scena…

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Cesare alleggerisce il cuore tramite il ballo, e quando incontra una donna che condivide la sua stessa passione, ecco che scocca la scintilla. L’altro che si riversa in te, ti comprende e ti accoglie con tutte le tue particolarità. È quello che avviene tra Lori e Cesare, una coppia apparentemente improbabile ma che regala a Cesare la gioia dell’innamoramento, e anche la tipica futilità degli amori impossibili. Lori è una donna in frantumi, sensuale ma anche inafferrabile, un oggetto di desiderio vitale, ma che sfugge continuamente perché destinata a perire lontana da occhi indiscreti.

Ma la pellicola è anche un racconto infarcito di situazioni grottesche e surreali di morettiana memoria. Scavio orchestra una serie di personaggi nello stesso tempo comici e tragici, drammatici e teneri. Ma non per questo distanti dalla realtà, anzi, tutt’altro, la realtà sembra addirittura troppo stretta per contenerli. Come la follia timida del fratello di Mauro, Francesco, in stato di venerazione nei confronti di Francesco Cossiga. Le sue fragilità e i suoi discorsi strampalati sono una espressione di sincerità e rarità…

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Crollati i sistemi difensivi e di tutela del lavoro, disintegrata quella che si chiamava “coscienza operaia”, sparita da ogni orizzonte una sia pur minima coscienza di classe anche nella politicamente sensibile Sardegna, trasformati i luoghi della politica in improbabili scuole di ballo, non resta che raccontare la desertificazione di tutta quella che era la ribellione operaia e dei lavoratori delle miniere in una favola sospesa tra un surreale molto somigliante ad una realtà sognante e il senso di frustrazione per ciò che mai sarà realizzato.
Ispirato, per dichiarazione dello stesso regista e co-sceneggiatore, a La vita agra, il ribellistico romanzo di Luciano Bianciardi, antesignano di una stagione di lotte sindacali e previgente racconto sulla disintegrazione di ogni ideologia davanti alle prospettive dorate del capitale, La guerra di Cesare ne ricalca la trama sebbene con una propria autonomia e idea di racconto, a suo modo lontano da un realismo stringente e al tempo stesso con un procedere che sa riversare dentro questo presente la presenza smarrita di un personaggio tradito nelle proprie idee radicate negli anni…

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Mauro Chessa (Gazale) guardia giurata infelice e manesca fa il tiro a segno nel nulla e vorrebbe padroni arabi invece che cinesi. Cesare Manca (Ferracane) guardia giurata un po’ surreale ha una moglie infelice e fa danza nel dopolavoro con l’idea che la musica è finita nel 1983. Stanno per perdere il lavoro in una miniera sarda che sarà ceduta. Il sindacalista che dovrebbe difenderli gira con la bombola d’ossigeno (metafora del sindacalismo sfiatato?). A questo punto temi un documentario deprimente sulle realtà lavorative abbandonate dalle multinazionali, e invece, dopo un’inutile fiammata di protesta in cui Mauro salta in aria, ecco che Cesare molla tutto e come l’eroe del Bianciardi della Vita agra va in guerra contro l’azienda che sta per svendere la miniera ai cinesi: porta con sé candelotti di dinamite e il fratello fragile di Mauro, Francesco  (Curreli), svanito e maniaco dell’eleganza che gira con una foto di Cossiga sottobraccio e ne tesse le lodi con aneddoti gustosi. Un on the road sardo tra il demenziale e il surreale, in certi momenti una variante isolana degli eroi di Kaurismaki: affittacamere paralitici (il regista Grimaldi), travestiti che amano danzare, locali disco pieni di segni religiosi,  riferimenti cinefili  e bombaroli (Il bandito delle 11 di Godard, qui in versione originale, Pierrot le Fou). Film discontinuo, malinconico, a volte esilarante, con una metafora tragica: attenti all’asino cieco.

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La guerra di Cesare – continua il regista – è anche un film sull’amicizia e sull’accudimento che l’amicizia richiede. È importante imparare a volersi bene l’un l’altro. Cesare, che all’inizio è un po’ una materia inerte nel film, attraverso alcune relazioni molto assurde e grottesche, come quelle con Mauro e Francesco, i personaggi principali, riesce a trasformarsi e inizia a militare per loro, a lottare per loro, nonostante siano due personaggi fuori dalle righe, due reietti. La vera forza di Cesare è il coraggio, quello che mostra per gli altri, con i quali riesce a creare una relazione di grande generosità”.

“Cesare è un essere umano con tutte le sue debolezze, i suoi dubbi, il suo non sapere come possano andare le cose – aggiunge l’attore protagonista Fabrizio Ferracane – non è un superuomo, come quelli che di solito siamo abituati a vedere, che non sbagliano o non cadono mai; e forse per questo Cesare è il personaggio che mi somiglia di più tra quelli che ho incontrato nel mio lavoro. Con lui sento di avere in comune uno sguardo sulle cose e sulla vita. Questa interpretazione mi ha dato una maggiore consapevolezza sul fatto che le mie tante domande, le mie increspature, le non certezze e i miei errori, in fondo vanno bene così ed è la cosa che mi ha fatto innamorare di Cesare perché è un uomo con dei dubbi e forse i dubbi se li pongono proprio le persone più sensibili e intelligenti”…