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sabato 21 giugno 2025

Crazy for football - Matti per il calcio - Volfango De Biasi

uno psichiatra "buono", con una figlia poso frequentata, un allenatore in disgrazia, una squadra di pazienti in gara per la coppa del mondo di calcio a 5 sono i protagonisti di un film per la tv, troppo prevedibile.

bravi gli attori, Max Tortora sopratutto. 

un film che non dispiace, ma Non ci resta che vincere - Campeones era un'altra cosa.

buona (matta) visione - Ismaele



 

QUI si può vedere il film completo, su Raiplay

 

 

Dal documentario al film. Nel 2016 Volfango De Biasi aveva raccontato in Crazy for Football la vicenda di un gruppo di pazienti psichiatrici provenienti da tutta Italia che hanno formato una nazionale di calcio per partecipare ai mondiali che si svolgono in Giappone. Quella storia, premiata nel 2017 con il David di Donatello, si trasforma in un film. Protagonista è lo psichiatra Saverio Lulli (Sergio Castellitto) che si dedica anima e corpo al reinserimento sociale dei suoi pazienti e non ha più una vita privata. Per lui il calcio è uno sport/terapia che aiuta i pazienti a stare meglio. Organizza così il primo mondiale di calcio a cinque aiutato dalla sua assistente Paola (Antonia Truppo) e coinvolge Vittorio Zaccardi (Max Tortora), un ex-calciatore ludopatico che ritrova in una sala Bingo. Per essere ammessi nella formazione, arrivano pazienti da tutta Italia. Alla squadra si unisce anche Alba (Angela Fontana), la figlia adolescente ribelle che gli ha affidato l’ex-moglie per occuparsene. Ci sono però dei problemi; è difficile trovare i finanziamenti e in più lo psichiatra De Metris (Massimo Ghini), un superiore di Saverio, gli mette i bastoni tra le ruote.

Con Crazy for Football – Matti per il calcio, Volfango De Biasi mostra un autentico coinvolgimento per la storia che racconta tanto che il passaggio tra il documentario e il film è apparso naturale. Le interpretazioni dei pazienti psichiatrici risultano credibili e sotto questo punto di vista, il film ricorda quello di un altro “grande sogno” raccontato in Si può fare. I due film, nella loro struttura, hanno infatti diversi punti in comune. La figura di Saverio ricorda quella di Nello interpretato da Claudio Bisio, c’è sempre un dirigente che vuole riportare il protagonista alla realtà e in più i pazienti sono interpretati da attori…

da qui

 

Forse il momento drammaturgicamente più interessante è quello in cui Saverio viene messo a confronto con il proprio ego e deve chiedersi: "Lo fai per te o per loro?", capendo anche che la sua determinazione non corrisponde necessariamente al benessere dei suoi pazienti. Meno articolato il rapporto fra Saverio e sua figlia Alba, così come quello fra Alba e uno dei giocatori, Tommaso (non a caso entrambi assenti dal documentario). La sceneggiatura si muove su un crinale difficile perché se da un lato l'intenzione dichiarata è quella di "non mettere mai in ridicolo" i pazienti, dall'altra alcuni comportamenti vengono utilizzati anche a scopo comico. In questo senso è magistrale l'interpretazione di Tortora che, nel suo personaggio pragmatico e politicamente scorretto, riesce a far ridere senza mai eccedere, mantenendosi sul filo di una comicità "ruspante vera".

da qui

 

Prima un libro e un documentario, adesso anche il film. L'idea di Volfango De Biasi di raccontare la faccia pulita della psichiatria si traduce in un lungo lavoro organizzativo che lo ha portato, insieme ad altri, alla realizzazione di un progetto che richiama la visionarietà del grande Franco Basaglia.
Nella finzione, Saverio Lulli (Castellitto) è uno psichiatra iconoclasta e fuori dalle regole che decide di realizzare un campionato mondiale di calcio a cinque per pazienti istituzionalizzati. Il suo diretto superiore (Ghini) nicchia, i dirigenti non vogliono saperne, ma lui va avanti fiero e spavaldo per la sua strada, ipotecando persino la casa e rischiando di mettere a repentaglio il rapporto con la figlia adolescente (Fontana). Per l'operazione gli serve un mister che guidi la squadra e lo trova in un vecchio amico burbero (Tortora), un ex calciatore ludopatico che si appassiona subito all'impresa. I problemi non mancheranno, ma l'operazione sarà comunque un successo.
Girata con linguaggio paratelevisivo (luci piatte, campi e controcampi nei dialoghi, molti interni), la commedia di De Biasi riesce a colpire nel segno per quel tanto di schiettezza che ne fa - sulla scia di film come Strana la vita e Si può fare - un riuscito esempio di convivenza tra la magmatica materia psichiatrica e un registro tanto essenziale quanto leggero e godibile.

da qui



lunedì 17 ottobre 2022

Siccità - Paolo Virzì

siamo in una città, che è Roma capitale, con l'acqua agli sgoccioli (Capitale corrotta - nazione infetta, scrivevano nel 1955).

tante storie scorrono e si intersecano, l'acqua è una scusa (o un'aggravante) per raccontare e mostrare un mondo alla deriva, in grande crisi, dove nessuno è contento, tutti hanno dei problemi e provano a risolverli come possono.

Virzì riunisce tanti attori importanti, che a volte fanno quasi una comparsata, visto che le battute per ciascuno non sono moltissime, come sa bene Tommaso Ragno.

alcuni personaggi colpiscono più di altri, Max Tortora, Silvio Orlando e Valerio Mastrandrea, ma tutti sono bravissimi, merito del regista, naturalmente.

si avvisa che il film non è adatto per chi ha paura delle blatte, ma basta chiudere un po' gli occhi.

buona (assetata) visione - Ismaele



 

La forza del grande cinema italiano che ha fatto scuola nel mondo stava tutta nello sguardo autoriale lucido, sincero e spesso amaro sul reale. Con Siccità Paolo Virzì fa sua la lezione dei maestri di ieri e realizza un film graffiante e colmo di umanità che avrebbe potuto firmare Ettore Scola. Drammatico ma non lacrimevole, umoristico ma non farsesco, apocalittico ma non retorico, Siccità è scritto a otto mani dallo stesso Virzì con Francesca Archibugi, Paolo Giordano e Francesco Piccolo. Racconta solo superficialmente la siccità che asfissia Roma, con il suo Tevere prosciugato e le blatte pestilenziali in ogni dove, di fatto approfondisce l’aridità dilagante che ha contagiato un’umanità sempre più disincantata, abituata a resistere all’assurdo quotidiano come può, giorno dopo giorno…

da qui

 

Siccità parte lento, si carica di tanti personaggi e di altrettante tematiche – l’ambiente, l’epidemia, il confronto generazionale –  e avanza a fatica. Sicuramente, il film è un riflesso della società odierna, dell’Italia mal governata, impari, perennemente in crisi. Tuttavia, mescolare così tanto materiale, avendo a disposizione così poca acqua è alquanto impegnativo. Siccità presenta diversi livelli di lettura. Da un lato, osa toccando una serie di questioni moderne e difficili, dall’altro tutta questa densità ostacola quella sensazione di leggerezza realistica e palpabile che tipicamente lascia un film di Virzì.

da qui

 

La volontà di voler apparentare metaforicamente la penuria d’acqua a quella spirituale dei romani che, unici nel Belpaese, subiscono questa perdurante siccità si smarrisce nella coralità delle storie rappresentate, ancora una volta scelte pigramente dal bestiario del cinema capitolino degli ultimi ottant’anni. Lo sguardo di Virzì mostra che la catastrofe ecologica è prima di tutto morale: dall’attore sessantenne che ha smesso di lavorare in teatro perché passato alla droga di like e share alla madre Terminator, anaffettiva nel privato poiché concentrata sul lavoro di medico ospedaliero, il caleidoscopio corale ombreggia spesso tinte fosche lasciando gli unici abbagli di luce ai giovani che dai genitori hanno ereditato solo un pianeta in enorme sofferenza. Così, in questo “conte moral” la catastrofe ecologica regredisce a sfondo non trovando quasi mai un’adeguata rappresentazione visiva/concettuale. L’immagine spot del Tevere disseccato, landa desolata percorsa da un padre ed una figlia a dorso di mulo, sembra il classico report UE che ai suoi Paesi membri presenta una fotografia drammatica del disastro salvo poi classificare gas e nucleare come fonti sostenibili.

da qui

 

Siccità vuole dunque essere una palla di vetro che ci mostra quel domani devastato e privo di speranza verso il quale ci stiamo dirigendo a ritmo sostenuto. Virzì, da sempre attento alle dinamiche sociali che ha mostrato attraverso gli occhi dei personaggi che hanno popolato i suoi film, porta sullo schermo un disaster-movie che a una lettura ai raggi x vuole mettere a nudo un’umanità spaventata, affannata, afflitta dall’aridità delle relazioni, malata di vanità, mitomania e rabbia non più repressa. Attraverso la galleria di personaggi che si affacciano di volta in volta nel quadro, passandosi reciprocamente il testimone, il cineasta livornese vuole impersonificare tutto questo. Ciascuno di loro, innocente o colpevole, vittima o carnefice che sia, è lo specchio che li riflette e li rappresenta. L’habitat urbano e casalingo che li accoglie e che fa da cornice a questa vicenda corale è la tela sulla quale l’autore disegna con pennellate di giallo acceso e di rosso ardente un racconto a mosaico di tasselli singoli che man mano scopriamo essere legati l’uno all’altro in un intreccio più grande. Un intreccio che si rivelerà purtroppo una ragnatela ingarbugliata di tanti buoni propositi rimasti incastrati a causa dell’incapacità di una scrittura di tenerli insieme e farli coesistere in maniera equilibrata…

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